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Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

7 Ottobre 2026 - di Dino Cofrancesco

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“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”

Guerra e retoriche

3 Dicembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

“Non si vede—ha scritto Edgar Morin in un editoriale del ‘Manifesto’ del 28 novembre u.s., Lo spettro russo e il degrado delle democrazie—come una pace giusta possa mettere le province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura, la sua musica.”. “La pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina” ma dovrebbe, altresì, ”confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.00 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea” .Sono molti gli italiani che, a destra, al centro, a sinistra condividono le tesi di Morin, ”uno dei massimi intellettuali contemporanei”, ma, a riprenderle, si corre il rischio di essere etichettati come amici di Putin. Viene in mente  la gogna mediatica cui fu sottoposto Benedetto Croce nel 1914 per non aver aderito subito al fronte democratico che si batteva contro gli autoritari imperi centrali (magari con un alleato come la Russia zarista i cui governi certo non si ispiravano alla filosofia di Montesquieu). Il filosofo napoletano venne soprannominato von Kreuz e il paese entrò, col radioso maggio, nella guerra che avrebbe segnato la finis Europae e fatto registrare milioni di morti, distruzioni spaventose e vuoti di potere, presto riempiti dai primi regimi totalitari della storia, nazista e comunista.

Beninteso, non m’interessa stabilire chi abbia ragione nel conflitto in corso. A farmi riflettere è la censura del dibattito pubblico, come se già fossimo in guerra contro Putin e tenuti, quindi, a non consentire che la propaganda, le menzogne, le falsità del nemico raggiungano gli italiani. Tutto questo espone i partiti europeisti e atlantisti al rischio di perdere consensi. Conosco persone di destra che votano Marco Rizzo–o il Movimento 5 Stelle–unicamente per le loro posizioni di politica estera e persone di sinistra che non si riconoscono affatto nelle poco credibili crociate in difesa dell’Occidente bandite da politici, giornalisti, intellettuali fino a ieri ferocemente avversi alle democrazie capitalistiche e che, pertanto, non vanno più a votare. La guerra è una cosa brutta, sporca e cattiva e accusare la Casa bianca di svendere l’Ucraina alla Russia, pur di far tacere i cannoni ,è indice solo della superficialità  da sempre inseparabile dallo stile retorico nazionale.

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

 

[Articolo pubblicato su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 2 dicembre 2025]

Quando il pluralismo non è preso sul serio. Il caso Valditara

14 Novembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Lettera 150

Novembre 2025

I fatti sono noti. Una circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito dei primi di novembre ha invitato presidi e professori a tener conto della diversità delle opinioni che si possono avere sui grandi temi della politica del nostro tempo. Un informato articolo di ’Repubblica’ firmato v.a., Dibattiti a scuola solo se c’è ‘par condicio’. Polemica su Valditara (8 novembre u.s.) ha spiegato bene la vicenda. «Appare importante—si legge nella circolare– che l’organizzazione e lo svolgimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, di manifestazioni ed eventi pubblici aventi a oggetto tematiche di ampia rilevanza politica e sociale, siano caratterizzati dalla presenza di ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza». Le scuole, «nell’ambito della loro autonomia» devono « assicurare il pieno rispetto dei principi del pluralismo e delle libertà di opinione e garantire il dialogo costruttivo e la formazione del pensiero critico». Le iniziative, dunque, devono essere «coerenti con gli obiettivi formativi della scuola e contribuire attraverso il libero confronto di posizioni diverse, a favorire una approfondita e il più possibile oggettiva conoscenza dei temi proposti, consentendo a ciascuno studente di sviluppare una propria autonoma e non condizionata opinione». Si tratta di direttive pienamente condividibili ma che ingenerano nell’animo una profonda tristezza. Le scuole della ‘società aperta’, infatti, non avrebbero alcun bisogno di essere richiamate a principi tanto evidenti. E inoltre se dal piano delle (legittime) ‘raccomandazioni’ si passasse a quello dei ‘fatti’ e delle concrete proposte operative, sarebbe difficile sottrarsi alla tentazione del Manuale Cencelli, («l’espressione giornalistica riferita all’assegnazione di ruoli politici e governativi ad esponenti di vari partiti politici o correnti in proporzione al loro peso” poi “spesso utilizzata in senso ironico o dispregiativo per alludere a nomine effettuate in una mera logica di spartizione in assenza di criteri di merito». Wikipedia). Vi immaginate un dibattito sulla guerra russo-ucraina organizzato in un liceo e sottoposto alla discussione del Consiglio d’istituto in cui ciascun docente potrebbe eccepire sull’invito rivolto a un ospite la cui ”specifica competenza e autorevolezza” sia, a suo avviso, per così dire, problematica. Detto ciò l’invito di Valditara «al costante rispetto del pluralismo» è ineccepibile e non si vede lo sdegno suscitato dalle deputate del PD, Irene Manzi e Simona Malpezzi (un volto noto, quest’ultima, grazie ai talk show di Mediaset). « La scuola—dicono le due parlamentari nell’interpellanza rivolta al Ministro—non è un luogo da sorvegliare, ma un luogo dove liberare le idee, perché solo dove si discute liberamente si educa davvero alla cittadinanza». ‘Na penzata ‘e spírito’, vien fatto di commentare, col grande Armando Gil, pensando ai licei e alle Università che, una volta occupati, non possono certo dirsi  luoghi dove’ liberare le idee’. Giustamente Valditara ha commentato «parole inquietanti che lasciano trasparire l’intenzione di voler confondere l’autonomia scolastica con pratiche di indottrinamento. La scuola costituzionale non si merita questa preoccupante confusione».

 E tuttavia alla base di questa vicenda c’è un equivoco non risolto—e da tempo.  Lo Stato, i ministeri competenti hanno il dovere di salvaguardare il pluralismo dell’informazione e di assicurare a tutte le idee, a tutte le opinioni libertà di accesso nelle istituzioni scolastiche. Ma qui non si tratta di pluralismo dell’informazione bensì di pluralismo di manifestazione. Studenti e antagonisti vari partecipano alle occupazioni con lo spirito dei coristi del CAI che si riuniscono per cantare Lassù sulle montagne.. Per loro, non è un problema la conoscenza giacché si sa sin troppo bene ciò che sta accadendo nel mondo e contro cui si protesta. Vogliono, invece, porre fine a qualcosa che assimilano a un genocidio  sicché pretendere  che facciano ascoltare le due campane è, per lo meno, ingenuo. Sarebbe come  se si fosse chiesto a John Brown, l’abolizionista del Connecticut impiccato nel 1859, di dare la parola nei raduni da lui indetti (che potevano portare ad azioni violente come il massacro del Pottawatomie del 1856) anche ai fautori della schiavitù o comunque a quanti, in qualche modo, la giustificavano. Se si protesta conto i Lager o contro i Gulag, non è assurdo far sentire la campana nazista o comunista? Al tempo della Guerra del Vietnam, sui grandi viali di Washington sfilavano, da una parte, i manifestanti che volevano porre fine al conflitto nel Sud-est asiatico e, dall’altra parte, quanti desideravano che continuasse fino alla vittoria sui comunisti (tra loro c’era, almeno idealmente, John Wayne). Due cortei, appunto, impensabili in Italia dove sarebbero vietate de facto—per ragioni di ordine pubblico–manifestazioni in difesa non di Netanyahu ma del diritto dello stato di Israele a esistere. Da noi hanno diritto di parola (e di predica) solo i puri, gli onesti, quanti parlano a nome del Genere Umano.

 E qui veniamo al tumore maligno radicato nel corpo della nazione: la pretesa di essere nel giusto e che le opinioni degli altri, se contrarie alle nostre, nascondano interessi nascosti e disegni inconfessabili. Luca Ricolfi, in un magistrale articolo sul ‘Messaggero ’,A proposito di un’uscita di Elly Schlein. Democrazia a rischio (2 novembre u.s.) ha messo a fuoco due gravi distorsioni del concetto di democrazia, presenti nell’ideologia italiana. «La prima è di misurare il grado di democrazia non in base al rigoroso rispetto dei principi costituzionali, ma in base al grado di avvicinamento agli obiettivi che ispirano una politica progressista, ad esempio: più stato sociale, più redistribuzione, più mitezza in campo penale.|…| è un errore concettuale grave: l’orientamento delle politiche dei governi non può essere un criterio per giudicare il grado di democraticità di un determinato paese, o la qualità della sua democrazia. E non può esserlo per un motivo logico ben preciso: ogni politica è frutto di un bilanciamento fra istanze opposte ma entrambe legittime, e nulla autorizza a dire che muoversi verso uno dei due poli sia più democratico che muoversi verso l’altro». La seconda distorsione è «la credenza che una delle due parti politiche—la destra—non sia pienamente legittimata a governare. E non lo sia perché non pienamente democratica».

 A mio parere, qui c’è un vizio antico—che forse risale addirittura all’età del Risorgimento e agli insegnamenti di Giuseppe Mazzini e di Carlo Cattaneo—quello di ritenere che, alla base delle decisioni dei governi e dei loro oppositori, debba esserci una Verità oggettiva, indistinguibile dalle leggi di natura—che prescrive ciò che è giusto, in politica come in economia– e che non tenerne conto sia andare fuori strada, esporre il paese alla rovina. E’ un costume di casa che non riguarda solo le ali estreme dello schieramento politico giacché, a leggere gli editoriali dei columnist moderati e liberali di oggi come di settant’anni fa, si ha sempre la sensazione che, al di fuori delle soluzioni politiche da essi auspicate (centro-destra o centro-sinistra), ci fosse solo il caos. La cultura del Partito d’Azione svolse in tal senso una funzione decisiva: ponendosi come sintesi di liberalismo e di socialismo, i suoi esponenti tendevano a delegittimare moralmente quanti della sintesi  non  volevano saperne e rimanevano attaccati all’una o all’altra delle polarità ‘superate dalla Storia’. Non a caso con qualche luminosa eccezione (v. Guido Calogero) erano portati ad auspicare una democrazia senza partiti giacché questi non avevano più ragion d’essere una volta che il paese si fosse incamminato sulla via maestra del socialismo liberale o del liberalsocialismo.

 Non meraviglia che una sinistra non ancora secolarizzata e laicizzata (e quindi lontana dall’acquisire la consapevolezza che i valori politici stanno tutti sullo stesso piano) a parole riven-dichi il pluralismo dell’informazione ma, col cuore, si ritrovi sempre dalla parte dei ‘monopolisti delle manifestazioni’ ovvero di quanti—magari con mezzi violenti e inaccettabili—‘portano avanti’ le cause giuste. Se nella lotta politica si confrontano il Bene e il Male, quanti si trovano al servizio del secondo, possono anche andare al governo—se gli elettori sottopongono la democrazia a  harakiri—ma restano sempre un pericolo per la democrazia e per le libertà. Tutto in loro diventa subdolo, persino il ‘richiamo strumentale’ al pluralismo. Quest’ultimo, nei loro disegni perversi, diventa un cavallo di Troia destinato a far conoscere, nelle scuole della Repubblica, interpretazioni della nostra storia non in linea con la pedagogia dello Stato democratico fondato sui valori di una Resistenza e di un antifascismo intesi non come restaurazione delle libertà civili e politiche–conculcate dal fascismo– ma come renovatio ab imis, creazione di una nuova civiltà destinata a cancellare le miserie della vecchia Italia. Come ebbe a scrivere Giuseppe Bedeschi sul ‘Giornale’ del 9 giugno 2010, Così Croce sfidò Parri in difesa della libertà, «il Partito d’azione mirava a realizzare un programma di ‘rinnovamento sociale e politico’ con evidenti caratteri massimalistico-giacobini. Persino un uomo come La Malfa (azionista) era convinto che si dovesse chiedere” la nazionalizzazione di tutti i grandi complessi finanziari, assicurativi e industriali”, al fine di “recidere alle radici ogni potenza reazionaria del grande capitale’». Quel programma di rinnovamento sociale e politico con evidenti caratteri massimalistico-giacobini continua ad essere il termine fisso d’eterno consiglio per la sinistra italiana, anche dopo aver rinunciato alla nazionalizzazione di tutti i grandi complessi finanziari, assicurativi e industriali. Forse il vero nemico del pensiero egemone oggi è il pluralismo preso sul serio. Potrebbe convincere gli Italiani che a sinistra non c’ è “l’Unto del Signore” come non c’è a destra: giacché, per dirla con Bernard Crick, destra e sinistra stanno tutt’e due sul mercato.

A proposito di un video di Trump – Follemente scorretto

27 Ottobre 2025 - di Luca Ricolfi

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Non ha attirato la dovuta attenzione, in Italia, il video (costruito con l’intelligenza artificiale) nel quale Trump, con una corona da re in testa e un respiratore in bocca, pilota un jet da combattimento e scarica tonnellate di liquami sui manifestanti. Il video è una provocatoria risposta al “no kings day”, ossia alle migliaia di manifestazioni contro la deriva autoritaria (espressione abusata, ma in questo caso ineccepibile) del presidente Usa. È come dire: voi dite che non volete essere governati da un re, e io non solo vi dico che sono il vostro re, ma vi mostro tutto il mio disprezzo ricoprendovi di escrementi.

Perché merita tutta la nostra attenzione quel video?

Fondamentalmente perché segna un salto di qualità nella degenerazione della lotta politica in America (e speriamo solo in America). Dopo circa un dodicennio (2012-2024) di follemente corretto, gli Stati Uniti si sono improvvisamente trovati di fronte al suo perfetto rovescio, il follemente scorretto di Trump. Due fenomeni collegati, per certi versi speculari, ma sottilmente distinti come possono esserlo l’esterno e l’interno di un guanto. La forma tipica del follemente corretto era il bullismo etico, ovvero il disprezzo per chi la pensava diversamente esercitato in virtù di una presunta superiorità morale delle proprie convinzioni. La forma tipica del follemente scorretto nella versione trumpiana è l’umiliazione dell’avversario in virtù di un effettivo (non presunto) eccesso di potere. Il follemente corretto proclamava: io sono migliore di te, perciò devi adeguarti. Il follemente scorretto proclama: tu non sei nessuno, io posso schiacciarti.

È possibile che il follemente scorretto sia anche una reazione estrema, al limite della paranoia, alla lunga scia di aberrazioni e prevaricazioni che, specie nei paesi di lingua inglese, la cultura woke ha inflitto a chiunque la pensasse diversamente. Ma temo che ci sia ben più di questo. Questo di più è la nostra incapacità, a sinistra come a destra, di prendere veramente congedo dal politicamente corretto e dalle sue degenerazioni.  La sinistra si tiene ben stretta al politicamente corretto perché questo le permette di mantenere in vita il “complesso dei migliori”, la destra – specie nelle sue frange estremiste – è perennemente tentata dal politicamente scorretto, quasi che l’alternativa al politicamente corretto potesse essere il suo rovescio.

Ma è un grave errore logico. Politicamente corretto e politicamente scorretto non sono opposti, ma due facce della medesima moneta. Il politicamente scorretto è il rovescio del politicamente corretto, non il suo contrario. Il contrario del politicamente corretto è il pluralismo, ovvero il riconoscimento che – fatti salvi il ripudio della violenza e il rispetto della legge – possono esservi valori al tempo stesso rispettabili e difficilmente compatibili, e che quindi nessuno può pretendere che i propri valori siano eticamente superiori a quelli dell’avversario politico. Una postura, questa, che la sinistra è strutturalmente incapace di assumere, convinta com’è di essere portatrice di valori universali e incontestabili, e che la destra – pur immune al complesso dei migliori – rischia di tradire ogniqualvolta l’istinto del politicamente scorretto secerne disprezzo, offesa, intimidazione.

Ecco perché la vicenda del video di Trump è inquietante. Fino a ieri si poteva sperare che il nuovo clima instaurato dall’avanzata delle destre nella maggior parte dei paesi occidentali si sarebbe limitato a raffreddare l’arroganza etica dei progressisti, ponendo un freno alle follie woke. L’improvvido video del volo di Trump sopra i manifestanti democratici fa temere anche un risveglio dei peggiori istinti nel mondo dei conservatori.

Una recente indagine di Mannheimer ha documentato una vera esplosione, nell’elettorato italiano, del consenso nei confronti del presidente degli Stati Uniti. C’è solo da sperare che tanto entusiasmo riguardi la sua determinazione nel porre fine agli eccidi di Gaza, piuttosto che la tentazione di inaugurare una stagione di disprezzo per gli avversari politici.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 ottobre 2025]

Il fantasma del pluralismo

15 Ottobre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Anni fa a un imam, residente nel nostro paese, venne fatta la domanda: “Perché volete la moschea a Roma, sede del Vicario di Cristo, e non consentite che si edifichi una Chiesa a La Mecca o a Medina?”. La risposta fu perentoria:” Noi islamici adoriamo il vero Dio, non possiamo quindi ammettere che si veneri un idolo!”. Si può sorridere dell’ingenuità dell’imam solo a patto di dimen-ticare che anche de nobis fabula narratur. La nostra cultura politica, infatti, è stata segnata da un universalismo (cattolico e illuministico) che ripugna a quel sano scetticismo, antico e moderno, che da Pirrone porta a Montaigne a David Hume, a Isaiah Berlin.. Per questo stile di pensiero, la verità è unica e sta da una sola parte: la Chiesa è il porto della salvezza del genere umano o, al contrario, è la costruzione di uno dei tre impostori (Mosè, Cristo, Maometto) di cui parlava il barone d’Holbach: tertium non datur. Oggi, in Italia, è lecito, e per alcuni doveroso, manifestare contro il ‘genocidio’ israe-liano sventolando la stessa bandiera della copertina del libro di Filippo Kalomenidis, La rivoluzione palestinese del 7 ottobre, ma a sventolare quella israeliana – in una manifestazione che ricordi il più atroce massacro di ebrei, dopo quello nazista – si corre il rischio di essere malmenati o aggrediti (prudentemente, le questure invitano gli ebrei italiani ad astenersi dal fare pubblicità alle loro iniziative). E’ il caso di dire che nel nostro paese la pianta del pluralismo è rinsecchita: siamo tutti pluralisti a parole ma siamo tutti convinti, del pari, che le nostre idee siano dettate dalla coscienza morale mentre quelle dei nostri nemici siano farina del demonio. Frutto di questa ‘barbarie della mente’ è l’ostracismo dato, sui grandi giornali e canali televisivi (pubblico e non), al principio delle due campane, che impone di sentire sempre le ragioni dell’altro. Siamo “un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”, diceva quel tale. Avrebbe dovuto aggiungere “..e di inquisitori!”. Con l’aggravante che a decidere chi debba essere inquisito e messo a tacere non sono le istituzioni dello Stato di diritto, ma i ‘movimenti’ che nascono dal basso e si fanno portavoce degli ideali di giustizia dei popoli.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[articolo uscito il 14 ottobre su IL GIORNALE DEL PIEMONTE E DELLA LIGURIA]

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