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A proposito del ritorno dei socialdemocratici – Lezione svedese

21 Settembre 2026 - di Luca Ricolfi

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Adesso è ufficiale: le elezioni in Svezia le ha vinte la sinistra, il premier conservatore Kristersson si è dimesso, il temuto ingresso al governo dei Democratici Svedesi (partito di estrema destra anti-migranti, guidato da Jimmie Åkesson) non avverrà, la barra del timone ritorna in mano alla socialdemocratica Magdalena Andersson.

Una boccata di ossigeno per la sinistra, che ormai – nell’Unione Europea – era al governo in appena 4 paesi su 27. Precisamente: in Spagna, Danimarca, Lituania, Malta.

Ora si aggiunge la Svezia, da sempre punto di riferimento delle politiche progressiste.

Questa, però, è solo una parte della storia. Se vogliamo capire il voto svedese, e più in generale lo stato di salute della sinistra in Europa, dobbiamo tenere conto anche di altri fattori.

Primo elemento: in Svezia, paradossalmente, a spianare la strada al ritorno della sinistra al governo è stata la destra stessa. L’ascesa della destra, nel 2022, era avvenuta anche perché sotto i governi precedenti (socialdemocratici) vi era stata un’esplosione di violenza, legata anche all’immigrazione. E il governo moderato di Kristersson, appoggiato dall’esterno dai Democratici Svedesi, quell’ondata di violenza era stato capace di contenerla (-30% di omicidi). In poche parole: era riuscito nel miracolo di attuare politiche “legge e ordine” senza però concedere l’accesso al governo agli estremisti di Jimmie Åkesson. Accesso che invece ora, nel caso di una vittoria travolgente dell’estrema destra, sarebbe stato praticamente certo. In poche parole: il governo moderato uscente è apparso al tempo stesso superfluo, perché il lavoro repressivo era già stato fatto, e temibile perché minacciava di portare al governo l’estrema destra.

Ma c’è anche un secondo elemento che ha favorito il ritorno dei socialdemocratici al potere: la ripetuta, sincera, autocritica dei socialdemocratici e della loro leader Magdalena Andersson, che specie nella fase finale della campagna elettorale aveva finalmente riconosciuto apertamente i propri errori in materia di governo dei flussi migratori.

Di qui il cocktail perfetto: la destra moderata fa intravedere il possibile accesso al potere della destra estrema, mentre la sinistra moderata si candida a tornare al governo giurando di aver inteso la lezione. E l’elettorato, che dalla destra ha avuto quel che voleva (meno delitti), torna ad affidarsi a una sinistra che si presenta con l’umiltà di chi ha capito di aver sbagliato.

Ma è allargando lo sguardo al resto d’Europa che le cose si fanno più interessanti. Entrambi i paesi di tradizione occidentale in cui la sinistra è ancora al potere – la Danimarca e Malta – sono governati da partiti che, sull’immigrazione, attuano politiche restrittive, qui da noi sbrigativamente etichettate come “di destra”. Solo in Spagna è dato osservare una sinistra che è al potere e attua politiche aperturiste in materia migratoria.

Ma ancora per quanto?

La crisi di Ceuta lascia supporre che, anche qui, le cose possano evolvere in una direzione più europea, dove per “europea”, naturalmente, intendo più in linea con gli indirizzi restrittivi del recente Patto di Migrazione e Asilo.

I sondaggi più recenti condotti in Spagna segnalano una crescita molto rapida dell’estrema destra di Vox, oltreché un indebolimento delle forze della coalizione progressista Sumar, alleata del Partito Socialista del premier Sanchez. Ma soprattutto segnalano che una netta maggioranza della popolazione considera quella avvenuta a Ceuta un’invasione, e teme un grave deterioramento dei rapporti con il Marocco, da molti considerato l’ispiratore di tale invasione.

È una lezione per la sinistra di casa nostra?

Forse sì, forse no. In ogni caso è un bivio: seguire il modello aperturista di Pedro Sanchez, o incamminarsi sulla strada che ha riportato al governo i socialdemocratici di Mette Frederiksen in Danimarca e Magdalena Andersson in Svezia?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 settembre 2026]

Quel che non funziona a sinistra

21 Novembre 2025 - di Luca Ricolfi

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  1. Professore, la sinistra italiana si è innamorata del nuovo sindaco di New York, Mamdani. Si cercano nuovi campioni da cui « ripartire » ?

Può darsi, l’ha già fatto Prodi con Clinton (ricordate l’Ulivo mondiale?), Veltroni con Obama (“Yes, we can”), Renzi con Tony Blair e la Terza via (ispirata dal sociologo Anthony Giddens). C’è una differenza cruciale, però, fra ieri e oggi: nessuno degli aspiranti leader del campo largo ha un prestigio comparabile a quello che – ciascuno nella sua epoca – avevano Prodi-Veltroni­-Renzi.

  1. Al fondo, c’è la mancanza di una identità definita ? Il Pd sembra non aver ancora deciso che cosa diventare… Che cosa è andato storto, in quel progetto ?

 

Su questo le diagnosi si sprecano, mi sembra superfluo farne un elenco. Io però ne aggiungerei una di cui non si parla mai: il Pd è nato all’insegna dell’inclusione, ma la sua pratica politica è sempre stata altamente escludente, e quindi incapace di attirare nella propria orbita nuovi strati sociali, come sarebbe stato imprescindibile per una forza che proclama di avere una “vocazione maggioritaria”.

  1. In che senso la pratica del Pd è stata escludente?

Nonostante i buoni propositi di Veltroni, il Pd non si è mai liberato del complesso di superiorità morale che da sempre affligge la sinistra. Ma come puoi pensare che gli altri si decidano a votarti se li tratti come eticamente inferiori, rozzi, barbari, disumani?

Io denunciai questa deriva esattamente 20 anni fa nel mio libro Perché siamo antipatici? (sottotitolo: La sinistra e il complesso dei migliori), ma devo constatare che – a dispetto degli sforzi di Veltroni – le cose da allora sono ulteriormente peggiorate, specie dopo il 2019 e la crisi degli sbarchi. Da quel momento in poi, anche per responsabilità della “sinistra culturale” di Saviano-Scurati-Murgia eccetera, il conflitto politico è stato via via eticizzato – noi i buoni, loro i cattivi – con il risultato di allontanare dalla sinistra gran parte degli elettori incerti, moderati o contendibili.

  1. Romano Prodi non sa più come dirlo. Lo ha scritto due volte in dieci giorni: Schlein è inadeguata, non può sfidare Giorgia Meloni per la premiership. Ha ragione ?

Ma certo che ha ragione, anche perché l’economia esiste: l’idea che a gestirla sia una persona che mostra di non conoscerla e non capirla è terrificante.

  1. E i riformisti ? La minoranza dem avrebbe, sulla carta, praterie elettorali. Poi però non riesce ad esprimersi, non esprime leadership.

Il riformismo non è un ideale politico forte, un ideale che ti fa sognare. Per il gruppo dirigente attuale del Pd è addirittura una colpa, un marchio di infamia. E il Jobs Act è il peccato originale, la colpa da lavare nel sangue. La Schlein ha vinto le primarie presentandosi come Cristo Redentore, sceso nel Pd per purificare la sinistra dalla macchia con cui Renzi, novello Adamo (o Eva ?), ne aveva sporcato l’immacolato candore.

  1. Se si facessero le primarie per il leader della coalizione su cui puntare come premier, vincerebbe Schlein, Conte o un terzo incomodo, per esempio Landini?

Landini verrebbe immediatamente liquidato dall’establishment politico-economico-mediatico non tanto per il suo estremismo, bensì per la sua evidente impreparazione.

Fra Schlein e Conte penso vincerebbe Conte, perché ha due assi nella manica importanti.

  1. Quali?

Primo: è già stato presidente del Consiglio e ha dimostrato di saper fare quel mestiere (personalmente non ne ho apprezzato le scelte, ma riconosco il physique du rôle, che non intravedo nella movimentista Elly Schlein).

Secondo: ha capito che, se continua a ignorare i temi della sicurezza e dell’immigrazione, la sinistra non può vincere le elezioni.

Detto per inciso, a sospingere Conte e i Cinque Stelle in questa direzione sono due donne: Sahra Wagenknect, ospite d’onore “rossobruna” alla costituente Nova di un anno fa, e Chiara Appendino, che ha appena rilasciato un’intervista-bomba su “sinistra e sicurezza”.

  1. C’è chi punta, un po’ alla cieca, sulla giovane sindaca di Genova, Ilaria Salis. La sua forza sta nell’essere ancora poco conosciuta?

Sì, se sei nuova, giovane, di bell’aspetto, non zavorrata dagli (inevitabili) errori di una carriera politica precedente, hai un indubbio vantaggio. Ma il fattore fondamentale a me pare un altro: il grigiore di tutti i suoi rivali riformisti.

  1. Al centro intanto qualche novità c’è. Il movimento Più Uno di Ruffini, i Liberaldemocratici di Marattin sono velleitari o possono trovare uno spazio, nelle more delle necessarie riforme elettorali?

Sono velleitari. Se non altro perché a occupare quello spazio c’è già Azione di Carlo Calenda.

10. Su Gaza c’è stata una campagna violenta, sfociata nell’antisemitismo, che in troppi hanno cavalcato a sinistra. Sembra che la tregua sia andata di traverso a molti che scommettevano sulla guerra…

Sì, però era una scommessa utile solo agli imprenditori del rancore anti-sistema e anti-occidentale. Per la sinistra ufficiale, che aspira a tornare al governo, il perdurare di quelle manifestazioni violente e anti-semite sarebbe stato un disastro.

11. La sinistra ha bisogno di un nemico, per vincere? Non riuscendo a dare soluzioni costruttive, indica la sua posizione tramite antinomie. Prima c’era Berlusconi. Ora con Meloni si è fatta più dura. Servono nemici internazionali, icone, totem diversi?

Sì, la sinistra ha sempre bisogno di un nemico. Ma non per vincere, bensì per consolidare la propria identità. Una identità che, ormai, non si fonda su un progetto economico-sociale per l’Italia, bensì sulla proterva convinzione di rappresentare « la parte migliore del paese », quella che sta « dalla parte giusta della storia ».

12. Alle prossime elezioni secondo lei vedremo candidati a sinistra, Sigfrido Ranucci, Francesca Albanese o Maurizio Landini ? Il prerequisito delle star a sinistra sembra quello di non aver mai fatto alcuna politica nei partiti.

Certo, le star devono essere pure e immacolate, non compromesse con le brutture della politica. Solo che poi, a un certo punto vicino ai 60 anni, arriva l’età della pensione, e la politica – che regala pensioni d’oro – diventa improvvisamente e miracolosamente utile. E addio purezza.

13. Quanti anni ancora, secondo lei, governerà Giorgia Meloni in questo contesto?

Sei e mezzo (se non si stufa prima).

(Intervista rilasciata al Riformista, pubblicata il 18-11-2025)

Prodi superstar?

18 Novembre 2025 - di Paolo Natale

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In tempo di vacche magre per la sinistra italiana, torna di moda il fattore-Prodi, l’unico leader (leggendario) che è stato in grado di vincere le elezioni contro il centro-destra e, in particolare, “il solo capace di sconfiggere Berlusconi per ben due volte”. Così è passato alla storia, come racconta buon ultimo anche Pierferdinando Casini nel suo libro recentemente pubblicato, il ricordo di quanto è avvenuto nel ventennio berlusconiano.

Che continua: “ci è riuscito per via di un suo carisma personale che gli ha permesso di intercettare e convincere una parte dell’elettorato moderato a considerarlo un’alternativa credibile”.

La leggenda rimane tale, ovviamente, perché il risultato è di fatto quello che viene citato. Nessun dubbio su questo. Ma ciò che viene sottaciuto è forse ancora più importante per comprendere fino in fondo le ragioni che hanno permesso questa duplice vittoria. Ragioni che non vanno certo a detrimento della persona di Romano Prodi, ma ci permettono di far luce sulle condizioni che hanno consentito di vincere e che, probabilmente, avrebbero funzionato anche con qualsiasi altro personaggio “credibile” al suo posto.

Detto in altre parole: l’elemento-chiave della vittoria non è stato tanto la presenza di Prodi, quanto piuttosto la particolare configurazione della competizione elettorale. È importante ribadirlo, in un momento di evidente problematicità per le opposizioni e per la sinistra in particolare, perché sottolinea la cronica difficoltà di quest’area politica di diventare maggioranza nel nostro paese.

Ma poi, furono davvero reali vittorie?

Nella prima occasione, quella del 1996, il centro-destra si era presentato privo di quell’alleato che sarebbe divenuto storico nel corso degli anni, cioè la Lega (allora solo Nord) che in quella sola occasione aveva optato per la corsa solitaria, dopo gli screzi tra Bossi e Berlusconi (definito da Bossi stesso in quegli anni “il mafioso di Arcore”). Prodi – investito della leadership della coalizione progressista – si presentò a quelle elezioni come capofila di un maxi-partito in cui erano presenti i popolari, i repubblicani, Unione Democratica e perfino i sudtirolesi; il suo risultato non fu certo eclatante: ottenne infatti soltanto un misero 6% di voti, una quota piuttosto minoritaria di quel 35% dell’intera coalizione dell’Ulivo.

D’altra parte, occorre evidenziare il fatto che nel voto per i partiti, nella parte proporzionale, furono quelli di centro-destra ad ottenere il maggior consenso – senza la Lega, come ho sottolineato – battendo quelli dell’Ulivo di circa otto punti percentuali. Soltanto sommando anche Rifondazione Comunista, che si era presentata separatamente peraltro, si arrivava ad un sostanziale pareggio.

Insomma, il primo esecutivo dell’Ulivo sarebbe restato in piedi soltanto con l’appoggio esterno di Bertinotti, il quale però, dopo molte ripetute minacce quasi giornaliere, quell’appoggio lo tolse, provocando le dimissioni dello stesso Prodi, dopo solo due anni di governo.

 

 

La seconda “vittoria” di Prodi avvenne nel 2006, dopo cinque anni di governo Berlusconi che avevano provocato il costante deterioramento della fiducia in lui da parte degli italiani: a gennaio 2006 l’apprezzamento nei confronti del leader di Forza Italia era dell’ordine del 20% circa, il più basso indice di gradimento nei suoi confronti nella sua intera storia elettorale e il più basso tra tutti i Presidenti del Consiglio uscenti in tutta la Seconda Repubblica.

E fu in questa condizione, di enorme vantaggio competitivo, che Prodi si presentò all’elezione come leader dell’Unione, in cui erano confluiti praticamente tutti i partiti che non stavano con Berlusconi, dal centro fino all’estrema sinistra, da Mastella a Bertinotti, dai pensionati fino alla lista dei consumatori.

Nonostante questa lunga lista di partiti e un livello di consenso per Berlusconi ai minimi termini, al Senato la coalizione guidata da Prodi perse in valore assoluto di circa 400mila voti, mentre alla Camera riuscì a strappare la vittoria (e quindi il premio di maggioranza) con uno scarto di appena 25mila voti, pari allo 0,07% dei voti validi.

L’esecutivo successivo fu ovviamente quasi catastrofico dal punto di vista della possibilità concreta di governare il paese, considerata l’estrema varietà dei partiti presenti e la scarsa omogeneità delle proposte e delle direzioni politiche. Dopo costanti tribolazioni, distinguo e minacce di abbandono, Prodi si vide costretto a rassegnare le proprie dimissioni dopo nemmeno due anni dal suo insediamento, verso nuove elezioni politiche.

Alla luce di questa breve disamina, si comprende meno il motivo per cui Romano Prodi viene ricordato come l’unico vero antagonista del centro-destra, l’unico capace di portare l’alleanza progressista al successo elettorale. Molti commentatori hanno addirittura sottolineato come l’Ulivo prima e l’Unione poi abbiano vinto “nonostante” Prodi, e come altri candidati avrebbero potuto far sicuramente meglio di lui nella performance elettorale, portando alla coalizione un valore aggiunto sicuramente superiore.

 

 

Come dire: Prodi è riuscito a vincere di misura in due occasioni “facili” dove altri leader, come Rutelli o Veltroni, avrebbero portato ad un successo più significativo e ad un successivo governo con una maggioranza più schiacciante, con maggiori possibilità di manovra e riforme politiche meno frutto di compromessi con gli alleati.

Ma le (comunque indubitabili) vittorie di Prodi vengono utilizzate oggi con il chiaro e specifico obiettivo di dimostrare come il fronte progressista possa battere il suo avversario solo con un occhio privilegiato al riformismo liberal-democratico più centrista rappresentato dallo stesso Prodi. Forse, la cosa più corretta da fare sarebbe quella di proporre una propria linea politica, senza addentrarsi troppo in analisi o costrutti teorici che, come ho cercato di mostrare, sono in parte privi di fondamento storico.

Dopo la mossa di Chiara Appendino – Sinistra e sicurezza

10 Novembre 2025 - di Luca Ricolfi

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“Da troppo tempo la sinistra ha paura di occuparsi di sicurezza, come se parlarne fosse di destra. È stato un errore enorme”.

La diagnosi non è nuova. Fra i sociologi non siamo in tantissimi a pensarla così, ma lo ripetiamo da almeno vent’anni, con una montagna di numeri. Dunque perché insistere con questo mantra?

Per una ragione fondamentale: questa volta a parlare così non siamo noi, studiosi di criminalità e di politica attoniti per la cecità della sinistra, ma è nientemeno che Chiara Appendino, esponente di punta del Movimento Cinque Stelle. In una lettera inviata a Libero non solo dice l’indicibile, ma rivendica di avere agito concretamente, quando era sindaca di Torino, per combattere contro degrado, campi rom, occupazioni abusive, anarchici dinamitardi. Anziché scaricare sul Ministero dell’Interno ogni responsabilità, la deputata Cinque Stelle richiama tutti i livelli di governo – comprese le amministrazioni locali – alle loro responsabilità e al dovere di collaborare per combattere il degrado, visto come brodo di coltura del crimine (una teoria con basi scientifiche piuttosto solide).

Dunque tutto bene. Finalmente a sinistra c’è qualcuno di (politicamente) autorevole, che prova a far aprire gli occhi alla sinistra. Nella lettera, tuttavia, Appendino non spiega come mai la sinistra stessa non abbia mai voluto prendere sul serio il tema della sicurezza. Il punto è importante, perché dalla risposta a questa domanda deriva la risposta alla domanda che segue subito dopo: riuscirà mai la sinistra a correggere questo suo errore “enorme”?

Ebbene, forse la prima cosa da notare è che non è sempre stato così, e comunque non per tutta la sinistra. Di fronte al pericolo del terrorismo, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer (e di Armando Cossutta!) aveva ben chiara l’importanza della sicurezza, e l’assoluta necessità di combattere contro coloro che la mettevano a repentaglio. A non capire il valore della sicurezza, in quegli anni, fu semmai la sinistra extraparlamentare, che detestava le divise, disprezzava la normalità “borghese”, e vedeva ogni forma di devianza come ribellione al “sistema”. Detto per inciso, è incredibile come questi schemi mentali sopravvivano ancora oggi, più di mezzo secolo dopo il Sessantotto, in parole come quelle di Michela Murgia (“io quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre”) o di Enrico Letta (“viva le devianze”).

La vera mutazione, quella che ha decretato il divorzio fra sinistra e sicurezza, si è prodotta nei decenni successivi alla morte di Berlinguer, con l’assottigliamento della classe operaia, la “cetomedizzazione” del maggiore partito della sinistra, l’arrivo dei migranti. Per un partito di ceti medi, urbanizzati e istruiti, culturalmente cosmopoliti, aperti alle opportunità della globalizzazione, la sicurezza non poteva essere una priorità. E questo non solo perché le vittime principali della criminalità non sono certo i ceti medi (ben più attrezzati a difendersi), ma perché stare dalla parte degli immigrati come delle altre minoranze più o meno oppresse era la condizione logica necessaria per alimentare e sostenere il complesso di superiorità morale della sinistra. A preoccuparsi delle paure e dei bisogni dei ceti popolari, fatti di lavoro dipendente e partite Iva, hanno provveduto sempre di più partiti nuovi, spregiativamente definiti “populisti”, ma più capaci di interpretare il disagio dei ceti popolari: prima la Lega (nata alla fine degli anni ’80), poi il Movimento Cinque Stelle (nato nel 2007), infine Fratelli d’Italia (fondato nel 2012). Di qui, non solo in Italia, un radicale smottamento e rimescolamento delle basi elettorali: i progressisti raccolgono consenso soprattutto dai ceti medi istruiti, i partiti di destra attirano una fetta consistente del voto popolare.

E i Cinque Stelle?

I Cinque Stelle hanno avuto il loro momento di massimo splendore quando non erano né di destra né di sinistra, e sull’immigrazione avevano una posizione interlocutoria, non schiacciata sul cattivismo di destra e sul buonismo di sinistra. Poi, per amore del potere, hanno compiuto la loro svolta a sinistra (governo Conte 2) e siglato un patto difficilmente reversibile con il Partito Democratico. Di qui le loro difficoltà attuali: l’alleanza con il Pd, che sul tema della sicurezza è muto, li penalizza anche elettoralmente, perché snobbare quel tema allontana il voto popolare, che altrimenti troverebbe nei Cinque Stelle uno dei suoi sbocchi naturali.

La mossa di Chiara Appendino è anche un tentativo di far uscire il movimento dall’angolo in cui Conte negli ultimi anni ha finito per relegarlo. Un ritorno a destra? Qualcuno proverà a metterla così, ma sarebbe uno sbaglio concettuale. Perché – ce lo hanno insegnato in tanti, da Isaiah Berlin a Norberto Bobbio – la “libertà dal timore” fa parte dei diritti fondamentali dell’uomo, esattamente come la “libertà dalla miseria”. È toccato a Chiara Appendino ricordarlo nella sua lettera a Libero (“la sicurezza non è né di destra né di sinistra: è un diritto dei cittadini”). Ora tocca a Elly Schlein decidere se raccogliere la sfida, o perseverare nell’arroccamento che, non da oggi, tiene i ceti popolari lontani dalla sinistra ufficiale.

[articolo uscito sul Messaggero il 9 novembre 2025]

Perché la sinistra si fa rappresentare dai VIP? – intervista di Pietro Senaldi a Luca Ricolfi

24 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Dalla piazza di sabato scorso con sul palco solo intellettuali e artisti alla difesa del manifesto di Ventotene su Rai1 da parte di Benigni: perché la sinistra ha delegato la difesa dei propri capisaldi culturali e la rappresentanza delle proprie idee a questi mediatori?

Domanda difficile, perché i fattori sono tanti. Però almeno due ingredienti del cocktail mi sembrano abbastanza evidenti. Primo ingrediente: da almeno 15 anni, ossia dalla lapidazione di Walter Veltroni in poi (2008-2009), la sinistra non è stata più in grado di esprimere leader dotati al tempo stesso di spessore intellettuale e di carisma. Una situazione che il recente ringiovanimento del gruppo dirigente del Pd non ha fatto che aggravare, come del resto ci si poteva aspettare dato il trend delle istituzioni scolastiche. La distanza fra il livello di preparazione culturale e politica dei dirigenti del vecchio PCI e quello degli attuali dirigenti Pd è siderale, per non dire imbarazzante. Senza una cultura ampia, la difesa dei propri “capisaldi culturali” diventa una mission impossible.

E il secondo ingrediente?

Il secondo ingrediente è la eticizzazione del discorso politico, sempre meno ancorato a obiettivi e rivendicazioni concrete, e sempre più volto ad affermare la superiorità morale dei propri valori, come inclusione, accoglienza, diritti delle minoranze sessuali. Ed è ovvio che se la sostanza politica del tuo discorso è basata su imperativi morali piuttosto che su un vero programma politico, economico, sociale, diventa facile, e del tutto naturale, affidare il messaggio allo star system, sfruttando la popolarità dei suoi protagonisti. Un discorso di Benigni, per quanto arruffato (o proprio perché arruffato), impatta mille volte di più che una mitragliata di slogan emessi dalla bocca di Elly Schlein o di Giuseppe Conte.

Quando tutto questo è successo?

Ci sono alcune date significative: il 1992, con l’esplosione di Mani Pulite. Ma anche il 1994-1995, con l’abbandono – a sinistra – del concetto di eguaglianza a favore di quello di inclusione, un processo voluto da Alessandro Pizzorno e vanamente ostacolato da Norberto Bobbio. La fine del primo governo Prodi, nel 1998. E, ultima tappa, la defenestrazione di Veltroni, come ho già ricordato. Però una vera e propria data della svolta non esiste, perché la supplenza dello star system rispetto alla politica è un fenomeno carsico, un fiume che emerge e si inabissa periodicamente quando la politica è sputtanata, o semplicemente non è abbastanza a sinistra, o ancora più basicamente non ci scalda abbastanza il cuore. Allora arrivano artisti, cantanti, attori, scrittori, studiosi, intellettuali, giornalisti-tribuni. Può capitare per un’inchiesta giudiziaria, ma più sovente perché un governo di sinistra non lo è abbastanza.

Ad esempio?

Renzi che vara il Jobs Act, Minniti che fa gli accordi con la Libia, Enrico Letta che preferisce Draghi a Giuseppe Conte.

Nanni Moretti ci teneva a mantenere le distanze, da “questi dirigenti con i quali non vinceremo mai” e dopo lo storico intervento in piazza è tornato al proprio lavoro: oggi il rapporto sembra più osmotico?

Sì, oggi il mondo dell’arte e della cultura interviene quotidianamente perché il governo è di destra, e l’antifascismo – diversamente dai programmi politici veri e propri – è una canzone facile da cantare. Avete mai visto un concertone per il “salario minimo legale” ? Alla fine è una questione di generi letterari, poesia contro prosa. La politica parla in prosa, lo star system – ma anche il pubblico – detesta la prosa, vuole la poesia. Salire sulle navi che salvano i migranti è poesia, sostenere il salario minimo legale è prosa. Detto per inciso, è una delle ragioni della impopolarità di Carlo Calenda, il meno poetico dei nostri politici.

Non è partito tutto con la Rai3 di Angelo Guglielmi, la tv delle ragazze e via discorrendo?

No, secondo me. Quello era un fenomeno diverso. La stagione 1985-2001 ha visto una straordinaria fioritura della satira politica, che non si sostituiva alla politica ma semmai la dileggiava, senza riguardi per nessuno. Sotto la sferza di Arbore, Dandini, Guzzanti, Marcoré cadevano tutti. E cadevano pure i miti della sinistra, sbeffeggiata nelle sue innumerevoli debolezze e nei suoi tic. Nessuno, in quel gruppo, avrebbe mai assunto le posture da guru corrucciati che oggi assumono i vari Saviano e Scurati.

La satira ha perso indipendenza o originalità, per diventare un interprete organico?

Ci sono eccezioni importanti, come Crozza e Checco Zalone, ma in generale la satira mi sembra non all’altezza. Per lo più non fa ridere, e più è politicizzata meno fa ridere. L’idea che possa esistere una “satira di sinistra”, o una “satira di destra”, è già di per sé la negazione della satira.

A sinistra è saltato il concetto di doppia verità, per cui oggi le classi dirigenti dem forzano la realtà, presente e passata, per plasmarla secondo un’unica visione?

Esattamente. I dirigenti del vecchio PCI (anni ’50 e ’60) non credevano a quello che raccontavano alle masse, ed erano perfettamente consapevoli che una cosa è la realtà, un’altra cosa è la propaganda. I dirigenti della sinistra attuale, invece, non conoscendo la pratica della doppia verità, costringono sé stessi a credere vere le cose che dicono. Quindi non dispongono di un’analisi realistica della situazione.

Lo choc di Mani Pulite e la parabola di Silvio Berlusconi hanno un ruolo in tutto questo?

Sì, soprattutto Berlusconi: ha fornito un formidabile bersaglio per le esternazioni delle celebrities, come le chiama Rampini quando rileva gli stessi fenomeni negli Stati Uniti.

Chi conduce il gioco? Benigni che difende Ventotene come Schlein meglio non potrebbe è come se un giornale affidasse al vignettista la propria linea editoriale. Sono saltati gli schemi o c’è un nuovo schema?

C’è il vecchio schema dell’indignazione: mai studiare le carte, mai entrare nei dettagli, sempre scomunicare e demonizzare.

Pare che certi elettori di sinistra preferiscano farsi dire le cose da intellettuali e artisti piuttosto che dai parlamentari che eleggono. È vero?

È così, ma la ragione è la solita: l’elettore progressista ama sentirsi moralmente superiore, e questo stato d’animo glielo procura più facilmente Benigni che Schlein.

Provoco. Non è che nascondendosi dietro gli intellettuali e gli artisti d’area i politici sopperiscono all’assenza di rapporto con l’elettorato, disintermediando così la relazione tra potere e cittadinanza e realizzando il governo delle élite?

Forse, ma è una delle tante conseguenze della riduzione della politica a morale.

Oggi forse il paradigma non è destra contro sinistra ma élite da una parte e cittadini dall’altra e gli intellettuali guidano il popolo per conto delle élite?

In parte è così, ma la destra, almeno in Italia, non ha un establishment intellettuale che la sostiene: destra è diversa anche perché fa politica senza il paracadute delle élite.

Anche negli Stati Uniti i democratici hanno provato a risolvere i loro problemi mobilitando lo star system. Perché è una mossa che non produce mai risultati validi, e perché invece ci si ricorre comunque?

Non direi che non funziona mai. Con Obama lo star system ha funzionato, con Kamala Harris non poteva funzionare perché ogni endorsement di una celebrity confermava l’equazione trumpiana democratici=élite.

[intervista uscita su Libero il 21 marzo 2025]

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