La tempesta ligure. Il duello Bucci/Brambilla
Dai ferri corti il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il Direttore del ‘Secolo XIX’ Michele Brambilla passano alle aule di Tribunale. Un tempo si sarebbero sfidati a duello ma da quando Ferruccio Macola ferì a morte, nel 1898, il leader dell’Estrema Sinistra Felice Cavallotti, la mania dei duelli di onore è andata decrescendo fino a scomparire. (Per la cronaca Macola si tolse la vita dodici anni dopo). Non entro nel merito della vicenda giacché non sarei imparziale: sono amico ed estimatore di Brambilla e non ho avuto mai l’occasione di incontrare Bucci. Però non posso non ricordare che ,in Italia ,il malcostume che induce i politici a mettere sotto accusa—e talora persino a minacciare– i giornali che pubblicano articoli poco graditi è antico. E diffuso sia a destra che a sinistra. Marcello Veneziani, un nemico giurato dell’agiografia di regime, in un articolo del 2020, pubblicato sulla ‘Verità’, Pertini l’impertinente, ricordava che Sandro Pertini <chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!”>.
Bucci, stando alle chat pubblicate dal ‘Secolo XIX’ , si è ben guardato da toni così arroganti e intimidatori, limitandosi a protestare per il diverso trattamento riservato, al tempo delle elezioni amministrative comunali, dallo storico quotidiano genovese al candidato del centro-destra, Pietro Piciocchi, un giurista prestato alla politica, e alla candidata del centro-sinistra, Silvia Salis, dirigente sportiva ed ex martellista.. Non so se davvero il ‘Secolo XIX’ abbia dato più spazio al giurista o alla martellista: per stabilirlo dovrei disporre dei metodi e degli strumenti di indagine della Fondazione Hume o dell’Euromedia Research di Alessandra Ghisleri o dello staff di Riccardo Mannheimer. Forse il quotidiano—in passato, ovvero prima della direzione di Michele Brambilla, schierato decisamente a sinistra come altri del gruppo Gedi,’ La Stampa’, ’Repubblica’, etc. –non ha dato a molti genovesi l’impressione di essere un esempio convincente di par condicio.
La domanda da porsi, però, è un’altra :“aveva l’obbligo di esserlo?” Gli organi di stampa sono imprese di informazione che immettono sul mercato specifici prodotti culturali: ciascuno ha un pubblico di riferimento che cerca di conservare (e di ampliare), venendo incontro alle aspettative dei lettori. Certo nel codice professionale del giornalismo c’è il dovere di riferire i fatti, quelli graditi e quelli sgraditi, come prescrive, nel film di George Seaton, Dieci in amore (1958), il navigato caporedattore, Jim Gannon (Clark Gable): sono tre le regole del buon giornalismo: fatti, fatti, fatti! Se si viola troppo il codice, però, scattano sanzioni non tribunalizie ma di edicola: il giornale si scredita e i lettori ne comprano un altro. E’ uno dei casi in cui può parlarsi –e ben a ragione–di ‘moralità del mercato’.
Tornando al ‘Secolo XIX’, può la Politica prescrivere una linea editoriale alla Stampa? Che quest’ultima venga definita ‘quarto potere’ non sta a significare la sua completa indipendenza da interferenze esterne e il suo essere il bastione più sicuro della libertà politica di un popolo? Come scriveva Alexis de Tocqueville, quasi centottant’anni fa:< l’indipendenza della stampa è l’elemento capitale e, per cosi dire, costitutivo della libertà. Un popolo che vuole restare libero ha dunque il diritto di esigere che la si rispetti ad ogni costo>.
Se i politici non sono soddisfatti dal trattamento ad essi riservato da un giornale hanno un solo modo per farvi fronte: essere presenti su organi di stampa vicini alle loro idee e, soprattutto, favorire iniziative culturali, associazioni politiche capaci di ottenere un vasto seguito di massa che assicuri vendite certe al periodico disposto a pubblicizzarle.
Il fatto è che in molte regioni d’Italia, il centro-destra—di cui Marco Bucci è autorevole esponente—non investe un soldo bucato in tutto ciò che il vecchio Marx chiamava le ‘soprastrutture’. Per i partiti oggi al governo, come per i vecchi democristiani–almeno a livello locale: a livello nazionale le cose sono cambiate ma spesso in modo maldestro–, la presenza in un consiglio di amministrazione (di una banca, di un’impresa, di un gruppo editoriale, di un ente teatrale) conta più di una cattedra universitaria , degli enti e dei festival culturali –tutte cose che lasciano agli avversari che , peraltro, si sono mostrati ben capaci di servirsene per plasmare l’opinione pubblica. I politici del centro-destra non hanno tempo da perdere e, pertanto, preferiscono fare pressioni su ciò che già esiste in campo editoriale e massmediatico piuttosto che impegnarsi a trovare ‘vie nuove’ volte a incanalare un proprio pubblico di lettori e di sostenitori. Alle battaglie sui simboli sono del tutto indifferenti—da anni ho cercato invano di far dedicare a Genova una via o qualsiasi altro luogo pubblico al genovese, Vilfredo Pareto, uno dei più grandi sociologi del suo secolo e a Giovanni Ansaldo, il principe del giornalismo italiano del Novecento, genovese anche lui—ma ai giornalisti che li criticano o che li trascurano vorrebbero imporre una par condicio , d’accordo col direttore e con l’editore del periodico .Da buon liberale, preferisco un giornale collocato su una sinistra che non è la mia ma indipendente, a un giornale “messo a norma” . Purché a tenerlo in vita siano i lettori effettivi e gli editori disposti a rimetterci del loro, non gli stanziamenti pubblici, come succede in Italia dove una parte infinitesima delle mie imposte va a giornali ispirati a ideologie che mi ripugnano in quanto nemiche della ‘società aperta’.
Rispetto e ipocrisia – Le tre forme di rispetto
Credo che a distinguere radicalmente la società aperta dalle altre sia la libertà di parola e di ascolto unita al rispetto per chi ha opinioni diverse dalle proprie. Sul termine “rispetto”, però, si annidano non pochi equivoci. Nel 2024 Treccani ha scelto rispetto come parola dell’anno per sottolinearne l’importanza fondamentale in una società segnata da conflitti e la necessità di riscoprirne il valore.
Sennonché, in linea con la political culture nazionale — buonista con i “diversi” e persecutoria nei confronti degli “opposti” — il prestigioso istituto romano definisce il rispetto come “un sentimento e un atteggiamento di stima, attenzione e riguardo verso persone, istituzioni o culture, manifestato con azioni o parole”. Insomma, non c’è rispetto se non è legato alla stima.
Gli inglesi, che sono liberali ma non buonisti, la vedono diversamente e nell’Oxford Learner’s Dictionaries distinguono due tipologie. Da una parte il rispetto come “riconoscimento di una superiorità morale o sociale; deferenza, riguardo (anche per, verso, di ): salutare con rispetto; nutrire, provare rispetto per (o verso ) i genitori, le istituzioni; avere rispetto degli anziani”. Dall’altra il rispetto come “sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi (per, verso, di): il rispetto per (o verso ) i propri simili; rispetto per la proprietà; rispetto della vita altrui; mostrare rispetto verso tutte le opinioni”.
In realtà, il rispetto che si deve agli altri, sempre in una società aperta, è solo il secondo. Sono tenuto a “rispettare” la defunta Michela Murgia, inventrice del fascistometro, o Mirella Serri che, nel suo recente pamphlet sulla cultura di destra, parla di Giorgia Meloni come legittima erede di Hitler, di Mussolini, di Julius Evola. Ma perché dovrei essere tenuto ad avere riguardo per autori e libri che, a casa mia, dopo averli letti, butterei nell’immondizia, e che tuttavia riterrei intollerabile — e “illiberale” — censurare o impedirne la pubblicazione?
In realtà, anche il diritto alla “disistima” fa parte dei diritti di libertà: oserei dire anche il diritto all’odio, se non si traduce in “linea di fatto”.
Ai due paragrafi dell’Oxford Learner’s Dictionaries ne aggiungerei, però, un terzo, che sarebbe piaciuto al liberale pluralista Isaiah Berlin: “Il rispetto come dovere di comprendere le ragioni, gli interessi, i valori degli altri,” dove, beninteso, ‘tout comprendre‘ non è ‘tout pardonner‘. Si ha l’obbligo di comprendere l’etica nazista — come invitava a fare Mario Stoppino in un inedito ripubblicato ora su “Nuova Storia Contemporanea” — ma averne inteso la natura diabolica non porta certo a cancellare l’orrore e la distanza dalla visione del mondo hitleriana.
Oggi, in Italia, questa terza accezione è de facto ancora più utopica delle altre due. Quando si parla di “sovranisti, nazionalisti, populisti”, ricacciati tutti nella bolgia infernale del fascismo, non si è tenuti ad alcun rispetto. Né al rispetto come riguardo, né al rispetto come riconoscimento di diritti civili e politici, né al rispetto come dovere di comprensione.
Se una misura, una proposta di legge, un’iniziativa vengono bollate come “sovraniste”, il discorso si chiude subito; ma sapere di che si tratta non dovrebbe interessare nessuno. Il rispetto proclamato dalla Treccani, in fondo, è rispetto de noantri.
Ha diritto di parola solo chi dice il vero?
Vistodagenova
Non si conosce nella storia una sola guerra in cui i contendenti non abbiano qualche ragione da accampare (chi più, chi meno, chi molto di più, chi molto di meno). E non se conosce nessuna che, in un paese ancora fuori dal conflitto, non divida l’opinione pubblica tra quanti vorrebbero intervenire a favore di una parte e quanti a favore dell’altra. Nel 1914 ,e prima del radioso maggio del 1915, molti italiani desideravano scendere in campo contro gli Imperi Centrali, altri al loro fianco. Gli stati allora in conflitto non risparmiarono aiuti agli uni e agli altri: la Francia, ad es., sostenne l’interventista Benito Mussolini e ,sicuramente, non fu la sola. Sennonché le diverse propagande belliche non erano solo propaganda: le parti avverse illustravano le ragioni storiche, politiche, culturali delle loro diverse scelte di campo. Benedetto Croce–certo non sovvenzionato da nessuno–all’inizio, parve stare dalla parte di Germania e Austria-Ungheria e, per questo, venne ribattezzato von Kreuz da un fautore dell’Intesa, Vittorio Cian (finito senatore fascista!). La guerra ucraina non fa eccezione e non meraviglia, pertanto, che appoggi alla Russia siano arrivati a intellettuali e partiti che mostrano comprensione per l’’operazione speciale’ intesa—secondo Mosca– a proteggere le minoranze russofone del Donbass. Michkailo Podolyak—consigliere di Zelensky– nell’intervista a ‘Repubblica’ del 25 febbraio u.s., propone, sic et simpliciter, di metterli a tacere. ”Le restrizioni alla propaganda russa devono essere totali, e non solo in Ucraina e non solo durante le nostre elezioni: i divieti sulla propaganda russa devono essere introdotti in tutta Europa”. Se penso ai miei colleghi, studiosi illustri (storici, sociologi, filosofi) —ritenuti (spesso a torto) ‘putiniani’–per aver sottoscritto le parole di papa Francesco sui cani Nato che abbaiano alle porte della Russia– mi viene da pensare che ,per certi paladini dell’Europa e della sua ‘civiltà millenaria’, dovrebbe avere diritto di parola solo chi porta “ buone ragioni”. La libertà, quindi, deve porsi al servizio della Verità: ma non insegnavano questo i nemici della società aperta, di popperiana memoria? Se John Stuart Mill avesse letto le parole di Podolyak si sarebbe rivoltato nella tomba, ma tant’è, ci sono paesi in Europa in cui il liberalismo stenta a essere “preso sul serio”.
[articolo uscito il 3 marzo su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]
Perché la gente non va a votare
“Se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno—ha scritto Marcello Veneziani–dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano”. Rispetto al resto del mondo,”la vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio”. La sfiducia di cui parla Veneziani si riferisce all’astensio-nismo elettorale cresciuto, specie in Italia, a ritmi preoccupanti. Sennonché, ci si chiede, può la partecipazione al voto essere assunta come una riprova della crisi irreversibile in cui versano le istituzioni democratiche? Gaetano Mosca, nel periodo in cui veniva considerato un liberale antidemocratico, in un’intervista al ‘Regno’ del 1904, ammoniva: ”Dobbiamo alla democrazia almeno in parte, il regime di discus-sione in cui viviamo; le dobbiamo le principali libertà moderne: quella di pensiero, di stampa, di associazione. Ora il regime di libera discussione è, il solo che permetta alla classe politica di rinnovarsi, che la tenga a freno, che la elimini quasi automatica-mente quando essa non corrisponda più agli interessi del paese”. E’ questo il punto: al di fuori dell’Europa occidentale, delle sue proiezioni oceaniche e di una fascia ristretta di paesi asiatici occidentalizzati, non solo non c’è libertà politica (i popoli non vanno a votare se non per plebiscitare i despoti che li governano) ma non c’è neppure libertà di critica, di discussione, di manifestazione contro i detentori del potere. E’ per queste ragioni che ha senso la domanda–oggetto dell’ironia di Veneziani– :”Tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia?’ .”No, non ci andrei non (solo) perché non potrei votare per l’opposizione, ma (soprattutto) perché non potrei dire liberamente quel che penso di chi comanda e delle leggi che fa”. Se la gente non va a votare non è solo per ”mancanza di fiducia” ma anche per “mancanza di paura”: pensa (a ragione o a torto) che il suo voto non cambi niente e che, col nuo-vo governo, non starà né peggio né meglio di prima. Non ci sono oggi ‘poste in gioco alte’—il pericolo di una dittatura di destra o di una vera rivoluzione sociale—che possano portare al seggio un gran numero di cittadini. Quando ci sono state, al tempo della DC di Alcide De Gasperi, l’affluenza alle urne è stata altissima.
[ Dal Il Giornale del Piemonte e della Liguria – Martedì 27 gennaio 2026]