Hume PageHume Page

Quello che i sondaggi non dicono – La partita a scacchi elettorale

29 Settembre 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà, ma già impazzano le previsioni sull’esito del voto. Una quindicina di istituti sfornano a getto continuo stime dei consensi che le varie forze politiche, e soprattutto le possibili coalizioni, otterrebbero se si votasse oggi. Trasmissioni televisive e talk show si beano di uno 0.2 per cento in più o in meno, fingendo di credere che davvero “nell’ultima settimana” qualcosa si sia mosso, come non sapessero perfettamente che qualche decimale in più o in meno non significa nulla, essendo ampiamente compreso entro il margine di errore statistico. In questa situazione, le uniche informazioni attendibili vengono dalla super-media dei sondaggi periodicamente calcolata da YouTrend (che neutralizza parte dell’errore statistico), e dai cambiamenti di medio periodo nei casi in cui sono di almeno 1-2 punti percentuali. E il riassunto è presto fatto: dall’inizio dell’anno due partiti (Fratelli d’Italia e Lega) hanno perso circa 3 punti ciascuno, Forza Italia ne ha perso 1, e buona parte del bottino totale è andato a Futuro nazionale, il nuovo partito di Vannacci, che ora veleggia fra il 7 e l’8% dei consensi. Sul fronte del centro-sinistra calma piatta, salvo una lieve riduzione della distanza fra Pd e Cinquestelle, a favore di questi ultimi. Quanto alle coalizioni classiche (centro destra di governo e Campo largo), si sono indebolite entrambe: di circa 7 punti quella governativa, di circa 1 punto quella dell’opposizione. Di qui la deduzione, da parte di numerosi osservatori, che in caso di elezioni a vincerle e acchiappare il premio di maggioranza sarebbe l’opposizione di sinistra. Risultato che si ribalterebbe nel caso il centro-destra imbarcasse il generale Vannacci e il suo partito.

Ma sono realistiche queste previsioni?

No, non lo sono per niente. E questo per una ragione tecnica ben precisa: i sondaggi su cui sono basate rilevano la domanda politica (a chi vanno le simpatie degli elettori) ma ignorano del tutto l’offerta politica, e cioè con quali alleanze i vari partiti andranno al voto. È come se gli istituti di sondaggio, in mancanza di coalizioni già formate e ben definite, assumessero uno scenario di tipo proporzionale, in cui l’elettore deve semplicemente scegliere un partito. Ma la legge elettorale che il Parlamento si accinge ad approvare non è di tipo proporzionale, dal momento che prevede un premio di maggioranza che inevitabilmente spinge a formare coalizioni ampie. E il voto di molti elettori non dipende solo da quale partito preferiscono, ma anche dalla coalizione di cui il partito fa parte e – nel caso del centro sinistra – da chi sarà il candidato premier.

A quanto ne so, nessun sondaggio ha ancora provato a sottoporre all’elettorato scenari di offerta politica alternativi e completi, per testare come la struttura dell’offerta politica modificherebbe i comportamenti elettorali. E se ne capisce anche la ragione: allo stato attuale gli scenari logicamente possibili sono ben 8, che diventano 16 se si considera l’eventualità di un quinto polo di estrema sinistra (partito di Di Battista, o rassemblement dei partitini comunisti).

Insomma, nessuno sa che cosa cambierebbe se Vannacci stesse fuori o dentro la coalizione di destra, che cosa cambierebbe se Renzi stesse fuori o dentro il Campo largo, che cosa cambierebbe se a guidare il centro-sinistra fosse Schlein oppure Conte. Soprattutto, nessuno sa come reagirebbe l’elettorato di destra nel caso Giorgia Meloni non si alleasse con Vannacci e facesse appello al voto utile. E meno che mai sappiamo quanto astensionismo in più o in meno, e a spese di chi, le varie possibili offerte politiche trascinerebbero con sé.

Forse dovremmo cominciare a pensare che l’esito del voto – come quasi sempre è stato nella seconda Repubblica – dipende più dall’offerta che dalla domanda politica. Le elezioni sono sempre un esercizio di democrazia, ma – con le leggi elettorali che ci siamo dati fin qui – il loro esito assomiglia più a quello di una partita a scacchi che a quello di una consultazione popolare.

[articolo uscito sul Messaggero il 28 settembre 2026]

A proposito del ritorno dei socialdemocratici – Lezione svedese

21 Settembre 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Adesso è ufficiale: le elezioni in Svezia le ha vinte la sinistra, il premier conservatore Kristersson si è dimesso, il temuto ingresso al governo dei Democratici Svedesi (partito di estrema destra anti-migranti, guidato da Jimmie Åkesson) non avverrà, la barra del timone ritorna in mano alla socialdemocratica Magdalena Andersson.

Una boccata di ossigeno per la sinistra, che ormai – nell’Unione Europea – era al governo in appena 4 paesi su 27. Precisamente: in Spagna, Danimarca, Lituania, Malta.

Ora si aggiunge la Svezia, da sempre punto di riferimento delle politiche progressiste.

Questa, però, è solo una parte della storia. Se vogliamo capire il voto svedese, e più in generale lo stato di salute della sinistra in Europa, dobbiamo tenere conto anche di altri fattori.

Primo elemento: in Svezia, paradossalmente, a spianare la strada al ritorno della sinistra al governo è stata la destra stessa. L’ascesa della destra, nel 2022, era avvenuta anche perché sotto i governi precedenti (socialdemocratici) vi era stata un’esplosione di violenza, legata anche all’immigrazione. E il governo moderato di Kristersson, appoggiato dall’esterno dai Democratici Svedesi, quell’ondata di violenza era stato capace di contenerla (-30% di omicidi). In poche parole: era riuscito nel miracolo di attuare politiche “legge e ordine” senza però concedere l’accesso al governo agli estremisti di Jimmie Åkesson. Accesso che invece ora, nel caso di una vittoria travolgente dell’estrema destra, sarebbe stato praticamente certo. In poche parole: il governo moderato uscente è apparso al tempo stesso superfluo, perché il lavoro repressivo era già stato fatto, e temibile perché minacciava di portare al governo l’estrema destra.

Ma c’è anche un secondo elemento che ha favorito il ritorno dei socialdemocratici al potere: la ripetuta, sincera, autocritica dei socialdemocratici e della loro leader Magdalena Andersson, che specie nella fase finale della campagna elettorale aveva finalmente riconosciuto apertamente i propri errori in materia di governo dei flussi migratori.

Di qui il cocktail perfetto: la destra moderata fa intravedere il possibile accesso al potere della destra estrema, mentre la sinistra moderata si candida a tornare al governo giurando di aver inteso la lezione. E l’elettorato, che dalla destra ha avuto quel che voleva (meno delitti), torna ad affidarsi a una sinistra che si presenta con l’umiltà di chi ha capito di aver sbagliato.

Ma è allargando lo sguardo al resto d’Europa che le cose si fanno più interessanti. Entrambi i paesi di tradizione occidentale in cui la sinistra è ancora al potere – la Danimarca e Malta – sono governati da partiti che, sull’immigrazione, attuano politiche restrittive, qui da noi sbrigativamente etichettate come “di destra”. Solo in Spagna è dato osservare una sinistra che è al potere e attua politiche aperturiste in materia migratoria.

Ma ancora per quanto?

La crisi di Ceuta lascia supporre che, anche qui, le cose possano evolvere in una direzione più europea, dove per “europea”, naturalmente, intendo più in linea con gli indirizzi restrittivi del recente Patto di Migrazione e Asilo.

I sondaggi più recenti condotti in Spagna segnalano una crescita molto rapida dell’estrema destra di Vox, oltreché un indebolimento delle forze della coalizione progressista Sumar, alleata del Partito Socialista del premier Sanchez. Ma soprattutto segnalano che una netta maggioranza della popolazione considera quella avvenuta a Ceuta un’invasione, e teme un grave deterioramento dei rapporti con il Marocco, da molti considerato l’ispiratore di tale invasione.

È una lezione per la sinistra di casa nostra?

Forse sì, forse no. In ogni caso è un bivio: seguire il modello aperturista di Pedro Sanchez, o incamminarsi sulla strada che ha riportato al governo i socialdemocratici di Mette Frederiksen in Danimarca e Magdalena Andersson in Svezia?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 settembre 2026]

Verso le elezioni – Avremo quattro poli?

11 Settembre 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Questa, sul piano delle intenzioni di voto, è stata una legislatura piuttosto stabile. Al momento delle elezioni politiche (settembre 2022) i quattro partiti di governo raccolsero un po’ meno del 44% dei consensi, ma nei mesi successivi lo incrementarono sensibilmente, portandosi intorno al 48%. Questa percentuale è rimasta piuttosto stabile, e in qualche momento è anche arrivata a sfiorare il 50%. Per contro, l’insieme dei partiti del Campo largo, pur con qualche oscillazione, è quasi sempre rimasto vicino al 43-44%, dunque parecchi punti sotto la percentuale dei partiti di governo.

Con l’ingresso sulla scena politica del partito di Vannacci (Futuro Nazionale), avvenuto a febbraio di quest’anno, la situazione si è progressivamente modificata. Settimana dopo settimana, Futuro Nazionale ha conquistato consensi, erodendo progressivamente quelli dei partiti di governo, fino a portarli in prossimità del 42%, un po’ al di sotto del livello conquistato alle elezioni Politiche di 4 anni fa. E tuttavia, fino a poco tempo fa, la somma dei consensi ai partiti di centro-destra, incluso Vanacci, è rimasta vicina al 48-49%, ben al di sopra del consenso raccolto dal Campo largo. Ancora alla fine di luglio, un sondaggio di Demopolis assegnava al Centro destra allargato addirittura il 50% dei consensi (43 ai partiti di governo, 7% a Futuro Nazionale), contro il 45% scarso del Campo largo.

Ora però alcuni sondaggi gettano un po’ di scompiglio nelle acque stagnanti degli orientamenti elettorali, introducendo le prime vere novità dopo le elezioni del 2022. Prima novità: non tutti i sondaggi danno Fratelli d’Italia – il partito di Giorgia Meloni – sensibilmente al di sopra della percentuale (26%) conquistata alle elezioni politiche. Alcuni sondaggi lo danno addirittura sotto il 26%.

Seconda novità, di pochissimi  giorni fa: un sondaggio di YouTrend, pur dando il partito di Giorgia Meloni ancora al di sopra del 26%, assegna ai 4 partiti di governo (quindi escluso Futuro Nazionale) un consenso di appena il 38.9%, largamente inferiore al consenso ottenuto alle elezioni politiche, e a maggior ragione inferiore al consenso mantenuto fin qui in tutta la Legislatura. Terza novità, forse la più importante: per la prima volta da quando Vannacci ha fondato il suo partito, la somma dei consensi al centro-destra esteso a Vannacci (46.8%) scende al di sotto del 47%, non  troppo lontana dai consensi attualmente raccolti dal Campo largo (44.6%). Il che vuol dire che, contrariamente a quanto molti ritenevano fino a qualche giorno fa, il centro-destra rischia di perdere le prossime elezioni politiche anche se ingloba il partito di Vannacci.

Ma c’è anche un’altra piccola (o forse grande) novità che emerge dall’ultimo sondaggio di YouTrend. Contrariamente a quel che spesso accade nei sondaggi, fra le alternative di voto sono state incluse anche due formazioni nuove, entrambe di orientamento liberale: il Partito Liberaldemocratico (1.3%) e Ora! (1.1%).

È abbastanza probabile che entrambe si alleino con Azione, il partito di Carlo Calenda, ritornato, per la prima volta da parecchio tempo, in prossimità del 4% dei consensi (3.9%).

Ciò significa che questa area di centro liberale attualmente attira circa il 6.3% dei consensi, presumibilmente destinati a crescere un po’ quando, con l’approssimarsi delle elezioni, aumenterà la visibilità delle formazioni più nuove.  Non è pochissimo se si considera che la forza politica più affine – Italia viva – ne è esclusa, e che se la conteggiassimo il Centro varrebbe l’8.7% dei consensi, ossia un po’ di più di quanti (il 7.8%) a suo tempo ne aveva raccolti il Terzo Polo di Calenda e Renzi.

Se questi sono i numeri, non si può escludere che, alla fine, ad affrontarsi alle elezioni politiche i poli finiscano per essere quattro: centro-destra, Campo largo, Futuro nazionale, Centristi. Con un possibile esito, aborrito dalla destra, auspicato dai Centristi, non inviso alla sinistra: la formazione di un governo di più o meno larghe intese, che include i centristi ed esclude le forze più anti-europee.

[articolo uscito sul Messaggero il 7 settembre 2026]

Perché Salvini e Schlein sono un problema – Smottamento al centro?

6 Novembre 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

La teoria secondo cui le elezioni si vincono al centro, convincendo l’elettore moderato, da un bel po’ di anni (almeno una decina) non gode di grande credito fra scienziati politici e sondaggisti. E questo a dispetto dell’autorevolezza di coloro che per primi ebbero a proporla, l’economista Duncan Black (nel 1948) e il politologo Anthony Downs, il padre della cosiddetta “teoria economica della democrazia” (titolo del suo libro, uscito nel 1957). Da un bel po’ di anni si sente ripetere che, in realtà, il fattore decisivo per vincere è galvanizzare il proprio elettorato, e che questo richiede uno spostamento verso le posizioni estreme: i successi elettorali delle forze estremiste, populiste o anti-sistema ne sarebbero la prova.

Ultimamente, almeno in Italia, sembra che il vento stia cambiando di nuovo. A farlo cambiare, però, non paiono essere gli insuccessi della sinistra estrema negli Stati Uniti (Bernie Sanders, Alexandra Ocasio Cortez) e nel Regno Unito (Geremy Corbyn), ma la banale constatazione che la linea estremista di Elly Schlein ha portato pochi voti, non mobilita affatto (vedi il flop del referendum della Cgil), e soprattutto rende impossibile la formazione di una coalizione larga, come quelle che per due volte portarono Prodi a Palazzo Chigi e permisero di sconfiggere Silvio Berlusconi.

Il contributo decisivo alla crisi dell’estremismo di sinistra sta venendo, in questi giorni, dalle reazioni alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. La linea ufficiale del Pd è nettamente contraria (“la democrazia è in pericolo”, “Meloni vuole i pieni poteri”), ma deve fare i conti con il dissenso di parecchi esponenti tutt’altro che marginali del partito, o più in generale del campo progressista. Giusto per fare qualche nome, si sono espressi a favore della riforma, in ordine alfabetico: Goffredo Bettini, Emma Bonino, Carlo Calenda, Stefano Ceccanti, Paola Concia, Vincenzo De Luca, Antonio Di Pietro, Roberto Giachetti, Claudio Martelli, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi. In breve: una parte della sinistra voterà sì al referendum, sfidando (e neutralizzando) il racconto estremista-apocalittico di Elly Schlein. Mi pare difficile, specie se dovesse vincere il sì, che il Pd possa andare alle elezioni amputando completamente le correnti riformiste-liberali-garantiste del fronte progressista.

Si potrebbe pensare che quello di non soccombere (elettoralmente) sotto il peso dell’estremismo sia soprattutto un problema della sinistra. Ma qualche indizio fa pensare che, sia pure in forme assai diverse, un problema simile sia destinato ad affliggere anche la destra. Dove il problema non è più il partito di Giorgia Meloni, il link ideologico con il Movimento Sociale Italiano, l’anti-europeismo, tutti test ampiamente superati, bensì il partito di Matteo Salvini. Un alleato sempre più anti-europeo, insofferente, aggressivo, sopra le righe. E ultimamente reso ancora meno governabile dall’innesto del generale Vannacci e delle sue truppe. Solo i commentatori più visceralmente ostili a Giorgia Meloni non si rendono conto che è la presenza della Lega, non di Fratelli d’Italia, che permette di dire che in Italia l’estrema destra è al governo.

Se la sinistra ha il problema di non cancellare la sua faccia riformista, la destra ha il problema speculare di attenuare almeno un po’ la sua faccia estremista. Un compito forse ancora più difficile, visto che Salvini – nonostante la sua incapacità di risollevare la Lega dalla stagnazione (o dal declino?) elettorale – appare inamovibile.

Ma lo è davvero?

Se lo è, non è per mancanza di valide alternative, ma perché né le vecchie glorie (Zaia, Fedriga, Giorgetti) né le nuove leve specie femminili (Ceccardi, Tovaglieri, Sardone) se la sentono di sfidare il capo.

Vedremo come andrà a finire. Se è vero, come sostengono alcuni politologi, che l’elettore sceglie la coalizione più rassicurante (o meno inquietante), le prossime elezioni potrebbe vincerle chi sarà più capace di frenare la deriva estremista che affligge entrambi gli schieramenti.

[articolo uscito sulla Ragione il 4 novembre 2025]

Elezioni in Romania e corruzione

23 Maggio 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Il caso delle elezioni in Romania ha suscitato molte discussioni nel resto d’Europa, Italia compresa. La lente con cui se ne è parlato è sostanzialmente questa: da una parte c’è un pericoloso candidato di estrema destra, sovranista, populista, trumpiano e anti- europeo, George Simion; dall’altra c’è il sindaco di Bucarest, colto (è un matematico), democratico, progressista, europeista, Nicușor Dan. La speranza degli europeisti è che l’annullamento dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali (dicembre 2024), in cui aveva vinto un candidato vicino a Simion (Călin Georgescu), non si riveli un boomerang, finendo per consegnare la vittoria proprio a Simion, ossia al candidato che di Georgescu aveva preso il posto.

Ora sappiamo come è andata. I timori di una vittoria dell’estrema destra euroscettica si sono dissipati (forse anche grazie a una mobilitazione anti-Simion di tanti astensionisti abituali), il nuovo presidente Dan assicurerà la lealtà all’Unione Europea e alla Nato.

Fin qui il racconto dominante. Un racconto che, ai miei occhi, appare alquanto riduttivo. O meglio troppo “UE-centrico”. Sembra quasi che quel che è andato in scena in Romania domenica scorsa sia solo un referendum pro o contro l’Unione Europea. O, peggio, uno scontro fra democrazia e tentazioni neo-fasciste.

Due sono le fonti della mia perplessità. La prima è, per così dire, puramente politologica: credo sia estremamente riduttivo leggere l’avanzata della destra in Europa come risultato di tentazioni neo-fasciste. Troppe cose dividono i programmi dei moderni partiti etichettati come “di estrema destra”, dai programmi dei partiti fascisti e nazisti del passato. Prima fra tali cose l’atteggiamento verso la guerra, che oggi è pacifista e anti-militarista, mentre ieri era espansionista e guerrafondaio. Dare del fascista a un candidato atipico e decisamente discutibile come Simion, mi pare una forzatura.

Ma la fonte di perplessità maggiore è un’altra: mi capita spesso di ascoltare i racconti di rumeni che da anni vivono in Italia (talora indicati come “diaspora romena”), e di constatare che le priorità dei loro discorsi sono diverse, talora molto diverse, da quelle che vediamo riferite sui grandi media italiani. Per i “rumeni d’Italia” il problema fondamentale della Romania è la corruzione, che viene raccontata in termini molto più drammatici di quelli che capita di leggere sui media italiani. Non c’è solo la corruzione nel sistema sanitario, che costringe i cittadini a pagare con mance, mazzette e regalie il diritto a essere curati. Ci sono anche due altri importantissimi meccanismi corruttivi, di cui in Europa occidentale si parla poco. Il primo è che, spesso, occorre pagare per essere assunti nella pubblica amministrazione: il posto non si ottiene per merito, ma si compra. Il secondo è l’uso distorto dei copiosi fondi europei che, secondo molti rumeni, troppe volte sono stati distribuiti in modo clientelare e hanno permesso arricchimenti personali illeciti. Per non parlare dello stato del sistema scolastico, che colloca la Romania all’ultimo posto in Europa e che alcuni – forse esagerando – considerano (per alcuni specifici aspetti) peggiore di quello vigente ai tempi della dittatura comunista di Ceaușescu.

Detto in termini semplici: molti rumeni all’estero, proprio perché vedono con i loro occhi come si vive nei paesi dell’Europa occidentale, sono estremamente critici con l’establishment che ha governato il paese negli ultimi 35 anni, e aspirano a un cambiamento radicale (meno corruzione, più istruzione), senza il quale – anche quando lo desidererebbero – sono ben poco disposti rientrare in Romania.

La cosa interessante è che la lotta alla corruzione è in cima ai programmi di entrambi i candidati, il vincitore europeista Nicusor Dan e il perdente euroscettico George Simion. Quel che ha spinto tanti elettori a scegliere Dan e tanti altri a scegliere invece Simion non è solo il grado di fiducia nell’Unione Europea, ma anche il grado di fiducia nella capacità dei due candidati di risolvere davvero il problema numero 1 della Romania, ossia di smantellare l’enorme macchina della corruzione che da tanti decenni attanaglia il paese. C’è chi ha creduto che Dan fosse più adatto di Simion, e chi ha creduto che il più adatto fosse Simion e non Dan. E ci sono pure quanti, pur avendo scelto uno dei due, restano scettici perché temono che nessuno sarà veramente capace di cambiare la Romania.

Viste da questa angolatura, le accuse a Simion di nostalgie fasciste appaiono alquanto fuori bersaglio. Più ragionevole, forse, è pensare che fra quanti lo hanno votato molti l’abbiano fatto semplicemente perché hanno ritenuto che, proprio in quanto più anti-sistema e meno compromesso con la burocrazia di Bruxelles, avesse maggiori possibilità di estirpare la corruzione.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 maggio 2025]

image_print
1 2 3 … 15
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy