Hume PageHume Page

Perché non festeggio la vittoria di Macron

26 Aprile 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPolitica

Se avessi la cittadinanza francese, avrei votato anch’io per Emanuel Macron ma non mi associo ai festeggiamenti per la sua vittoria. Macron, infatti, è poco amato dai Francesi, ha uno scarso seguito e solo lo spettro del presunto sovranismo lepeniano (sovranismo sta per fascismo) lo ha riportato all’Eliseo. Mi chiedo, allora, ma che democrazia è quella in cui vince solo chi rimane l’unico candidato presentabile in campo perché l’avversario politico non è considerato un avversario ‘normale’ ma un nemico, l’incarnazione di Satana?

Ho un terribile sospetto: che le sinistre di governo, perdenti su tutta la linea (gli operai francesi hanno votato per Marine), abbiano trovato il modo di rimanere per sempre in sella. Basta evocare ‘Annibale alle porte’ per ottenere un’assicurazione sulla vita ovvero una facile maggioranza elettorale. Non a caso leader postcomunisti che non hanno nessun serio e realistico progetto in mente, che sono a rimorchio, in Italia e in Europa, dei ‘poteri forti’, dedicano tutte le loro energie alla demonizzazione dei ‘populisti’, sostenuti da giornali che sono ‘fogli d’ordine’ al servizio dello squadrismo intellettuale che caratterizza ormai gran parte della political culture — forse non soltanto nel nostro paese.

Un giornalista non certo wertfrei come Gianni Riotta, in un articolo del 22 aprile, Tribalisti contro globalisti (“la Repubblica”) si è quasi compiaciuto per il fatto che alla divisione tradizionale ‘destra/sinistra’ si sia sostituita quella tra patrioti, “rinchiusi in confini ancestrali”, e globalisti “che guardano al mondo”. Nessun sospetto che mettendo, da una parte, gli ”scalmanati che detestano emigranti, culture e identità diverse”, i nostalgici dello “Strapaese italiano, del protezionismo economico” gli odiatori della “ cultura digitale delle piattaforme sociali” e, dall’altra, i cittadini responsabili e assennati, che non hanno paura della globalizzazione ma la giudicano un’opportunità, non stia descrivendo il mondo ma stia facendo il ritratto di Dorian Gray, allo scopo di mettere in guardia contro gli appestati. E’ la fine della dialettica politica e dello stesso spirito — tante volte chiamato in causa retoricamente — dell’Occidente, impensabile senza la consapevolezza che, nel conflitto politico e sociale, ci sono ‘verità’ sia in uno schieramento che nell’altro.

Che dialogo ci può essere, infatti, tra i ‘virtuosi’ globalisti, esaltati da Riotta, e i perversi ‘tribalisti’? I primi, a suo dire, hanno contribuito “a sradicare la miseria da sterminati Paesi ma contraendo lo status di ceti medi e lavoratori” e tuttavia solo loro sanno come porvi rimedio e come si possa essere “veri patrioti, sereni della propria identità, lingua, classici, tradizioni” ma “curiosi di incrociarla con altri, senza paure o nevrosi”. Insomma tutti i civilizzati sulla stessa barca e i barbari buttiamoli pure in mare. Non può esserci vera partita tra il Bene e il Male giacché il secondo va espulso (almeno moralmente) dal campo di gioco.

In realtà, in una vera democrazia liberale quanti competono per il potere non si dividono in eletti, da una parte, e dannati, dall’altra. Se i secondi ottengono voti, vuol dire che vengono incontro a interessi, bisogni, paure — ossessioni, se si vuole — che sono da tenere in seria considerazione giacché si  richiamano pur sempre a valori diversi ma tutti  in sé rispettabili (anche se i modi per metterli in pratica trasformano il vino in aceto). In una società aperta, non si vince mai per ko ma solo ai punti. Avrei preferito Macron a Le Pen non perché la seconda è una creatura satanica (come credono al ‘Foglio’) ma perché, pur non nascondendomi le poche buone ragioni del Rassemblement National, il Presidente uscente mi dava più affidamento in politica estera, oggi divenuta di cruciale, drammatica, importanza.

Sono disposto ad ammettere che i populisti e i sovranisti italiani — per i quali non ho mai votato —ingenerino non poche riserve ma i loro avversari sono forse migliori? Discendono dai lombi di Cavour, di Giolitti, di De Gasperi? Ormai persino nei salotti liberali fare i nomi di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni è come fare il nome di Silvio Berlusconi negli stessi salotti di trent’anni fa. Non parliamo dei Dipartimenti universitari. Se si chiede, però, quali battaglie sovraniste sono intollerabili per un paese civile — quando non si tirano in campo le solite politiche di limitazione delll’immigrazione, ribadite  da Trump come da Biden, che non ha tolto un mattone dal muro fatto  costruire dal primo — si ottengono risposte vaghe e generiche che alludono a presunti razzismi (sull’antirazzismo leggere il grande Pierre-André Taguieff), alla persecuzioni dei ‘diversi’, alla bocciatura — che peraltro ho salutato con un sospiro di sollievo–della  legge Zan, all’apologia di fascismo (che spesso consiste nel riproporre verità scontate per la storiografia revisionista). Vero è che lo snobismo etico-estetico con cui si guarda alla destra italiana ha una sua funzione precisa: quella di farci sentire parte di una ‘comunità di linguaggio’ che ci consente di venir tollerati (se si è liberalconservatori) nei circoli che contano.

Il manicheismo è la peggiore eredità del fascismo

30 Marzo 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPolitica

L’invasione dell’Ucraina voluta dal nuovo imperialismo russo con le sue distruzioni di case, di edifici civili, di monumenti, con le migliaia di vittime civili e militari, con i milioni di profughi che si riversano sulla generosa Polonia rende superflua la domanda da che parte stare. A destra e a sinistra tutti vedono in Putin il reo di crimini contro l’umanità. E tuttavia le opinioni sulle cause della guerra in corso e sul come fermarla divergono spesso radicalmente. Ed è naturale che sia così se si pensa alla  geniale riflessione di G. G. F. Hegel, il più grande filosofo dell’800:” il tragico della storia non è la lotta del giusto contro l’ingiusto, ma quella del giusto contro il giusto”. E’ giusto fornire armi all’Ucraina, si chiedono gli uni, per protrarre una guerra che seminerà altri morti e altre devastazioni? Si può chiedere al Davide ucraino di deporre la fionda e diventare schiavo del Golia russo, ribattono gli altri? Uno stato sovrano non ha il diritto di associarsi, per la sua difesa, con chi gli pare? Sì, ma ci sono considerazioni geopolitiche di cui si dovrebbe tener conto: gli Stati Uniti tollererebbero, forse, un Canada legato alla Cina di Xi? Andando ancora più a monte, alcuni ritengono che la ‘ragion di Stato’—la sicurezza dei confini—sia un retaggio dell’Ottocento e che le democrazie non abbiano nulla da temere le une dalle altre, mentre altri pensano che, ai di là delle forme di governo, essere accerchiati da stati potenzialmente ostili è qualcosa  da evitare.””Meglio rossi che morti” dicono gli uni”. “Non si può   perdere la dignità per salvare la vita’replicano gli altri. “Quot  capita tot sententiae”, dicevano gli antichi. Ebbene è proprio per questo  che anche  gli antiputinaini più convinti (come me) avvertono un fastidio sempre più profondo per le aggressioni verbali piovute su quanti—Donatella Di Cesare, Franco Cardini, Luciano Canfora, Piero Sansonetti etc.—vorrebbero porre fine all”’inutile strage” sia pure con compromessi e lacerazioni dolorose (come quelli, ad es. ,che costarono l’Alsazia-Lorena alla Francia sconfitta da Bismarck). Ci sono giornalisti, come Claudio Cerasa, che senza un nemico ideologico temono di perdere l’identità. E’ questa, in fondo, la peggiore eredità del fascismo.

Cimiteri di guerra e di retoriche

14 Marzo 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoSocietà

Nei cimiteri di guerra non ci sono soltanto le tombe dei caduti: accanto ad esse troviamo cippi senza croci in cui giacciono le retoriche dei tempi di pace. Quello più monumentale è dedicato all’idea che la convivenza pacifica dei popoli e delle etnie culturali troverebbe un ostacolo insormontabile negli stati nazionali. In realtà, come dimostra la storia contemporanea, sono gli imperi —da distinguere dalle libere federazioni— che, con le loro rovinose cadute, provocano stragi di uomini e distruzioni di beni. Scrivendo a Mauro Macchi nel 1856, Carlo Cattaneo così motivava il progetto di unione europea:” Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha casa, le cognate non fanno liti”. Già ognuno ‘padrone a casa sua’, ovvero ciascuno impegnato a preservare la propria identità, nella consapevolezza che non può esserci democrazia senza un comune linguaggio, senza un comune retaggio culturale, senza la valorizzazione e la tutela della propria diversità. Gli imperi fanno convivere popoli diversi giacché è nella loro essenza la rimozione della politica e l’imposizione di un ordine esterno, che nel caso dell’Austria-Ungheria non esclude la buona amministrazione. Quando però si rompono le file e riemerge la dimensione politica –il ‘noi’ e il ‘loro’– è la democrazia non la barbarie (che certo non manca mai) a richiedere un’arena istituzionale in cui i conflitti vengano regolati e contenuti dal sentirsi membri di una stessa famiglia. Le tragedie europee sono dovute ai lasciti degli imperi, al fatto che negli stati sorti sulle loro rovine si ritrovano cittadini appartenenti a minoranze etniche che ora ‘non si sentono più a casa’: v. i Sudeti in Cecoslovacchia, gli Armeni in Turchia, i Russi in Ucraina, gli Altoatesini in Italia etc.. Forse lo stato nazionale non ha tutte le colpe che gli vengono attribuite. Lo si comincia a sospettare negli Stati Uniti in cui la fine della nation ovvero del credo americano iscritto nel melting pot , non promuove la   pacifica convivenza razziale ma scatena una guerra permanente, che trova nella cancel culture la sua espressione più coerente.

Dino Cofrancesco

Il Giornale del Piemonte e della Liguria

Vistodagenova

Martedì 8 marzo 2022

No, l’unicità dell’Olocausto è innegabile

17 Febbraio 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoReality Check

Il Giornale del Piemonte e della Liguria

8 febbraio 2022

Un autorevole politologo mi scrive che i tanti discorsi e commemorazioni dell’olocausto, gli ricordano ”Leonardo Sciascia e la sua polemica contro la cultura dell’antimafia. Ho cioè l’impressione che gli ebrei |…|abbiano deciso che nessuna persecuzione contro altri sia paragonabile all’antisemitismo. |..| Come gli ‘antimafiosi’ riducevano ogni ‘categoria dello spirito’ al dichiararsi ‘antimafiosi’|…| così gli ebrei hanno deciso che l’antisionismo sia il Male Assoluto e che chiunque si azzardi–non dico a negarlo – ma solo a dire ‘ci sono altri che vengono discriminati’, ecco che gli ebrei insorgono e accusano”, di antisemitismo “Infatti, puntualmente Whoopi Goldberg è stata travolta da accuse di antisemitismo, e tanti prima di lei per posizioni relativiste analoghe.”  Condivido l’insofferenza del collega. Tempo fa un esponente dell’ebraismo italiano chiese che da un documento ufficiale fosse eliminato il riferimento a Martin Heidegger, in quanto il filosofo, tra i maggiori del secolo, era stato nazista. Di questo passo, non sentiremo più Richard Wagner che non fece a tempo a conoscere il Fuhrer (l’amato ‘zio Wolf’ dei suoi figli) ma che sarebbe divenuto un’icona del Terzo Reich (si ricordi la battuta di Woody Allen:”quando ascolto la ‘Cavalcata delle Walchirie’ provo un bisogno irresistibile di invadere la Polonia!”).

 E tuttavia l’unicità dell’olocausto mi sembra fuori questione. Per la prima volta nella storia, infatti, un gruppo sociale veniva sterminato non per la sua religione, non per il suo ruolo sociale, non per la sua cultura ma per una qualità indelebile—la razza– che ne faceva un mortale agente patogeno. La pulizia etnica è altra cosa: certi popoli vengono espulsi da un territorio per renderlo culturalmente omogeneo, le violenze vengono erogate in quantità industriale ma una volta cacciati gli intrusi, la partita è chiusa. Ciò che dell’antisemitismo nazista sconvolge, invece, è il suo ‘universalismo’: i tedeschi si sentivano incaricati dal Genere Umano di sterminare la classe abietta ovunque si trovasse, senza tener conto dei passaporti statali che avrebbero impedito di purificare il pianeta. Per essi le frontiere nazionali non esistevano più: chi più antisovranisti di loro?

 

Dante, Santagata e l’italianità

20 Dicembre 2021 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoSocietà

Uno dei guai dell’Italia è che nessuno si rassegna a fare soltanto il proprio mestiere. Neppure il “grande dantista Marco Santagata” aveva resistito alla tentazione di invadere il campo (non suo) della storia delle idee. Facendo dell’ironia gratuita su Dante “fondatore dell’italianità” aveva detto: “Sono centinaia gli intellettuali che hanno raccontato Dante come l’eroe nazionale. Ma è un ritratto falso. Per Dante, l’Italia non esisteva. Nel suo tempo, che era il Medio Evo, esistevano tante piccole formazioni politiche che si facevano la guerra tra loro. L’idea dello stato nazione è nata secoli dopo, e non poteva rientrare nell’orizzonte dantesco. Dante aveva in mente l’Impero: un’istituzione sovranazionale che doveva garantire la pace, la prosperità e la sicurezza di tutti i cristiani. Ma che vuole, nella storia succede continua-mente che si prendano i fatti culturali e li si rileggano alla luce delle esigenze del momento”.

“Per Dante l’Italia non esisteva” ma davvero? Davvero, almeno quanti di noi avevano fatto il liceo, avevamo dimenticato che, per il ‘ghibellin fuggiasco’, a detenere la suprema legittimità politica era l’Impero—di cui il nostro paese, però, sarebbe dovuto essere lo splendido ‘giardino’? Quante idee sbagliate ci avrebbe trasmesso la vecchia scuola se non ci fossero i demistificatori alla Marco Santagata buonanima e al vivo e vegeto Alessandro Barbero (quello che raccontava in TV che se i Persiani avessero vinto a Salamina per la Grecia non sarebbe cambiato niente, con l’aria beffarda: “beh beccati questa verità scomoda, incarta e porta a casa!”..)! Sennonché da umile storico delle idee faccio rilevare che le ragioni per cui Dante viene ritenuto ‘fondatore dell’italianità’ sono sostanzialmente tre: la linguaLe genti del bel paese là dove ‘l sì suona», (Inf. XXXIII, vv. 79-80) ; la geografia—la sicurezza con cui il Sommo Poeta delimitò i confini d’Italia–«Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna» (Inf., Canto IX, 113-114); un’etnia culturale ( come diremmo oggi), con una sua individualità e interessi distinti dalle altre: «Ahi serva Italia di dolore ostello/nave senza nocchiero in gran tempesta/ non donna di provincia ma bordello» (Purg. Canto VI,76-78) Per il resto, Dante è un uomo del Medio Evo che mai avrebbe potuto pensare a uno stato nazionale italiano, un progetto che evoca idee rivoluzionarie e la ‘democrazia dei moderni’—patriota è una parola coniata, nella sua sostanza etico-politica, dalla Rivoluzione francese e ripresa nel Risorgimento dai ‘modernizzatori’, nemici giurati dell’Ancien Régime, ovvero degli Imperi e, in ispecie, degli ultimi discendenti degli Asburgo. Del cui Impero il Vate fiorentino fu il convinto cantore: “O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia e dovresti inforcar li suoi arcioni”,( Purg.,Canto VI,97-99).  Questo Dante , non a caso, mandava in visibilio i teorici dell’universalismo fascista ,che ritenevano superati i miti della ‘nazione’ e della patria’ e che guardavano non più al Risorgimento ma all’Impero di Roma, alle sue ‘quadrate legioni’, agli Stati-Civiltà etc.,  ma non credo che il buon Santagata avrebbe ‘gradito’ l’antinazionalismo del pagano Julius Evola..

Forse è venuto il momento di finirla con le picconate ai miti ‘scolastici’: la storia non è fatta per épater les bourgeois ma per far capire da dove veniamo e come il passato ha contribuito a renderci quel che siamo. Continui, pertanto, la benemerita ‘Società Dante Alighieri’ a far conoscere al mondo la nostra grande cultura, al riparo dall’ironia dei beaux esprits. Sì, Dante politicamente non ha nulla a che vedere con lo stato nazionale ma, nella definizione di una identità culturale contano solo la politica, il tipo di Stato che si ha in mente, le sue istituzioni? O non anche la lingua, le arti, il territorio, il senso di una ‘comunità di destino’? E se questi ultimi fossero irrilevanti, non sarebbe la riprova di un virus totalitario (“tutto è politica e tutto si risolve in politica!”) da cui stentiamo a liberarci? Si difende un’eredità spirituale, una lingua, una cultura indipendentemente dal tipo di Stato che si ha in mente: Carlo Cattaneo era un grande patriota italiano ma, prima del 48, non gli sarebbe dispiaciuto vedere il Lombardo-Veneto membro di uno ‘splendido dogato’—quale avrebbe potuto essere l’Austria di Maria Teresa e dell’assolutismo illuminato. Forse in un periodo come l’attuale in cui si sono fortemente indeboliti il senso dell’appartenenza e l’orgoglio delle grandi produzioni artistiche e scientifiche che, nel corso dei secoli, si sono registrate nelle diverse regioni della penisola , in anni in cui i fattori culturali sono divenuti irrilevanti (in qualche Facoltà di Lettere si insegnava Letteratura italiana in inglese e si leggevano I promessi sposi in traduzione), c’è qualcuno che può pensare:in mancanza di uno stato unitario italiano, come si può parlare di italianità? In realtà, questa antiretorica è più preoccupante della retorica delle celebrazioni ufficiali.

Ha scritto Giovanni Belardelli, storico delle dottrine politiche e autore del miglior saggio che io conosca sulle idee di Giuseppe Mazzini: “Attraverso il culto di Dante si affermava così la figura dell’intellettuale come moralista, aspro critico dei difetti dei propri connazionali”.

Cito Nicola Mirenzi, Dante l’italiano (“HuffPost del 5 dicembre 2020): “Era fondamentale rifare gli italiani. Secondo la gran parte dei patrioti, lunghi anni di dominio straniero avevano compromesso il popolo, rendendolo vile e corrotto. E l’emblema di questa italianità deteriore divenne Petrarca, che aveva la colpa di essere stato un poeta cosmopolita, a suo agio presso le corti europee. Mentre Dante, no: era rimasto intatto. Ai loro occhi, era l’incarnazione dell’italiano intransigente, l’uomo che aveva scelto con sdegno l’esilio pur di non piegarsi al nuovo potere di Firenze. L’esilio stabiliva una connessione esistenziale tra loro e Dante. Come Dante, anche molti patrioti avevano preferito pagarla cara lontano da casa anziché piegarsi allo straniero. Come Dante, testimoniavano con la vita l’attaccamento alle virtù civiche e all’ideale nazionale. Come Dante, potevano perciò anche permettersi di ridire sugli altri italiani. ‘Spesso gli esuli – mi racconta Berardelli – vivevano in condizioni miserabili all’estero, ma sapere di essere fedeli all’esempio dantesco era di grande conforto morale’”. Tutto vero, tutto innegabile ma le ‘mitologie’ non bastano a fare e a spiegare la storia. Se Dante fosse stato solo l’”italiano intransigente”, l’uomo di carattere con la ‘c’ maiuscola il fatto di essere divenuto il simbolo dell’italianità sarebbe davvero inspiegabile. (E perché Dante e non Francesco Ferrucci se è veritiero l’omaggio che gli tributava Goffredo Mameli: “Dall’Alpi a Sicilia/Dovunque è Legnano/,Ogn’uom di Ferruccio/ Ha il core, ha la mano?”).

Sempre citando Mirenzi, “nemmeno Vittorio Sermonti lasciò mai credere il contrario, sebbene con la lingua di Dante abbia deliziato a lungo gli italiani, e senza ricorrere al trucco dell’icona pop. Nel Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, venne chiamato a tenere tre giorni di lezioni nell’aula del Palazzo dei gruppi parlamentari. Premise che non aveva alcuna voglia di parlar bene dell’Italia, e che ne avrebbe parlato semplicemente con amore. Poi, raccontò che fu Virgilio a inventare la parola Italia, Dante a promuovere ‘le parlate sgangherate degli italiani alla nobile esattezza del latino’ e Verdi a rendere l’italiano finalmente popolare. Si guardò bene dal dire che Dante aveva creato l’Italia. Concesse qualcosa sulla lingua, ma specificando che si trattava di un azzardo: ‘Vogliamo dire che Dante ha fondato le basi teoriche dell’italiano?’ E diciamolo”.

Confesso un profondo fastidio per l’insostenibile leggerezza del pensare. Mettiamo da parte miti, falsi credenze, ingenuità ideologiche e guardiamo ai fatti nudi e crudi: è vero o non è vero che Dante scrisse uno dei più grandi capolavori letterari di tutti i tempi, la Divina Commedia, in italiano (una lingua, sembra, nata non a Firenze ma alla Corte di Federico II con Giacomo da Lentini e altri poeti della sua Scuola)?; è vero o non è vero che per lui l’Italia era, forse, un’espressione geografica ma un’espressione geografica tutt’altro che immaginaria e non priva, in ogni caso, di risonanze sentimentali ? è vero o non è vero che il destino della penisola—i suoi problemi, le sue traversie, le sue memorie—gli stava molto a cuore e che parlando di bolognesi, di veneziani, di genovesi, di pisani, di fiorentini ne parlava come di rami di uno stesso albero sino al punto da sentire le loro ‘peccata’ come vergogne di famiglia?

Giuseppe Mazzini, Ugo Foscolo, Carlo Cattaneo, Cesare Balbo i grandi spiriti del ‘riscatto nazionale’ onorarono tutti in Dante il Padre dell’Italianità: incontrandoli nell’altro mondo, Marco Santagata e Vittorio Sermonti li sottoporranno alla doccia fredda del demisticatore televisivo Alessandro Barbero: “Guardate che Dante non era un patriota. Come credevate voi ma un imperialista?” “Scherza coi fanti ma lascia stare i santi” si diceva nel buon tempo antico.

image_print
1 2 3 11
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy