Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”




Su Becchi, sul premio di maggioranza e, soprattutto, su Norberto Bobbio

Intervenendo sul tema Democrazia e premio di maggioranza il filosofo del diritto, Paolo Becchi, se la prende col «premio di maggioranza», a suo avviso «in contrasto con l’art. 48 (secondo comma) della Costituzione che afferma che ogni voto deve avere uguale valore». «La democrazia rappresentativa, scrive, si fonda su un principio molto semplice ‘una testa, un voto’. Questo significa non solo che ciascun cittadino ha un voto a disposizione, ma che il suo voto conta come qualsiasi altro voto, per l’esito delle elezioni». Il discorso è ineccepibile però proprio Becchi, uno dei maggiori esperti italiani di Hegel, dovrebbe sapere che la rappresentatività è un valore che fa capo alla forma di governo democratica ma che, accanto, se non al di sopra delle forme di governo, ci sono gli Stati, che debbono tener conto, se liberali, delle opinioni di tutti i cittadini ma non possono dimenticare che se la rappresentatività è un valore, la governabilità è poi, ciò che tiene unite le comunità politiche. «Tot capita, tot sententiae», sì, ma quando è in gioco la ‘salus rei publicae’, le opinioni, i pareri, le idee non possono venir messi tutti sullo stesso piano, col risultato di impedire, ritardare, o arrivare a decisioni pasticciate. Occorre che a deliberare sia la maggioranza degli eletti dal popolo sovrano e che la soluzione sia abbastanza rapida, coerente, corrispondente a un progetto politico che, se impegnativo, non può essere condiviso da tutti. Il problema aperto è come assicurarsi la formazione di una maggioranza determinata: e, storicamente, alcuni hanno ritenuto di potersi affidare al collegio uninominale (corretto dalla fissazione di un quorum), altri di potersi fidare del sistema proporzionale (corretto dalla soglia del 5% che non consentirebbe ai partiti che non l’abbiano raggiunta di ottenere un seggio parlamentare).

Non entro nel merito della legge elettorale voluta dal Governo Meloni ma vorrei ricordare due eventi storici. In Italia, com’è noto, il sistema proporzionale, unito al voto universale, fu un autentico disastro nel 1919 e tra le cause di una instabilità istituzionale che avrebbe spianato la strada al fascismo. Il premio di maggioranza, invece, proposto da Alcide De Gasperi, nel 1953, respinto (anche da alcune formazioni liberali) e ‘diffamato’ come ‘legge truffa’ non passò ma avrebbe potuto assicurare una stabilità da cui il paese, uscito diviso e stremato dalla guerra, avrebbe tratto non poco beneficio.

Uno dei più profondi analisti politici italiani del secondo dopoguerra, Giuseppe Maranini, nella sua magistrale Storia del potere in Italia 1848-1967, sosteneva – lo ricorda Sergio Romano – che «la legge proporzionale servì soprattutto agli apparati dei partiti ed ebbe l’effetto di trasformare l’Italia in una democrazia pseudoparlamentare dove le Camere registrano, con qualche sporadico dissenso, le decisioni concordate fra le segreterie delle maggiori forze politiche nazionali. Per spezzare l’egemonia dei partiti sul Paese occorrono ‘leggi elettorali che affranchino i parlamentari dalla dipendenza degli apparati’».

Becchi, stranamente, si richiama, per la sua tesi, all’autorità di Norberto Bobbio. Dico stranamente perché il filosofo del diritto e della politica torinese – a differenza di altri importanti teorici del Partito d’Azione da cui proveniva – fu sempre insensibile alla necessità di conferire un potere reale all’esecutivo, a garanzia della stabilità e della governabilità dello Stato; un potere reale reso possibile, in Francia, dalle riforme istituzionali di De Gaulle, che decise di abolire il sistema proporzionale (in vigore nella Quarta Repubblica), considerandolo «il principale responsabile della frammentazione politica, del proliferare di piccoli partiti e dell’estrema instabilità dei governi dell’epoca», e sostituendolo col sistema maggioritario uninominale a doppio turno».

In realtà, Bobbio era sostanzialmente estraneo, per formazione filosofica e culturale, alla democrazia nel senso dei suoi grandi teorici ottocenteschi (da Jules Michelet a Giuseppe Mazzini): il suo illuminismo, cartesiano ed egualitario, conosceva solo gli individui – titolari, per nascita, di diritti civili e politici – e i loro bisogni – i diritti sociali cui avrebbe dovuto provvedere lo stato liberalsocialista. Per lui, non solo la parola nazione ma, altresì, la parola popolo erano sospette, sapevano di prefatio ad faschismum: non esistono i popoli, esistono, appunto, solo gli individui hic et nunc le cui voci vanno ascoltate e considerate come uguali. Scriveva su ‘il Viesseux’– nell’articolo La Rivoluzione francese e i diritti dell’uomo (6 gennaio 1989) – «‘Popolo’ è un concetto ambiguo, di cui si sono servite anche tutte le dittature moderne. È un’astrazione talora ingannevole: quanta parte degli individui che vivano su un territorio il termine ‘popolo’ comprenda non è chiaro. […] Potrà sembrare ostico a chi non può pensare alla società se non come un organismo, ma, piaccia o non piaccia, la società democratica non è un corpo organico ma è una società di individui». Il principio ‘una testa, un voto’ indubbiamente si trova in linea con questo stile di pensiero così nettamente antiorganicista da non riconoscere che gli individui sono ‘persone’ reali e concrete, non esseri astraibili da famiglia, tradizioni, costumi,  e che ad essi potrebbe stare più  a cuore la salvaguardia del loro protetto spazio comunitario che non un conteggio di voti che li ponga – solo teoricamente, peraltro – tutti sullo stesso piano e indebolisca le risorse del potere preposto a  quella salvaguardia.

F.A. Hayek in Individualismo e ordine economico, contrappone lo pseudo-individualismo illuministico «che assume che la Ragione, con la R maiuscola, sia sempre completamente e ugualmente disponibile a tutti gli essere umani e che qualsiasi cosa che l’uomo abbia raggiunto sia soggetta al controllo della ragione individuale, essendone il risultato diretto», al vero individualismo liberale (di Burke, di Tocqueville) definito come  «‘approccio anti-razionalistico’, che considera l’uomo non come un essere estremamente razionale ed intelligente, ma come un essere molto irrazionale e fallibile, i cui errori individuali sono corretti solo nel corso di un processo sociale, e che punta a tirare fuori il meglio da un materiale alquanto imperfetto».

Con questi rilievi, non intendo certo perorare la causa del sistema uninominale o del ‘premio di maggioranza’ ma solo ricordare che, in questo dibattito storico e teorico, dovrebbe tenersi in somma considerazione il problema della governabilità che è affare di ragion politica non di ragion giuridica.

Personalmente credo che il sistema proporzionale abbia bisogno di grosse e sostanziali correzioni (che magari non saranno quelle che ha in mente il centro-destra). Nella Prima Repubblica, un partitino appena al disopra del 2%, poteva ottenere anche le più alte cariche di governo se sceglieva di schierarsi con la coalizione di centro piuttosto che con quella di sinistra. Ero tra quelli che non riuscivano a rassegnarsi al vantaggio conferito a piccole formazioni di essere il ‘peso determinante’ nella costituzione di un governo. Eppoi non ero affatto convinto che l’Italia di minoranza fosse l’Italia della ragione.

(22 Settembre 2026)




Un ricordo di Indro Montanelli

Vistodagenova

Una fredda giornata invernale, Milano avvolta in una nebbia scura. Indro Montanelli mi riceve nel suo studio e non riesco a trattenermi dal chiedergli come potesse un fiorentino di Fucecchio vivere tra le brume. Mi risponde sorridendo: “Caro Cofrancesco, se fossi rimasto a Firenze ora farei il correttore di bozze della Vallecchi. Milano mi ha dato tutto quello che potevo desiderare”. Nel 1994, Direttore del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova – ospitato nella storica Villa Durazzo – avevo chiesto al sindaco di Santa Margherita Ligure, Angelo Bottino, di conferire a Montanelli la cittadinanza onoraria in segno di riconoscenza per la sua “battaglia” in difesa del promontorio di Portofino. Nel corso della cerimonia, Montanelli ricordò un episodio divertente. Giorgio Bocca, sul ‘Giorno’, lo aveva definito, in quanto redattore del Corriere della Sera un ‘mantenuto’ dai Crespi. Montanelli, con grande scandalo dei colleghi, rispose che era lui a mantenere Crespi, facendo vendere il quotidiano. Non successe nulla ma qualche tempo dopo Crespi lo invitò a cena con Maria Callas nel più esclusivo ristorante di Milano. Il giornalista, non avendo un abito adeguato, se lo fece prestare dall’amico direttore del Teatro alla Scala. Al termine della cena, al cameriere che gli portava il conto, Crespi indicò Montanelli: “E’ lui che mi mantiene!”.

In quegli anni, collaboravo al ‘Corriere’ titolare di una rubrica “Le parole della politica”. “Dovresti raccogliere i pezzi che scrivi!” mi diceva Montanelli. Non avendone molta voglia, una volta gli risposi: “lo farei solo se tu scrivessi la Prefazione” Mi aspettavo un cortese rifiuto e invece, accettò subito: grazie al suo nome non mi fu difficile trovare a Genova un editore disposto a pubblicare le mie voci nel libretto Il linguaggio della politica. Vademecum per il cittadino (Ecig 1999). “Sono rimasto colpito – scriveva Montanelli – da questo semplice vademecum e mi sento in obbligo di segnalarlo al comune lettore: appunto perché è semplice, perché parla al lettore nella sua lingua, perché non cerca di metterlo in soggezione, perché gli dice delle cose molto intelligenti senza fare sfoggio di intelligenza, insomma perché si mette al suo servizio, come la cultura deve fare quella italiana non lo fa. Ma non vorrei essere nei tuoi panni. La ’gente’ tua ho paura che te la faccia pagare. Essa non perdona a chi tradisce gli arcani della confraternita. Ligia al principio che i panni puliti (quali essa crede che siano i suoi) si lavano in famiglia come quelli di qualsiasi “onorata società”. Con queste sue battute, Montanelli mostrava di essere non solo un mostro di chiarezza ma, altresì, uno dei giornalisti più spiritosi del suo tempo.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it




Progresso e democrazia stanno divorziando?

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco




Quando l’antifascismo minaccia la libertà di pensiero

vistodagenova

Dobbiamo prenderne atto. Nell’Italia di oggi, come nel Medio Evo, ci sono due poteri: il potere spirituale, addetto al controllo delle coscienze e delle opinioni dei cittadini e il potere temporale–gli apparati istituzionali, incaricati di redigere le leggi e farle rispettare. Il primo amministra le anime, il secondo i corpi. Il potere spirituale, come quello islamico, è diffuso tra una serie di soggetti—presenti nei partiti, nei giornali, nelle Università—che si erigono a coscienza della nazione in quanto depositari dell’antifascismo iscritto nella Costituzione e non come uno dei requisiti della democrazia liberale ma come il principio supremo di legittimità, al cui vaglio debbono sottoporsi  tutte le manifestazioni della vita  civile e politica. Così quanti intendono partecipare alla Fiera del Libro di Roma, ”Più libri, più liberi” sono tenuti a sottoscrivere un patentino antifascista”. Non si può consentire agli editori di esporre libri senza l’imprimatur dell’Anpi.

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri—lo ha ricordato Luca Ricolfi in un magistrale articolo, Sono ancora antifascisti i nostri intellettuali antifascisti?¸’Il Messaggero 14 giugno u.s.—ha bollato quella richiesta come “un provvedimento fascista che più fascista non si può immaginare”

Lo hanno riconosciuto, del resto, anche intellettuali non certo di destra come Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Luciano Canfora che, a differenza di spregiudicati demagoghi come Angelo Bonelli e Giuseppe Conte, si sono dissociati dal documento voluto dall’Associazione Editori Italiani.

Giorgia Meloni ha commentato “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

In realtà, ci troviamo dinanzi a una vera e propria malattia dello spirito civico per la quale non bastano le deprecazioni. Bisogna andare più a fondo, individuare le cause storiche e culturali per le quali, a più di ottant’anni dalla caduta del fascismo, la rabbia antifascista non solo non s’è attenuata ma si accresce giorno per giorno. Bisogna spiegare come mai, in Italia, un attributo—‘antifascista—inscindibile dalla democrazia , ne stia diventando il veleno.

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 16 giugno]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it