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Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

7 Ottobre 2026 - di Dino Cofrancesco

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“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”

Le leggi ordinarie ci dividono, le norme costituzionali ci uniscono

10 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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      vistodagenova

Un collega, commentando il mio ultimo vistodagenova, mi fa rilevare che la differenza tra liberali e democratici sta nel fatto che i primi sono “sostenitori della neutralità del sistema, a sola tutela di proprietà e vita e libertà degli abbienti contribuenti” mentre i secondi vogliono introdurre “correttivi egalitari necessariamente liberticidi” ,a difesa dei non abbienti. Si tratta di un pregiudizio ideologico antico che risale, in Italia, a Giuseppe Mazzini e, in Francia, ai giacobini: che senso ha la libertà di andare a Milano per chi non può pagarsi il biglietto del treno?

In realtà, i liberali non si oppongono affatto a legislazioni molto avanzate, intese a redistribuire più equamente il prodotto sociale. Ciò a cui si oppongono è la loro costituzionalizzazione ovvero la richiesta di blindare, nella Magna Carta, i “correttivi egalitari necessariamente liberticidi”. In questo caso, infatti, un partito come quello di Margaret Thatcher mercatista e ultraliberista , dovrebbe venir messo, sic et simpliciter, fuori legge. Il socialismo, in un’ottica liberale, può ispirare le leggi ordinarie, quelle varate da Parlamenti eletti a tempo determinato, ma non può venir posto a fondamento della Costituzione, giacché quest’ultima deve contenere solo quelle ‘garanzie della libertà’ su cui concordano tutti gli attori sociali e politici–liberali e non, cattolici e laici, conservatori e progressisti etc. Nell’immediato secondo dopoguerra, i laburisti, che subentrarono  al  conservatore Winston Churchill, adottarono misure sociali che, nella testimonianza di Sergio Romano, erano indistinguibili dalle leggi sovietiche ma  non pertanto qualcuno avrebbe potuto accusarli di violare la Costituzione. In seguito, persero le elezioni, e quasi tutte le loro provvidenze  sociali vennero smantellate.

In Italia, ogni rivendicazione, ogni richiesta di tutela sociale, pretende di diventare un diritto costituzionalmente garantito ovvero sacro e indisponibile. E’ la political culture della guerra civile, che termina solo con la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra. In una democrazia liberale a norma, non ci sono vincitori e vinti per sempre giacché sia i fautori di ‘più stato meno mercato’ sia i loro antagonisti–”più libertà al mercato e meno vincoli statali” –rimangono sempre in campo in attesa di più favorevoli tornate elettorali.

[articolo uscito il 7 aprile su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Franchismo senza pregiudizi

26 Novembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

 

Obiettivo e illuminante l’articolo di Marcello Veneziani, Francisco Franco male necessario (‘La Verità’ 20 novembre u.s.), in cui si contesta, tra l’altro, che il franchismo sia una species del genus fascismo e se ne ricordano i tratti dittatoriali e repressivi, sì, ma incompatibili con un regime totalitario.” La Falange di José Antonio, simbolo del fascismo spagnolo, scrive Veneziani, nacque per realizzare una rivoluzione ulteriore al socialismo stesso, che partendo dal socialismo e dal sindacalismo si volgesse poi in chiave nazionale e spirituale”. Il suo nemico era “l’ordine conservatore, affamatore di masse enormi e tollerante verso le dorate oziosità di pochi”. Non a caso il Caudillo liquidò la Falange pur onorando la memoria del fondatore. Ritengo sbagliato, però il titolo dell’articolo di Veneziani: Franco non fu un ‘male necessario’ ma il ‘minor male’ e, a differenza di quanto scriveva il compianto Piero Ostellino–in polemica con Sergio Romano—non condivido affatto l’idea che ”quando si comincia a distinguere fra dittature cattive e meno cattive non si sa dove si va a finire”. Nella storia, infatti, si affrontano assai spesso il male maggiore col male minore e il prevalere del secondo sul primo può salvare i popoli dalle catastrofi, anche se pagando, per anni, un prezzo altissimo, sul piano dei valori alla base della ‘società aperta’ Franco fu uno dei fattori determinanti della sconfitta dell’Asse: negando a Hitler il passaggio della Wehrmacht in Spagna per cogliere alle spalle la Rocca di Gibilterra, consentì al poderoso esercito statunitense di dilagare in tutto il Mediterraneo. Un liberalismo che non faccia i conti con la realtà diventa pura ideologia e definire le posizioni di Romano, allergico alla retorica antifranchista, ”una brutta pagina nella storia culturale dell’Italia” non fa onore al suo critico. Certo a nessun liberale piace vivere sotto una dittatura. Un irriducibile oppositore di Allende, Arturo Valenzuela, quando Pinochet fece il suo golpe in Cile, riparò in California dove scrisse Il crollo della democrazia in Cile, un classico della scienza politica contemporanea, (Ed. Biblioteca della Libertà,1977) ma pressoché ignorato in un paese come il nostro, che ancora oggi venera la memoria di Salvador Allende, un emulo sfortunato di Fidel Castro.

 

Professore emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

 

[Articolo pubblicato su Il giornale del Piemonte e della Liguria il 25 novembre 2025]

Il Manifesto di Ventotene. Qualche considerazione di metodo

3 Aprile 2025 - di Dino Cofrancesco

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Giuseppe Ieraci sul post di Paradoxa-Forum, del 28 marzo, Sovversivi e comunisti a Ventotene, analizzando criticamente Il Manifesto di Ventotene ha parlato di «un apparato concettuale che oggi desta perplessità: lotta e coscienza di classe, rivoluzione, collettivizzazione, proletariato, sfruttamento capitalistico, imperialismo, si tratta di un linguaggio tardo ottocentesco che era tipico dell’humus culturale dei nostri ‘resistenti’». Gli ho fatto rilevare che proprio quell’apparato concettuale avreb-be dovuto sconsigliare dal farne un testo di battaglia ancora attuale da sbattere in faccia al governo. Sennonché, con grande meraviglia, leggo su ‘Critica Liberale’ un articolo di Giuseppe Civati, All’armi son fascisti del 19 marzo u.s., – un politico che si dichiara alla sinistra della sinistra parlamentare – che sembra non condividere affatto le ‘perplessità’ di Ieraci.. A Giorgia Meloni – che aveva citato, a riprova del sostanziale illiberalismo del Manifesto, il passaggio: «Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia» – Civati obietta che avrebbe dovuto proseguire nella citazione e leggere il seguito del discorso: «Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo, fin dai primissimi passi, le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano partecipare veramente alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento, di istituzioni politiche libere».

 È difficile capire se Civati si limita a riportare ciò che passava nella mente di Spinelli, Rossi e Colorni o se crede davvero alla plausibilità di un partito rivoluzionario che avrebbe potuto riformare una comunità politica (nella fattispecie, vasta come un continente) senza tramutarsi in un apparato dispotico. In realtà, se la premier avesse proseguito nella sua citazione avrebbe ulteriormente giustificato la denuncia del carattere illiberale del Manifesto. Quando mai, infatti, si è avuto nella storia un partito rivoluzionario demiurgico in grado di realizzare grandi riforme, di far trionfare libertà, eguaglianza e giustizia sociale e disposto poi a ritirarsi in buon ordine per dare la voce al popolo redento? Sembra essere ritornati ai tempi in cui la sinistra (oggi atlantista) inneggiava a Fidel Castro e ai barbudos ritenendo che avrebbero riportato la democrazia a Cuba. Si è tenuti a contestualizzare un documento storico – e certo è doveroso farlo – ma non si può far passare un progetto rivoluzionario come espressione di vera democrazia.

Ma c’è un altro punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Nel suo post, Ieraci rimprovera alla premier di aver «attribuito un metodo (la lotta rivoluzionaria) e dei fini (il socialismo) ai protagonisti di oggi, che con quella temperie politica e culturale non hanno nulla a che fare, insomma ha fatto cadere presunte colpe dei padri sui figli». Difficile non essere d’accordo però questo deprecabile vizietto di far ricadere le colpe dei padri sui figli è diffuso sia a destra che a sinistra. Sui più grandi organi di informazione non si ritiene Giorgia Meloni l’erede del fascismo? Lo stesso Ieraci, a chiusura di articolo, rileva che la premier «quando dice che la sinistra ‘mostra un’anima illiberale e nostalgica’ dovrebbe – credo – anche interrogarsi sulle sue nostalgie». E va già bene che non abbia scritto che, appartenendo alla razza di quelli che confinarono Spinelli, Rossi e Colorni a Ventotene, non ha titoli per criticarli.

A mio avviso, qui va fatta chiarezza una volta per tutte. Ci sono formazioni politiche in Italia, a destra e a sinistra, che si richiamano a idealità che ispirarono regimi poli-tici illiberali degenerati in regimi totalitari. Ancora negli anni 60 persino nella tessera del PSI veniva dichiarata l’adesione ai principi del marx-leninismo, ovvero ai principi che oggi evocano la dittatura, la polizia segreta, l’eliminazione degli oppositori. Era ovvio che quanti si dicevano comunisti prendessero le distanze non solo dallo stalinismo ma anche dalle forme meno totalitarie del socialismo reale: in fondo, avevano contribuito a riportare, con la Resistenza, la libertà politica in Italia. A loro stavano a cuore la giustizia sociale e uno stato sociale in grado di assicurarla non l’eliminazione dei kulaki e il KGB.

Ma perché non deve valere lo stesso discorso per i pretesi nostalgici del fascismo? Tutti gli intellettuali di destra che ho avuto l’occasione di conoscere deprecavano le leggi razziali e molti consideravano l’asse Roma-Berlino l’errore imperdonabile del duce. Ma il loro pensiero andava alle bonifiche, agli enti assistenziali, alle riforme scolastiche, ai treni in orario, a Giovanni Gentile e ai grandi esponenti della cultura italiana che avevano creduto in Mussolini. Perché non dovrebbero essere ritenuti in buona fede come vengono (giustamente) ritenuti i postcomunisti? Che senso ha ricordare a questi ultimi i Gulag e agli altri il Tribunale della Razza?

Certo si può ritenere che già nel marxismo ci fossero i germi della popperiana ‘società chiusa’ e che nell’ideologia fascista ci fossero il confino e la ‘difesa della razza’. Ma queste sono conclusioni alle quali arrivano lo storico, lo studioso delle ideologie, lo scienziato politico – conclusioni fondate su congetture ragionevoli ma non infallibili: ciò che dovremmo criticare nei postfascisti e nei post-comunisti non è la famiglia di appartenenza ma comportamenti e programmi politici determinati.

In un articolo molto pacato pubblicato sul ‘Giornale’ il 26 marzo u.s., La coperta troppo corta del mito di Ventotene, Gaetano Quagliariello si è chiesto, parlando della Meloni, «perché tanto scandalo? Perché affermazioni come ‘Credo nell’Europa di De Gasperi e non in quella di Ventotene’; oppure ’Condivido la visione liberale di Einaudi e non mi ritrovo in quella giacobina di Ernesto Rossi’; o persino ‘Nel mio Dna ho l’Europa delle nazioni e non posso perciò riconoscermi in una visione federalista’, vengono ritenute alla stregua di inaccettabili profanazioni?» Forse perché nei periodi invernali della vita di una nazione, sono le tempeste in un bicchier d’acqua a scaldare gli animi.

 

[articolo pubblicato su PARADOXA-FORUM il 31 marzo 2025]

Il presunto irriducibile contrasto tra Croce ed Einaudi e la retorica mercatista

10 Febbraio 2025 - di Dino Cofrancesco

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Sulla rivista on line del ‘Corriere della Sera’, ’La nostra storia’, diretta da Dino Messina, Paolo Bernardini (Università dell’Insubria), pubblicava il 15 luglio 2016, un lungo articolo Per una libertà senza garanti: rileggere Vittorio De Caprariis inteso a chiudere definitivamente il discorso sullo storico scomparso nel 1964.. Vi si legge:” Per un pensatore libertario, ma anche liberale classico, il suo liberalismo, spesso, direi sempre asserito e ribadito in queste pagine, è liberalismo molto speciale, molto “italiano” o se vogliamo crociano. Da Croce eredita la diffidenza per il mercato troppo libero, perfino per il mercato delle idee, di cui propone una statalizzazione |…| o comunque una regolazione pubblica. Insomma, un liberalismo ai confini con lo statalismo, che fa venire i brividi, ma che purtroppo è il marchio del ‘liberalismo’– chiamiamolo così, en faute de mieux – italiano, che vede tuttora marginale l’autentico liberalismo di un Bruno Leoni, ma perfino di un Einaudi, e delle loro scuole”.

In realtà, è vero il contrario, se si pensa che, persino uno studioso ‘azionista’, come Norberto Bobbio, così conclude il saggio Benedetto Croce e il liberalismo–in Politica e cultura (Ed. Einaudi 1955): ”Chi volesse oggi capire il liberalismo non mi sentirei di mandarlo a scuola da Croce. Gli consiglierei piuttosto di leggere i vecchi monarcomachi e Locke e Montesquieu e Kant, il Federalist e Constant e Stuart Mill. In Italia più Cattaneo che non gli hegeliani napoletani, compreso Silvio Spaventa; e gli metterei in mano più il Buongoverno di Einaudi che non la Storia come pensiero e come azione (che fu il libro certamente più importante dei movimenti di opposizione “(pag.265). Era l’inizio di una equivoca rivolta anticrociana su cui ha richiamato l’attenzione Marcello Montanari nello scritto Croce ed Einaudi: un confronto su liberalismo e liberismo (Enciclopedia Treccani 2016): «Gli interventi di Einaudi hanno contribuito a creare la vulgata secondo cui l’idealismo crociano è pur sempre, come quello di Gentile, di carattere statalistico. Su questa linea si sono mossi studiosi del calibro di Norberto Bobbio (1953 e 1955), Giovanni Sartori (1966) e Luigi Firpo (1986) |…| Tuttavia, una simile interpretazione scaturisce da una forzatura dei testi crociani. Vale la pena, allora, guardare da vicino i testi da Einaudi presi in considerazione nella sua recensione del 1928.Croce aveva criticato il liberismo non in quanto metodo o pratica economica, non nel suo essere espressione della libera iniziativa privata, ma per la sua pretesa di elevare i principi dell’utilitarismo a “regola e legge suprema della vita sociale” (Liberismo e liberalismo, in Etica e politica, 1931). Che l’attività economica sia orientata da criteri utilitaristici ed egoistici, come la dottrina di Bastiat insegna – sembra dire Croce –, è cosa non discutibile; tuttavia, un intero sistema sociale non può fondarsi e reggersi su questi soli criteri. La sfera economica va ristretta, isolata e governata entro una particolare sezione della vita sociale complessiva. Non si possono innalzare a valore etico universale i principi utilitaristici, di cui il liberismo economico si nutre». Seguendo la logica di Croce, Bobbio avrebbe potuto giustificare il New Deal, lo stato sociale messo in piedi dalle socialdemocrazie scandinave laddove, richiamandosi a Einaudi, lui che per l’economia politica non aveva mai nutrito un reale interesse, continuava soltanto la guerra dichiarata dal neo-illuminismo torinese ad ogni forma di neo-idealismo.

Va pur detto che–come è stato rilevato da studiosi come Corrado Ocone e Giancristiano Desiderio – Croce e Einaudi non erano poi così lontani. Se ne Lezioni di politica sociale (Einaudi, Torino 1965) Einaudi poteva scrivere, quasi con accenti crociani, «:La libertà, che è esigenza dello spirito, che è ideale e dovere morale, non abbisogna di istituzioni giuridiche che la sanciscono e la proteggono, non ha d’uopo di vivere in questa o quella specie di società politica, autoritaria o parlamentare, tirannica o democratica; di una particolare economia liberistica o di mercato ovvero comunistica o programmata. La libertà esiste, se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi», Croce sarebbe giunto infine ad affermare nel secondo dopoguerra che «la proprietà privata non si potrà mai radicalmente abolirla in quanto coincide col concetto dell’individuo» (Monotonia e vacuità della storiografia comunista, ‘Quaderni della Critica’, XIII- XV, 1949).

“L’individuo, non lo Stato, è la prima garanzia della libertà”, scrive Bernardini per il quale più lacci, più regole, più imposizioni gravano sull’individuo meno lo stato può dirsi liberale. Questa cannibalizzazione del liberalismo da parte del mercatismo non spiega, però, quanto Luigi Einaudi, scriveva nel saggio Liberismo e comunismo (1941): «Il legislatore liberista dice io non ti dirò affatto, o uomo, quel che devi fare; ma fisserò i limiti entro i quali potrai a tuo rischio liberamente muoverti. Se sei industriale, potrai liberamente scegliere i tuoi operai; ma non li potrai occupare più di tante e tante ore di giorno o di notte, variamente se adolescenti, donne o uomini; li dovrai assicurare contro gli infortuni del lavoro, la invalidità, la vecchiaia, le malattie. Dovrai apprestare stanze di ristoro per le donne lattanti, e locali provvisti di docce e di acqua per la pulizia degli operai; osservare nei luoghi di lavoro prescrizioni igieniche e di tutela dell’integrità degli operai. Potrai contrattare liberamente i salari con i tuoi operai; ma se costoro intendono contrattare per mezzo di loro associazioni o leghe, tu non potrai rifiutarti e dovrai osservare i patti con esse stipulati. Tu, nel vendere merci, non potrai chiedere allo stato alcun privilegio il quale ti consenta di vendere la tua merce a prezzo più alto di un qualunque tuo concorrente, nazionale o forestiero; e se, dopo accurate indagini, un tribunale indipendente accerterà che tu godi di qualche privilegio che non sia la tua intelligenza o intraprendenza o inventività, il quale ti consentirebbe di vendere la tua merce a prezzo superiore a quello che sarebbe il prezzo normale di concorrenza, il tribunale medesimo potrà fissare un massimo, da variarsi di tempo in tempo, per i tuoi prezzi. E così di seguito: nel regime liberistico la legge pone i vincoli all’operare degli uomini; ed i vincoli possono essere numerosissimi e sono destinati a diventare tanto più numerosi quanto più complicata diventa la struttura economica». “I vincoli possono essere numerosissimi”, quindi: un principio, questo , del tutto incompatibile con l’individualismo mercatista dell’Istituto Bruno Leoni e del mainstream del ‘liberalismo’ italiano contemporaneo. Sarebbe meglio che gli storici costruissero i loro racconti sui fatti, mettendo da parte le loro predilezioni ideologiche.

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