Celebrities e politica – L’affaire Buttafuoco

Non faccio il retroscenista, quindi non ho la minima idea dell’intricato groviglio di giochi di potere, conflitti fra istituzioni, pressioni economiche, beghe personali, antipatie e rivalità di ogni tipo che, verosimilmente, stanno dietro le tormentate vicende della Biennale di Venezia. Né ho un’opinione personale sui meriti e (eventuali) demeriti dei due protagonisti della saga, il ministro della cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Insomma non faccio il tifo per l’uno o per l’altro.

Però la vicenda mi interessa per il valore universale del problema che solleva: ci sono ambiti della vita culturale che dovrebbero essere considerati zone protette, da cui la politica e le sue passioni hanno il dovere di tenersi alla larga?

Io penso di sì, e lo penso non solo riguardo all’arte in generale (musica, pittura, scultura, letteratura…), ma anche riguardo allo sport e alla scienza in senso proprio (matematica, fisica, chimica, ecc.). Per questo, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, mi è capitato di criticare l’esclusione degli atleti paralimpici russi e bielorussi dalle paralimpiadi del 2022, e al contrario di rallegrarmi del fatto che – nonostante quel conflitto – astronauti americani (NASA) e cosmonauti russi (Roscosmos) continuino a cooperare strettamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). E ovviamente ho a suo tempo trovato assurdo che il Teatro La Scala annullasse ogni collaborazione con il maestro Valerij Gergiev , e ancor più che l’Università Bicocca di Milano  cancellasse un corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori.

Per me arte-sport-scienza dovrebbero restare enclave protette, in cui le persone si incontrano e si parlano nel completo rispetto reciproco. Questo lo penso per due ragioni distinte. La prima, indubbiamente un po’ romantica o idealista, è che ritengo che la causa della pace abbia tutto da guadagnare dall’esistenza di uno spazio sottratto all’odio. Ma c’è anche una ragione razionale, o realistica, che mi fa inclinare per le enclave protette, ed è che – non appena si pretende di stabilire chi può entrare e chi deve restare fuori – si va incontro a un problema insolubile: che decide che le ragioni di un paese sono valide e quelle di un altro non lo sono?

Il caso della Biennale di Venezia illustra il problema nel modo più chiaro possibile: c’è chi avrebbe voluto escludere i russi, ma non gli israeliani; c’è chi avrebbe voluto escludere gli israeliani, ma non i russi; c’è chi avrebbe voluto escluderli entrambi (la Giuria Internazionale); e c’è chi avrebbe volto ammetterli entrambi (Buttafuoco). Il punto essenziale è che ognuna di queste quattro posizioni ha robuste (ancorché discutibili) ragioni dalla propria parte. E il bello è che questa indeterminazione e polarizzazione dei giudizi affligge anche coloro che, in generale, la pensano allo stesso modo. Ne abbiamo avuto due riprove in questi giorni, che hanno visto – nel campo dei liberali – affrontarsi a singolar tenzone su Israele e Russia due studiosi come Corrado Ocone e Dino Cofrancesco, e due giornalisti come Claudio Cerasa (direttore del Foglio) e Nicola Porro (conduttore di Quarta Repubblica).

La ragione profonda di tutto ciò risiede in una circostanza tanto ovvia quanto ignorata dai più: nella maggior parte delle tragedie dell’umanità, prime fra tutte le guerre, quasi mai le ragioni stanno tutte da una parte, ma la maggior parte di noi si comporta come se invece fosse sempre possibile individuare una vittima (sostanzialmente innocente) e un colpevole (del tutto inescusabile). Ma questa operazione, di fissazione dei ruoli di vittima e colpevole, è possibile solo se chi pretende di compierla cancella o deforma una porzione rilevante dei fatti storici pertinenti, e lo fa con un’attitudine moralistico-ideologica, anziché con umiltà e spirito di ricerca della verità.

Di qui il triste destino delle manifestazioni culturali, anche di quelle in linea di principio meno esposte ai veleni della politica. Un destino di ingiustificate esclusioni, che penalizza artisti, sportivi, letterati, scienziati, di volta in volta messi alla porta per le loro appartenenze nazionali.

Si potrebbe pensare, sulla base di questa analisi, che in questa triste storia le uniche vittime siano, appunto, artisti, sportivi, letterati, scienziati, arbitrariamente vessati dagli arbitrî della politica. Ma anche questa conclusione sarebbe assai parziale. Non possiamo dimenticare che, da decenni, manifestazioni pubbliche di ogni tipo – dai festival del Cinema a quello di Sanremo – sono utilizzati come palchi per promuovere concezioni politiche, per posizionarsi in una battaglia culturale, per testimoniare a favore di cause più o meno giuste ma che nulla hanno a che fare con arte, scienza, sport. E che a questa folle corsa all’autopromozione spesso partecipano le stesse celebrities, non solo ospiti, conduttori, sponsor vari. Se oggi è tanto difficile proteggere le star dalle indebite ingerenze della politica, è anche perché – per troppo tempo – sono state loro stesse usare la politica come mezzo per brillare di più.

[articolo uscito sulla Ragione il 12 maggio 2026]




La folgorante ascesa di Silvia Salis – Tempo di Salis?

Non so voi, ma io non ricordo, in decenni e decenni di prima e seconda Repubblica, un solo caso di uomo o donna politica che – come la sindaca di Genova Silvia Salis – sia passata quasi istantaneamente dal quasi-anonimato allo status di possibile candidato alla Presidenza del Consiglio. Certo, si potrebbe citare il caso di Antonio Di Pietro, che nel momento di massimo splendore e follia di Tangentopoli molti elettori (il 71% secondo un sondaggio dell’epoca) avrebbero voluto nientemeno che alla presidenza della Repubblica. Ma sarebbe un paragone inappropriato: quando raggiunse quei livelli di consenso Di Pietro aveva alle spalle due anni di inchieste giudiziarie sensazionali, e poteva presentarsi come l’eroe che aveva reso giustizia agli italiani depredati dalla voracità dei partiti.

Silvia Salis no. È appena agli inizi della sua avventura politica, e i soli titoli che può vantare sono alcuni notevoli successi come atleta nel lancio del martello, nonché una carriera di dirigente sportiva. Eppure un recentissimo sondaggio BiDiMedia rivela che, al momento, è l’unica esponente del centro-sinistra che riscuote un consenso paragonabile a quello di Giorgia Meloni. La sindaca di Genova già oggi potrebbe arrivare al 48.9% (a soli 2 punti dal 51.1% di Meloni), mentre Conte dovrebbe accontentarsi del 46.4% e Schlein del 45.5%.

Come si spiega?

Non credo vi sia una ragione unica o dominante, anzi penso che questo sia un perfetto esempio di causalità multipla. Se il vento soffia nelle vele di Silvia Salis è perché, all’improvviso, più ragioni si sono allineate fra loro come pianeti. Una ragione fondamentale è che sia Schlein sia Conte non piacciono a una frazione non trascurabile dell’elettorato progressista, e pure a una parte degli indecisi o astenuti. Silvia Salis è nuova, e può approfittare della preferenza degli elettori per le novità: non è mai successo, nella storia della seconda Repubblica, che il voto premiasse un governo uscente.

Un altro elemento che favorisce Salis è la sua appartenenza alla componente moderata e riformista del campo largo. È vero che il suo moderatismo può alienarle le simpatie della base più estremista del campo progressista, ma è difficile pensare che i voti perduti per l’astensione degli estremisti spossano essere più numerosi dei voti riconquistati grazie alla mobilitazione dell’elettorato riformista (a partire da quello che guarda al partito di Calenda). E il fatto di non essere iscritta ad alcun partito, paradossalmente, la rende più e non meno forte, perché disinnesca la ridda delle rivalità fra le varie componenti del campo largo.

C’è poi il fattore donna, che gioca a favore di Salis non solo contro Conte, ma pure contro Schlein, che molti elettori non percepiscono precisamente come una Meloni di sinistra.

C’è infine una ragione politica fondamentale: Silvia Salis è probabilmente l’unica candidata alla presidenza del Consiglio in grado di evitare una sanguinosa e catastrofica lotta per la leadership fra i leader dei due maggior partiti, Pd Cinque Stelle.

C’è un “però”, tuttavia, di cui occorre tenere conto. Silvia Salis ha detto di essere contraria alle primarie in quanto divisive, e che se la vogliono come candidata-premier, devono chiederglielo tutte le componenti del campo largo. Ma è realistico pensare che, già divisi oggi fra “contiani” e “schleiniani”, i maggiorenti del campo largo non finiscano domani per sbranarsi fra paladini della lanciatrice di martello e tenaci difensori delle prerogative dei partiti?

Già oggi, nel centro-sinistra, sono in corso manovre e calcoli per definire chi in futuro potrà occupare le due caselle fondamentali (presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica). Una candidatura Salis alla presidenza del Consiglio toglierebbe dal tavolo una delle due caselle, lasciando ben pochi margini per le negoziazioni sulla casella rimasta. Questo, forse, è il vero ostacolo all’ascesa del nuovo astro della politica italiana.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 aprile 2026; battute: circa 4000]




La tempesta ligure. Il duello Bucci/Brambilla

Dai ferri corti il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il Direttore del ‘Secolo XIX’ Michele Brambilla passano alle aule di Tribunale. Un tempo si sarebbero sfidati a duello ma da quando Ferruccio Macola ferì a morte, nel 1898, il leader dell’Estrema Sinistra Felice Cavallotti, la mania dei duelli di onore è andata decrescendo fino a scomparire. (Per la cronaca Macola si tolse la vita dodici anni dopo). Non entro nel merito della vicenda giacché non sarei imparziale: sono amico ed estimatore di Brambilla e non ho avuto mai l’occasione di incontrare Bucci. Però non posso non ricordare che ,in Italia ,il malcostume che induce i politici a mettere sotto accusa—e talora persino a minacciare– i giornali che pubblicano articoli poco graditi è antico. E diffuso sia a destra che a sinistra. Marcello Veneziani, un nemico giurato dell’agiografia di regime, in un articolo del 2020, pubblicato sulla ‘Verità’, Pertini l’impertinente, ricordava che Sandro Pertini <chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!”>.

Bucci, stando alle chat pubblicate dal ‘Secolo XIX’ , si è ben guardato da toni così arroganti e intimidatori, limitandosi a protestare per il diverso trattamento riservato, al tempo delle elezioni amministrative comunali, dallo storico quotidiano genovese al candidato del centro-destra, Pietro Piciocchi, un giurista prestato alla politica, e alla candidata del centro-sinistra, Silvia Salis, dirigente sportiva ed ex martellista.. Non so se davvero il ‘Secolo XIX’ abbia dato più spazio al giurista o alla martellista: per stabilirlo dovrei disporre dei metodi e degli strumenti di indagine della Fondazione Hume o dell’Euromedia Research di Alessandra Ghisleri o dello staff di Riccardo Mannheimer. Forse il quotidiano—in passato, ovvero prima della direzione di Michele Brambilla, schierato decisamente a sinistra come altri del gruppo Gedi,’ La Stampa’, ’Repubblica’, etc. –non ha dato a molti genovesi  l’impressione   di essere un esempio convincente di par condicio.

La domanda da porsi, però, è un’altra :“aveva l’obbligo di esserlo?” Gli organi di stampa sono imprese di informazione che immettono sul mercato specifici prodotti culturali: ciascuno ha un pubblico di riferimento che cerca di conservare (e di ampliare), venendo incontro alle aspettative dei lettori. Certo nel codice professionale del giornalismo c’è il dovere di riferire i fatti, quelli graditi e  quelli sgraditi, come prescrive, nel film di George Seaton, Dieci in amore (1958), il navigato caporedattore, Jim Gannon (Clark Gable): sono tre le regole del buon giornalismo: fatti, fatti, fatti! Se si viola troppo il codice, però, scattano sanzioni non tribunalizie ma di edicola: il giornale si scredita e i lettori ne comprano un altro. E’ uno dei casi in cui può parlarsi –e ben a ragione–di ‘moralità del mercato’.

Tornando al ‘Secolo XIX’, può la Politica prescrivere una linea editoriale alla Stampa? Che quest’ultima venga definita ‘quarto potere’ non sta a significare la sua completa indipendenza da interferenze esterne  e il suo essere il bastione più sicuro della libertà politica di un popolo? Come scriveva Alexis de Tocqueville, quasi centottant’anni fa:< l’in­dipendenza della stampa è l’elemento capitale e, per cosi dire, costi­tutivo della libertà. Un popolo che vuole restare libero ha dunque il diritto di esigere che la si rispetti ad ogni costo>.

Se i politici non sono soddisfatti dal trattamento ad essi riservato da un giornale hanno un solo modo per farvi fronte: essere presenti su organi di stampa vicini alle loro idee e, soprattutto, favorire iniziative culturali, associazioni politiche capaci di ottenere un vasto seguito di massa che assicuri vendite certe al periodico disposto a pubblicizzarle.

Il fatto è che in molte regioni d’Italia, il centro-destra—di cui Marco Bucci è autorevole esponente—non investe un soldo bucato in tutto ciò che il vecchio Marx chiamava le ‘soprastrutture’. Per i partiti oggi al governo, come per i vecchi democristiani–almeno a livello locale: a livello nazionale le cose sono cambiate ma spesso in modo maldestro–, la presenza in un consiglio di amministrazione (di una banca, di un’impresa, di un gruppo editoriale, di un ente teatrale) conta più di una cattedra universitaria , degli enti e dei festival culturali –tutte cose che lasciano agli avversari che , peraltro, si sono mostrati ben capaci di servirsene per plasmare l’opinione pubblica. I politici del centro-destra non hanno tempo da perdere e, pertanto, preferiscono fare pressioni su ciò che già esiste in campo editoriale e massmediatico piuttosto che impegnarsi a trovare ‘vie nuove’ volte a incanalare un proprio pubblico di lettori e di sostenitori. Alle battaglie sui simboli sono del tutto indifferenti—da anni ho cercato invano di far dedicare a Genova una via o qualsiasi altro luogo pubblico al genovese, Vilfredo Pareto, uno dei più grandi sociologi del suo secolo e a Giovanni Ansaldo, il principe del giornalismo italiano del Novecento, genovese anche lui—ma ai giornalisti che li criticano o che li trascurano vorrebbero imporre una par condicio , d’accordo col direttore e con l’editore del periodico .Da buon liberale, preferisco un giornale collocato su una  sinistra che non è la mia  ma  indipendente, a un giornale “messo a norma” . Purché a tenerlo in vita siano i lettori effettivi e gli editori disposti a rimetterci del loro, non gli stanziamenti pubblici, come succede in Italia dove una parte infinitesima delle mie imposte va a giornali ispirati a ideologie che mi ripugnano in quanto nemiche della ‘società aperta’.




Sicurezza e criminalità giovanile – Un dibattito assurdo

È molto probabile che, anche nelle prossime elezioni, la diade criminalità & immigrazione la farà da padrona. Di questo sentiamo le avvisaglie tutti i giorni nei talk show, dove esponenti di destra e di sinistra se le danno (metaforicamente) di santa ragione per affermare il proprio punto di vista.

La cosa interessante, però, è che – a differenza che in passato – da qualche tempo il partito della rassicurazione e quello dell’allarme attraversano entrambi gli schieramenti. Può accadere così che, a denunciare la gravità della situazione, siano sia esponenti della destra (che amano impaurire i cittadini), sia esponenti della sinistra (che vogliono dimostrare che “il governo Meloni ha fallito”). E che a rassicurare siano sia esponenti della destra (che cercano di difendere il governo), sia esponenti della sinistra (per negare la necessità di una stretta repressiva).

Quello che accomuna tutti è il ricorso sempre più sistematico alle statistiche per sostenere le proprie posizioni. Assistiamo così a un profluvio di dati, spesso non corredati della fonte, e sistematicamente contestati (a colpi di “non è vero!”) dalla parte avversa. Che si tratti del numero di sbarchi, dei delitti commessi dai giovani, delle assunzioni delle forze di polizia, i dati vengono scaraventati contro gli avversari senza il minimo rispetto delle più elementari regole del confronto scientifico. A ciò si aggiunge la pressoché universale impreparazione dei conduttori dei talk show in materia di dati e fonti statistiche, con conseguente totale accettazione di qualsiasi scempiaggine gli “ospiti” offrano al pubblico.

Tre, in particolare, sono le manipolazioni più usate. La prima, molto cara al partito della rassicurazione, è quella di “dimostrare” la non-emergenza assumendo, come anno di appoggio per i confronti, un anno particolarmente disastroso. Due anni, in particolare, giovano allo scopo: il 1991 (picco degli omicidi), utile per dimostrare quanto siamo più sicuri oggi; il 2015 (picco di arresti e/o denunce di minori), per dimostrare quanto poco la criminalità giovanile sia un’emergenza.

La seconda manipolazione è il cosiddetto cherry picking (scegliere le “ciliegie”), ovvero la selezione – fra numerosissimi indicatori di criminalità – di quelli più adatti allo scopo che si persegue. Se vuoi dire che il governo Meloni ha fallito, prendi i reati che risultano in aumento, se vuoi dire che non c’è un’emergenza prendi i reati in diminuzione.

La terza manipolazione è di confondere flussi e stock. Se vuoi dire che il governo ha ben operato, presenti gli ultimi dati delle assunzioni nelle forze dell’ordine (flussi). Se vuoi dire che è inadeguato consideri il numero di poliziotti rispetto alla pianta organica (stock).

Si potrebbe continuare a lungo, tanti e tali sono gli artifici e le furbizie con cui i dati vengono ricucinati per avere ragione dei propri avversari. Non me ne stupisco più di tanto. Quello che mi disturba veramente è che nessuno noti che quel che manca è la materia prima, specie sul punto più controverso e scottante: l’andamento della criminalità giovanile. L’ultimo rapporto dettagliato degli uffici ministeriali risale all’autunno del 2023, e contiene esclusivamente dati fermi alla fine del 2022, quando il governo di Giorgia Meloni si era appena insediato. Da allora sono passati ben 3 anni e mezzo e nulla di comparabile con quel rapporto è mai stato reso pubblico.

Questo vuol dire che, anche volendo, un discorso obiettivo sul tema scottantissimo dei reati commessi dai minori è al momento tecnicamente impossibile. Tutti credono di poter dire la loro, ma nessuno fa il gesto cruciale: chiedere al ministro dell’interno Piantedosi di pubblicare un report analogo a quello di tre anni fa, aggiornato con i dati del 2023 e del 2024, primi due anni del governo Meloni. Finché quel report non sarà redatto e reso pubblico, i discorsi sulla criminalità giovanile e il suo presunto aumento sono destinati a restare pure chiacchiere.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 marzo 2026]




Quando è la politica a “remare contro”

Finché si parla in generale, la tesi che la magistratura non operi in sintonia con il governo, e spesso remi contro (vedi il caso Albania, o le scarcerazioni facili), ha una sua plausibilità. Secondo questo racconto l’azione del governo e delle Forze dell’ordine è spesso vanificata dalla politicizzazione di una parte dei magistrati, che tendono a essere intransigenti con i reati dei colletti bianchi (specie se sono imprenditori o politici), ma indulgenti con la criminalità comune (specie se coinvolge gli immigrati).

È questo doppiopesismo o strabismo che, quasi quotidianamente, manda ai matti la destra e gli esponenti del governo.

E tuttavia, a guardare le cose più da vicino, questo quadro richiede parecchie rettifiche. Una rettifica ovvia, ma di cui faremmo bene a non scordarci mai, riguarda la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Su questo terreno la magistratura non può essere accusata di faziosità, omissioni, indulgenza verso il crimine. Sono molti i magistrati che, per la loro dedizione e integrità, in passato hanno perso la vita, o la rischiano oggi.

Ma le rettifiche più interessanti, a mio parere, ci sono fornite da due episodi di cronaca degli ultimi giorni.

Il primo è la sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell’immobile del centro sociale Spin Time Labs, occupato dal 2013. La cosa interessante è che, in questo caso, la condanna deriva dal fatto che nessun governo, dal 2020 a oggi, ha mai dato seguito all’ordine di sgombero (“sequestro preventivo”) emesso da un magistrato (il Gip di Roma). Dunque: siamo di fronte a un caso in cui la magistratura fa il suo dovere contro un’occupazione illegale, ed è il potere politico ad essere latitante. L’esatto contrario di ciò che, quotidianamente, la politica rimprovera ai giudici.

Il secondo episodio è l’uccisione, da parte di un poliziotto, di un pusher presso il bosco di Rogoredo, nota area di spaccio nei dintorni di Milano. In un primo tempo, dalle cronache dei quotidiani sembra che il pusher abbia minacciato il poliziotto con una pistola (poi rivelatasi finta) da una ventina di metri, e che il poliziotto – temendo per la propria vita – abbia reagito sparando un colpo, alla fine rivelatosi mortale.

Pochi giorni dopo si apprende che il poliziotto è indagato per omicidio volontario. Gli esponenti del centro-destra si indignano, Salvini dichiara che sta “dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”. Dall’episodio alcuni deducono la necessità di proteggere i poliziotti dall’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi in cui feriscono o uccidono compiendo il proprio dovere. Nel decreto sicurezza viene previsto un “registro separato” per i poliziotti o i cittadini che agiscano in modo violento “in situazioni di giustificazione”.

Passano i giorni e, poco per volta, emerge una storia del tutto diversa (non provata, come la prima ricostruzione). Non è chiaro se la pistola finta sia stata nelle mani del pusher ucciso, o gli sia stata messa accanto dall’uccisore. Non è chiaro perché, nonostante dopo il colpo di pistola la vittima fosse ancora viva, i soccorsi siano stati chiamati 23 minuti dopo il fatto. Soprattutto, emergono testimonianze secondo cui l’uccisore odiava l’ucciso e lo taglieggiava. Si scava nel passato del poliziotto-killer, e il quadro che emerge non è edificante.

A questo punto Salvini fa marcia indietro, e il ministro Piantedosi scarica il poliziotto, augurandosi che la giustizia faccia il proprio corso.

Anche qui la lezione che si ricava è la medesima dei due esempi precedenti: la magistratura ha fatto il proprio dovere, e semmai in difetto è la politica, che ha più volte ipotizzato uno “scudo penale” per i comportamenti controversi delle forze dell’ordine.

Ma per chi è la lezione?

Ovviamente è per il governo, e più in generale per i politici sempre pronti a cavalcare gli eventi pro domo loro. Ma in realtà è anche per noi, e quando dico noi penso ai media, e pure a me stesso come cittadino. Anch’io, come molti quotidiani e siti di notizie, lì per lì mi ero sentito dalla parte del poliziotto, e mi ero stupito dell’accusa di omicidio volontario, che sembrava avvalorare l’idea di una magistratura non imparziale, o pregiudizialmente diffidente con i comportamenti delle forze dell’ordine.

È stato un errore, a prescindere da quello che potranno concludere le indagini. Perché dovremmo saperlo che le notizie di cronaca sono quasi sempre incomplete, parziali, selettive: quindi oggettivamente tendenziose. E dovremmo regolarci di conseguenza, evitando accuratamente di trarre o suggerire conclusioni nei casi in cui i fatti non sono conosciuti o, peggio, si conosce solo una porzione selezionata dei fatti stessi.

Per una volta mi trovo pienamente d’accordo con Salvini, o meglio con il Salvini pentito, che dopo le ultime notizie provenienti dalle indagini ha dichiarato: “non entro nel merito di quello che non conosco”.

Sante parole.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 24 febbraio]