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Le strane convergenze

24 Agosto 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Supponete che un partito prevedesse, fra i suoi punti programmatici, il contrasto all’immigrazione irregolare, il rifiuto del politicamente corretto, l’ostilità alle rivendicazioni LGBT. Come lo definireste?

Credo che molti risponderebbero, senza troppe esitazioni, che lo considererebbero un partito di destra. E in effetti è così, molti partiti di destra radicale, in Italia come in Europa, rispecchiano questo profilo.

Però sarebbe un errore pensare che questo genere di idee siano prerogativa esclusiva della destra radicale. Idee del tutto affini si incontrano in alcune formazioni della sinistra radicale, ad esempio nella nuova lista “Italia sovrana e popolare”, guidata da Marco Rizzo, che in queste settimane sta raccogliendo le firme per presentarsi alle imminenti elezioni politiche. E in modo ancora più netto nei filosofi marxisti anti-capitalisti, come Jean Claude Michéa (francese), Slavoj Źiźek (sloveno), Costanzo Preve e il suo allievo Diego Fusaro in Italia.

Ma qual è la ratio di simili idee?

In parte è la medesima a destra e a sinistra. Sia la destra radicale sia la sinistra radicale vedono nei flussi migratori un doppio pericolo: l’abbassamento dei livelli salariali dei lavoratori nativi, dovuto alla concorrenza degli immigrati, la competizione fra cittadini e stranieri nell’accesso ai servizi sociali.

Diverso è il discorso sulle rivendicazioni LGBT e il politicamente corretto. Qui le motivazioni della destra e della sinistra radicali, almeno in parte, divergono. A destra l’ostilità al mondo LGBT è genuinamente culturale, perché deriva semplicemente da una concezione tradizionalista del ruolo della famiglia e del rapporto fra uomini e donne. A sinistra, invece, la medesima ostilità deriva da due idee distinte ma convergenti: il consumismo sessuale sarebbe un capitolo della colonizzazione di tutti gli ambiti della vita da parte del capitalismo globale trionfante; l’attenzione ossessiva della sinistra ufficiale al mondo LGBT e agli immigrati avrebbe completamente cancellato la questione sociale (occupazione, salari, povertà, disuguaglianze).

Più in generale, destra e sinistra radicale, considerano le questioni sollevate dal politicamente corretto (a partire dalla riforma del linguaggio) come problematiche “borghesi”, che possono interessare solo i ceti alti.

Soprattutto, destra e sinistra radicale convergono su una diagnosi: il nemico numero uno sono gli organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, la Bce, le Nazioni Unite, la Banca mondiale, che togliendo autonomia agli stati nazionali renderebbero più difficile la difesa degli interessi nazionali e delle istanze popolari.

Di qui la fusione, a destra come a sinistra, fra sovranismo e populismo, e la comune ostilità alla sinistra ufficiale, che in tutte le società democratiche moderne è tendenzialmente liberale, cosmopolita, fiduciosa nei meccanismi di mercato, rispettosa delle istituzioni sovranazionali.

Questa convergenza può turbare chi tende a vedere destra e sinistra come due mondi antitetici e incompatibili. In compenso permette di spiegare fatti altrimenti incomprensibili, come le transizioni dall’estrema destra all’estrema sinistra e viceversa. E’ dei giorni scorsi, ad esempio, la notizia che Francesca Donato, parlamentare europea eletta nelle liste della Lega, si appresterebbe a correre nella lista del comunista Marco Rizzo, leader della neonata lista di sinistrissima “Italia sovrana e popolare”.

Risalendo indietro nel tempo, possiamo rintracciare conversioni ben più clamorose e interessanti, perché frutto di meditate elaborazioni teoriche. Penso, ad esempio, al caso dell’economista di sinistra (radicale) Alberto Bagnai, che qualche anno fa aderì alla Lega di Salvini. Ma penso, soprattutto, a Costanzo Preve, raffinato filosofo marxista anti-capitalista, che nel 2012, in occasione delle presidenziali francesi, dichiarò (e spiegò con un raffinato ragionamento) che, se fosse stato francese, in caso di ballottaggio Sarkozy-Marine le Pen avrebbe votato per la candita di estrema destra.

Ebbene, tutti questi casi, a prima vista incomprensibili, hanno una logica precisa. Alla base del sovranismo populista, che rende quasi intercambiabili destra e sinistra radicali, ci sono due idee forti: primo, l’assoluta centralità della questione sociale; secondo, la convinzione che solo gli stati nazionali abbiano qualche chance di fornire risposte alla domanda di protezione degli strati popolari.

L’analisi può essere sbagliata, ma la sfida che lancia è reale. E tocca alla sinistra ufficiale raccoglierla, innanzitutto mostrando che non ha dimenticato la questione sociale.

Luca Ricolfi

Massimalisti e riformisti

23 Agosto 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Durante la prima Repubblica i partiti, sia pure con qualche piccola fluttuazione, venivano percepiti come disposti su un asse destra-sinistra: missini, monarchici, liberali, democristiani, repubblicani, socialdemocratici, socialisti, comunisti, psiuppini, demoproletari.

Nella seconda Repubblica, ossia a partire dal 1992, questo genere di ordinamento non è stato più possibile, perché alla dimensione destra-sinistra se ne è aggiunta un’altra, che possiamo chiamare moderato-radicale, o pro-sistema anti-sistema. Due partiti, in particolare, hanno contribuito a rompere lo schema destra-sinistra: la Lega negli anni ’90, percepita come partito radicale né di destra né di sinistra; il Movimento Cinque Stelle negli ultimi dieci anni, percepito come partito anti-sistema, incollocabile sull’asse destra-sinistra.

Oggi tutto questo sta evaporando, perché la Lega è nel frattempo diventata un partito genuinamente di destra, e i Cinque Stelle, dopo l’alleanza con il Pd nel governo giallo-rosso, sono percepiti come un partito di sinistra. In breve, il sistema politico – a dispetto delle ambizioni del Terzo polo di Renzi e Calenda – sta tornando bipolare. Cespugli a parte, c’è una destra fatta dei partiti di Meloni, Salvini, Berlusconi, e c’è una sinistra fatta dei partiti di Letta, Conte, Calenda.

Quel che non è chiaro è come questi sei partiti si dispongano sull’asse destra-sinistra. O, per dirla in modo classico, chi siano i riformisti e chi siano i massimalisti entro i due campi.

Il modo più canonico di affrontare questo tema è di utilizzare la “teoria economica della democrazia” di Anthony Downs (1957), che suggerisce di ordinare le forze politiche in base al loro grado di interventismo statale, con la destra “liberista” che vuole minimizzarlo per promuovere la crescita dell’economia, e la sinistra “statalista” che vuole massimizzarlo per attuare la giustizia sociale.

Quel che è interessante, di questo schema, è che mette a soqquadro alcune consolidate abitudini mentali. Se applichiamo all’Italia di oggi la teoria di Downs, sembra ragionevole considerare massimalisti la Lega e i Cinque Stelle. La Lega, infatti, con la proposta di un’aliquota unica al 15%, porta alle estreme conseguenze il liberismo di Berlusconi, che nel “Contratto con gli italiani” del 2001 si accontentava di due aliquote Irpef, e ora si fa bastare un’aliquota al 23%, giudicando irrealizzabile l’obiettivo del 15% caro a Salvini. Il movimento Cinque Stelle, per parte sua, con la strenua difesa del reddito di cittadinanza, porta alle estreme conseguenze l’interventismo statale caro alla sinistra, rischiando di farlo degenerare in assistenzialismo.

Visti con le lenti di Downs, gli estremi dell’asse destra-sinistra sono il massimalismo iper-liberista della Lega e il massimalismo iper-statalista dei Cinque Stelle. Ma chi occupa il centro? Chi sono i partiti più riformisti e meno massimalisti?

A sinistra la risposta è facile: il Terzo polo liberal-democratico di Renzi e Calenda nasce esattamente per dare vita a una sinistra coerentemente riformista, senza le ambiguità e le attrazioni fatali del Pd.

E’ a destra che la risposta si fa difficile, ma anche più interessante. Siamo abituati, con buone ragioni, a considerare Forza Italia come forza politica moderata, meno euroscettica e meno anti-immigrati rispetto a Lega e Fratelli d’Italia. Ma sulla politica economico-sociale, ovvero sull’asse di liberismo-interventismo della “teoria economica della democrazia”?

Qui un’analisi delle proposte in materia di tasse non lascia molti dubbi: le idee di Giorgia Meloni sono molto meno massimaliste di quelle di Berlusconi e, a maggior ragione, di quelle di Salvini. Giorgia Meloni non ama la flat tax e, nel giro di poche settimane, è riuscita a riportare a più miti consigli gli alleati. Nel programma appena pubblicato del centro-destra le aliquote del 15% e 23% non compaiono. L’eventuale flat tax, almeno inizialmente, è limitata al reddito incrementale (si applica ai guadagni in più rispetto all’anno precedente). L’unica concessione è l’innalzamento della soglia di fatturato (da 65 mila a 100 mila euro) che permette alle partite Iva di usufruire dell’aliquota del 15%. La via maestra è ridurre la pressione fiscale sulle imprese che aumentano l’occupazione.

Meloni moderata e riformista, dunque?

No, se parliamo in generale. Ma in politica economica sì. Né dovremmo stupircene troppo: la destra da cui proviene Giorgia Meloni è la destra sociale, non certo quella iper-liberista di Reagan e Thatcher.

La realtà è che Giorgia Meloni e Carlo Calenda, da opposte sponde, stanno conducendo due operazioni speculari di contenimento del massimalismo. Il terzo polo è (anche) il tentativo di iniettare un po’ di liberalismo nella cultura statalista e pro-tasse della sinistra. Fratelli d’Italia è (anche) il tentativo di immettere un po’ di stato nella cultura liberista e anti-tasse della destra.

 

Luca Ricolfi

I punti deboli del centro-destra

31 Luglio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Che il centro-sinistra, dopo la rottura fra Pd e Cinque Stelle, si appresti alle elezioni in una situazione di grande difficoltà è evidente a tutti. Una eventuale coalizione Pd+Mdp+Azione+Italia Viva, allo stato attuale, intercetta circa il 30% dei consensi, decisamente poco per competere con il centro-destra, dato intorno al 45%.

Meno evidente, forse, è il fatto che anche per il centro destra la strada che porta alle elezioni è lastricata di difficoltà. Per parte mia ne vedo almeno quattro, dalla meno importante alla più seria.

La prima è la conflittualità interna nella scelta delle candidature e nell’assegnazione dei collegi sicuri. Le ultime tornate amministrative hanno reso evidente che, su questo terreno, i tre leader del centro destra hanno difficoltà a mettersi d’accordo, e qualche volta a trovare candidati convincenti.

La seconda difficoltà sono le tensioni sulla scelta del candidato premier. La regola da sempre in vigore nel centro-destra, secondo cui la scelta del candidato premier spetta al partito che raccoglie più voti, improvvisamente pare non valere più. Interrogati dai giornalisti, i politici (maschi) di Forza Italia e Lega tentennano di fronte alla prospettiva che la regola possa premiare Giorgia Meloni. Difficile pensare che questo nodo irrisolto non inquini i rapporti fra gli alleati.

La terza difficoltà è l’auto-inabissamento di Forza Italia con la decisione di togliere la fiducia al governo Draghi. Specie dopo l’uscita di Gelmini, Brunetta, Carfagna e Cangini, sarà estremamente difficile, per il partito di Berlusconi, conservare i consensi dell’elettorato liberale e moderato. E, simmetricamente, sarà facilissimo per il centro sinistra ridurre il centro-destra al duo “Salvini & Meloni”.

E poi c’è l’ultima difficoltà, la più importante: il programma. Su molte cose i tre partiti di centro-destra vanno relativamente d’accordo, ma ve n’è una – cruciale – su cui le idee di Berlusconi, Salvini e Meloni divergono sensibilmente: la politica fiscale. Berlusconi e Salvini sono per la flat tax, anche se la declinano in modo un po’ diverso, pro famiglie Berlusconi, pro partite iva Salvini. Giorgia Meloni no, anche se pochi paiono essersene accorti.

E’ da almeno otto anni che, sulla politica fiscale, le idee di Giorgia Meloni divergono radicalmente da quelle di Berlusconi e Salvini. Lo ha fatto capire nell’ultima campagna elettorale (2018), quando – per non scontentare gli alleati – accettò di includere la flat tax nel programma di Fratelli d’Italia, ma solo limitatamente al “reddito incrementale” (ovvero sull’eventuale, improbabile, aumento del reddito da un anno all’altro). Ma lo aveva già reso chiarissimo nel 2014, quando trasformò in disegno di legge una proposta della Fondazione Hume (denominata maxi-job) che prevedeva di azzerare i contributi sociali alle sole imprese che aumentano l’occupazione. Una proposta così “di sinistra” da ricevere il sostegno di Susanna Camusso, allora al vertice della Cgil.

Aggiungo un ricordo personale. Tre anni fa ebbi occasione di intervistarla in tv nel programma di Nicola Porro e, per stanarla sulla questione fiscale, le sottoposi una sorta di domanda trabocchetto: se lei avesse risorse per 10 miliardi, e dovesse usarle per varare un’unica misura fiscale, preferirebbe detassare le famiglie, detassare tutte le imprese, o concentrare gli sgravi sulle sole imprese che aumentano l’occupazione?

Risposta: non avrei il minimo dubbio, metterei tutte le risorse sulle imprese che aumentano l’occupazione.

Se le cose stanno così, è chiaro che sulla politica fiscale si gioca una partita cruciale. Se dovesse prevalere la linea di Giorgia Meloni, la politica fiscale del centro-destra potrebbe forse essere criticata da sinistra, ma non attaccata frontalmente. Non è neppure escluso che i sindacati ne colgano il lato keynesiano, di strumento di contrasto alla disoccupazione.

Ma è un’eventualità improbabile. Molto più verosimile è che Berlusconi e Salvini impongano a tutto il centro-destra la ricetta di sempre: flat tax + pace fiscale. Questo, a mio parere, è un tallone di Achille notevole, e un assist al centro-sinistra. Perché le (poche) buone ragioni dell’aliquota unica e della clemenza fiscale si possono anche difendere, con qualche sottigliezza tecnica, in un seminario fra esperti di opposte vedute, ma sono destinate a trasformarsi in un boomerang in una campagna elettorale. Dove, inesorabilmente, la ferrea logica della comunicazione politica traduce flat tax in “aiutare i ricchi” e pace fiscale in “premiare gli evasori”.

Luca Ricolfi

La fedeltà (leggera) di voto c’è ancora

26 Maggio 2021 - di Paolo Natale

In primo pianoPoliticaSocietà

Una delle recenti leggende metropolitane ci racconta come ormai i cittadini, nelle loro scelte di voto, siano condizionati da percezioni superficiali, o dallo story-telling del leader di turno (siano questi Renzi o Grillo, Salvini o Giorgia Meloni), e che abbiano abbandonato criteri di scelta più coerenti con la propria storia personale o con il modo di interpretare la società che li circonda.   Leggi di più

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