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Le tre sinistre

23 Settembre 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Quando, ormai più di un mese fa, sembrava che il matrimonio fra Letta e Calenda fosse cosa fatta, in molti ci siamo chiesti se fosse la volta buona per la nascita di una sinistra finalmente e risolutamente riformista. Per sottolineare la profondità della svolta, lo stesso Calenda ebbe a parlare di una Bad Godesberg italiana.

In realtà, mai paragone fu più fuorviante. La svolta di Bad Godesberg, avvenuta nel 1959, sancì il distacco dei socialisti tedeschi (SPD) dal marxismo e dal progetto di abolizione della proprietà privata. Il che significava: piena accettazione dell’economia di mercato, sia pure corretta dall’intervento statale, e conseguente rinuncia a guardare all’Unione Sovietica (e all’economia pianificata), come modello di socialismo.

La sinistra italiana di oggi non ha alcun bisogno di una Bad Godesberg, perché quel tipo di svolta, sia pure con trent’anni di ritardo rispetto ai cugini tedeschi, la aveva già fatta Achille Occhetto, quando – dopo la caduta del Muro di Berlino, con la svolta della Bolognina – archiviò il Partito Comunista Italiano per farne un normalissimo partito socialdemocratico: il Pds, poi divenuto Ds, e infine Pd.

Questo, naturalmente, non significa che, a sinistra, non ci sia bisogno di una svolta. Il punto è: svolta rispetto a che cosa?

Calenda e i riformisti del Terzo polo rispondono: rispetto alla perenne oscillazione fra riformismo e massimalismo. Ma il massimalismo e l’estremismo sono morti da tempo, nel maggiore partito della sinistra italiana. Il Partito democratico tutto è tranne che massimalista. Le uscite contro i ricchi (imposta di successione) e gli ammiccamenti ai partitini di estrema sinistra, come Articolo 1 (il partito di Speranza e Bersani) o Sinistra Italiana (di Fratoianni), non ne cambiano la natura riformista.

E’ il riformismo, semmai, il problema del Pd. Il Pd, dopo la tardiva Bad Godesberg di Occhetto, non ha ancora scelto che tipo di partito riformista vuole essere. Alla fine degli anni ’90, abbagliato dai successi della rivoluzione neoliberista di Thatcher e Reagan, affascinato dalle teorizzazioni pro-mercato della Terza via di Giddens, Blair, Clinton, Schroeder, il Pd ha deposto quasi interamente la questione sociale, incamminandosi a diventare un “partito radicale di massa”, attento agli immigrati, alle istanze LGBT, più in generale al vasto arcipelago delle grandi “battaglie di civiltà”, ma sostanzialmente dimentico delle istanze dei ceti popolari, dalla domanda di sicurezza al bisogno di protezione dai guasti della  globalizzazione. Tutte istanze che, viceversa, sono da tempo al centro dei programmi politici della destra.

Detto con rammarico: il Pd, per come è diventato in questi anni, non è né un partito laburista (o socialdemocratico), attento alle istanze dei lavoratori, né un partito di sinistra liberale (o liberaldemocratico), preoccupato della crescita, ostile alle tasse e impegnato nella battaglia per la “uguaglianza dei punti di partenza”, per dirla con Luigi Einaudi.

Credo che nessuno, neppure Enrico Letta, abbia idea di che cosa il Pd sia destinato a diventare in futuro. Quel che è abbastanza verosimile, però, è che l’incredibile “saga delle alleanze mancate” un qualche tipo di sbocco finisca per averlo.

Ma quale sbocco?

Molto dipenderà, credo, dal risultato elettorale o, più precisamente, dai rapporti di forza che potranno emergere fra i tre tronconi in cui la sinistra è oggi divisa. Per il Pd, il vero pericolo non è un’affermazione di Renzi e Calenda, che dopotutto rappresentano solo quel che il Pd avrebbe potuto diventare se avesse imboccato risolutamente la “terza via” tracciata da Blair, Clinton e Schroeder. Il vero pericolo è un’affermazione clamorosa dei Cinque Stelle guidati da Conte, un’eventualità che pochi prendevano in considerazione fino a poche settimane fa, ma di cui in questo finale di campagna elettorale si comincia a parlare come una possibilità reale. La base logica di questa congettura è che la fiammata elettorale che aveva sostenuto Salvini nel Mezzogiorno ai tempi della sua massima popolarità (2018-2019) si spenga, e che – grazie al tema cruciale del reddito di cittadinanza – a beneficiarne sia soprattutto il partito di Giuseppe Conte. Se il Pd dovesse scendere sotto il 20% e il Movimento Cinque Stelle dovesse superare il 15%, saremmo di fronte a uno scenario del tutto inedito: per la prima volta nella loro storia gli eredi del partito comunista si troverebbero con un vero concorrente a sinistra.

Un concorrente che potrebbero accusare di ogni male possibile – qualunquismo, assistenzialismo, inaffidabilità, impreparazione – ma che, per una parte degli elettori delusi dalla sinistra ufficiale, rappresenta “la vera sinistra”.

Luca Ricolfi

Le tre sinistre

9 Agosto 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Nei giorni scorsi, quando sembrava che il matrimonio fra Letta e Calenda fosse cosa fatta, in molti ci siamo chiesti se fosse la volta buona per la nascita di una sinistra finalmente e risolutamente riformista. Per sottolineare la profondità della svolta, lo stesso Calenda ebbe a parlare di una Bad Godesberg italiana.

In realtà, mai paragone fu più fuorviante. La svolta di Bad Godesberg, avvenuta nel 1959, sancì il distacco dei socialisti tedeschi (SPD) dal marxismo e dal progetto di abolizione della proprietà privata. Il che significava: piena accettazione dell’economia di mercato, sia pure corretta dall’intervento statale, e conseguente rinuncia a guardare all’Unione Sovietica, e all’economia pianificata, come modello di socialismo.

La sinistra italiana di oggi non ha alcun bisogno di una Bad Godesberg, perché quel tipo di svolta, sia pure con trent’anni di ritardo rispetto ai cugini tedeschi, la aveva già fatta Achille Occhetto, quando – dopo la caduta del Muro di Berlino, con la svolta della Bolognina – archiviò il Partito Comunista Italiano per farne un normalissimo partito socialdemocratico: il Pds, poi divenuto Ds, e infine Pd.

Questo, naturalmente, non significa che, a sinistra, non ci sia bisogno di una svolta. Il punto è: svolta rispetto a che cosa?

Calenda risponde: rispetto alla perenne oscillazione fra riformismo e massimalismo. Ma il massimalismo e l’estremismo sono morti da tempo, a sinistra. Il maggiore partito della sinistra, il Partito democratico, tutto è tranne che massimalista. Le uscite contro i ricchi (imposta di successione) e gli ammiccamenti ai partitini di estrema sinistra, come Articolo 1 (il partito di Speranza e Bersani) o Sinistra Italiana (di Fratoianni), non ne cambiano la natura riformista.

E’ il riformismo, semmai, il problema del Pd. Il Pd, dopo la tardiva Bad Godesberg di Occhetto, non ha ancora scelto che tipo di partito riformista vuole essere. Alla fine degli anni ’90, abbagliato dai successi della rivoluzione neoliberista di Thatcher e Reagan, affascinato dalle teorizzazioni pro-mercato della Terza via di Giddens, Blair, Clinton, Schroeder, il Pd ha deposto quasi interamente la questione sociale, incamminandosi a diventare un “partito radicale di massa”, attento agli immigrati, alle istanze LGBT, più in generale al vasto arcipelago delle grandi “battaglie di civiltà”, ma sostanzialmente dimentico delle istanze dei ceti popolari, dalla domanda di sicurezza al bisogno di protezione dai guasti della  globalizzazione. Tutte istanze che, viceversa, sono da tempo al centro dei programmi politici della destra.

Detto con rammarico: il Pd, per come è diventato in questi anni, non è né un partito laburista (o socialdemocratico), attento alle istanze dei lavoratori, né un partito di sinistra liberale (o liberaldemocratico), preoccupato della crescita, ostile alle tasse e impegnato nella battaglia per la “uguaglianza dei punti di partenza”, per dirla con Luigi Einaudi.

Credo che nessuno, neppure Enrico Letta, abbia idea di che cosa il Pd sia destinato a diventare in futuro. Quel che è abbastanza verosimile, però, è che l’incredibile “saga delle alleanze mancate”, cui abbiamo dovuto assistere in questi giorni, un qualche tipo di sbocco finisca per averlo.

Ma quale sbocco?

L’alleanza con +Europa di Emma Bonino, e la contemporanea rottura con Renzi e Calenda, fanno pensare che, per il Pd, l’esito più probabile sia l’accentuazione dei suoi caratteri di partito radicale di massa. Anche perché le altre due caselle – partito socialdemocratico e partito liberaldemocratico – sono già, più o meno confusamente, presidiate da quel che resta dei Cinque Stelle di Conte, e da quel che sarà del Terzo polo di Renzi e Calenda.

Sotto questo profilo, l’appuntamento del 25 settembre potrebbe essere davvero cruciale per il futuro della sinistra. Sarà la prima volta, infatti, in cui toccherà agli elettori – e non alle correnti del Pd – pronunciarsi sulle tre alternative politiche che dividono la sinistra da quando Achille Occhetto decise di archiviare il comunismo: partito radicale di massa, partito socialdemocratico, partito liberaldemocratico?

Al popolo di sinistra l’ardua sentenza.

Luca Ricolf

Elezioni del 25 settembre: LIBERI DI SCEGLIERE

3 Agosto 2022 - di fondazioneHume

PoliticaSpeciale

Elezioni. Manifesto di giuristi e altre personalità della cultura : “Liberi di scegliere. Per una campagna elettorale all’insegna del pluralismo, della pari dignità, della solidarietà politica e della responsabilità”

“Liberi di scegliere”. E’ il titolo del manifesto lanciato da costituzionalisti di diverso orientamento politico per una campagna elettorale all’insegna del pluralismo, della pari dignità, della solidarietà politica e della responsabilità. Un’iniziativa contro la delegittimazione e le campagne denigratorie che purtroppo hanno contraddistinto questa prima fase del confronto elettorale, aperto anche alla adesione di altri accademici e già sottoscritto in poche ore da oltre cento costituzionalisti, giuristi, politologi, sociologi, diplomatici, docenti di diritto e scienza della politica ed altri accademici.

Di seguito il testo dell’appello:

Nei momenti più delicati nella vita di una nazione grava in capo a ciascun componente della comunità il dovere di agire senza mettere in discussione quel minimo comune denominatore, fondato sulla pari dignità sociale dei cittadini, su cui si regge la convivenza politicamente organizzata. La Costituzione italiana evoca questo essenziale principio di condotta già nelle sue prime battute, allorché nell’art. 2 richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, accanto a quelli di solidarietà sociale ed economica. La Carta, inoltre, agli art. 3 e 21, richiama all’osservanza della pari dignità sociale anche nelle manifestazioni del pensiero e delle opinioni e all’art. 49  impone il rispetto del metodo democratico nella competizione tra i partiti.

Tra i fondamenti dell’ordinamento repubblicano vi è certamente il diritto-dovere dei cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento e il correlato diritto di tutti i partiti politici e dei loro esponenti di competere democraticamente per l’acquisizione del consenso, aspirando al governo del Paese secondo la propria visione dell’interesse generale.

La dialettica democratica, i principi di libertà e rispetto, insieme al richiamato dovere inderogabile di solidarietà politica postulano la reciproca legittimazione dei concorrenti, il ripudio di ogni atteggiamento di contrapposizione radicale, teso a mettere in discussione il diritto di ciascuna forza politica ad aspirare alla guida del Paese con il consenso degli elettori, così come, ancor di più, forme di discriminazione o di screditamento, da qualsiasi parte provengano, fondate sulle caratteristiche fisiche o sulle posture di chi è considerato avversario e, talvolta, addirittura “nemico” politico.

Il dovere di accettare la fisiologia della competizione politica e gli esiti che gli elettori determineranno non grava soltanto sui partiti e sui loro esponenti, ma su tutti i soggetti e le componenti della comunità, che, in ogni democrazia pluralista, contribuiscono ad alimentare il dibattito e ad orientare l’opinione pubblica (stampa, accademia, istituzioni economiche e sociali, etc.)

A maggior ragione nei momenti di grande instabilità economica, sociale e geopolitica come quello che stiamo attraversando – con la necessità di mantenere un saldo impegno corale, insieme agli alleati europei e occidentali, contro gravi minacce da ultimo concretizzatesi con l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia – elementari istanze di responsabilità e di “correttezza costituzionale” impongono il ripudio di ogni atteggiamento discriminatorio o delegittimante, che, prescindendo dalla volontà degli elettori e dal rispetto delle normali dinamiche istituzionali e costituzionali, alimenti contrapposizioni radicali, forme di delegittimazione morale, condizioni di sospetto e inquietudine sociale fondate su congetture, narrazioni prive di riscontri o addirittura vere e proprie “fake news”.

Nell’architettura democratica e pluralista della Carta repubblicana ogni diritto e ogni libertà – compresa la libertà di manifestazione del pensiero e quella di stampa – si declinano in parallelo ai doveri di solidarietà, al principio di responsabilità, di osservanza del metodo democratico e all’esigenza di rispetto della dignità della persona.

Auspichiamo, dunque, che tutti i soggetti convolti nella campagna elettorale appena iniziata, ma anche nel dibattito pubblico a questa connesso, rispettino le istanze del pluralismo e del reciproco rispetto, pur nella legittima e necessaria dialettica tra differenti visioni politiche e culturali, affinché possa svolgersi un confronto chiaro e netto tra idee, programmi, progetti alternativi sui quali gli elettori potranno liberamente esprimersi.

Per sottoscrivere il manifesto: liberidiscegliere2022@gmail.com

Un governo pseudo-Draghi

2 Agosto 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

O noi o loro. O la Meloni o noi. O sole o luna. Così parlò Enrico Letta, “con occhi di tigre”.

Non sono certo di aver capito chi sia sole e chi sia luna, immagino lui-Letta-sole, lei-Meloni-luna. In compenso ho inteso il messaggio, perché Letta stesso lo ha decrittato: dopo il voto “non ci sarà una terza strada che consentirà di fare chissà cosa, o vincono gli uni o vincono gli altri”.

Mi permetto di dire che, in realtà, la eventualità di una “terza strada” è uno scenario tutt’altro che inverosimile. Supponiamo che, dopo il voto, si scopra che i sondaggi erano sballati (come nel 2006, quando annunciavano il trionfo dell’Ulivo di Prodi) e che il centro-destra non abbia la maggioranza dei seggi. E supponiamo non ne abbia una neanche il “campo aperto” del Pd.

A quel punto si aprirebbero due possibilità. La prima è che, in barba alla dicotomia “o sole o luna”, il sole lettiano riconsideri l’alleanza con i Cinque Stelle, tentando di costruire un governo di salvezza nazionale “contro le destre e l’avanzata del fascismo”. E’ estremamente improbabile che, per una simile soluzione, vi possano essere i numeri in Parlamento, ma scommetterei che – se i numeri vi fossero – Letta ci proverebbe, se non altro perché è già successo. E’ esattamente questo, infatti, che fecero Renzi e Zingaretti nel 2019: un governo di salvezza nazionale per non conferire i “pieni poteri” al pericoloso Salvini del Papeete.

Ma c’è una seconda possibilità, ben più verosimile. In caso di stallo, il Presidente della Repubblica, valorizzando il perdurante consenso per l’operato di Draghi, potrebbe pilotare la formazione di un governo pseudo-Draghi senza Draghi (assumo che Draghi si sia stancato dei partiti).

Che cos’è un governo pseudo-Draghi? E’ un governo con la stessa identica maggioranza del governo Draghi, salvo il fatto che, al posto dei Cinque Stelle, vi sarebbe il drappello dei seguaci di Di Maio. Un governo, dunque, così composto: Pd, Lega, Forza Italia, Azione, Italia Viva, Insieme per l’Italia, Articolo 1, Centristi vari. Ovvero: tutti dentro, eccetto i partiti “estremisti” di Meloni, Conte, Fratoianni e Paragone.

Su quanti seggi potrebbe contare un simile esecutivo?

Tanti, stando agli ultimi sondaggi. Attualmente i partiti dello pseudo-Draghi attirano circa il 55% dei consensi, il che si traduce nella conquista di circa 200 seggi proporzionali su 366. Ma i seggi della parte uninominale, che sono 222, andrebbero  quasi tutti ai partiti dello pseudo-Draghi, eccetto quelli conquistati da Fratelli d’Italia. Anche assumendo che Giorgia Meloni riesca a conquistare 1/3 dei seggi uninominali, ai partiti dello pseudo-Draghi resterebbero circa 150 seggi, che sommati ai 200 conquistati nella parte proporzionale porterebbe il totale a 350 (cui andrebbero aggiunti una decina di seggi per la quota degli italiani all’estero). Poiché nel nuovo parlamento i membri sono solo 600, 360 seggi dovrebbero essere più che sufficienti ad avere una maggioranza sia alla Camera sia al Senato.

Fantapolitica?

Non direi proprio. A rendere verosimile la possibilità di una “terza strada” militano varie circostanze, che è sempre bene tenere a mente.

Primo, il nostro sistema è parlamentare, quindi è normale che la maggioranza di governo non sia decisa dagli elettori. Può piacere o no (a me non piace per niente) ma è così.

Secondo, il trasformismo e la disponibilità ai cambi di casacca sono, da circa 150 anni (ossia dai tempi di Depretis), una costante del nostro sistema politico.

Terzo. Nella seconda Repubblica, la costituzione di governi ibridi destra-sinistra, per lo più motivati con l’eccezionalità della situazione, è divenuta una prassi consolidata.

Ma la circostanza fondamentale che rende verosimile la nascita di un governo pseudo-Draghi, è che in nessuno dei due campi avversi è stata fatta l’unica cosa che avrebbe reso (relativamente) credibile la profezia “o Meloni o noi”: una solenne promessa di non fare nuove alleanze dopo il voto.

Giorgia Meloni, dopo averlo invocato per anni, pare aver rinunciato a pretendere un “patto anti-inciucio”, che eviti il ripetersi di quel che accadde nel 2018, quando Salvini ruppe l’unità del centro-destra per formare un governo con i Cinque Stelle.

Enrico Letta, pur escludendo un’alleanza elettorale con i Cinque Stelle, non ha preso alcun impegno esplicito a non cercare una convergenza con il partito di Conte in Parlamento, all’indomani del voto (omissione comprensibile, posto che una parte del partito ha mal digerito la chiusura ai grillini).

Altroché o Sole o Luna. Mi sa che sarà Terra e trasformismo, come sempre.

Luca Ricolfi

I punti deboli del centro-destra

31 Luglio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Che il centro-sinistra, dopo la rottura fra Pd e Cinque Stelle, si appresti alle elezioni in una situazione di grande difficoltà è evidente a tutti. Una eventuale coalizione Pd+Mdp+Azione+Italia Viva, allo stato attuale, intercetta circa il 30% dei consensi, decisamente poco per competere con il centro-destra, dato intorno al 45%.

Meno evidente, forse, è il fatto che anche per il centro destra la strada che porta alle elezioni è lastricata di difficoltà. Per parte mia ne vedo almeno quattro, dalla meno importante alla più seria.

La prima è la conflittualità interna nella scelta delle candidature e nell’assegnazione dei collegi sicuri. Le ultime tornate amministrative hanno reso evidente che, su questo terreno, i tre leader del centro destra hanno difficoltà a mettersi d’accordo, e qualche volta a trovare candidati convincenti.

La seconda difficoltà sono le tensioni sulla scelta del candidato premier. La regola da sempre in vigore nel centro-destra, secondo cui la scelta del candidato premier spetta al partito che raccoglie più voti, improvvisamente pare non valere più. Interrogati dai giornalisti, i politici (maschi) di Forza Italia e Lega tentennano di fronte alla prospettiva che la regola possa premiare Giorgia Meloni. Difficile pensare che questo nodo irrisolto non inquini i rapporti fra gli alleati.

La terza difficoltà è l’auto-inabissamento di Forza Italia con la decisione di togliere la fiducia al governo Draghi. Specie dopo l’uscita di Gelmini, Brunetta, Carfagna e Cangini, sarà estremamente difficile, per il partito di Berlusconi, conservare i consensi dell’elettorato liberale e moderato. E, simmetricamente, sarà facilissimo per il centro sinistra ridurre il centro-destra al duo “Salvini & Meloni”.

E poi c’è l’ultima difficoltà, la più importante: il programma. Su molte cose i tre partiti di centro-destra vanno relativamente d’accordo, ma ve n’è una – cruciale – su cui le idee di Berlusconi, Salvini e Meloni divergono sensibilmente: la politica fiscale. Berlusconi e Salvini sono per la flat tax, anche se la declinano in modo un po’ diverso, pro famiglie Berlusconi, pro partite iva Salvini. Giorgia Meloni no, anche se pochi paiono essersene accorti.

E’ da almeno otto anni che, sulla politica fiscale, le idee di Giorgia Meloni divergono radicalmente da quelle di Berlusconi e Salvini. Lo ha fatto capire nell’ultima campagna elettorale (2018), quando – per non scontentare gli alleati – accettò di includere la flat tax nel programma di Fratelli d’Italia, ma solo limitatamente al “reddito incrementale” (ovvero sull’eventuale, improbabile, aumento del reddito da un anno all’altro). Ma lo aveva già reso chiarissimo nel 2014, quando trasformò in disegno di legge una proposta della Fondazione Hume (denominata maxi-job) che prevedeva di azzerare i contributi sociali alle sole imprese che aumentano l’occupazione. Una proposta così “di sinistra” da ricevere il sostegno di Susanna Camusso, allora al vertice della Cgil.

Aggiungo un ricordo personale. Tre anni fa ebbi occasione di intervistarla in tv nel programma di Nicola Porro e, per stanarla sulla questione fiscale, le sottoposi una sorta di domanda trabocchetto: se lei avesse risorse per 10 miliardi, e dovesse usarle per varare un’unica misura fiscale, preferirebbe detassare le famiglie, detassare tutte le imprese, o concentrare gli sgravi sulle sole imprese che aumentano l’occupazione?

Risposta: non avrei il minimo dubbio, metterei tutte le risorse sulle imprese che aumentano l’occupazione.

Se le cose stanno così, è chiaro che sulla politica fiscale si gioca una partita cruciale. Se dovesse prevalere la linea di Giorgia Meloni, la politica fiscale del centro-destra potrebbe forse essere criticata da sinistra, ma non attaccata frontalmente. Non è neppure escluso che i sindacati ne colgano il lato keynesiano, di strumento di contrasto alla disoccupazione.

Ma è un’eventualità improbabile. Molto più verosimile è che Berlusconi e Salvini impongano a tutto il centro-destra la ricetta di sempre: flat tax + pace fiscale. Questo, a mio parere, è un tallone di Achille notevole, e un assist al centro-sinistra. Perché le (poche) buone ragioni dell’aliquota unica e della clemenza fiscale si possono anche difendere, con qualche sottigliezza tecnica, in un seminario fra esperti di opposte vedute, ma sono destinate a trasformarsi in un boomerang in una campagna elettorale. Dove, inesorabilmente, la ferrea logica della comunicazione politica traduce flat tax in “aiutare i ricchi” e pace fiscale in “premiare gli evasori”.

Luca Ricolfi

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