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L’utopia limitata degli homeschooler in Italia

7 Febbraio 2022 - di Paolo Di Motoli

In primo pianoSocietà

Per homeschooling o istruzione parentale si intende l’amministrazione di un programma di istruzione offerto in casa invece che in una scuola pubblica o privata; una situazione di insegnamento dove i bambini imparano in casa invece che nelle scuole convenzionali. In tale contesto i genitori o i parenti assumono la diretta responsabilità dell’educazione dei bambini (Murphy 2012).

Il fenomeno, assai minoritario nel nostro paese sta lentamente assumendo dimensioni più rilevanti per una serie di cause che andremo ad analizzare ma gli ultimi anni di pandemia ne hanno probabilmente accelerato la crescita.

Secondo i dati dell’Anagrafe Nazionale degli studenti nell’anno scolastico 2017-2018 gli alunni in istruzione parentale erano 4.169, divisi tra scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado. Nell’anno successivo, il 2018-2019 sono saliti a 5126 e secondo i dati pubblicati di recente dal MIUR e ripresi dall’agenzia Adnkronos sarebbero passati a 15.361 nell’ultimo anno (2020-2021).

La pandemia ha moltiplicato la tendenza dei genitori a istruire i figli in casa per ragioni che potremmo definire pragmatiche.

Tra gli homeschooler, anche in Italia, è possibile includere i genitori che seguono il programma ministeriale e quelli che praticano l’unschooling. Il termine venne coniato negli anni Ottanta da John Holt, insegnante statunitense, che lo usò nella sua rivista-newsletter Growing without schooling per indicare la possibilità di imparare senza andare a scuola. Le prime vittorie legali di famiglie che volevano praticare l’homeschooling fecero notizia negli Stati Uniti e il settimanale “Time” dedicò degli articoli al tema. Holt partecipò anche al “Phil Donahue Show” e pur dovendo fronteggiare un pubblico di persone ostili alla pratica ottenne un successo notevole, che moltiplicò la platea di padri e madri pronte a lanciarsi nella pratica della scuola. Presto i gruppi religiosi protestanti grazie alla maggiore organizzazione e forza economica soppiantarono numericamente i gruppi di genitori libertari e progressisti che sull’onda dei movimenti di contestazione degli anni Sessanta avevano iniziato a educare i figli fuori dai tradizionali circuiti scolastici.

Oggi il termine homeschooling (auto)definisce le famiglie che intendono lasciare i figli liberi di decidere cosa imparare, dove farlo e in che modo eludendo se possibile gli obblighi di esami di idoneità annuali resi obbligatori dalla cosiddetta legge 107 sulla Buona scuola del 2017.

Statofobia, puerocentrismo e neoliberalismo

L’indagine sulle motivazioni dei genitori che compiono questa scelta è un tema che ha prodotto una notevole quantità di studi nel mondo accademico (Van Galen 1991; Steven 2001; Morton 2010: Gaither 2017).

In un saggio dedicato alle ricerche quantitative sulle famiglie di homeschooler negli Stati Uniti, Eric Isenberg ha sottolineato la differenza tra gli approcci etnografici e quelli che si limitano a prendere in esame i dati raccolti da varie organizzazioni pubbliche e private. Secondo Isenberg, uno dei limiti degli approcci quantitativi è il fatto di non essere spesso in grado di cogliere le motivazioni profonde che spingono le famiglie verso questa pratica educativa, a differenza di quanto avviene nel caso dei lavori di taglio etnografico (Isenberg 2007). Un approccio qualitativo mira quindi ad approfondire il tema proprio sul piano delle motivazioni.

In una recente ricerca svolta sotto la supervisione del Dipartimento di Filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata dell’Università di Padova è emersa, almeno nel mondo dei genitori che compiono la scelta per ragioni “ideali” e non pragmatiche (che pure sono interessanti come la presenza di handicap, bullismo o più di recente il timore del contagio) la prevalenza di quella che il filosofo Michel Foucault chiamava “fobia di stato” affiancata a un atteggiamento da parte dei genitori che si è chiamato “puerocentrico” (Di Motoli 2020).

Fare scuola in casa sarebbe secondo alcuni di questi genitori l’espressione più coerente della libertà parentale di scelta. Questi rivendicano il diritto di decidere cosa è veramente meglio per i loro figli sostituendo al paternalismo “artificiale” dello Stato quello “naturale” della famiglia. Per molti genitori si tratta di costruire in casa una sorta di mondo perfetto più adatto per i propri figli, che non impone orari, non impone programmi scolastici e non reprime le istanze dei piccoli in una specie di utopia limitata alle mura domestiche che conserva echi dei testi di Herbert Marcuse.

I gruppi denominati “Stato fobici” hanno diffidenza verso le strutture istituzionali, tendono a definirsi libertari o anarchici e la spinta prevalente che li muove è un individualismo che li porta a non riconoscere o a criticare fortemente il ruolo dei mediatori pubblici e privati siano questi insegnanti, medici o amministratori. Non respingono forme di cooperazione ma rifiutano la sfera pubblica così come organizzata dallo Stato.

I “puerocentristi” sono coloro che pongono il bambino e i suoi interessi al centro del progetto educativo, sull’onda delle teorie pedagogiche attiviste à la John Dewey o à la Maria Montessori. È un tema che emerge spesso nei discorsi di questa categoria di homeschooler, a volte slegato da solidi riferimenti teorici.

Una nuova/vecchia ideologia

Quello che la pandemia ha per certi versi reso più evidente (pensiamo ai dibattiti sulle restrizioni e sul tema dei vaccini) è una sorta di nuova ideologia. Questa linea di pensiero mette insieme istanze tipicamente neoliberali di repulsione verso le istituzioni e il controllo dello stato su questioni educative, sanitarie ed economiche (di destra liberale? di liberalismo prevalentemente negativo?) con atteggiamenti di critica della società e dei dispositivi di legittimazione delle sue strutture tipiche di un pensiero (di sinistra? progressista?) che trova proprio in Michel Foucault il suo fondatore.

Va ricordato che nel caso dei bambini si sostituisce il paternalismo dello Stato a un paternalismo ancora più forte come quello della famiglia e dei genitori che inevitabilmente limitano la possibilità per i loro figli di venire in contatto con realtà, figure e idee differenti rispetto a quelle del gruppo di appartenenza. Qui ci pare che il cortocircuito sia evidente. Per sottrarre il bambino al paternalismo dello stato lo si sottopone ad un paternalismo ancora più forte e invasivo come quello della famiglia.

Fulcro dell’individualismo liberale è, come noto, il principio secondo cui i diritti e le libertà individuali devono essere protetti anzitutto dall’ingerenza dello Stato. Scrive Friedrich von Hayek nel suo testo sul liberalismo: “La concezione liberale della libertà è stata spesso, e con ragione, definita come una concezione puramente negativa” (Von Hayek 2012: 43).

Coloro che ricollegano la pratica dello homeschooling a tale tradizione, come fanno per esempio Romualdo Portela de Oliveira e Luciane Muniz Ribeiro Barbosa (Portela de Oliveira, Muniz Ribeiro Barbosa, 2017), sottolineano come essa rappresenti la declinazione, in ambito educativo, delle teorie dello “Stato minimo” o “ultraminimo” che, sorte già con il liberalismo ottocentesco, hanno influenzato soprattutto la tradizione liberale del secolo scorso.

Nel corso delle ricerche per individuare le ragioni dei genitori homeschooler sono emersi discorsi che denotano una serie di temi che appaiono oggi quelli di una possibile piattaforma politica:

1) resistenza alla cultura dominante

2) sospetto verso le istituzioni, la scuola e i mediatori

3) opposizione alle politiche sanitarie (obbligo vaccinale)

4) attenzione particolare alle istanze dei figli

5) esigenza di controllo dei figli

6) centralità dei valori familiari

7) centralità dei valori religiosi

8) sospetto verso tematiche legate al genere e al contrasto delle discriminazioni

9) riferimento a teorici o particolari educatori

10) definizione del rapporto con la libertà prevalentemente negativo (“libertà da” come la intendeva Isaiah Berlin).

Alla luce di tutto questo non è da escludere che anche nel nostro paese si presenti prima o poi la necessità di un dibattito più ampio sul tema che in Francia ha già prodotto nel luglio del 2021 una legge che ha drasticamente limitato per molte famiglie (erano circa 50mila nel 2020) di praticare l’istruzione parentale. Lo spirito che animava la legge era quello di ostacolare il settarismo che nell’esagono ha prodotto i terribili attentati islamisti degli ultimi anni.

Riferimenti bibliografici

  1. Berlin, Due concetti di libertà, Feltrinelli 2000.
  2. Damele, P. Di Motoli, Homeschooling. Appunti su una pratica educativa al confine tra comunitarismo e individualismo libertarian, in Meridiana n. 94, 2019, pp. 195-2014.
  3. Di Motoli, Fuori dalla scuola. L’homeschooling in Italia, Studium 2020.
  4. DeKoven, Utopia Limited: The Sixties and the Emergence of the Postmodern, Duke University Press, 2004.
  5. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli 2005.
  6. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli 1997.
  7. Gaither, Homeschool an American History, Palgrave Mc Millan 2017.
  8. Holt, Come apprendono i bambini, Bompiani 2020.
  9. Isenberg, What Have We Learned About Homeschooling?, in Peabody Journal of Education, V. 82 n. 2-3, 2007, pp. 387-409.
  10. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi 1967.
  11. S. Merry, S. Karstein, Restricted Liberty, Parental Choice and Homeschooling, in Journal of Philosophy of Education, V. 44, n. 4, 2010.
  12. Morton, Home Education: Constructions of Choice in International Electronic Journal of Elementary Education 3, no. 1, October 2010.
  13. Murphy, Homeschooling in America: Capturing and Assessing the Movement, Corwin, SAGE 2012.
  14. Portela de Oliveira, L. Muniz Ribeiro Barbosa, Neoliberal as one of the Foundation of Homeschooling, in Pro-Posições, V. 28, n.2, 2017, pp.193-212.
  15. Stevens, Kingdom of Children. Culture and Contreversity in the Homeschooler Movement, Princeton University Press 2001.
  16. Von Hayek, Liberalismo, Rubbettino 2012.

Analisi della trasmissione di SARS-CoV-2: influenza delle condizioni termoigrometriche rispetto al rischio di diffusione del contagio

3 Febbraio 2022 - di Cesare Saccani

In primo pianoSocietà
Autori: Maria Pia Fantini1, Davide Gori1, Alessandro Guzzini2, Marco Pellegrini2, Maria Carla Re3, Chiara Reno1, Greta Roncarati3, Cesare Saccani2,* , Caterina Vocale3
1 Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie, Università di Bologna, Italia.
2 Dipartimento di Ingegneria Industriale, Università di Bologna, Italia
3 CRREM, UOC Microbiologia, IRCSS Policlinico S. Orsola, Università di Bologna, Bologna, Italia

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Abstract

 In questo articolo vengono analizzati i principali meccanismi di diffusione del virus SARS-CoV-2, fornendo elementi utili per la corretta gestione per il contrasto alla diffusione del virus stesso.

Lo studio prende le mosse dalla constatazione che, allo stato dell’arte, manca una terminologia rigorosa e univocamente accettata nella letteratura tecnico-scientifica con riferimento alle modalità con cui può avvenire la trasmissione del contagio di SARS-CoV-2 e, in particolare, alle modalità di trasporto cosiddette “droplet” e “airborne”.

La corretta analisi dei meccanismi che governano la diffusione del virus non può prescindere da una rigorosa definizione dei termini che entrano in gioco nella descrizione dei fenomeni, da cui discendono importanti indicazioni volte a determinare soluzioni tecniche finalizzate alla minimizzazione del rischio di contagio.

Partendo dalla definizione di una terminologia rigorosa ed univoca, attraverso l’applicazione un nuovo modello per lo studio della propagazione del contagio, lo studio, sulla base di valutazioni fisico-matematiche, dà ragione di come il contagio avvenga solo mediante goccioline, sole a poter veicolare efficacemente il virus.

Sulla base di queste valutazioni, lo studio analizza il trasporto del virus, incluso nelle goccioline, sulla base dei principi della termo-fluidodinamica, ovvero accoppiando alle equazioni del moto le equazioni che descrivono la variazione di massa per evaporazione. Infatti, la gittata di una goccia emessa da un soggetto infetto, ovvero la distanza di sicurezza da mantenere per minimizzare il rischio di contagio, dipende da numerosi parametri fra i quali, di notevole importanza, il grado igrometrico dell’ambiente in cui questa, la goccia, si trova: da esso, infatti, dipende la velocità di evaporazione e, quindi, la sussistenza della goccia.

Pertanto, lo studio dimostra che il controllo del trasporto del contagio non può essere affrontato in assenza di controllo del grado igrometrico dell’ambiente in cui la goccia si muove: infatti, la definizione stessa di distanza di sicurezza perderebbe di significato in quanto la gocciolina potrebbe “sopravvivere” nell’ambiente con elevata umidità, anche per tempi lunghi e realizzando percorsi casuali, qualora le goccioline fossero al di sotto di certe dimensioni.

A conclusione dello studio, è riportato un caso di studio che dimostra non solo la correlazione fra grado igrometrico e distanza di sicurezza ma anche che la trasmissione del contagio di tipo airborne, ovvero tramite virioni rilasciati a seguito di evaporazione della goccia, in virtù della loro bassissima concentrazione e del moto di tipo browniano che li caratterizza, abbia una probabilità del tutto trascurabile rispetto alla trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2.

1.   Definizione delle modalità di trasporto aereo dei virus

 Con riferimento ai meccanismi con cui può avvenire la trasmissione aerea del virus SARS-CoV-2, occorre premettere che nella letteratura scientifica di tipo medico manca una terminologia univoca e condivisa con altri settori scientifico-disciplinari, in particolare per quanto riguarda le modalità di trasporto dei virus con importante riflessi sulle definizioni delle modalità di diffusione. Si analizzino, per esempio, le seguenti due definizioni:

  • Modalità di trasporto cosiddetta airborne: definita come quella modalità di trasporto in cui la particella solida che ospita il virione risulti aerotrasportata, ovvero, il cui movimento sia conseguente al moto della corrente fluida che la trasporta.
  • Trasmissione del contagio attraverso aerosol, in accordo alla definizione fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “Aerosol transmission refers to the possibility that fine aerosol particles,…., which are generally considered to be particles <5μm in diameter, remain airborne for prolonged periods and be transmitted to others over distances greater than 1 m” (OMS, 2020).

Dalle due definizioni non è chiaro se ci si riferisca a particelle così fini da rimanere in sospensione in aria calma come conseguenza di moti Browniani, ovvero senza componente di moto del fluido di trasporto, oppure se le definizioni includano anche particelle di dimensioni più grandi ed in movimento in sospensione fluida come conseguenza della velocità di trascinamento della corrente che le trasporta.

Chi scrive ritiene che la terminologia migliore, in quanto rigorosa, univoca e più adatta allo studio dei modelli che si riferiscono alla propagazione ambientale delle particelle, sia la seguente:

  • Airborne: si definisce come tale il trasporto di particelle solide in sospensione fluida nell’ambiente considerato, comunque esse siano trasportate, ossia indipendentemente dalla velocità di trasporto della corrente fluida che le contiene, comprendendo quindi anche il trasporto di particelle ultrafini soggette a moti browniani;
  • Droplet: si definisce come tale il trasporto di goccioline nell’ambiente esaminato, indipendentemente dalla dimensione e comunque esse siano

Si fa presente che molta della letteratura scientifica attuale, in particolare per la trasmissione del virus SARS-CoV-2, fa riferimento alla modalità cosiddetta “airborne” anche per indicare emissione da parte dei soggetti infetti di goccioline di secrezioni ultrafini (dimensioni <5 micron) (come ad esempio nella lettera firmata da 239 ricercatori indirizzata alla WHO) (Morawska et al. 2020) [239 ricercatori]. Ciò provocherebbe confusione quando ci si addentrasse nell’analisi termo fluidodinamica che segue in quanto la gocciolina rappresenta una massa potenzialmente variabile, in funzione delle caratteristiche ambientali, mentre non è così per la particella solida.

La classificazione che individua la trasmissione droplet indipendentemente dalla dimensione delle goccioline, esclude in maniera chiara e univoca il particolato solido come vettore di potenziale contagio (Bontempi, 2020; Domingo et al., 2020). Inoltre, la distinzione tra vettore solido e gocciolina consente di limitare lo studio dell’impatto delle condizioni termo-igrometriche, cioè temperatura e grado di umidità, dell’aria ambiente riferite al solo caso droplet. Infatti, la gittata di una gocciolina emessa da un soggetto infetto dipende, oltre che dalla sua dimensione e dalla velocità iniziale, anche dalla velocità di trascinamento della eventuale corrente di trasporto, e dalla propria capacità di evaporare in funzione delle condizioni termo-igrometriche dell’ambiente in cui si trova.

Nel caso invece di trasporto del virus in modalità che consideriamo propriamente “airborne” (attraverso particolato solido) le condizioni termo-igrometriche potrebbero avere influenza sul moto della particella solida solo nel caso in cui essa agisca come nucleo di condensazione in un ambiente sovra-saturo. Quest’ultima condizione può rivestire grande interesse per inferire meccanismi di trasporto del virus e di infezione, ad esempio all’interno delle vie aeree. Si consideri, per esempio, il caso di una particella solida inalata all’interno dei polmoni dove è ragionevole ipotizzare la presenza di un ambiente saturo. In caso di temperatura superficiale della particella solida sufficientemente bassa, questa, potrebbe diventare un nucleo di condensazione, ovvero una particella bagnata. Questa modifica sostanziale delle condizioni di trasporto del virus consentirebbe il ritorno al trasporto in modalità droplet con nucleo solido all’interno dell’albero respiratorio e con la conseguenza che la gocciolina potrebbe impattare la superficie degli alveoli e ivi depositarsi per formare un nucleo di infezione.

2.   Relazione tra carica virale, dimensione della gocciolina e grado igrometrico dell’aria ambiente

Nello studio del moto delle goccioline, ovvero della distanza di sicurezza da mantenere per evitare la diffusione del contagio, si devono considerare anche i fenomeni di natura termo-igrometrica in relazione alle dimensioni della gocciolina stessa. Come mostrato in Figura 1a, l’andamento della superficie totale a disposizione per scambiare calore e massa con l’aria ambiente delle goccioline nebulizzate da un litro di acqua è proporzionale all’inverso del diametro dell’insieme delle goccioline stesse. In Figura 1b è riportato l’andamento della superficie totale per goccioline di diametro compreso fra 0 e 10 µm nebulizzate da un litro di acqua. L’andamento fa sì che i fenomeni di scambio termico e trasferimento di massa per evaporazione aumentino al diminuire del diametro della gocciolina.

Il fenomeno di evaporazione della gocciolina emessa da un soggetto infetto influisce non solo sulla sua gittata, ma anche sulla concentrazione virale della stessa. Per concentrazione virale si intende il numero di virioni per unità di volume. Partendo da considerazioni di tipo geometrico e fisico, si può affermare come una goccia possa contenere un numero di virioni massimo secondo una relazione che dipende dalla dimensione del virione e dalla dimensione (diametro) della goccia stessa. Pertanto, ad ogni gocciolina in grado di trasportare il virus può essere associato un valore massimo in numero di virioni, ovvero una concentrazione massima che andrà poi confrontata con la carica virale minima infettante. Dai dati di letteratura si evince che la dimensione del virione (SARS-CoV-2, considerato sferico, possa variare fra 0.06 e 0.15 μm (Zhu et al., 2020). Pertanto, una gocciolina di diametro inferiore a quella del virione non è in grado di includerlo e di trasportarlo nell’ambiente.

D’altro canto, le goccioline di dimensione maggiore di quelle del virione, e quindi in grado di ospitarne almeno uno, se emesse dal soggetto infetto in un ambiente relativamente secco vedono ridurre progressivamente il proprio volume per evaporazione. Le goccioline, qualora molto piccole, possono quindi evaporare completamente durante il loro percorso, rilasciando in ambiente la propria carica virale prima di raggiungere il bersaglio finale, ovvero molto prima di poter propagare il contagio. Segue che il diametro della gocciolina in grado di trasportare una carica virale significativa fino al soggetto ricevente (bersaglio) va identificata valutando con attenzione il meccanismo sopra descritto di progressiva riduzione del volume della gocciolina per evaporazione.

Si prenda allora in esame il caso di una goccia che raggiunga il bersaglio (soggetto suscettibile) con un diametro pari a 10 μm. Sulla base di semplificazioni di tipo geometrico, ovvero i) ipotizzando goccia e virione di forma sferica, ii) assumendo un grado di riempimento della gocciolina pari al 61% (Benenati & Brosilow, 1962), e

iii) associando al virione una dimensione sferica media pari a 0.1 μm, avremo che il volume di una goccia di diametro pari a 10 μm potrà ospitare al massimo 610.000 virioni, con una concentrazione virale massima di 1165 virioni/μm3. Esiste, dunque, una carica virale massima che ogni gocciolina può trasportare e che è identificabile in maniera univoca note le dimensioni del virione. Nella tabella 1 sono riportati i calcoli in accordo alle ipotesi effettuate.

Se la dimensione della goccia all’emissione fosse di 100 μm a parità di numero di virioni contenuto, ovvero

610.000 virioni, rispetto alla gocciolina da 10 μm vista in precedenza, questa avrebbe avuto in partenza una concentrazione virale pari a 1,165 virioni/μm3, ovvero un millesimo della precedente. Pertanto, durante il processo di riduzione volumetrica per evaporazione, ipotizzando di non perdere virioni dalla goccia di partenza (ipotesi prudenziale), si può affermare che una particella di 100 μm, con concentrazione virale pari a 1,165 virioni/μm3, qualora scendesse fino alle dimensioni di 10 μm di diametro, raggiungerebbe una concentrazione di 1165 virioni/µm3, ovvero mille volte superiore a quella iniziale, e pari a quella massima.

Si può allora affermare che alla riduzione del volume della goccia consegue, in modo inversamente proporzionale, un aumento della concentrazione virale rispetto a quella iniziale rilevata nell’istante di emissione da parte del soggetto infetto, sino al raggiungimento di un valore massimo che è geometricamente identificabile. Pertanto, il soggetto suscettibile (target), in caso di evaporazione incompleta delle gocce, risulterebbe raggiunto da goccioline caratterizzate da dimensione inferiore a quelle iniziali (all’emissione), ma con una concentrazione virale maggiore.

3.   Valutazioni quantitative sul processo di evaporazione della gocciolina infetta

 

Poiché le goccioline di diametro pari o inferiori a 10 μm hanno maggior probabilità di raggiungere le basse vie respiratorie (Gralton et al., 2020), la letteratura medica concorda sul fatto che questa tipologia di goccioline sia la più pericolosa. Tuttavia, il diametro soglia di 10 μm fa riferimento al punto di inalazione da parte del soggetto suscettibile, e non al punto di emissione da parte del soggetto infetto. Dunque, rimane da chiarire quale sia la dimensione critica iniziale della goccia all’emissione.

Si faccia allora riferimento alla Figura 2. Il soggetto infetto emette goccioline, identificate da una propria distribuzione dimensionale e, verosimilmente, aventi la stessa concentrazione virale iniziale. Infatti, è ragionevole pensare che tutte le goccioline, avendo origine nello stesso punto ed essendo prodotte dallo stesso fluido, indipendentemente dalla propria dimensione, abbiano la stessa concentrazione virale all’atto dell’emissione. Lungo la loro traiettoria, le goccioline riducono il proprio volume per effetto della evaporazione, incrementando così la concentrazione virale presente al loro interno. Per fare un esempio: una gocciolina di diametro iniziale pari a 100 μm, riducendo il proprio volume lungo la traiettoria, raggiungerebbe il soggetto bersaglio o si depositerebbe su una superficie inanimata ad una concentrazione virale nettamente superiore a quella di partenza. Viceversa, goccioline di diametro iniziale, pari o inferiori a 10 μm tenderanno ad evaporare completamente prima di raggiungere il soggetto bersaglio. Sulla base di queste considerazioni, si può affermare che la gocciolina da 10 μm, che se inalata ha buone probabilità di raggiungere le superfici respiratorie e veicolare il contagio, fosse in partenza caratterizzata da una dimensione maggiore e da una concentrazione virale inferiore.

Al fine di descrivere il rischio di diffusione del contagio, le dimensioni delle goccioline dovrebbero essere sempre riferite al punto di emissione, ovvero alla partenza dal soggetto potenzialmente infetto, e non al bersaglio, ovvero all’arrivo in prossimità del potenziale target o della superficie su cui la goccia, o ciò che ne rimane a seguito di evaporazione, si deposita. Infatti, in assenza di distinzione fra le dimensioni all’origine e al raggiungimento del bersaglio l’analisi del fenomeno di diffusione trascurerebbe implicitamente l’intensità del fenomeno, ovvero il potenziale impatto negativo della concentrazione virale.

Al fine di chiarire il concetto sopra esposto, è opportuno introdurre la metodologia per il calcolo della gittata per una gocciolina che sta evaporando. In premessa occorre sottolineare che il volume della gocciolina emessa dal soggetto infetto, tenendo conto delle considerazioni fatte sul grado di riempimento, è occupato da acqua solo in parte, mentre la restante parte è occupata dai virioni. Assumendo un grado di riempimento della gocciolina del 61%, solo il 39% del volume della gocciolina risulta costituito da acqua (secrezione liquida). Sulla base delle informazioni note nella letteratura tecnico-scientifica non si può escludere con ragionevole certezza che il tempo che la goccia impiega per evaporare completamente sia pari, nell’esempio riportato, al 39% di quello che la goccia avrebbe impiegato nel caso fosse stata costituita solo da acqua, ovvero in assenza di virioni. D’altro canto, non è noto, per esempio, se i virioni ostacolino il trasferimento di materia per evaporazione trattenendo acqua nella gocciolina. Ugualmente, non è nota la capacità termica del virione, ovvero quanto tempo impiega per raggiungere l’equilibrio termico con l’acqua che lo circonda. Pertanto, il fenomeno di evaporazione sarà studiato assumendo, rispetto ai punti su cui vi è incertezza, la seguente ipotesi: la riduzione, a parità di diametro, del tempo di evaporazione della gocciolina conseguente al minor volume di acqua contenuto per la presenza dei virioni, viene compensata dall’ostacolo che i virioni stessi potrebbero porre in essere con la loro presenza all’evaporazione dell’acqua.

Sono numerosi, ed hanno radici lontane nel tempo, gli studi volti a modellare il processo di evaporazione di una gocciolina sulla base dei principi della termo-fluidodinamica (Wells, 1934; Kukkonen et al., 1989; Ferron & Soderholm, 1990, Xie et al., 2007). Con riferimento ad una gocciolina da 10 μm, si è di seguito implementato il modello proposto da (Xie et al., 2007) su piattaforma Matlab. Per i calcoli sono stati assunti i seguenti valori:

  1. temperatura ambiente pari a 20 °C,
  2. velocità di lancio pari a 9 m/s, ovvero la velocità media delle particelle all’istante di emissione durante l’attività fonatoria (Chao et al., 2009),
  3. assenza di correnti di trasporto, ovvero velocità di trascinamento ambientale

Si consideri il modello di una goccia che evapora con le ipotesi introdotte. Si riportano in Figura 3 i risultati della simulazione effettuata assumendo un grado igrometrico dell’ambiente variabile fra 0% e 95%. La Figura 3 rappresenta il grafico normalizzato del tempo di evaporazione di gocce aventi diametro iniziale rispettivamente pari a 10 µm e 100 µm al variare del grado igrometrico. I risultati sono riferiti a due scale differenti, riportate in ordinata: a sinistra quella relativa alla goccia da 100 micron, a destra quella riferita alla goccia da 10 micron. I tempi di evaporazione sono stati normalizzati rispetto al tempo di evaporazione di una goccia di diametro iniziale pari a 100 µm in un ambiente a grado igrometrico del 90%, ovvero un tempo calcolato pari a 77.2 secondi. I calcoli risultano in accordo con le stime effettuate anche da Xie et al., 2007, riportati in Figura 4 e 5. Il tempo richiesto per l’evaporazione della gocciolina, rappresentato in ordinata, aumenta considerevolmente con il grado di umidità dell’ambiente in cui si trova (riportato in ascissa). Pertanto, poiché il tempo di persistenza della gocciolina aumenta con il grado di umidità, è ragionevole ipotizzare che anche il rischio di diffusione dell’infezione virale aumenti con il grado di umidità dell’ambiente in cui si trovano il soggetto infetto (emittente) ed il soggetto suscettibile (target). È importante osservare che, pur con scale molto diverse (quasi due ordini di grandezza), l’andamento dei tempi di evaporazione in funzione del grado igrometrico è simile per le due goccioline.

Se definiamo la distanza di sicurezza come la distanza oltre la quale si può assumere che la gocciolina emessa dal soggetto infetto sia precipitata in un luogo dove non rappresenti una minaccia, ovvero sia evaporata (e dunque la concentrazione dei virioni sia praticamente nulla ed incapace di infettare), da quanto sopra esposto appare chiaro come la distanza di sicurezza sia significativamente influenzata dal grado igrometrico dell’ambiente in cui la gocciolina si venga a trovare. A conferma di ciò, la Figura 5 evidenzia una notevole impennata del tempo di permanenza per valori del grado igrometrico (RH) superiori al 60-70%.

In Figura 6 è riportato l’andamento nel tempo del volume, in mL, di goccioline aventi diametro iniziale pari a 10 μm, 25 μm, 50 μm, 75 μm e 100 μm in un ambiente caratterizzato da grado igrometrico RH costante, pari al 50%, e temperatura ambiente pari a 20 °C. Il grafico è stato realizzato dagli autori rielaborando dati di letteratura. La gocciolina di diametro pari a 10 μm evapora completamente in una frazione di secondo. La gocciolina da 100 μm dopo 7 sec dall’atto dell’emissione, ovvero a circa metà del processo di completa evaporazione, possiede un volume residuo pari a circa 1.4 x 10-7 mL, ovvero un diametro pari a circa 64 μm. Per quanto sopra esposto, questa riduzione di volume (e diametro) produce una concentrazione virale 3.7 volte superiore a quella iniziale. La gocciolina da 75 μm, nello stesso istante (dopo 7 secondi dalla emissione), possiede un volume residuo pari a circa 2 x 10-8 mL, ovvero presenta un diametro pari a 34 μm, quindi una concentrazione 10 volte superiore a quella iniziale. Come mostra la Figura 5, la gocciolina da 100 μm, dopo circa 15 secondi, risulta quasi completamente evaporata.

È ragionevole pensare che la completa evaporazione della gocciolina possa ridurre il rischio di veicolazione della diffusione di contagio da virus SARS-CoV-2. Infatti, la goccia, raggiunta la propria concentrazione massima in conseguenza alla riduzione per evaporazione del proprio volume, inizia a rilasciare i virioni nell’aria circostante perché non è più in grado di contenerli al proprio interno. Si prenda come riferimento il numero di virioni massimo contenuto in una goccia da 10 μm, ovvero, per quanto visto in precedenza, 610.000 unità. Al ridursi del volume, i virioni che non possono più essere contenuti sono rilasciati in un volume molto piccolo e che circonda la gocciolina evaporata. Supponiamo che questo volume sia pari, ad esempio, ad 1 cm3. Assumendo la completa evaporazione della gocciolina, ovvero il rilascio di tutti i 610.000 virioni, si otterrebbe, nel cm3 di rilascio, una concentrazione virale di 6.1 x 10-7 virioni/μm3. In precedenza, nella gocciolina, si aveva una concentrazione di 1165 virioni/μm3.

Sulla base della letteratura esistente sembrerebbe emergere che la concentrazione virale giochi in vitro un ruolo negativo in riferimento alla velocità di diffusione del virione nelle cellule di colture cellulari (Yin & McCaskill, 1992). Difatti, se è vero che la diffusione dell’infezione nelle colture cellulari è correlata al numero di virioni per cellula, ovvero al parametro MOI (Multiplicity of Infection), è altresì vero che la rapidità con cui i virioni si diffondono dipende dalla concentrazione con cui il virus viene addizionato alla coltura. In altre parole, operando su due colture cellulari aventi lo stesso MOI, ovvero a parità del numero di virioni e di cellule presenti in coltura, se i virioni vengono introdotti con una concentrazione più elevata nella coltura A rispetto alla coltura B, i virioni presenti nella coltura A aggrediranno lo stesso numero di cellule della coltura B, ma in un tempo inferiore. Di conseguenza, alla dispersione in aria dei virioni, ovvero alla riduzione della concentrazione virale, dovrebbe seguire una minore probabilità di infezione. Questo fenomeno trova spiegazione nel fatto che una maggiore concentrazione virale porta a ridurre la distanza media fra cellula e virione. Come conseguenza di ciò, i contatti tra virione e potenziali cellule degli organi in cui il virus penetra, a parità di velocità del moto del virione che incontra la cellula, avvengono in tempi più brevi e, verosimilmente, inversamente proporzionali alla concentrazione stessa. Con riferimento all’esempio sopra illustrato, il rapporto fra le due concentrazioni (quella nella goccia e quella nel cm3 di rilascio) è pari a 1165/(6.1 x 10-7) = 1.909.836.066. In altre parole, la concentrazione virale nel cm3 circostante la goccia evaporata è quasi due miliardi di volte inferiore rispetto alla concentrazione massima nella goccia. Quindi, la concentrazione virale risulta assai elevata e, potenzialmente, con grande capacità infettiva fintantoché i virioni siano contenuti all’interno della gocciolina. In definitiva, la goccia (droplet) funge non solo da veicolo di trasporto del virione, ma anche e da elemento di concentrazione della carica virale.

 

4.   Considerazioni sulla trasmissione airborne

 I virioni rilasciati dalla goccia a seguito della completa evaporazione sono verosimilmente bagnati e, quindi, facilmente confondibili con la goccia. Però, mentre la goccia, se non contiene alcun virione, non può contaminare, il virione, ancorché bagnato sulla superficie e non identificabile come aerosol, può contaminare. È, infatti, verosimile pensare che, in ambiente asciutto, il film liquido evapori rapidamente in ragione del fatto che, per tali dimensioni, il rapporto fra superficie evaporante e massa di acqua è altissimo, come mostrato in figura 1a e figura 1b. In particolare, nel caso specifico, poiché la massa di acqua non occupa l’intero volume ma solo il film esterno, a seguito dell’evaporazione di questo, il virione si trova allo stato naturale.

Data la dimensione del singolo virione, ovvero nell’intervallo [0.06 µm, 0.15 µm], volendo approcciare il problema della mobilità dello stesso in aria, si deve fare riferimento a moti di tipo browniano2 (tipici delle particelle aventi le dimensioni minori o uguali a quelle indicate per i virioni), come schematicamente mostrato in Figura 7. Ora, dal momento che i virioni sono dispersi nel volume di aria inalato, quelli che possono andare a contatto con le cellule dell’albero respiratorio o, comunque, con superfici infettabili sono contenuti in un sottile strato il cui volume si può calcolare come prodotto della superficie di contatto e di uno spessore dz simile alla dimensione del virione.

Il numero di virioni (Nvirioni) contenuti all’interno di un volume di controllo di superficie (A) e di altezza dz (in figura) può essere calcolato mediante l’equazione 6:

𝑁𝑣𝑖𝑟𝑖𝑜𝑛𝑖 = 𝜌𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 × 𝐴 × 𝑑𝑧                                                                                                    (6

Dove ρmedia è la concentrazione virale media assunta pari, per considerazioni precedenti, a 6.1 x 10-7 virioni/μm3. Relativamente all’altezza del volume di controllo (dz) si assume un valore pari alla dimensione media dei virioni, ovvero 0.1 µm. Assumendo una superficie (A) pari a 1 cm2, il numero di virioni contenuti è calcolato in accordo all’equazione 7, ovvero pari a:

Tale valore può essere definito come il numero massimo di contatti possibili per centimetro quadrato, ovvero il numero di contatti nel caso in cui tutti i virioni nel volume di controllo, come sopra definito, vengano captati dalla superficie del bersaglio anziché permanere in sospensione fluida. Pertanto, la probabilità di contatto fra virioni e la superficie respiratoria è bassissima in quanto è ragionevole pensare che i virioni siano distribuiti uniformemente dentro il volume grazie alla tipologia di moto (browniano) che li contraddistingue. Va sottolineato come i virioni, soggetti a moti browniani, anche avvicinandosi notevolmente alla superfice di contatto non necessariamente vadano a depositarsi su di essa. La probabilità di trasmissione dell’infezione con modalità airborne reale risulta pertanto molto più bassa se confrontata con la modalità droplet, mediante goccioline di dimensioni maggiori che si trasferiscono alla superficie bersaglio con meccanismi di intercettazione o di impatto, determinando così un trasferimento di virioni significativo sia per numero che per concentrazione.

5.   Considerazioni sulle modalità di risposta del sistema difensivo umano in caso di trasmissione airborne o droplet

Sulla base di quanto sopra esposto, partendo dalla minore concentrazione virale della modalità di trasmissione airborne rispetto al caso di trasmissione droplet, si può ipotizzare che la probabilità di contagio per trasmissione di tipo airborne possa risultare nulla o trascurabile. Per giustificare questa ipotesi si consideri il concetto di resilienza, ovvero di resistenza alla velocità di cambiamento, e lo si applichi al sistema immunitario umano. L’interazione fra carica virale e superficie polmonare determina una reazione del sistema immunitario che si oppone alla replicazione virale, intesa come formazione di nuove particelle virali nelle cellule infettate dal virus e responsabile di un cambiamento dello stato di salute dell’organismo. Chi scrive ritiene che l’evoluzione del fenomeno, ovvero la capacità del sistema immunitario di contrastare la replicazione virale, dipenda non solo dalla velocità di intervento di questo, ma anche dalla modalità di trasporto del contagio, ovvero airborne o droplet. Si faccia riferimento ai due casi riportati schematicamente in figura 8 e relativi, rispettivamente, al caso di trasporto airborne (CASO 1) e trasporto droplet (CASO 2).

Una schematizzazione di tipo qualitativo della possibile evoluzione nel tempo della carica virale, una volta penetrata nel soggetto suscettibile, per i due casi è riportata in figura 9. Pur essendo ragionevole ipotizzare che, per esempio, la risposta difensiva vada a saturazione dopo un certo periodo di tempo, si suppone, per semplicità, che i fenomeni di aggressione virale e di risposta siano di tipo lineare, quanto meno nelle fasi iniziali del contagio. In entrambi i casi 1 e 2, condizione necessaria per l’arresto della replicazione virale è che la derivata rispetto al tempo della risposta difensiva dell’individuo, ovvero la velocità alla quale il sistema stesso riesce a contrastare il contagio, sia maggiore rispetto alla velocità di replicazione virale. Con riferimento alla figura, condizione geometrica necessaria è che l’angolo αimmunitario sia maggiore degli angoli αcaso 1 e αcaso 2.

Si analizzi il CASO 1. Sulla base delle considerazioni precedenti, la carica virale iniziale nei polmoni è tale da permettere al sistema di difesa di reagire, dopo un certo “tempo morto” che rappresenta il tempo di attivazione del sistema immunitario, con velocità relativamente alta rispetto a quella di propagazione del contagio e, così, di interrompere all’istante t = t1 la replicazione virale e, di conseguenza, la persistenza del virus nel soggetto.

Nel CASO 2, invece, il sistema di difesa paga lo scotto di una elevata carica virale iniziale e, dunque, potrebbe intercettare la curva di crescita della carica virale nel soggetto infettato dopo un tempo t molto maggiore rispetto al caso airborne (CASO 1), ovvero non intercettarla mai. Quest’ultima condizione corrisponde al decesso dell’individuo.

Pertanto, l’analisi proposta permette di effettuare una valutazione di tipo previsionale rispetto alle fasi iniziali dello sviluppo del contagio, una volta nota la carica virale di partenza del soggetto infetto e la modalità di trasferimento del virus al bersaglio (droplet o airborne). In particolare, se l’intersezione tra risposta del sistema immunitario e diffusione del virus avviene all’insorgenza dell’attacco virale, probabilmente, il soggetto bersaglio mostrerà una risposta di tipo asintomatica.

Sulla base delle considerazioni precedenti, l’angolo αcaso1 ,caso2 rappresenta la velocità di replicazione virale e, nel modello matematico presentato sembrerebbe essere funzione della concentrazione virale con la quale il soggetto target viene a contatto. Di conseguenza, a parità di tempi di risposta del sistema difensivo umano all’aumentare della concentrazione virale corrisponderebbe una maggiore velocità di replicazione virale. Dunque, tenuto conto del tempo di attivazione della risposta difensiva, all’aumentare della concentrazione virale, in soggetti con stessa risposta difensiva (stesso αimmunitario), corrisponderebbe una dilagazione dell’infezione virale maggiore. Pertanto, a parità di numero di virioni trasportati, le goccioline che a seguito di evaporazione vedono diminuire il loro volume e, al contrario, aumentare la propria concentrazione virale sono caratterizzate da una maggiore pericolosità in termini di capacità di trasmissione del contagio da SARS- CoV-2. In Tabella 2 si introduce una scala qualitativa di pericolosità delle modalità di trasmissione del virus SARS-CoV-2.

 

Sulla base delle considerazioni sin qui esposte risulta evidente l’importanza di studiare, quando si parli di trasmissione droplet, le goccioline all’atto dell’emissione per poi seguirne l’evoluzione fino all’eventuale contatto con il soggetto ricevente. In realtà le goccioline che raggiungono il bersaglio con diametro inferiore o uguale a 10 μm hanno, in un ambiente ad umidità controllata, un diametro ben maggiore all’emissione e, dunque, una concentrazione virale maggiore di quella che è presente nel soggetto infetto fonte di contagio. Le considerazioni proposte danno ragione alla classificazione di trasporto airborne e droplet inizialmente suggerita e ci consentono di affermare che il virus che “nasce” droplet, droplet deve rimanere per conservare la propria capacità infettiva.

6.   Distribuzione dimensionale e concentrazione virale delle goccioline emesse con atto fonatorio e tosse da un soggetto infetto

Si consideri ora l’emissione di goccioline da parte di un soggetto infetto: per arrivare ad identificare la distanza di sicurezza, così come definita precedenza, ci si chiede quante delle goccioline emesse riescano a raggiungere il bersaglio e con quale concentrazione virale. Diviene quindi indispensabile effettuare delle valutazioni in merito alla distribuzione dimensionale (numero e dimensione) delle goccioline emesse, così come al loro contenuto di virioni.

Rispetto al primo punto, si assuma che le goccioline siano emesse per colpo di tosse e per attività fonatoria. Non sono quindi considerate, nel caso di studio, le emissioni di goccioline conseguenti, per esempio, a starnuti o durante la respirazione. Nella letteratura scientifica, sebbene siano stati effettuati numerosi studi al riguardo, si evidenzia come “i risultati siano fra di loro inconsistenti in virtù delle differenti metodologie e strumentazione utilizzata per lo scopo” (Han et al., 2015) come dimostrato dalla review di Rawlinson et al. (2010). Chi scrive, allo stato dell’arte, non ha strumenti ed informazioni tali da poter validare o confutare i dati proposti da vari autori e riportati in tabella 3 per attività fonatoria e in tabella 4 per colpo di tosse. Per esempio, con riferimento alle due tabelle Xie et al. (2009) identificano come intervallo predominante per fonazione e colpo di tosse l’intervallo dimensionale compreso fra [50 μm, 75 μm] mentre altri ricercatori, fra cui quelli del gruppo di Morawska et al. (2008), identificano tale intervallo per valori inferiori a 10 μm. Sulla base di tale inconsistenza, si ritiene necessario identificare un protocollo di prova standardizzato, rigoroso volto ad identificare univocamente la distribuzione dimensionale di goccioline di saliva/secrezioni emesse dall’essere umano durante le varie attività.

 

Dbouk & Drikakis, (2020) hanno interpolato i dati di Xie et al. (2009) relativi alla distribuzione dimensionale delle goccioline emesse per fonazione come riportati in Figura 10. In particolare, l’articolo citato stima pari a 760 il numero totale di gocce mediamente emesse per attività fonatoria da un soggetto che conta da 1 a 100 (quindi un’attività fonatoria continua di durata pari a circa un minuto e mezzo), rilevando il numero di gocce emesse sperimentalmente senza l’utilizzo di coloranti alimentari. L’articolo, tuttavia, riporta per alcuni soggetti un valore massimo di gocce pari a 2749.

Volendo rappresentare i dati di Figura 10 con il diagramma di Pareto3, con riferimento ai dati di Xie et al., (2009), circa il 79% (=51.1+19.3+8.3) delle gocce emesse risulterebbe compreso nell’intervallo [50 µm, 125 µm] come risulta dai dati riportati in Figura 11.

Relativamente al colpo di tosse si riporta in Figura 12 l’elaborazione dei dati come riportati da Xie et al. (2009). Rispetto all’atto fonatorio, l’articolo citato stima pari a 800 il numero totale di gocce mediamente emesse da un soggetto che tossisce 20 volte. L’articolo, tuttavia, riporta per alcuni soggetti un valore massimo pari a 1331 gocce. Anche in questo caso, i dati si riferiscono a prove in assenza di coloranti alimentari per la rilevazione delle gocce. Rispetto al caso di atto fonatorio, le goccioline emesse hanno dimensione, mediamente, più grande, come si può osservare dal confronto riportato in Figura 13.

Volendo rappresentare i dati di Figura 12 con il diagramma di Pareto, con riferimento ai dati di Xie et al., (2009), circa il 77% (=30.8+23.4+15.0+7.4) delle gocce emesse risulterebbe compreso nell’intervallo [50 µm, 200 µm] come risulta dai dati riportati in Figura 14.

 

Il secondo parametro da tenere in considerazione per le valutazioni sulla distanza di sicurezza è la concentrazione virale nella secrezione liquida costituente le gocce emesse dal soggetto infetto. Tale valore presenta un’elevata variabilità rendendo quindi necessario, sulla base delle informazioni allo stato dell’arte, identificare un intervallo di valori. In particolare, Carlos Cordon-Cardo et al. (2020) riportano un valore medio misurato nei soggetti positivi pari a 105.6 virioni/mL mentre Kleiboeker et al. (2020), su un campione di 4428 soggetti risultati positivi al SARS-CoV-2, indicano come valore massimo e valore minimo di concentrazione virale rispettivamente pari a 1010.42 e 100.91 virioni /mL. A questo proposito occorre però sottolineare che le cariche virali presenti nelle secrezioni variano da soggetto a soggetto e in particolare nelle varie fasi di malattia, a partire dal periodo pre-sintomatico (Sethuraman at al., 2020). Per quanto riguarda i soggetti asintomatici e sintomatici, un altro lavoro molto recente di ricercatori italiani riferito alla esperienza di Vo’ Euganeo e pubblicato su Nature (Lavezzo et al., 2020) ha dimostrato che la carica virale è simile e dipendente dal tempo trascorso dall’inizio dell’infezione.

7.   Valutazioni quantitative per l’identificazione della distanza di sicurezza dal punto di emissione

Per valutare la distanza di sicurezza al fine di minimizzare il rischio di contagio occorre considerare la gittata delle gocce emesse, ovvero la distanza alla quale queste possono arrivare una volta emesse da un individuo (Figura 15). L’elemento chiave per valutare la gittata è il tempo di persistenza della gocciolina emessa da un soggetto infetto nell’ambiente. Infatti, teoricamente, dopo un certo tempo, che dipende anche dalle dimensioni iniziali, la gocciolina sarà completamente evaporata oppure caduta al suolo prima di essere evaporata. Il tempo di permanenza in aria, dunque, è correlato alla traiettoria percorsa dalla gocciolina dopo essere stata emessa dal soggetto infetto. Tuttavia, al di fuori di condizioni controllate come quelle di laboratorio, non è semplice determinare nei casi reali sia il tempo di permanenza in aria che la distanza percorsa dalle goccioline.

Assumendo valori per l’umidità relativa negli ambienti compresa fra RH=50% e RH=90%, in Figura 16 si sono calcolati i tempi necessari per la completa evaporazione delle goccioline con diametro iniziale compreso fra [50 µm, 125 µm], ovvero l’intervallo dimensionale predominante come supposto da Xie et al. (2009). Si ritiene che il valore di RH minimo pari al 50% sia ragionevole poiché scendendo al di sotto di tale limite si potrebbero verificare condizioni di discomfort termoigrometrico per gli occupanti dei locali.

Per utile comparazione del tempo di evaporazione ottenuto considerando l’intervallo predominante come indicato da Xie et al. (2007), si riportano in Figura 17 i tempi di completa evaporazione per goccioline di dimensione compresa fra [1µm, 10µm], ovvero il range di dimensioni che risulterebbe predominante così come ipotizzato da Morawska et al. (2009), Chao et al. (2009), Morawska et al. (2011). Come riportato in figura 17, i tempi di evaporazione risultano inferiori a 2.5 s, valore massimo calcolato nel caso di gocciolina di diametro iniziale pari a 10 μm e umidità ambiente pari al 90%. Pertanto nelle valutazioni seguenti, in virtù dell’inconsistenza dei risultati sulla granulometria delle gocce riportata in letteratura, a beneficio di sicurezza si considera il caso di distribuzione dimensionale per le gocce emesse in accordo a Xie et al. (2009).

Valutare la gittata teorica è comunque fondamentale per identificare un riferimento oggettivo, utile per identificare un valore della distanza di sicurezza oltre alla quale è possibile ritenere improbabile il rischio di contagio. Per determinare la gittata teorica di goccioline non soggette a moti browniani occorre impostarne l’equazione del moto e, dunque, effettuare il bilancio delle forze che agiscono su di essa: i) forza di gravità (Fgrav), ii) forza di galleggiamento o spinta idrostatica (Flift) e iii) forza resistente del fluido (cioè l’aria) che si oppone al moto della particella (Fres). Assumendo la gocciolina come una sfera di diametro all’emissione dg, valgono le equazioni vettoriali 8, 9 e 10:

Dove ρgoccia e ρfluido sono, rispettivamente, la densità della gocciolina e del fluido all’interno del quale si muove la gocciolina (kg/m3), g è l’accelerazione di gravità pari a 9.81 m/s2, Cr è un coefficiente adimensionale che dipende dal parametro Res (Reynolds del solido/liquido), u è la velocità relativa della particella rispetto al fluido in  cui si  muove  (m/s),  mentre  𝑢̂  è  il versore  del  vettore  velocità. Il  parametro adimensionale  Res  è calcolato in accordo all’equazione 11:

dove μfluido è la viscosità dinamica del fluido in cui si muove la gocciolina (Pa s).

La legge del moto della gocciolina si scrive in accordo all’equazione 12, dove mgoccia è la massa della gocciolina ed 𝑎→ è il vettore accelerazione della gocciolina.

Inoltre, la risoluzione della legge del moto deve tener conto del processo di evaporazione che determina una variazione del volume della gocciolina, quindi del diametro, nel tempo in funzione delle condizioni termoigrometriche dell’ambiente, quali i) temperatura e ii) umidità relativa.

Data la complessità legata alla risoluzione del problema, si assume, in accordo al modello proposto da Xie et al. (2007), che i) l’emissione di goccioline avvenga assieme all’emissione di una corrente di aria che si suppone alla stessa velocità assiale (orizzontale) delle goccioline e che ii) tale emissione possa essere schematizzata come un jet non-isotermo. In particolare, il jet può essere definito come il cono il cui vertice ed il cui asse di simmetria coincidono, rispettivamente, con il punto e con la direzione di emissione e la cui equazione parametrica è definita in accordo alla metodologia proposta nell’articolo citato.

Le considerazioni seguenti saranno valide per il caso di colpo di tosse. In particolare, da Figura 18 in avanti la superficie esterna del jet, calcolato per velocità di lancio delle goccioline pari a 10 m/s, ovvero tipiche di un colpo di tosse, è evidenziata in blu. Inoltre, le valutazioni fanno riferimento alle seguenti condizioni ambientali: temperatura dell’aria pari a 20 °C e umidità dell’aria pari a RH=50%. Analizzando la Figura 18, si deduce che:

  • Le gocce che vengono emesse con diametro uguale o maggiore di 100 µm non evaporano completamente prima di aver raggiunto il In particolare, una volta che la goccia sia fuoriuscita dal jet la componente di moto orizzontale è praticamente nulla;
  • Le gocce che vengono emesse con diametro pari a 40 µm sono quelle che percorrono la distanza orizzontale maggiore prima di scomparire per evaporazione (a circa 2.2 m dal punto di emissione) e che permangono ad altezza elevata.

Partendo dai risultati riportati in Figura 18, per le valutazioni seguenti si assume:

  • L’emissione delle goccioline per colpo di tosse può essere descritta con la distribuzione dimensionale proposta da Xie et (2009) e mostrata in Figura 12. Si ricorda che la distribuzione dimensionale utilizzata per le valutazioni seguenti è riferita a 20 colpi di tosse.
  • La concentrazione virale della secrezione liquida è considerata come riportato nel precedente
  • Il volume di aria all’interno del cono di emissione di altezza pari a 2 m e raggio di base 0.5 m (volume in blu nella Figura 18) risulta pari a 5.8 x 105 mL.
  • Le goccioline di diametro all’emissione superiore a 60 µm fuoriescono dal cono di emissione prima di essere completamente evaporate. Pertanto, i virioni in esse contenuti, qualora rilasciati prima di aver raggiunto il suolo, non contribuiscono all’aumento della concentrazione virale all’interno del cono di

Si valutano allora i tre casi seguenti:

CASO 1. La secrezione liquida emessa dal soggetto infetto ha concentrazione virale  media pari a 106 virioni/mL:

  • Trasmissione droplet. Rielaborando i dati di Xie at al. (2009) relativi alla distribuzione dimensionale delle gocce emesse risulta che il 2% del totale, quindi circa 50 gocce su 800, ha diametro compreso fra [40 µm, 50 µm]. Tali gocce, come mostrato in Figura 18, sono quelle caratterizzate dalla maggiore gittata e, dunque, sono potenzialmente le più pericolose. Sulla base della concentrazione virale assunta all’emissione, le gocce emesse con diametro iniziale pari a 40 µm possono veicolare 0.034 virioni/goccia. Pertanto, su 30 gocce emesse, in media solamente una goccia contiene un virione. Le gocce emesse con diametro iniziale pari a 60 µm, invece, possono veicolare 0.113 virioni/goccia, ovvero su 9 gocce emesse, mediamente, solo una contiene un virione. Viceversa, le gocce che all’emissione presentano un diametro compreso fra [60 µm, 125 µm] costituiscono il 62.6% del totale, quindi 476 gocce su un totale di 800. Sulla base della concentrazione virale all’emissione, le gocce emesse con diametro iniziale pari a 125 µm possono veicolare 1.02 virioni/goccia, ovvero ogni goccia emessa contiene in media un virione.
  • Trasmissione airborne. I virioni rilasciati a seguito di evaporazione delle goccioline e soggetti a moti browniani si diffondono in tutto il volume di controllo. In particolare, il numero di virioni rilasciato a seguito di evaporazione delle gocce all’interno del volume di controllo è pari a 2.5 virioni nel caso di emissione di 800 goccioline. La concentrazione virale veicolata in modalità airborne all’interno del cono di controllo (che, giova ricordare, ha volume pari a 8 x 105 mL) risulta pari a 4.3 x 10-6 virioni/mL.

Rispetto all’ultimo punto occorre sottolineare che il basso indice di pericolosità per la modalità di trasmissione airborne, come proposto in tabella 2, è giustificabile in quanto:

  1. i virioni, soggetti a moti browniani, si diffondono in tutto il volume di controllo dando luogo a concentrazioni virali relativamente basse rispetto al caso di trasporto Infatti, nonostante sia ragionevole pensare che solo una parte delle goccioline emesse dal soggetto infetto raggiunga il soggetto suscettibile, la probabilità di contagio tramite droplet è maggiore in virtù dei meccanismi di urto o impatto con le superfici respiratorie come precedentemente descritto.
  2. proprio grazie ai moti browniani, la probabilità di deposizione sulle superfici interne dell’organismo dei virioni veicolati in modalità airborne è ulteriormente diminuita dal momento che si può supporre come solo una piccola parte di virioni si vada a depositare nelle vie aeree del soggetto ricevente.

CASO 2. La secrezione liquida emessa dal soggetto infetto ha concentrazione virale massima nell’intervallo considerato, ovvero pari a 1011 virioni/mL:

  • Trasmissione droplet. Sulla base della concentrazione virale all’emissione, il numero di virioni mediamente veicolato per singola goccia di diametro iniziale pari a 40 µm risulta circa 3351 virioni/goccia, raggiungendo il valore di 11310 virioni/goccia per gocce di diametro pari a 60 µm.
  • Trasmissione airborne. Sulla base delle ipotesi precedenti, il numero di virioni rilasciato a seguito di evaporazione delle gocce all’interno del volume di controllo è pari a 247.433 virioni nel caso di emissione di 800 goccioline. La concentrazione virale all’interno del cono di emissione, nel caso di concentrazione virale all’emissione massima, risulta 43 virioni/mL, ovvero 1 virione ogni 2.3 mL.

CASO 3. La secrezione liquida emessa dal soggetto infetto ha concentrazione virale minima, ovvero pari a 101 virioni/mL:

  • Trasmissione droplet. Sulla base della concentrazione virale all’emissione, il numero di virioni mediamente veicolato per singola goccia di diametro iniziale pari a 40 µm risulta circa 35 x 10-7 virioni/goccia, ovvero su 2.985.075 gocce emesse, mediamente solo una contiene un virione. Nel caso di diametro iniziale pari a 60 µm risulta un valore pari a 1.13 x 10-6 virioni/goccia, ovvero su 884.956 gocce solo una contiene un virione. Nel caso di diametro iniziale di 125 µm è calcolato un valore di 1.02 x 10-5 virioni/goccia, ovvero su 98.039 gocce, statisticamente, solo una contiene un virione.
  • Trasmissione airborne. Sulla base delle ipotesi precedenti, il numero di virioni rilasciato nel volume di controllo a seguito di evaporazione delle gocce emesse per tosse, così come descritto dal protocollo di Xie et (2009), risulterebbe pari a 2.47 x 10-5 virioni nel caso di emissione di 800 goccioline. La concentrazione virale all’interno del cono di emissione, nel caso di concentrazione virale all’emissione minima, risulta 4.3 x 10-11 virioni/mL, ovvero 1 virione ogni 23.256 m3.

Si sintetizzano in tabella 5 e in tabella 6 i risultati ottenuti combinando le due modalità di trasporto del virus con tre differenti cariche virali del soggetto infetto nel caso di tosse.

Sulla base delle considerazioni sin qui esposte, possiamo ulteriormente avvalorare il modello già noto nelle modalità di trasmissione delle malattie infettive che vede in gioco una triade: il microrganismo (vie di eliminazione da parte del soggetto infetto e modalità di ingresso nel soggetto suscettibile, carica infettante, capacità replicativa, etc.); il soggetto target (caratteristiche del soggetto, età, genere, stato del sistema immunitario, patologie concomitanti, etc.) e ambiente (caratteristiche fisico-chimiche, etc.) (Rothman, 1976). In particolare, il soggetto infetto da SARS-CoV-2 la cui secrezione orale è caratterizzata dalla concentrazione virale massima, ovvero 1011 virioni/mL potrebbe avere un elevato potenziale infettante rispetto ad un soggetto suscettibile posto ad una distanza inferiore alla distanza di sicurezza. Le caratteristiche del soggetto bersaglio nonché le caratteristiche ambientali, devono comunque essere tenute in considerazione, Dalla combinazione di questi fattori possiamo cercare di capire come si diffonda nelle comunità l’infezione con vari gradi di severità. Pujadas et al. (2020), per esempio, dimostra come la carica virale sia un predittore di mortalità nei pazienti gravi e ospedalizzati. Il modello di diffusione di SARS-CoV-2 in realtà non è un modello deterministico, ma risponde a logiche probabilistiche e gli stessi input non producono sempre gli stessi output. Queste modalità sono evidenziate anche da numerosi casi di studio empirici che mettono in evidenza come nei confronti di SARS-CoV-2 possano esistere individui “superspreader” e eventi “superspreading” a differenza che per altre malattie virali, quali l’influenza, che seguono modelli più di tipo deterministico. Questa modalità di diffusione attraverso cluster è già stata descritta per MERS e SARS-CoV-1, ma sembra ancora più evidente per SARS-CoV-2. Numerose modellizzazioni matematiche affiancate da dati empirici, mostrano come l’80% dei casi secondari dipenda da meno del 20% dei soggetti infetti (Endo et al., 2020). La carica virale e le modalità comportamentali del soggetto infetto e del soggetto target, nonché le loro caratteristiche individuali, potrebbero spiegare perché un soggetto si comporta diversamente da un altro, ma le situazioni ambientali, comprese le distanze fra gli individui, le condizioni termo-igrometriche soprattutto in ambienti confinati potrebbero rendere ragione della restante parte della diffusione per gruppi. La maggior parte dei casi di cluster riportati in letteratura è avvenuta in ambienti indoor, scarsamente ventilati, in cui un gran numero di persone si è radunato per un periodo di tempo prolungato, come per esempio nel caso di cerimonie religiose, palestre, ristoranti, ambienti di lavoro confinati e senza distanziamento sociale (esempio il caso relativo ad un call center a Seul) (Jeong et al., 2020) (Kupferschmidt, 2020). In particolare, alcuni setting sono stati collegati con maggiore frequenza a eventi di superspreading, tra i quali dormitori e impianti di processazione della carne in USA e Nord Westfalia-Germania (bassa temperatura, alta umidità relativa e sovraffollamento) (). Inoltre, alcune attività sono state evidenziate come a più alto rischio, quali parlare ad alta voce (tifosi negli stadi) o cantare (come ad esempio nel caso dei cori (Hamner et al., 2020)). Qui vale la pena di sottolineare come a tutte le situazioni descritte corrisponda una condizione ambientale ad altissimo grado igrometrico RH.

D’altro canto invece, per quanto riguarda sia la concentrazione virale minima che quella media misurata in soggetti positivi al SARS-CoV-2, ovvero 101 virioni/mL e 106 virioni/mL, rispettivamente, sulla base dei risultati sopra esposti è lecito esprimere qualche dubbio sulla reale capacità di trasmissione del contagio, così come sull’impatto del virus sul soggetto eventualmente contagiato. Come già detto, ed in accordo con il modello rappresentato in Figura 9, le basse concentrazioni virali dovrebbero permettere al sistema immunitario di reagire con velocità relativamente alta rispetto a quella di propagazione del contagio, interrompendo in tal modo la replicazione virale in tempi brevi. Questo fenomeno trova spiegazione nel fatto che una maggiore concentrazione virale porta a ridurre la distanza media fra cellula e virione, e quindi i contatti, a parità di velocità del moto del virione che incontra la cellula, avvengono in tempi più brevi e, verosimilmente, inversamente proporzionali alla concentrazione stessa.

Sulla base delle precedenti considerazioni ed evidenze da casi di studio si può giustificare la presenza di sia di eventi superspreading sia di soggetti “Super- Spreader”, ovvero di soggetti positivi al SARS-CoV-2 in grado di infettare un numero elevato di soggetti suscettibili come ad esempio riportato nello studio di Zheng et al. (2020) in cui, in condizioni favorevoli, un solo soggetto sembrerebbe aver infettato il 33% delle persone con cui era venuto a contatto, una percentuale circa 5 volte superiore all’indice di trasmissione medio riscontrato nella stessa città.

Con riferimento alla Figura 18, la distanza per evitare la diffusione del contagio fra soggetto infetto e soggetto ricevente nel caso di colpo di tosse dovrebbe essere assunta almeno pari a 2.2 metri. La distanza di sicurezza così definita si riferisce a specifiche condizioni termoigrometriche, ovvero temperatura dell’aria pari a 20 °C e umidità relativa RH pari al 50%. Dalle considerazioni sul tempo di evaporazione al variare del grado igrometrico discende in maniera molto chiara come il controllo del grado igrometrico RH assuma un ruolo decisivo nel calcolo della distanza assiale che le goccioline riescono a percorrere, e quindi della determinazione della distanza di sicurezza. Si riportano in Figura 19 i casi calcolati da Xie et al. (2007) per goccioline da 20 µm e 40 µm per tre diversi valori del grado igrometrico in ambiente. Il risultato conferma come, con particolare riferimento alle goccioline di 20 µm, il controllo dell’umidità relativa in ambiente garantisca una minore distanza percorsa dalla gocciolina prima della sua completa evaporazione, ovvero al passaggio da trasmissione droplet ad airborne.

Sulla base del fatto che la relazione fra gittata di una goccia evaporante, temperatura ambiente, umidità relativa ambiente e velocità di lancio non è lineare, ma dipende dalla risoluzione dall’equazione di equilibrio delle forze e di quelle di trasferimento di massa e di energia, la metodologia proposta consente di determinare la distanza di sicurezza in differenti condizioni termoigrometriche ovvero in differenti modalità di emissione delle gocce, per esempio nel caso di fonazione.

8.   Conclusioni

 Controllare la diffusione del virus SARS-CoV-2 in ambienti confinati quali, per esempio, uffici, aule scolastiche o mezzi di trasporto, è fondamentale per garantire lo svolgimento in sicurezza di tutte quelle attività che richiedono interazione e permanenza di più persone in luoghi chiusi.

In mancanza di una terminologia rigorosa e univocamente accettata come quella proposta dallo studio per le modalità di diffusione del virus SARS-CoV-2 e, in particolare, per quelle cosiddette “airborne” e “droplet”, non sarebbe possibile identificare le modalità di trasmissione che determinano la maggior probabilità di contagio, ovvero attuare le contromisure più efficaci alla minimizzazione del rischio.

Sulla base di tale terminologia, lo studio dimostra che ciò che nasce droplet muore droplet, ovvero che la trasmissione per via diretta può avvenire efficacemente solo attraverso goccioline comunque emesse da un soggetto infetto.

Pertanto, l’analisi della modalità di trasmissione del virus SARS-CoV-2 da persona a persona in ambiente confinato può essere limitata a valutare la capacità delle goccioline emesse di raggiungere una determinata distanza in funzione della dimensione (massa), della velocità iniziale con cui sono emesse dal soggetto infetto, e delle condizioni termo-igrometriche (ovvero temperatura e grado di umidità) e fluidodinamiche (correnti convettive, dovute a differenze di temperatura, o forzate, dovute a ventilatori, areazione tramite l’apertura di finestre in presenza di vento) dell’aria nell’ambiente in cui la gocciolina viene emessa.

La definizione stessa di una “distanza di sicurezza”, pertanto, non deve e non può basarsi esclusivamente su considerazioni di tipo aerodinamico (massa, velocità della gocciolina, resistenza in aria, ecc.), ma deve ricomprendere anche una valutazione sull’influenza che può avere il grado di umidità dell’aria ambiente nel favorire o sfavorire la permanenza della gocciolina infetta nell’ambiente.

Come riportato, le goccioline emesse sono caratterizzate da una distribuzione dimensionale che è funzione della modalità con cui vengono emesse, ovvero con atto fonatorio, colpo di tosse, starnuti o semplice respiro. In riferimento al caso di studio riportato, si osserva che:

  • Le goccioline emesse di dimensioni maggiori, ovvero nell’ordine dei 100 micron, tendono a cadere al suolo prima di essere evaporate ad una distanza inferiore al metro e In condizioni termoigrometriche favorevoli, ovvero di elevata umidità, tali goccioline potrebbero permanere sulla superficie di arrivo per molto tempo. Al ridursi dell’umidità nell’aria ambiente, viceversa, la goccia, evaporando, tenderebbe a ridurre progressivamente il proprio volume lungo la traiettoria aumentando la propria concentrazione virale sino a scomparire con rilascio dei virioni contenuti. Questi, i virioni,inizierebbero un trasporto cosiddetto “airborne”, ovvero di particelle solide trasportate per via aerea. In tal caso, le bassissime concentrazioni virali e la probabilità dei virioni di depositarsi sulla superficie di contatto in conseguenza al moto casuale browniano che li caratterizza, dà ragione di un rischio di diffusione del contagio trascurabile rispetto al caso droplet.
  • Le goccioline più piccole presentano potenzialmente una maggiore capacità di diffusione ad ampio raggio (sino a 2 metri per goccioline di 40 micron nel caso di studio proposto), ma minore carica virale (numero di virioni contenuti a parità di concentrazione dell’emittente). In condizioni termoigrometriche sfavorevoli, potrebbero neutralizzarsi, vaporizzandosi completamente, una volta espulsa dal soggetto infetto, nel giro di qualche secondo. Per diametri più piccoli il tempo necessario può essere calcolato in frazioni di secondo, e comunque molto più rapidamente delle goccioline di dimensione maggiore sopra citate. D’altro canto, se le condizioni termo-igrometriche fossero favorevoli, la gocciolina, in particolare quella di minore dimensione, potrebbe permanere “in sospensione” nell’ambiente, costituendo un pericoloso veicolo di contagio.
  • Una goccia che parte con un diametro relativamente grande ed evapora, lungo la traiettoria, potrebbe arrivare al “bersaglio” con la stessa carica virale (qualora essa non venisse dispersa in ambiente), ma con concentrazione assai più elevata proprio in ragione della diminuzione del volume della gocciolina. Tale condizione, come osservato dallo studio, rappresenta quella di maggior rischio in quanto, a parità di tempo morto e velocità di risposta del sistema di difesa umano, all’aumentare della concentrazione virale corrisponderebbe un dilagare dell’infezione maggiore.

Pertanto, sulla base di tali osservazioni, si può affermare che il tempo di persistenza della goccia, ovvero la “distanza di sicurezza”, è funzione del grado igrometrico nell’aria ambiente.

Pertanto, qualora si voglia dare significato al concetto di distanza di sicurezza occorre controllare il grado igrometrico. Infatti, in un ambiente confinato in cui è presente almeno un individuo, le condizioni termoigrometriche dell’aria ambiente non sono costanti nel tempo.

Quindi, ritenersi in sicurezza rispettando la distanza interpersonale in un ambiente confinato implica la necessità di adottare soluzioni tecniche atte a controllare il grado igrometrico. In assenza di ciò, se, per esempio, l’emissione di vapore d’acqua nell’ambiente fosse tale da raggiungere le condizioni di saturazione, a quel punto, il concetto di distanza di sicurezza crollerebbe in conseguenza della persistenza in sospensione delle goccioline di minore dimensione per un tempo teoricamente infinito.

Il controllo del grado igrometrico è dunque l’unico elemento che garantisce il significato e l’efficacia del concetto di “distanza di sicurezza” in contrasto alla diffusione del contagio di SARS-CoV-2. La sola aerazione ciclica dei locali, in assenza di dispositivi per il controllo dell’umidità (deumidificatori), potrebbe comportare, in taluni casi, un peggioramento delle condizioni termoigrometriche nell’ambiente confinato qualora fossimo in presenza, ad esempio, di alta umidità nell’aria esterna, per effetto della pioggia o per la presenza di nebbia o per la diminuzione della temperatura ambiente fino a raggiungere e superare la temperatura del punto di rugiada, ovvero se l’apertura della finestra comportasse una robusta e repentina ventilazione per la presenza di vento che aiuterebbe, senza dubbio, la trasmissione delle gocce nell’ambiente confinato.

Pertanto, sotto certe condizioni termo-igrometriche ambientali, occorre ammettere che l’ambiente interno di un locale ad uso pubblico, correttamente condizionato, è da preferirsi rispetto a quello esterno in riferimento alla diffusione del contagio da SARS-CoV-2.

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Il martello o la danza: rileggere Pueyo alla luce dei fatti

20 Gennaio 2022 - di Paolo Musso

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Le vicende dei paesi del Pacifico, così ben documentate su questo sito dagli articoli di Silvia Milone, richiedono a mio avviso un ripensamento, almeno parziale, del giudizio sugli articoli di Tomas Pueyo, che sono da molti ritenuti il miglior “manuale di istruzioni” per la gestione del Covid-19.

Pueyo, che non è né un medico né un biologo, ma sostanzialmente un esperto di informatica, anche se ha studiato un po’ di tutto, si è imposto all’attenzione generale con un articolo intitolato Coronavirus: Why you must act now (Coronavirus: perché dobbiamo agire adesso, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-act-today-or-people-will-die-f4d3d9cd99ca). Apparso il 10 marzo 2020 sulla piattaforma digitale Medium, in soli 9 giorni l’articolo ha avuto oltre 40 milioni di visualizzazioni e 53 traduzioni spontanee fatte dagli utenti di Internet per un totale di ben 42 lingue (43 contando l’inglese dell’originale), risultando ancor oggi l’articolo sul Covid più letto in assoluto.

Nonostante l’articolo, lungo ben 31 pagine, contenesse decine di grafici e tabelle, il concetto che intendeva comunicare era fondamentalmente uno solo e anche abbastanza semplice, benché della massima importanza: le epidemie presentano una crescita di tipo esponenziale, per cui bisogna agire con la massima decisione il più presto possibile, anche se la situazione non sembra ancora così grave da giustificare misure drastiche, perché guadagnare anche solo pochi giorni può fare un’enorme differenza.

Purtroppo, al grande interesse teorico per l’articolo di Pueyo non fece seguito una sua coerente traduzione in pratica, perché, come più volte è stato spiegato su questo sito da me e da altri, a cominciare da Ricolfi, i governi occidentali, seguendo il (pessimo) esempio di quello italiano guidato da Giuseppe Conte, fecero esattamente il contrario, rincorrendo l’andamento dell’epidemia anziché anticiparlo. Così ben presto ci si ritrovò con un livello elevatissimo di contagi, proprio come Pueyo aveva previsto.

Nel frattempo, però, appena 9 giorni dopo, il 19 marzo, Pueyo aveva già pubblicato il suo secondo articolo, The hammer and the dance (Il martello e la danza, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-hammer-and-the-dance-be9337092b56), in cui intendeva spiegare come dovevano comportarsi quei paesi (tra cui l’Italia) nei quali il virus si era ormai diffuso su vasta scala. L’idea di base era anche qui abbastanza semplice: in un primo tempo occorre usare il “martello”, cioè delle misure restrittive molto dure per abbattere i contagi, dato che se questi sono troppo numerosi nessun metodo di contenimento può funzionare, per poi passare non appena possibile alla “danza”, cioè, appunto, a un metodo di contenimento, che per Pueyo, come vedremo fra poco, coincide di fatto con il metodo coreano.

Il 2 aprile uscì Out of many, one (Dai molti, uno, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-out-of-many-one-36b886af37e9), dedicato specificamente alla situazione degli Stati Uniti (il titolo dell’articolo riprende infatti il motto “E pluribus unum” che compare nel loro stemma), che perciò non considererò, se non per notare che anche qui la sua stella polare continua ad essere la Corea del Sud e che per la prima volta Pueyo afferma chiaramente e dimostra persuasivamente che la strategia eliminativa è non solo più efficace, ma anche meno costosa di quella che punta alla sola mitigazione («a Suppression strategy would likely be less costly than a Mitigation strategy», p. 26): un concetto, questo, che i governi occidentali sembrano non aver mai capito, neppure ora, dopo quasi due anni di pandemia.

Il 20 aprile uscì A dancing masterclass (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-learning-how-to-dance-b8420170203e), scritto in collaborazione con decine di esperti di varie discipline e paesi, prima parte di Learning how to dance (Imparare a danzare), un lavoro monumentale (forse anche troppo, visto che è rimasto incompiuto) in cui Pueyo intendeva tradurre in analisi e istruzioni dettagliate le idee-guida descritte nelle loro linee fondamentali in Il martello e la danza.

A questo articolo seguirono: il 23 aprile il secondo capitolo, The basic dance steps everybody can follow (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-basic-dance-steps-everybody-can-follow-b3d216daa343); il 28 aprile il terzo, How to do testing and contact tracing (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-how-to-do-testing-and-contact-tracing-bde85b64072e); e infine il 13 maggio il quinto, Prevent seeding and spreading (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-prevent-seeding-and-spreading-e84ed405e37d), che fu anche l’ultimo.

Il quarto capitolo, infatti, pur annunciato, non è ancora stato pubblicato (così come, di conseguenza, la sintesi finale) e verosimilmente non lo sarà mai. Il motivo non è mai stato spiegato dall’autore, ma non si può fare a meno di notare la progressiva perdita di interesse da parte del pubblico. I suoi primi tre articoli, infatti, hanno avuto complessivamente oltre 60 milioni di visualizzazioni, più di 40 dei quali, però, dovute al primo. Considerando che Out of many, one aveva interesse solo per gli USA e confrontando il numero di like e commenti (rispettivamente 8.100 e 50 contro 106.000 e 526), si può dire che con ogni probabilità Il martello e la danza ha avuto oltre il 90% degli altri 20 milioni di visualizzazioni, cioè più di 18 milioni, mentre Out of many, one ne ha avute meno di 2 milioni.

Pueyo non ha mai fornito dati sulle visualizzazioni degli articoli successivi (il che già di per sé è un segnale negativo), ma non devono essere state molte, dato che all’inizio del suo ultimo articolo, The Swiss cheese strategy (La strategia del groviera, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-swiss-cheese-strategy-d6332b5939de), uscito l’8 novembre 2020, continuava a riportare lo stesso dato («Our Coronavirus articles have been read more than 60 million times»). Ciò è inoltre confermato dal crollo verticale sia dei like e dei commenti, sia (dato ancor più significativo) delle lingue in cui gli articoli sono stati tradotti dagli utenti: rispettivamente 18, 15, 13 e 8 per i quattro capitoli pubblicati di Imparare a danzare.

Dopo altri tre articoli dedicati a temi più specifici e sempre di basso impatto, Pueyo concluse provvisoriamente la sua opera sul Covid l’8 novembre 2020 con l’appena menzionato La strategia del groviera, scritto di nuovo da solo e molto più vicino allo stile dei primi due, dopodiché se ne disinteressò per quasi un anno. Ci è ritornato solo il 15 settembre 2021 con The most alarming problem about Long COVID, un articolo sugli effetti di lungo periodo del Covid (https://tomaspueyo.medium.com/the-most-alarming-problem-about-long-covid-9929af7fabb9) che però è sostanzialmente caduto nel nulla, anche perché si tratta di un tema specificamente medico, campo cui lui non ha alcuna competenza e in cui non basta l’abilità nell’analizzare i dati per dire qualcosa di significativo.

Quindi Pueyo si è dedicato ad altri temi, ma anche qui senza mai avvicinarsi nemmeno lontanamente allo sfolgorante e probabilmente irripetibile successo degli inizi: basti dire che l’articolo più recente da lui pubblicato su Medium, How to fight ocean plastic (https://tomaspueyo.medium.com/?p=3dfd38edd824), al 31 dicembre 2021 aveva ottenuto appena 178 like e 5 commenti, contro i 247.000 like e i 902 commenti del suo primo articolo.

Che dobbiamo pensare di tutto ciò? Si potrebbe semplicemente dire che “sic transit gloria mundi” e soprattutto quella del mondo di Internet, ma credo che stavolta ci sia qualcosa di più.

Infatti, mentre Perché dobbiamo agire adesso è ancor oggi condivisibile quasi al 100%, lo stesso non si può dire di Il martello e la danza, cioè il lavoro di Pueyo che ha avuto le maggiori probabilità di influire sulle decisioni reali dei governi (anche se è praticamente impossibile dire in che misura l’abbia fatto davvero). Esso è infatti uscito proprio nel momento in cui i principali paesi occidentali cominciavano a adottare le prime vere misure di contenimento, venendo subito tradotto in ben 39 lingue (40 con l’originale inglese) e, soprattutto, potendo sfruttare l’effetto di trascinamento prodotto dal successo planetario del primo articolo.

Purtroppo, però, a differenza di quest’ultimo, qui c’è veramente tutto e il contrario di tutto, sicché, insieme a molte idee sicuramente giuste (peraltro quasi tutte riconducibili al “dobbiamo agire subito” del primo articolo), vi ritroviamo anche tutti i principali errori che abbiamo commesso: dall’eccessiva insistenza sul lavaggio delle mani e sull’uso delle mascherine alla mancanza della prevenzione del contagio via aerosol, dalla sottovalutazione dei contagi negli uffici e nelle fabbriche all’eccessiva insistenza sugli assembramenti all’aperto, fino alla valutazione positiva del coprifuoco (la misura più stupida di tutte e, in certo senso, la sintesi di tutti i nostri errori, dato che unisce tutte le idee sbagliate appena elencate al “linguaggio di guerra” irresponsabilmente adottato dai governi occidentali).

Questa tendenza si è ulteriormente accentuata nelle varie parti di Imparare a danzare, che per di più sono state scritte col contributo di così tante persone che è impossibile perfino dire esattamente quante. Questo ricorda da vicino gli errori commessi dai nostri governi anche dal punto di vista del metodo, dato che essi sono stati (e continuano purtroppo ad essere) il frutto di una babele di opinioni che si intrecciano freneticamente, senza una chiara idea di fondo che le unifichi e soprattutto senza una guida autorevole che si prenda la responsabilità di indicarla, col risultato che le decisioni vengono prese sostanzialmente a caso, in base a chi grida più forte o sulla spinta dell’emotività. Non è dunque tanto strano che l’interesse dei lettori di Pueyo sia rapidamente scemato, visto che è altrettanto rapidamente scemata anche la qualità dei suoi articoli.

Questo, però, non è tutto. È proprio l’idea di fondo che lascia a dir poco perplessi, secondo me già allora, ma in ogni caso di certo almeno oggi, alla luce dei fatti successivi. Infatti, se si può capire che all’inizio dell’epidemia si possa preferire la “danza” al “martello” in quanto meno traumatica, quello che invece appare del tutto incomprensibile è perché mai, una volta che (per necessità o per scelta) si sia optato per la “martellata”, non si dovrebbe poi tirarla fino in fondo, cioè fino alla totale eliminazione del virus. E ciò suona ancora più strano considerando che poco prima Pueyo aveva affermato in modo inequivocabile che la strategia che punta all’eliminazione del virus non solo è la migliore, ma è l’unica accettabile («Everybody should follow the Suppression Strategy»).

Eppure, poco oltre non solo Pueyo afferma che una volta che il tasso di trasmissione (il famoso R) sia sceso sotto 1 si deve fermare il “martello” per passare alla “danza”, cioè al contenimento, ma addirittura sostiene che quest’ultimo dovrebbe essere calibrato in modo tale che R resti sempre il più possibile vicino a 1, anche se in media sempre al di sotto di esso («during the Dance of the R period, they want to hover as close to 1 as possible, while staying below it over the long term term», The hammer and the dance, p. 28).

Ora, questo non è solo concettualmente sbagliato, ma è un’autentica follia, perché significa auto-costringerci a vivere perennemente sul filo del rasoio, con il rischio continuo (che alla lunga inevitabilmente si realizzerà) che la situazione ci sfugga di mano e si debba tornare al “martello”. E, di fatto, questo è esattamente ciò che è accaduto (e continua tuttora ad accadere) in Italia e un po’ in tutto l’Occidente, con i catastrofici risultati che ben conosciamo.

La spiegazione che dà Pueyo di questa clamorosa contraddizione è che ciò permetterebbe di eliminare le misure più pesanti, che alla lunga risulterebbero troppo onerose («That prevents a new outbreak, while eliminating the most drastic measures», The hammer and the dance, p. 28). Ma questo è falso (cfr. Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, La Nave di Teseo, Milano 2021) e la cosa più sconcertante è che, come abbiamo detto prima, in Out of many, one, uscito appena due settimane dopo, Pueyo stesso dimostrerà che in realtà sono proprio le misure più drastiche ad essere le meno costose. Anche ammettendo che al momento della pubblicazione di Il martello e la danza non l’avesse ancora capito, perché non correggerlo successivamente, trattandosi di un articolo online pubblicato in un suo spazio personale e quindi modificabile in qualsiasi momento?

A questo punto, come suol dirsi, la domanda sorge spontanea: da dove vengono queste apparentemente inspiegabili incongruenze all’interno di un’analisi che per tanti altri aspetti è invece così precisa?

In realtà una spiegazione c’è, ed è che per Pueyo sembra esistere un unico modello di successo, cioè quello della Corea del Sud. Ciò si spiega col fatto che all’inizio della pandemia la Corea era sembrata per qualche tempo il paese messo peggio al mondo dopo la Cina e poi quello che si era ripreso più rapidamente, sempre dopo la Cina. Così, lasciata da parte quest’ultima, che, essendo una dittatura, non poteva costituire un modello per i paesi democratici, Pueyo si è concentrato sulla Corea e non ha mai considerato seriamente nessun’altra strategia,

Ciò si vede chiaramente dal fatto che ogni volta che parla di qualcuno degli altri paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus tende invariabilmente ad assimilare la loro strategia a quella coreana (senza rendersi conto delle differenze) oppure a sottovalutarla (senza rendersi conto dei risultati). Per esempio, in Il martello e la danza Pueyo equipara sbrigativamente i sistemi di Taiwan e Singapore a quello coreano. Inoltre, nella nota finale a tutte le 4 parti pubblicate di Imparare a danzare scrive esplicitamente che i suoi modelli sono «Taiwan, Singapore, Cina e Corea del Sud» («In Part 1, we discuss best practices from Taiwan, Singapore, China and South Korea»), nemmeno menzionando Australia e Nuova Zelanda.

Peraltro, contraddittoriamente, Pueyo conclude la nota suddetta scrivendo che «la maggior parte dei paesi non stanno approcciando bene il tracciamento dei contatti» e che «continuando così faranno la fine di Singapore» («Most countries are not approaching contact tracing right. If they continue their current path, they will end up like Singapore»), il che non solo è contrario a quanto lui stesso aveva scritto poche righe prima, ma anche e soprattutto ai fatti, visto che Singapore è uno dei paesi che meglio hanno gestito l’epidemia, benché non abbia mai adottato il tracciamento elettronico in stile coreano (cfr. Silvia Milone, Il successo del sistema misto di Singapore, https://www.fondazionehume.it/societa/il-successo-del-sistema-misto-di-singapore/).

È vero che tra i primi di aprile e la fine di maggio del 2020, cioè esattamente nel periodo in cui sono uscite le quattro parti di Imparare a danzare, a Singapore c’era stata un’improvvisa impennata dei contagi nei dormitori destinati ai lavoratori stranieri. È altrettanto vero, però, che si era trattato di un focolaio grande ma isolato e che il numero di contagi poteva essere considerato alto solo in relazione a quello, bassissimo, dei mesi precedenti, mentre il numero dei decessi (20 in due mesi, cioè uno ogni 3 giorni) era stato bassissimo in qualsiasi modo lo si volesse considerare. Forse all’epoca questo non era ancora così evidente, ma, di nuovo, perché non correggere questa affermazione nemmeno successivamente, quando è diventato chiaro che era clamorosamente sbagliata?

Certo, su questa indisponibilità a modificare il suo punto di vista e sulla sua apparente indifferenza verso le contraddizioni suddette ha probabilmente influito anche l’inatteso successo planetario del primo articolo, che ha spinto Pueyo a scrivere tutti gli altri nel giro di appena due mesi (a parte l’ultimo, che infatti è molto più coerente). Con ritmi del genere e con una così grande quantità di tematiche, non c’è da stupirsi che non abbia avuto il tempo (né, probabilmente, la voglia) di rimettere in discussione la sua stella polare, su cui si basava tutta la sua impostazione teorica e a cui doveva tutta la sua fortuna.

Se però questa può essere la spiegazione del suo comportamento, non può esserne anche la giustificazione, soprattutto considerando che, come si è detto, Pueyo non ha modificato le sue convinzioni neanche successivamente, quando i limiti del modello coreano sul lungo periodo sono diventati sempre più evidenti, così come la maggiore efficacia di altri modelli, soprattutto quello della Nuova Zelanda. Ma la Nuova Zelanda è esattamente l’unico paese di cui Pueyo non parla mai: in tutti i suoi articoli a parte l’ultimo la nomina in tutto due volte e sempre di sfuggita, il che è davvero incredibile, ma certamente niente affatto casuale.

L’unico articolo in cui ne ha parlato (e anche qui brevemente) è stato La strategia del groviera, non a caso molto meno ambizioso, ma sicuramente molto più utile di Imparare a danzare. In esso Pueyo auspica l’uso contemporaneo di diverse strategie di difesa, in modo tale che se il virus ne supera una venga bloccato da un’altra, proprio come accade in una serie di fette di groviera sovrapposte: ciascuna di esse ha dei buchi che la attraversano da parte a parte, ma se le fette sono abbastanza numerose nessun buco riuscirà ad attraversarle tutte.

Qui Pueyo ha dedicato un breve paragrafo anche alla Nuova Zelanda e all’Australia, ma senza coglierne la specificità e minimizzando i successi da loro ottenuti (che a quel punto, a novembre del 2020, erano veramente clamorosi, anche rispetto agli altri paesi del Pacifico) con il solito ritornello per cui essi sarebbero dovuti essenzialmente al fatto di essere isole con una densità di popolazione molto bassa. Ma questa è una considerazione superficiale e fuorviante, che stupisce molto in un autore che certamente superficiale non è.

Infatti, la bassa densità di popolazione dei due paesi oceanici è un mero dato statistico, del tutto irrilevante ai nostri fini, dato che si deve essenzialmente al fatto che gran parte del loro territorio è disabitato. Tuttavia, nella parte abitata la loro densità di popolazione è sostanzialmente la stessa dei paesi europei: oltre il 60% dei neozelandesi vivono infatti in due sole città, Auckland e Wellington, entrambe più grandi di Milano, mentre gli australiani stanno quasi tutti sulle strette fasce costiere orientali e meridionali, lasciando l’immenso Outback desertico ai canguri e ai pochi aborigeni sopravvissuti, nonché ad alcuni gruppi di coloni sparpagliati in qualche migliaio di chilometri quadrati intorno ad Alice Springs.

Di conseguenza, i problemi che hanno dovuto affrontare sono stati del tutto simili ai nostri, ma i loro risultati sono stati enormemente migliori. E questo si deve, evidentemente, alla loro strategia, che è molto diversa da quella coreana, ma non meno efficace: anzi, sul lungo periodo si è addirittura rivelata più efficace, così come anche quella di Singapore, altro paese poco capito da Pueyo.

Ma c’è di più. Infatti, non solo l’alternanza martello-danza è chiaramente insensata, ma la stessa idea della “danza”, cioè del contenimento del virus in stile coreano messa in atto fin dal principio, appare oggi assai più discutibile, alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi. Infatti, rispetto al 13 maggio 2020, quando Pueyo pubblicava l’ultima parte di Imparare a danzare, la Corea del Sud ha avuto uno dei peggiori incrementi di mortalità al mondo: ben 21 volte, mentre in Italia, per esempio, nello stesso periodo la mortalità è cresciuta “solo” di circa 5 volte.

Certo, questo si deve al fatto che allora la sua mortalità era bassissima (centinaia di volte più bassa della nostra), per cui è bastato un piccolo numero di morti per farla crescere moltissimo in termini relativi, benché in termini assoluti sia tuttora enormemente inferiore alla nostra. Ma questo vale anche per la Nuova Zelanda, la cui mortalità è invece cresciuta di appena 2 volte. E ciò dipende dal fatto che, diversamente da quelle di Nuova Zelanda, la strategia coreana non è realmente eliminativa: è anch’essa una strategia di convivenza con il virus, che si differenzia dalla nostra solo per il fatto di essere molto più efficiente e, di conseguenza, “a bassa intensità”.

Questo spiega anche perché Pueyo abbia sempre detto che il lockdown non può eliminare completamente il virus. Infatti, il lockdown coreano è molto più simile (benché molto più efficiente) al semi-lockdown all’italiana che non al vero lockdown in stile neozelandese, che invece, come i fatti hanno dimostrato, è in grado di azzerare il contagio (cfr. Paolo Musso, Jacinda forever: perché il metodo neozelandese è migliore di quello coreano, https://www.fondazionehume.it/societa/jacinda-forever-perche-il-metodo-neozelandese-e-migliore-di-quello-coreano/).

Insomma, a conti fatti non sarei così sicuro che Pueyo in Occidente non sia stato ascoltato. Non lo è stato di certo (purtroppo) per quanto riguarda il suo primo articolo, che era anche il più importante, ma per il resto quello che abbiamo fatto non è stato poi così diverso da ciò che lui auspicava, anche se di sicuro non lo abbiamo fatto (neanche lontanamente) con l’efficienza che lui auspicava. Ma l’esempio della Corea ci dimostra che sul breve periodo la “danza” può funzionare, ma sul lungo periodo non è la strategia migliore, neanche se eseguita con il massimo di efficienza umanamente possibile. Quindi, anche se avessimo seguito alla lettera tutti i suggerimenti di Pueyo le cose sarebbero andate sicuramente meglio di come sono andate, ma probabilmente non tanto quanto lui e i suoi ammiratori ritengono.

Concludendo, ciò che si può ricavare da una rilettura delle teorie di Pueyo alla luce dei fatti successivi è innanzitutto la necessità di agire sempre e comunque il più rapidamente possibile. Quanto alla strategia da scegliere, se un’epidemia viene presa per tempo e se ci si può ragionevolmente aspettare che non duri troppo a lungo, allora la “danza”, cioè il metodo coreano, può andar bene, perché certamente crea meno traumi. Ma se così non è, allora è meglio passare subito al “martello” (ovvero al lockdown alla neozelandese) e usarlo fino in fondo, il che, se fatto con sufficiente decisione e rapidità in tutto il mondo, potrebbe addirittura stroncare l’epidemia sul nascere e impedirle di trasformarsi in pandemia. La “strategia del groviera” può essere usata come “rinforzo” del “martello” oppure come suo sostituto se per una qualsiasi ragione esso non dovesse avere successo (come è purtroppo accaduto da noi): anche in questo caso, però, bisognerebbe sempre puntare alla eliminazione del virus e non alla convivenza con esso, perché è ormai chiaro che sul lungo periodo quest’ultima non funziona.

Se questi sono dunque i principali insegnamenti di Pueyo, il suo principale errore si può invece riassumere tutto in una congiunzione: infatti non è “il martello e la danza”, ma “il martello o la danza”. E tutti i nostri guai sono nati non dal dover scegliere tra le due alternative, ma dal non aver saputo (o voluto) farlo.

Liberismo sanitario

12 Gennaio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoSocietà

Ero già stupito a fine ottobre, quando i primi chiari segnali di ripartenza dell’epidemia (incidenza e Rt) vennero ignorati dalle nostre autorità politiche e sanitarie. Da allora non ho fatto che ristupirmi, perché né la scoperta di omicron e della sua trasmissibilità, né i rischi connessi alle vacanze natalizie hanno condotto al varo di misure tempestive e incisive. Ma ieri il mio stupore si è trasformato in incredulità. Nel giorno in cui i contagi hanno superato la cifra record di 200 mila casi al giorno, il Consiglio dei ministri ha deciso che entro lunedì 10 gennaio tutti gli ordini di scuole riapriranno, e che solo nelle scuole materne lo faranno con la cautela minima necessaria, ossia con la regola: se c’è anche un solo positivo in classe la frequenza si interrompe per tutti. Non me lo aspettavo, non tanto perché lo giudico molto imprudente (a decisioni che considero incaute sono abituato da due anni, ma può essere che sia io a essere troppo cauto), ma perché sui rischi di apertura si erano espressi chiaramente molti presidenti di regione e molti dirigenti scolastici. I primi invocando il via libera preventivo del Comitato tecnico-scientifico, i secondi spiegando dettagliatamente perché le scuole e le Asl non erano in condizione di garantire un rientro “in sicurezza”.

Quando succede una cosa che non ti aspetti, la domanda da farsi non è “perché sbagliano?” ma “che cosa gli fa pensare di fare la cosa giusta?” Perché se l’esecutivo agisce come agisce, e il Comitato tecnico-scientifico avalla tacendo, una logica ci deve pur essere. Ma quale può essere questa logica?

A me pare che la logica che guida la filosofia di “apertura a oltranza” poggi su una scelta di fondo, maturata e ribadita innumerevoli volte in questi mesi: lasciamo pure correre i contagi, tanto – grazie ai vaccini – si muore poco e si va poco in ospedale. Questa scelta di “liberismo sanitario”, paradossalmente, è stata rafforzata e non indebolita dalla comparsa della variante omicron, di cui si è preferito sottolineare la mitezza condizionale (“poco più di un raffreddore, se si è vaccinati”) che l’estrema contagiosità. Di qui l’idea che il vero problema sia la resistenza del popolo novax, e che obbligando tutti a vaccinarsi usciremo dall’incubo.

Ma regge questo ragionamento?

Sfortunatamente no. La scommessa liberista è incompatibile con i dati su quattro punti fondamentali.

Primo, l’esperienza degli altri paesi mostra che la vaccinazione di massa è necessaria ma non sufficiente a fermare il contagio. Lo mostra senza ombra di dubbio il fatto che Rt è sopra la soglia critica di 1 in tutte le società avanzate, compresi i paesi che hanno vaccinato tutti i vaccinabili  (Portogallo) o sono molto avanti con le terze dosi (Israele, Regno Unito).

Secondo, noi discutiamo come se il nostro problema fossero i 5 milioni di maggiorenni non vaccinati, o i 2 milioni di ultra-cinquantenni non vaccinati (che sarebbero tenuti a vaccinarsi entro metà febbraio), ma i non vaccinati sono ben 11 milioni, di cui circa 3 non vaccinabili in assoluto (bambini fino a 4 anni), e altri 3 (bambini da 5 a 11 anni) vaccinabili solo nei casi in cui i genitori superassero i loro dubbi, peraltro condivisi da una parte della comunità scientifica e delle istituzioni sanitarie (nel Regno Unito la vaccinazione dei più piccoli non è ammessa). Tutto questo significa che l’obbligo per gli ultra 50-enni, ove venisse rispettato integralmente, coprirebbe circa il 20% della popolazione non vaccinata, mentre più del 50% del problema sta precisamente negli allievi delle scuole materne, elementari e medie, che ci apprestiamo a riaprire da lunedì.

Terzo, oggi il problema principale non è che 5 milioni di adulti non si vogliono vaccinare, ma che 15 milioni di adulti non riescono a farlo, perché gli hub vaccinali non sono in grado di coprire la richiesta di terze dosi per coloro che hanno perso la protezione.

Quarto, il calcolo secondo cui possiamo permetterci di lasciar correre il contagio perché la probabilità di ammalarsi gravemente è bassa, si scontra con l’aritmetica dell’epidemia: se la letalità si dimezza, ma i contagi quadruplicano (cosa per cui bastano 2 settimane), il numero di morti e di ospedalizzati raddoppia, rendendo catastrofica una situazione che negli ospedali di molte regioni è già oggi drammatica.

Ecco perché dicevo che la scommessa liberista di lasciar correre i contagi è incompatibile con i dati, ovvero con quel che si sa dei meccanismi che governano questa epidemia. Qualsiasi cosa si pensi del perché siamo arrivati fin qui, è difficile non prendere atto che lasciar (ancora) correre il virus è un azzardo che non ha alcun supporto nei dati.

Possiamo dolerci della chiusura delle scuole e del ritorno alla Dad, ma se siamo lucidi dovremmo riconoscere che è prima che avremmo dovuto tutelarle, le nostre amate scuole, con le tante cose che sono state invano proposte, dall’aumento delle aule alla ventilazione meccanica controllata. Ora ci resta solo da prendere atto che rimandarne l’apertura, come per primo ha proposto il governatore della Campania, non è certo la soluzione, ma è il minimo sindacale per provare a rallentare l’epidemia.

Verso l’obbligo, fra preoccupazione e speranza

4 Gennaio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoSocietà

Non mi è mai piaciuta granché l’idea di imporre un obbligo su un vaccino completamente nuovo. E penso che, con scelte di politica sanitaria più sagge, non saremmo mai arrivati a porci la domanda se rendere la vaccinazione obbligatoria per tutti.

Però quel che è stato è stato: la terza dose è partita con un ritardo di tre mesi, nulla è stato fatto su trasporti e ventilazione degli ambienti chiusi, ai vaccinati si è lasciato credere che corressero pochissimi rischi. Il risultato è che l’epidemia galoppa, il numero effettivo di soggetti positivi, o a diretto contatto con positivi, è dell’ordine di 5 o 6 milioni (1 italiano su 10), gli ospedali e le terapie intensive sono sotto pressione, i malati ordinari faticano ad essere ricoverati e curati, il numero dei morti quotidiani è il quadruplo di due mesi fa ed è in costante aumento.

In questa situazione, l’unica cosa che non possiamo permetterci è continuare a non fare nulla. E purtroppo il novero delle misure fra cui, nell’emergenza, siamo costretti a scegliere, non può che essere quello degli interventi (dolorosi) che producono effetti significativi a breve: estensione più o meno ampia dell’obbligo vaccinale, lockdown per i non vaccinati, Super Green Pass per accedere al lavoro, mascherine ffp2 sui mezzi pubblici, e così via.

Insomma: l’ampliamento dell’obbligo, più che essere “giusto” e risolutivo, è uno dei pochissimi rimedi disponibili al non fatto sin qui. E allora obbligo sia, purché però si tenga conto di tutti i dati della situazione, comprese le esperienze degli altri paesi.

Il dato più importante della situazione, a mio parere, è l’attuale inadeguatezza della macchina vaccinale in Italia: il numero di vaccinazioni giornaliere (circa 400 mila al giorno) è largamente insufficiente a fronteggiare la domanda. Molti continuano a ragionare come se il problema fosse solo l’ostinato rifiuto del vaccino da parte di 5 o 6 milioni di NoVax adulti, senza vedere l’altro enorme problema, quello degli “scaduti”: 18 milioni di persone che si sono vaccinate nei primi 8 mesi del 2021, vorrebbero fare la terza dose, ma in tanti casi devono ancora attendere a lungo, in quanto gli hub vaccinali e le farmacie sono sopraffatte dalle richieste. La politica può anche imporci l’obbligo, ma non può esortarci ossessivamente a vaccinarci tutti – NoVax, vaccinati “scaduti”, bambini – e poi non garantire un tempo di attesa ragionevole a chi intende vaccinarsi. Se obbligo sarà, che almeno la capacità di vaccinazione sia portata quanto prima a un livello accettabile.

Si potrebbe supporre che, una volta ridotto il numero di non vaccinati e completata la campagna per la terza dose, saremo sostanzialmente al sicuro. Su questo, tuttavia, l’esperienza degli altri paesi europei, e più in generale occidentali, ci fornisce sia motivi di preoccupazione, sia motivi di speranza.

Motivi di preoccupazione perché i paesi che più hanno vaccinato e/o più sono avanti con il cosiddetto booster (terza dose), ad esempio Portogallo, Spagna, Danimarca, Israele, Malta, Islanda, hanno tutti valori di Rt ampiamente superiori a 1, qualche volta prossimi a 2 (un valore catastrofico). Poiché si tratta anche dei paesi nei quali la variante omicron è più diffusa, pare doversi concludere che – a questi livelli di vaccinazione, e con questi vaccini (pensati per varianti precedenti) – la variante omicron risulta ancora vincente nel braccio di ferro con il vaccino.

Dobbiamo disperarci?

Forse no. Intanto perché nessun paese, nemmeno Israele, è finora riuscito a fare fino in fondo quel che andava fatto: vaccinare quasi tutti, e non permettere che i già vaccinati perdano la protezione a causa dei ritardi nella somministrazione della terza dose. E’ possibile che la corsa del virus, ora apparentemente inarrestabile, si fermi quando avremo portato a termine entrambe le missioni, ovvero vaccinare (possibilmente con vaccini aggiornati!) un alto numero di attuali NoVax, e fornire tempestivamente il booster agli “scaduti”.

Ma la ragione principale che può indurci a confidare nel futuro è l’analisi statistica della letalità nei paesi in cui la variante omicron è più diffusa. E’ presto per trarre conclusioni definitive, ma è interessante osservare che nelle ultime settimane, nella maggior parte dei paesi ad alta presenza di omicron, mentre il numero di casi diagnosticati esplodeva, il numero dei decessi non dava alcun segno di voler seguire il numero dei contagi. In Israele, Sud Africa, Australia, Stati Uniti, Canada, Regno Unito,  Svezia, Spagna, tutti paesi in cui a dicembre il contagio è dilagato, il numero dei decessi è rimasto sostanzialmente invariato, o è addirittura diminuito. Poiché tutto ciò è avvenuto nel breve volgere di poche settimane, sembra difficile attribuire la diminuzione tendenziale della letalità a un’improvvisa accelerazione della campagna di vaccinazione, o a un drastico mutamento dell’età media della popolazione degli infetti.

L’analisi statistica, dunque, pare dar torto agli esperti che avevano invitato a non illuderci di una minore letalità della nuova variante. Ad oggi, almeno sulla letalità della variante omicron, l’evidenza empirica disponibile dà qualche conforto agli ottimisti.

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