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A proposito di premio Goncourt e Intelligenza Artificiale – Fine dell’autore?

6 Ottobre 2026 - di Luca Ricolfi

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Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo: uno dopo l’altro, vari scrittori e scrittrici vengono accusate di non essere gli autori delle proprie opere. Ma non in quanto le avrebbero copiate da altri autori (il classico reato di plagio) bensì perché si sospetta che a scrivere quelle opere sia stata l’Intelligenza Artificiale (IA), o siano stati loro stessi con un pesante ricorso all’IA.

Il caso che ha fatto più clamore è stato quello di Thélison Orélien, autore di un romanzo autobiografico (C’était ça ou mourir), escluso dal premio Goncourt per sospetti di non autenticità dell’opera. Ma ci sono stati anche i casi di Jerry Falade (Call me, I’ll Hide the Body), e di Mia Ballard (Shy Girl). Il primo è stato oggetto di un’asta milionaria fra case editrici, e si è concluso (per ora) con il ritiro del manoscritto dal mercato. Una sorte simile era capitata pochi mesi prima al romanzo horror di Mia Ballard. Ad agitare ulteriormente le acque, la circostanza che tutti e tre gli autori accusati di massiccio ricorso all’Intelligenza Artificiale sono neri, con conseguenti polemiche, accuse e controaccuse di razzismo e discriminazione.

Questi casi sono spiazzanti per le case editrici, perché i medesimi software usati per verificare la non autenticità di opere dei giorni nostri hanno fallito clamorosamente al momento di valutare l’autenticità di capolavori classici: se un software di verifica asserisce che Il vecchio e il mare (romanzo di Hemingway) è opera dell’AI, come si fa a usare quel software (o software analoghi) per escludere un concorrente da un premio letterario? E se non esiste un modo di sapere se un’opera è autenticamente umana oppure no, che senso hanno ancora i premi all’autore?

Che fare, dunque?

Al momento si stanno delineando due linee di risposta, entrambe a danno esclusivo degli autori (peraltro già vessati dalla pirateria digitale e dai saccheggi dell’AI). La prima è di pretendere che l’autore consegni alla casa editrice non solo il testo finale, ma le tracce informatiche e non informatiche dell’intero processo creativo (appunti, modifiche, consultazioni dell’AI). La seconda è di inserire nei contratti clausole di non ricorso o ricorso limitato all’AI, con obbligo di restituzione dell’anticipo nel caso successivamente emerga il mancato rispetto della clausola di autenticità.

L’unica alternativa finora emersa a queste linee di risposta anti-autori pare essere quella – corporativa – dell’associazione degli scrittori americani, che vorrebbe istituire un registro pubblico di autori “puri” (che non ricorrono all’AI), con conseguente bollino da applicare sulle copertine dei libri.

La mia impressione, però, è che queste siano reazioni a caldo, e che prima o poi a prevalere sarà l’idea che il ricorso all’AI è normale e inevitabile, sia nella saggistica sia nella letteratura. Perché, in fondo, al pubblico interessa che l’opera funzioni, e agli editori che venda, non che sia creata da un essere umano. Con il tempo le case editrici si accorgeranno che il bollino di autenticità appassiona solo una minoranza dei lettori (come già oggi succede con l’informazione cartacea), e che si possono benissimo concedere generosi anticipi sulla sola base delle vendite attese, senza sindacare troppo su chi sia il “vero” autore dell’opera.

Ci piace, che le cose vadano così?

A me non tanto, anzi per niente. Ma con i progressi dell’intelligenza artificiale sarebbe saggio non illuderci troppo e adottare una prospettiva realistica. Fra le innumerevoli sue conseguenze, alcune positive altre catastrofiche, è il caso di annoverare la crisi del talento intellettuale, messo fuori gioco dalla enorme, accresciuta, difficoltà di valutarlo. Ballerini, cantanti, calciatori, attori sono ancora in grado di far valere i propri talenti mettendoli in scena, come in modo pirotecnico accade nei talent show. Così, più sobriamente, riescono ancora a farsi valere scultori, pittori, musicisti, atleti.

Scrittori, scienziati, studiosi, letterati, critici, intellettuali invece no, o sempre di meno: per millenni sono stati valutati attraverso le loro opere, oggi solo dal vivo possiamo essere certi che a parlare siano loro, e non il software che ne ha preso il posto.

Poco male, si potrebbe pensare, stiamo parlando di minoranze più o meno elitarie. Ma non è così, o meglio è solo apparentemente così. Lo sviluppo e la valutazione del talento intellettuale sono sempre stati la stella polare dell’insegnamento, nella scuola come nell’università. Così come sono stati uno dei principali strumenti di avanzamento sociale, a dispetto dei privilegi del ceto e dell’origine.

Con l’avvento dell’AI tutto è cambiato. La possibilità di ricorrere all’Intelligenza artificiale rende del tutto inutile, e spesso terribilmente fuorviante, la valutazione mediante prove scritte, e meno che mai mediante testi composti a casa, in solitudine. Il talento intellettuale, che tipicamente si manifestava in opere scritte, è diventato intrinsecamente non riconoscibile, a tutto danno di chi nel proprio talento aveva uno dei pochi strumenti di emancipazione.

La vicenda del premio Goncurt è stata solo un assaggio.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 ottobre 2026]

Fra guerra e pace – Verso le elezioni anticipate?

9 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

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Nessuno può escludere che fra qualche mese un raggio di sole accarezzi il mondo. La guerra in Ucraina finisce, in Israele c’è una tregua, l’Europa raggiunge un accordo commerciale con gli Stati Uniti, le borse recuperano il terreno perduto. Il riarmo dell’Europa torna in secondo piano. Insomma, la gente smette di avere paura della guerra e dell’inflazione.

Questo però non è lo scenario più verosimile. Lo scenario più verosimile, purtroppo, è che, comunque evolvano le cose, la paura della guerra e lo spettro della recessione ci accompagnino ancora per un po’. Diciamo (almeno) per due o tre anni.

Ebbene, se questo dovesse essere lo scenario prevalente, il quadro politico potrebbe mutare sensibilmente, e i rapporti di forza fra i partiti al momento delle prossime elezioni politiche (previste per il 2027) potrebbero cambiare drasticamente. E potrebbero farlo nella direzione che, lentamente e quasi impercettibilmente, si sta profilando già in questi giorni.

A segnalare i primi scricchioli è stato l’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, che fin dagli ultimi giorni di marzo, sul Corriere della Sera, avvertiva che Fratelli d’Italia stava perdendo colpi e soprattutto che, contrariamente a quanto affermato dalla maggior parte degli istituti rivali, era largamente al di sotto del 30% di consensi, e semmai si stava pericolosamente planando verso quota 26%, ossia al risultato elettorale del 2022.

Poi negli ultimissimi giorni è intervenuta la supermedia dei sondaggi calcolata da You Trend, che apparentemente non ha rivelato cambiamenti clamorosi ma in realtà, a leggere attentamente le variazioni rispetto a due settimane prima, non solo conferma il calo di Fratelli d’Italia (più che comprensibile date le evidenti difficoltà di Giorgia Meloni in politica estera) ma mostra che le micro-variazioni in atto negli altri partiti hanno un segno preciso e delineano (forse) una tendenza.

Quale tendenza?

Fondamentalmente il riallineamento del sistema politico lungo la frattura fra partiti europeisti (quasi sempre al governo in Europa) e partiti euroscettici (quasi sempre all’opposizione in Europa). Credo non sia un caso che il segno meno caratterizzi i consensi a Pd, Forza Italia, +Europa, Azione, Noi moderati, e il segno + caratterizzi i consensi a Lega, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra. Quel che differenzia i due blocchi è che i primi hanno assunto una posizione sostanzialmente favorevole al riarmo, mentre i secondi ne hanno preso univocamente le distanze non solo a Bruxelles, ma anche nelle piazze (vedi la grande manifestazione di sabato convocata da Conte).

Ebbene, se l’incubo della guerra dovesse perdurare, tutto questo potrebbe preludere ad alcuni cambiamenti importanti sia nella coalizione di governo sia nelle opposizioni.

Nella coalizione di governo la competizione fra Forza Italia e la Lega per la posizione di maggiore alleato del partito della Meloni potrebbe volgere a favore della Lega, unico partito in grado di offrire un approdo al pacifismo di destra. Nel fronte dell’opposizione potrebbe riaprirsi la competizione per la leadership fra Schlein e Conte. Oggi il Pd ha il 22.7% dei consensi, contro il 12.1% dei Cinque Stelle. Sembra un abisso, ma se anche solo il 3% dell’elettorato, in quanto nettamente contrario al riarmo, transitasse dal Pd ai Cinque Stelle, il partito di Schlein scenderebbe sotto il 20%, e quello di Conte salirebbe sopra il 15%. Con un distacco di 5 punti scarsi, e venti di guerra all’orizzonte, la partita per la leadership si riaprirebbe.

Ma il pericolo maggiore, fra tutti i partiti, probabilmente lo correrebbe Fratelli d’Italia: la spina nel fianco pacifista è più dolorosa per chi guida il governo che per chi sta all’opposizione. Un Salvini che superasse il 10% diventerebbe una spina nel fianco per il governo Meloni, specie se il trend di ridimensionamento di Fratelli d’Italia, concordemente rilevato dalla maggior parte degli ultimi sondaggi, dovesse persistere. In quel caso, a meno di un insperato, rocambolesco soccorso del partito di Calenda, il ritorno anticipato alle urne non sarebbe così impossibile come appare oggi.

[articolo inviato alla Ragione il 6 aprile 2025]

Verso una sinistra comunitaria?

4 Dicembre 2024 - di Luca Ricolfi

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Qualche giorno fa, sul quotidiano “La Stampa”, è uscita una intervista di Michael Sandel, uno dei più noti filosofi americani, probabilmente oggi il principale rappresentante della corrente dei “comunitari”, ostili all’individualismo e assai critici verso la cultura dei diritti, tipica dei partiti progressisti. Per i comunitari il legame sociale non può che poggiare sulla comunità e sulla tradizione, e la patria non è un concetto vuoto, superato dalla unificazione del mondo.

Questa linea di pensiero, da noi, trova una certa eco quasi esclusivamente a destra, sia a livello intellettuale (ad esempio con Marcelo Veneziani), sia a livello politico (soprattutto con Fratelli d’Italia). La sinistra, tendenzialmente, è globalista, cosmopolita, individualista, più attenta ai processi di emancipazione individuali che alle radici comunitarie dell’identità.

La cosa interessante dell’intervista di Sandel è che, anziché rivolgersi alla destra, si rivolge alla sinistra (tramortita dalla vittoria di Trump), auspicando un recupero del concetto di patria, l’abbandono della meritocrazia, una postura critica verso la globalizzazione, un ritorno ai ceti popolari, fin qui dimenticati a favore dell’élite e dei ceti istruiti. In breve: Sandel sogna una sinistra comunitaria, che scalzi la sinistra liberal fin qui egemone, negli Stati Uniti come in Europa.

È un pensiero isolato?

Direi proprio di no. La realtà è che la sinistra è in movimento, non solo in America ma anche da noi. In Danimarca già da qualche anno i socialdemocratici hanno imboccato una linea di arroccamento comunitario nei confronti dell’immigrazione, una linea che ha permesso alla premier Mette Frederiksen di restare al potere. In Germania da un anno è nata una nuova forza politica di sinistra, la BSW di Sahra Wagenknecht, ostile all’immigrazione, agli eccessi della cultura dei diritti, al primato delle istanze europee su quelle nazionali: se il socialdemocratico Scholz vuole restare cancelliere, non può evitare l’alleanza con la sinistra comunitaria di Wagenknecht.

E da noi?

Da noi i grandi media fanno in modo di non parlarne, ma la tentazione di rifondare la sinistra in chiave comunitaria sta facendo capolino. Non che sia la prima volta, perché anche in passato i tentativi comunitari e anti-mondialisti non sono mancati: a
livello intellettuale, con il filosofo Costantino Preve (il maestro di Diego Fusaro); a livello partitico con il Partito Comunista di Marco Rizzo, e le sue varie reincarnazioni sovraniste; a livello politico-culturale, con l’associazione Patria e Costituzione (PeC),
fondata dall’economista (ed ex PD) Stefano Fassina.

Solo ora, però, queste tentazioni sembrano aver trovato un canale di espressione non periferico: il nuovo movimento Cinque Stelle, che sta prendendo forma in queste settimane. Alla Assemblea costituente del nuovo soggetto, l’unica forza politica
invitata è stata la BSW, che con la sua leader – Sahra Wagenknecht – ha avuto modo di esporre la linea del neo-nato partito tedesco: sovranista, popolare, anti-migranti, scettico sulla guerra in Ucraina.

Conte si è ben guardato dal sottoscrivere in toto il discorso di Wagenknecht, ma il messaggio è stato chiaro lo stesso: il nuovo movimento Cinque Stelle dialoga con la BSW, una formazione che – culturalmente – è agli antipodi rispetto al PD. A prenderne atto in modo lucido è stato il solo Stefano Fassina, che tuttavia – per esprimersi – si è dovuto rifugiare su due quotidiani eretici, il Fatto Quotidiano e la Verità.

Ci sono cose, evidentemente, delle quali sulla grande stampa si preferisce non parlare e dibattere. Un vero peccato…

[articolo trasmesso alla Ragione il 1° dicembre 2024]

I sacrifici nascosti

15 Ottobre 2024 - di Luca Ricolfi

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È sempre stato difficile entusiasmarsi per i contenuti della legge finanziaria, un istituto che cambia spesso nome (adesso si chiama Legge di Bilancio) ma resta più o meno lo stesso da parecchi decenni. La ragione è che, da quando ci siamo accorti che
non possiamo esagerare con la spesa pubblica in deficit, trovare la quadra è diventato maledettamente complicato, per qualsiasi governo. Ogni esecutivo si presenta all’appuntamento con l’obiettivo di esibire alcuni provvedimenti positivi, tipicamente
più spesa sociale e meno tasse, ma si trova di fronte il problema di trovare le “risorse” per finanziarli. E dato che tali risorse sono invariabilmente tagli di spesa più o meno virtuosi e incrementi di entrate più o meno dolorosi, non è facilissimo convincere gli
elettori che il gioco valga la candela.

Quello che non è sempre evidente, però, è che i cambiamenti che la Legge di Bilancio produce sono, quasi sempre, abbastanza modesti. Tanto più quando, come accade quest’anno, il Patto di stabilità europeo torna a pesare sulle scelte delle classi
dirigenti nazionali: il Piano strutturale di bilancio appena approvato dal Parlamento disegna, di qui al 2029, un cammino molto stretto.

In questi giorni è in corso una discussione, talora molto accesa, sulla riduzione delle tasse. Il governo pretende di averle ridotte, e promette di continuare a farlo nei prossimi anni, l’opposizione nega che la pressione fiscale sia in discesa, e minaccia – per quando vincerà le elezioni – nuove tasse per i ricchi. La realtà è che, per ora, mancano i dati per fare affermazioni perentorie. È vero che, dal 23 settembre scorso, disponiamo di dati di contabilità nazionale rivisti e aggiornati dall’Istat, ma in
compenso mancano ancora stime aggiornate sull’economia sommersa e non è stato ancora presentato il Dpb (Documento programmatico di bilancio), che dovrebbe essere trasmesso alla Commissione Europea nei prossimi giorni. Inoltre, i documenti
finora resi pubblici sono assai meno analitici e informativi di quelli presentati in passato con la Nadef (Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza).

Prendendo atto dei pochissimi dati finora comunicati dai vari soggetti che si occupano di conti pubblici, quel che si può dire è che la pressione fiscale nominale, dopo essere leggermente diminuita nel 2023 rispetto al 2022 (-0.2%), è prevista in aumento sia quest’anno (+0.8) sia l’anno prossimo (+0.2). Questi dati, tuttavia, sono del tutto insufficienti a rispondere all’interrogativo che più interessa: come è andata e come andrà la pressione fiscale reale, che tiene conto del peso dell’economia sommersa? Un aumento della pressione fiscale nominale, infatti, può anche essere il risultato di un maggiore recupero di gettito evaso, e può coesistere con una diminuzione della pressione fiscale effettiva, che è quella che si esercita sulle attività regolari. Purtroppo, non essendo ancora stato pubblicato il Documento programmatico di bilancio (Dpb), e mancando dati aggiornati sull’economia
sommersa, non siamo in grado di trarre alcuna conclusione solida.

Quello che però mi sembra di poter dire è che, comunque, gli onerosi impegni presi con le autorità europee di qui al 2029 limitano e continueranno a limitare enormemente gli spazi di manovra di questo governo (che scadrà nel 2027), ma anche di quello successivo: chiunque governerà e vorrà mantenere delle promesse elettorali, non potrà farlo senza chiedere sacrifici più o meno espliciti e più o meno diretti a segmenti dell’elettorato. Quindi la vera domanda, per entrambi, non è che cosa farete, ma è a spese di chi.

Questo è ovviamente vero per l’attuale governo, che dopo aver alleggerito la pressione fiscale sui ceti bassi e medio-bassi, ora si accinge a fare qualcosa per i ceti medi. Sarebbe importante capire se a pagare il conto saranno chiamati gli evasori, le grandi imprese (tassa sugli extraprofitti?), o i bilanci dei ministeri, con inevitabili ricadute sulla spesa sociale.

Ma il principio dovrebbe valere, per certi versi ancora di più, per l’opposizione. Perché l’opposizione ha un privilegio indebito: quello di poter delineare la sua finanziaria senza un vero vincolo di bilancio, dal momento che tutte le sue misure sono “sulla carta”, ovvero non soggette alle severe regole del bilancio pubblico. Oggi il governo in carica si affanna per trovare 10 miliardi (0.5% del Pil) che mancano alla sua manovra, ma anche solo portare la spesa sanitaria al 7.5% del Pil e rifinanziare il comparto scuola (due delle priorità dell’opposizione) avrebbero costi ben maggiori.

Quanto al salario minimo legale, un’altra misura bandiera dell’opposizione, nessuno ha ancora calcolato quanto costerebbe in termini di chiusure di micro-attività e conseguente riduzione dei posti di lavoro.

Insomma, il problema è fare le domande giuste. Tagli di spesa pubblica e aumenti di gettito fiscale sono la norma in qualsiasi finanziaria, comprese quelle passate dei governi di centro-sinistra. In tempi di vincoli europei i margini sono sempre stretti, e i
sacrifici inevitabili. Nasconderli è inutile. Perché la domanda giusta non è se si possano o no chiedere sacrifici agli elettori, ma se ciò per cui vengono richiesti li renda accettabili.

[articolo uscito sul Messaggero il 13 ottobre 2024]

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