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L’auto-jamming della sinistra

13 Gennaio 2023 - di fondazioneHume

In primo pianoPolitica

Sapete che cos’è un jammer? Fondamentalmente, è un apparecchio per disturbare e neutralizzare, fino a mandarlo in tilt, qualsiasi dispositivo che funzioni emettendo onde radio. Ladri, servizi segreti, investigatori, guardie del corpo se ne servono quotidianamente, in modo più o meno legale, per rilevare e confondere i propri nemici, in una sorta di evoluzione moderna e ipertecnologica dell’antico comando “facite ammuina”.

Da quando la destra è al governo, però, c’è una novità assoluta: il jamming, anzi l’auto-jamming è entrato prepotentemente nell’arena politica. Vediamo come funziona.

La sinistra odia la destra, ed è convinta (per lo più sinceramente) che da quella parte lì non possa uscire nulla di buono. E infatti la destra non le fa mancare buone occasioni di conferma: prima un decreto anti-rave discutibile e mal scritto; poi una serie di condoni più o meno mascherati; poi l’innalzamento del tetto al contante; poi le restrizioni alle Ong; poi gli interventi pasticciati sul reddito di cittadinanza. Di fronte a tutto questo, la sinistra grida, strepita e si indigna, e fa benissimo a farlo, dal suo angolo visuale.

Ma poi succedono alcune cose. La destra al governo non si limita a fare e dire cose discutibili, insensate, o genuinamente di destra. La destra dice e fa anche cose di puro buonsenso, o cose che la sinistra aveva già fatto, o cose nuove ma genuinamente di sinistra; e persino cose che la sinistra poco prima le aveva chiesto di fare.

Esempi: la destra dice che, di norma, i telefonini non si possono usare in classe; la destra proclama che a scuola occorre premiare il merito; la destra vara provvedimenti molto favorevoli ai ceti popolari, e pure provvedimenti molto sgraditi ai ricchi e ai ceti medi.

Ed è qui che scatta l’auto-jamming, che colpisce un po’ tutto il mondo progressista, ma tocca vertici inarrivabili di masochismo con il Pd. Anziché compiacersi che la destra faccia anche cose condivisibili, o addirittura recepisca consigli della sinistra (ad esempio sul cuneo fiscale, o sul Pos), non resiste alla tentazione di riclassificare come negativo tutto ciò che la destra pensa, dice o fa. Può accadere, così, di ascoltare accuse di arretratezza, luddismo, anti-modernismo, ostilità alla tecnologia allorché un ministro ripropone la vecchia circolare di Fioroni (ministro del governo Prodi) sull’uso dei telefonini. E si deve assistere, con sconcerto, al fiorire di articoli e articolesse contro il merito, fino a ieri apprezzato dalla sinistra, ma – ora che piace alla destra – riconcettualizzato come strumento di selezione, discriminazione, esclusione, umiliazione dei non meritevoli. Per finire nel grottesco quando, di fronte alla legge di Bilancio, si deve registrare l’assoluta incapacità di comprendere che le misure più incisive sono pro-ceti bassi e anti-ceti alti.

Il risultato è una drammatica perdita, da parte degli esponenti della sinistra, delle proprie coordinate ideologiche e ideali. Di fronte ai segnali imprevisti della destra, la macchina mentale della sinistra non reagisce riprogrammandosi per tenerne conto e auto-correggersi, ma andando in confusione, come un impianto di allarme messo in crisi da un ladro che lo disturba con un jammer. Anziché accorgersi che la destra fa anche cose di sinistra, rinuncia alle proprie bandiere per il solo fatto che alcune di esse sono entrate nel discorso della destra. Anziché prendere atto che le proprie previsioni catastrofiche – aumento dello spread, bocciatura dell’Europa, cancellazione dei diritti civili – sono risultate clamorosamente errate, tenta maldestramente di confermare il modello che le ha generate, a dispetto di ogni evidenza empirica contraria. Insomma, si comporta nel modo che Karl Popper denunciava nel marxismo e nella psicanalisi, due modalità della conoscenza incapaci di apprendere dai propri errori.

Un modo di operare profondamente antiscientifico. Ma anche il più autolesionistico possibile.

La sinistra blu

5 Dicembre 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Man mano che ci si avvicina al congresso del Pd, i giochi si fanno più chiari. Al momento, solo due candidati – Stefano Bonaccini e Elly Schlein – paiono avere buone chances di vittoria. Sfortunatamente, però, la consapevolezza di essere a una svolta storica, che potrebbe determinare il destino della sinistra in Italia, non si accompagna a un adeguato sforzo di approfondimento teorico e programmatico.

Per chi ricorda la ricchezza di analisi che accompagnarono la nascita del primo centro-sinistra, o la messa a punto della strategia del compromesso storico, le scarne e generiche dichiarazioni di Bonaccini e Schlein suonano deludenti, perché ben poco informative. A quel che è dato capire fin qui, il Pd di Schlein si differenzierebbe da quello attuale per una maggiore attenzione alla questione sociale (e forse pure all’ambiente), mentre quello di Bonaccini segnerebbe un parziale ritorno ai principi della Terza via e al riformismo della stagione renziana. Il primo dialogherebbe con i Cinque Stelle, e non disdegnerebbe incisivi interventi redistributivi, mentre il secondo dialogherebbe con il Terzo polo, e avrebbe un occhio di riguardo per il mondo delle imprese e le esigenze della crescita.

Ma è tutto qui lo spazio dei posizionamenti possibili? Siamo sicuri che, alla fine, si tratti solo di spostare il Pd un po’ più a sinistra (via socialdemocratica) o un po’ più a destra (via liberaldemocratica)?

Se guardiamo a quel che è successo e succede al di fuori dell’Italia la risposta è: no, dentro la sinistra, specie nel mondo anglosassone, da oltre un decennio esistono anche posizioni non riducibili all’alternativa fra massimalisti e riformisti.

Negli stati Uniti, ad esempio, fin dal 2008 esiste una componente dei Democratici che combina idee progressiste in materia economica (più welfare) con idee conservatrici e neotradizionaliste sul piano culturale e sociale, innanzitutto sul cruciale terreno della sicurezza. Denominati in vario  modo, ora Blue dogs ora “cowboy democratici”, sono stati essenziali nella vittoria di Obama nel 2008 (a suo tempo ne fornì una ricostruzione dettagliata Maurizio Molinari in Cowboy democratici).

Nel Regno Unito fin dal 2009 è molto attiva una componente del Labour Party, il cosiddetto Blue Labour, che si propone di recuperare il consenso dei “colletti blu” sposando idee spesso considerate conservatrici, come famiglia, fede, vita di comunità e, soprattutto, limiti all’immigrazione irregolare. A questa componente del partito laburista hanno dato contributi teorici essenziali pensatori come Marc Stears, Maurice Glasman, David Goodhart (autore di The Road to Somewhere, uscito nel 2017).

Una delle idee chiave di questo filone di pensiero è che gli strati popolari siano culturalmente conservatori e, anche per le loro condizioni di esistenza, siano portati ad assegnare una importanza decisiva al valore della sicurezza, quale che sia la fonte della minaccia (terrorismo, criminalità, immigrazione irregolare). Di qui l’assoluta necessità, se si desidera non perdere il contatto con gli strati popolari, di prenderne sul serio il tradizionalismo e la domanda di protezione, anche quando farlo implica abbandonare le politiche tradizionali di apertura verso i flussi migratori.

Si potrebbe pensare che la “sinistra blu”, ossia una sinistra non sorda ai valori tradizionali e alla domanda di sicurezza, sia un fenomeno esclusivamente anglosassone. Ma non è esattamente così. La recente vittoria della socialdemocratica Mette Frederiksen in Danimarca è avvenuta su un programma anti-immigrati di incredibile spietatezza (trasferimento dei detenuti stranieri in Kossovo). Ed è giusto di pochi giorni fa la presa di posizione critica di Ségolène Royal (a suo tempo candidata socialista alla presidenza della Repubblica francese) nei confronti delle Ong che trasportano migranti dall’Africa in Europa.

E da noi?

Da noi una vera e propria “sinistra blu” non esiste, tutt’al più sono esistiti politici progressisti che, in tempi diversi, hanno provato a prendere sul serio il problema della sicurezza. E in qualche caso, anche ad avviare una riflessione teorica (penso al libro Sicurezza è libertà, di Marco Minniti).

Forse è giusto così, dopotutto una sinistra che adotta valori conservatori che sinistra è?

Ma forse la domanda andrebbe capovolta: che sinistra è, una sinistra che rinuncia al sostegno dei ceti popolari?

 

Luca Ricolfi

Il Pd come non-luogo della politica

19 Ottobre 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Mi sono chiesto spesso, negli ultimi anni, perché l’azione e i discorsi del Pd, così impegnati verso i diritti civili e “le grandi battaglie di civiltà”, lo fossero assai meno verso i diritti sociali, a prescindere da chi fosse alla guida del partito e da quale fosse la situazione economico-sociale del Paese.

Le risposte che mi davo giravano per lo più intorno a due nodi, il primo di natura politica, il secondo di natura sociologica: la difficoltà di affrontare la questione sociale stando al governo (nodo politico), e il fatto che, fin dalla sua nascita, il Pd era soprattutto il partito dei “ceti medi riflessivi”, ben poco radicato negli strati popolari e nelle periferie (nodo sociologico).

Oggi, di fronte allo smarrimento post-elettorale del partito e alla sua faticosissima, disperata, ricerca di una identità, mi è improvvisamente chiaro il vero motivo del primato dei diritti civili. Puntare (quasi) tutte le carte sui diritti civili è stato il mezzo che ha permesso ai dirigenti del Pd di procrastinare le scelte cruciali e più divisive che, inevitabilmente, sono quelle economico-sociali, non certo quelle sull’immigrazione, le coppie di fatto, i diritti LGBT+.

Non che siano mancati tentativi di effettuarle, quelle scelte in materia economico-sociale. La stessa nascita del Pd è stata, per tanti versi, un tentativo di farle, quelle benedette scelte. E di farle in una direzione riformista, moderna, blairiana, non ostile al mercato. Il problema è che l’anno in cui il Pd è nato, il 2007, è esattamente il momento a partire dal quale, con lo scoppio della crisi economico-finanziaria, le ragioni di quelle scelte riformiste e pro-mercato sono divenute improvvisamente più deboli, o comunque meno difendibili. La doppia recessione, la distruzione di posti di lavoro, la comparsa prepotente dei “perdenti della globalizzazione” hanno reso molto più difficile proseguire sulla linea tracciata da Veltroni e dagli economisti riformisti, innamorati della “terza via”. Renzi ci ha provato, ed è finito fuori gioco (era il 2016). Ma i suoi successori non hanno trovato la convinzione e la forza per cambiare la rotta. Bersani, per cambiarla, quella rotta, non ha trovato di meglio che uscire dal Pd e fondare un nuovo partito (Articolo 1). E Renzi, a sua volta, ne ha dovuto fondare un altro (Italia viva) per risuscitare le idee riformiste del tempo che fu. A quanto pare, il Pd resta il partito che non si può cambiare, né in un senso né nell’altro. Una sorta di non-luogo della politica, in cui per affermare un pensiero chiaro si deve uscire e fondare un altro partito.

Questo, temo, sia il problema del Partito democratico oggi. Un problema che il risultato elettorale ha reso non più nascondibile. Qualcuno, come Calenda, pensa che tutto si riduca a una scelta secca fra liberaldemocrazia e socialdemocrazia, o fra riformismo e massimalismo: o venite con noi del Terzo polo, o vi consegnate fra le braccia dei Cinque Stelle. Può darsi che, alla fine, la scelta sia proprio questa e che, anche in Italia, si finisca per assistere all’epilogo francese: scomparsa della sinistra ufficiale, nascita di una forza liberaldemocratica (alla Macron) e di una sinistra populista (alla Mélenchon).

Ma non sarebbe una grande soluzione. La realtà è che la globalizzazione prima, la deglobalizzazione poi, hanno reso obsolete sia le ricette della “terza via” di Giddens e Blair, sia le ricette stataliste e pro-tasse della sinistra radicale. L’incertezza, l’insicurezza, la precarietà diffusa hanno fatto montare, in questi anni, una domanda di protezione che mai, in passato, aveva raggiunto queste dimensioni e questa drammaticità. E che, mai come oggi, tocca non solo la sfera strettamente economica, ma anche quella sociale, dove la richiesta di sicurezza entra in conflitto con gli imperativi dell’accoglienza dei migranti. È anche per questo che, un po’ ovunque, la destra avanza e raccoglie il consenso dei ceti popolari.

A questa sfida le forze politiche di sinistra, nessuna esclusa, non hanno finora saputo opporre soluzioni convincenti. Questo è il problema. E non riguarda solo il Pd.

Luca Ricolfi

La sinistra non è minoranza

14 Luglio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoSocietà

Che la destra sia maggioranza nel paese, e la sinistra minoranza, sono in molti a sostenerlo. Da anni lo ripete polemicamente il centro-destra, e amaramente lo danno per scontato la maggior parte dei suoi avversari. Di qui la previsione di un’affermazione del centro-destra alle prossime elezioni politiche, che si terranno fra meno di un anno.

La realtà è che la previsione è verosimile, ma la sua base logica – la credenza che la destra sia maggioranza nel paese – è sostanzialmente errata. È perfettamente possibile che il centro-sinistra esca sconfitto dalle prossime elezioni, ma non per le ragioni che i suoi dirigenti amano accreditare.

La credenza in una superiorità elettorale del centro-destra si fonda su un artificio statistico, ossia quello di contare tutte le forze di destra, ma non fare altrettanto con quelle di sinistra, che includono anche i Verdi, Sinistra italiana e altre forze minori. Gli ultimi sondaggi, come peraltro quelli dei mesi scorsi, danno i due schieramenti in sostanziale pareggio, purché si includono nei calcoli tutti i partiti, e non solo i partiti più o meno ufficialmente alleati.

Perché, nel fare i conti, ci si dimentica quasi sempre delle forze minori di sinistra? Fondamentalmente perché o non sono al governo (è il caso dei Verdi e di Sinistra italiana), o non si sa se sono davvero di sinistra (è il caso di Italia Viva, Azione, +Europa). Ma è un errore logico, almeno finché l’obiettivo è sondare il polso dell’elettorato. Se quel che ci chiediamo non è se i partiti di sinistra si metteranno d’accordo, ma dove va il sentiment del paese, bisogna contare tutti. E il risultato è un sostanziale pareggio, non una netta prevalenza del centro-destra.

Perché, allora, la predizione di una vittoria del centro-destra alle prossime politiche è verosimile?

Per due ragioni del tutto diverse fra loro. La prima è che i veti reciproci fra le forze di centro-sinistra, e ora anche i dissidi con il movimento Cinque Stelle, hanno ottime chance di far naufragare il “campo largo” auspicato da Letta. La seconda è che il Pd di Letta (non diversamente dai Pd precedenti) si ostina a non prendere atto del dato sociologico fondamentale degli ultimi decenni: in tutti i principali paesi occidentali i ceti medio-bassi preferiscono la destra alla sinistra. Una tendenza che la crisi finanziaria del 2007-2013 e la simultanea stagione del terrorismo jihadista (attentati di Londra, Madrid, Berlino, Parigi, Bruxelles) non hanno fatto che rafforzare. È di lì che hanno preso vigore le spinte sovraniste e populiste, è di lì che è sorta la grande domanda di protezione che ha attraversato le opinioni pubbliche occidentali negli ultimi anni.

Questa domanda, a sinistra, è stata sostanzialmente ignorata (con la lodevole eccezione di Bersani, che dal 2016 batte sul chiodo: ricordate “la mucca nel corridoio”?). Anzi, ad essa il principale partito della sinistra ha risposto accentuando il proprio radicalismo in materia di diritti civili (vedi la rigidità sul Ddl Zan), anziché riscoprendo la “questione sociale”, che era stata la stella polare dei partiti progressisti durante la prima Repubblica. Una conferma, a quasi mezzo secolo di distanza, della profezia del filosofo Augusto del Noce, secondo cui il Partito Comunista prima o poi si sarebbe trasformato in un “partito radicale di massa”.

Il risultato è che, anziché aprire un grande e doveroso dibattito per rispondere alla domanda cruciale – perché i ceti popolari non ci votano più? – ci si balocca nella infondata credenza che la destra abbia già vinto le elezioni, perché così tira il vento nell’opinione pubblica.

No, non è così. Al momento i consensi alla sinistra non sono minori di quelli alla destra. Anzi, la sinistra ha un cruciale vantaggio: i suoi elettori, tendenzialmente benestanti, istruiti, urbanizzati (così rivelano le statistiche) hanno ben poche probabilità di passare a destra. Mentre l’elettorato popolare della destra ne ha molte di più di passare a sinistra, solo che la sinistra torni a occuparsi anche di problemi più concreti e materiali di quelli dietro cui è andata in questi anni. Il che, alla fine, vuol dire due cose sopra tutte le altre: creare nuovi posti di lavoro (si chiama protezione), e smetterla di offrire non-soluzioni al problema dell’immigrazione incontrollata (si chiama sicurezza).

È chiedere troppo

Luca Ricolfi

(www.fondazionehume.it)

Sinistra e destra, scambio di ruoli? intervista di Pietro Senaldi a Luca Ricolfi

10 Maggio 2022 - di Luca Ricolfi

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 (testo integrale dell’intervista rilasciata a “Libero”, uscita lunedì 9 maggio)

Cosa ci fa Ricolfi in un panel per scrivere il programma di Fdi, in particolare alla voce istruzione?

Prima di risponderle, caro Senaldi, una premessa e un ringraziamento. Raramente ho letto tante sciocchezze e tanti travisamenti del mio pensiero come dopo il mio intervento alla convention di Fratelli d’Italia (mi hanno persino accusato di indulgenza pro-Putin). Perciò la prima cosa che vorrei dirle è che sono profondamente grato a lei e a Libero per la possibilità che mi offrite di dire quel che penso effettivamente, al di là delle interpretazioni e dei fraintendimenti.

Dunque, cominciamo da come sono andate le cose. Un paio di mesi fa Giorgia Meloni mi ha chiesto se avevo idee da sottoporre alla loro convention, io ne avevo fin troppe. Avrei parlato volentieri di politicamente corretto (e di censura), di politiche fiscali, di scuola e università. Alla fine, avendo solo 10 minuti a disposizione, ho dovuto scegliere, e ho puntato su scuola e università.

Perché?

Mi stuzzicava l’idea di esporre la pars construens del discorso che, da anni, Paola Mastrocola ed io facciamo sui problemi dell’istruzione e della trasmissione del patrimonio culturale (la pars destruenssta nel nostro libro Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della diseguaglianza, uscito qualche mese fa con La nave di Teseo).

La scuola è sempre stata una riserva culturale della sinistra in Italia. Dove ha fallito?

Le riforme democratiche e progressiste, specie dopo il 1969, e massimamente dal 2000, hanno fallito su tutta la linea perché l’abbassamento del livello degli studi, coscientemente perseguito in nome dell’inclusione, ha prodotto esclusione, dispersione, nuove diseguaglianze. Non è strano, succede nella storia: Hegel la chiamava eterogenesi dei fini, i sociologi preferiscono parlare di “conseguenze non intese”, o di “effetti perversi” dell’azione sociale.

Nel nostro libro noi mostriamo, anche con strumenti statistici, che l’abbassamento dell’asticella secerne diseguaglianza. Se adottiamo lo schema di Bobbio (sinistra = uguaglianza, destra = disuguaglianza) è inevitabile concludere che negli ultimi 50 anni i politici progressisti hanno fatto politiche di destra. Sempreché, naturalmente, che cosa sia di sinistra e che cosa sia destra lo stabiliamo in base alle conseguenze che produce, non alle intenzioni di chi la impone.

Sta cambiando qualcosa, nel mondo della scuola?

Qualcosina, direi. Ci sono associazioni, movimenti e piccoli gruppi che si stanno battendo per difendere il ruolo classico della scuola: la trasmissione della conoscenza e del patrimonio culturale. Ma sono piccole minoranze, inesorabilmente bollate come nostalgiche, reazionarie, retrograde. Povero Gramsci…

Ma lei non è, o era, di sinistra?

Certo che lo sono. Lo sono sempre stato, oggi lo sono più che mai. Il problema è che “la sinistra non è più di sinistra”, come ebbe a  notare già una ventina di anni fa Alfonso Berardinelli. Quindi chi tiene saldi alcuni principi di sinistra, tipo la difesa dei ceti popolari, la lotta contro la censura, la parità delle condizioni di partenza, deve amaramente ammettere che la sua parte politica, almeno nella sua componente riformista, li ha clamorosamente traditi.

Da sociologo: sta cambiando qualcosa nei valori fondativi e nelle battaglie della destra e della sinistra?

Quello che, per gli osservatori imparziali, è fuori discussione è che la sinistra main stream è diventata bigotta, intollerante, insensibile alle istanze dei ceti popolari, ossessivamente fissata su migranti e diritti civili (rivendicazioni LGBT, eutanasia, ecc.). E noti che questa deriva la descrivono e denunciano gruppi e osservatori di super-sinistra: in Francia il filosofo Jean Claude Michéa, in Italia – ad esempio – Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. Per non parlare delle preoccupazioni di tante femministe, in radicale dissenso con le teorie gender e le rivendicazioni del mondo trans.

Quanto alla destra, il discorso è complicato perché ci sono tre destre. Forza Italia e Lega non innovano granché, restano tutto sommato partiti anti-tasse, anti-migranti, anti-censura.

E Fratelli d’Italia?

Fratelli d’Italia è in evoluzione, da almeno 8-10 anni. Mi colpì a suo tempo (era il 2014) la decisione di Giorgia Meloni di sottoscrivere una proposta di sinistrissima della fondazione Hume (si chiamava maxi-job), che capovolgeva le politiche fiscali liberiste, puntando tutte le carte su politiche di ispirazione keynesiana (decontribuzione per le imprese che aumentano l’occupazione). Mi parve una (sorprendente) mossa di sinistra, non a caso sottoscritta anche da Susanna Camusso, allora segretaria della Cgil.

E ancora di più mi ha colpito, nella relazione introduttiva di Giorgia Meloni alla convention di Fratelli d’Italia, ascoltare una appassionata difesa dell’uguaglianza delle condizioni di partenza come precondizione del merito, e come strumento essenziale per far ripartire l’ascensore sociale.

E’ come se i due principali partiti italiani si fossero scambiati i ruoli. Al Pd non di rado piacciono cose che fino a ieri avremmo definito di destra, a Fratelli d’Italia talora piacciono cose che eravamo abituati ad associare alla sinistra.

Perché c’è stato questo scambio di ruoli?

E’ un discorso lungo e complicato, che ho cominciato ad affrontare in Sinistra e popolo, (Longanesi 2017) e che sto sviluppando in un nuovo libro. Qui vorrei però menzionare  un aspetto particolare, su cui sto riflettendo: non sarà che stare quasi sempre al governo ha reso il Pd iper-sensibile alle istanze dell’establishment, e stare quasi sempre all’opposizione ha lasciato più libertà di movimento, ma anche di elaborazione politica, al partito di Giorgia Meloni?

C’è un’intolleranza della sinistra verso il pensiero alternativo, che viene pertanto criminalizzato?

Il guaio della sinistra è che, quando adotta una posizione, non riesce a pensarla come una posizione politica fra molte possibili, ma tende a considerarla alla stregua di una scelta etico-morale: di qui il Bene, fuori di qui il Male. Che si tratti di migranti, diritti civili, tasse, campagna vaccinale, guerra in Ucraina, la postura del principale partito di sinistra è sempre quella: noi siamo illuminati, voi siete opportunisti, disertori, retrogradi, incivili, disumani. L’intolleranza è una conseguenza logica della credenza, profondamente illiberale, di avere il monopolio del Bene.

Perché la sinistra non vuol più rappresentare i poveri?

Non so se non vuole, quel che è certo è che non ci riesce. Non credo vi sia una singola ragione, se non altro perché il distacco dai ceti popolari è iniziato almeno 30-40 anni fa, più o meno dopo la morte di Berlinguer. Fra i fattori strutturali che hanno aiutato questa involuzione però ne metterei in evidenza almeno due: la terziarizzazione, che ha drasticamente ridotto le dimensioni della classe operaia industriale, e l’arrivo massiccio dei migranti, che a una sinistra riformista molto imbevuta di cristianesimo sociale sono parsi i veri “ultimi” di cui occuparsi.

Lei parlò di società signorile di massa: ora cosa siamo diventati e cosa diventeremo?

Siamo una società in cui la maggior parte della popolazione abile al lavoro non lavora,  i consumi sono ancora opulenti, l’economia ristagna. Consumo, gioco, intrattenimento, socializzazione, cura di sé, sono diventati i nostri imperativi, il lavoro e lo studio sono tollerati come inconvenienti da sopportare.

Già nel 2019, quando pubblicai il mio libro, era evidente che così non si poteva andare avanti. Dopo il Covid e lo scoppio della guerra in Ucraina dovrebbe essere evidente che il nostro futuro è fatto di minore reddito, minori consumi, e – temo – anche minore libertà. Lo sforzo dei governanti è, comprensibilmente, di farci credere che non è così.

Si sta facendo il funerale del sovranismo: è prematuro?

Mah, bisognerà anche intendersi, prima o poi, su che cosa voglia dire sovranismo, e soprattutto su che cosa sia il suo contrario. Io non vedo affatto bene un’evoluzione dell’Europa in cui ogni paese sia abbarbicato all’interesse nazionale, come prospettano i conservatori con l’idea di un’Europa Confederale. Però, al tempo stesso, non posso non vedere che noi, oggi, abbiamo sia i danni del sovranismo (Francia, Germania, Ungheria difendono con le unghie e coi denti i loro interessi, noi no), sia il peggio dell’europeismo (l’Europa non è stata minimamente in grado di tutelare l’interesse europeo, come la crisi energetica sta mostrando in modo lampante).

E’ una cosa nuova quella uscita dalla tre giorni milanese della Meloni dello scorso fine settimana?

Mi pare di sì, perché già solo il fatto di parlare di contenuti, e farlo anche con esponenti più o meno dichiarati della sinistra, è un atto di grande apertura. Ma in questo giudizio sono influenzato da una mia idea personale, che molti non condividono: e cioè che quello del rapporto con il fascismo sia un non-problema. O meglio un problema che è stato archiviato 27 anni fa da Fini, con la svolta di Fiuggi. Chiedere ulteriori abiure sarebbe come se, alla fine degli anni ’80, qualcuno avesse chiesto ai socialdemocratici tedeschi di ribadire il loro distacco dal comunismo, avvenuto a Godesberg nel 1959.

Quali differenze trova con il progetto originario del centrodestra di Berlusconi del 1994?

Almeno due. Primo, la politica fiscale: liberista quella di Berlusconi, keynesiana (cioè pro-occupazione) quella di Meloni. Secondo, scuola e università: aziendalista la visione di Belusconi (ricordate le “tre i”: inglese, internet, impresa), egualitaria e meritocratica quella recente di Fratelli d’Italia (almeno a giudicare dalla relazione di

Forza Italia era la riedizione della Dc, la Lega di Salvini un’operazione sovranista. Qual è la via italiana dei conservatori?

Lo vedremo, mi sembra che manchi ancora un’elaborazione teorica ampia e coerente.

La forza di FdI è di non essere una destra liberale, visto che l’Italia è Paese allergico al capitalismo spinto e al liberalismo?

Sì, è uno dei punti di forza.

Ma come si fa in Italia ad avere fiducia nello Stato, che fallisce inesorabilmente?

Il problema è che, sull’istruzione, il mercato ha già fallito. Dove sono le borse di studio per i “capaci e meritevoli” che, secondo l’articolo 34 della Costituzione, hanno diritto di “raggiungere i gradi più alti degli studi”, anche quando sono “privi di mezzi”?

Sotto campagna elettorale contro la Meloni la sinistra agiterà lo spettro neofascista: quanta presa ha ancora sull’elettorato italiano?

Secondo me ha ancora presa, quindi – dal suo punto di vista – fa bene la sinistra ad agitarlo. E’ cinico, ma la politica funziona così.

Il centrodestra è molto diviso sul tema della leadership, che invece il centrosinistra ha risolto a favore del Pd: ci sono speranze di comporre i dissidi?

Non molte, direi. Berlusconi e Salvini venderanno cara la pelle.

Al centrodestra non converrebbe, viste anche le divisioni, fare un’operazione in stile Ulivo, cercando un personaggio terzo, per arrivare al potere, come fece D’Alema con Prodi, che poi sostituì?

Forse funzionerebbe, se trovano il nome giusto. Ma sarebbe poco coerente: la destra ha sempre rivendicato l’autonomia della politica.

Berlusconi si è orientato su Salvini per garantire un futuro a Forza Italia. E’ pensabile che, in nome del pragmatismo che lo contraddistingue, cambi cavallo?

E’ pensabilissimo, Berlusconi è imprevedibile. Ma sarebbe un segno di debolezza.

Qual è la ragione della perdita di consensi di Salvini e quante possibilità ha di risalire la china?

Le ragioni sono tante. Gli errori e le gaffe, innanzitutto: caduta del governo giallo-verde, giravolte per l’elezione del presidente della Repubblica, legami inquietanti con il partito di Putin. E poi l’eccessivo semplicismo della linea politica della Lega attuale, molto più rozza della Lega che progettava le riforme federaliste. Oggi Berlusconi e Meloni sono molto più articolati di Salvini.

Gli italiani sono contro la guerra ma i partiti apertamente atlantisti (Pd e FdI) sono i primi e Draghi è il leader più popolare: contraddizioni?

Gli italiani preferiscono Pd e FdI a prescindere dalle posizioni sulla guerra. Il primato (sondaggistico) di Letta e Meloni precede lo scoppio della guerra. Le posizioni sulla guerra possono, tutt’al più, regolare i rapporti fra Pd e Cinque Stelle.

La guerra rafforza o indebolisce la Ue?

La indebolisce, perché mostra due cose: che non siamo affatto uniti, e che siamo a rimorchio degli Stati Uniti.

Perché la destra è pro-pace, il Pd pro guerra e l’estrema sinistra pro-pace?

Credo sia più esatto dire che tutti sono pro-pace, ma dissentono sui tempi e sui modi per raggiungerla, sul prezzo che siamo disposti a pagare, e sui rischi che siamo pronti a correre.

Ritiene che l’opinione pubblica italiana possa reggere a lungo la guerra?

No, l’opinione pubblica è semplicemente stata tenuta all’oscuro delle conseguenze economico-sociali della guerra.

Che effetti avrà la guerra sulla società italiana?

Se ci sarà la terza guerra mondiale, o anche solo molta radioattività in Europa perché è saltata una centrale nucleare, tutti diranno che avevano ragione Sergio Romano, Barbara Spinelli, Luciano Canfora, Alessandro Orsini, eccetera. Se invece avremo “solo” una guerra lunga, con povertà, disoccupazione, e milioni di profughi, il governo Draghi sarà accusato di imprudenza e irresponsabilità. Se, infine, dovesse cadere Putin, l’Ucraina perdesse solo il Donbass, e vi fosse un ritorno abbastanza rapido a una quasi-normalità, tutti esalterebbero la fermezza del fronte occidentale, e la lungimiranza del premier Draghi.

Il punto è che, allo stato attuale delle conoscenze economiche, militari, strategiche, nessuno conosce le conseguenze delle proprie azioni. Che cosa sia razionale e che cosa irrazionale lo deciderà l’esito del conflitto. E sarà comunque, anche quella, una lettura arbitraria, perché domani, è vero, potremo osservare le conseguenze delle nostre scelte, ma nessuno – mai – potrà sapere con ragionevole certezza come sarebbero andate le cose se avessimo fatto scelte diverse. Per questo, un po’ più di umiltà e di dubbi da parte di tutti non stonerebbero.

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