Zuppa di Porro

L’intervista che spiega cos’è il pensiero egemone di sinistra

Intollerabile: ormai ‘Il Mulino’ è diventata una rivista conservatrice

L’intervista di Piero Ignazi a Caterina Giusberti (‘La Repubblica’ del 1° agosto) è da incorniciare. Spiegherà ai posteri cos’è stato il pensiero egemone in Italia, a partire dagli anni sessanta, meglio di tante analisi sociologiche.

Già Professore ordinario di ‘Politica comparata’, Ignazi è il tipico ideologo di regime. Giuseppe Bottai lo avrebbe accolto trionfalmente nello staff di ‘Critica fascista’. Nato sotto la Repubblica, ha collaborato alla ‘Repubblica’ e poi al ‘Domani’: lo stile di pensiero, passando dalla camicia nera alla camicia rossa, non cambia. Nella noiosa controversia sul ‘Mulino’, volta ad accertare se ha mutato pelle, Ignazi non si chiede -il weberiano lavoro intellettuale come professione è roba dell’altro ieri – se la rivista, diretta da Paolo Pombeni, sia una buona rivista, aperta alle problematiche storiche, culturali sociologiche del mondo moderno, ma se sia ancora di sinistra ovvero se abbia ancora i requisiti per essere considerata una pubblicazione rispettabile. Nel Medio Evo, quando i dottori della Sorbona volevano dare il colpo di grazia ai loro avversari teologi insinuavano un terribile sospetto: ”Ma allora non credi in Dio?” Oggi il sospetto infamante è: “Vuoi vedere che non sei di sinistra?.

Nella sinistra italiana—sempre antagonista de facto, al di là delle retoriche liberali adottate dopo il secondo ’89—la mannaia ormai cade regolarmente sulla testa di chi è conservatore. Faccio fatica, scrive Ignazi, a individuare ‘Il Mulino’ “come sinistra. Le posizioni di sinistra sono aperte ai nuovi diritti civili, portano alla riduzione delle disuguaglianze e alla giustizia sociale”. E sappiano tutti che stare a destra significa opporsi ai diritti civili, promuovere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, plaudire al genocidio palestinese etc. Se pensiamo che la stragrande maggioranza degli scienziati politici italiani (più politici che scienziati, per la verità) la pensa come Ignazi c’è da tremare per il futuro delle nostre Facoltà umanistiche.

Per quanto riguarda ‘Il Mulino’, va ricordato che nacque sulla base di un programma culturale e politico degasperiano – l’incontro tra cattolici non tradizionalisti e laici anticomunisti. Se Ignazi dovesse ricostruirne la storia, farebbe come gli stalinisti evocati da Milan Kundera nel bellissimo Libro del riso e dell’oblio: cancellerebbe nella foto dei primi redattori della rivista nomi scomodi, come Augusto Del Noce e, forse, persino Nicola Matteucci.




Quando l’egualitarismo diventa nichilismo

Intervistato sul raid israeliano  che ha colpito la Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza (3 morti, 11 feriti) Antonio Padellaro, un giornalista che ho sempre stimato, al di là delle diverse opinioni politiche, ha  chiesto perché i tre morti in chiesa abbiano suscitato uno scalpore mediatico che non ci sarebbe stato se le vittime palestinesi si fossero trovate in casa. Le considerazioni di Padellaro, a ben riflettere, sono il tristissimo segno di un’epoca in cui “uno vale uno” e qualsiasi vita equivale a quella di un altro. Agli occhi di Dio è così ma noi poveri mortali sappiamo bene che le civiltà si costruiscono sui simboli e sulle differenze. Se Albert Einstein fosse perito in un attentato terroristico, Dio non avrebbe fatto differenza tra la sua anima e quella di un sicario di Al Capone ma la storia umana avrebbe avuto un altro corso. L’orrore suscitato (in Occidente, beninteso) dall’episodio di Gaza non riguarda il conteggio delle vittime ma il fatto che si sia colpito un simbolo della civiltà cristiana. Il nichilismo dell’epoca della secolarizzazione –come la chiamò Augusto Del Noce—sta nel togliere valore a ogni distinzione tra individui, comunità, culture  sicché non si riesce  più a spiegare, se non con l’ipocrisia, l’indignazione generale per la violazione di un luogo di culto..

Diversi anni fa, una carissima amica e collega demoproletaria e radical chic, se la prese con Paolo VI che aveva detto di ’aspettare Giuseppe Prezzolini’. Perché la conversione di Prezzolini era considerata dal pontefice più importante di quella di un bracciante pugliese? Ancora una volta, per Dio non c‘era differenza ma per noi italiani—atei o credenti—il ritorno alla fede di un ‘prince de l’esprit’, come Prezzolini, sarebbe stato motivo di profonda riflessione, in un senso o nell’altro. La democrazia ha eliminato le aristocrazie del sangue ma non quelle dell’arte, della scienza, della giurisprudenza, dell’economia, della politica. Nella mente dei fanatici dell’apocalisse egualitaria c’è, forse inconsapevolmente, la Cina di Mao, dove tutti erano vestiti allo stesso modo, ma volerci tutti uguali è eliminare la nostra individualità fatta di qualità che ci differenziano dagli altri e che fondano superiorità e inferiorità, in democrazia sempre mobili.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria martedì 22 luglio 2025]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinoicofrancesco.it




A scuola è riconosciuta solo la libertà de noantri

Nel terzo volume del testo di storia Trame del tempo, dal Novecento a oggi (Ed, Laterza) ,scritto  da V. Colombi , C. Ciccopiedi e C. Greppi e adottato da vari licei, si leggono passaggi che definire faziosi è un eufemismo: le elezioni del  settembre 2022 (vinte dal centro-destra) sono state ‘impietose’; FdI è il «catalizzatore dei voti dell’estrema destra»; il governo Meloni  prende  «misure liberticide» sull’ordine pubblico e vara piani di deportazione; la premier guida  un partito politico «arrivato al potere per la prima volta un secolo dopo la marcia su Roma e 77 anni dopo la Liberazione dal fascismo», un partito che ha raccolto l’eredità del regime e «continua ad avere una stretta relazione con la sua “base” dichiaratamente fascista».. Non meraviglia che Augusta Montaruli, FdI, abbia pre-sentato un’interpellanza alla Camera, ritenendo  il manuale «un condensato di false notizie, offensivo e lesivo per chiunque voglia studiare la storia contemporanea». Non si può «manipolare la verità e la storia al servizio di un’ideologia», ha detto. Un atto dovuto, quindi, quello del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara che ha chiesto all’Associazione Italiana Editori una rapida verifica sulla questione all’Associazione Italiana Editori. Confesso, però, qualche perplessità: le opinioni dei tre storici, lontanissime dalle mie, sono ampiamente condivise nel mondo della scuola, da anni feudo inespugnabile della sinistra, e, pertanto, l’editore ritenendo che il libro ‘avesse mercato, lo ha pubblicato secondo una ineccepibile logica imprenditoriale.

 Il problema è un altro: possono invocare la libertà di espressione quanti la negano ad altri? Quando ci rassegneremo a prendere sul serio il pluralismo  e a vedervi l’anima della società aperta? Se un docente avesse deciso di adottare gli scritti di Gioacchino Volpe—un nazionalfascista a ragione ritenuto il più grande storico italiano della prima metà del Novecento—o i saggi del pur antifascista Giampaolo Pansa sulla Resistenza e un ministro avesse preso provvedimenti contro l’incauto docente, ci sarebbe stata la stessa levata di scudi contro il governo liberticida? Il fatto è che nel nostro paese libertà è solo quella de noantri.




E’ nato l’antifascismo autoflagellante

‘La Repubblica’ di venerdì scorso pubblica una lunga riflessione di Francesco Piccolo (Premio Strega 2014), ‘M’ di Scurati e quello che resta dell’antifascismo’ ,che, da un richiamo in prima, si estende per ben due lenzuolate all’interno del giornale (pp-32-33).Se invece dei cinque volumi sul duce di Antonio Scurati, Piccolo avesse deciso di parlare del Cavour di Rosario Romeo le lenzuolate sarebbero dovute essere quattro, per rispettare le proporzioni tra le due opere?  Piccolo parla dell’opera di Scurati quasi come di un evento epocale: grazie ad essa, infatti, ci saremmo resi conto della differenza tra l’antifascismo ingenuo o ‘semplificato’ dei giovani resistenti che non avevano alcuna responsabilità nella nascita e nell’avvento del fascismo e l’antifascismo complesso <di chi dice: guarda che tutto quello che è successo, certo che non lo volevamo, certo che è stato terribile, ma ci riguarda fino a esserne corresponsabili: questo è un antifascismo adulto, maturo, complesso, è un antifascismo poco frequentato in Italia>. Degenerazione spaventosa, il fascismo non ha nulla di estraneo al paese: nasce dall’inconsistenza degli italiani, dalla loro facilità di essere sedotti, dalle loro paure. Per guarire da questo fascismo che ci portiamo dentro, occorre prendere coscienza che< c’entriamo anche noi con l’evento storico>, e che, come persone adulte, non abbiamo il diritto all’<antifascismo semplificato>. Non credo che siano importanti gli scritti di Antonio Scurati—sui quali si sono già pronunciati storici severi come Ernesto Galli della Loggia—penso, invece, che lo sia il panegirico di Francesco Piccolo. Grazie ad esso, infatti,  una nuova figura  si è aggiunta alle tante che già popolano la cultura politica italiana: quella dell’antifascismo autoflagellante, implacabile inquisitore che intende esorcizzare il demone che è in noi. Il fascismo resta il peccato originale e  le sue cause origini e svolgimento—raccontate e spiegate da storici come Renzo De Felice, da filosofi come Augusto Del Noce—vanno rimosse e passate in giudicato. Quasi quasi ,si rimpiange la retorica anpista, che dell’antifascismo vuol fare un valore comune  e non l’olio di ricino per depurarci dai veleni del ventennio.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 1 luglio 2025]




De Felice e gli azionisti

Eugenio Di Rienzo, Professore Emerito di Storia moderna presso l’Università La Sapienza di Roma e Direttore della prestigiosa ‘Nuova Rivista Storica’, nel suo recente saggio, Renzo De Felice, Leo Valiani e gli amici azionisti, ha raccolto lettere e articoli di Renzo De Felice, di Alessandro Galante Garrone e di Leo Valiani, per suffragare una tesi che, con tutta franchezza, mi riesce difficile condividere. E’ la tesi secondo la quale «De Felice, certo naturaliter destinato a divenire un grande storico, grazie anche al fondamentale apporto del padrinaggio intellettuale di Cantimori» non sarebbe divenuto il più grande storico del fascismo «senza il rapporto instaurato con gli ‘amici azionisti’. E questo non tanto per i subsidia e i consigli fornitigli negli anni del suo esordio nell’arena accademica, che De Felice contraccambiò abbondantemente con i tanti materiali messi a disposizione di Galante Garrone e specialmente di Valiani, come il lettore potrà appurare leggendo la raccolta di lettere pubblicata alla fine di questo saggio. Ma per il sostegno morale ricevuto nel difficile periodo del suo tirocinio, indispensabile a ogni apprenti historien, e poi per quel dialogo ininterrotto, dove gli elogi si alternavano alle critiche, anche le più taglienti, e soprattutto per quel rispetto intellettuale e umano che si mantenne sempre intatto. Anche durante gli ultimi decenni della sua “vita difficile”, quando le loro rispettive posizioni, che si erano molto allontanate, trovavano e in ogni caso cercavano di trovare un punto di dialogo e in qualche caso persino di convergenza».

Nel suo comprensibile rimpianto per un «’mondo di ieri, oggi, purtroppo, definitivamente scomparso», Di Rienzo scrive che « con tutti i loro contrasti, i rapporti umani e scientifici tra l’autore della biografia di Mussolini, Venturi e gli altri “amici azionisti”, Galante Garrone, Valiani |…| non possono non essere letti, a distanza di un sessantennio, come la testimonianza di una stagione felice e purtroppo irripetibile, dove nel mondo accademico regnava ancora il rispetto reciproco, lo spirito di collaborazione, la solidarietà tra studiosi di diversissime tendenze politiche. Una solidarietà che oltrepassava ogni steccato ideologico e che faceva tornare alla mente quella familiaritas che, secondo Ludovico Ariosto, costituiva il tratto distintivo di un rapporto tra pari nel quale si manifestava ‘la gran bontà de’ cavalieri antiqui ‘».Di Rienzo sembra vedere solo il piano dei rapporti personali di discepolato che un tempo si instauravano tra gli storici anziani e i giovani, caratterizzati da generosi consigli e incoraggiamenti, soprattutto quando si trattava di galantuomini come Galante Garrone e Valiani. E giustamente rimarca le differenze di stile tra i Maestri d’antan e i loro successori fanatici e superpoliticizzati. L’accoglienza che i primi riservarono ai volumi della biografia del duce è incomparabile con la rabbiosa reazione di quanti denunciavano il tradimento della Resistenza e ‘la pugnalata dello storico’, per riprendere il titolo di una famosa stroncatura di Nicola Tranfaglia. E tuttavia, ci si deve chiedere onestamente, intellettuali militanti come Ernesto Rossi–che definì De Felice «un piccolo mascalzone manovrato da un qualche personaggio potente che non sono riuscito a identificare»–o Nicola Tranfaglia, che nel libro Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale moderna, Ed .Dalai 2010, intendeva mettere a fuoco il nucleo centrale dell’ideologia socialista liberale poi confluita nel Partito d’Azione, non appartenevano alla galassia azionista?. E non vi apparteneva Norberto Bobbio che alla ‘vulgata antifascista’ mise il timbro della sua autorevolezza?

In realtà, come ben documenta Di Rienzo nella seconda parte del testo, le recensioni ai volumi di De Felice su Mussolini scritte da Galante Garrone e da Valiani, erano, sì, civili e misurate ma rivelavano un dissenso radicale su punti fondamentali e qualificanti del ‘revisionismo’ defeliciano.

In uno scritto del 2005, Il ritorno dell’azionismo, Di Rienzo scriveva « nel nostro paese, oggi, i valori dell’azionismo sono diventati i veri valori di riferimento della sinistra. Date un’occhiata alle librerie politicamente corrette. Neanche a pagarlo oro troverete un volume di Lenin. Scomparse dagli scaffali le opere di Marx. Anche Togliatti scarseggia. Grande abbondanza invece dei volumi di Gobetti e Carlo Rosselli, i padri nobili di quel movimento. Buon successo arride alla biografia di Ferruccio Parri. Si susseguono le ristampe degli scritti di Massimo Mila, Franco Venturi, Alessandro Galante Garrone, Carlo Levi. Nelle loro pagine ritorna il vecchio mito azionista della ‘resistenza tradita’, dell’unica rivoluzione italiana che sarebbe riuscita a rigenerare la nazione, a svellere la mala pianta del clericalismo, del capitalismo avventuriero, della continuità tra fascismo e repubblica». Per fortuna, proseguiva Di Rienzo, «la nostra gente rifiutò quella astrusa miscela di snobismo liberale e di velleità populiste. Disse no ad un processo epurativo che avrebbe disgregato in un colpo solo gli apparati finanziari, economici, burocratici del paese».

Il fatto è che De Felice rappresentava una cultura autenticamente liberale laddove l’azionismo si poneva sul piano di una rivoluzione che voleva essere più ardita e progressiva di quella sovietica. Come scriveva Franco Venturi in Socialismo di oggi e di domani, ’Quaderni dell’Italia libera’n.17, dicembre 1943 (a firma Leo Aldi): «Impossibile capire la critica che i fatti hanno esercitato sul socialismo se non si pone al centro l’idea che tutta la nostra epoca è epoca di realizzazione del socialismo. Dopo esser stato aspirazione e utopia, movimento ed ideologia, il socialismo si è mescolato con la realtà, ha reagito su di essa e ne è stato, naturalmente, trasformato e sconvolto. L’unico modo oggi per curarsi radicalmente da ogni antistorica visione dì un futuro ‘regno’ socialista (con i relativi riflessi psicologici che vanno dal terrore del borghese all’entusiasmo alquanto vuoto del rivoluzionario) è proprio quello di dirsi che in epoca socialista ci stiamo vivendo, che l’aria che respiriamo, gli istinti a cui obbediamo sono in fondo dettati da un atteggiamento che, storicamente, non possiamo non chiamare socialista». Non si pensava a riportare in Italia una democrazia liberale di tipo classico—con l’alternanza di laburisti e conservatori al governo—ma a una vera e propria ‘nuova civiltà’.

Certo, in seguito, Leo Valiani ,vicino al PRI, divenne una ‘risorsa della Repubblica’ e giustamente venne nominato senatore a vita– e Galante Garrone contese a Bobbio, sulla ‘Stampa’, il ruolo di mentore della nazione ma resta che la loro visione del fascismo non contribuiva, al di là dei toni pacati (ma non sempre) a fondare , nel nostro paese, ‘valori comuni’, impensabili finché nel famigerato ventennio si fossero viste in azione solo le forze del Male.(Anche se Valiani aveva dedicato ai caduti della guerra civile delle due parti, le bellissime memorie. Tutte le strade conducono a Roma, che avevano quasi commosso De Felice).

Sennonché, a parte le valutazioni storiche sull’Italia in camicia nera, a dividere De Felice e gli ‘amici’ azionisti, erano concezioni della ricerca storica assolutamente incompatibili. E questo forse è il punto centrale di cui si dovrebbe tenere massi-mamente conto. Per gli storici azionisti (quelli seri) lo storico è un onesto magistrato democratico che prende atto del reato , convoca le parti, le ascolta con attenzione e stabilisce chi ha ostacolato il progresso civile di un popolo e chi, invece, si è battuto per la libertà e la democrazia. Per lo storico classico, come intendeva essere De Felice con i suoi richiami a Leopold von Ranke, ci sono solo fatti, drammi e individui che scelgono da che parte stare (o non stare) con le più diverse motivazioni. Si tratta di comprenderli, non di giudicarli, lasciando al lettore la libertà di riconoscersi nelle ragioni degli uni piuttosto che in quelle degli altri.

Scienza e morale appartengono—con Max Weber ma anche con Benedetto Croce e con Raymond Aron– a due diverse dimensioni esistenziali. Sta qui la quintessenza del liberalismo che è pluralismo preso sul serio. I valori di Giuliano l’Apostata sono oggetto di conoscenza come i valori dei cristiani perseguitati. La valutazione etica non spetta allo storico ma ad ogni uomo interessato alla storia dell’imperatore (e allo stesso storico purché disposto a uscire dal suo ruolo..). I valori, quelli dei prota-gonisti degli eventi, vanno riguardati come fatti che, insieme ad altre cause—più o meno strutturali—, motivano l’agire: non sono le lenti del ricercatore senza le quali sarebbe impossibile mettere a fuoco la realtà. L’amore del ricercatore per la libertà non garantisce l’individuazione e la comprensione dei suoi (veri o presunti) nemici. Di qui l’importanza dei documenti che, di per sé, non spiegano ma contribuiscono a far capire sia le azioni che gli stati della mente che le motivano.

Quando l’elogio di De Felice consiste nel riconoscere che «ricercava i documenti come un cane da tartufi» vien quasi da sorridere ,pensando a certo malcostume universitario e alla divisione di compiti tra il giovane assistente che si smazza negli archivi e il cattedratico che, grazie al suo lavoro, può scrivere opere destinate a ‘fare storia’. Nell’uso che ne fa De Felice i documenti non sono un mero accumulo di dati ma il machete che si fa largo nella sterpaglia dei miti e delle ideologie.

[articolo pubblicato il 6 giugno 2025 su Lettera150]