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La (prevedibile) Caporetto di Putin e quella (inquietante) degli esperti

26 Settembre 2022 - di Paolo Musso

In primo pianoPolitica

Con questo articolo vorrei provare a rispondere a due importanti questioni sollevate tempo fa da Luca Ricolfi sulla guerra in Ucraina (https://www.fondazionehume.it/politica/punire-o-fermare-putin/), che oggi sono, se possibile, ancor più attuali ed urgenti, visto ciò che sta succedendo sul campo e fuori.

Le domande poste da Ricolfi erano le seguenti:

1) se anche a questo proposito, come già era accaduto con il Covid, si sta verificando un fenomeno di intolleranza verso chi esprime posizioni non allineate con quelle del governo;

2) se bisogna «punire o fermare Putin».

Anticipo subito che la mia risposta alla prima domanda è “nì”, mentre la risposta alla seconda è “sì”, nel senso che Putin va punito, cioè sconfitto e non solo fermato. Per rispondere correttamente, però, bisogna prima porsi altre tre domande preliminari, che sono le seguenti:

1a) rispetto al primo problema, bisogna chiedersi se le due situazioni (virus e guerra) possono essere considerate equivalenti;

2a) rispetto al secondo problema, bisogna anzitutto chiedersi se l’Ucraina può conseguire una vittoria sulla Russia, altrimenti è chiaro che il problema non si pone;

2b) in secondo luogo, bisogna chiedersi se Putin può essere “solo fermato”, altrimenti, di nuovo, il problema non si pone.

Cominciamo dalla prima questione. E qui bisogna dire innanzitutto che le stesse ragioni per cui ho ripetutamente biasimato con parole durissime l’uso improprio di un “linguaggio di guerra” nella lotta al Covid impongono di riconoscere che le due situazioni non sono affatto equivalenti.

Infatti, debellare un virus è un problema scientifico, dove l’unità di intenti non serve a niente, se è fatta intorno a una strategia sbagliata. Di conseguenza, zittire chi dissente è non solo eticamente sbagliato, ma anche controproducente. In una guerra vera, invece (e noi siamo in guerra con la Russia, anche se “per procura”), la compattezza e la determinazione contano moltissimo.

Inoltre, con il Covid sono stati sicuramente commessi errori molto gravi e a volte imperdonabili (sia da parte del governo che di chi dissentiva), che hanno causato molte morti che si potevano e si dovevano evitare. Però questo non è mai stato intenzionale: nessuno voleva che gli italiani morissero di Covid, mentre Putin vuole che gli ucraini muoiano, se non si sottomettono (e forse anche se lo fanno).

Per questi motivi, diversamente dal caso del Covid, non trovo scandaloso che ci sia un limite alle opinioni a cui è giusto dare spazio a livello di dibattito pubblico. Dopotutto, l’apologia del fascismo in Italia è proibita, per cui non capisco perché non dovrebbe essere proibita anche l’apologia del putinismo. Certo, questa materia è estremamente delicata e per un paese democratico è sempre meglio rischiare di sbagliare per eccesso che per difetto di liberalità.

Ricordiamoci però che la libertà di parola garantita dalla Costituzione implica solo che chiunque possa esprimere le proprie opinioni senza essere perseguito per esse, ma non che uno abbia anche il diritto di esprimerle in televisione. Quindi, mentre devono senz’altro avere spazio nel dibattito pubblico quelle critiche all’azione del governo che riguardano l’efficacia delle sue azioni, non trovo scandaloso che ne vengano invece escluse quelle che si traducono di fatto in una quantomeno parziale giustificazione delle azioni criminali di Putin.

Giusto per fare un esempio, sarebbe sbagliato che il professor Alessandro Orsini venisse licenziato dalla sua Università per le sue folli teorie anti-occidentali, ma non trovo scandaloso che il suo Osservatorio Internazionale sia stato chiuso, così come non troverei scandaloso che non venisse più invitato ai dibattiti televisivi e trovo assolutamente corretto che, se invitato, almeno non venga più pagato dalla televisione pubblica, cioè da tutti noi.

Inoltre, non mi sembra che sulla guerra ci sia lo stesso clima che c’era sul Covid: a nessuno è stato richiesto di esibire un Green Pass di fedeltà euroatlantica per poter lavorare o circolare; nessuno è stato pestato dalla polizia per aver manifestato contro la guerra; nessuno è stato pubblicamente insultato dal Presidente della Repubblica per aver esercitato il suo diritto costituzionale di dissentire; i social media non hanno messo in atto le stesse pericolosissime strategie di censura della fake news o presunte tali; e, in generale, l’argomento non è motivo di liti violente tra le persone comuni nella vita quotidiana.

Né col Covid sarebbe stato possibile (anzi, non sarebbe stato neppure concepibile) un caso come quello di Marc Innaro, che, soprattutto all’inizio del conflitto (ora sembra essersi un po’ calmato), invitava sempre a «considerare anche le ragioni della Russia», perfino quando erano palesemente balle cosmiche. E ciò non in qualità di opinionista in un talk show, ma mentre svolgeva il suo lavoro di cronista della RAI, cioè della televisione di uno Stato che (repetita juvant) con la Russia è di fatto in guerra ed è da essa considerato, non solo di fatto, ma anche ufficialmente, «paese ostile».

Addirittura, Innaro era arrivato al punto di mostrare le cartine con l’allargamento della NATO verso Est sostenendo che queste venivano nascoste dalla RAI, mentre era lui che teneva accuratamente nascosto il fatto che tale allargamento si è verificato tra il 1999 (quando Putin non era nemmeno Presidente) e il 2004, cioè 18 anni fa, a seguito di un preciso trattato (tuttora in vigore) tra la NATO stessa e la Russia, il che significa che il suddetto allargamento non ha nulla a che vedere con ciò che sta accadendo oggi.

Ora, se un cronista di un telegiornale della RAI si fosse azzardato, anche solo qualche mese fa, a dire che le strategie anti-Covid del governo hanno contribuito a causare la pandemia sarebbe stato immediatamente rimosso e forse anche denunciato, nonostante che ciò fosse la pura verità. Innaro invece, pur avendo detto (ripetutamente) che la politica della NATO (e quindi anche del nostro governo) ha contribuito a causare la guerra, è ancora al suo posto nonostante che ciò sia completamente falso. E quando per questo è stato (giustamente) criticato, diversi intellettuali lo hanno difeso gridando addirittura alla censura.

Infine, mentre sul Covid l’opposizione era quasi tutta di destra, sulla guerra c’è anche a sinistra, anche se non all’interno dell’establishment del suo principale partito di riferimento, il PD. È però molto significativo che il PD stesso giustifichi la sua ostilità a Putin definendolo “fascista”, affermazione semplicemente grottesca che ricorda i mitici servizi del TG3 che, quando ci fu la caduta del comunismo in Romania, parlava degli eroici insorti che combattevano «contro i fascisti di Ceausescu» (su questo punto, però, andrebbe fatto un discorso più ampio, che mi riservo per un prossimo articolo).

È vero che questa maggiore dialettica dipende, paradossalmente, più da ragioni ideologiche che da una ritrovata apertura mentale (sul Covid la base della sinistra era più compatta perché è tendenzialmente scientista, mentre sulla guerra lo è meno perché il pacifismo è ancora molto forte), però c’è.

Non per nulla, da quando ha rotto col PD Conte ha cominciato un po’ alla volta a correggere il tiro, prima cautamente, poi in modo sempre più deciso (sì all’invio delle armi, no all’aumento delle spese militari; le sanzioni alla Russia restano, ma non devono comportare sacrifici per gli italiani; l’appoggio all’Ucraina non si discute, ma il governo deve impegnarsi per favorire un negoziato con la Russia; Putin è ingiustificabile, ma la colpa è anche di Zelensky…), cercando, a quanto pare con discreto successo, di rubargli questa parte di elettorato.

Dove invece c’è davvero un clima di forte intolleranza è sulla grande stampa, su cui si leggono spesso e volentieri attacchi violenti e sguaiati contro chi esprime posizioni critiche, che viene automaticamente bollato come filo-Putin anche se si limita ad esprimere dubbi sull’efficacia della linea scelta dal nostro governo e, in particolare, delle sanzioni. Peraltro, bisogna riconoscere che pure la stampa di opposizione quanto a faziosità non scherza e se si nota meno è solo perché è largamente minoritaria. In altre parole, si sta qui ripetendo lo stesso schema del Covid, con la “maggioranza Ursula” contro i “populisti” o, se si preferisce, le “persone civili” contro gli “impresentabili”.

Quindi, come avevo anticipato, la mia risposta alla prima questione sollevata da Ricolfi è “nì”, nel senso che vedo sicuramente un eccesso di intolleranza verso gli avversari abbastanza preoccupante (da entrambe le parti, anche se certamente assai di più da quella che difende l’establishment), ma non vedo invece, come sul Covid, un muro compatto di “pensiero unico” che non lascia nessuno spazio a chi la pensa diversamente.

In compenso, quello che non è cambiato per nulla rispetto al Covid è il comportamento degli esperti, non solo quelli presunti, ma anche quelli veri, che ancora una volta sembrano gravemente disconnessi dalla realtà. E ciò è tanto più preoccupante se si considera che si tratta di persone completamente diverse, che però si sono comportate più o meno allo stesso modo: sbagliando quasi tutte le previsioni e, quel che è più grave, senza mai riconoscere i propri errori.

A questa autentica ed estremamente preoccupante “Caporetto degli esperti”, che si verifica ormai regolarmente in relazione a pressoché qualsiasi problema, mi riprometto di dedicare una riflessione a parte appena possibile, anche perché ci sono già molti segni che sull’ecologia rischia di andare ancor peggio, con conseguenze ancor più gravi. Ora, però, concentriamoci sulla seconda domanda preliminare che ho posto: l’Ucraina può sconfiggere la Russia?

La mia risposta è: assolutamente sì (a patto, ovviamente, che l’Occidente continui ad aiutarla). E, se mi è permessa l’immodestia, pur senza essere un esperto di cose militari questo l’avevo già scritto in un mio articolo (https://www.fondazionehume.it/reality-check/e-se-sulla-no-fly-zone-avesse-ragione-zelensky/) apparso su questo sito il 15 marzo, cioè appena tre settimane dopo l’inizio della guerra, quando tutti (ma proprio tutti), pur sorpresi dalla “inattesa” (in realtà prevedibilissima) resistenza ucraina, discutevano solo su quanto ciò avrebbe ritardato la “inevitabile” vittoria russa.

Nell’articolo in questione, invece, io sostenevo che con la creazione di una no fly zone, come richiesto da Zelensky, l’Ucraina avrebbe potuto vincere e avevo anche spiegato per filo e per segno il perché. E i fatti mi stanno dando ragione, anche se alla fine la no fly zone, non è stata istituita formalmente, ma è stata ugualmente creata di fatto.

Come avevo scritto, infatti, «la no fly zone potrebbe essere istituita senza bisogno di entrare fisicamente in Ucraina, giacché la NATO ha la capacità tecnologica di abbattere gli aerei russi con missili a guida elettronica posizionati all’esterno del territorio ucraino (nella seconda guerra contro Saddam i bombardamenti preliminari sono stati effettuati in gran parte con missili di questo tipo, lanciati da navi posizionate a centinaia di chilometri di distanza, e, a dispetto delle facili ironie sui missili “intelligenti”, hanno quasi sempre fatto centro)».

L’unica differenza rispetto allo scenario che avevo delineato è che anziché lanciare noi questo tipo di missili li abbiamo passati agli ucraini perché lo facessero loro. E l’unico motivo per cui avevo suggerito di prendere in seria considerazione di farlo noi era che in quel momento sembrava difficile riuscire a recapitare in tempo questo tipo di armi. Ma per fortuna gli ucraini sono riusciti a resistere fino al loro arrivo e ciò ha rovesciato le sorti della guerra.

La questione, infatti, è estremamente semplice: le guerre moderne si vincono con la tecnologia, mentre la Russia è rimasta ancora agli anni Settanta, sia per la qualità degli armamenti che per la dottrina militare, che è tuttora basata sulla forza del numero (soprattutto dei carri armati) e sull’attacco in massa. E ciò non per caso, ma perché la Russia non è guidata da un “fascista”, come sostengono ipocritamente gli ex comunisti (neanche tanto ex) di casa nostra per giustificare il loro voltafaccia nei confronti del loro alleato storico (e intanto, già che ci sono, dare una bottarella ai loro avversari politici), ma da un ex ufficiale del KGB, che si è formato (cioè ha subito il lavaggio del cervello: perché questo è ciò che succedeva) negli anni Settanta ed è rimasto mentalmente “bloccato” in quegli schemi di comportamento.

Ora, l’attacco in massa è efficace a parità di mezzi. Ma se l’altra parte ha mezzi tecnologicamente superiori, capaci di colpire a grande distanza con estrema precisione, le enormi masse di uomini, di mezzi e, soprattutto, di depositi per i rifornimenti si trasformano di colpo in enormi bersagli, facilissimi da colpire. E questo è esattamente ciò che è successo da quando agli ucraini sono arrivati i micidiali missili americani Himars, più o meno all’inizio di luglio.

In quel momento la Russia ha perso la guerra. Eppure, nessuno è sembrato accorgersene. E, a quanto pare, quasi nessuno continua ad accorgersene neanche adesso. Infatti, in questi mesi i vari esperti hanno continuato a esprimere dubbi o addirittura a ironizzare sul contrattacco annunciato da Zelensky, che sembrava non partire mai, senza rendersi conto che gli ucraini stavano semplicemente facendo all’esercito russo quello che gli americani avevano fatto all’esercito di Saddam Hussein (che tra l’altro utilizzava armamenti sovietici, molto simili a quelli usati dai russi in Ucraina): hanno distrutto sistematicamente per settimane la logistica russa alle spalle delle loro linee con attacchi missilistici ad alta precisione fino a quando le truppe al fronte sono rimaste senza viveri e senza munizioni; e quando ciò è accaduto sono avanzate rapidamente, senza neanche bisogno di combattere, semplicemente perché il nemico non era più in grado di farlo.

Il crollo improvviso e rapidissimo del fronte russo dopo una fase di apparente stallo di quasi due mesi, che tanto ha sorpreso i nostri esperti nonostante fosse un film già visto e rivisto (le due Guerre del Golfo e l’intervento in Serbia), non è quindi per nulla affatto sorprendente, ma è semplicemente la logica conseguenza delle strategie di guerra scelte dalle due parti. Eppure, tutti hanno continuato a discettare come se niente fosse, avanzando le ipotesi più fantasiose sul perché e il percome i russi siano scappati da un giorno all’altro, senza combattere e abbandonando perfino le armi. Forse i nostri esperti militari hanno bisogno che qualcuno gli spieghi che senza munizioni le armi non servono a molto…

Eppure, non era tanto difficile capirlo, tanto più che tutto era stato spiegato per filo e per segno già il 18 luglio da Yulia Latynina in un articolo di un’intera pagina pubblicato su La Stampa, in cui tra l’altro aveva scritto esplicitamente che «l’esercito ucraino non avanzerà prima di aver distrutto tutti i magazzini». Addirittura, non era difficile neppure stimare quando sarebbe successo. Dopo aver letto l’articolo e facendo un calcolo a spanne sul ritmo a cui procedeva la distruzione della logistica russa, basandomi semplicemente sulle notizie dei telegiornali, ne avevo dedotto che l’attacco di terra ucraino sarebbe partito entro settembre e in poche settimane avrebbe ricacciato i russi da tutti i territori occupati dall’inizio della guerra. Sul primo punto ci ho azzeccato in pieno, sul secondo vedremo, ma, almeno per ora, mi sembra che le cose vadano in quella direzione.

Una volta di più, come già ho fatto ripetutamente con il Covid, vorrei sottolineare che non mi sto attribuendo per questo particolari meriti o una particolare intelligenza, perché si tratta di stime davvero molto facili, che chiunque abbia un minimo di capacità di ragionamento e una appena decente cultura generale dovrebbe essere in grado di fare. La vera questione, perciò, non è come è possibile che ci sia riuscito io, bensì come è possibile che non ci siano riusciti gli esperti. Ed è una questione così seria che, come ho già detto, ci tornerò in un articolo a parte.

Qui, invece, vorrei notare come la valutazione errata di questo punto fondamentale se ne porti dietro a cascata molti altri, il più importante dei quali è la valutazione dell’operato di Zelensky, che troppi ancora accusano, più o meno esplicitamente, di essere almeno in parte corresponsabile di ciò che sta accadendo per via della sua determinazione a cercare una vittoria ritenuta (erroneamente) impossibile.

Anche su questo sito Cofrancesco sostiene da tempo che quando opporre resistenza comporta devastazioni troppo gravi è meglio non farlo, accettando temporaneamente l’occupazione nemica e confidando che, come tutte le cose umane, prima o poi avrà termine. E di per sé è un ragionamento sensato, tanto che questa scelta è stata fatta diverse volte nella storia: per restare ai paesi dell’area sovietica, non solo dalla Cecoslovacchia di fronte all’invasione sovietica, come da lui ricordato, ma anche dalla Polonia di fronte al golpe di Jaruzelsky. Tuttavia, qui la situazione è ben diversa, giacché a rischiare la distruzione totale non è l’Ucraina, bensì l’esercito russo.

Inoltre, non va mai dimenticato che la decisione su come reagire a un’aggressione spetta solo e soltanto all’aggredito. Consigliare agli ucraini di non combattere è lecito, se si è convinti che sia la cosa migliore per loro (un po’ meno se lo si fa perché convinti che sia la cosa migliore per noi…). Pretendere che lo facciano e biasimarli se, come è accaduto, decidono diversamente, scegliendo di resistere anche a costo di morire, sarebbe invece inaccettabile.

Ancor più sbagliata è l’idea per cui sarebbe Zelensky a imporre una linea estremista al suo popolo, che ultimamente nasce dal pregiudizio, di derivazione marxista, per cui sono sempre sono le élites a volere le guerre e non i popoli (quanto profondamente il marxismo abbia influenzato il pensiero occidentale, compreso quello degli anticomunisti dichiarati, è un altro tema a cui prima o poi dedicherò un articolo a sé). È vero invece esattamente il contrario: è il popolo che ha scelto di combattere, come ci hanno dimostrato i molti ucraini che vivevano al sicuro in Italia, spesso con tutta la famiglia, eppure hanno scelto di tornare in patria a combattere, pur non essendo obbligati a farlo e non essendo certo stati plagiati dalla propaganda del governo, dato che qui avevano modo di ascoltare tutte le campane.

Così stando le cose, Zelensky non avrebbe comunque potuto scegliere di arrendersi, neanche se fosse stato convinto che era la cosa giusta, perché se l’avesse fatto sarebbe stato immediatamente destituito e allora sì che molto probabilmente sarebbe arrivato al suo posto qualche estremista. Perciò dovremmo essergli grati per avere invece scelto (giustamente e coraggiosamente) di restare a guidare la lotta contro l’invasore, come il popolo che aveva giurato di servire gli chiedeva, e per averlo fatto non solo con grande abilità, ma anche con grande equilibrio (a meno che non si consideri sintomo di estremismo il semplice fatto di voler vincere la guerra, come pensa per esempio Giuseppe Conte).

E così siamo finalmente arrivati alla seconda questione sollevata da Ricolfi: posto che, come spero di aver dimostrato (e come comunque i fatti si stanno incaricando di dimostrare molto meglio di me), la vittoria dell’Ucraina è possibile, essa è anche auspicabile oppure i costi e i rischi che comporta rendono preferibile fermarsi a un certo punto, almeno per noi europei?

Ricolfi propende chiaramente per la seconda risposta, ma ciò, come lui stesso dice, dipende in gran parte dal fatto che è convinto che la guerra rischia di durare per anni, con conseguenze economiche pesantissime per l’Europa. A me invece questo è sempre sembrato altamente improbabile e più ancora adesso, visto come si stanno mettendo le cose sul campo.

Inoltre, se i russi verranno cacciati rapidamente dai territori occupati, anche l’altro aspetto che preoccupa Ricolfi, cioè il rischio di un incidente nucleare, è destinato a scomparire, perché le centrali non si troveranno più in zona di guerra. Senza contare, poi, che in realtà nessun incidente nucleare potrebbe avere conseguenze fuori dall’Ucraina, così come non ne ha avute la fantomatica nube radioattiva di Cernobyl, checché ne dicano gli antinuclearisti militanti, che sono i primi colpevoli della nostra disastrosa dipendenza dal gas russo (ma anche su questo dovrò tornare in un articolo a parte, perché il nucleare, sia militare che civile, è uno degli argomenti su cui la disconnessione tra ragione e realtà è massima).

Certo, andare a riprendersi anche la Crimea, come Zelensky ha detto chiaramente di voler fare («Tutto questo è cominciato in Crimea e finirà in Crimea»), potrebbe essere una faccenda più seria. Ma forse anche no. Forse è arrivato il momento di prendere atto che Zelensky non è affatto un demagogo che fa proclami campati in aria e che tutte (ma proprio tutte) le cose che ha detto finora erano una fedele descrizione della realtà e tutte (ma proprio tutte) le previsioni che ha fatto finora si sono realizzate (certo, anche perché ben supportato dall’intelligence americana). Ciò non significa, ovviamente, che sia infallibile, però bisognerebbe almeno cominciare a considerare seriamente l’eventualità che se dice che riprendersi la Crimea è possibile, forse è possibile davvero.

In ogni caso, la valutazione sul da farsi dipende in modo cruciale dalla terza e ultima questione preliminare che ho posto, ovvero: Putin può essere “solo” fermato?

La mia riposta è no. Come ho già detto nel mio precedente articolo, mi sembra abbastanza evidente che Putin è pazzo, se non del tutto, almeno all’87% o giù di lì. Ma anche chi non condivida questo giudizio ha comunque l’onere di spiegare perché ci si dovrebbe fidare di uno che in tutta la sua vita non ha mai accettato di fare compromessi con nessuno e le poche volte che ha stretto qualche accordo l’ha fatto solo per prendere tempo e l’ha violato non appena ha potuto.

Anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare, quindi, non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo.

Che poi questo sarà quasi certamente impraticabile, perché devasterebbe il paese e non basterebbe in ogni caso a ricuperare il ritardo tecnologico rispetto all’Occidente, che non è solo una questione di soldi, è vero, ma è un altro discorso. Per quanto irragionevole e velleitaria, la direzione di marcia scelta dal leader russo (o neo-sovietico, come sarebbe più esatto dire) è chiarissima e dimostra una volta di più la psicopatologia paranoide di cui è vittima.

La verità è che questa guerra si può concludere in un solo modo: con la caduta di Putin, che di fatto vuol dire con la sua morte, perché lui non accetterà mai di lasciare il potere spontaneamente, né i suoi, una volta deciso di sbarazzarsene, glielo chiederebbero con le buone.

Naturalmente può darsi che ciò si riveli impossibile (anche se, come spiegherò fra poco, vi sono diverse buone ragioni per crederci) e che alla fine ci vediamo costretti ad accettare una soluzione meno soddisfacente. Ma sarebbe, appunto, una soluzione meno soddisfacente.

Quindi, se la domanda è, per usare le parole di Ricolfi nell’articolo citato, «che cosa significhi vincere», cioè qual è la soluzione più soddisfacente, la caduta di Putin mi sembra l’unica risposta possibile, sia per noi che per gli Stati Uniti (e, ovviamene, l’Ucraina). Anzi, per noi ancor più che per gli Stati Uniti: perché se è vero che l’Europa subisce più degli USA le conseguenze negative della guerra, è altrettanto vero che subirebbe ancor di più le conseguenze negative della “falsa pace” con una Russia ancora putiniana, che costituirebbe un fattore di instabilità permanente a tutti i livelli a poche centinaia di chilometri dai nostri confini.

E quindi sì: Putin deve essere “punito” e non “solo fermato”, cioè deve essere militarmente umiliato e non “semplicemente” sconfitto, anzitutto perché, come ho appena cercato di spiegare, la seconda opzione non è realistica e poi perché solo così si può sperare di provocarne la caduta.

Su questo punto, però, grava un ultimo equivoco, che va dissipato. Quando si fa questo genere di discorsi, infatti, salta regolarmente fuori lo spettro della Repubblica di Weimar, che favorì l’ascesa al potere di Hitler, per cui si conclude che non bisogna mai umiliare il nemico sconfitto, ma bisogna sempre lasciargli una via di uscita onorevole. Ma, a parte il fatto che ciò funziona solo con chi è disposto ad approfittare di tale via di uscita (e Putin non lo è), in tal modo si confondono due questioni profondamente diverse fra loro.

Una cosa, infatti, è dire che non si deve umiliare un popolo sconfitto: questo è senz’altro giusto e, se e quando la Russia sarà stata sconfitta e “deputinizzata”, bisognerà stare attenti a tenderle subito la mano per riportarla nell’orbita europea, a cui naturalmente appartiene, sia per cultura che per geografia (perché, anche se la maggior parte del territorio russo si trova in Asia, le città in cui vive la sua classe dirigente sono tutte in Europa e all’Europa, e non all’Asia, hanno sempre guardato).

Altra cosa, completamente diversa (e completamente sbagliata), è invece dire che non si deve umiliare un regime. La storia dimostra infatti che le sconfitte militari, specie se umilianti, sono quasi sempre fatali alle dittature: è stato così nella Seconda Guerra Mondiale, con il nazismo in Germania, il fascismo in Italia e la casta teocratico-militarista che governava il Giappone in nome dell’Imperatore-Dio; è stato così con il regime dei colonnelli in Grecia, caduto dopo l’invasione di Cipro da parte della Turchia; è stato così con la dittatura di Videla in Argentina, crollata dopo la disfatta nella guerra con l’Inghilterra per le Malvinas; e la disastrosa quanto inattesa sconfitta in Afghanistan ha certamente favorito la caduta del regime comunista sovietico. Oltre a questi esempi, va poi menzionata l’umiliante disfatta subita nella Guerra dei Sei giorni contro Israele, che non fece cadere i regimi di Egitto e Giordania, ma ne favorì la trasformazione in senso più moderato.

Anche l’altra tesi, molto popolare e strettamente collegata alla precedente, secondo cui così si finirebbe per spingere la Russia tra le braccia della Cina, se analizzata attentamente non sta in piedi.

Anzitutto, una tale alleanza ha dei limiti precisi e invalicabili, stabiliti dagli interessi economici e geopolitici cinesi, per cui non potrà mai andare oltre un certo punto, che verosimilmente è già stato raggiunto da tempo.

Come avevo scritto nel mio articolo precedente, infatti, la Cina, più che a sostenere la Russia, «semmai avrebbe interesse a lasciarci scannare tra di noi (ma neanche tanto, altrimenti poi a chi venderebbe le sue merci?)». E questo è esattamente ciò che è accaduto: la Cina ha dato a Putin un sostegno moderato (più a parole che a fatti, per la verità) finché c’è stata una ragionevole probabilità che potesse vincere in tempi brevi, perché ciò avrebbe indebolito l’Occidente senza compromettere troppo gli assetti globali. Non appena, però, è diventato evidente che ciò non era più possibile, Xi l’ha scaricato e ha cominciato a premere per l’immediata cessazione delle ostilità, così come l’India, che ragiona più o meno allo stesso modo perché ha più o meno gli stessi interessi.

Ma la Cina ha pure un altro problema, perché da tempo ha basato la sua politica estera sulla crescita del suo “soft power” nei paesi del Terzo Mondo, che la guerra, bloccando le esportazioni di grano dall’Ucraina, sta mettendo seriamente in crisi. Questo poteva essere ritenuto un prezzo accettabile da pagare per un breve periodo in cambio di un significativo indebolimento dell’Occidente, ma ciò che la Cina non può invece assolutamente permettersi è di apparire corresponsabile di un prolungamento della guerra a tempo indeterminato, che ridurrebbe alla fame molti paesi poveri che ha attirato o sta cercando di attirare nella sua orbita.

Inoltre, per poter aumentare gli scambi commerciali con chicchessia c’è un’indispensabile condizione preliminare – cioè produrre qualcosa di vendibile – che la Russia (materie prime a parte) da molto tempo non è in grado di soddisfare. E meno ancora dopo le sanzioni, che faranno male anche a noi (anche se il vero problema, quello del gas, ha ben poco a che fare con esse), ma alla Russia di più: infatti, hanno già causato una caduta del suo PIL superiore al 12% (giacché al -6% rilevato va sommato il mancato aumento di oltre il 6% atteso come “effetto rimbalzo” post-Covid).

Anche le esportazioni dalla Russia verso la Cina, ben lungi dall’aumentare, sono invece scese più o meno della stessa quantità. E teniamo presente che le entrate russe in questo periodo sono gonfiate artificialmente dall’assurda crescita del prezzo di gas e petrolio, che però è un fenomeno essenzialmente speculativo e quindi destinato prima o poi a finire, per cui in prospettiva il vero “rosso” del bilancio russo è ancor più grave, anche nei confronti della Cina.

D’altra parte, nei limiti appena descritti, entro i quali soltanto tale alleanza è possibile e oltre i quali non potrà in ogni caso andare, essa si è già verificata da tempo, addirittura prima dell’invasione dell’Ucraina, perché Putin sapeva perfettamente che ciò avrebbe segnato una rottura insanabile con l’Occidente. E non solo lo sapeva, ma lo voleva, giacché l’Occidente è sempre stato il suo primo e vero bersaglio, come si evince chiaramente dai suoi discorsi, in cui ha sempre messo al primo posto come motivazione dell’attacco che la Russia era stufa di essere considerata una potenza di serie B.

Di conseguenza, quello di cui dovremmo realmente preoccuparci non è come evitare che si crei un’alleanza tra Russia e Cina, ma piuttosto come spezzare quella, pur limitata, che già esiste: e l’unico modo è togliere di mezzo Putin, perché fino a quando ci sarà lui al potere, comunque vadano le cose, un riavvicinamento all’Occidente è impensabile.

Ora, se tutto quel che abbiamo detto fin qui è giusto, ne segue che la vera domanda non è tanto fino a dove deve arrivare la controffensiva ucraina, ma fino a quando. E la risposta non può essere che una: fino a quando Putin verrà abbattuto.

E questo momento potrebbe essere più vicino di quel che si crede. Negli ultimi giorni, infatti, Putin si è molto indebolito: ci sono chiari segni di disgregazione nell’esercito, composto in maggioranza da soldati di leva poco preparati e ancor meno motivati; la parola proibita “guerra” è stata pronunciata alla televisione, che pure è sotto il ferreo controllo del regime; diversi personaggi hanno richiesto pubblicamente le dimissioni di Putin; la “mobilitazione parziale” sta provocando rivolte e fughe di massa; il leader ceceno Kadyrov (praticamente una sua marionetta) ha criticato pubblicamente il modo in cui sono state gestite le operazioni militari e la mobilitazione; lo scellerato Patriarca Kirill ha pubblicamente pregato perché l’esercito russo non commetta più errori; e, soprattutto, il regime non riesce più a nascondere la verità alla popolazione.

Tutte queste cose erano inimmaginabili solo due settimane fa e l’esperienza insegna che in genere quando questi processi cominciano diventano rapidamente inarrestabili e finiscono con la caduta del regime. Ovviamente non possiamo averne la certezza, perché la storia non è un teorema di matematica, ma ci sono almeno ragionevoli speranze che lo stesso stia per accadere in Russia.

Anche la “mobilitazione parziale” proclamata da Putin non è una mossa strategica, ma solo il frutto dall’ostinazione di un uomo ormai completamente disconnesso dalla realtà. Non sono infatti i soldati che mancano al suo esercito, bensì i mezzi, che erano obsoleti già in partenza (anche se i nostri esperti militari per almeno due mesi sembravano non esserne consapevoli) e sono destinati a diventarlo sempre più, man mano che gli ucraini continueranno a ricevere armi tecnologicamente all’avanguardia e i russi a perdere le poche di cui disponevano. Richiamare i riservisti non cambierà quindi di una virgola i rapporti di forze al fronte, mentre rischia di cambiarli parecchio a Mosca.

E in fondo anche Putin lo sa. I grotteschi “referendum” per l’annessione delle pseudo-repubbliche del Donbass hanno infatti un’unica funzione, peraltro esplicitamente dichiarata: quella di rendere credibile la minaccia di usare le armi nucleari, che cominciava ad essere un po’ usurata dopo tanti proclami al vento, dichiarando le località che ancora restano in mano alla Russia parte integrante del suo territorio. E ciò significa che Putin è consapevole (anche se non lo ammetterà mai, nemmeno con sé stesso) che ormai non è più in grado di difenderle con le armi convenzionali.

Questo spiega anche perché non abbia neppure tentato di simulare una consultazione regolare, come anche le più sgangherate dittature del Terzo Mondo hanno sempre fatto, mostrando anzi sfacciatamente la gente che votava di fronte alle telecamere della televisione russa anziché in cabina elettorale, con i funzionari russi che indicavano dove mettere la croce sulla scheda. È come se Putin ci stesse dicendo: «Vedete? Io faccio quello che voglio. Posso tranquillamente sbattervi in faccia che i referendum nel Donbass sono una farsa e ciononostante annettermelo lo stesso. Quindi prendetemi sul serio anche quando dico che sono pronto a usare l’atomica».

E questo ci porta all’ultima questione, la più grave di tutte: fino a che punto dobbiamo prenderlo sul serio e, di conseguenza, fino a che punto possiamo sfidarlo?

Certo, il rischio esiste e non va sottovalutato. Ma neanche sopravvalutato. Perché non è che Putin giri con i missili nucleari infilati nel taschino della giacca. Quella del “bottone dell’apocalisse” è solo una metafora, che confonde le idee anziché chiarirle. Nessuno, neanche Putin, ha il potere di scatenare da solo una guerra nucleare. Perché ciò accada è necessaria l’attivazione di una complessa catena di comando che richiede la collaborazione di diverse persone all’interno del governo e dell’esercito.

Ora, Putin è probabilmente abbastanza pazzo per farlo davvero, ma è difficile credere che lo siano anche tutti quelli che dovrebbero collaborare con lui, pur sapendo che ciò comporterebbe l’annientamento totale del loro paese, compresi loro stessi e le loro famiglie. E ciò vale a maggior ragione dopo aver visto con i loro occhi dove Putin li ha portati con la sua ottusa ostinazione e la sua totale inettitudine: forse qualcuno potrebbe essere disposto a sacrificare tutto per un capo che ammira, ma chi lo farebbe per uno che disprezza?

Più realistica è invece la possibilità di un uso limitato di armi nucleari tattiche, di minor potenza e gittata, destinate al solo campo di battaglia, tanto più che la dottrina militare sovietica, che fin qui Putin ha seguito pedissequamente in ogni dettaglio, l’ha sempre contemplata, e non solo in funzione difensiva, ma anche offensiva (benché, ancora una volta, molti esperti militari nostrani sembrino ignorarlo). Tuttavia, anche questa opzione, esaminata attentamente, appare difficilmente praticabile.

Anzitutto, infatti, la linea del fronte è ormai così vicina al confine che solo ordigni di potenza molto limitata (e quindi anche di limitata efficacia) potrebbero essere usati senza rischiare di causare un fall-out radioattivo sulle zone contese del Donbass o addirittura sullo stesso territorio russo. Se poi gli ucraini dovessero entrare in questi territori, le armi nucleari dovrebbero essere usate addirittura al loro interno, sterminando quelle stesse popolazioni russofone che si vorrebbero proteggere.

Inoltre, intorno alle armi nucleari c’è un tale clima di terrore, in parte giustificato e in parte irrazionale (ma mai come in questo caso sia benvenuta l’irrazionalità), che contro il loro uso si è creato un “tabù” quasi sacrale. Se la Russia dovesse infrangerlo, susciterebbe un tale orrore in tutto il mondo che praticamente nessun paese (tranne, forse, la Corea del Nord e la Siria) sarebbe più disposto ad averci a che fare. Putin pagherebbe quindi un prezzo altissimo in cambio di un vantaggio militare molto limitato e ciò rende anche questa opzione piuttosto improbabile.

Certo, avendo a che fare con uno psicopatico un minimo di rischio inevitabilmente rimane, ma ci sono due considerazioni finali che, come suol dirsi, tagliano la testa al toro.

In primo luogo, per quanto pericoloso possa essere tentare di abbattere Putin, lasciarlo al potere in questa situazione lo sarebbe ancor di più perché, come ho già detto prima, si tratterebbe solo di una tregua, che lui sfrutterebbe per riorganizzarsi e preparare un’altra guerra ancor peggiore. Qualsiasi altra opzione, infatti, equivarrebbe ad ammettere la sconfitta, cosa che Putin non può fare, anzitutto perché la cosa è per lui semplicemente inconcepibile e poi perché non gli verrebbe mai perdonata e porterebbe ben presto alla sua fine.

In secondo luogo, se l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin si dovesse concludere con la sua caduta, ciò rappresenterebbe un potente deterrente anche per le mire cinesi su Taiwan. Ma se invece riuscisse a ricavarne un qualsiasi vantaggio, anche minore di quello sperato, questo per la Cina si tradurrebbe in un incoraggiamento a seguire la sua stessa strada, con conseguenze che sarebbero ben più gravi per il mondo intero.

Non è certo un caso, del resto, che l’Operazione Speciale di Putin sia scattata appena sei mesi dopo la vergognosa fuga dell’Occidente dall’Afghanistan. Sia la storia dell’umanità che quella personale di ciascuno di noi insegnano infatti univocamente che dimostrare di aver paura dei prepotenti ha sempre e soltanto un unico effetto: quello di farli diventare ancor più prepotenti.

P.S. Da ultimo, mi si consenta una parola sulla morte di Darya Dugina, che in tanti hanno condannato, compreso il Papa e, su questo sito, Cofrancesco, due persone che stimo moltissimo, ma che stavolta non riesco davvero a capire.

Certo, è normale che istintivamente l’uccisione di una donna inerme nella sua automobile ci colpisca più di quella di un soldato armato di tutto punto al fronte. Ma se superiamo la reazione emotiva e proviamo a usare la ragione, allora vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse perché sarebbe lecito uccidere i sodati russi, perlopiù poveri ragazzi di leva che fanno quel che fanno solo perché costretti, mentre non sarebbe lecito uccidere una delle persone che più si è spesa perché fossero mandati a forza in Ucraina ad ammazzare e a farsi ammazzare.

Ancor meno capisco come Cofrancesco possa parlare al proposito di «atto terroristico». Terrorismo sarebbe stato se la bomba avesse ucciso dei civili russi innocenti: e qui sono d’accordo con lui che un atto del genere non sarebbe giustificabile, anche se è quello che i russi fanno regolarmente tutti i giorni in Ucraina, perché non si può combattere il Male con il Male.

Ma Darya Dugina non era affatto innocente. Collaborava attivamente col padre, Alexander Dugin, uno dei più fanatici intellettuali ultranazionalisti, teorico della guerra totale tra Russia e Occidente, nel sostenere l’invasione dell’Ucraina, Inoltre, dirigeva in prima persona un sito che sfornava fake news a getto continuo per giustificarla, sia in patria che nei paesi occidentali. Le sue parole hanno causato più morti di qualsiasi fucile, cannone o missile russo.

Ciò che faceva, anche se su scala più ridotta, era in buona sostanza ciò che Goebbels faceva per Hitler. E non credo proprio che né Cofrancesco né Papa Francesco avrebbero avuto nulla da ridire se qualcuno avesse messo una bomba sulla macchina di Goebbels (sempre poi che siano stati davvero gli ucraini, perché la versione russa fa acqua da tutte le parti; ma non è questo il punto).

Non si può mai essere contenti quando muore un essere umano. Ma, tra le tante morti assurde causate dalla sporca guerra di Putin, se ce n’è una che meno delle altre merita le nostre lacrime, ebbene, questa è proprio la morte di Darya Dugina.

 

Paolo Musso

E se sulla no fly zone avesse ragione Zelensky?

15 Marzo 2022 - di Paolo Musso

In primo pianoReality Check

Se c’è un aspetto della folle guerra in Ucraina (la più insensata che abbia mai visto da quando sono al mondo) su cui tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo, è che di qualsiasi cosa possiamo discutere, tranne che di un attacco diretto della NATO contro i russi. Per questo nessuno ha mai preso seriamente in esame la richiesta del presidente ucraino Zelensky di istituire una no fly zone sull’Ucraina, perché, si dice, questo significherebbe dover abbattere gli aerei russi che la violassero e quindi la guerra.

Secondo me invece la cosa non è affatto così ovvia e scontata come sembra e merita almeno di essere seriamente discussa.

Cominciamo col notare il modo gravemente impreciso e fuorviante in cui il principio è stato enunciato dal presidente americano Joe Biden e poi ripetuto a pappagallo da tutti gli altri leader europei: “Non si può attaccare la Russia perché vorrebbe dire iniziare la Terza Guerra Mondiale”.

Ora, per parlare di guerra mondiale bisognerebbe che altri paesi si schierassero al fianco della Russia. Ma non si capisce chi e perché dovrebbe mai farlo, a cominciare dalla Cina, che semmai avrebbe interesse a lasciarci scannare tra di noi (ma neanche tanto, altrimenti poi a chi venderebbe le sue merci?). Inoltre e soprattutto, quello che nessuno dice (compresi i generali da talk show, molti dei quali stanno facendo la stessa pessima figura che hanno fatto i virologi da talk show) è che questa sarebbe una scelta suicida, perché in una guerra convenzionale con la NATO la Russia non ha nessuna possibilità di vincere.

So che gli esperti usano indicatori molto complessi e sofisticati, dai quali risulta che l’esercito russo è molto temibile, quasi allo stesso livello di quello americano, ma ciò è clamorosamente contraddetto da quanto stiamo vedendo sul campo. E temo che il motivo sia assai simile a quello che ha portato molti esperti a fare valutazioni clamorosamente sballate sul Covid: fissarsi troppo sui dettagli perdendo di vista il quadro complessivo, per comprendere il quale risulta spesso molto più efficace basarsi non su tutti i fattori in gioco (cosa oltretutto impossibile), bensì su quei pochi che sono realmente significativi. E per quanto riguarda la guerra moderna tali fattori sono essenzialmente due: i soldi e l’aviazione.

Ora, quanto al primo, noi siamo così abituati a discettare sul declino dell’Occidente e, in particolare, degli USA, solo perché hanno avuto per quattro anni un Presidente un po’ stravagante (ma comunque, almeno in politica estera, molto più accorto di Obama e, per quanto si è visto finora, anche di Biden), che non ci rendiamo più conto di quanto immensa sia ancora la superiorità economica e quindi militare degli Stati Uniti. Nel mondo moderno, infatti, non è possibile essere un nano economico e un gigante militare, perché il vero potere bellico non viene dal numero, ma dalla tecnologia. Ora, la tecnologia avanzata costa un occhio della testa, richiede una continua manutenzione e diventa rapidamente obsoleta: di conseguenza, per mantenere un’elevata capacità militare non basta avere speso molto in passato, ma bisogna continuare a spendere molto.

Per questo, un modo molto rapido e abbastanza preciso per valutare la forza reale di un esercito è guardare il suo bilancio. Ebbene, la Russia, che ha un PIL inferiore a quello dell’Italia, spende attualmente per il suo esercito 44 miliardi di dollari all’anno, contro gli 11,6 della Spagna, i 29,2 dell’Italia, i 40,5 della Francia, i 47,5 della Gran Bretagna e i 49,1 della Germania, mentre gli Stati Uniti spendono ben 716 miliardi all’anno, cioè oltre 16 volte più dei russi, e la Nato nel suo insieme, anche senza considerare la Turchia (la cui lealtà al momento è tutt’altro che sicura), oltre 20 volte di più. Basterebbe questo per capire che non c’è partita.

Con questi numeri, infatti, è impossibile avere un esercito che unisca quantità e qualità: e siccome i russi hanno sempre scelto di privilegiare il primo aspetto (seguendo la loro tradizione militare, che è sempre stata piuttosto primitiva, incentrata sul carro armato e sulla forza bruta delle grandi masse), è evidente già a priori che le unità fornite di mezzi davvero moderni e di un adeguato addestramento sono per forza di cose relativamente poche. E la conferma la stiamo avendo proprio in Ucraina, dove a combattere sono quasi esclusivamente ragazzi di leva, impreparati, spaventati, demotivati e con mezzi che non sono esattamente il massimo dal punto di vista tecnologico.

Quanto al secondo criterio, esso è importante perché la dottrina militare americana da almeno trent’anni in qua si basa sul dominio dei cieli, che, come abbiamo visto nella Guerra del Golfo, viene perseguito con continui attacchi aerei e lancio di missili teleguidati ad altissima precisione, senza che un solo soldato metta piede sul terreno fino alla totale eliminazione dell’aviazione e della contraerea nemica. Raggiunto l’obiettivo, viene lanciato l’attacco, di terra, basato essenzialmente su divisioni corazzate ipertecnologiche che avanzano a grande velocità con l’appoggio dell’aviazione, che a quel punto può volare vicinissima al terreno, bersagliando il nemico con precisione devastante. La fanteria viene usata quasi esclusivamente per consolidare il possesso del territorio e ripulirlo dalle ultime unità nemiche sbandate. Si capisce quindi che il numero delle truppe in questo tipo di guerra non è molto importante, mentre ad essere decisivi sono la loro professionalità e il loro addestramento.

E i risultati li abbiamo visti. L’esercito di Saddam Hussein forse non era proprio il quarto esercito del mondo, come diceva la propaganda americana, ma era comunque un esercito molto forte, che anche secondo le stime più caute contava su non meno di 360.000 uomini e utilizzava armamenti in gran parte di fabbricazione sovietica, non modernissimi, ma comunque ancora perfettamente funzionanti. Ciononostante, venne completamente annientato in soli 4 giorni di campagna di terra (dalle 4 di notte del 24 febbraio alle 8 di mattina del 28 febbraio 1991), preceduta da 5 settimane di devastante campagna aerea. In tutta la guerra gli iracheni riuscirono a uccidere appena 113 soldati americani (meno di quanti ne morirono per incidenti e fuoco amico), mentre le loro perdite non sono mai state esattamente quantificate, ma anche le stime più prudenti le fissano a non meno di 22.000 morti, il che vuol dire un divario di almeno 200 a 1: una superiorità che non si era mai vista in tutta la storia dell’umanità.

Ora, l’esercito russo è grande circa il triplo di quello di Saddam e certamente più moderno (ma lo è anche quello americano, rispetto ad allora), tuttavia la superiorità degli americani e dei loro alleati europei nel campo dell’aviazione è schiacciante e senza rimedio: quasi 4-1 per i soli USA, più di 5-1 per la NATO nel suo insieme, a cui si aggiunge la tecnologia globalmente molto superiore. L’unico settore in cui i russi vantano una vera superiorità, almeno quantitativa, è quello dei carri armati (quasi 22.000 contro i 6.200 degli americani e i circa 9.000 della NATO nel suo insieme), ma questo significa ben poco, visto che gli ucraini gliene hanno già fatti fuori moltissimi, mentre gli Abrams statunitensi sono quasi indistruttibili. Inoltre, una volta che la NATO avesse raggiunto il dominio dei cieli (cosa che, come abbiamo visto, i russi non avrebbero modo di impedire), la sorte delle forze di terra nemiche sarebbe comunque segnata, per quanto numerose possano essere.

Questo significa che in una guerra con la NATO di tipo convenzionale (cioè escludendo le armi nucleari, di cui dirò fra poco) l’esercito russo riuscirebbe certo a infliggerci perdite molto più pesanti di quelle causate a suo tempo da quello di Saddam, ma alla fine andrebbe incontro alla stessa sorte: verrebbe completamente annientato (il che significa, per esser chiari fino in fondo, che non riuscirebbe a riportare a casa nemmeno un solo carro armato ancora in grado di muoversi sui suoi cingoli). Non si capisce quindi perché mai qualche altro paese dovrebbe andare in suo soccorso, dato che nessuno, nemmeno la Cina (che ha più uomini della Russia, ma meno carri armati e soprattutto meno aerei), sarebbe in grado di sovvertire i rapporti di forza, cosicché l’unico risultato che otterrebbe sarebbe di andare incontro alla stessa sorte.

Il vero rischio non è perciò la guerra mondiale, che non ci sarà in ogni caso, ma piuttosto la guerra nucleare, che invece è un rischio reale, dato che Putin è sicuramente abbastanza pazzo da usare le armi atomiche (perché Putin è pazzo, con buona pace di chi ancora ne dubita), soprattutto se si vedesse avviato verso una sconfitta disastrosa, il che, come ho appena spiegato, è esattamente ciò che accadrebbe. Tuttavia, anche qui stiamo commettendo lo stesso errore fatto più volte con il virus: quello di parlare sempre in termini assoluti, senza mai quantificare e soprattutto senza mai porre la questione in termini di rapporto costi-benefici. Infatti, la domanda che dovremmo porci non è se intervenire militarmente in Ucraina comporterebbe il rischio di un conflitto nucleare (è ovvio che la risposta è sì), ma piuttosto se intervenire renderebbe tale rischio maggiore o minore rispetto al non farlo. E qui la risposta non è più così ovvia.

Il rischio, infatti, sarebbe certamente minore soltanto in un caso: che cioè Putin si fermi all’Ucraina (e, al limite, alla Moldavia, che in caso di vittoria russa vedo messa molto male). Finora i leader occidentali, a cominciare da Biden, hanno “scommesso” sul fatto che lo farà. Ma si tratta di una scommessa molto azzardata, che potrebbe anche rivelarsi perdente. Per questo la domanda di cui sopra dovrebbe essere presa molto sul serio e non accuratamente evitata, o, più esattamente, “rimossa”, come invece è finora accaduto, perché guardarla in faccia per quel che è ci fa paura. Proverò quindi a farlo io, con l’avvertenza che le conclusioni non saranno tranquillizzanti: se ci tenete a dormire bene stasera, quindi, è meglio che smettiate di leggere.

Ciò premesso, la prima cosa che i lettori che mi sono rimasti devono tener presente è che se la Russia attaccasse i paesi baltici o un qualsiasi altro paese ex sovietico membro della NATO, noi ci troveremmo obbligati dall’articolo 5 del Trattato istitutivo della stessa NATO a intervenire militarmente in sua difesa. È per questo che finora Putin, al di là dei proclami, non ha mai alzato un dito contro questi paesi, benché secondo la sua logica sarebbe proprio da loro che dovrebbe venire la maggior minaccia per la Russia, dato che essi fanno già parte della NATO, mentre sull’adesione dell’Ucraina fin qui c’erano state solo vaghe ipotesi (e comunque è una balla cosmica che ciò “porterebbe la NATO troppo vicina alla Russia”, come sostengono quelli che vorrebbero “capire le ragioni di Putin”, dato che la distanza di Mosca dal punto più vicino del territorio dell’Ucraina e di circa 500 km, che un missile nucleare coprirebbe in 83 secondi, mentre quella dal punto più vicino del territorio della Nato, che si trova in Lettonia, è di circa 600 km, che un missile nucleare coprirebbe in 100 secondi: quindi Putin starebbe facendo la guerra per una differenza di appena 17 secondi).

È possibile, naturalmente, che Putin continui a comportarsi allo stesso modo e si fermi davanti ai confini dell’Alleanza Atlantica, come finora ha sempre fatto e come sperano i leader occidentali. Se ciò dovesse accadere, allora bisognerebbe riconoscere che la loro strategia avrà evitato il rischio di una guerra nucleare, anche se al prezzo (molto pesante) di sacrificare l’Ucraina. Inoltre, in tal caso dovremmo riconoscere, con vergogna per la nostra pavidità, che il vero errore non è stato avere allargato troppo la NATO, bensì averla allargata troppo poco, perché avremmo la prova che se vi avessimo fatto entrare l’Ucraina tempo fa Putin non l’avrebbe attaccata.

Il vero problema, però, è che non è affatto certo che le cose andrebbero così. Un trattato, infatti, non è un meccanismo fisico che scatta in automatico, indipendentemente dalla volontà umana: perché quanto esso prevede si trasformi in azioni occorre che chi l’ha sottoscritto decida di onorarlo. Di conseguenza, la probabilità che Putin non attacchi un paese della NATO è direttamente proporzionale alla sua convinzione che in tal caso gli altri paesi interverrebbero davvero in sua difesa: cioè, in altre parole, che sarebbero disposti a fare guerra alla Russia. È quindi evidente (o almeno dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non è così) che l’ultima cosa che dovremmo fare è quella che invece, sulla scia di Biden, stiamo purtroppo facendo fin dall’inizio: cioè continuare a ripetere che noi non faremo mai guerra alla Russia, qualunque cosa faccia in Ucraina.

Anzitutto, infatti, anche se questa fosse davvero la nostra decisione, lasciare a Putin almeno il dubbio che se superasse un certo limite potremmo anche decidere di attaccarlo potrebbe indurlo a una maggior cautela, mentre dargli la garanzia a priori che questo non accadrà mai, qualunque cosa faccia in Ucraina, può solo incoraggiarlo a fare, appunto, qualunque cosa in Ucraina, il che è esattamente ciò che sta accadendo.

Ma c’è di più. Infatti, ciò potrebbe indurre Putin a pensare che non lo attaccheremmo neanche se lui dovesse invadere un paese della NATO. Se infatti la ratio di tale posizione è che non siamo disposti a rischiare una guerra nucleare per nessun motivo, perché mai dovrebbe bastare l’articolo di un trattato a farci cambiare idea? Pertanto, questa improvvida dichiarazione (che dovrebbe indurci a riflettere sulle reali capacità di Biden di guidare l’Occidente) ha in realtà aumentato il rischio che Putin non si fermi e che dopo l’Ucraina possa decidere di attaccare i paesi baltici. E a quel punto saremmo necessariamente costretti a prendere in seria considerazione l’ipotesi “inimmaginabile” di una guerra diretta contro la Russia, perché non farlo sarebbe come dire a Putin che può prendersi tutta l’Europa, realizzando così, in modo tanto paradossalmente quanto tragicamente rovesciato, il celebre auspicio di Giovanni Paolo II per un’Europa unita dall’Atlantico agli Urali.

Naturalmente è impossibile che un tale scenario da incubo si realizzi davvero, dato che, come abbiamo visto, l’esercito russo è per fortuna molto più debole di quel che si crede e difficilmente riuscirebbe ad andare molto oltre la conquista dei paesi baltici e magari della parte orientale della Polonia (da secoli contesa tra i due paesi) e/o di qualche altro pezzetto dei paesi più orientali dell’ex Patto di Varsavia. Tuttavia, ciò sarebbe più che sufficiente a segnare la fine non solo della NATO, ma della stessa Unione Europea (che ha anch’essa un trattato che obbliga i suoi paesi alla reciproca difesa) e il suo asservimento di fatto alla Russia putiniana. Dunque, esiste un rischio molto serio che sacrificare l’Ucraina non serva comunque ad evitare la guerra con la Russia e che, anzi, finisca addirittura per renderla più probabile.

Ma c’è qualcosa che potremmo fare per evitarlo, oltre a ciò che già stiamo facendo?

La mia risposta è sì: ci sono almeno due cose che potremmo tentare, una certa e una di cui si dovrebbe almeno discutere.

Quella certa è che dovremmo cambiare decisamente linguaggio, smettendola di rassicurare Putin e cominciando invece a inculcare in lui (e soprattutto nei suoi generali) il dubbio e – perché no? – la paura che un intervento militare della NATO in Ucraina non sia del tutto impossibile. Naturalmente non si dovrebbero fare dichiarazioni troppo esplicite, ma dire qualcosa come: “Noi faremo di tutto per evitare una guerra con la Russia, ma di fronte alla sua crescente brutalità non possiamo più escludere nessuna opzione”. E, soprattutto, dovremmo smetterla di ripetere che abbiamo paura della Terza Guerra Mondiale e/o della guerra nucleare (anche se, ovviamente, ce l’abbiamo), perché questa è la cosa che in assoluto rafforza di più Putin a livello psicologico. Tutta la sua strategia, infatti, si basa sulla convinzione che il “vile Occidente”, corrotto dal consumismo e dal capitalismo, non avrà mai il coraggio di rischiare la propria vita o anche solo le proprie comodità, come invece sono disposti a fare gli “eroici” russi (il che in realtà non è vero, ma per lui ovviamente non importa).

La cosa meno certa, ma di cui dovremmo almeno discutere seriamente, è la possibilità di non limitarci a minacciare un intervento militare in Ucraina, ma di metterlo davvero in atto. Certo, non sto dicendo che la NATO dovrebbe entrare in forze in Ucraina, perché questo renderebbe inevitabile una guerra totale contro la Russia e inoltre, per quanto assurdo sia, visto come funziona oggi il sistema mediatico ci farebbe passare dalla parte del torto agli occhi del mondo. Ma un intervento più limitato, come per esempio istituire una no fly zone, come chiede da tempo Zelensky, sarebbe invece possibile e, per quanto certamente rischioso, probabilmente lo sarebbe meno che non farlo. Vediamo perché.

Anzitutto, va notato che l’aggressività di Putin verso l’Occidente è aumentata progressivamente nel tempo ed è quindi verosimile che una vittoria in Ucraina, soprattutto se schiacciante, non farebbe che accrescere ulteriormente questa sua propensione. Di quanto la accrescerebbe non lo sappiamo, ma in ogni caso ciò significa che è fondamentale anche per la nostra sicurezza, e non solo per quella degli ucraini (che comunque qualche cosa conta), che Putin non vinca la sua sporca guerra, o almeno non la stravinca. E al punto in cui siamo non si vede come si possa impedirlo senza un qualche tipo di intervento militare da parte nostra.

Inoltre, la no fly zone potrebbe essere istituita senza bisogno di entrare fisicamente in Ucraina, giacché la NATO ha la capacità tecnologica di abbattere gli aerei russi con missili a guida elettronica posizionati all’esterno del territorio ucraino (nella seconda guerra contro Saddam i bombardamenti preliminari sono stati effettuati in gran parte con missili di questo tipo, lanciati da navi posizionate a centinaia di chilometri di distanza, e, a dispetto delle facili ironie sui missili “intelligenti”, hanno quasi sempre fatto centro). Inoltre, essa potrebbe essere istituita con motivazioni umanitarie e in modo condizionato, cioè minacciando di introdurla solo se Putin non concede una vera tregua per mettere in salvo i civili, scaricando così su di lui la responsabilità di ciò che potrà accadere se rifiuta.

Naturalmente Putin rifiuterebbe di sicuro e quindi noi dovremmo assumerci il gravissimo rischio che comporterebbe abbattere degli aerei russi. Ma, anche se questo sarebbe certamente un atto di guerra, non sarebbe ancora la guerra vera e propria. La domanda cruciale che dobbiamo porci è quindi la seguente: siamo sicuri che la Russia reagirebbe a un’azione di questo tipo scatenando una guerra vera e propria contro la NATO, cioè che invaderebbe o comunque colpirebbe direttamente il territorio dei paesi europei?

La cosa non mi sembra affatto scontata. Anzitutto, un’azione di questi tipo non sarebbe poi molto diversa da quello che già stiamo facendo fornendo missili antiaerei agli ucraini, che infatti Putin ha definito “un atto di guerra”, senza però far seguire alle parole nessuna azione coerente con esse. Inoltre, anche se Putin fosse disposto ad attaccarci, è assai meno probabile che lo sarebbero anche i suoi generali, dato che essi, a differenza di lui, non sono ancora impazziti e sono perfettamente coscienti che in una guerra frontale con la NATO il loro esercito sarebbe destinato all’annientamento. Ancor meno probabile è che sarebbero disposti a scatenare una guerra nucleare, che comporterebbe l’annientamento totale non solo del loro esercito, ma anche del loro paese, compresi loro stessi e le loro famiglie: di fronte a una simile prospettiva, è possibile e anzi probabile che qualcuno trovi più pratico piantare una pallottola in testa al caro líder impazzito anziché seguirlo nei suoi deliri apocalittici.

Naturalmente non abbiamo la certezza che andrebbe a finire così, ma non abbiamo neanche la certezza che Putin non ci attaccherà mai se non lo faremo noi per primi. Stabilire quale delle due strade sia più rischiosa è estremamente difficile e sono felice di non essere io a dover prendere questa decisione. Voglio però sottolineare un ultimo fatto.

Quando Zelensky chiede la no fly zone e dice che gli ucraini stanno combattendo anche per noi di certo sta (comprensibilmente) tirando l’acqua al suo mulino, ma è altrettanto certo che conosce i russi meglio di qualunque leader occidentale: bisognerebbe quindi considerare attentamente la possibilità che abbia ragione e che dimostrare a Putin che non abbiamo paura di fargli la guerra sia davvero l’unico modo di evitare che prima o poi lui la faccia a noi.

Il martello o la danza: rileggere Pueyo alla luce dei fatti

20 Gennaio 2022 - di Paolo Musso

In primo pianoSocietàSpeciale

Le vicende dei paesi del Pacifico, così ben documentate su questo sito dagli articoli di Silvia Milone, richiedono a mio avviso un ripensamento, almeno parziale, del giudizio sugli articoli di Tomas Pueyo, che sono da molti ritenuti il miglior “manuale di istruzioni” per la gestione del Covid-19.

Pueyo, che non è né un medico né un biologo, ma sostanzialmente un esperto di informatica, anche se ha studiato un po’ di tutto, si è imposto all’attenzione generale con un articolo intitolato Coronavirus: Why you must act now (Coronavirus: perché dobbiamo agire adesso, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-act-today-or-people-will-die-f4d3d9cd99ca). Apparso il 10 marzo 2020 sulla piattaforma digitale Medium, in soli 9 giorni l’articolo ha avuto oltre 40 milioni di visualizzazioni e 53 traduzioni spontanee fatte dagli utenti di Internet per un totale di ben 42 lingue (43 contando l’inglese dell’originale), risultando ancor oggi l’articolo sul Covid più letto in assoluto.

Nonostante l’articolo, lungo ben 31 pagine, contenesse decine di grafici e tabelle, il concetto che intendeva comunicare era fondamentalmente uno solo e anche abbastanza semplice, benché della massima importanza: le epidemie presentano una crescita di tipo esponenziale, per cui bisogna agire con la massima decisione il più presto possibile, anche se la situazione non sembra ancora così grave da giustificare misure drastiche, perché guadagnare anche solo pochi giorni può fare un’enorme differenza.

Purtroppo, al grande interesse teorico per l’articolo di Pueyo non fece seguito una sua coerente traduzione in pratica, perché, come più volte è stato spiegato su questo sito da me e da altri, a cominciare da Ricolfi, i governi occidentali, seguendo il (pessimo) esempio di quello italiano guidato da Giuseppe Conte, fecero esattamente il contrario, rincorrendo l’andamento dell’epidemia anziché anticiparlo. Così ben presto ci si ritrovò con un livello elevatissimo di contagi, proprio come Pueyo aveva previsto.

Nel frattempo, però, appena 9 giorni dopo, il 19 marzo, Pueyo aveva già pubblicato il suo secondo articolo, The hammer and the dance (Il martello e la danza, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-hammer-and-the-dance-be9337092b56), in cui intendeva spiegare come dovevano comportarsi quei paesi (tra cui l’Italia) nei quali il virus si era ormai diffuso su vasta scala. L’idea di base era anche qui abbastanza semplice: in un primo tempo occorre usare il “martello”, cioè delle misure restrittive molto dure per abbattere i contagi, dato che se questi sono troppo numerosi nessun metodo di contenimento può funzionare, per poi passare non appena possibile alla “danza”, cioè, appunto, a un metodo di contenimento, che per Pueyo, come vedremo fra poco, coincide di fatto con il metodo coreano.

Il 2 aprile uscì Out of many, one (Dai molti, uno, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-out-of-many-one-36b886af37e9), dedicato specificamente alla situazione degli Stati Uniti (il titolo dell’articolo riprende infatti il motto “E pluribus unum” che compare nel loro stemma), che perciò non considererò, se non per notare che anche qui la sua stella polare continua ad essere la Corea del Sud e che per la prima volta Pueyo afferma chiaramente e dimostra persuasivamente che la strategia eliminativa è non solo più efficace, ma anche meno costosa di quella che punta alla sola mitigazione («a Suppression strategy would likely be less costly than a Mitigation strategy», p. 26): un concetto, questo, che i governi occidentali sembrano non aver mai capito, neppure ora, dopo quasi due anni di pandemia.

Il 20 aprile uscì A dancing masterclass (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-learning-how-to-dance-b8420170203e), scritto in collaborazione con decine di esperti di varie discipline e paesi, prima parte di Learning how to dance (Imparare a danzare), un lavoro monumentale (forse anche troppo, visto che è rimasto incompiuto) in cui Pueyo intendeva tradurre in analisi e istruzioni dettagliate le idee-guida descritte nelle loro linee fondamentali in Il martello e la danza.

A questo articolo seguirono: il 23 aprile il secondo capitolo, The basic dance steps everybody can follow (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-basic-dance-steps-everybody-can-follow-b3d216daa343); il 28 aprile il terzo, How to do testing and contact tracing (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-how-to-do-testing-and-contact-tracing-bde85b64072e); e infine il 13 maggio il quinto, Prevent seeding and spreading (https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-prevent-seeding-and-spreading-e84ed405e37d), che fu anche l’ultimo.

Il quarto capitolo, infatti, pur annunciato, non è ancora stato pubblicato (così come, di conseguenza, la sintesi finale) e verosimilmente non lo sarà mai. Il motivo non è mai stato spiegato dall’autore, ma non si può fare a meno di notare la progressiva perdita di interesse da parte del pubblico. I suoi primi tre articoli, infatti, hanno avuto complessivamente oltre 60 milioni di visualizzazioni, più di 40 dei quali, però, dovute al primo. Considerando che Out of many, one aveva interesse solo per gli USA e confrontando il numero di like e commenti (rispettivamente 8.100 e 50 contro 106.000 e 526), si può dire che con ogni probabilità Il martello e la danza ha avuto oltre il 90% degli altri 20 milioni di visualizzazioni, cioè più di 18 milioni, mentre Out of many, one ne ha avute meno di 2 milioni.

Pueyo non ha mai fornito dati sulle visualizzazioni degli articoli successivi (il che già di per sé è un segnale negativo), ma non devono essere state molte, dato che all’inizio del suo ultimo articolo, The Swiss cheese strategy (La strategia del groviera, https://tomaspueyo.medium.com/coronavirus-the-swiss-cheese-strategy-d6332b5939de), uscito l’8 novembre 2020, continuava a riportare lo stesso dato («Our Coronavirus articles have been read more than 60 million times»). Ciò è inoltre confermato dal crollo verticale sia dei like e dei commenti, sia (dato ancor più significativo) delle lingue in cui gli articoli sono stati tradotti dagli utenti: rispettivamente 18, 15, 13 e 8 per i quattro capitoli pubblicati di Imparare a danzare.

Dopo altri tre articoli dedicati a temi più specifici e sempre di basso impatto, Pueyo concluse provvisoriamente la sua opera sul Covid l’8 novembre 2020 con l’appena menzionato La strategia del groviera, scritto di nuovo da solo e molto più vicino allo stile dei primi due, dopodiché se ne disinteressò per quasi un anno. Ci è ritornato solo il 15 settembre 2021 con The most alarming problem about Long COVID, un articolo sugli effetti di lungo periodo del Covid (https://tomaspueyo.medium.com/the-most-alarming-problem-about-long-covid-9929af7fabb9) che però è sostanzialmente caduto nel nulla, anche perché si tratta di un tema specificamente medico, campo cui lui non ha alcuna competenza e in cui non basta l’abilità nell’analizzare i dati per dire qualcosa di significativo.

Quindi Pueyo si è dedicato ad altri temi, ma anche qui senza mai avvicinarsi nemmeno lontanamente allo sfolgorante e probabilmente irripetibile successo degli inizi: basti dire che l’articolo più recente da lui pubblicato su Medium, How to fight ocean plastic (https://tomaspueyo.medium.com/?p=3dfd38edd824), al 31 dicembre 2021 aveva ottenuto appena 178 like e 5 commenti, contro i 247.000 like e i 902 commenti del suo primo articolo.

Che dobbiamo pensare di tutto ciò? Si potrebbe semplicemente dire che “sic transit gloria mundi” e soprattutto quella del mondo di Internet, ma credo che stavolta ci sia qualcosa di più.

Infatti, mentre Perché dobbiamo agire adesso è ancor oggi condivisibile quasi al 100%, lo stesso non si può dire di Il martello e la danza, cioè il lavoro di Pueyo che ha avuto le maggiori probabilità di influire sulle decisioni reali dei governi (anche se è praticamente impossibile dire in che misura l’abbia fatto davvero). Esso è infatti uscito proprio nel momento in cui i principali paesi occidentali cominciavano a adottare le prime vere misure di contenimento, venendo subito tradotto in ben 39 lingue (40 con l’originale inglese) e, soprattutto, potendo sfruttare l’effetto di trascinamento prodotto dal successo planetario del primo articolo.

Purtroppo, però, a differenza di quest’ultimo, qui c’è veramente tutto e il contrario di tutto, sicché, insieme a molte idee sicuramente giuste (peraltro quasi tutte riconducibili al “dobbiamo agire subito” del primo articolo), vi ritroviamo anche tutti i principali errori che abbiamo commesso: dall’eccessiva insistenza sul lavaggio delle mani e sull’uso delle mascherine alla mancanza della prevenzione del contagio via aerosol, dalla sottovalutazione dei contagi negli uffici e nelle fabbriche all’eccessiva insistenza sugli assembramenti all’aperto, fino alla valutazione positiva del coprifuoco (la misura più stupida di tutte e, in certo senso, la sintesi di tutti i nostri errori, dato che unisce tutte le idee sbagliate appena elencate al “linguaggio di guerra” irresponsabilmente adottato dai governi occidentali).

Questa tendenza si è ulteriormente accentuata nelle varie parti di Imparare a danzare, che per di più sono state scritte col contributo di così tante persone che è impossibile perfino dire esattamente quante. Questo ricorda da vicino gli errori commessi dai nostri governi anche dal punto di vista del metodo, dato che essi sono stati (e continuano purtroppo ad essere) il frutto di una babele di opinioni che si intrecciano freneticamente, senza una chiara idea di fondo che le unifichi e soprattutto senza una guida autorevole che si prenda la responsabilità di indicarla, col risultato che le decisioni vengono prese sostanzialmente a caso, in base a chi grida più forte o sulla spinta dell’emotività. Non è dunque tanto strano che l’interesse dei lettori di Pueyo sia rapidamente scemato, visto che è altrettanto rapidamente scemata anche la qualità dei suoi articoli.

Questo, però, non è tutto. È proprio l’idea di fondo che lascia a dir poco perplessi, secondo me già allora, ma in ogni caso di certo almeno oggi, alla luce dei fatti successivi. Infatti, se si può capire che all’inizio dell’epidemia si possa preferire la “danza” al “martello” in quanto meno traumatica, quello che invece appare del tutto incomprensibile è perché mai, una volta che (per necessità o per scelta) si sia optato per la “martellata”, non si dovrebbe poi tirarla fino in fondo, cioè fino alla totale eliminazione del virus. E ciò suona ancora più strano considerando che poco prima Pueyo aveva affermato in modo inequivocabile che la strategia che punta all’eliminazione del virus non solo è la migliore, ma è l’unica accettabile («Everybody should follow the Suppression Strategy»).

Eppure, poco oltre non solo Pueyo afferma che una volta che il tasso di trasmissione (il famoso R) sia sceso sotto 1 si deve fermare il “martello” per passare alla “danza”, cioè al contenimento, ma addirittura sostiene che quest’ultimo dovrebbe essere calibrato in modo tale che R resti sempre il più possibile vicino a 1, anche se in media sempre al di sotto di esso («during the Dance of the R period, they want to hover as close to 1 as possible, while staying below it over the long term term», The hammer and the dance, p. 28).

Ora, questo non è solo concettualmente sbagliato, ma è un’autentica follia, perché significa auto-costringerci a vivere perennemente sul filo del rasoio, con il rischio continuo (che alla lunga inevitabilmente si realizzerà) che la situazione ci sfugga di mano e si debba tornare al “martello”. E, di fatto, questo è esattamente ciò che è accaduto (e continua tuttora ad accadere) in Italia e un po’ in tutto l’Occidente, con i catastrofici risultati che ben conosciamo.

La spiegazione che dà Pueyo di questa clamorosa contraddizione è che ciò permetterebbe di eliminare le misure più pesanti, che alla lunga risulterebbero troppo onerose («That prevents a new outbreak, while eliminating the most drastic measures», The hammer and the dance, p. 28). Ma questo è falso (cfr. Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, La Nave di Teseo, Milano 2021) e la cosa più sconcertante è che, come abbiamo detto prima, in Out of many, one, uscito appena due settimane dopo, Pueyo stesso dimostrerà che in realtà sono proprio le misure più drastiche ad essere le meno costose. Anche ammettendo che al momento della pubblicazione di Il martello e la danza non l’avesse ancora capito, perché non correggerlo successivamente, trattandosi di un articolo online pubblicato in un suo spazio personale e quindi modificabile in qualsiasi momento?

A questo punto, come suol dirsi, la domanda sorge spontanea: da dove vengono queste apparentemente inspiegabili incongruenze all’interno di un’analisi che per tanti altri aspetti è invece così precisa?

In realtà una spiegazione c’è, ed è che per Pueyo sembra esistere un unico modello di successo, cioè quello della Corea del Sud. Ciò si spiega col fatto che all’inizio della pandemia la Corea era sembrata per qualche tempo il paese messo peggio al mondo dopo la Cina e poi quello che si era ripreso più rapidamente, sempre dopo la Cina. Così, lasciata da parte quest’ultima, che, essendo una dittatura, non poteva costituire un modello per i paesi democratici, Pueyo si è concentrato sulla Corea e non ha mai considerato seriamente nessun’altra strategia,

Ciò si vede chiaramente dal fatto che ogni volta che parla di qualcuno degli altri paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus tende invariabilmente ad assimilare la loro strategia a quella coreana (senza rendersi conto delle differenze) oppure a sottovalutarla (senza rendersi conto dei risultati). Per esempio, in Il martello e la danza Pueyo equipara sbrigativamente i sistemi di Taiwan e Singapore a quello coreano. Inoltre, nella nota finale a tutte le 4 parti pubblicate di Imparare a danzare scrive esplicitamente che i suoi modelli sono «Taiwan, Singapore, Cina e Corea del Sud» («In Part 1, we discuss best practices from Taiwan, Singapore, China and South Korea»), nemmeno menzionando Australia e Nuova Zelanda.

Peraltro, contraddittoriamente, Pueyo conclude la nota suddetta scrivendo che «la maggior parte dei paesi non stanno approcciando bene il tracciamento dei contatti» e che «continuando così faranno la fine di Singapore» («Most countries are not approaching contact tracing right. If they continue their current path, they will end up like Singapore»), il che non solo è contrario a quanto lui stesso aveva scritto poche righe prima, ma anche e soprattutto ai fatti, visto che Singapore è uno dei paesi che meglio hanno gestito l’epidemia, benché non abbia mai adottato il tracciamento elettronico in stile coreano (cfr. Silvia Milone, Il successo del sistema misto di Singapore, https://www.fondazionehume.it/societa/il-successo-del-sistema-misto-di-singapore/).

È vero che tra i primi di aprile e la fine di maggio del 2020, cioè esattamente nel periodo in cui sono uscite le quattro parti di Imparare a danzare, a Singapore c’era stata un’improvvisa impennata dei contagi nei dormitori destinati ai lavoratori stranieri. È altrettanto vero, però, che si era trattato di un focolaio grande ma isolato e che il numero di contagi poteva essere considerato alto solo in relazione a quello, bassissimo, dei mesi precedenti, mentre il numero dei decessi (20 in due mesi, cioè uno ogni 3 giorni) era stato bassissimo in qualsiasi modo lo si volesse considerare. Forse all’epoca questo non era ancora così evidente, ma, di nuovo, perché non correggere questa affermazione nemmeno successivamente, quando è diventato chiaro che era clamorosamente sbagliata?

Certo, su questa indisponibilità a modificare il suo punto di vista e sulla sua apparente indifferenza verso le contraddizioni suddette ha probabilmente influito anche l’inatteso successo planetario del primo articolo, che ha spinto Pueyo a scrivere tutti gli altri nel giro di appena due mesi (a parte l’ultimo, che infatti è molto più coerente). Con ritmi del genere e con una così grande quantità di tematiche, non c’è da stupirsi che non abbia avuto il tempo (né, probabilmente, la voglia) di rimettere in discussione la sua stella polare, su cui si basava tutta la sua impostazione teorica e a cui doveva tutta la sua fortuna.

Se però questa può essere la spiegazione del suo comportamento, non può esserne anche la giustificazione, soprattutto considerando che, come si è detto, Pueyo non ha modificato le sue convinzioni neanche successivamente, quando i limiti del modello coreano sul lungo periodo sono diventati sempre più evidenti, così come la maggiore efficacia di altri modelli, soprattutto quello della Nuova Zelanda. Ma la Nuova Zelanda è esattamente l’unico paese di cui Pueyo non parla mai: in tutti i suoi articoli a parte l’ultimo la nomina in tutto due volte e sempre di sfuggita, il che è davvero incredibile, ma certamente niente affatto casuale.

L’unico articolo in cui ne ha parlato (e anche qui brevemente) è stato La strategia del groviera, non a caso molto meno ambizioso, ma sicuramente molto più utile di Imparare a danzare. In esso Pueyo auspica l’uso contemporaneo di diverse strategie di difesa, in modo tale che se il virus ne supera una venga bloccato da un’altra, proprio come accade in una serie di fette di groviera sovrapposte: ciascuna di esse ha dei buchi che la attraversano da parte a parte, ma se le fette sono abbastanza numerose nessun buco riuscirà ad attraversarle tutte.

Qui Pueyo ha dedicato un breve paragrafo anche alla Nuova Zelanda e all’Australia, ma senza coglierne la specificità e minimizzando i successi da loro ottenuti (che a quel punto, a novembre del 2020, erano veramente clamorosi, anche rispetto agli altri paesi del Pacifico) con il solito ritornello per cui essi sarebbero dovuti essenzialmente al fatto di essere isole con una densità di popolazione molto bassa. Ma questa è una considerazione superficiale e fuorviante, che stupisce molto in un autore che certamente superficiale non è.

Infatti, la bassa densità di popolazione dei due paesi oceanici è un mero dato statistico, del tutto irrilevante ai nostri fini, dato che si deve essenzialmente al fatto che gran parte del loro territorio è disabitato. Tuttavia, nella parte abitata la loro densità di popolazione è sostanzialmente la stessa dei paesi europei: oltre il 60% dei neozelandesi vivono infatti in due sole città, Auckland e Wellington, entrambe più grandi di Milano, mentre gli australiani stanno quasi tutti sulle strette fasce costiere orientali e meridionali, lasciando l’immenso Outback desertico ai canguri e ai pochi aborigeni sopravvissuti, nonché ad alcuni gruppi di coloni sparpagliati in qualche migliaio di chilometri quadrati intorno ad Alice Springs.

Di conseguenza, i problemi che hanno dovuto affrontare sono stati del tutto simili ai nostri, ma i loro risultati sono stati enormemente migliori. E questo si deve, evidentemente, alla loro strategia, che è molto diversa da quella coreana, ma non meno efficace: anzi, sul lungo periodo si è addirittura rivelata più efficace, così come anche quella di Singapore, altro paese poco capito da Pueyo.

Ma c’è di più. Infatti, non solo l’alternanza martello-danza è chiaramente insensata, ma la stessa idea della “danza”, cioè del contenimento del virus in stile coreano messa in atto fin dal principio, appare oggi assai più discutibile, alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi. Infatti, rispetto al 13 maggio 2020, quando Pueyo pubblicava l’ultima parte di Imparare a danzare, la Corea del Sud ha avuto uno dei peggiori incrementi di mortalità al mondo: ben 21 volte, mentre in Italia, per esempio, nello stesso periodo la mortalità è cresciuta “solo” di circa 5 volte.

Certo, questo si deve al fatto che allora la sua mortalità era bassissima (centinaia di volte più bassa della nostra), per cui è bastato un piccolo numero di morti per farla crescere moltissimo in termini relativi, benché in termini assoluti sia tuttora enormemente inferiore alla nostra. Ma questo vale anche per la Nuova Zelanda, la cui mortalità è invece cresciuta di appena 2 volte. E ciò dipende dal fatto che, diversamente da quelle di Nuova Zelanda, la strategia coreana non è realmente eliminativa: è anch’essa una strategia di convivenza con il virus, che si differenzia dalla nostra solo per il fatto di essere molto più efficiente e, di conseguenza, “a bassa intensità”.

Questo spiega anche perché Pueyo abbia sempre detto che il lockdown non può eliminare completamente il virus. Infatti, il lockdown coreano è molto più simile (benché molto più efficiente) al semi-lockdown all’italiana che non al vero lockdown in stile neozelandese, che invece, come i fatti hanno dimostrato, è in grado di azzerare il contagio (cfr. Paolo Musso, Jacinda forever: perché il metodo neozelandese è migliore di quello coreano, https://www.fondazionehume.it/societa/jacinda-forever-perche-il-metodo-neozelandese-e-migliore-di-quello-coreano/).

Insomma, a conti fatti non sarei così sicuro che Pueyo in Occidente non sia stato ascoltato. Non lo è stato di certo (purtroppo) per quanto riguarda il suo primo articolo, che era anche il più importante, ma per il resto quello che abbiamo fatto non è stato poi così diverso da ciò che lui auspicava, anche se di sicuro non lo abbiamo fatto (neanche lontanamente) con l’efficienza che lui auspicava. Ma l’esempio della Corea ci dimostra che sul breve periodo la “danza” può funzionare, ma sul lungo periodo non è la strategia migliore, neanche se eseguita con il massimo di efficienza umanamente possibile. Quindi, anche se avessimo seguito alla lettera tutti i suggerimenti di Pueyo le cose sarebbero andate sicuramente meglio di come sono andate, ma probabilmente non tanto quanto lui e i suoi ammiratori ritengono.

Concludendo, ciò che si può ricavare da una rilettura delle teorie di Pueyo alla luce dei fatti successivi è innanzitutto la necessità di agire sempre e comunque il più rapidamente possibile. Quanto alla strategia da scegliere, se un’epidemia viene presa per tempo e se ci si può ragionevolmente aspettare che non duri troppo a lungo, allora la “danza”, cioè il metodo coreano, può andar bene, perché certamente crea meno traumi. Ma se così non è, allora è meglio passare subito al “martello” (ovvero al lockdown alla neozelandese) e usarlo fino in fondo, il che, se fatto con sufficiente decisione e rapidità in tutto il mondo, potrebbe addirittura stroncare l’epidemia sul nascere e impedirle di trasformarsi in pandemia. La “strategia del groviera” può essere usata come “rinforzo” del “martello” oppure come suo sostituto se per una qualsiasi ragione esso non dovesse avere successo (come è purtroppo accaduto da noi): anche in questo caso, però, bisognerebbe sempre puntare alla eliminazione del virus e non alla convivenza con esso, perché è ormai chiaro che sul lungo periodo quest’ultima non funziona.

Se questi sono dunque i principali insegnamenti di Pueyo, il suo principale errore si può invece riassumere tutto in una congiunzione: infatti non è “il martello e la danza”, ma “il martello o la danza”. E tutti i nostri guai sono nati non dal dover scegliere tra le due alternative, ma dal non aver saputo (o voluto) farlo.

La frattura tra ragione e realtà

10 Gennaio 2022 - di Paolo Musso

SocietàSpeciale

Ogni volta che mi capita di parlare con Luca Ricolfi, sia in pubblico che in privato, finiamo invariabilmente col rivolgerci a vicenda una domanda, ciascuno sperando che l’altro abbia la risposta: perché? Come è possibile che nella vicenda del Covid così tanti abbiano agito in modo così assurdo?

Qualche risposta parziale abbiamo tentato di darla, sia nelle nostre discussioni che nei nostri scritti, e qualcuno di tali frammenti di risposta ha anche una certa plausibilità.

Per esempio, è vero che gli esseri umani hanno una forte tendenza all’autoinganno e, in particolare, a cercare la soluzione più comoda anziché quella più efficace, atteggiamento che spesso viene chiamato “sindrome del lampione”, dalla famosa barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi di casa sotto il lampione anziché dove le ha perse perché lì c’è più luce (il che è vero, ma il problema è che non ci sono le chiavi). Tuttavia, questa tendenza ha dei limiti, altrimenti la specie umana non sarebbe sopravvissuta a lungo. Dunque, si può forse spiegare in questo modo l’errore iniziale, ma non la successiva persistenza nell’errore, né, soprattutto, la sua giustificazione teorica, per cui i nostri governi e i nostri esperti non si limitano a negare che degli errori siano stati commessi, ma addirittura pretendono, contro ogni evidenza e ragionevolezza, di essere elogiati per avere fatto tutto nel miglior modo possibile.

Altrettanto vera è l’influenza nefasta di quella che Ricolfi ha chiamato “ideologia europea” (ma che forse andrebbe chiamata “ideologia atlantica”, perché coinvolge anche il Nordamerica), che ha prodotto quello che io ho chiamato “pandemically correct” (cfr. Paolo Musso, Il virus dell’autoritarismo, https://www.fondazionehume.it/politica/il-virus-dellautoritarismo/).

Inoltre, influisce certamente molto il nostro essere in certo senso “viziati” (tanto che Ricolfi ci ha giustamente definito una “società signorile di massa”), dato che dal “boom economico” degli anni Cinquanta fino alla crisi finanziaria del 2007 non abbiamo più dovuto affrontare problemi davvero drammatici, cioè tali da influire pesantemente sulla vita personale di tutti (anche gli Anni di Piombo e Mani Pulite, al di là del clima di emergenza nazionale che hanno creato, in realtà a livello pratico hanno toccato solo una piccolissima parte della popolazione). E anche se il fenomeno è nato in Italia, come molti altri si sta ormai da anni estendendo lentamente anche a buona parte del resto d’Europa.

Né si può negare il peso che ha avuto sulla gestione dell’emergenza la strumentalizzazione politica che se ne è fatta, non solo da destra, ma anche e anzi soprattutto da sinistra. Da almeno trent’anni, infatti, nei principali paesi occidentali le identità politiche tradizionali stanno scomparendo, per lasciare il passo alla formazione di due blocchi contrapposti: da una parte quello delle “persone civili”, che corrisponde all’incirca alla cosiddetta “maggioranza Ursula” e la cui ideologia unificante è il politically correct (di cui il pandemically correct è un sottogenere); dall’altra quello degli “impresentabili”, che non ha un’ideologia altrettanto precisa e trova la sua identità principalmente nel contrapporsi a quella degli avversari, per cui può essere legittimamente definito “reazionario”, ma solo in questo senso puramente descrittivo e non invece, come generalmente accade, in senso valutativo (sostanzialmente sinonimo di “fascista”).

Ora, è semplicemente un fatto, sotto gli occhi di tutti, che il Covid abbia impresso una fortissima accelerazione a tale processo, fornendo a tutte quelle “persone civili” che già nutrivano, più o meno coscientemente, tendenze autoritarie sia l’opportunità pratica ideale sia la giustificazione teorica perfetta per esprimerle alla luce del sole senza timore, mettendole al servizio di una causa – quella della salute – che poteva essere riconosciuta e accettata come “buona per definizione” da un numero di persone molto maggiore rispetto, per esempio, al matrimonio omosessuale o ai diritti degli immigrati. D’altra parte, è altrettanto innegabile che anche gli “impresentabili” hanno attivamente contribuito a tale processo, abbracciando spesso teorie complottiste e negazioniste davvero impresentabili e usandole per attaccare i governi per le ragioni sbagliate anziché per quelle giuste, che pure abbonderebbero.

E nemmeno si possono trascurare, infine, le semplici coincidenze, che sfortunatamente hanno fatto sì che il virus facesse la sua prima apparizione europea in un paese, l’Italia, guidato in quel momento dal peggior governo della sua storia, con il partito di maggioranza relativa che aveva un programma basato sulla pseudoscienza da blog (cfr. Paolo Musso, Il partito di Internet, in Paolo Bellini, Fabrizio Sciacca, Emilio Silvio Storace (eds.), Miti, simboli e potere. Scritti in onore di Claudio Bonvecchio, Albo Versorio, Milano, 2018, pp. 333-344) e che per questo, non sapendo che pesci pigliare, è stato totalmente succube dei disastrosi suggerimenti della OMS, a sua volta guidata dal peggior direttore della sua storia, il signor Tedros Adhanom Ghebreyesus, la cui familiarità con i dittatori è decisamente superiore a quella che ha con i problemi sanitari.

Tutte queste spiegazioni e molte altre ancora che abbiamo nel tempo proposto contengono certamente degli elementi di verità. E tuttavia, per quanto vere, restano, per l’appunto, frammenti: è come se avessimo trovato i tasselli sparsi di un mosaico, ma non fossimo ancora riusciti a ricostruirlo. Ed è chiaro che questo non basta, perché:

– Quando l’organizzazione che dovrebbe vegliare sulla salute dell’umanità (la OMS) aiuta un regime dittatoriale come quello cinese, che notoriamente se ne frega della vita umana, a insabbiare l’inizio di una pandemia.

– Quando questa stessa organizzazione pretende per mesi di fermare tale pandemia suggerendo di lavarsi le mani e starnutire nel gomito della giacca (!) e indica come esempio da seguire il paese che ha agito peggio di tutti al mondo (l’Italia, ahimè), mentre quello che ha agito meglio di tutti (Taiwan) per il suo sito ufficiale nemmeno esiste.

– Quando ci vogliono 7 mesi perché il più celebre immunologo del mondo (Anthony Fauci) riconosca che un virus respiratorio si trasmette principalmente attraverso la respirazione.

– Quando ci vogliono 9 mesi perché lo stesso Fauci la smetta di dire che gli USA dovrebbero imitare l’Italia, benché abbiano sempre avuto molti meno morti di noi.

– Quando ci vogliono 11 mesi perché la più importante istituzione medica del mondo (il Center for Disease Control and Prevention degli USA) riconosca che un virus respiratorio raramente si trasmette per contatto, eppure continua a dire che la disinfezione delle superfici è la prima misura di prevenzione.

– Quando ci vogliono 14 mesi perché finalmente i virologi ammettano pubblicamente ciò che sapevano fin dall’inizio e cioè che il 99,9% dei contagi avviene al chiuso (cfr. Antonella Viola, La prudenza e il sorriso, editoriale di La Stampa del 22 giugno 2021) e ciononostante appena i contagi salgono la prima cosa che si fa è imporre l’obbligo di mascherina all’aperto e nessuno di loro ha nulla da ridire.

– Quando non bastano 20 mesi a sfatare la balla cosmica del “virus-sconosciuto-di-cui-non-sappiamo-nulla”, benché, pur (ovviamente) con alcune peculiarità proprie, sia un coronavirus fondamentalmente simile agli altri e, in particolare, a quello della Sars, che conosciamo da quasi vent’anni.

– Quando ci si accapiglia per settimane per decidere se spostare o no dalle 22 alle 23 il coprifuoco, come se questo facesse qualche differenza e soprattutto come se il coprifuoco servisse a qualcosa.

– Quando tutti i governi dei paesi più progrediti, ricchi e organizzati del mondo, insieme ai loro consulenti scientifici e alle autorità mediche non sanno far altro che reiterare all’infinito misure palesemente inefficaci, senza chiedersi neanche per un istante come sia possibile che ci siano più morti in Europa che nel Terzo Mondo.

– Quando costoro, che dovrebbero essere i campioni del pensiero critico e razionale, si autocelebrano come salvatori dei paesi che stanno distruggendo e dei popoli che stanno massacrando.

– Quando i suddetti popoli, che dovrebbero essere i più istruiti e i più informati del mondo, non trovano di meglio che cantare sui balconi e mandarsi messaggi insulsi su Whatsapp e quando (dopo un anno e mezzo!) decidono finalmente di scendere in piazza a protestare se la prendono con l’unica cosa che funziona, cioè i vaccini, mentre continuano ad accettare passivamente tutte quelle che invece non funzionano.

– Quando i magistrati, che da decenni per qualsiasi cosa vada storta cercano a tutti i costi i colpevoli anche quando non ce ne sono, rinunciano a farlo proprio di fronte a una catastrofe in cui invece le responsabilità sono chiare come la luce del sole.

– Quando i mass media occidentali, che dovrebbero essere i più democratici e trasparenti del mondo, mettono in atto una vera e propria censura verso qualunque critica alle politiche governative.

– Quando questi stessi mass media nascondono sistematicamente, spesso ricorrendo a sotterfugi grotteschi, i risultati di quei paesi che hanno ottenuto i risultati migliori.

– Quando perfino i medici, che pure non possono non rendersi conto di cosa sta accadendo e rischiano la vita in prima persona, preferiscono morire a centinaia piuttosto che dire che si sta sbagliando tutto.

– Quando quei pochi di loro che vanno ancora a visitare i malati a casa vengono trattati come irresponsabili che mettono a rischio la salute della cittadinanza, anziché come gli unici che ce l’hanno davvero a cuore.

– Quando i pochi che si ribellano ai dogmi del pandemically correct preferiscono aderire alle più folli teorie complottiste anziché cercare di capire cosa si è sbagliato e individuare alternative sensate.

– Quando questa sterile contrapposizione tra negazionismo e conformismo (in realtà due facce della stessa medaglia) arriva addirittura a coinvolgere i sommi vertici del paese più progredito al mondo (il Presidente USA Donald Trump e il suo sfidante e successore Joe Biden).

– Quando quegli stessi politici e scienziati che hanno deciso (sbagliando) di puntare esclusivamente sui vaccini sono poi i primi a sabotarli, avanzando dubbi irragionevoli sulla loro sicurezza.

– Quando quegli stessi politici e scienziati pensano di rimediare a questi errori con un pasticcio pericolosissimo come il Green Pass anziché chiedere al Parlamento di approvare, in modo trasparente e democratico, l’obbligo di vaccinazione per tutti, come si è già fatto in passato senza tanti drammi per molte altre malattie.

– Quando il progressivo emergere delle evidenze scientifiche dimostra che abbiamo sbagliato tutto e tuttavia non riesce a cambiare nulla.

Quando tutto questo e molto altro ancora accade, allora è evidente che nessuna spiegazione parziale è più possibile, perché qui siamo di fronte a una crisi della ragione in quanto tale.

Si era parlato molto, negli ultimi anni, di “crisi delle evidenze”, intendendo con questo essenzialmente la crescente difficoltà di trovare ancora delle evidenze morali condivise da tutti, ma qui ormai siamo molto, molto al di là di tutto questo: qui siamo di fronte ad un rifiuto, o meglio, ad una vera e propria incapacità di guardare la realtà.

Del virus prima o poi ce ne libereremo e, per quanto oggi possa sembrarci inconcepibile, nel giro di qualche anno ce ne dimenticheremo, come ci dimentichiamo di tutto, in questo nostro strano tempo. Ma di questa incapacità di vedere ciò che abbiamo davanti al naso non ce ne libereremo tanto presto, temo. Soprattutto se continueremo a non comprenderne le cause.

E siccome per poter cercare le cause di un fenomeno bisogna prima riconoscere che il fenomeno in questione esiste, ecco perché ho premesso quel lungo (e tuttavia pur sempre largamente incompleto) riepilogo delle principali follie che abbiamo commesso davanti al virus, sperando contra spem che possa aiutare a prendere coscienza di quanto grave sia la situazione.

Ciò fatto, vorrei ora provare a dare un contributo alla comprensione di ciò che ci è accaduto, dato che mi sembra sempre più chiaro che la pazzesca vicenda del Covid non abbia fatto altro che spingere ulteriormente verso il suo limite estremo (che per il bene di tutti spero non venga mai raggiunto, anche se mi sembra ormai pericolosamente vicino) un processo iniziato oltre quattrocento anni fa e che sto studiando da molto tempo, potrei dire da sempre o almeno da quando ho iniziato ad essere in grado di pensare autonomamente.

Per farlo, tuttavia, prenderò le mosse da qualcosa di molto più recente, vale a dire la bellissima Lettera sulla cattiva gestione della pandemia del medico fiorentino Paolo De Bonfioli Cavalcabò, pubblicata su questo sito l’11 maggio 2021 (https://www.fondazionehume.it/societa/lettera-sulla-cattiva-gestione-della-pandemia/). Dopo aver fatto anche lui un elenco delle principali assurdità a cui gli era toccato assistere durante il suo lavoro di medico di base, egli scriveva infatti (i corsivi sono miei):

«Molte cose non tornavano nelle scelte dei governanti, nelle rivendicazioni degli operatori, nelle dispute scientifiche e, a copertura di tutto questo, nell’informazione scandalosamente unidirezionale (e spesso fuorviante ad arte) che è stata data. Ed è stata proprio questa univocità dell’informazione, da regime anche se non c’è un regime, che mi ha fatto pensare che una parte importante nelle scelte prese ce l’ha avuta una mentalità prevalente su tutto che è l’esagerata avversione al rischio che permea tutta la nostra società. […]

All’inizio c’è stata soprattutto l’avversione al rischio di ammalarsi, che ha fatto chiudere la maggior parte degli studi medici (con l’avallo stupefacente del ministero della salute che non voleva essere accusato di “mandare al macello” i medici, pensi un po’ come avrebbero fatto con questa mentalità a spegnere la centrale di Cernobyl…). Poi accanto a questa è comparsa una marea di burocrazia con una gara a chi metteva più regole (sempre per tutelare le persone ovviamente!) […].

Chi emana queste regole non vuole rischiare di essere considerato poco attento alla sicurezza dei suoi dipendenti e dei pazienti e di prendersi una denuncia o un rimbrotto dai suoi superiori sempre per lo stesso motivo e così via fino al ministro della sanità che oltre alle denunce della magistratura teme anche di scontentare i suoi elettori che ormai sono abituati a pretendere un bassissimo livello di rischio.

Cosa è successo negli ultimi anni per produrre questo atteggiamento? […] Ho solo delle idee vaghe e confuse ma sento che quello che è successo con questa pandemia non si spiega solo con “la superbia e l’arroganza dei governanti e la loro incapacità di imparare dagli errori” che pur ci sono.»

Credo che il dottor Cavalcabò abbia ragione. Anch’io, infatti, sono convinto che alla base del problema ci sia il rifiuto viscerale del rischio, anche minimo, da parte dell’uomo moderno, che lo porta a rifugiarsi nella falsa sicurezza delle regole. Tuttavia, nessuna regola potrà mai eliminare il rischio dalla vita, perché le due cose sono inestricabilmente connesse, sicché l’unico modo per riuscirci sarebbe eliminare la vita stessa. E non si pensi che sia solo una battuta: come proprio l’esperienza della pandemia ha messo in chiaro, infatti, nella nostra società ci sono ormai moltissime persone, forse addirittura la maggioranza, disposte a rinunciare a vivere per paura di morire, nonostante la palese assurdità di un tale atteggiamento (se non altro perché alla fine moriremo tutti comunque).

Quanto al “cosa è successo negli ultimi anni”, io credo, come accennavo prima, che stia semplicemente giungendo a maturazione un processo culturale iniziato moltissimo tempo fa, che però era rimasto a lungo confinato tra le élites intellettuali e solo in tempi relativamente recenti, con l’avvento della società di massa, è diventato mentalità comune.

Attenzione, però: io non penso che dietro a tutto questo vi sia un qualche piano organizzato a livello mondiale, giacché, come ripeto continuamente, ritengo il complottismo un tentativo illusorio di “ingabbiare” in schemi semplicistici l’immensa complessità del reale. Quello che penso, invece, è che siamo di fronte ad un caso di auto-organizzazione perversa della società: quello che nella teoria dei sistemi non lineari viene chiamato “effetto Qwerty”, dal nome delle tastiere che tutti continuiamo ad usare da quasi 150 anni benché la disposizione delle lettere sia notoriamente inefficiente (cfr. Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, 2a ed. ampliata, Mimesis, Milano 2019, cap. 7).

Ho già citato al proposito in un precedente articolo una frase di Luca Palamara, quel gentiluomo che per anni è stato il “garante” del sistema che manipolava le nomine dei vertici della magistratura italiana: «Non c’è uno che dà le carte, c’è un blocco culturale omogeneo che si muove all’unisono» (Il Sistema, Rizzoli 2021, p. 221). Ecco, questo è quello che secondo me ci sta succedendo.

Ciò spiega perché ci sia un’informazione “da regime anche se non c’è un regime”, come acutamente notato da Cavalcabò. Ma soprattutto spiega perché il prodotto finale di questa dinamica abbia una certa coerenza globale, ma sia spesso confuso e perfino contraddittorio nei dettagli, dato che essi sono perlopiù il risultato casuale dell’interazione fra le diverse componenti di tale blocco (mass media, correnti di pensiero, centri di potere economico, governi, burocrazie e anche semplici cittadini), che hanno interessi e scopi molto diversi e spesso conflittuali, diffidano gli uni degli altri, cercano di fregarsi a vicenda e a volte addirittura si combattono apertamente, anche se sul lungo periodo finiscono sempre per muoversi tutti nella stessa direzione, perché ragionano tutti allo stesso modo..

La vera domanda è dunque cosa è successo negli ultimi secoli, perché ci sono voluti secoli per creare un “blocco culturale” così “omogeneo” da determinare la mentalità di tutto l’Occidente e, almeno in parte, addirittura di tutto il mondo. La storia completa si trova nel mio libro appena citato, La scienza e l’idea di ragione, a cui rimando per ogni approfondimento. Qui invece, per forza di cose, sarò costretto a riassumerla in una forma così sintetica da apparire quasi “dogmatica”.

In breve, io sono convinto che il “peccato originale” della modernità stia nella frattura tra ragione ed esperienza che si è prodotta nell’ambito della filosofia all’inizio del Seicento, paradossalmente proprio nello stesso periodo in cui nasceva la moderna scienza sperimentale, che si basa invece sulla loro inscindibile unità.

Tale frattura, a sua volta, è stata in realtà solo lo sbocco finale di un processo secolare e in gran parte “sotterraneo”, proprio come è stato per quello che ha dato origine alla scienza e come in generale accade per tutte le grandi rivoluzioni. Tuttavia, perché i mille rivoli sparsi si uniscano a formare un nuovo grande fiume in cui incanalare il corso della Storia occorre che a un certo punto arrivi qualcuno che faccia una sintesi, il che è sempre opera di pochi e a volte addirittura di uno solo. Nel caso della scienza l’uomo della sintesi fu Galileo Galilei, mentre in campo filosofico a incaricarsene fu René Descartes, meglio noto col nome latinizzato di Cartesio.

Se quest’ultima affermazione è condivisa praticamente da tutti, non si può dire lo stesso circa il fatto (innegabile, eppure negato pressoché da tutti) che Cartesio avesse una concezione della conoscenza diametralmente opposta a quella propria del metodo scientifico, di cui è generalmente considerato addirittura uno dei fondatori. Infatti, come ritengo di aver dimostrato al di là di ogni dubbio nel mio libro, al quale pertanto rimando chi non volesse credermi sulla parola, non solo Cartesio non diede alcun contributo alla nascita della scienza, ma addirittura, in una lettera scritta nel 1638 all’amico Mersenne, rifiutò esplicitamente il metodo galileiano, che riteneva sbagliato in quanto rinunciava a cercare l’essenza delle cose per limitarsi a studiare alcune proprietà. In altre parole, Cartesio rifiutò proprio quella che fu la chiave di volta del successo del metodo galileiano, ritenendo che la scienza naturale dovesse essere ricavata deduttivamente dalla filosofia, in questo essendo, di fatto, completamente d’accordo con gli aristotelici, che pure a parole osteggiava.

Quanto alla frattura tra ragione e realtà, fu Cartesio stesso che disse esplicitamente che alla base del suo metodo c’era il rifiuto aprioristico di basarsi sull’esperienza sensibile («Quindi, dato che i sensi a volte ci ingannano, volli supporre che nessuna cosa fosse tal quale ce la fanno immaginare», Cartesio, Discorso sul metodo, in Opere filosofiche, Laterza, Bari 1986, vol. I, p. 312, corsivi miei). Anche la sua celebre ipotesi del “genio ingannatore” (alla cui esistenza ovviamente egli non credeva davvero) nacque proprio per assicurarsi di non basarsi mai, neanche per sbaglio, sull’infida esperienza, ma solo ed esclusivamente sulla ragione. Dunque, l’esaltazione della ragione in Cartesio indubbiamente c’è, ma non è il suo punto di partenza, giacché si tratta di una conseguenza della sua radicale sfiducia nell’esperienza, che pertanto è anche la vera origine della filosofia moderna, la quale, col tempo, ha poi finito per determinare la mentalità dominante nel mondo moderno.

Oggi quasi nessuno accetta più la filosofia cartesiana nel suo insieme, ma se tutti continuano a ritenerlo il padre della modernità vuol dire che evidentemente qualcosa di lui è sopravvissuto: ed è facile constatare che ciò che è sopravvissuto è proprio la suddetta frattura tra ragione ed esperienza, che per questo ho chiamato «il dogma centrale della modernità» e ho definito come la convinzione che «la ragione non può mai incontrare la verità dentro l’esperienza» (cfr. Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, § 2.9).  Dopo Cartesio, infatti, questi due aspetti essenziali della conoscenza umana si sono definitivamente separati, andando ciascuno per suo conto e dando origine ai due eccessi opposti e speculari del materialismo e dello spiritualismo, che nella filosofia dei successivi 4 secoli hanno continuato ad alternarsi senza che più nessuno riuscisse a rimetterli insieme, come risulta evidente anche semplicemente guardando l’indice di un qualsiasi manuale di storia della filosofia.

Questo spiega, tra l’altro, anche come è possibile che le due filosofie più caratteristiche della modernità siano il razionalismo e il relativismo, cosa di cui nessuno dubita, ma che, a pensarci bene, è piuttosto paradossale, dato che a prima vista sembrano diametralmente opposte. Infatti, se quel che ho appena detto è vero, allora esse appaiono come due facce di una stessa medaglia, giacché il razionalismo pensa che alla verità si possa arrivare attraverso la pura ragione, mentre il relativismo lo nega. Entrambi, tuttavia, condividono il dogma suddetto, negando che alla verità si possa arrivare attraverso l’esperienza. In questo senso, il relativista è in fondo un razionalista deluso, perché continua a pensare che se si potesse arrivare alla verità, l’unico modo sarebbe attraverso la pura ragione, ma poiché lo ritiene impossibile nega che ci si possa arrivare in qualsiasi modo.

Si potrebbe pensare che questa sia solo una faccenda per addetti ai lavori, che non ha molto a che fare con le scelte concrete della nostra vita quotidiana. In realtà non è così. Lo è stato per lungo tempo, anche perché non dovremmo mai dimenticare che fino a pochi decenni fa le persone erano in grande maggioranza analfabete e anche chi sapeva leggere, scrivere e far di conto perlopiù se ne serviva per scopi molto semplici e non certo per leggere libri impegnativi (che oltretutto anche dopo l’invenzione della stampa per molto tempo rimasero molto rari e molto cari). Quindi, quando parliamo delle rivoluzioni culturali del passato dovremmo sempre ricordare che i cambiamenti di cui parliamo interessarono solo delle ristrette élites, mentre la maggior parte delle persone nemmeno se ne accorse, anche se ciò non significa che i cambiamenti culturali non avessero già allora conseguenze per tutti, giacché erano le suddette élites a decidere come il mondo doveva funzionare.

Tale fenomeno divenne tuttavia molto più accentuato verso fine Ottocento, quando, almeno nelle città, l’istruzione cominciò a diffondersi, sicché i cambiamenti culturali cominciarono a determinare la vita della gente comune non più solo per via indiretta e inconsapevole, ma anche direttamente e consapevolmente. Tuttavia, la vera svolta è avvenuta solo con la diffusione su scala planetaria del mass media, che ha certo avuto molti effetti positivi, ma ha reso anche sempre più facile la creazione di un vero e proprio “pensiero unico” che pretende di stabilire a tavolino non solo che cosa si deve fare, ma addirittura che cosa esiste. Questa tendenza negli ultimi tempi si è accentuata moltissimo (basti pensare alla teoria del gender, secondo cui il sesso di una persona può essere deciso a tavolino senza alcun riferimento alla biologia) e il Covid le ha dato ulteriore impulso, tanto che sta ormai cominciando ad assumere le caratteristiche di un pensiero autoritario e, almeno tendenzialmente, totalitario.

L’aspetto più insidioso è che tale pensiero può mantenere le forme democratiche, dato che il suo potere si esercita soprattutto attraverso l’introduzione di una quantità sempre crescente di regole in apparenza puramente “tecniche”, che solo in piccola parte richiedono una legge. Gran parte di esse vengono infatti imposte dalle burocrazie ministeriali attraverso atti di natura amministrativa, che però spesso condizionano le nostre vite assai più delle leggi stesse, oppure, a un livello più elevato, dalle grandi burocrazie internazionali, attraverso la definizione di “obiettivi”, “linee guida”, “best practices” e simili, che, pur presentendosi come tecnicismi ideologicamente “neutrali”, in realtà hanno sempre alla loro base (e come potrebbe essere altrimenti?) una precisa visione del mondo. Inoltre, anche indipendentemente dal contenuto, per loro natura le regole tendono sempre alla standardizzazione e, di conseguenza, a penalizzare (e alla lunga eliminare) ogni forma di pensiero originale e creativo.

Questo lo aveva capito benissimo, già 43 anni fa, Václav Havel (1936-2011), il più geniale dei dissidenti del blocco sovietico, successivamente Presidente della Cecoslovacchia liberata e poi della Repubblica Ceca, nel suo straordinario libro Il potere dei senza potere, pubblicato clandestinamente nel 1978 tramite il samizdat.

In quest’opera Havel parlava infatti di «sistema post-totalitario», specificando che «con quel “post” non intendo dire che si tratta di un sistema che non è più totalitario; al contrario, voglio dire che esso è totalitario in modo sostanzialmente diverso rispetto alle dittature totalitarie “classiche” a cui nella nostra coscienza si collega normalmente il concetto di totalitarismo. A differenza della dittatura “classica”, dove la volontà del potere si realizza in misura di gran lunga maggiore direttamente e senza norme, […] il sistema post-totalitario è invece ossessionato dal bisogno di legare ogni cosa con un regolamento. La vita in esso è percorsa da una rete di ordinanze, avvisi, direttive, norme, disposizioni e regole (non per niente lo si definisce un sistema burocratico)» (Václav Havel, Il potere dei senza potere, La Casa di Matriona – Itacalibri, Milano – Castel Bolognese 2013, p. 36, corsivi dell’autore).

Che il totalitarismo moderno abbia un’essenziale componente burocratica lo aveva in realtà compreso (e magistralmente spiegato) già Hannah Arendt nel suo famosissimo libro La banalità del male, dedicato al processo ad Adolf Eichmann, l’uomo che aveva organizzato con scrupolosissima efficienza la deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento, benché non avesse nulla contro di loro e anzi non avesse mai neanche veramente condiviso l’ideologia nazista («Eichmann non s’iscrisse al partito per convinzione, né acquistò mai una fede ideologica […]. Kaltenbrunner gli disse: “Perché non entri nelle S.S.?”, e lui rispose: “Già, perché no? Andò così.», Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2016, p. 40). Quando gli chiesero perché l’avesse fatto, la sua unica risposta fu che quelle erano le regole e tutta la sua difesa consistette in lunghe discettazioni volte a dimostrare che gli ordini di Hitler erano formalmente legali e che quindi lui era tenuto ad eseguirli con il massimo impegno, indipendentemente dal fatto che li condividesse.

Eichmann «non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto quello che gli veniva ordinato. […] Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi della realtà in quanto tale, non lo toccavano. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a diventare uno dei più grandi criminali di quel periodo. […] Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo» (Hannah Arendt, op. cit., pp. 33, 57, 290, 291, corsivi miei). Infatti, avendo rinunciato a pensare e ad avere idee in proprio, egli era pronto ad adottare quelle di chiunque gli offrisse una possibilità di entrare «nella “storia” […] e far carriera», applicando senza discutere le regole stabilite dai superiori e avendo, quando queste non gli piacevano, «una capacità spaventosa di consolarsi con frasi vuote» (Hannah Arendt, op. cit., pp. 40 e 61).

La Arendt aveva così capito che i totalitarismi moderni hanno sì il volto degli Hitler e degli Stalin, ma le loro braccia e soprattutto i loro artigli sono costituiti dagli Eichmann, senza i quali nessun regime potrebbe esistere, perché i primi sono sì dei mostri, ma per fortuna sono pochi, mentre i secondi sono uomini qualsiasi (banali, appunto), ma in compenso sono moltissimi, anche ai giorni nostri (anzi, oggi probabilmente sono ancora di più). Havel fece un altro passo avanti e comprese che i sistemi post-totalitari possono esistere anche senza un mostro che dia loro un volto, essendo formati interamente dagli Eichmann ed essendo quindi interamente burocratici (il che peraltro non li rende meno, bensì più mostruosi).

Del resto, anche se si legge attentamente 1984, l’opera più celebre del terzo grande studioso del totalitarismo moderno, George Orwell, si capisce che il Grande Fratello in realtà non esiste, ma soprattutto che non ha importanza che esista o meno, perché tanto a comandare non è questo o quell’individuo, bensì il Partito nel suo insieme, proprio come accadeva anche nella realtà in Unione Sovietica. Havel esplicitò pienamente tale meccanismo, che in Orwell era rimasto sullo sfondo, estendendolo inoltre a tutta la società post-totalitaria e chiamandolo «autototalitarismo sociale». Con ciò intendeva che in questi sistemi non esistono vittime e tiranni in un senso assoluto, ma solo persone che rivestono in maggior grado l’uno o l’altro ruolo, certo con differenze anche molto grandi, ma tuttavia senza che vi sia nessuno che, almeno a qualche grado, non li rivesta entrambi, sicché tutti sono al tempo stesso le vittime e i tiranni di sé stessi, oltre che degli altri.

Ma la vera genialità di Havel, che lo rende diverso da tutte le altre pur straordinarie figure del dissenso, da Sacharov a Solženicyn a Wałęsa, sta nell’aver compreso, con lucidità profetica, che ciò che stava accadendo da loro era un’anticipazione di ciò che sarebbe accaduto da noi. Infatti, «la crisi planetaria della condizione umana penetra sia il mondo occidentale sia il nostro: in Occidente assume solo forme sociali e politiche diverse. […] Si potrebbe anzi dire che quanto più grande è […], rispetto al nostro mondo, lo spazio per le intenzioni reali della vita, tanto meglio […] nasconde all’uomo la situazione di crisi e più profondamente ve lo immerge» (Havel, op. cit., p. 125).

È importante capire che quando Havel parla di “automatismo” si riferisce certamente anche all’automatismo tipico della tecnica, per cui spesso basta l’introduzione di un nuovo tipo di tecnologia per introdurre con essa degli obblighi di fatto, che nessuno ha esplicitamente definito come tali, ma a cui è praticamente impossibile sottrarsi (basti pensare a come oggi sia praticamente impossibile vivere nella nostra società senza un cellulare, benché nessuna legge ci imponga di averlo), ma ancor più si riferisce a certi comportamenti “automatici” che certo coinvolgono la tecnologia, ma in ultima analisi sono messi in atto dagli esseri umani.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che non vi siano anche gruppi organizzati che spingono in certe direzioni, per motivi ideologici e/o economici, come d’altronde vi erano anche al tempo di Havel. Tuttavia, essi non sono la forza principale che sta determinando l’attuale involuzione autoritaria delle democrazie occidentali. Infatti, come dice ancora Havel, «che l’uomo si sia creato e continui, giorno per giorno, a crearsi un sistema finalizzato a sé stesso, attraverso il quale si priva da sé della propria identità, non è una incomprensibile stravaganza della storia, una sua aberrazione irrazionale o l’esito di una diabolica volontà superiore che per oscuri motivi ha deciso di torturare in questo modo una parte dell’umanità. Questo è potuto e può succedere solo perché evidentemente ci sono nell’uomo moderno determinate inclinazioni a creare o per lo meno a sopportare un tale sistema» (Havel, op. cit., p. 51).

Se ho ragione, le suddette “inclinazioni” sono nate nel Rinascimento (contemporaneamente alla scienza moderna, ma tuttavia contro di essa) e consistono nel rifiuto della realtà così come ci si dà nell’esperienza (cioè come qualcosa che non facciamo noi e che perciò non dominiamo) e del conseguente rischio di fidarci di essa per rifugiarci nella falsa sicurezza delle “regole”, che soddisfano, benché solo illusoriamente, la mania del controllo, che è la vera ossessione dell’uomo moderno

Ciò ha prodotto, nel tempo, le varie ideologie totalitarie che hanno insanguinato il Novecento, ovvero degli insiemi di regole immaginate a tavolino prescindendo dall’esperienza, volte a dirigere il corso delle cose verso un “bene” anch’esso immaginato a tavolino prescindendo dall’esperienza.

Il loro tragico fallimento ci ha portati negli ultimi decenni a prendere finalmente le distanze da esse, ma non dalla logica perversa che le aveva prodotte, cosicché ne sono nate delle altre, con obiettivi apparentemente più modesti e “realistici”, ma in effetti solo più meschini, come quella tutela isterica di qualsiasi capriccio o suscettibilità soggettiva che va sotto il nome di politically correct o come quell’astratto “aperturismo” a tutti i costi che Ricolfi ha chiamato “ideologia europea” e le altrettanto astratte reazioni ad esso che in genere vengono sbrigativamente riassunte sotto il nome di “populismo”.

Il risultato è stato che quando la realtà ci è improvvisamente piombata addosso con tutto il suo peso, sotto forma di problemi così grossi che non potevano più essere ignorati, come la crisi finanziaria, i problemi ecologici e adesso il Covid, eravamo così disabituati ad affrontarla che, salvo alcune lodevoli ma rarissime eccezioni, quasi tutti hanno reagito nell’unico modo che conoscevano: costruendo al più presto un insieme di regole immaginate a tavolino prescindendo dall’esperienza.

È chiaro che in questo modo è difficile elaborare strategie efficaci, ma questo è ancora il meno. Dopotutto, nessuno può pretendere che, davanti a problemi nuovi e gravi, si trovino subito tutte le risposte e si potrebbero ancora perdonare gli errori iniziali, compresi i più gravi, se si fosse poi disposti ad ammetterli e a cambiare strada di fronte all’evidenza dei fatti. E invece no! La cosa veramente grave è che nel nostro mondo, appena delle regole (quali che siano) vengono stabilite, diventa subito difficilissimo cambiarle. E la ragione di fondo è appunto la paura del rischio, che prevale su qualunque altra cosa.

Questo spiega perché i popoli dell’Occidente abbiano accettato senza reagire e spesso, almeno all’inizio, addirittura di buon grado (vi ricordate gli “Andrà tutto bene”, le bandiere e i canti sui balconi, manco avessimo vinto i Mondiali?) una serie di regole in gran parte inefficaci e a volte addirittura folli, che hanno distrutto la nostra economia e minato le radici stesse della convivenza sociale (vedi Green Pass) senza risolvere il problema del virus. Chi ha questo atteggiamento di viscerale rifiuto del rischio, infatti, dalle regole vuole innanzitutto essere rassicurato, per cui tende a non chiedersi se sono realmente efficaci, anzi, è tanto meno disposto a farlo quanto più è evidente che non lo sono, perché ammetterlo sarebbe psicologicamente devastante.

D’altra parte, i governanti sanno benissimo che oggi basta un solo caso in cui qualcosa va storto perché la gente inizi a gridare allo scandalo. Perciò non hanno nessuna voglia di cambiare le regole in vigore, anche quando la loro efficacia è minima, per non rischiare di essere accusati di negligenza. Piuttosto preferiranno aggiungerne delle altre, senza preoccuparsi più di tanto che le nuove siano coerenti con le vecchie, anche se ciò finirà in genere per creare un sistema meno efficiente. Ma non ha importanza, perché, come abbiamo appena detto, quanto più uno è fissato con le regole tanto meno è interessato a verificare se funzionano e anzi alla lunga non è nemmeno più capace di farlo.

Infatti, chi adotta questo atteggiamento si allontana sempre più dalla realtà, fino a quando non è più in grado di vedere nemmeno quello che ha davanti al naso e a quel punto gli si può far credere praticamente qualsiasi cosa, dalle false rassicurazioni dei governi fino alle più assurde teorie complottiste, che in fondo non sono che l’altra faccia della medaglia, avendo anch’esse la stessa funzione rassicurante: benché infatti prospetti in genere scenari apocalittici, il complottismo dà ai suoi adepti l’illusione di conoscere come stanno davvero le cose e quindi di avere il controllo della situazione.

E, per convincervi che quanto ho fin qui detto non è solo una teoria, ma ciò che sta accadendo realmente, farò tre esempi, tutti pre-Covid, in cui questa dinamica appare con clamorosa evidenza.

Il primo esempio è il disastro del volo Germanwings 9525, che il 24 marzo 2015 il copilota Andreas Lubitz, affetto da una grave depressione, fece deliberatamente schiantare al suolo, uccidendo tutti i suoi 150 passeggeri, compreso sé stesso. Benché fosse il primo caso nella storia in cui un pilota decideva di suicidarsi mentre era al comando di un aereo di linea, tutti decisero che era “inaccettabile” che la porta della cabina non si potesse aprire dall’esterno. Peccato che questa misura fosse stata presa perché dopo l’11 settembre tutti avevano ritenuto “inaccettabile” che la porta della cabina si potesse aprire dall’esterno, favorendo i dirottamenti. In qualche servizio televisivo la cosa venne fatta notare, ma nessuno si azzardò a dire esplicitamente che, essendo le due richieste contraddittorie, era assurdo sostenerle entrambe e bisognava inevitabilmente accettare o l’uno o l’altro dei due rischi, possibilmente scegliendo quello minore.

Il secondo esempio è quello della sparatoria del 9 aprile 2015 nel Tribunale di Milano, dove un uomo accusato di bancarotta fraudolenta uccise tre persone a colpi di pistola. Era la seconda volta che un fatto simile si verificava nella storia della Repubblica italiana, durante la quale nei suoi tribunali si erano celebrati milioni di processi. Considerando che in un processo si incontrano persone che perlopiù si odiano e che in moltissimi casi vorrebbero uccidersi a vicenda, che ciò fosse accaduto solo due volte in 69 anni avrebbe dovuto essere considerato uno straordinario successo. E invece no! Tutti dissero in coro che era “inaccettabile” e pretesero che si installassero i metal detector anche all’ingresso da cui passano giudici e avvocati, poiché era stato usato dall’assassino per introdurre la pistola. Ciò comportò spese assolutamente sproporzionate al rischio che si intendeva prevenire e, naturalmente, interminabili code, che rallentarono ulteriormente il già troppo lento svolgimento dei processi: tutti (c’era da dubitarne?) dissero in coro che ciò era “inaccettabile”, ma nessuno si sognò di mettere in discussione l’assurda richiesta di “rischio zero” che ne era la causa.

Ma il mio esempio preferito è il terzo, cioè quello dei seggiolini “intelligenti”, che vennero resi obbligatori proprio poche settimane prima dello scoppio del Covid, con una legge votata all’unanimità e tra l’entusiasmo generale (il che, tra parentesi, è qualcosa di cui bisogna sempre diffidare, giacché, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui nessuna idea gode di un consenso unanime, solo la demagogia riesce talvolta a produrlo). Lo scopo era (ed è tuttora) impedire che qualche genitore distratto dimentichi il bambino in auto, grazie ad un sistema automatico che manda un avviso sul cellulare. Ho fatto un calcolo approssimativo, da cui è risultato che il costo di questa innovazione per i prossimi 12 anni sarà di circa 500 milioni di euro, tutti a carico dei cittadini (ma anche se fossero a carico dello Stato sarebbe lo stesso, perché lo Stato siamo noi e i suoi soldi escono sempre dalle nostre tasche). Considerando che nei 12 anni precedenti l’approvazione della legge in tutta Italia erano morti in auto 8 bambini, ciò significa che nei prossimi 12 anni spenderemo mezzo miliardo per salvare un bambino ogni 18 mesi su una popolazione di 60 milioni di persone (sempre poi che lo salviamo davvero, perché se uno si abitua che se dimentica il pupo in macchina glielo dice il seggiolino è molto più facile che non ci faccia attenzione e poi cosa succede se il seggiolino si guasta o se dimentica il cellulare a casa?). Se disponessimo di risorse illimitate potremmo anche farlo, ma poiché non è così dovrebbe essere chiaro a qualunque persona sana di mente che ciò è assurdo, perché in qualsiasi altro modo spendessimo quei soldi salveremmo molte più vite. Eppure, provate a dirlo in giro è la risposta unanime sarà sempre e soltanto una: “è inaccettabile”.

È con queste aspettative irragionevoli e con questo drammatico livello di disconnessione dalla realtà che abbiamo affrontato l’emergenza del Covid e che ci prepariamo ora ad affrontare quella ambientale.

Non è certo un caso che i paesi che meglio di tutti hanno gestito il virus, cioè quelli del Pacifico, o (come quelli asiatici) hanno una cultura molto diversa dalla nostra o (come quelli oceanici) hanno la nostra stessa cultura, ma non sono stati influenzati né dalla nefasta “ideologia europea” né, soprattutto, dal sistema di “scaricabarile incrociato” che essa consente. Infatti, di fronte a qualsiasi critica l’Italia può sempre rispondere (e di fatto risponde) «ma fanno così anche la Germania, la Francia, l’Inghilterra… », la Germania può sempre rispondere (e di fatto risponde) «ma fanno così anche l’Italia, la Francia, l’Inghilterra… », ecc. Ma, soprattutto, tutte insieme possono sempre rispondere (e di fatto rispondono) «ma fa così anche l’Europa», che tanto non si sa cosa sia (essendo sempre, pirandellianamente, una, nessuna e centomila) e non deve quindi mai rispondere di niente a nessuno.

Proprio la necessità di rispondere ai propri cittadini (insieme a quella di doversi confrontare molto più direttamente di noi con una superpotenza a loro profondamente ostile come la Cina) ha costretto invece le classi dirigenti di quei paesi ad un realismo molto maggiore rispetto al resto dell’Occidente. Poi, certo, di Jacinda Ardern ce n’è una sola, ma, come in qualsiasi altro campo, anche nella politica i fuoriclasse nascono per caso o per Destino (a seconda di come uno la vede), ma per permettere loro di emergere e di esprimersi al meglio bisogna prima creare un ambiente favorevole. E per questo non servono fuoriclasse: bastano dei normali esseri umani, che però non abbiano paura di guardare la realtà per quello che è e siano disposti ad imparare da essa.

Dopo avere esposto le sue sette “leggi” sull’urto dei corpi (in cui, incredibilmente, molti pretendono di vedere la prima enunciazione del principio di azione e reazione, nonostante che siano sette e non una e, soprattutto, che siano tutte e sette sbagliate) Cartesio scrisse: «E le dimostrazioni di tutto questo sono così certe, che anche se l’esperienza sembrasse farci vedere il contrario, noi dovremmo, nondimeno, prestare maggior fede alla nostra ragione che ai nostri sensi» (Cartesio, I principi della filosofia, in Opere filosofiche, Laterza, Bari 1986, vol. III, p. 102).

Se questa idea di ragione, tutta chiusa su sé stessa e pronta a negare perfino l’evidenza pur di difendere le proprie rassicuranti ma false certezze, sta (come io credo) alla base della mentalità moderna, non c’è da stupirsi troppo per quello che è accaduto con il Covid. Ma, se non c’è da stupirsi, c’è però da preoccuparsi, perché, come ebbe a scrivere il vero fondatore del metodo scientifico, Galileo Galilei, «la natura, Signor mio, si burla delle costituzioni e decreti de i principi, degl’imperatori e de i monarchi, a richiesta de’ quali ella non muterebbe un iota delle leggi e statuti suoi» (Lettera a Francesco Ingoli, in Opere, Giunti Barbera, Firenze 1890-1909, vol. VI, p. 538).

Non lo farà neanche a richiesta di governanti democraticamente eletti e ossequiosamente politically correct.

Di quanti altri disastri avremo ancora bisogno per capirlo?

Dal Green Pass alla Green Economy, tutti i disastri del nuovo “modello Italia”

9 Dicembre 2021 - di Paolo Musso

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Che Disperazione (vero nome del purtroppo-ministro Speranza) continui ad elogiare il demenziale sistema del Green Pass fa arrabbiare, ma non stupisce: dopotutto, egli non solo ne è il principale artefice, ma è anche quel tale che l’anno scorso, giusto di questi tempi, stava facendo ritirare da tutte le librerie d’Italia, in tutta fretta e cercando di non dare troppo nell’occhio, il libro autocelebrativo che aveva scritto durante l’estate invece di preoccuparsi di prevenire la prevedibilissima ripresa dell’epidemia, che proprio in quegli stessi giorni aveva ripreso a diffondersi esponenzialmente.   Leggi di più

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