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La frattura tra ragione e realtà 9 / Miss BCE e l’inflazione

21 Febbraio 2025 - di Paolo Musso

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Con questo articolo cominciamo l’annunciato viaggio tra le follie della finanza internazionale. Una delle principali (e di particolare attualità) è la convinzione che alzare i tassi di interesse serva a combattere l’inflazione, come è stato fatto dopo l’esplosione dei prezzi del gas nel 2022 dalla neopresidente dalla BCE (nonché ex direttrice del FMI) Christine Lagarde. In realtà non solo questa misura è inutile, ma penalizza i poveri, già colpiti più degli altri dall’inflazione, arricchendo invece le banche e gli speculatori. Una dura lezione da imparare a memoria, soprattutto ora che la speculazione sul prezzo del gas ha rialzato la testa e tutto rischia di ricominciare da capo.

Una domanda ovvia, ma anche no

Assumereste un manager che non ha mai raggiunto gli obiettivi fissati dalla sua azienda? O un cuoco i cui piatti non piacciono mai a nessuno? O un chirurgo che uccide tutti i suoi pazienti? O un autista che ogni volta che si mette al volante provoca un incidente? O un calciatore che in ogni partita si fa un autogol? O un consulente finanziario che manda in rovina tutti i suoi clienti?

Non solo in un mondo normale, ma perfino nel mondo gravemente anormale in cui viviamo la risposta a queste domande (e alle molte altre analoghe che si potrebbero fare) è ovviamente no. Tranne che in un caso: l’ultimo.

Infatti, nel 2019, come successore di Mario Draghi a capo della Banca Centrale Europea (BCE) è stata nominata Christine Lagarde, che negli otto anni precedenti era stata direttrice del Fondo Monetario Internazionale (FMI), una delle istituzioni più funeste della storia umana, che nei suoi quasi 80 anni di attività non ha mai risolto un solo problema, dimostrando di possedere un’unica, vera, straordinaria abilità: quella di trasformare i problemi in disastri e i disastri in catastrofi.

Il che è precisamente quello che la signora Lagarde aveva sempre fatto durante il suo mandato alla guida del FMI e che ha puntualmente rifatto durante il suo mandato alla guida della BCE, nel colpevole e complice silenzio di tutto l’establishment europeo.

Miss BCE vs Mister BCE

Lasciamo stare la pessima gestione del periodo del Covid, di cui su questo sito abbiamo già parlato a sufficienza e in cui peraltro è stata in ampia (e pessima) compagnia e concentriamoci soltanto sugli ultimi due anni, in cui la signora Lagarde ha dato il peggio di sé.

Per onestà intellettuale, va detto che almeno la trasformazione in disastro del problema iniziale, cioè il vertiginoso quanto ingiustificato aumento del prezzo del gas a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della neo-URSS di Putin, per una volta non è principalmente colpa sua, bensì della UE.

Infatti, a mandare alle stelle il prezzo del gas non è stata la sua reale mancanza, bensì la paura che potesse venire a mancare, che a sua volta ha innescato i soliti fenomeni speculativi, che sono sempre esistiti, ma si sono enormemente amplificati da quando nelle Borse sono entrati i computer, che gestiscono ormai la maggior parte delle transazioni. Tuttavia, ciò che ha davvero fatto schizzare a valori assurdi il prezzo del gas non sono stati i fenomeni speculativi in sé stessi, ma il fatto che l’Europa stabiliva il prezzo del gas in base alle sue quotazioni alla Borsa di Amsterdam.

Non occorre essere esperti di economia per capire che a questo si poteva porre rimedio in molti modi e, soprattutto, in pochi giorni, come dimostra il fatto che, quando finalmente la UE si è mossa, è bastato l’annuncio che sarebbero stati presi dei provvedimenti in tal senso per far crollare quasi istantaneamente i prezzi del gas, riportandoli a valori quasi normali, cioè corrispondenti alla realtà, che era anch’essa quasi normale. Il problema è che per decidersi l’Europa ci ha messo nove mesi.

Non per nulla, perfino Mario Draghi ha detto cose terribili sul suo comportamento irresponsabile e ottuso, anche se i giornali italiani, pur non potendo evitare di dare la notizia, hanno cercato in tutti i modi di minimizzarla e poi dimenticarla il più presto possibile: non sia mai che il campione dell’europeismo, colui che ha salvato l’euro e con esso la UE, porti acqua al mulino dell’euroscetticismo dei “populisti”!

Purtroppo, però, qui non si tratta di europeismo o antieuropeismo, ma, tanto per (non) cambiare, ancora una volta di pura e semplice stupidità. Alla fine, infatti, ci hanno rimesso tutti, perché l’aumento tanto spropositato quanto ingiustificato del costo del gas ha fatto schizzare alle stelle le bollette dell’elettricità. Ciò ha portato a un aumento generale dei costi di produzione di pressoché qualsiasi cosa, risvegliando così, per la prima volta da quando esiste l’euro, il mostro dell’inflazione, «la più iniqua delle tasse», come la chiamava Luigi Einaudi, perché colpisce allo stesso modo ricchi e poveri.

Certo, come aveva giustamente notato Ricolfi (https://www.fondazionehume.it/economia/nel-segno-dellinflazione/), una prima spinta inflattiva c’era già stata all’inizio del 2022 per l’aumento dei prezzi delle materie prime (iniziato nella primavera del 2020 a causa del Covid e delle conseguenti difficoltà di approvvigionamento, ma giunto ai prezzi al consumo solo due anni dopo). «La guerra ha ovviamente peggiorato le cose», concludeva Ricolfi, «ma non è l’origine delle tensioni attuali sui prezzi, che risentono anche della ripresa della domanda, favorita dagli stimoli fiscali dei governi e dall’ingente risparmio accumulato durante la pandemia», il che è sicuramente vero.

Tuttavia, se la guerra – o, più esattamente, la speculazione sulla guerra – non è stata l’origine dell’inflazione, ne è stata però senza dubbio alcuno il moltiplicatore. Il modo in cui essa è letteralmente esplosa quasi da un giorno all’altro e in perfetta concomitanza con l’altrettanto improvvisa esplosione del prezzo del gas dimostra che senza quest’ultima avremmo sì avuto un po’ di inflazione, ma certamente non questa inflazione.

Ora, è chiaro che sulla speculazione la BCE non poteva intervenire direttamente. Però è altrettanto chiaro che se la sua presidente avesse messo in gioco tutto il prestigio della sua carica, accusando pubblicamente i governi della UE di comportarsi in modo irresponsabile, rischiando di impoverire tutta la popolazione europea, qualcosa sarebbe certamente cambiato. Mario Draghi l’avrebbe fatto.

Anzi, l’ha fatto. Solo che, non essendo più il capo della BCE, ma “solo” del governo italiano, chi non voleva dargli ascolto ha avuto gioco facile a bollare le sue parole come dettate dalla difesa degli interessi egoistici del suo paese. Salvo poi accorgersi – ma troppo tardi – che invece erano nell’interesse di tutti e che a difendere i propri interessi egoistici erano proprio quei paesi nordici che ci fanno sempre la morale, anzitutto la Danimarca (che voleva proteggere i profitti abnormi della sua Borsa) e la Norvegia (che è una grande esportatrice di gas naturale).

Con questo suo “peccato di omissione” la Lagarde, in perfetto stile FMI, ha contribuito, insieme ai nostri inetti governanti, a trasformare un problema relativamente facile in un disastro di difficile soluzione. Ma il suo capolavoro, di cui è invece l’unica responsabile, l’ha realizzato dopo, quando l’inflazione era ormai decollata e lei, per fermarla, non ha trovato di meglio che alzare sempre più, fino a livelli assurdi, i tassi di interesse, col consenso entusiasta della FED (la banca centrale USA), che ha fatto lo stesso, nonché della maggior parte degli economisti.

Poi, un bel giorno, lo scorso agosto, sono arrivati i dati negativi sull’occupazione negli Stati Uniti e improvvisamente sui mercati finanziari è esploso il panico e le Borse sono crollate, temendo l’arrivo imminente di una nuova recessione. Allora, di punto in bianco, sono esplose anche le critiche a BCE e FED per non avere ancora abbassato i tassi benché l’inflazione fosse già da tempo tornata a livelli quasi normali. Poi, però, il panico è passato (forse proprio grazie a questo cambio di rotta o forse per altri motivi meno chiari o addirittura senza nessun particolare motivo: con la folle finanza attuale succede spesso) e anche le critiche si sono ridimensionate, sicché l’abbassamento dei tassi sta sì avvenendo, ma in modo irragionevolmente lento, sia in Europa che in USA.

In questo modo, di nuovo in perfetto stile FMI, la Lagarde ha trasformato il disastro, che già aveva contribuito a provocare, in una catastrofe completa, da cui non siamo ancora usciti del tutto e da cui, comunque vada, usciremo tutti più poveri – o meglio, tutti tranne gli speculatori e i banchieri. Proprio come è sempre successo tutte le volte che il FMI ha cercato di “risolvere” a modo suo un qualsiasi problema in un qualsiasi paese del mondo.

L’unica parziale giustificazione che Miss BCE può accampare è che non si è trattato di una sua levata d’ingegno personale: come già detto, infatti, gran parte degli economisti ritengono il rialzo dei tassi di interesse una misura efficace contro l’inflazione, benché sia facile capire che non è vero.

Oggi ce lo siamo scordato, ma quando Mario Draghi pronunciò il  suo ormai proverbiale “Whatever it takes” non ci fu affatto il coro di consensi che oggi, a posteriori, gli viene tributato. Gran parte degli economisti erano infatti convinti che l’acquisto a tasso zero dei titoli del debito pubblico da parte della BCE avrebbe provocato un’enorme inflazione.

Probabilmente lo temeva anche Draghi, che è cresciuto alla loro stessa scuola. La differenza, però, è che, di fronte all’evidenza che altrimenti tutto il sistema sarebbe collassato, lui ha deciso di seguire le indicazioni della realtà anziché quelle della teoria (nel che consiste l’essenza del metodo scientifico e, più in generale, di qualsiasi metodo conoscitivo efficace): e la realtà l’ha premiato. La Lagarde, invece, sempre in perfetto stile FMI, ha deciso di andare contro la realtà pur di seguire la teoria (nel che consiste l’ideologia): e la realtà l’ha punita.

Il problema è che, insieme a lei, ha purtroppo punito anche tutti noi. Infatti, il rialzo dei tassi di interesse non è stato “soltanto” inutile: è stato (appunto) catastrofico.

Inflazione da domanda vs Inflazione da costi

Come aveva già spiegato Ricolfi nell’articolo prima citato, la logica di questa strategia è molto semplice (anche se sarebbe più esatto definirla semplicistica): se il denaro costerà di più, allora ce ne sarà di meno in circolazione, il che farà calare la domanda e, di conseguenza, i prezzi. Ma, notava Ricolfi, questo funziona solo se l’inflazione è causata da un eccesso di domanda rispetto all’offerta. Se invece l’aumento dei prezzi è determinato essenzialmente da un aumento dei costi, come è il caso attuale, «allora le politiche restrittive rischiano di essere poco efficaci, se non addirittura controproducenti». Ed è facile capire perché.

I prezzi, infatti, devono necessariamente essere superiori ai costi, altrimenti chi vende non guadagna nulla e va in rovina. Di conseguenza, se i prezzi sono saliti perché sono saliti i costi, far diminuire la domanda non farà diminuire i prezzi, bensì i guadagni dei venditori, alcuni dei quali falliranno, danneggiando l’economia, mentre altri cercheranno di rifarsi aumentando i prezzi e quindi facendo salire l’inflazione. Si innesca così un circolo vizioso, che non porta al calo dell’inflazione, ma a quello dell’economia, rischiando di provocare una recessione: guarda caso, proprio quello che si è temuto potesse accadere ad agosto.

Ma in realtà è molto peggio di così. Ricolfi, infatti, è stato ancora troppo moderato: le politiche restrittive non funzionano neanche per l’inflazione da domanda e sono sempre controproducenti, oltre che inefficaci.

L’equivoco nasce dall’espressione ingannevole “costo del denaro”. Se salgono i tassi, infatti, non è tutto il denaro che “costa di più” e, di conseguenza, “circola di meno”: gli stipendi, le pensioni, gli incassi dei commercianti e dei liberi professionisti – tutto questo e molto altro ancora “costa” e “circola” esattamente come prima. È solo il denaro preso a prestito che costa di più e che quindi potrebbe circolare di meno. Ma è davvero così?

Nella nostra società i prestiti concessi dalle banche rientrano tutti in poche e ben definite categorie:

  • per i privati cittadini: a) casa; b) automobile; c) elettrodomestici, d) mobili;
  • per gli imprenditori: a) avviamento dell’attività; b) espansione dell’attività in momenti di prosperità; c) salvataggio dell’attività in momenti di crisi.

Ora, un rialzo significativo dei tassi di interesse potrebbe indubbiamente scoraggiare chi vuole comprare casa (a meno che sia così ricco da potersi permettere di pagarla coi propri risparmi), dato che si tratta di un investimento molto impegnativo, che non si fa da un giorno all’altro e per il quale, data la sua entità, anche una differenza di pochi punti percentuali può tradursi in una grossa differenza in valore assoluto. E in effetti un certo calo del mercato immobiliare in questi due anni c’è stato, benché non di grande entità.

Molto più difficile è invece che si abbia un calo significativo nelle vendite di automobili, che non solo i ricchi, ma anche i semplici benestanti possono comprare senza bisogno di prestiti, mentre i poveri lo fanno solo quando è assolutamente necessario (principalmente per recarsi al lavoro) e in tal caso è verosimile che preferiscano tirare un po’ la cinghia piuttosto che rinunciarvi. Ancor più improbabile è che possano esserci effetti significativi sugli acquisti a rate di articoli per la casa, giacché, data la loro piccola entità, l’aumento in valore assoluto è risibile.

Quanto agli imprenditori, a rinunciare a chiedere prestiti a tassi elevati sarebbero principalmente alcuni di quelli che intendono espandersi, causando così un grave danno all’economia, mentre altri lo chiederanno comunque, scaricando il maggior costo sui prezzi e facendo così salire l’inflazione. Quelli con l’acqua alla gola, avendo come unica alternativa il fallimento, perlopiù il prestito lo chiederanno comunque e cercheranno di rifarsi aumentando i prezzi: chi ci riuscirà contribuirà di nuovo a far salire l’inflazione, mentre chi non ce la farà chiuderà bottega, con ulteriore danno per l’economia. Chi chiede il prestito per avviare l’attività, infine, perlopiù lo chiederà comunque, dato che in genere sono previste condizioni speciali che non vengono toccate dal rialzo dei tassi. Chi non si sentirà di farlo, invece, rinuncerà ad avviare un’impresa che avrebbe potuto portare benefici all’economia, danneggiandola quindi ulteriormente.

Inoltre, tutto ciò vale soltanto per chi il prestito deve ancora chiederlo. Chi l’ha già ottenuto, infatti, deve comunque restituirlo. Per quelli che hanno scelto il prestito a interesse fisso (che in questo momento dovrebbero essere la maggioranza, dato che veniamo da un lunghissimo periodo di tassi bassissimi) non cambia nulla, mentre chi ha scelto il tasso variabile dovrà pagare di più, impoverendosi a vantaggio delle banche. Di nuovo, alcune imprese non saranno in grado di pagare e falliranno, con ulteriore danno per l’economia, mentre altre, di nuovo, scaricheranno i maggiori costi sui prezzi, facendo anch’esse salire l’inflazione.

In definitiva, dunque, l’impatto diretto dell’aumento del costo del denaro sulla domanda sarà comunque limitato già di per sé e rischierà di essere ulteriormente ridotto o addirittura annullato dagli effetti perversi che produce.

Maggiore potrebbe essere l’impatto indiretto, nel senso che chi deve pagare maggiori interessi sui prestiti potrebbe sentirsi meno propenso a spendere per altre cose. Ma, anche se ciò dovesse produrre un significativo calo della domanda (il che è tutto da dimostrare), difficilmente potrebbe provocare un altrettanto significativo calo dei prezzi, perché, come abbiamo visto, tale calo della domanda sarebbe stato ottenuto facendo salire i costi a carico delle persone e delle imprese.

In altre parole, il rialzo dei tassi di interesse trasforma una parte dell’inflazione da domanda in inflazione da costi e tale parte diventa sempre maggiore quanto maggiore è il rialzo dei tassi.

Da ciò deriva il seguente paradosso: quanto più alziamo i tassi per scoraggiare la domanda, tanto più riduciamo l’incidenza della domanda sull’andamento dell’inflazione e, di conseguenza, anche l’efficacia del rialzo dei tassi.

Detto ancor più in sintesi: il rialzo dei tassi di interesse distrugge progressivamente l’efficacia del rialzo dei tassi di interesse. E poiché per ottenere un impatto significativo su un’inflazione elevata bisognerebbe alzarli di un bel po’, sembra inevitabile concludere che è molto dubbio che questa strategia serva a far scendere l’inflazione da domanda, mentre è certo che non farà scendere quella da costi e che in entrambi i casi provocherà gravi danni all’economia. E ora ditemi: con simili prospettive, chi, se non un pazzo, sceglierebbe questa strada?

La Lagarde l’ha scelta…

Magia vs Scienza

Ma l’inflazione sta finalmente scendendo, obietterà qualcuno. E questa non è forse la prova che la strategia di Miss BCE, nonostante tutto, ha funzionato?

Beh, no.

Questo ragionamento, infatti, è un tipico esempio della fallacia logica nota come “post hoc ergo propter hoc” (poiché una certa cosa segue ad un’altra, allora la prima è la causa della seconda), che secondo David Hume sarebbe il modo in cui la scienza stabilisce i nessi di causa ed effetto tra i fenomeni, che per questo egli riteneva invalidi.

Mi spiace dover criticare il nume tutelare della Fondazione che così generosamente ospita i miei sproloqui, ma questo è piuttosto il modo in cui funziona la magia: così, infatti, si può dimostrare qualsiasi cosa, il che è lo stesso che non dimostrare nulla. Non a caso, questo è il trucco che invariabilmente usano tutti i ciarlatani per truffare le persone fragili in cerca di facili rassicurazioni. Per farlo basta scegliere una qualsiasi strategia, seguirla fino a quando l’evento desiderato si verifica e a quel punto rivendicare alla nostra strategia il merito di averlo prodotto.

Naturalmente è possibile che le cose stiano davvero così. Ma anche no, perché l’evento in questione potrebbe essere stato prodotto da una qualsiasi altra causa. Per dimostrarlo, quindi, la mera successione temporale non basta, proprio come diceva Hume (che perciò su questo aveva ragione): bisogna inoltre spiegare esattamente perché l’effetto seguirebbe da quella che noi abbiamo identificato come sua causa e poi andare a vedere se questa spiegazione funziona, il che è esattamente ciò che fa la scienza (e perciò su questo Hume aveva invece torto).

Ora, abbiamo appena visto che la spiegazione della supposta efficacia del rialzo dei tassi di interesse non funziona. Sembra quindi inevitabile concludere che si tratta di un falso rimedio e che l’inflazione è scesa per i fatti suoi, essenzialmente perché era frutto di un fenomeno speculativo, per cui, sgonfiatosi quello, si è sgonfiata anche lei, anche se ci ha messo un po’ più di tempo (perché le dinamiche dell’economia reale sono molto più lente di quella della finanza e anche perché dentro ad essa c’era pure, come abbiamo detto, una parte di inflazione reale da effetto Covid).

Ma il meglio, cioè il peggio, deve ancora arrivare.

Ricchi vs Poveri

Anzitutto, infatti, chi ha più necessità di chiedere prestiti sono i poveri o gli imprenditori in difficoltà, che sono già i più colpiti dall’inflazione e ora vengono colpiti pure dal rialzo dei tassi. Al contrario, i ricchi non solo possono comprarsi ciò che vogliono coi propri soldi, senza chiedere prestiti e quindi senza essere toccati dal rialzo dei tassi, ma possono addirittura trarre vantaggio dalla situazione, investendo i propri risparmi in titoli del debito pubblico dal rendimento particolarmente alto o, meglio ancora, speculando sulle sue variazioni.

Ma c’è di più. L’aumento dei tassi, infatti, ha un’altra conseguenza devastante, soprattutto nella situazione attuale: fa aumentare gli interessi del già enorme debito pubblico degli Stati, facendolo ulteriormente crescere e rendendo di conseguenza sempre più difficile mettere in atto interventi a favore dei più poveri, che vengono così colpiti per la terza volta.

Pertanto, se tutto questo è vero, non è poi così importante stabilire se quella attuale è un’inflazione da domanda o un’inflazione da costi. Infatti, perfino se fosse un’inflazione interamente da domanda, il rialzo dei tassi voluto dalla Lagarde potrebbe avere avuto (nel migliore dei casi) solo un influsso molto limitato, ottenuto a prezzo di impoverirci tutti, tranne le banche e gli speculatori: cioè, esattamente quello che ha sempre fatto il FMI.

Se poi, come sembra evidente, questa è invece essenzialmente un’inflazione da costi, allora va ancora peggio, perché anche quella già abbastanza incerta possibilità di un piccolo influsso positivo scompare, mentre restano, ancor più amplificati, gli effetti negativi, che peggiorano la situazione di tutti, ma in particolare dei più poveri.

Che queste idee dissennate siano oggi difese soprattutto dalla sinistra “liberal” è un’ulteriore conferma di quella “mutazione” (per dirla con Ricolfi) che ha condotto la sinistra a diventare il partito della borghesia anziché del popolo.

Conclusioni

Dopotutto, Einaudi si sbagliava.  Esiste una tassa ancor più iniqua dell’inflazione, che colpisce tutti allo stesso modo, indipendentemente dal reddito: è il rialzo dei tassi di interesse, che colpisce tutti in modo inversamente proporzionale al reddito. E di questa scoperta dobbiamo ringraziare Miss BCE-FMI, ovvero la (poco) gentile signora Christine Lagarde.

Chiunque abbia letto i miei precedenti articoli (chi non li ha letti può sempre farlo ora) non può di certo pensare che stia dicendo quello che sto dicendo a causa di un’avversione ideologica per l’economia di mercato, viste tutte le cose terribili che ho scritto (e che confermo) sul comunismo e sul suo persistente e nefasto influsso sulla civiltà occidentale.

Ho perfino difeso (almeno entro certi limiti) le cattivissime multinazionali, cecando di spiegare perché è sbagliato pretendere che siano l’incarnazione stessa del Male.

Ma il FMI lo è davvero.

E il peggio è che non si tratta innanzitutto del FMI come istituzione (che pure ha colpe sue specifiche e gravissime), ma piuttosto delle idee folli su cui si basa, che purtroppo sono condivise da quasi tutti gli economisti – o almeno da quasi tutti quelli “che contano”.

Ne riparleremo.

La lezione di Örebro: non sono le armi che uccidono, ma le persone (disperate)

10 Febbraio 2025 - di Paolo Musso

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Quella avvenuta nella scuola Risbergska della cittadina svedese di Örebro non è solo la peggiore strage mai avvenuta in Svezia: è anche l’ultima di una serie (che sembra purtroppo destinata ad allungarsi) di stragi analoghe che negli ultimi tempi si sono verificate nei paesi scandinavi.

Non intendo qui occuparmi delle miserabili strumentalizzazioni dei soliti servi sciocchi del politically correct, che hanno subito fatto a gara nell’attribuirne la responsabilità al “razzismo”, alimentato (ovviamente) dalla “destra”, per definizione fonte di ogni male. È chiaro, infatti, che quando qualcuno compie un’azione del genere le sue “motivazioni” esplicite contano ben poco, essendo soltanto un pretesto per sfogare un disagio psichico che ha origini ben diverse: se non fosse stato il razzismo, il signor Rickard Andersson ne avrebbe trovato un altro. Perciò anche la lezione da trarre da questa tragica vicenda (e dalle altre che l’hanno preceduta) è un’altra.

Fino ad oggi stragi di questo tipo sono sempre state ritenute una “specialità” degli Stati Uniti e la loro causa è sempre stata identificata con l’estrema facilità con cui chiunque negli USA può procurarsi non solo armi leggere per la difesa personale, ma anche veri e propri arsenali di armi da guerra. Ma ora che stragi simili hanno cominciato a verificarsi con preoccupante frequenza anche nei paesi scandinavi, dove questa libertà di armarsi non esiste, questo giudizio va per forza rivisto.

Anzitutto, infatti, ciò dimostra che per fare una strage avere armi pesanti certamente aiuta, ma non è indispensabile: si possono fare moltissime vittime anche con armi leggere o addirittura senza armi, come è accaduto in alcune stragi in cui sono stati usati camion lanciati contro la folla.

È vero che finora questo sistema è stato usato solo a fini terroristici, ma nulla vieta che possa essere adottato anche da persone che vogliono uccidere per ragioni personali. Anzi, in un certo senso ciò è già accaduto, dato che le motivazioni addotte dall’autore della strage al mercatino di Natale di Magdeburgo dello scorso 19 dicembre sono molto più vicine a quelle del signor Andersson che a quelle di un terrorista tradizionale.

Questo non fa che riportarci a una verità in fondo banale, ma ormai quasi dimenticata: non sono le armi a uccidere, come molti (tra cui, ahimè, anche Papa Francesco) si ostinano a ripetere, ma le persone. Ne segue che limitare l’accesso alle armi è certamente auspicabile, ma non servirà a molto, perché chi vuole davvero fare una strage troverà sempre il modo di farla.

La seconda verità banale ma essenziale che dobbiamo ricuperare è che chi compie queste azioni è sempre mentalmente disturbato, ma raramente le sue sono tare psichiche innate: in genere si tratta di problemi causati da soprusi che la persona ritiene di aver subito. Tuttavia, la reazione è talmente sproporzionata all’offesa che evidentemente la ragione di fondo dev’essere un’altra.

Questa ragione è la disperazione, cioè l’incapacità di trovare un senso per la propria vita, che ingigantisce tutti i problemi, trasformando qualsiasi contrarietà, anche la più piccola, in un macigno da cui la persona si senta schiacciata. Perciò, se vogliamo evitare che fatti come questi si ripetano e, più in generale, limitare la violenza irrazionale, che si sta diffondendo sempre più, soprattutto fra i giovani, quello che ci serve non sono leggi più severe, bensì ridare speranza alla gente.

E questo ci porta alla terza e ultima lezione. I paesi nordici, infatti, appaiono sempre in testa alle classifiche internazionali che tentano di misurare la qualità della vita o, addirittura, la “felicità”. Eppure, da sempre hanno un numero di suicidi molto superiore alla media e negli ultimi tempi hanno anche avuto un numero di omicidi e femminicidi molto più alto del nostro. Ora che cominciano ad avere anche un numero di stragi superiore alla media, forse è il caso di mettere in discussione gli “indicatori” che vengono usati in queste indagini (che in realtà non “indicano” un bel niente) e riscoprire un’ultima banale ma essenziale verità: la felicità non si può misurare.

L’odio al di là del linguaggio. È davvero Trump il pericolo maggiore per la democrazia americana?

5 Novembre 2024 - di Paolo Musso

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Quando dopo il disastroso dibattito televisivo del 26 giugno i Democratici si posero (finalmente) il problema di sostituire Joe Biden, molti analisti dissero giustamente che il rischio non era solo che perdesse, ma anche che vincesse. La cosa non era impossibile, nonostante le sue condizioni, perché la polarizzazione era ormai tale che moltissimi suoi sostenitori avrebbero votato perfino per la sua mummia (così come moltissimi altri avrebbero fatto con Trump), ma il problema era che in tal caso non sarebbe stato in grado di guidare il paese più potente del mondo per altri quattro anni (in realtà non era in grado di farlo neanche nei quattro anni precedenti, ma meglio tardi che mai…).

Tuttavia, a dispetto dell’entusiasmo con cui la sua nomination è stata accolta da tutto l’establishment occidentale, lo stesso problema si pone ora con Kamala Harris. Anzitutto, infatti, anche lei rischia di perdere: i sondaggi danno i due candidati alla pari, ma sappiamo che gli elettori di Trump sono molto più restii a dichiarare la loro preferenza, proprio come succedeva in Italia con Berlusconi, dove i sondaggi lo hanno sempre sottovalutato per i quasi trent’anni della sua carriera politica, rifiutando per ostinazione ideologica di correggersi nonostante l’evidenza.

Negli USA, dove il successo conta ancor oggi più di ogni altra cosa, quindi anche più dell’ideologia, i sondaggisti hanno invece tentato di tenere conto di questa tendenza, ma mi sorprenderebbe molto (nel momento in cui scrivo le votazioni non sono ancora cominciate) se ci fossero riusciti del tutto, anche perché è probabile che la reticenza dei trumpiani a pronunciarsi sia ulteriormente cresciuta, a causa del clima ancor più ostile nei loro confronti. Certo non sbaglieranno più del 4%, come è successo nel 2020, ma è probabile che Trump prenda comunque tra l’1 e il 2% in più di quanto gli viene attribuito, il che basterebbe a garantirgli la vittoria.

Ma c’è di più. Anche con Kamala, infatti, il problema è anche che rischia di vincere, perché neppure lei è in grado di guidare gli Stati Uniti, anche se per ragioni diverse da Biden, perché certo non è rincoglionita come lui. Ma dal punto di vista della salvaguardia della democrazia è almeno altrettanto pericolosa quanto Trump, se non addirittura di più. Come ha giustamente detto Cacciari qualche giorno fa a LA7, la differenza tra i due è soltanto “estetica”, nel senso che Trump è sguaiato e volgare, mentre la Harris rispetta maggiormente il galateo, ma per il resto sono simili.

Cacciari lo diceva soprattutto rispetto alle loro politiche, da cui non si aspetta grandi differenze (né grandi cose), ma ciò vale anche per la loro intolleranza, nonché per quella dei loro sostenitori. Il vero problema, infatti, non è il linguaggio d’odio, come oggi è di moda dire, ma l’odio in sé stesso, che è nato prima del linguaggio d’odio e che ne è la vera causa. E tale odio non solo esiste anche a sinistra, ma è nato prima a sinistra, negli Stati Uniti come in tutto l’Occidente.

Se c’è una cosa su cui la sinistra ha ragione, è quando dice che la destra è reazionaria: infatti, la crescita della destra in tutto l’Occidente (che continua, lenta ma costante, da oltre 25 anni) è principalmente una reazione alla crescita, altrettanto costante, di quella che Ricolfi ha molto esattamente definito «una forma di isteria – individuale e collettiva – che si propaga attraverso meccanismi intimidatori e ricatti morali [..], un mix di narcisismo etico, nella misura in cui rafforza l’autostima, di esibizionismo etico, nella misura in cui viene sbattuto in faccia al prossimo, e di bullismo etico, quando si accanisce su una o più vittime» (https://www.fondazionehume.it/politica/a-forza-di-includere-tutti-ci-siamo-esclusi-noi-intervista-di-maurizio-caverzan-a-luca-ricolfi/).

Non insisterò su questo, visto che, appunto, ne ha già parlato Ricolfi, più volte e in modo (come sempre) tanto preciso quanto documentato. Quel che vorrei fare è solo citare alcuni fatti, ignorati o distorti da tutto il nostro sistema mediatico, che dimostrano che presentare Kamala Harris come la paladina della civiltà contro la barbarie è non solo falso, ma addirittura grottesco.

In realtà la storia era già iniziata con Biden, che, un minuto dopo aver rivendicato la vittoria, affermando di voler essere il Presidente di tutti gli americani e di voler ricucire le lacerazioni che si erano prodotte durante la campagna elettorale, non ha trovato di meglio che chiedere l’impeachment per Trump, che tra l’altro era impossibile da ottenere e quindi l’unico effetto che poteva avere (e che di fatto ha avuto) era inasprire le tensioni. A ciò si è poi aggiunta una forsennata campagna giustizialista anti-Trump, condotta da magistrati (guarda caso sempre di provata fede democratica) che ha ricordato molto quella già vista in Italia contro Berlusconi.

L’apice di tale campagna è stata la denuncia contro Trump per complicità nell’assalto al Campidoglio, classificato come un tentativo di colpo di Stato. E, quando la Corte Suprema ha annullato il processo perché le accuse erano da ritenersi esagerate, è esplosa l’indignazione dei liberal di tutto il mondo, alla cui testa si è messa proprio Kamala Harris. Eppure, la Corte Suprema aveva semplicemente detto le cose come stavano. L’assalto a Capitol Hill, infatti, è stato un atto (grave) di teppismo, che va certamente perseguito con la massima severità, ma parlare di colpo di Stato è semplicemente ridicolo: i colpi di Stato si fanno con l’appoggio dell’esercito e mettendo in strada i carri armati, non qualche migliaio di esaltati guidati da Jake lo Sciamano.

Ma la Harris, con l’appoggio di tutti gli intellettuali liberal dell’Occidente, ha attaccato la Corte Suprema anche in molte altre occasioni, accusandola di essere favorevole a Trump, che ne ha nominato gli ultimi membri. Ora, questo è vero, ma non è una novità: la Corte Suprema è sempre stata politicamente orientata, perché i suoi membri sono sempre stati nominati dal Presidente di turno (che ovviamente gli sceglie tra quelli a lui politicamente vicini), perché così stabilisce la Costituzione. La vera novità è che per la prima volta nella storia ciò è stato preso a pretesto per delegittimarla, che è un comportamento oggettivamente eversivo e assai più grave degli attacchi di Trump a singoli magistrati, essendo diretto contro il più alto organo giudiziario del paese.

Più in generale, la Harris già da Procuratrice in California aveva preso posizione estremistiche, molto vicine a quelle di Black Lives Matter (che non è un movimento per i diritti civili, ma un movimento eversivo che ha come scopo dichiarato la cancellazione della civiltà occidentale), In particolare, ha di fatto legalizzato il furto, depenalizzandolo fino a 1000 dollari, il che ha colpito (come sempre succede ai progressisti da qualche decennio in qua) i commercianti più poveri, che, non potendo assumere dei vigilantes privati come hanno fatto quelli più ricchi e la grande distribuzione, hanno dovuto scegliere tra cambiare lavoro e cambiare Stato.

Da quando si è candidata, la Harris sta facendo di tutto per far dimenticare quel suo vergognoso passato, il che dal suo punto divista è comprensibile. Meno comprensibile è invece che tutti i nostri intellettuali, compresi quelli più moderati, le reggano il gioco.

Faccio solo un esempio, che mi ha particolarmente colpito, perché, appunto, ne sono state protagonisti due intellettuali moderati e solitamente (ma non questa volta) assai ragionevoli. Domenica scorsa, a Mezz’ora in più, Monica Maggioni ha commentato insieme a Vittorio Emanuele Parsi una cartina degli Stati Uniti su cui erano indicati tutti i luoghi dove erano in atto campagne di suprematisti bianchi sostenitori di Trump, insieme a una serie di interviste piuttosto deliranti ad alcuni di essi, che in alcuni casi inneggiavano perfino a Hitler e facevano il saluto nazista.

Ora, è certamente giusto denunciare questi comportamenti, che sono inaccettabili e preoccupanti. Ma perché la Maggioni non si è sentita in dovere di mostrare (e perché Parsi non si è sentito in dovere di chiederglielo) anche una cartina in cui fossero indicati tutti i luoghi degli Stati Uniti dove sono state introdotte le liste dei libri proibiti nelle università o dove ci sono state manifestazioni pro-Hamas o dove si sono verificati episodi di quello che Federico Rampini (che certo uomo di destra non è) ha recentemente definito «l’unico vero razzismo oggi presente negli USA, cioè quello verso i maschi bianchi non laureati»? E perché non sono state fatte analoghe interviste ai rappresentanti più fanatici della ideologia woke, che molti nostri intellettuali negano addirittura che esista?

Temo che, se la Maggioni l’avesse fatto, il risultato sarebbe stato almeno altrettanto inquietante. Con in più una differenza, che non è da poco: mentre è improbabile che i nazisti dell’Illinois (o di altri Stati non citati dai Blues Brothers) possano determinare in modo significativo la politica di Trump, è invece assolutamente certo che quei gruppi radicali da cui la candidata Kamala Harris sta cercando di prendere le distanze determinerebbero in modo sostanziale molte delle scelte politiche della Presidente Kamala Harris.

Così come è certo che, se dovesse vincere lei, ripartirebbe immediatamente la persecuzione giudiziaria contro Trump e i suoi seguaci, col risultato di far montare ancor più l’odio nel paese, al di là del linguaggio. Su cui peraltro anche Kamala non scherza, visto che ha ripetutamente chiamato Trump «fascista» e «criminale», mentre appena eletta l’aveva definito «predatore sessuale», che significa stupratore seriale, mentre lui è stato condannato solo per aver pagato una pornostar perché tenesse nascosta una relazione consensuale (ma questi sono insulti “politically correct” e quindi leciti…).

Al contrario, nonostante le sue roboanti dichiarazioni, Trump, se eletto, ben difficilmente perseguiterebbe i suoi avversari politici, se non altro perché faticherebbe a trovare dei giudici disponibili a farlo, dato che il giustizialismo è una (in)cultura tipica della sinistra.

In definitiva, quindi, se guardiamo ai fatti, al di là del linguaggio, mi sembra che di odio nella Harris che ne sia almeno quanto in Trump. Ma, soprattutto, in caso di sua vittoria sarebbero molto maggiori i rischi che tale odio venga tradotto in comportamenti lesivi della democrazia. Se ho qualche remora ad augurarmi esplicitamente che perda è solo per due ragioni.

La prima è l’incertezza su cosa farebbe Trump in Ucraina, dove l’Occidente si sta giocando la pelle senza esserne minimamente consapevole. Anche se non bisogna esagerare. Se infatti è certo che Trump cercherebbe di trattare con Putin, non credo invece affatto che sia suo amico, come molti sostengono, visto che è già stato Presidente per 4 anni e non mi risulta che gli abbia mai fatto particolari favori. Quello che lui pensa davvero è che Putin sia un “duro” con cui solo uno ancora più duro (come lui ritiene di essere) possa trattare con successo. Quindi ci proverà, ma quando si accorgerà che Putin non ha nessuna intenzione di ascoltarlo andrà su tutte le furie e potrebbe decidere di dare all’Ucraina un sostegno perfino maggiore di quello (peraltro tentennante e insufficiente) che le ha dato Biden e che verosimilmente le darebbe Kamala.

Il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili. E qui veniamo alla mia seconda e più grave preoccupazione. Perché negli ultimi tempi anche Trump sembra aver cominciato a dare qualche segno di rincoglionimento, certo non al livello di Biden, ma tuttavia tale da non lasciare tranquilli, soprattutto considerando che ha già 78 anni e che, se vincesse, dovrebbe governare fino a 82.

Se non fosse per questo, pur turandomi democristianamente il naso, farei sicuramente il tifo per lui. Così stando le cose, posso solo sperare che Dio ce la mandi buona. E, soprattutto, che alle prossime elezioni ci mandi dei candidati più decenti.

Dai cercapersone di Hezbollah un avvertimento per il nostro futuro

2 Ottobre 2024 - di Paolo Musso

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L’attacco di Israele ai cercapersone e ai walkie-talkie di Hezbollah ha suscitato commenti di ogni genere, ma tutti esclusivamente in relazione alla guerra. E questo è comprensibile (a proposito, dove sono finiti quelli che “Israele non deve reagire per il suo stesso bene, perché non è più quello di una volta e non è in grado di combattere contemporaneamente Hamas e Hezbollah”?).

Ciò che è meno comprensibile è che nessuno ne abbia tratto spunto per riflettere sui rischi della internettizzazione globale, che tutti (o almeno tutti quelli che hanno voce sui mass media) considerano auspicabile o quantomeno inevitabile, l’unico problema essendo quello di “gestirla bene”.

Probabilmente ciò è dovuto, almeno in parte, al fatto che gli strumenti di comunicazione usati da Hezbollah non erano connessi ad Internet, proprio per evitare che succedesse qualcosa del genere. Eppure, è successo, anche se non è ancora chiaro come. Ma, quale che sia stato il metodo utilizzato (forse una frequenza radio o un sms: attacco-hacker-a-hezbollah-cosa-sappiamo-dei-cercapersone-fatti-esplodere-da-remoto), si è trattato comunque di un segnale a distanza di qualche tipo che in pochi secondi ha fatto esplodere le batterie, forse (ma non è certo) con l’aiuto di una piccola carica di esplosivo preventivamente introdotta.

Ora, basta riflettere un attimo (sport che però non è più molto di moda…) per rendersi conto che, se questo è successo perfino con strumenti non connessi a Internet, a maggior ragione potrà succedere con quelli connessi. E ciò diventerà sempre più probabile quanti più oggetti metteremo in rete.

Pensate cosa potrebbe accadere se, invece dei piccoli cercapersone, a esplodere o essere lanciate fuori strada o contro le case fossero le automobili (peggio ancora poi se avessero batterie all’idrogeno, che esplode con violenza 20 volte superiore alla benzina) o gli aerei – voglio dire tutte le automobili o tutti gli aerei di una città o addirittura di un’intera nazione: potremmo avere un 11 settembre moltiplicato per mille.

Per gli esperti di informatica l’unica soluzione è migliorare i sistemi di cybersecurity, come ci ripetono come un disco rotto ogni volta che qualcosa va storto, in parte per deformazione professionale e in parte (probabilmente anche maggiore) per interesse personale, dato che sono loro stessi a venderci i sistemi di cui sopra. Ma questa è una risposta del tutto inadeguata, per diversi
motivi.

Anzitutto, la cybersecurity costa cara, anche perché va continuamente aggiornata. E i nostri paesi, che sono già sull’orlo della bancarotta a causa dell’economia asfittica e dell’immenso debito pubblico (che non è un problema soltanto italiano, ma di tutti i paesi ricchi, nessuno escluso: ne parleremo presto), non possono continuare a caricarsi di spese, soprattutto di spese che nel tempo sono destinate a crescere sempre più. Inoltre, va considerato non solo il costo economico di Internet, ma anche il suo costo energetico, che, come tutti gli esperti sanno, anche se nessuno lo dice, nel giro di pochi anni diventerà la prima causa di inquinamento al mondo. Secondo, il pericolo non viene solo dall’esterno, ma anche dall’interno, cioè da possibili e sul lungo periodo inevitabili errori nella costruzione e/o nell’aggiornamento dei sistemi, contro cui la cybersecurity non serve a niente. Un esempio l’abbiamo già avuto il 19 luglio scorso, con il blocco di moltissimi sistemi informatici, dovuto a un banale errore in un file di aggiornamento, che è bastato a mandare in tilt il trasporto aereo e una quantità di altri servizi in tutto il mondo per diversi giorni.

Terzo, la sicurezza assoluta non esiste. Di fatto, tutte le più importanti istituzioni del mondo, comprese quelle governative e militari ai più alti livelli, sono già state hackerate almeno una volta e spesso anche più d’una. L’unica eccezione è il CERN di Ginevra, ma solo perché il suo è un sistema informatico chiuso, che non comunica né con Internet né con alcun altro sistema esterno (naturalmente parlo del sistema che gestisce l’acceleratore, non dei sistemi secondari o dei computer personali dei ricercatori che ci lavorano, che però non comunicano col sistema principale).

Quarto e più importante di tutti, una volta che tutto sia online anche un solo collasso di qualche sistema importante, incidente o hackeraggio che sia, può causare una catastrofe peggiore di un attacco nucleare.

Cosa dovremmo fare, allora?

Certamente non possiamo semplicemente spegnere Internet. Ma dovremmo almeno smetterla di considerare che mettere tutto online sia buono a prescindere e, prendendo esempio dal CERN, farlo solo quando è davvero necessario, cioè quando i rischi sono palesemente inferiori ai benefici. E i benefici in questione devono essere quelli della collettività e non quelli dei giganti dell’informatica (l’ideale sarebbe che le due cose coincidessero, ma purtroppo più passa il tempo, più sembrano entrare in conflitto).

Ne riparleremo più ampiamente appena possibile. Ma intanto cominciate a rifletterci.

La frattura tra ragione e realtà 8 / Il fallimento degli esperti di guerra – Parte seconda: Palestina

29 Luglio 2024 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Dalla pessima gestione del Covid i governanti occidentali e gli esperti che dovrebbero consigliarli sembrano non avere imparato nulla, tant’è vero che stanno ripetendo gli stessi errori anche nella gestione di altre emergenze cruciali, come le guerre in Ucraina e Palestina, dove, continuando così, rischiamo di far vincere i nostri nemici, con conseguenze disastrose. Alla base di tutto c’è sempre la drammatica frattura tra ragione e realtà che caratterizza il nostro strano tempo e da cui non sembrano essere immuni nemmeno gli esperti di geopolitica e gli stessi vertici militari. Nel precedente articolo ho parlato dell’Ucraina, mentre in questo mi occuperò in Palestina.

Gaza: né terrorismo né genocidio, ma guerra
Le stesse dinamiche perverse che rischiano di far precipitare la situazione in Ucraina si stanno verificando anche nella guerra in Palestina, ma in forme ancor più estreme, perché sostenendo l’Ucraina almeno stiamo dalla parte del più debole, mentre là il più forte è Israele. E, a causa del riflesso condizionato, di origine comunista, ma ormai entrato così in profondità nella nostra
mentalità da condizionare anche gran parte dei non comunisti e perfino degli anticomunisti (vedi la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti), da molto tempo ormai
noi tendiamo istintivamente a identificare i “buoni” con i più deboli, come i palestinesi, anche se sono guidati da un regime criminale come Hamas, e i “cattivi” con i più forti, come Israele, anche se si tratta dell’unico Stato democratico del Medio Oriente.

La prima distorsione dei fatti è avvenuta addirittura prima di qualsiasi reazione israeliana, quando tutti erano ancora indignati e sconvolti per l’attacco di Hamas. Infatti, date le dimensioni e le modalità di quest’ultimo, chiamarlo “attacco terroristico” è stato assolutamente improprio. Non di semplice terrorismo si è trattato, ma di un vero e proprio atto di guerra. E agli atti di guerra si
risponde con atti di guerra.

Non aver chiarito questo fin dall’inizio ha creato un profondo equivoco e bisogna riconoscere che il primo ad alimentarlo è stato Netanyahu, che ha sempre e solo parlato di terrorismo, probabilmente perché convinto che in tal modo avrebbe avuto maggiore appoggio a livello internazionale e inoltre per non rischiare di “legittimare” indirettamente Hamas, trattandolo come un governo, come di fatto è. Ma, se è così, si è trattato di un calcolo completamente sbagliato, perché a livello psicologico il concetto di azione terroristica evoca l’idea di un gruppo clandestino composto da un numero limitato di persone che si nasconde tra la popolazione civile, la quale non può essere ritenuta responsabile delle sue azioni criminali, per quanto orribili siano state (il cui ricordo, peraltro, è già sbiadito nella stanca e corta memoria dei popoli occidentali e non fa lo stesso effetto dei palestinesi morti che vediamo in diretta).

Tuttavia, la realtà dei fatti è un’altra. Da ben 18 anni Hamas non è più un’organizzazione terroristica che si nasconde in un paese governato da altri, ma è esso stesso il governo (eletto in modo tutto sommato regolare) di quello Stato di fatto che è la Striscia di Gaza, a cui manca solo il riconoscimento internazionale per esserlo anche in linea di diritto e di cui i suoi miliziani rappresentano l’esercito.

Quindi, ciò che è accaduto il 7 ottobre è stato come se la Svizzera o la Francia avessero mandato un contingente delle loro forze speciali, affiancato spontaneamente ed entusiasticamente da molti semplici cittadini, a massacrare 1400 persone e a rapirne altre 300 a Como o a Ventimiglia. È evidente che di fronte a una cosa del genere il governo italiano (qualsiasi governo, non importa da
chi guidato) potrebbe fare una sola cosa: dichiarare guerra al paese responsabile. E questo è esattamente ciò che ha fatto e sta tuttora facendo Israele a Gaza: la guerra.

Ma, a causa di questa originaria distorsione dei fatti, ciò viene percepito come una reazione eccessiva e illegittima ad un “semplice” atto terroristico, con conseguenze davvero paradossali.                                                                                                           Tutti, infatti, continuano a dire che “Israele ha tutto il diritto di difendersi, ma…”:
1) non deve bombardare;
2) non deve mandare truppe di terra;
3) non deve tagliare le comunicazioni, la luce e l’acqua;
4) non deve fare nulla che metta in pericolo gli ostaggi (anche se sono già in pericolo);
5) non deve colpire gli ospedali (anche se le basi di Hamas sono nascoste lì sotto);
6) non deve colpire le abitazioni (anche se i miliziani di Hamas sono nascosti lì dentro);
7) non deve mandar via i civili dagli ospedali e dalle abitazioni per evitare di colpirli;
8) non deve allagare i tunnel;
9) non deve puntare a distruggere Hamas;
10) non deve… (qualsiasi altra cosa vi venga in mente che implichi l’uso della forza);
È veramente difficile credere che una simile serie di condizioni possa essere stata concepita da esseri dotati di ragione. Perlopiù questi “divieti” vengono travestiti da previsioni, secondo la tecnica che ho descritto nell’articolo precedente, sostenendo che ciascuna di queste azioni “non serve” o “è destinata al fallimento” o “peggiorerà solo le cose” (in genere senza spiegare il perché, tanto la gente non è più abituata a chiederselo), ma la sostanza non cambia.

Ancor più assurda è l’affermazione, quasi universalmente condivisa, che a Gaza sarebbe in atto un genocidio. Infatti, come ha giustamente notato Ricolfi (gaza-fake-numbers), quando si parla dei morti a Gaza giornalisti ed esperti fanno riferimento
sempre e solo ai dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, “dimenticando” di precisare che quest’ultimo è sotto il totale controllo di Hamas. Anche quando ciò viene detto, quasi mai si aggiunge che, considerata la fonte, tali dati non possono essere ritenuti affidabili. E anche nei rari casi in cui ciò viene detto, viene subito dimenticato e la discussione si svolge regolarmente come se invece fossero oro colato.

Ma, perfino se lo fossero, l’accusa di genocidio non starebbe in piedi. Secondo Hamas, infatti, sarebbero morti fin qui circa 40.000 palestinesi. Considerando che secondo gli israeliani (i cui dati non sono neanch’essi completamente affidabili, ma certo lo sono molto più dei loro) a fine aprile erano stati uccisi almeno 13.000 miliziani di Hamas, il che significa che oggi dovrebbero essere almeno 15 o 16 mila, i morti civili sono certamente non più di 25.000 in 9 mesi e probabilmente molti di meno. Comunque la si voglia mettere, queste non sono le cifre di un genocidio, ma –appunto – quelle di una guerra. Che è una cosa orribile, ma è un’altra cosa.

Quando una guerra è giusta?
Ricolfi ha giustamente definito «disumana» la “competizione vittimaria” in atto in Palestina, per cui, avendo sia gli israeliani che i palestinesi «ragioni solide, e perfettamente visibili, per autopercepirsi come vittime di oppressione, violenze, gravissimi soprusi […] utilizzano questa loro condizione per negare l’analoga condizione vissuta dalla parte avversa». E ha ancora ragione a dire
che «il dramma di entrambi i popoli che si contendono la terra di Palestina è così vasto e profondo che diventa immorale difendere le ragioni dell’uno senza vedere quelle dell’altro» (come-nel-68-riflessioni-sulla-competizione-vittimaria).

È però impossibile fare questo finché i palestinesi di Gaza saranno rappresentati da Hamas, il cui Statuto (statuto_hamas.htm), che tutti dovrebbero leggersi prima di parlare, si apre con una eloquente citazione di Hassan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas rappresenta la filiale palestinese: «Israele sarà stabilito, e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui». Il suo motto è: «Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio» (art 8). Quanto alla questione palestinese, questo è il suo pensiero: «Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico [cioè Hamas]. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. […] Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad» (art. 13).

Così stando le cose, sembrerebbe di dover concludere che l’unica soluzione al problema di Hamas è il contro-jihad, cioè fargli la guerra fino alla sua totale eliminazione, come appunto sta cercando di fare Israele. È vero che tra gli israeliani c’è anche chi vorrebbe cacciare da Gaza tutti i palestinesi e non solo Hamas, ma questi non sono la maggioranza e difficilmente prevarranno, dato che a guerra finita Netanyahu verrà certamente destituito, per le sue responsabilità nella mancata prevenzione dell’attacco del 7 ottobre, e probabilmente anche processato, per i numerosi episodi di corruzione di cui è accusato.

Ma allora perché da noi tutti continuano a (stra)parlare di risposta esagerata da parte di Israele e spesso anche di genocidio? Il motivo è che ormai in Occidente siamo disposti a considerare giusto solo un tipo di guerra: quella in cui non si uccide nessuno.
O, più esattamente, quella in cui noi non uccidiamo nessuno. Perché gli altri, cioè i vari dittatori che, con la complicità dei fanatici della ideologia woke e della cancel (in)culture, vorrebbero, appunto, cancellarci dalla faccia della Terra, siccome per definizione rappresentano i poveri sono, sempre per definizione, “buoni”. Di conseguenza, se ogni tanto (o anche ogni poco) ammazzano un
po’ di gente… beh, bisogna capirli e perdonarli, a maggior ragione se quelli che hanno ammazzato erano occidentali o loro alleati, ricchi e quindi per definizione “cattivi” (cfr. ancora la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti).

Basti pensare alla Siria, dove per molti anni sono successe atrocità indescrivibili, molto ma molto peggiori che a Gaza (si stima che in 13 anni ci siano stati oltre mezzo milione di morti e quasi 17 milioni di profughi), che continuano tuttora, anche se con intensità minore. Eppure, in Occidente tutti se ne sono sempre fregati, perché i colpevoli non eravamo noi, ma Assad, Erdogan e Putin, gli eroici Che Guevara del terzo millennio (il vero Che Guevara all’idea si starà rivoltando nella tomba, ma questo ai nostri intellettuali ovviamente non importa).

Eppure, per sconfiggere il nazismo abbiamo quasi raso al suolo la Germania e contro i fanatici giapponesi seguaci dell’Imperatore-Dio siamo arrivati a usare l’atomica, che ha causato da 103.000 a 210.000 morti (cfr. Paolo Musso, la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico; si veda anche l’articolo di Luciana Piddu, hamas-e-dintorni-il-velo-della-cecita). Anche per restare alle sole armi convenzionali, in una sola notte di bombardamenti, dal 3 al 4 febbraio 1945, a Tokyo morirono oltre 70.000 persone e quasi il doppio furono uccise la settimana seguente a Dresda.

Certo, si tratta di azioni di cui nessuno può andare fiero e alcune forse si sarebbero potute evitare, ma non per questo qualcuno si è mai sognato di accusare gli Alleati di genocidio (almeno per ora: con l’aria che tira, non mi stupirei se prima o poi succedesse). Perché cosa avrebbero dovuto fare, lasciare che vincessero Hitler e i kamikaze? In realtà se c’è qualcuno in Palestina che ha intenzioni genocide, questo è proprio Hamas, che non è migliore della Germania e del Giappone di allora, anche se per fortuna è molto meno potente.

Questi esempi ci mostrano con chiarezza che per giudicare se una guerra è giusta o sbagliata non possiamo basarci sul numero di morti o sulla grandezza delle sofferenze, perché allora ne seguirebbe che nessuna guerra è giusta, il che in un certo senso è vero, ma non ci aiuta.

Quale potrebbe essere, allora, un buon criterio? Il primo e il più ovvio mi pare sia che una guerra è giusta se è l’unico modo possibile di rispondere a un’aggressione. E ciò vale a maggior ragione se l’aggressione è portata da una dittatura contro una democrazia.

Altri criteri, come per esempio quelli che starebbero alla base della “guerra preventiva” o della “esportazione della democrazia”, sono assai più discutibili e di difficile applicazione, ma non ne abbiamo bisogno, dato che per quanto riguarda la guerra di Israele contro Hamas i primi due ricorrono sicuramente.

Cosa dovrebbe fare Israele?
Se poi passiamo da ciò che Israele “non deve” fare a cosa invece dovrebbe fare, le idee finora suggerite vanno dall’impraticabile al delirante, passando per tutte le sfumature intermedie. Poiché qui non è possibile elencarle tutte, mi limiterò a fare alcuni esempi particolarmente significativi.

L’Oscar per la proposta più stralunata va senz’altro, con ampio distacco, a Lucio Caracciolo, che una volta, rispondendo (mi pare) a Bruno Vespa, ha detto che Israele non dovrebbe colpire Hamas, che è stato solo l’esecutore materiale della strage, bensì l’Iran, che ne è il mandante. Ora, anzitutto questo è tutt’altro che certo, perché l’Iran è certamente un regime criminale e certamente sostiene Hamas, ma non ha su di esso un vero controllo come su Hezbollah, dato che si tratta di un movimento sunnita (il vero protettore di Hamas è il Qatar). Ma, soprattutto, vorrei sapere su quale pianeta crede di vivere Caracciolo: di certo non sulla Terra, comunque, dato che in nessun ordinamento giuridico conosciuto, passato o presente, è mai stato previsto che di un delitto si debba punire solo il mandante e non anche l’autore materiale.

L’idea più insidiosa è invece quella per cui Israele dovrebbe accettare la “tregua a tempo indeterminato” a più riprese proposta da Hamas, che di fatto significa la fine della guerra. Certamente è lecito (anche se a mio avviso sbagliato) che uno la pensi così, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e dire che Israele deve semplicemente fermarsi, accettando la situazione attuale, con Hamas ancora in grado di colpire e gli ostaggi che resterebbero prigionieri per chissà quanti anni, come è sempre successo in passato.

Quanto all’equivoco più diffuso, è certamente quello per cui basterebbe liberarsi di Netanyahu, perché ciò che sta accadendo è tutta colpa sua. Certamente, anche a me sarebbe piaciuto che gli israeliani l’avessero cacciato subito, sull’onda dell’indignazione per il disastroso fallimento dell’intelligence nel prevenire l’attacco di Hamas, perché si tratta di un personaggio losco e
pericoloso e il fatto che in questo momento Israele sia guidato da lui non aiuta. Ma ciò non avrebbe affatto risolto il problema, perché qualsiasi premier israeliano (e, in effetti, qualsiasi premier di qualsiasi paese, come ho cercato di spiegare prima) di fronte a ciò che è accaduto il 7 ottobre avrebbe fatto la guerra.

È vero che da quando Netanyahu nel 2009 è salito al potere, governando ininterrottamente fino ad oggi, c’è stata una decisa svolta autoritaria, che ha chiuso ad ogni ipotesi di trattativa con i palestinesi e ha moltiplicato gli insediamenti illegali in Cisgiordania, con annesse ripetute violenze da parte dei coloni e di ciò va tenuto conto per una valutazione globale della situazione (si veda l’ottimo articolo di Ricolfi il-non-detto-sulla-soluzione-dei-due-stati). Però è altrettanto vero che Netanyahu non è sorto dal nulla, bensì da oltre 60 anni di ostinati rifiuti di qualsiasi proposta di pace da parte dei palestinesi. E questa rimane tuttora la chiave del problema.

Hamas rappresenta o no i palestinesi?
Benché infatti gli israeliani, anche nei periodi di maggior dialogo, abbiano sempre portato avanti la colonizzazione della Palestina, accanto a questo ci sono state anche elezioni che hanno visto la vittoria di premier moderati che hanno fatto diverse proposte di pace. L’ultima di esse, offerta nel 2008 da Ehud Olmert, era così buona che il suo rifiuto (senza spiegazioni) da parte del “moderato” Abu Mazen lasciò incredulo perfino il suo più stretto collaboratore, il capo dei negoziatori Saeb Erekat.

Come egli stesso ha affermato alla televisione palestinese il 1° dicembre 2018 (il video si trova al seguente link: olmert-offri-ad-abu-mazen-piu-terra-di-quella-che-chiedeva-ma-abu-mazen-disse-no), in quella occasione Olmert offrì un territorio addirittura leggermente più grande dei territori del 1967 rivendicati dai palestinesi, più il controllo di parte di Gerusalemme, compresa la spianata del Monte del Tempio (luogo sacro per gli ebrei) e il rientro di 150.000 profughi palestinesi. Appena vide la mappa, Erekat gli disse immediatamente di accettare, ma Abu Mazen rifiutò, senza mai spiegare il perché.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 1. La proposta di pace di Olmert, rifiutata nel 2008 da Abu Mazen, ricostruita in base ai racconti dei testimoni
(olmert-offri-ad-abu-mazen-piu-terra-di-quella-che-chiedeva-ma-abu-mazen-disse-no).

Da parte palestinese, invece, ci sono stati sempre e solo porte chiuse, odio e terrorismo. E chi ha mai visto una sola manifestazione di palestinesi contro Hamas e a favore della pace? Per quanto ne so, non ce n’è mai stata neanche una, non solo a Gaza, dove oggettivamente è pericoloso (ma anche manifestare contro gli Ayatollah è pericoloso, eppure gli iraniani lo fanno), ma neanche in Europa. Contro Netanyahu, invece, in Israele c’è sempre stata una forte opposizione, non solo in Parlamento, ma anche nelle piazze.

Inoltre, non dimentichiamo che molti popoli si ritengono oppressi, a torto o a ragione, ma non tutti hanno scelto il terrorismo come metodo di lotta e anche quelli che lo hanno fatto lo hanno sempre usato esclusivamente contro lo Stato oppressore. Solo i palestinesi (fin dall’inizio, con l’OLP di Arafat) hanno ritenuto che la loro causa fosse così giusta da dar loro il diritto di compiere attentati in tutto il mondo, certo perlopiù contro ebrei (che comunque, vivendo all’estero, non erano responsabili delle politiche dello Stato di Israele), ma coinvolgendo spesso anche cittadini di altri paesi. È come se ci fosse un oscuro cuore di tenebra che avvelena la storia del popolo palestinese: che cosa sia e da dove venga è difficile dirlo, ma mi sembra altrettanto difficile negare che esista.

Altrettanto innegabile è che la situazione attuale delle colonie israeliane renda ormai molto difficile attuare la classica soluzione “due popoli, due Stati” (cfr. ancora l’articolo di Ricolfi il-non-detto-sulla-soluzione-dei-due-stati). Ma difficile non vuol dire impossibile. Anche a Gaza c’erano molti coloni israeliani, ma quando nel 2005 Ariel Sharon decise di restituire la Striscia ai palestinesi li fece sgomberare con le buone o con le cattive e quelli che si rifiutarono di andarsene con le proprie gambe vennero portati via di peso dall’esercito israeliano.

Il problema è che la risposta degli abitanti di Gaza a questo gesto di buona volontà fu votare in massa per Hamas. E il peggio è che probabilmente sarebbero pronti a rifarlo.

È molto istruttivo al proposito leggere questa inchiesta (i-musulmani-italiani-e-la-guerra-a-gaza) della Fondazione Oasis, creata dal cardinal Angelo Scola quando era vescovo di Venezia, che non può certo essere accusata di islamofobia (semmai il contrario). Nel mese di gennaio Oasis ha intervistato a proposito degli attacchi del 7 ottobre e della guerra a Gaza i leader di 7 organizzazioni islamiche italiane, di cui fanno parte anche quasi tutti i palestinesi che vivono in Italia.

Di essi, soltanto uno, lo sceicco Yahya Pallavicini della COREIS, ha esplicitamente condannato Hamas. Un altro, Mader Akkad, imam della moschea di Roma, ha rimandato a un’intervista concessa al Corriere della Sera in cui si esprimeva a favore della pace, rifacendosi alla Dichiarazione di Abu Dhabi, che condanna la violenza perpetrata in nome di Dio, ma comunque senza mai nominare esplicitamente Hamas e il terrorismo palestinese. Uno, Massimo Abdallah Cozzolino della CII, ha preferito non rispondere.

Gli altri quattro (Brahim Baya di PSM; Yassine Lafram della UCOII; Davide Piccardo, direttore del quotidiano online La Luce; Izzedin Elzir, imam di Firenze), che insieme rappresentano la grande maggioranza dei musulmani italiani, anche se con sfumature diverse hanno sempre premesso che non si devono uccidere persone innocenti, ma… c’era sempre un “ma” per cui alla fine hanno giustificato Hamas o almeno non l’hanno condannato e anzi lo hanno tutti considerato un movimento di resistenza legittimo, nonché legittimo rappresentante di una parte cospicua del popolo palestinese. Tutti e quattro hanno parlato di “genocidio” da parte di Israele e hanno sostenuto che la soluzione dei due Stati è stata accettata dai palestinesi, ma non dagli israeliani. Piccardo ha addirittura avuto la faccia tosta di affermare che la soluzione è creare un unico Stato laico (!) in cui ebrei e palestinesi possano vivere insieme in pace.

Per quanto delirante, la posizione di quest’ultimo (figlio di Hamza Roberto Piccardo, co-fondatore della UCOII) è particolarmente interessante perché in base ai suoi sondaggi sarebbe condivisa dalla maggior parte dei musulmani italiani, che vuol dire anche dei palestinesi italiani. Certo, questi numeri vanno presi con cautela e sono probabilmente “gonfiati”, ma è difficile che siano completamente inventati.

D’altronde, il fatto stesso che la maggior parte dei musulmani italiani appartenga a queste organizzazioni significa che essi sono sostanzialmente d’accordo con le posizioni espresse dai rispettivi leader. Se fossero davvero contrari ad Hamas, infatti, confluirebbero tutti nella COREIS, l’unica associazione che l’ha esplicitamente condannato, che invece è così piccola da essere
presente in appena 8 Regioni italiane (cfr.chi-siamo), mentre l’UCOII, per esempio, riunisce ben 153 divere organizzazioni islamiche e gestisce 80 moschee e oltre 300 luoghi di culto non ufficiali in tutta Italia (/).

Sembra quindi davvero difficile sostenere che “Hamas non rappresenta i palestinesi”, come tutti continuano a ripetere, a cominciare, di nuovo, da Netanyahu, che ha così commesso un altro grave errore di comunicazione. La verità, purtroppo, è che Hamas rappresenta eccome gran parte del popolo palestinese, anche se (ovviamente) non tutto. E non solo per quanto riguarda l’atteggiamento aggressivo verso Israele, ma anche lo stile di vita, che è caratterizzato da un integralismo islamico molto chiuso e intollerante, soprattutto verso le donne.

Da questo punto di vista è davvero paradossale che tra i più ferventi sostenitori di Hamas ci siano i movimenti per i cosiddetti “diritti civili” e, in particolare, proprio quelli per i diritti delle donne, fino al punto che una ragazza (di sinistra) che durante le manifestazioni dello scorso 8 marzo è scesa in piazza con un cartello che denunciava gli “stupri etnici” di Hamas è stata cacciata dal corteo, nella totale indifferenza del mondo progressista. Paradossale, ma non sorprendente, perché la cosa ha una sua logica ben precisa, benché perversa.

Come ha spiegato ancora Ricolfi, infatti, «il nucleo del femminismo attuale», profondamente influenzato dalla ideologia woke, sembra essere «una forma di neo-razzismo, di cui l’antisemitismo è solo un aspetto, anche se forse il più detestabile. Il razzismo classico era basato sulla distinzione fra i bianchi e gli altri, il neo-razzismo è molto più ambizioso: pretende di stabilire una precisa
gerarchia fra le molteplici condizioni delle donne, e di farlo in base a caratteri ascritti o non modificabili. E nemmeno di fronte a una tragedia come quella del 7 ottobre trova una parola di pietà, se non di solidarietà e di condivisione, per le donne israeliane uccise, né per quelle ancora prigioniere dei loro carnefici» (dal-femminismo-al-neo-razzismo; su ciò si veda anche il mio articolo, già citato, la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti).

I timori sull’allargamento del conflitto
Un altro aspetto paradossale è l’insistenza quasi ossessiva con cui si è discusso (e in parte si continua ancora a discutere) del possibile allargamento del conflitto. È comprensibile che questa prospettiva faccia paura, ma il compito degli esperti è precisamente quello di dirci se le nostre paure sono o no fondate. Naturalmente nessuno pretende che i loro ragionamenti siano infallibili in una situazione così caotica, ma non sembra una richiesta eccessiva pretendere che almeno non ignorino i più elementari dati di fatto. Eppure, questo accade con allarmante frequenza.

Prendiamo per esempio il caso più dibattuto: quello del possibile coinvolgimento dell’Iran. Ebbene, spesso viene da chiedersi se qualcuno degli esperti in questione si è mai preso il disturbo, prima di esporci le sue profonde riflessioni in merito, di dare un’occhiata alla carta geografica, esposta in bella vista in ogni talk show. È vero che ignorare ciò che si ha sotto il naso sembra ormai diventato uno sport di massa, ma come si fa a non rendersi conto che l’Iran non potrebbe attaccare Israele neanche se lo volesse, perché per farlo, qualunque strada scelga, dovrebbe far passare il suo esercito attraverso almeno due Stati sovrani

L’unico modo in cui potrebbe darsi uno scontro diretto tra Iran e Israele è attraverso lanci di missili e droni, come infatti è accaduto ad aprile, il che però ha un’efficacia limitata, anche a causa dell’ottimo sistema antimissilistico israeliano. Una guerra vera e propria, con battaglie di terra che coinvolgano i rispettivi eserciti, sembra invece difficilmente immaginabile.

A parte questo aspetto pratico, va poi anche considerato che per un qualsiasi Stato mediorientale attaccare direttamente Israele sarebbe un suicidio, perché l’esercito israeliano è tuttora molto più forte e inoltre in tal caso gli Stati Uniti non potrebbero fare a meno di intervenire. Inoltre, non va dimenticato (anche se, stranamente, lo facciamo sempre) che Israele, pur non avendolo mai
dichiarato ufficialmente, possiede almeno un centinaio di testate nucleari e il giorno in cui fosse seriamente minacciato non si farebbe scrupolo ad usarle, perché, diversamente da qualsiasi altro paese, nel suo caso non sarebbe in gioco soltanto la sua sopravvivenza politica come Stato, ma anche quella fisica dei suoi abitanti. Tanto più, poi, dopo l’attacco di Hamas, che ha tolto ogni dubbio, se mai ancora ce n’erano, su cosa accadrebbe il giorno in cui l’esercito di un paese islamico riuscisse a invadere Israele.

Per essere chiari: prima che ciò possa accadere, quel paese verrebbe cancellato dalla carta geografica. E, diversamente da noi, i leader mediorientali ne sono perfettamente consapevoli. Per questo, al di là della retorica, da decenni non hanno più mosso un dito per aiutare i “fratelli palestinesi”. Eppure, ci sono voluti oltre un mese e il fallimento della prima conferenza di pace
perché i nostri esperti di geopolitica cominciassero a capire che non avrebbero fatto nulla neanche stavolta.

Ma c’è anche un altro motivo, molto più meschino, ma non meno importante, per cui i leader islamisti in realtà non hanno alcun interesse a far finire il conflitto in Palestina, né favorendo la pace né cercando di distruggere Israele: ed è che Israele è la perfetta “arma di distrazione di massa” su cui far sfogare le frustrazioni e i malumori dei loro sudditi, così distraendoli (appunto) dalle pessime condizioni in cui i loro pessimi regimi li costringono a vivere. Insomma, la “questione palestinese” è per loro l’equivalente dei “due minuti d’odio” che in 1984 di George Orwell il Grande Fratello usa per lo stesso scopo. E, guarda caso, anche lì il capro espiatorio scelto dal regime, Goldstein, presunto leader dei ribelli, è ebreo…

Per le stesse ragioni anche un coinvolgimento indiretto dell’Iran attraverso Hezbollah è estremamente improbabile. Eppure, di nuovo, fino al discorso del 3 novembre 2023 con cui il loro leader Nasrallah ha praticamente “scaricato” Hamas, ripetendo per ben cinque volte in due ore che l’attacco del 7 ottobre «è al 100% il risultato di una decisione palestinese», praticamente tutti si
aspettavano che avrebbe annunciato una intensificazione dello scontro con Israele, restando un dubbio solo sul livello di intensità, da un semplice aumento degli attacchi missilistici fino alla guerra aperta. E ciò ha spiazzato a tal punto i commentatori, che molti sul momento non l’hanno neanche capito (o hanno finto di non averlo capito, per salvare la faccia…).

Il fatto è che Nasrallah sa perfettamente che il suo, anche se può contare su decine di migliaia di uomini, non è realmente un esercito, come i nostri esperti continuano invece a ripetere: gli Hezbollah non hanno aviazione né carri armati, hanno pochi cannoni e pochi veicoli blindati, per cui in uno scontro in campo aperto verrebbero sterminati. Per questo, così come Hamas, hanno scelto la tattica della guerriglia, che permette loro di nascondersi fra le montagne o, meglio ancora, fra le case, in luoghi che conoscono come le loro tasche e dove possono contare sulla complicità di buona parte della popolazione e usare come ostaggio la parte restante, lanciando in territorio nemico soltanto rapidi attacchi “mordi e fuggi” e un sacco di missili, il che permette loro di valorizzare al massimo le sole cose di cui abbondano: veicoli leggeri, kalashnikov e, appunto, missili.

Naturalmente, questo tipo di guerra è molto difficile da vincere non solo per chi la subisce, ma anche per chi la fa. Non dimentichiamo però che, quando durante i colloqui di pace alla fine della guerra del Vietnam gli americani fecero notare ai nordvietnamiti che non li avevano mai veramente sconfitti, il generale Giáp, che condusse la celebre offensiva del Têt, rispose: «Non ne avevamo bisogno», intendendo che a loro bastava resistere e lasciare che l’opinione pubblica americana, sempre più ostile alla guerra col passare del tempo, facesse il resto. E questo è ancor più vero oggi, con un’opinione pubblica ormai composta in gran parte da persone viziate (la “società signorile di massa” di Ricolfi) e abituate ad avere “tutto e subito” senza dover mai fare nessun vero sacrificio.

Tuttavia, per quanto preoccupante, anche questa situazione punta nella direzione opposta a quella di un allargamento del conflitto. Un attacco di eserciti regolari di Stati islamici contro Israele renderebbe infatti impossibile continuare il gioco di “Davide contro Golia” che funziona così bene con le opinioni pubbliche occidentali e sarebbe praticamente l’unica cosa che potrebbe far risorgere un forte sostegno a Israele anche in casa nostra. Quindi non ci sarà. Eppure, i nostri esperti sembrano non averlo ancora capito…

La guerra delle dittature contro le democrazie
Il loro errore in assoluto più grave è però un altro: quello di credere e farci credere che la guerra più importante e più pericolosa sia quella che si combatte a Gaza, il che ha fatto sì che negli ultimi mesi la guerra in Ucraina sia stata quasi dimenticata.

Ma è vero esattamente il contrario. La guerra a Gaza è certamente una tragedia ed è giusto che ce ne occupiamo, anche se la probabilità di riuscire a influire in modo soddisfacente sul corso degli eventi sembra molto piccola. Ma non è a Gaza, bensì in Ucraina che si decide il nostro futuro (e anche quello di Gaza). E per capirlo bene bisogna avere chiaro il quadro generale.

A tal fine mi rifarò di nuovo a quanto scritto da Garri Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi da sempre nemico giurato di Putin, in un esemplare articolo che ho già citato la volta scorsa (dallucraina_al_medio_oriente_i_passi_falsi_di_biden_in_politica_estera-13838505). Ecco le sue parole:
«Il motivo per cui Burns [direttore della CIA] e Sullivan [consigliere di Biden per la sicurezza nazionale] sono in torto così spesso è che ancora adesso non riescono a rendersi conto che siamo in guerra, un’unica guerra contro dittature e terroristi. Proprio quando le forze armate russe stavano iniziando a perdere terreno in Ucraina, Hamas ha attaccato Israele e il venezuelano Nicolas Maduro ha indetto un referendum per reclamare i territori di buona parte della vicina Guyana. […] In una manifestazione a Istanbul del 28 ottobre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “combattenti per la libertà” gli uomini di Hamas e ha chiamato Israele “criminale di guerra”. […] Mosca accoglie le delegazioni di Hamas e si vanta del fatto che i russi presi in ostaggio stanno ricevendo un trattamento di favore. Il motore di ricerca cinese Baidu ha rimosso il nome di Israele dalle sue mappe online, inquietante eco delle minacce islamiste di spazzare via Israele dalle carte geografiche. […] Putin combatte ancora la sua guerra e i suoi sodali combattono l’ordine globale dal Niger al Nilo e dalla Bielorussia al Venezuela. Il ministro degli esteri iraniano viene a New York e minaccia le vite dei cittadini americani. La Cina si prepara a invadere Taiwan, in attesa del momento giusto per colpire. […] Io credo nelle coincidenze, ma credo anche nel KGB. Fino a quando non sconfiggeremo Vladimir Putin, continueremo ad aprire nuovi fronti in questa sua guerra contro l’America e l’ordine mondiale globale di cui essa è alla guida, distogliendo attenzione e risorse dall’Ucraina».

Questo si chiama avere le idee chiare! E si noti che Kasparov ha scritto proprio “KGB”, dimostrando così di avere le idee molto chiare anche sulla sostanziale continuità che c’è tra il regime sovietico e quello di Putin, che prima di diventare presidente era appunto un alto ufficiale del KGB: altroché l’immaginario Putin “fascista” di cui straparla la sinistra nostrana (cfr. il mio precedente articolo la-frattura-tra-ragione-e-realta-1-su-mosca-sventola-bandiera-rossa).

Quello che sta accadendo oggi nel mondo è infatti parte di un processo secolare, iniziato con la Seconda Guerra Mondiale, che vede le democrazie occidentali opporsi a dittature che si basano in gran parte su ideologie nate anch’esse in Occidente (per la serie “facciamoci del male”: l’autodemolizione dell’Occidente non è nata oggi, ma ha alle spalle una storia molto lunga…).

Nella Seconda Guerra Mondiale ci hanno attaccato le dittature di destra, figlie dell’idealismo tedesco, in particolare quello di Fichte e di Hegel (cfr. il mio libro La scienza e l’idea di ragione, Mimesis 2019, e il mio articolo la-frattura-tra-ragione-e-realta),
che abbiamo sconfitto, benché a prezzo di sofferenze terribili, in gran parte dovute all’esserci mossi troppo tardi.

Ora la storia si ripete con le dittature di sinistra, nate anch’esse dalla stessa radice (il marxismo è figlio legittimo dell’hegelismo). E fin dal tempo di Khomeini, che per preparare la sua rivoluzione si era esplicitamente ispirato al marxismo imparato alla Sorbona di Parigi, al club si sono iscritte anche le dittature islamiste, che per legittimarsi usano la scusa di lottare per i poveri, vittime delle ingiustizie del capitalismo globale.

E non è che queste ingiustizie non ci siano. Ma non saranno certo Putin, Xi Jinping, Erdogan, gli Ayatollah, i Talebani o Hamas a porvi rimedio, dato che dei poveri non gliene frega niente e li stanno soltanto strumentalizzando, con la colpevole complicità dei nostri intellettuali.

Almeno per una volta vogliamo chiamare le cose col loro nome, senza ipocriti eufemismi?

Le nostre democrazie, soprattutto in questo frangente storico, hanno difetti orribili e hanno mostrato più volte preoccupanti tendenze autoritarie (vedi di nuovola-frattura-tra-ragione-e-realta). Ma sono pur sempre meglio – infinitamente meglio – di questi criminali, che ci incolpano di tutti i mali del mondo, che in gran parte sono causati proprio da loro e per l’altra parte, quella davvero causata da noi, soltanto da noi possono essere curati. Non è detto che ci riusciremo, ma almeno possiamo provarci. Loro, invece, no.

Abbattere Putin per ammonire gli altri: perché tutto si gioca in Ucraina
Oggi tutti citano la frase di Papa Francesco sulla “Terza Guerra Mondiale a pezzi” e l’altra, più recente, sui “pezzi che si stanno saldando”. Questa è indubbiamente la verità, ma non è tutta la verità: occorre infatti aggiungere che si tratta di una Terza Guerra Mondiale a pezzi delle dittature contro le democrazie. E “i pezzi che si stanno saldando” sono appunto le diverse dittature che
stanno iniziando a cooperare tra loro. Con la Russia a fare da regista.

Oltre che dagli esempi citati da Kasparov, ciò si vede chiaramente anche dalla collaborazione, nonostante la loro storica rivalità, tra Russia e Turchia, non solo rispetto all’Ucraina (dove Erdogan, nonostante le balle che racconta sul suo ruolo di “mediatore”, sta sostanzialmente con Putin), ma anche in altre precedenti occasioni, come in Libia e in Siria, benché al tempo stesso cerchino anche di fregarsi a vicenda, come sempre succede nelle alleanze tra criminali.

E non si tratta solo di una saldatura in termini di alleanze: se Putin vincesse in Ucraina, quest’ultima rischierebbe di trasformarsi anche in una saldatura territoriale. L’Ucraina, infatti, confina con la piccola Moldavia, che Putin si annetterebbe subito senza troppe difficoltà (al suo interno si trova già un forte contingente russo) e con l’Ungheria, che a sua volta confina con la Serbia, paesi che già adesso sono entrambi filo-russi e che in una simile situazione potrebbero diventarlo ancor di più, trasformandosi in suoi alleati a tutti gli effetti. Si creerebbe così un gigantesco “fronte del male” che, dal Baltico al Golfo Persico, vedrebbe schierate nell’ordine Russia, Bielorussia, Ucraina (sotto occupazione russa), Ungheria, Serbia, Turchia e Iran. E una volta di più viene da chiedersi se i nostri esperti di geopolitica guardino mai una cartina geografica, visto che finora nessuno sembra essersene reso conto.

A interromperlo, per poco più di 400 chilometri, resterebbe solo la debole Bulgaria, con appena 6 milioni di abitanti e 36.000 soldati, perlopiù armati con ferrivecchi sovietici, che potrebbe decidere di sottomettersi volontariamente, non considerando una garanzia sufficiente la sua appartenenza alla NATO, se quest’ultima non avesse saputo aiutare adeguatamente l’Ucraina. E lo stesso potrebbe fare la Romania, che a quel punto si troverebbe completamente circondata.

Dobbiamo perciò assolutamente spezzare questo perverso meccanismo prima che sia troppo tardi: cioè, in sostanza, prima che anche la Cina entri nel gioco. Per fortuna la sua tradizionale prudenza ci lascia ancora un po’ di margine, ma non possiamo più permetterci di perdere altro tempo, dato che negli ultimi tempi i cinesi hanno iniziato a vendere armi ai russi sottobanco e stanno solo aspettando di vedere come reagiremo (o non reagiremo) prima di cominciare a farlo anche alla luce del sole. Ma soprattutto dobbiamo avere ben chiaro in mente che quelli con cui abbiamo a che fare non sono persone civili, magari un po’ stronze, ma con cui si può comunque ragionare. Sono criminali psicopatici con tendenze genocide, che capiscono un solo linguaggio: quello della forza.

Non si tratta soltanto del fatto che tradiscono regolarmente gli accordi che stringono. Ben più radicalmente, la forza è l’unica cosa che rispettano o almeno temono, mentre per la loro logica essere disposti a trattare non è segno di nobiltà d’animo, bensì di debolezza.

Non è certo un caso che tutto questo sia iniziato dopo la nostra vergognosa fuga dall’Afghanistan, decisa da Biden in base all’accordo stretto da Trump con i fantomatici “talebani moderati”, che, come si è poi visto, semplicemente non esistono. Ciò. infatti, ha convinto tutti i dittatori del mondo che potevano fare impunemente tutto quel che volevano, perché tanto il “vile Occidente” non avrebbe reagito. Se fossimo fuggiti anche davanti a Putin, come era già pronto a fare Biden, sarebbe
stata la fine: tutti ci sarebbero saltati alla gola.

Il coraggio e la determinazione di Zelensky e degli ucraini ci hanno salvati (per ora) dal baratro, ma non basta. Dobbiamo colpire in modo durissimo (ma veramente durissimo) almeno uno di questi regimi criminali, in modo che gli altri capiscano che potremo anche essere lenti a reagire, ma quando lo facciamo siamo ancora noi i più forti.

Dopo si potrà e si dovrà cercare di correggere le ingiustizie e gli squilibri che il nostro assurdo stile di vita ha causato nel mondo e che portano acqua al mulino di questi delinquenti. Ma dopo. Perché non è possibile cercare di attuare profonde riforme globali mentre siamo continuamente sotto attacco. “Colpirne uno per educarne cento”, come si diceva una volta: solo così si fermeranno.

E,per quanto possa sembrare paradossale, il bersaglio più facile è proprio quello più grosso: la Russia.

Putin, infatti, si è andato a cacciare nella trappola perfetta, se solo avremo il coraggio di farla scattare. Schierato nella immense pianure dell’Ucraina, prive di difese naturali, scenario perfetto perché le nostre armi ipertecnologiche possano dispiegare al meglio tutto il loro devastante potenziale e con un intero popolo che non vede l’ora di usarle, l’esercito russo è il bersaglio ideale. Purché ci decidiamo a dare al più presto agli ucraini tutto quello di cui hanno bisogno: non per fermarlo, ma per distruggerlo, fino all’ultimo bullone dell’ultimo carro armato.

Se lo faremo, ciò segnerà inevitabilmente la caduta (e, di conseguenza, la morte) di Putin: un evento clamoroso e oggi quasi inimmaginabile, che renderebbe tutti gli altri dittatori molto più prudenti, facendo perciò scendere la tensione un po’ dovunque, Medio Oriente compreso, almeno per qualche anno. Distruggere Hamas, invece, è molto più difficile e non avrebbe lo stesso impatto. Non che non si debba fare anche questo, se possibile, ma è la testa della piovra che va tagliata, non uno dei suoi tentacoli.

Certamente la cosa non è esente da rischi, perché di fronte alla rovina incombente Putin potrebbe reagire in modo incontrollato, benché l’ipotesi più preoccupante, quella di un attacco atomico, sia molto improbabile (cfr. il mio articolo e-se-sulla-no-fly-zone-avesse-ragione-zelensky, nonché il già citato la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico). Ma ci sono altre opzioni che purtroppo non si possono del tutto escludere, come per esempio una serie di attacchi con droni e missili convenzionali contro le città europee, che non sono adeguatamente attrezzate per proteggersi.

Tuttavia, non ci sono alternative, perché Putin non si fermerà finché qualcuno non lo costringerà a farlo. E per ottenere questo risultato ci sono solo due modi: il primo è che lo facciano gli ucraini adesso; il secondo è che lo facciamo noi tra qualche anno (il che, a scanso di equivoci, non significa fra venti o trent’anni anni, ma fra due o tre al massimo). Quale dei due vi sembra preferibile?

Forse penserete che questa sia un’esagerazione, perché la Russia non sarebbe comunque in grado di attaccare altri paesi dopo una guerra così sanguinosa. Ed è vero. Non subito. Ma Putin ha approfittato della guerra per trasformare la sua “democratura” in una dittatura vera e propria, dove potrà fare quello che vuole finché non verrà abbattuto. E quello che vuole ce lo ha dimostrato
chiaramente: rafforzare il suo potere militare a qualunque costo, anche quello di ridurre il suo popolo alla fame, come già sta facendo. Continuerà a farlo, finché non si sentirà di nuovo forte, se gliene daremo il tempo.

Inoltre, se Putin dovesse vincere in Ucraina potrebbe non presentarsi da solo alle nostre frontiere.
Che a loro volta, come abbiamo visto, potrebbero non essere più le stesse.

Per chi non lo sapesse, dal punto più occidentale dell’Ungheria al punto più orientale della frontiera italiana, che è in Friuli, vicino a Tarvisio, ci sono circa 200 chilometri: più o meno quanto c’è tra Milano e Bologna. Che effetto vi fa l’idea di un esercito di uno o due milioni di russi, ceceni, turchi, iraniani, ungheresi e serbi, con armamenti cinesi, nordcoreani e magari pure indiani, schierato ad appena due ore di auto dai nostri confini?

Lo so che istintivamente uno scenario del genere ci sembra fantascienza. Ma quanti scenari da fantascienza abbiamo già visto realizzarsi negli ultimi anni, dalle Torri Gemelle alla pandemia al riscaldamento globale? La verità è che l’anomalia siamo noi, la prima generazione della storia a non avere conosciuto la guerra. Ma non c’è nessuna garanzia che questo durerà per sempre.

E comunque, anche senza arrivare alla guerra vera e propria, la formazione di un blocco del genere, guidato dalla Russia, sarebbe già di per sé sufficiente a stravolgere tutti gli equilibri geopolitici, ricreando una situazione simile a quella che esisteva ai tempi dell’Unione Sovietica. Cioè, guarda caso, esattamente il sogno di Putin. Con in più la non piccola differenza che allora le democrazie europee erano forti, mentre adesso sono deboli.

Putin, pertanto, potrebbe cercare di attirarle nella sua orbita un poco alla volta, senza colpo ferire, usando ora il bastone della minaccia militare, ora la carota dell’immenso mercato che una simile alleanza rappresenterebbe. Mentre noi a quel punto non potremmo più colpirlo senza scatenare davvero una guerra mondiale.

Quanto tempo credete che resisterebbe la stanca e scettica Europa in una situazione simile?

Pensateci, la prossima volta che sentirete i nostri “esperti” straparlare della guerra-che-non-si-può-vincere.
E cominciate invece a riflettere sulla guerra che si deve vincere.

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