Hume PageHume Page

La (prevedibile) Caporetto di Putin e quella (inquietante) degli esperti

26 Settembre 2022 - di Paolo Musso

In primo pianoPolitica

Con questo articolo vorrei provare a rispondere a due importanti questioni sollevate tempo fa da Luca Ricolfi sulla guerra in Ucraina (https://www.fondazionehume.it/politica/punire-o-fermare-putin/), che oggi sono, se possibile, ancor più attuali ed urgenti, visto ciò che sta succedendo sul campo e fuori.

Le domande poste da Ricolfi erano le seguenti:

1) se anche a questo proposito, come già era accaduto con il Covid, si sta verificando un fenomeno di intolleranza verso chi esprime posizioni non allineate con quelle del governo;

2) se bisogna «punire o fermare Putin».

Anticipo subito che la mia risposta alla prima domanda è “nì”, mentre la risposta alla seconda è “sì”, nel senso che Putin va punito, cioè sconfitto e non solo fermato. Per rispondere correttamente, però, bisogna prima porsi altre tre domande preliminari, che sono le seguenti:

1a) rispetto al primo problema, bisogna chiedersi se le due situazioni (virus e guerra) possono essere considerate equivalenti;

2a) rispetto al secondo problema, bisogna anzitutto chiedersi se l’Ucraina può conseguire una vittoria sulla Russia, altrimenti è chiaro che il problema non si pone;

2b) in secondo luogo, bisogna chiedersi se Putin può essere “solo fermato”, altrimenti, di nuovo, il problema non si pone.

Cominciamo dalla prima questione. E qui bisogna dire innanzitutto che le stesse ragioni per cui ho ripetutamente biasimato con parole durissime l’uso improprio di un “linguaggio di guerra” nella lotta al Covid impongono di riconoscere che le due situazioni non sono affatto equivalenti.

Infatti, debellare un virus è un problema scientifico, dove l’unità di intenti non serve a niente, se è fatta intorno a una strategia sbagliata. Di conseguenza, zittire chi dissente è non solo eticamente sbagliato, ma anche controproducente. In una guerra vera, invece (e noi siamo in guerra con la Russia, anche se “per procura”), la compattezza e la determinazione contano moltissimo.

Inoltre, con il Covid sono stati sicuramente commessi errori molto gravi e a volte imperdonabili (sia da parte del governo che di chi dissentiva), che hanno causato molte morti che si potevano e si dovevano evitare. Però questo non è mai stato intenzionale: nessuno voleva che gli italiani morissero di Covid, mentre Putin vuole che gli ucraini muoiano, se non si sottomettono (e forse anche se lo fanno).

Per questi motivi, diversamente dal caso del Covid, non trovo scandaloso che ci sia un limite alle opinioni a cui è giusto dare spazio a livello di dibattito pubblico. Dopotutto, l’apologia del fascismo in Italia è proibita, per cui non capisco perché non dovrebbe essere proibita anche l’apologia del putinismo. Certo, questa materia è estremamente delicata e per un paese democratico è sempre meglio rischiare di sbagliare per eccesso che per difetto di liberalità.

Ricordiamoci però che la libertà di parola garantita dalla Costituzione implica solo che chiunque possa esprimere le proprie opinioni senza essere perseguito per esse, ma non che uno abbia anche il diritto di esprimerle in televisione. Quindi, mentre devono senz’altro avere spazio nel dibattito pubblico quelle critiche all’azione del governo che riguardano l’efficacia delle sue azioni, non trovo scandaloso che ne vengano invece escluse quelle che si traducono di fatto in una quantomeno parziale giustificazione delle azioni criminali di Putin.

Giusto per fare un esempio, sarebbe sbagliato che il professor Alessandro Orsini venisse licenziato dalla sua Università per le sue folli teorie anti-occidentali, ma non trovo scandaloso che il suo Osservatorio Internazionale sia stato chiuso, così come non troverei scandaloso che non venisse più invitato ai dibattiti televisivi e trovo assolutamente corretto che, se invitato, almeno non venga più pagato dalla televisione pubblica, cioè da tutti noi.

Inoltre, non mi sembra che sulla guerra ci sia lo stesso clima che c’era sul Covid: a nessuno è stato richiesto di esibire un Green Pass di fedeltà euroatlantica per poter lavorare o circolare; nessuno è stato pestato dalla polizia per aver manifestato contro la guerra; nessuno è stato pubblicamente insultato dal Presidente della Repubblica per aver esercitato il suo diritto costituzionale di dissentire; i social media non hanno messo in atto le stesse pericolosissime strategie di censura della fake news o presunte tali; e, in generale, l’argomento non è motivo di liti violente tra le persone comuni nella vita quotidiana.

Né col Covid sarebbe stato possibile (anzi, non sarebbe stato neppure concepibile) un caso come quello di Marc Innaro, che, soprattutto all’inizio del conflitto (ora sembra essersi un po’ calmato), invitava sempre a «considerare anche le ragioni della Russia», perfino quando erano palesemente balle cosmiche. E ciò non in qualità di opinionista in un talk show, ma mentre svolgeva il suo lavoro di cronista della RAI, cioè della televisione di uno Stato che (repetita juvant) con la Russia è di fatto in guerra ed è da essa considerato, non solo di fatto, ma anche ufficialmente, «paese ostile».

Addirittura, Innaro era arrivato al punto di mostrare le cartine con l’allargamento della NATO verso Est sostenendo che queste venivano nascoste dalla RAI, mentre era lui che teneva accuratamente nascosto il fatto che tale allargamento si è verificato tra il 1999 (quando Putin non era nemmeno Presidente) e il 2004, cioè 18 anni fa, a seguito di un preciso trattato (tuttora in vigore) tra la NATO stessa e la Russia, il che significa che il suddetto allargamento non ha nulla a che vedere con ciò che sta accadendo oggi.

Ora, se un cronista di un telegiornale della RAI si fosse azzardato, anche solo qualche mese fa, a dire che le strategie anti-Covid del governo hanno contribuito a causare la pandemia sarebbe stato immediatamente rimosso e forse anche denunciato, nonostante che ciò fosse la pura verità. Innaro invece, pur avendo detto (ripetutamente) che la politica della NATO (e quindi anche del nostro governo) ha contribuito a causare la guerra, è ancora al suo posto nonostante che ciò sia completamente falso. E quando per questo è stato (giustamente) criticato, diversi intellettuali lo hanno difeso gridando addirittura alla censura.

Infine, mentre sul Covid l’opposizione era quasi tutta di destra, sulla guerra c’è anche a sinistra, anche se non all’interno dell’establishment del suo principale partito di riferimento, il PD. È però molto significativo che il PD stesso giustifichi la sua ostilità a Putin definendolo “fascista”, affermazione semplicemente grottesca che ricorda i mitici servizi del TG3 che, quando ci fu la caduta del comunismo in Romania, parlava degli eroici insorti che combattevano «contro i fascisti di Ceausescu» (su questo punto, però, andrebbe fatto un discorso più ampio, che mi riservo per un prossimo articolo).

È vero che questa maggiore dialettica dipende, paradossalmente, più da ragioni ideologiche che da una ritrovata apertura mentale (sul Covid la base della sinistra era più compatta perché è tendenzialmente scientista, mentre sulla guerra lo è meno perché il pacifismo è ancora molto forte), però c’è.

Non per nulla, da quando ha rotto col PD Conte ha cominciato un po’ alla volta a correggere il tiro, prima cautamente, poi in modo sempre più deciso (sì all’invio delle armi, no all’aumento delle spese militari; le sanzioni alla Russia restano, ma non devono comportare sacrifici per gli italiani; l’appoggio all’Ucraina non si discute, ma il governo deve impegnarsi per favorire un negoziato con la Russia; Putin è ingiustificabile, ma la colpa è anche di Zelensky…), cercando, a quanto pare con discreto successo, di rubargli questa parte di elettorato.

Dove invece c’è davvero un clima di forte intolleranza è sulla grande stampa, su cui si leggono spesso e volentieri attacchi violenti e sguaiati contro chi esprime posizioni critiche, che viene automaticamente bollato come filo-Putin anche se si limita ad esprimere dubbi sull’efficacia della linea scelta dal nostro governo e, in particolare, delle sanzioni. Peraltro, bisogna riconoscere che pure la stampa di opposizione quanto a faziosità non scherza e se si nota meno è solo perché è largamente minoritaria. In altre parole, si sta qui ripetendo lo stesso schema del Covid, con la “maggioranza Ursula” contro i “populisti” o, se si preferisce, le “persone civili” contro gli “impresentabili”.

Quindi, come avevo anticipato, la mia risposta alla prima questione sollevata da Ricolfi è “nì”, nel senso che vedo sicuramente un eccesso di intolleranza verso gli avversari abbastanza preoccupante (da entrambe le parti, anche se certamente assai di più da quella che difende l’establishment), ma non vedo invece, come sul Covid, un muro compatto di “pensiero unico” che non lascia nessuno spazio a chi la pensa diversamente.

In compenso, quello che non è cambiato per nulla rispetto al Covid è il comportamento degli esperti, non solo quelli presunti, ma anche quelli veri, che ancora una volta sembrano gravemente disconnessi dalla realtà. E ciò è tanto più preoccupante se si considera che si tratta di persone completamente diverse, che però si sono comportate più o meno allo stesso modo: sbagliando quasi tutte le previsioni e, quel che è più grave, senza mai riconoscere i propri errori.

A questa autentica ed estremamente preoccupante “Caporetto degli esperti”, che si verifica ormai regolarmente in relazione a pressoché qualsiasi problema, mi riprometto di dedicare una riflessione a parte appena possibile, anche perché ci sono già molti segni che sull’ecologia rischia di andare ancor peggio, con conseguenze ancor più gravi. Ora, però, concentriamoci sulla seconda domanda preliminare che ho posto: l’Ucraina può sconfiggere la Russia?

La mia risposta è: assolutamente sì (a patto, ovviamente, che l’Occidente continui ad aiutarla). E, se mi è permessa l’immodestia, pur senza essere un esperto di cose militari questo l’avevo già scritto in un mio articolo (https://www.fondazionehume.it/reality-check/e-se-sulla-no-fly-zone-avesse-ragione-zelensky/) apparso su questo sito il 15 marzo, cioè appena tre settimane dopo l’inizio della guerra, quando tutti (ma proprio tutti), pur sorpresi dalla “inattesa” (in realtà prevedibilissima) resistenza ucraina, discutevano solo su quanto ciò avrebbe ritardato la “inevitabile” vittoria russa.

Nell’articolo in questione, invece, io sostenevo che con la creazione di una no fly zone, come richiesto da Zelensky, l’Ucraina avrebbe potuto vincere e avevo anche spiegato per filo e per segno il perché. E i fatti mi stanno dando ragione, anche se alla fine la no fly zone, non è stata istituita formalmente, ma è stata ugualmente creata di fatto.

Come avevo scritto, infatti, «la no fly zone potrebbe essere istituita senza bisogno di entrare fisicamente in Ucraina, giacché la NATO ha la capacità tecnologica di abbattere gli aerei russi con missili a guida elettronica posizionati all’esterno del territorio ucraino (nella seconda guerra contro Saddam i bombardamenti preliminari sono stati effettuati in gran parte con missili di questo tipo, lanciati da navi posizionate a centinaia di chilometri di distanza, e, a dispetto delle facili ironie sui missili “intelligenti”, hanno quasi sempre fatto centro)».

L’unica differenza rispetto allo scenario che avevo delineato è che anziché lanciare noi questo tipo di missili li abbiamo passati agli ucraini perché lo facessero loro. E l’unico motivo per cui avevo suggerito di prendere in seria considerazione di farlo noi era che in quel momento sembrava difficile riuscire a recapitare in tempo questo tipo di armi. Ma per fortuna gli ucraini sono riusciti a resistere fino al loro arrivo e ciò ha rovesciato le sorti della guerra.

La questione, infatti, è estremamente semplice: le guerre moderne si vincono con la tecnologia, mentre la Russia è rimasta ancora agli anni Settanta, sia per la qualità degli armamenti che per la dottrina militare, che è tuttora basata sulla forza del numero (soprattutto dei carri armati) e sull’attacco in massa. E ciò non per caso, ma perché la Russia non è guidata da un “fascista”, come sostengono ipocritamente gli ex comunisti (neanche tanto ex) di casa nostra per giustificare il loro voltafaccia nei confronti del loro alleato storico (e intanto, già che ci sono, dare una bottarella ai loro avversari politici), ma da un ex ufficiale del KGB, che si è formato (cioè ha subito il lavaggio del cervello: perché questo è ciò che succedeva) negli anni Settanta ed è rimasto mentalmente “bloccato” in quegli schemi di comportamento.

Ora, l’attacco in massa è efficace a parità di mezzi. Ma se l’altra parte ha mezzi tecnologicamente superiori, capaci di colpire a grande distanza con estrema precisione, le enormi masse di uomini, di mezzi e, soprattutto, di depositi per i rifornimenti si trasformano di colpo in enormi bersagli, facilissimi da colpire. E questo è esattamente ciò che è successo da quando agli ucraini sono arrivati i micidiali missili americani Himars, più o meno all’inizio di luglio.

In quel momento la Russia ha perso la guerra. Eppure, nessuno è sembrato accorgersene. E, a quanto pare, quasi nessuno continua ad accorgersene neanche adesso. Infatti, in questi mesi i vari esperti hanno continuato a esprimere dubbi o addirittura a ironizzare sul contrattacco annunciato da Zelensky, che sembrava non partire mai, senza rendersi conto che gli ucraini stavano semplicemente facendo all’esercito russo quello che gli americani avevano fatto all’esercito di Saddam Hussein (che tra l’altro utilizzava armamenti sovietici, molto simili a quelli usati dai russi in Ucraina): hanno distrutto sistematicamente per settimane la logistica russa alle spalle delle loro linee con attacchi missilistici ad alta precisione fino a quando le truppe al fronte sono rimaste senza viveri e senza munizioni; e quando ciò è accaduto sono avanzate rapidamente, senza neanche bisogno di combattere, semplicemente perché il nemico non era più in grado di farlo.

Il crollo improvviso e rapidissimo del fronte russo dopo una fase di apparente stallo di quasi due mesi, che tanto ha sorpreso i nostri esperti nonostante fosse un film già visto e rivisto (le due Guerre del Golfo e l’intervento in Serbia), non è quindi per nulla affatto sorprendente, ma è semplicemente la logica conseguenza delle strategie di guerra scelte dalle due parti. Eppure, tutti hanno continuato a discettare come se niente fosse, avanzando le ipotesi più fantasiose sul perché e il percome i russi siano scappati da un giorno all’altro, senza combattere e abbandonando perfino le armi. Forse i nostri esperti militari hanno bisogno che qualcuno gli spieghi che senza munizioni le armi non servono a molto…

Eppure, non era tanto difficile capirlo, tanto più che tutto era stato spiegato per filo e per segno già il 18 luglio da Yulia Latynina in un articolo di un’intera pagina pubblicato su La Stampa, in cui tra l’altro aveva scritto esplicitamente che «l’esercito ucraino non avanzerà prima di aver distrutto tutti i magazzini». Addirittura, non era difficile neppure stimare quando sarebbe successo. Dopo aver letto l’articolo e facendo un calcolo a spanne sul ritmo a cui procedeva la distruzione della logistica russa, basandomi semplicemente sulle notizie dei telegiornali, ne avevo dedotto che l’attacco di terra ucraino sarebbe partito entro settembre e in poche settimane avrebbe ricacciato i russi da tutti i territori occupati dall’inizio della guerra. Sul primo punto ci ho azzeccato in pieno, sul secondo vedremo, ma, almeno per ora, mi sembra che le cose vadano in quella direzione.

Una volta di più, come già ho fatto ripetutamente con il Covid, vorrei sottolineare che non mi sto attribuendo per questo particolari meriti o una particolare intelligenza, perché si tratta di stime davvero molto facili, che chiunque abbia un minimo di capacità di ragionamento e una appena decente cultura generale dovrebbe essere in grado di fare. La vera questione, perciò, non è come è possibile che ci sia riuscito io, bensì come è possibile che non ci siano riusciti gli esperti. Ed è una questione così seria che, come ho già detto, ci tornerò in un articolo a parte.

Qui, invece, vorrei notare come la valutazione errata di questo punto fondamentale se ne porti dietro a cascata molti altri, il più importante dei quali è la valutazione dell’operato di Zelensky, che troppi ancora accusano, più o meno esplicitamente, di essere almeno in parte corresponsabile di ciò che sta accadendo per via della sua determinazione a cercare una vittoria ritenuta (erroneamente) impossibile.

Anche su questo sito Cofrancesco sostiene da tempo che quando opporre resistenza comporta devastazioni troppo gravi è meglio non farlo, accettando temporaneamente l’occupazione nemica e confidando che, come tutte le cose umane, prima o poi avrà termine. E di per sé è un ragionamento sensato, tanto che questa scelta è stata fatta diverse volte nella storia: per restare ai paesi dell’area sovietica, non solo dalla Cecoslovacchia di fronte all’invasione sovietica, come da lui ricordato, ma anche dalla Polonia di fronte al golpe di Jaruzelsky. Tuttavia, qui la situazione è ben diversa, giacché a rischiare la distruzione totale non è l’Ucraina, bensì l’esercito russo.

Inoltre, non va mai dimenticato che la decisione su come reagire a un’aggressione spetta solo e soltanto all’aggredito. Consigliare agli ucraini di non combattere è lecito, se si è convinti che sia la cosa migliore per loro (un po’ meno se lo si fa perché convinti che sia la cosa migliore per noi…). Pretendere che lo facciano e biasimarli se, come è accaduto, decidono diversamente, scegliendo di resistere anche a costo di morire, sarebbe invece inaccettabile.

Ancor più sbagliata è l’idea per cui sarebbe Zelensky a imporre una linea estremista al suo popolo, che ultimamente nasce dal pregiudizio, di derivazione marxista, per cui sono sempre sono le élites a volere le guerre e non i popoli (quanto profondamente il marxismo abbia influenzato il pensiero occidentale, compreso quello degli anticomunisti dichiarati, è un altro tema a cui prima o poi dedicherò un articolo a sé). È vero invece esattamente il contrario: è il popolo che ha scelto di combattere, come ci hanno dimostrato i molti ucraini che vivevano al sicuro in Italia, spesso con tutta la famiglia, eppure hanno scelto di tornare in patria a combattere, pur non essendo obbligati a farlo e non essendo certo stati plagiati dalla propaganda del governo, dato che qui avevano modo di ascoltare tutte le campane.

Così stando le cose, Zelensky non avrebbe comunque potuto scegliere di arrendersi, neanche se fosse stato convinto che era la cosa giusta, perché se l’avesse fatto sarebbe stato immediatamente destituito e allora sì che molto probabilmente sarebbe arrivato al suo posto qualche estremista. Perciò dovremmo essergli grati per avere invece scelto (giustamente e coraggiosamente) di restare a guidare la lotta contro l’invasore, come il popolo che aveva giurato di servire gli chiedeva, e per averlo fatto non solo con grande abilità, ma anche con grande equilibrio (a meno che non si consideri sintomo di estremismo il semplice fatto di voler vincere la guerra, come pensa per esempio Giuseppe Conte).

E così siamo finalmente arrivati alla seconda questione sollevata da Ricolfi: posto che, come spero di aver dimostrato (e come comunque i fatti si stanno incaricando di dimostrare molto meglio di me), la vittoria dell’Ucraina è possibile, essa è anche auspicabile oppure i costi e i rischi che comporta rendono preferibile fermarsi a un certo punto, almeno per noi europei?

Ricolfi propende chiaramente per la seconda risposta, ma ciò, come lui stesso dice, dipende in gran parte dal fatto che è convinto che la guerra rischia di durare per anni, con conseguenze economiche pesantissime per l’Europa. A me invece questo è sempre sembrato altamente improbabile e più ancora adesso, visto come si stanno mettendo le cose sul campo.

Inoltre, se i russi verranno cacciati rapidamente dai territori occupati, anche l’altro aspetto che preoccupa Ricolfi, cioè il rischio di un incidente nucleare, è destinato a scomparire, perché le centrali non si troveranno più in zona di guerra. Senza contare, poi, che in realtà nessun incidente nucleare potrebbe avere conseguenze fuori dall’Ucraina, così come non ne ha avute la fantomatica nube radioattiva di Cernobyl, checché ne dicano gli antinuclearisti militanti, che sono i primi colpevoli della nostra disastrosa dipendenza dal gas russo (ma anche su questo dovrò tornare in un articolo a parte, perché il nucleare, sia militare che civile, è uno degli argomenti su cui la disconnessione tra ragione e realtà è massima).

Certo, andare a riprendersi anche la Crimea, come Zelensky ha detto chiaramente di voler fare («Tutto questo è cominciato in Crimea e finirà in Crimea»), potrebbe essere una faccenda più seria. Ma forse anche no. Forse è arrivato il momento di prendere atto che Zelensky non è affatto un demagogo che fa proclami campati in aria e che tutte (ma proprio tutte) le cose che ha detto finora erano una fedele descrizione della realtà e tutte (ma proprio tutte) le previsioni che ha fatto finora si sono realizzate (certo, anche perché ben supportato dall’intelligence americana). Ciò non significa, ovviamente, che sia infallibile, però bisognerebbe almeno cominciare a considerare seriamente l’eventualità che se dice che riprendersi la Crimea è possibile, forse è possibile davvero.

In ogni caso, la valutazione sul da farsi dipende in modo cruciale dalla terza e ultima questione preliminare che ho posto, ovvero: Putin può essere “solo” fermato?

La mia riposta è no. Come ho già detto nel mio precedente articolo, mi sembra abbastanza evidente che Putin è pazzo, se non del tutto, almeno all’87% o giù di lì. Ma anche chi non condivida questo giudizio ha comunque l’onere di spiegare perché ci si dovrebbe fidare di uno che in tutta la sua vita non ha mai accettato di fare compromessi con nessuno e le poche volte che ha stretto qualche accordo l’ha fatto solo per prendere tempo e l’ha violato non appena ha potuto.

Anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare, quindi, non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo.

Che poi questo sarà quasi certamente impraticabile, perché devasterebbe il paese e non basterebbe in ogni caso a ricuperare il ritardo tecnologico rispetto all’Occidente, che non è solo una questione di soldi, è vero, ma è un altro discorso. Per quanto irragionevole e velleitaria, la direzione di marcia scelta dal leader russo (o neo-sovietico, come sarebbe più esatto dire) è chiarissima e dimostra una volta di più la psicopatologia paranoide di cui è vittima.

La verità è che questa guerra si può concludere in un solo modo: con la caduta di Putin, che di fatto vuol dire con la sua morte, perché lui non accetterà mai di lasciare il potere spontaneamente, né i suoi, una volta deciso di sbarazzarsene, glielo chiederebbero con le buone.

Naturalmente può darsi che ciò si riveli impossibile (anche se, come spiegherò fra poco, vi sono diverse buone ragioni per crederci) e che alla fine ci vediamo costretti ad accettare una soluzione meno soddisfacente. Ma sarebbe, appunto, una soluzione meno soddisfacente.

Quindi, se la domanda è, per usare le parole di Ricolfi nell’articolo citato, «che cosa significhi vincere», cioè qual è la soluzione più soddisfacente, la caduta di Putin mi sembra l’unica risposta possibile, sia per noi che per gli Stati Uniti (e, ovviamene, l’Ucraina). Anzi, per noi ancor più che per gli Stati Uniti: perché se è vero che l’Europa subisce più degli USA le conseguenze negative della guerra, è altrettanto vero che subirebbe ancor di più le conseguenze negative della “falsa pace” con una Russia ancora putiniana, che costituirebbe un fattore di instabilità permanente a tutti i livelli a poche centinaia di chilometri dai nostri confini.

E quindi sì: Putin deve essere “punito” e non “solo fermato”, cioè deve essere militarmente umiliato e non “semplicemente” sconfitto, anzitutto perché, come ho appena cercato di spiegare, la seconda opzione non è realistica e poi perché solo così si può sperare di provocarne la caduta.

Su questo punto, però, grava un ultimo equivoco, che va dissipato. Quando si fa questo genere di discorsi, infatti, salta regolarmente fuori lo spettro della Repubblica di Weimar, che favorì l’ascesa al potere di Hitler, per cui si conclude che non bisogna mai umiliare il nemico sconfitto, ma bisogna sempre lasciargli una via di uscita onorevole. Ma, a parte il fatto che ciò funziona solo con chi è disposto ad approfittare di tale via di uscita (e Putin non lo è), in tal modo si confondono due questioni profondamente diverse fra loro.

Una cosa, infatti, è dire che non si deve umiliare un popolo sconfitto: questo è senz’altro giusto e, se e quando la Russia sarà stata sconfitta e “deputinizzata”, bisognerà stare attenti a tenderle subito la mano per riportarla nell’orbita europea, a cui naturalmente appartiene, sia per cultura che per geografia (perché, anche se la maggior parte del territorio russo si trova in Asia, le città in cui vive la sua classe dirigente sono tutte in Europa e all’Europa, e non all’Asia, hanno sempre guardato).

Altra cosa, completamente diversa (e completamente sbagliata), è invece dire che non si deve umiliare un regime. La storia dimostra infatti che le sconfitte militari, specie se umilianti, sono quasi sempre fatali alle dittature: è stato così nella Seconda Guerra Mondiale, con il nazismo in Germania, il fascismo in Italia e la casta teocratico-militarista che governava il Giappone in nome dell’Imperatore-Dio; è stato così con il regime dei colonnelli in Grecia, caduto dopo l’invasione di Cipro da parte della Turchia; è stato così con la dittatura di Videla in Argentina, crollata dopo la disfatta nella guerra con l’Inghilterra per le Malvinas; e la disastrosa quanto inattesa sconfitta in Afghanistan ha certamente favorito la caduta del regime comunista sovietico. Oltre a questi esempi, va poi menzionata l’umiliante disfatta subita nella Guerra dei Sei giorni contro Israele, che non fece cadere i regimi di Egitto e Giordania, ma ne favorì la trasformazione in senso più moderato.

Anche l’altra tesi, molto popolare e strettamente collegata alla precedente, secondo cui così si finirebbe per spingere la Russia tra le braccia della Cina, se analizzata attentamente non sta in piedi.

Anzitutto, una tale alleanza ha dei limiti precisi e invalicabili, stabiliti dagli interessi economici e geopolitici cinesi, per cui non potrà mai andare oltre un certo punto, che verosimilmente è già stato raggiunto da tempo.

Come avevo scritto nel mio articolo precedente, infatti, la Cina, più che a sostenere la Russia, «semmai avrebbe interesse a lasciarci scannare tra di noi (ma neanche tanto, altrimenti poi a chi venderebbe le sue merci?)». E questo è esattamente ciò che è accaduto: la Cina ha dato a Putin un sostegno moderato (più a parole che a fatti, per la verità) finché c’è stata una ragionevole probabilità che potesse vincere in tempi brevi, perché ciò avrebbe indebolito l’Occidente senza compromettere troppo gli assetti globali. Non appena, però, è diventato evidente che ciò non era più possibile, Xi l’ha scaricato e ha cominciato a premere per l’immediata cessazione delle ostilità, così come l’India, che ragiona più o meno allo stesso modo perché ha più o meno gli stessi interessi.

Ma la Cina ha pure un altro problema, perché da tempo ha basato la sua politica estera sulla crescita del suo “soft power” nei paesi del Terzo Mondo, che la guerra, bloccando le esportazioni di grano dall’Ucraina, sta mettendo seriamente in crisi. Questo poteva essere ritenuto un prezzo accettabile da pagare per un breve periodo in cambio di un significativo indebolimento dell’Occidente, ma ciò che la Cina non può invece assolutamente permettersi è di apparire corresponsabile di un prolungamento della guerra a tempo indeterminato, che ridurrebbe alla fame molti paesi poveri che ha attirato o sta cercando di attirare nella sua orbita.

Inoltre, per poter aumentare gli scambi commerciali con chicchessia c’è un’indispensabile condizione preliminare – cioè produrre qualcosa di vendibile – che la Russia (materie prime a parte) da molto tempo non è in grado di soddisfare. E meno ancora dopo le sanzioni, che faranno male anche a noi (anche se il vero problema, quello del gas, ha ben poco a che fare con esse), ma alla Russia di più: infatti, hanno già causato una caduta del suo PIL superiore al 12% (giacché al -6% rilevato va sommato il mancato aumento di oltre il 6% atteso come “effetto rimbalzo” post-Covid).

Anche le esportazioni dalla Russia verso la Cina, ben lungi dall’aumentare, sono invece scese più o meno della stessa quantità. E teniamo presente che le entrate russe in questo periodo sono gonfiate artificialmente dall’assurda crescita del prezzo di gas e petrolio, che però è un fenomeno essenzialmente speculativo e quindi destinato prima o poi a finire, per cui in prospettiva il vero “rosso” del bilancio russo è ancor più grave, anche nei confronti della Cina.

D’altra parte, nei limiti appena descritti, entro i quali soltanto tale alleanza è possibile e oltre i quali non potrà in ogni caso andare, essa si è già verificata da tempo, addirittura prima dell’invasione dell’Ucraina, perché Putin sapeva perfettamente che ciò avrebbe segnato una rottura insanabile con l’Occidente. E non solo lo sapeva, ma lo voleva, giacché l’Occidente è sempre stato il suo primo e vero bersaglio, come si evince chiaramente dai suoi discorsi, in cui ha sempre messo al primo posto come motivazione dell’attacco che la Russia era stufa di essere considerata una potenza di serie B.

Di conseguenza, quello di cui dovremmo realmente preoccuparci non è come evitare che si crei un’alleanza tra Russia e Cina, ma piuttosto come spezzare quella, pur limitata, che già esiste: e l’unico modo è togliere di mezzo Putin, perché fino a quando ci sarà lui al potere, comunque vadano le cose, un riavvicinamento all’Occidente è impensabile.

Ora, se tutto quel che abbiamo detto fin qui è giusto, ne segue che la vera domanda non è tanto fino a dove deve arrivare la controffensiva ucraina, ma fino a quando. E la risposta non può essere che una: fino a quando Putin verrà abbattuto.

E questo momento potrebbe essere più vicino di quel che si crede. Negli ultimi giorni, infatti, Putin si è molto indebolito: ci sono chiari segni di disgregazione nell’esercito, composto in maggioranza da soldati di leva poco preparati e ancor meno motivati; la parola proibita “guerra” è stata pronunciata alla televisione, che pure è sotto il ferreo controllo del regime; diversi personaggi hanno richiesto pubblicamente le dimissioni di Putin; la “mobilitazione parziale” sta provocando rivolte e fughe di massa; il leader ceceno Kadyrov (praticamente una sua marionetta) ha criticato pubblicamente il modo in cui sono state gestite le operazioni militari e la mobilitazione; lo scellerato Patriarca Kirill ha pubblicamente pregato perché l’esercito russo non commetta più errori; e, soprattutto, il regime non riesce più a nascondere la verità alla popolazione.

Tutte queste cose erano inimmaginabili solo due settimane fa e l’esperienza insegna che in genere quando questi processi cominciano diventano rapidamente inarrestabili e finiscono con la caduta del regime. Ovviamente non possiamo averne la certezza, perché la storia non è un teorema di matematica, ma ci sono almeno ragionevoli speranze che lo stesso stia per accadere in Russia.

Anche la “mobilitazione parziale” proclamata da Putin non è una mossa strategica, ma solo il frutto dall’ostinazione di un uomo ormai completamente disconnesso dalla realtà. Non sono infatti i soldati che mancano al suo esercito, bensì i mezzi, che erano obsoleti già in partenza (anche se i nostri esperti militari per almeno due mesi sembravano non esserne consapevoli) e sono destinati a diventarlo sempre più, man mano che gli ucraini continueranno a ricevere armi tecnologicamente all’avanguardia e i russi a perdere le poche di cui disponevano. Richiamare i riservisti non cambierà quindi di una virgola i rapporti di forze al fronte, mentre rischia di cambiarli parecchio a Mosca.

E in fondo anche Putin lo sa. I grotteschi “referendum” per l’annessione delle pseudo-repubbliche del Donbass hanno infatti un’unica funzione, peraltro esplicitamente dichiarata: quella di rendere credibile la minaccia di usare le armi nucleari, che cominciava ad essere un po’ usurata dopo tanti proclami al vento, dichiarando le località che ancora restano in mano alla Russia parte integrante del suo territorio. E ciò significa che Putin è consapevole (anche se non lo ammetterà mai, nemmeno con sé stesso) che ormai non è più in grado di difenderle con le armi convenzionali.

Questo spiega anche perché non abbia neppure tentato di simulare una consultazione regolare, come anche le più sgangherate dittature del Terzo Mondo hanno sempre fatto, mostrando anzi sfacciatamente la gente che votava di fronte alle telecamere della televisione russa anziché in cabina elettorale, con i funzionari russi che indicavano dove mettere la croce sulla scheda. È come se Putin ci stesse dicendo: «Vedete? Io faccio quello che voglio. Posso tranquillamente sbattervi in faccia che i referendum nel Donbass sono una farsa e ciononostante annettermelo lo stesso. Quindi prendetemi sul serio anche quando dico che sono pronto a usare l’atomica».

E questo ci porta all’ultima questione, la più grave di tutte: fino a che punto dobbiamo prenderlo sul serio e, di conseguenza, fino a che punto possiamo sfidarlo?

Certo, il rischio esiste e non va sottovalutato. Ma neanche sopravvalutato. Perché non è che Putin giri con i missili nucleari infilati nel taschino della giacca. Quella del “bottone dell’apocalisse” è solo una metafora, che confonde le idee anziché chiarirle. Nessuno, neanche Putin, ha il potere di scatenare da solo una guerra nucleare. Perché ciò accada è necessaria l’attivazione di una complessa catena di comando che richiede la collaborazione di diverse persone all’interno del governo e dell’esercito.

Ora, Putin è probabilmente abbastanza pazzo per farlo davvero, ma è difficile credere che lo siano anche tutti quelli che dovrebbero collaborare con lui, pur sapendo che ciò comporterebbe l’annientamento totale del loro paese, compresi loro stessi e le loro famiglie. E ciò vale a maggior ragione dopo aver visto con i loro occhi dove Putin li ha portati con la sua ottusa ostinazione e la sua totale inettitudine: forse qualcuno potrebbe essere disposto a sacrificare tutto per un capo che ammira, ma chi lo farebbe per uno che disprezza?

Più realistica è invece la possibilità di un uso limitato di armi nucleari tattiche, di minor potenza e gittata, destinate al solo campo di battaglia, tanto più che la dottrina militare sovietica, che fin qui Putin ha seguito pedissequamente in ogni dettaglio, l’ha sempre contemplata, e non solo in funzione difensiva, ma anche offensiva (benché, ancora una volta, molti esperti militari nostrani sembrino ignorarlo). Tuttavia, anche questa opzione, esaminata attentamente, appare difficilmente praticabile.

Anzitutto, infatti, la linea del fronte è ormai così vicina al confine che solo ordigni di potenza molto limitata (e quindi anche di limitata efficacia) potrebbero essere usati senza rischiare di causare un fall-out radioattivo sulle zone contese del Donbass o addirittura sullo stesso territorio russo. Se poi gli ucraini dovessero entrare in questi territori, le armi nucleari dovrebbero essere usate addirittura al loro interno, sterminando quelle stesse popolazioni russofone che si vorrebbero proteggere.

Inoltre, intorno alle armi nucleari c’è un tale clima di terrore, in parte giustificato e in parte irrazionale (ma mai come in questo caso sia benvenuta l’irrazionalità), che contro il loro uso si è creato un “tabù” quasi sacrale. Se la Russia dovesse infrangerlo, susciterebbe un tale orrore in tutto il mondo che praticamente nessun paese (tranne, forse, la Corea del Nord e la Siria) sarebbe più disposto ad averci a che fare. Putin pagherebbe quindi un prezzo altissimo in cambio di un vantaggio militare molto limitato e ciò rende anche questa opzione piuttosto improbabile.

Certo, avendo a che fare con uno psicopatico un minimo di rischio inevitabilmente rimane, ma ci sono due considerazioni finali che, come suol dirsi, tagliano la testa al toro.

In primo luogo, per quanto pericoloso possa essere tentare di abbattere Putin, lasciarlo al potere in questa situazione lo sarebbe ancor di più perché, come ho già detto prima, si tratterebbe solo di una tregua, che lui sfrutterebbe per riorganizzarsi e preparare un’altra guerra ancor peggiore. Qualsiasi altra opzione, infatti, equivarrebbe ad ammettere la sconfitta, cosa che Putin non può fare, anzitutto perché la cosa è per lui semplicemente inconcepibile e poi perché non gli verrebbe mai perdonata e porterebbe ben presto alla sua fine.

In secondo luogo, se l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin si dovesse concludere con la sua caduta, ciò rappresenterebbe un potente deterrente anche per le mire cinesi su Taiwan. Ma se invece riuscisse a ricavarne un qualsiasi vantaggio, anche minore di quello sperato, questo per la Cina si tradurrebbe in un incoraggiamento a seguire la sua stessa strada, con conseguenze che sarebbero ben più gravi per il mondo intero.

Non è certo un caso, del resto, che l’Operazione Speciale di Putin sia scattata appena sei mesi dopo la vergognosa fuga dell’Occidente dall’Afghanistan. Sia la storia dell’umanità che quella personale di ciascuno di noi insegnano infatti univocamente che dimostrare di aver paura dei prepotenti ha sempre e soltanto un unico effetto: quello di farli diventare ancor più prepotenti.

P.S. Da ultimo, mi si consenta una parola sulla morte di Darya Dugina, che in tanti hanno condannato, compreso il Papa e, su questo sito, Cofrancesco, due persone che stimo moltissimo, ma che stavolta non riesco davvero a capire.

Certo, è normale che istintivamente l’uccisione di una donna inerme nella sua automobile ci colpisca più di quella di un soldato armato di tutto punto al fronte. Ma se superiamo la reazione emotiva e proviamo a usare la ragione, allora vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse perché sarebbe lecito uccidere i sodati russi, perlopiù poveri ragazzi di leva che fanno quel che fanno solo perché costretti, mentre non sarebbe lecito uccidere una delle persone che più si è spesa perché fossero mandati a forza in Ucraina ad ammazzare e a farsi ammazzare.

Ancor meno capisco come Cofrancesco possa parlare al proposito di «atto terroristico». Terrorismo sarebbe stato se la bomba avesse ucciso dei civili russi innocenti: e qui sono d’accordo con lui che un atto del genere non sarebbe giustificabile, anche se è quello che i russi fanno regolarmente tutti i giorni in Ucraina, perché non si può combattere il Male con il Male.

Ma Darya Dugina non era affatto innocente. Collaborava attivamente col padre, Alexander Dugin, uno dei più fanatici intellettuali ultranazionalisti, teorico della guerra totale tra Russia e Occidente, nel sostenere l’invasione dell’Ucraina, Inoltre, dirigeva in prima persona un sito che sfornava fake news a getto continuo per giustificarla, sia in patria che nei paesi occidentali. Le sue parole hanno causato più morti di qualsiasi fucile, cannone o missile russo.

Ciò che faceva, anche se su scala più ridotta, era in buona sostanza ciò che Goebbels faceva per Hitler. E non credo proprio che né Cofrancesco né Papa Francesco avrebbero avuto nulla da ridire se qualcuno avesse messo una bomba sulla macchina di Goebbels (sempre poi che siano stati davvero gli ucraini, perché la versione russa fa acqua da tutte le parti; ma non è questo il punto).

Non si può mai essere contenti quando muore un essere umano. Ma, tra le tante morti assurde causate dalla sporca guerra di Putin, se ce n’è una che meno delle altre merita le nostre lacrime, ebbene, questa è proprio la morte di Darya Dugina.

 

Paolo Musso

La morte di Darya Dugina

1 Settembre 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoSocietà

Giorni fa ho inviato un WhatsApp ad amici e colleghi, in cui esprimevo il mio sconcerto dinanzi al silenzio di quasi tutti i media sull’atto terroristico che ha fatto saltare in aria la figlia (unica) di Alexander Dugin. Solo il Pontefice ha trovato parole di pietà, per il resto giornali e tv sembravano persino soddisfatti del punto messo a segno dai nemici di Putin. ‘La guerra è guerra’, mi ha risposto qualcuno. ‘Quante sono le Dugine ammazzate in Ucraina dall’Armata rossa?’, mi ha obiettato un collega, che, peraltro, stimo molto.Eh no, qui bisogna intendersi. Un atto terroristico va condannato solo in base alle sue motivazioni ideali? L’attentato alla sede di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015) ha sconvolto le coscienze perché a perpetrarlo sono stati fanatici islamici ma se avesse colpito l’ambasciata russa di Parigi, avremmo dovuto dedicare strade e piazze agli attentatori  ?

 No, la violenza, la barbarie, non hanno giustificazioni e se a praticarle sono i ‘nostri’, ne hanno ancora meno. I bombardamenti di Dresda, di Hiroshima, la distruzione di Montecassino, l’incendio di Primavalle che costò la vita a Virgilio e Stefano Mattei (16 aprile 1973) sono crimini incancel-labili. Nicola Chiaromonte scrisse pagine coraggiose denunciando l’olocausto di  Hiroshima (un po’ lo aveva fatto anche Eugenio Garin nelle Cronache di filosofia italiana) ma nelle commemorazioni per il cinquatenario della sua morte  chi l’ha ricordato?

 Una democrazia matura dovrebbe essere implacabile coi misfatti di quanti stavano dalla ‘parte giusta’ giacchè essi gettano un’ombra sulle cause più nobili. Gli applausi senesi al generale Alphonse Juin (quello delle marocchinate di Esperia) sono una pagina vergognosa della storia della Liberazione e riconoscerlo (finalmente!) farebbe onore alla civic culture liberale. La guerra è ineliminabile dal mondo umano e spesso è una trite necessità.Non si può essere pacifisti quando si ha a che fare con  Hitler ma se se ne adottano i metodi la sua sconfitta rischia di tradursi in una mezza vittoria.’Pietà l’è morta!’ma che lo si dica di una parte sola, quella dei nostri nemici–si chiamino Hitler, Stalin, Putin o altro.

Dino Cofrancesco

La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin

12 Luglio 2022 - di Dino Cofrancesco

Speciale

I. La guerra in Ucraina non segna soltanto una svolta nei rapporti internazionali tra le potenze che tengono nelle loro mani i destini del mondo ma comporta una profonda rinnovata riflessione sulle grandi questioni che da secoli travagliano l’umanità, soprattutto occidentale. A leggere i giornali e a seguire i talkshow televisivi (che non sempre meritano il disprezzo di cui sono oggetto), si ha l’impressione di un enorme rimescolamento delle carte: amici, conoscenti, colleghi, intellettuali, giornalisti, politici che da tempo immemorabile si riconoscono nei valori della destra o della sinistra si ritrovano dalla stessa parte dei loro antichi avversari. Le appartenenze ideologiche diventano magmatiche e ogni giorno nascono raggruppamenti trasversali inediti. Vecchi atlantisti ritengono che la Casa Bianca e Joe Biden abbiano scatenato una guerra per procura contro la Federazione Russa al fine di ridurla a ‘potenza regionale’ non più in grado di nuocere; mentre un esponente della sinistra più radicale, come Pancho Pardi, sul ‘Manifesto’ dell’8 giugno u.s., critica aspramente Emmanuel Macron (e un po’ anche Enrico Letta), in un articolo che già nel titolo è un atto di accusa, Per non umiliare Putin, si consiglia all’Ucraina la resa. Come scriveva E.M. Cioran nel suo breviario spirituale, L’inconveniente di essere nati (1973), “nei confronti di un qualunque atto della vita, lo spirito fa la parte del guastafeste”. Nel fervore dello scontro tra atlantisti nuovi e stagionati e quanti vengono accusati di comprendere le buone ragioni di Putin, avanzare dubbi e perplessità sulla guerra russo-ucraina diventa un peccato contro lo spirito. Un noto politico democristiano, intervenendo a ‘Stasera Italia’, ha sostenuto che non si può consentire a chi nega la verità di esporre le sue tesi (chiaro riferimento al Prof. Alessandro Orsini). Giustamente Augusto Minzolini sul ‘Giornale’ del 7 giugno u.s. – L’arma del silenzio – ha ribattuto ai censori, paladini del Vero, del Bello e del Buono: “chi è forte dei propri argomenti non dovrebbe temere quelli degli avversari”. Eppure nel mondo capovolto in cui viviamo, sembra che l’arma del ‘silenzio’ cioè il tentativo di stendere una cappa sul dissenso, sia diventata la ’scorciatoia’ preferita pure in Occidente. Si tratta, però di una scorciatoia ‘pericolosa’ perché racchiude in sé un germe autoritario che è incompatibile con ogni democrazia degna di questo nome; ma, nel contempo, seducente perché è molto meno faticosa del confronto. Il sottoscritto, ad esempio ha sempre pensato che si debba stare dalla parte dell’Ucraina, che sia doveroso assicurarle le armi di cui ha bisogno per difendersi, che la precondizione di ogni mediazione debba essere il ‘sì’ di Kiev. Detto questo, la ‘caccia’ ai putiniani e le liste di proscrizione nei confronti di dubbiosi e ‘pseudo pacifisti’ sono atteggiamenti ridicoli, che offrono a Mosca una patina di vittimismo.

Sennonché il problema non è solo quello della tolleranza delle opinioni politiche che non condividiamo ma è, soprattutto, quello della disponibilità ad ammettere che in quelle opinioni potrebbero esserci valori che non sono i nostri ma che, non pertanto, sono meno degni di rispetto e di considerazione. In non pochi interventi di storici e di analisti politici che onorano le patrie lettere è proprio il dubbio scettico – il momento più alto della saggezza dell’Occidente – che è venuto meno. Ben pochi hanno preso sul serio il pluralismo (non taroccato e non retorico) che costituisce la quintessenza del liberalismo di Isaiah Berlin. Rispondendo a Guy Sorman, – v. I veri pensatori del nostro tempo, Ventotto incontri con i protagonisti del pensiero contemporaneo (Ed. Tea, Milano 1989 p. 287) – il filosofo politico oxoniense, andando ben oltre il mero principio del rispetto che si deve agli altri e riprendendo un tema milliano (abbiamo bisogno di chi non la pensa come noi giacché è la dialettica delle opinioni che porta alla verità) rilevava ironicamente che: “essere liberale non significa soltanto accettare le opinioni divergenti, ma ammettere che forse hanno ragione gli avversari”. I nostri liberali italiani, sembra, “non appreser ben quell’arte”: col tempo, senza rendersene conto, dopo aver abbandonato la chiestacomunista, ricadono nei peccati di gioventù – il bisogno di certezze assolute, l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di rimanere fedeli al dovere della professione intellettuale che è quello di trasformare un fatto in un problema. Un maestro del ‘sospetto’ come il ricordato Cioran, diceva che “nei confronti di un qualunque atto della vita, lo spirito fa la parte del guastafeste” e che “penser, c’est saper, se saper” ed è per questo che si preferisce l’azione al pensiero, giacché “agire comporta meno rischi, perché l’azione riempie il divario tra le cose e noi, mentre il pensare lo allarga pericolosamente”.

Confesso di essere sconcertato dalla ‘trahison des clercs’ che constato ogni giorno. Amici e colleghi che considero degni di stima e che, talora, mi hanno dato insegnamenti preziosi di tipo storico e metodologico, intervenendo sul conflitto in Ucraina, non si limitano a esternare, a buon diritto, le loro opinioni su una tragedia epocale ma si rifiutano di prendere in considerazione quanti la pensano diversamente da loro, squalificandoli moralmente e intellettualmente. Ancora una volta, ci troviamo dinanzi al rifiuto di accettare il fatto che “il mondo è pieno di dei” e alla pretesa che solo i nostri sono veri dei mentre gli altri sono demoni.

Uno studioso che stimo molto, Giovanni Belardelli, – uno dei più importanti studiosi di Giuseppe Mazzini e della cultura fascista – anche se non usa il termine, non ha esitato, in sostanza, a riguardare come ‘panciafichisti’ – cioè quanti serbano la pancia per i fichi, ovvero evitano vilmente il pericolo, tenendo alla propria pelle: la parola fu coniata polemicamente nel 1914 per indicare coloro che allo scoppio della prima guerra mondiale erano contrarî all’intervento italiano nel conflitto – i (presunti) putiniani d’Italia. Nell’articolo Gli eroici ucraini hanno reso impossibile la nostra tranquilla vita d’antan. È per questo che, ahinoi, in tanti non li sopportano più (‘Il Foglio’ 21 maggio), ha rilevato: “Ciò che tanti hanno difficoltà ad accettare, fino al punto di prendere le parti del dittatore del Cremlino, è la fine di un’illusione, il dissolversi di una storia che ci raccontavamo da decenni e in cui avevamo finito col credere. L’idea che, nonostante grandi e pic­coli sconvolgimenti mondiali, i cittadini delle democrazie europee avrebbero potuto continuare a vivere per sempre in un continente caratterizzato dalla pace, avrebbero continuato a godersi un benessere pressoché unico – nonostante qualche recente battuta d’arresto – nell’intera storia umana. La resistenza degli ucraini ha insomma distrutto il sogno dì una nuova belle époque che era iniziata nel 1945 ma, a differenza di quella sprofondata a Sarajevo, non avrebbe mai avuto fine. Dietro tanti discorsi sugli aiuti militari e sulle armi difensive o offensive, su Biden e la Nato, sul battaglione Azov e così via, c’è anche (soprattutto?) il fatto che gli ucraini, resistendo hanno reso impossibile la nostra tranquilla vita d’antan. Per questo in molti cominciano a non sopportarli più. Insomma gli ‘eroici ucraini’ hanno fatto irruzione nelle nostre case come elefanti nei negozi di cristallo: stavamo tanto bene sprofondati nelle nostre comode poltrone ed ecco che i guastafeste ci ricordano che le guerre non sono un ricordo del passato ma all’improvviso possono tornare seminando distruzioni e morti come ieri, più di ieri”.

Leggendo le parole di Belardelli si può davvero fare a meno di pensare che i suoi avversari politici non vengano messi “in cattiva luce”, ridotti ad egoisti preoccupati unicamente della loro tranquillità domestica? L’antiamericanismo è una costante della cultura italiana ma l’antiqualunquismo non è da meno, col suo hate speech nei confronti dell’italiano familista amorale, sollecito solo del proprio particulare (l’intramontabile ‘uomo del Guicciardini’ stigmatizzato da Francesco De Sanctis!): come al primo, anche al secondo si nega ogni parentela con i valori e la dimensione etica dell’esistenza. Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede ”ma” è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza di etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’?

All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale (che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass.

In fondo, per il qualunquista la patria (quella propria e quella degli altri) non è il valore più alto mentre la guerra è sicuramente il male peggiore che possa abbattersi sugli uomini. Lo testimonia già nel XVI secolo con forti e crudi accenti Angelo Beolco, detto il Ruzante nel Parlamento di Ruzante che torna dalla guerra 1528-9. “Cancaro a i campi, a la guerra e a i soldé, e a i soldé e a la guerra3! A’ sé che te no me ghe archiaperé pì in campo! A’ no sentiré zà pì ste remore de tramburlini, con’ a’ fasea; ni è trombe mo, criar «Arme!» mo… Aretu mo pì paura, mo? che, com a’ sentia criar «Arme!», a’ parea un tordo che aesse abù una sbolzonà. Schiopitti mo, trelarì mo? a’ sé che le no me arvisinerà; sì, le me darà mo, in lo culo! Ferze mo, muzare mo? A’ dromiré pur i mié soni. A’ magneré pur, che me farà pro. Pota, mo squase che qualche bota a’ no avea destro da cagare, che ’l me fesse pro. Oh, Marco, Marco4! A’ son pur chì, a la segura” (“Canchero alla guerra e alla vita militare, e alla guerra e ai soldati, e ai soldati e alla guerra! So che tu non mi ci acchiapperai più a fare il soldato! Non sentirò certo più questi rumori di tamburini, come sentivo; né (vi) sono trombe, ora, a gridare «All’armi!», ora… Avrai tu più paura, ora? che, come sentivo gridare «All’armi!», sembravo un tordo che avesse avuto una frecciata. Schioppi ora, artiglierie ora? so che non mi verranno vicine; sì, mi daranno ora, nel culo! Frecce ora, scappare ora? dormirò infine i miei sonni. Mangerò anche, che mi farà pro. Potta, pure che qualche volta quasi non avevo modo di cacare, che mi facesse pro. Oh, Marco, Marco! Sono infine qui, e al sicuro”).

Ma non è da meno il fondatore dell’Uomo Qualunque, Guglielmo Giannini, che, nella raccolta dei suoi pensieri, La Folla(1945, pp. 106-107) demolisce l’ideale patriottico e le guerre alle quali esso conduce in termini che sarebbe eufemistico definire eversivi. “La sconfitta, realtà per i Capi, che perdono lo stipendio, è soltanto un’opinione per la Folla. Supponiamo che l’Italia dovesse cedere il Veneto alla Iugoslavia, e che la Iugoslavia fosse tanto sciocca da prenderselo. Cosa accadrebbe per la Folla? Niente. L’autore di libri continuerebbe a vendere i suoi libri nel Veneto, dove i libri iugoslavi non potrebbero essere venduti poiché nessuno saprebbe leggerli. Chi commerciava con Treviso, Udine, Padova, continuerebbe a commerciarvi. Su tutto il territorio ceduto si continuerebbe a fare l’amore, nascerebbero’ dei bimbi che imparerebbero a parlare italiano con accento veneto, e andrebbero poi a studiare, nelle scuole italiane, delle sciocchezze poco diverse da quelle che studierebbero se il provveditore agli studi dipendesse da Roma anziché da Belgrado. La fisica, la matematica – le cose veramente serie, insomma – sarebbero le stesse. […] Unico vero cambiamento: il prefetto di Venezia sarebbe iugoslavo anziché napoletano o piemontese. E cos’importa all’uomo della Folla che un prefetto si chiami Milan Nencic anziché Gennaro Coppola o Alberto Rossi? Deve dare la vita dei suoi figli e la sua per così poco?”.

Nei Taccuini di guerra 1943-1945 (Ed. Adelphi) di Benedetto Croce si legge, alla data 26 ottobre 1945: “È venuto a farmi visita […] la sera, dopo pranzo, il Giannini, direttore dell’«Uomo qua-lunque», che mi ha chiesto che il partito liberale accolga in sé le centinaia di migliaia dei suoi lettori e seguaci. Gli ho risposto che questo è impossibile, perché noi siamo un organismo politico, e il suo partito è una folla. È rimasto un po’ deluso, e dalla conversazione con lui (che è napoletano ) mi è apparso un ingenuo e di fondo sentimentale e doloroso, che sta contro gli uomini di politica e di guerra, e tutta la storia del mondo che costoro hanno governata, perché egli ha perduto l’unico suo figlio, che volle andare in guerra e nell’aviazione ed è morto in un incidente aviatorio: donde la campagna che egli ha intrapresa e il libro che ha scritto e che io ho scorso alcune settimane fa a Napoli”. È difficile non avvertire nelle parole del filosofo tutta l’umana comprensione per un padre dolorosamente colpito nei suoi affetti più cari per colpa delle guerre del duce, ma è altrettanto difficile non cogliere nella pagina di Giannini una protesta morale, certo lontana anni luce dal republicanism della cultura azionista e in genere dal giacobinismo ideale, comune a tutto l’arco antifascista ma non meno iscritta nell’umano. Augusto Del Noce ha scritto, in proposito, pagine memorabili che, meditate a fondo, avrebbero potuto guarire il liberalismo italiano dal suo coté moralistico e dogmatico.

Tornando a Giannini (e al suo antenato Ruzante) è azzardato immaginare come si sarebbe schierato nella guerra in corso? E la sua numerosa progenie che, stando ai sondaggi elettorali, è contraria all’invio di armi a Zelensky va considerata come una massa damnationis che, essendo in maggioranza, andrebbe tenuta, quanto più è possibile, lontana dalle urne. In realtà è in questi frangenti che emerge quell’ineliminabile ‘conflitto di valori’ al quale purtroppo è condannato il mal seme d’Adamo. Valori da una parte, valori dall’altra ma proprio per questo il filosofo, nel senso classico del termine, non può scendere in campo, fingendo di essere rimasto sugli spalti. Si prenda la figura del ‘disertore’ che ha ispirato testi teatrali e film. Il bersagliere Alessandro Anderloni (1881) come ha raccontato il regista omonimo nel film Al disertore (1918), mentre infuriava la battaglia sull’Altopiano di Asiago, abbandonò la trincea per raggiungere la moglie, Maria Zumerle, in fin di vita e la figlia Norma. Fermato dai carabinieri venne fucilato il 7 marzo 1917. Portando la vicenda sulle scene teatrali e sul set il regista ha inteso protestare contro la guerra e certo oggi, commossi, comprendiamo bene l’etica del ‘disertore’ (che tra l’altro sarebbe stato considerato tale anche oggi in Ucraina) ma l’agraphos nomos che lo aveva portato a lasciare la prima linea non era in contrasto col dovere di servire la patria anche col sacrificio della vita? Anderloni aveva le sue ‘ragioni’ ma anche l’esercito impegnato nella ‘grande guerra’ ne aveva e se gli Anderloni e i Ruzanti di oggi sono contrari all’invio di armi a Kiev vanno trattati come “sciaurati che mai non fur vivi?”.

Credo che in una società aperta si debba tener conto di tutte le opinioni, anche di quelle contrarie alla ‘difesa della democrazia’ fuori dai confini patri. Che i loro sostenitori siano ‘putiniani’ o ‘facciano il gioco di Putin’ è qualcosa che certo si può sostenere, astenendosi però dal metter in dubbio la buona fede e/o l’intelligenza del prossimo. Anche i comunisti italiani ‘facevano il gioco di Stalin’ ma non era ciò che si proponevano quando si battevano sulle piazze o nelle aule parlamentari per una giustizia sociale che ponesse termine alle diseguaglianze tra classi e tra regioni della penisola. Analogamente non ‘fanno il gioco di Putin’ quanti chiedono la pace e che il governo italiano si assuma le sue responsabilità. Come ho scritto recentemente nella rubrichetta Vistodagenova che tengo sul ‘Giornale del Piemonte e della Liguria’: “ritengo che, ora come ora, aiutare gli Ucraini – anche con le armi – a sedersi al tavolo del negoziato in veste di non perdenti davanti ai russi non vincenti, sia tutto sommato ragionevole”. Ma il problema non è questo, bensì è quello di mantenere lo sguardo lucido, di non ritenersi i vicari di Cristo in Terra (solo il papa lo è per i credenti) e di guardarci bene dall’ergerci a giudici di chi sulla guerra, le sue cause, il modo di por fine alle ostilità ha idee che non collimano con le nostre.

II. Repetita juvant. Non intendo ‘dire la mia’ sulla guerra russo-ucraina anche perché farsene un’idea è particolarmente difficile giacché, per quanto riguarda l’informazione, ci troviamo dinanzi a un fenomeno unico per un paese, come il nostro, che non essendo in guerra, non sarebbe tenuto a fornire ‘narrazioni’ (ma che brutto termine, quando ce ne potremo liberare?) di parte. Mi riferisco al disaccordo non solo sulle interpretazioni, ma sui fatti stessi. Natoatlantisti e (presunti) filoputiani convergono solo nel riconoscere che a febbraio c’è stata un’aggressione russa all’Ucraina e che l’ira funesta di Putin ‘infiniti addusse lutti agli Achei’ – distruzione di vite umane, di edifici civili, di monumenti storici, di scuole, di chiese etc. Per il resto, non si è d’accordo su niente. Nei giornali e nei talk show si confrontano tesi così opposte che sembrano quasi riferite a vicende e a personaggi omonimi ma diversi. Zelensky è un eroe della resistenza ucraina / Zelensky non è diverso da Putin, è un politicante ricco e dalle frequentazioni ambigue. Gli Ucraini, anche i russofoni, sono spiritualmente uniti, difendono la nazione contro ogni tentativo di dividerla; gli Ucraini sono da tempo impegnati in una guerra civile, giacché le etnie culturali minoritarie non si rassegnano al dominio di Kiev. Gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a difendere l’Ucraina se non quello di non consentire al despota russo di ricostituire l’impero zarista; gli Stati Uniti hanno armato l’Ucraina, spendendo miliardi di dollari, per ridurre la Federazione Russa a potenza regionale. Le sanzioni contro Mosca hanno dei costi per l’Europa e per la stessa America ma sono rovinose per Putin che prima o poi dovrà fare i conti con un’economia al collasso; le sanzioni contro la Russia sono inefficaci, come tutte le sanzioni storiche che conosciamo, ma determineranno, in Europa, una crisi duratura e un ritorno alle politiche autarchiche. L’Ucraina, modello di stato democratico, ha un governo liberamente eletto dal popolo;l’Ucraina ha un regime non meno autoritario di quello russo e l’attuale dirigenza si è affermata solo grazie a un golpe, sul quale i mass media occidentali hanno steso un velo di silenzio. Per la Russia la conquista dell’Ucraina è un primo passo sulla via del ritorno all’Europa pre-1991; in Ucraina la Russia vuol riprendersi solo i territori russofoni di cui Kiev minaccia di cancellare l’identità culturale. Una Nato – forza militare di difesa e di pace – non costituisce alcuna minaccia per la Federazione russa; la Nato, per adoperare l’immagine di Papa Francesco, è un cane che abbia alle porte di Mosca e non meraviglia, pertanto, che preoccupi il suo progressivo allargamento. L’Ucraina difendendo il proprio diritto alla sopravvivenza, difende tutto l’Occidente, e va considerata quindi un avamposto della democrazia e della libertà; la guerra in corso si spiega con ragioni di strategia geopolitica: ideologie, crociate e missioni sono soltanto orpelli retorici, che mascherano i vecchi conflitti di potenza. Putin ha scatenato una guerra dagli esiti imprevedibili temendo il contagio di una Ucraina libera e democratica sul popolo russo asservito a una dittatura non meno spietata di quella sovietica; Putin non teme alcun contagio e gli bastano le scene dell’assalto a Capitol Hill per togliere ai russi ogni illusione sull’Occidente e sull’America. A chi non ha alcuna esitazione nel dichiarare che è stata la ‘paura della libertà’ (Erich Fromm non poteva mancare!) a scatenare il nuovo zar, fa riscontro chi giustifica l’intervento russo con il dovere di bonificare Kiev dai nazisti. Il battaglione Azov ad alcuni ricorda Leonida e le Termopili, ad altri i proscritti dei Freikorps. Se non ‘i ragazzi venuti dal Brasile’. Ci troviamo alle prese con una miriade di fatti e di congetture che forse solo gli storici del domani potranno districare. Quello che colpisce, in ogni caso, sono le tetragone sicurezze con le quali storici, analisti politici, pubblicisti di prestigio sostengono l’una o l’altra tesi: nessuno sembra sfiorato dal dubbio scettico (e metodologico) che sta alla base della nostra civiltà, a nessuno viene in mente la saggezza piemontese, cara a Norberto Bobbio, esageruma nen.

Certo non mancano neppure da noi analisti liberalconservatori (Sergio Romano) o di sinistra (Lucio Caracciolo) che hanno preso sul serio il ‘lavoro intellettuale come professione” e cercano, pertanto, di mostrare, nella tragedia bellica in corso, le due facce della medaglia ma a differenza dei combattenti dell’una e dell’altra barricata non sembrano avere molto seguito (anche se il numero di ‘Limes’ la Russia cambia l’Europa ha richiesto una ristampa). I telespettatori in genere non amano la complessità e i conduttori televisivi, per vivacizzare il dibattito per lo più preferiscono i portatori di tetragone certezze – tipo Antonio Caprarica o Giorgio Bianchi – ai problematici.

Questo passa il convento e io certo non pretendo giudicare le parti contendenti e assidermi arbitro in mezzo a lor, semmai in nome del vecchio banale adagio in medio stat virtus. Quando si scende in campo, bisogna stare lealmente da una parte o dall’altra: la militanza non deve mai spegnere la luce dell’intelligenza ma seppur si deve dire sempre la verità non si è tenuti a dirla tutta.

Quello che uno studioso coscienzioso può fare, invece, nel difficile periodo che stiamo vivendo, è richiamarsi, come ho scritto sopra, alla grande lezione di Isaiah Berlin, mettendo a fuoco i valori che ispirano anche quanti sono più lontani dal nostro universo etico-politico. Mi riferisco ai ‘deterrenti’(quelli che avrebbero preferito la resa immediata di Kiev ai massacri) ai quali nulla mi lega ma che leggo spesso portati ad esempio di pusillanimità e di rinuncia alla difesa della libertà e della dignità del popolo ucraino. “Ma davvero – è il rimprovero loro mosso – volete che gli Ucraini alzino bandiera bianca e si arrendano alle forze soverchianti del nemico?”

Ha scritto Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale memorabile sul coraggio dell’Ucraina (“Corriere della Sera” del 1° marzo 2022): “dietro l’esempio di coraggio che oggi stanno dando l’Ucraina e la sua gente è facile indovinare un senso fortissimo di dignità personale e di appartenenza collettiva, si sente risuonare di un suono chiarissimo l’idea per cui la vita può essere sacrificata nonché la convinzione che non deve essere tollerata la prepotenza di chi vuole imporci la sua volontà. […] Il patriottismo non è l’orgoglio e la ricerca della potenza della propria nazione. È innanzitutto l’amore per il proprio paese, per la sua storia e i suoi costumi, e insieme il desiderio di vivervi da liberi, liberi di deciderne le sorti condividendole con gli altri che parlano la nostra stessa lingua ma con i quali siamo capaci d’intenderci senza bisogno di parole bensì con uno sguardo, con un semplice cenno del capo. È dal patriottismo, da questo alto e pur elementare sentimento del vivere e delle virtù civili, da questo legame che tiene insieme le società umane, che nasce il coraggio odierno degli ucraini”. Parole bellissime – a parte il fatto che anche i russofoni della Crimea e del Donbass potrebbero richiamarsi al diritto di vivere con chi parla la loro stessa lingua e con cui ci si può intendere “senza bisogno di parole bensì con uno sguardo” – ma che pongono un problema grande come una montagna e che così si potrebbe sintetizzare: l’idea della comunità politica si esaurisce nello Stato e nel regime politico che di volta in volta lo definisce oppure è qualcosa, un bene prezioso, un retaggio storico che sta oltre lo Stato, il governo, i parlamenti, i partiti politici che ne sono i custodi? E le stesse vite dei cittadini che abitano la comunità politica in un determinato periodo, sono qualcosa di cui lo Stato può disporre ad libitum e a cui può chiedere ogni sacrificio, – tanto, chi per la patria muor vissuto è assai – o vanno messe a rischio ma solo entro ragionevoli limiti? Se un bandito assalta una banca, ne svuota i forzieri e in cambio del cessate il fuoco da parte delle forze dell’ordine accorse sul luogo chiede di poter uscire con qualche ostaggio e di disporre di un auto veloce a garanzia della fuga, lasceremo distruggere la banca e ammazzare tutti i clienti che vi si trovavano occasionalmente per una questione di principio, pur di “non tollerare la prepotenza di chi vuole imporci la sua volontà”? Si fa presto a dire “propter vitam, vivendi perdere causas”: nel mondo umano è tutto questione di misura, di quantità. Se il numero dei morti ammazzati è spaventosamente alto, se delle città invase non rimangono che cumuli di macerie, è da vigliacchi alzare bandiera bianca e consentire agli invasori di occupare, senza spargimento di sangue, Roma, Parigi, Milano, Bruxelles, Firenze per farvi ritornare la vita e la libertà quando le sorti del conflitto avranno ricacciato i ‘barbari’ oltre le frontiere?

I bombardamenti sulle città italiane iniziarono l’11 giugno 1940, circa 24 ore dopo la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, mentre le ultime bombe caddero all’inizio di maggio 1945 sulle truppe tedesche in ritirata verso il Brennero. Nei cinque anni che passarono tra queste due date, quasi ogni città italiana fu bombardata. I centri industriali del nord come Genova, Milano e Torino subirono più di 50 attacchi ciascuno; le città portuali del sud, come Messina e Napoli, più di un centinaio. Milano registrò più di 2000 vittime civili; Napoli, nell’anno peggiore, il 1943, perse quasi 6.100 abitanti sotto le bombe. Città più piccole furono pure pesantemente danneggiate: per esempio, a Foggia le bombe distrussero il 75% degli edifici residenziali, mentre altre località come Rimini subirono ripetuti attacchi per periodi prolungati perché si trovarono per mesi sulla linea del fronte. L’Italia centrale non fu attaccata fino alla primavera del 1943 (e per questa ragione ospitò gli sfollati da altre regioni), per diventare la parte più bombardata del paese nei 15 mesi seguenti mentre il fronte, lentamente, si spostava dal sud al nord Italia”. Il 9 luglio 1943, lo sbarco degli americani in Sicilia segnò la fine del fascismo e di Mussolini, anche se si dovettero aspettare ancora due mesi per tirarsi fuori dal conflitto. Ricordiamo tutti il discorso del Maresciallo Pietro Badoglio dell’8 settembre: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane”. Per quanto discutibili fossero state prima le strategie del Re e del Maresciallo, cos’altro c’era da fare? Sottoporre l’Italia che non si arrendeva al trattamento inflitto dagli Anglo-americani alla millenaria abbazia di Montecassino (17 gennaio – 18 maggio 1944)?

Dice un vecchio proverbio napoletano: “quanno si’ncudine statte e quanno si martello vatte” (“Quando sei incudine stattifermo, quando sei martello percuoti”). In un raccontino fantapolitico – Se l’Alto Adige fosse come il Donbass pubblicato il 6 giugno u.s. su ‘La Zuppa di Porro’ – mi sono chiesto: qualora le soverchianti forze militari di una ipotetica Federazione austro-tedesca invadesse l’Alto-Adige per ricongiungerlo al Tirolo, lasceremmo distruggere Trento e Rovereto, Verona e Trieste in nome dei sacri confini della patria? E se lo facessimo la cancellazione della storia scolpita nelle pietre di quelle città, l’incendio dei suoi parchi, l’abbattimento dei suoi monumenti, la distruzione di scuole, stadi, teatri, ospedali, non indurrebbe a chiederci con quale diritto disponiamo di un patrimonio ideale e materiale che ci eravamo impegnati a prendere in custodia? Ancora una volta, in politica è questione di quantità: fino a che punto si possono sacrificare uomini e cose in nome della dignità? Galli della Loggia invita a “chiedersi ad esempio se il nostro discorso pubblico – al di là dell’algida e vuota ritualità di ogni cerimonia ufficiale – mostri di apprezzare realmente i valori che si accompagnano al patriottismo, se i protagonisti della nostra vita politica mostrino qualche coerenza personale rispetto a quei valori. Chiedersi, ad esempio, se questi valori medesimi, viceversa, non siano abitualmente circondati, specie nell’ambito intellettuale e dei media, da un’ironica condiscendenza che li dipinge come qualcosa ormai fuori dal tempo”. Non si può dargli torto per quanto riguarda il tramonto dell’idea di nazione nei nostri giovani e nelle nostre scuole ma non potrebbe essere la stessa idea di nazione a sconsigliare una resistenza a oltranza, distruttiva di vite e di beni che nessuna ricostruzione ci restituirà più? La prima guerra mondiale ci costò seicentomila morti: se i morti fossero stati tre milioni non avremmo accusato le classi dirigenti di aver scatenato un’inutile strage? Non le avremmo messe sotto accusa come pure facemmo in qualche modo a quota seicentomila?

Un comandante che lascia distruggere la nave, ammazzare il suo equipaggio, violentare i suoi passeggeri, rubare il suo carico prezioso, pur di non darla vinta ai pirati che se ne sono impadroniti non ha qualche responsabilità dinanzi al tribunale del genere umano? In base all‘etica politica’ squalificata come ‘pacifista’, nessuno Stato, nessun governo ha il diritto di fare terra bruciata e di chiedere ai cittadini di rinunciare a tutto, alla vita, ai beni, alla famiglia per impedire agli abitanti di Bozen e di Bruneck di ritornare nel seno della patria secolare.

Tornando a Badoglio e all’8 settembre, fu il Mussolini di Salò – quello del Tempo del bastone e della carota – a rammaricarsi della mancata resistenza degli Italiani ai nemici angloamericani fin dai tempi di Pantelleria. Fosse dipeso da lui, le macerie del Colosseo, dell’Altare della Patria, del Quirinale – come quelle di Montecassino utilizzate, dopo l’assurdo bombardamento angloamericano, dai tedeschi – avrebbero dovuto trasformarsi in trincee per fermare l’invasore. Arrendendosi agli Alleati, gli Italiani, invece, rinunciarono a far parte del novero delle potenze che decidono i destini del pianeta ma recuperarono il piacere del ‘vivere liberi’. Certo allora ci siamo arresi a chi esportava la democrazia, mentre oggi gli ucraini, è l’obiezione rivolta ai desistenti, dovrebbero arrendersi a chi, dietro i carri armati, porterebbe loro uno stato poliziesco, una dittatura fuori stagione e asservita al Cremlino. E tuttavia Putin non è Hitler e non è Stalin: occupati dall’Armata rossa (si chiama ancora così), ai vinti sarebbero rimaste la resistenza non violenta (nel solco di Gandhi), la non collaborazione coi vincitori, le sfilate di protesta davanti ai quartieri generali dell’occupante, insomma la ‘disobbedienza civile’, difficile da neutralizzare senza un bagno di sangue alla Tienanmen. Forse quelle di quanti si oppongono ad armare Kiev sono congetture non ragionevoli ma qui si sta parlando dei ‘valori’, non del loro riscontro fattuale.

Con queste considerazioni per così dire ‘filosofiche e storiche non sto dando ragione ai desistenti – o agli ucraini, ce ne saranno pure, renitenti alla leva – ma di richiamare l’attenzione su una lezione della celeberrima Politica come professione (1918) di Max Weber che non dovrebbe mai essere dimenticata: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari pretendono di averla dal canto loro, e, soggettivamente, in perfetta buona fede”.

Come si legge nei Quattro saggi sulla libertà (1989) di Isaiah Berlin – a mio avviso, il momento più alto del liberalismo novecentesco – : “Il mondo in cui c’imbattiamo nell’esperienza ordinaria ci pone dí fronte a una scelta tra fini ultimi ed esigenze egualmente assolute; la realizzazione di alcuni dei quali implica inevitabilmente il sacrificio di altro. In realtà, è proprio perché si trovano in questa condizione che gli uomini attribuiscono un valore così immenso alla libertà di scelta; perché se avessero la certezza che in qualche stato perfetto, realizzabile in terra dagli uomini, nessuno dei fini che essi perseguono sarà mai in conflitto con altri, scomparirebbero la necessità e il tormento della scelta e con essa l’importanza centrale della libertà di scegliere. Se, come credo, i fini degli uomini sono molteplici e non tutti sono in linea di principio compatibili l’uno con gli altri, allora non si può mai eliminare del tutto la possibilità del conflitto – e della tragedia – dalla vita umana, sia personale sia sociale”.

È questo lo ‘stile di pensiero’ che non vedo nei giornali, nella saggistica politica, nei salotti televisivi, dove intolleranza ed hate speech regnano sovrani e per caratterizzare quanti sono perplessi sull’aiuto militare a Kiev e, pertanto, vengono arruolati, ipso facto, come putiniani si manda in onda un servizio sulla cellula comunista di… Zagarolo e se ne intervistano gli stalinisti incrollabilmente certi che Putin ha invaso l’Ucraina per scacciarne i nazisti e per completare l’opera della seconda guerra mondiale.

Il più grande storico italiano della seconda metà del Novecento, Rosario Romeo, nella voce ‘Nazione’ per l’Enciclopedia del Novecento (1979) scriveva non senza coraggio e spregiudicatezza intellettuale: “sia da parte delle potenze dell’Asse che da parte delle Nazioni Unite, l’intreccio degli egoismi e delle ambizioni nazionali con motivazioni universalistiche che pretendevano a un’assoluta validità etica induceva a configurare gli avversari non già come esponenti di interessi contrapposti e dotati ciascuno di una propria legittimità, ma come fautori di una causa che si collocava al di fuori della comunità civile, e dunque privi dei diritti che la tradizione dell’Europa illuministica e cristiana riconosceva agli avversari in qualche modo legittimati dalla fedeltà al proprio paese o ai propri ideali. La guerra venne dunque ad assumere carattere, come allora si disse (Croce), di guerra civile o di religione, nella quale amici e avversari si cercavano e riconoscevano nell’identità degli ideali al di là delle frontiere nazionali. […] Da ciò, anche, la tendenza al totale annientamento dell’avversario, addirittura relegato dal nazismo in una sfera biologicamente inferiore, e dagli alleati identificato con la causa del Male e dell’Errore. Che erano atteggiamenti scomparsi da secoli nella coscienza dell’Europa civile, anche se in passato se n’erano avute, specie nei paesi anglosassoni, manifestazioni significative, ispirate alla calvinistica tendenza a vedere le lotte dei popoli e degli Stati in termini di lotte fra reprobi ed eletti: come era accaduto al tempo della guerra contro Napoleone o durante la prima guerra mondiale, quando uomini come John Dewey e George Santayana avevano dichiarato responsabile della «perversità della Germania» il soggettivismo e apriorismo della sua tradizione filosofica, mentre a livello popolare era risuonato sempre più spesso lo slogan «hang the Kaiser»”.

Mi chiedo: quell’“intreccio degli egoismi e delle ambizioni nazionali con motivazioni universalistiche” riconosciuto persino nella guerra dell’Asse, oggi è scomparso nel conflitto russo-ucraino dove le figure del Bene e del Male occupano la scena e non consentono al dubbio di salirvi? Si comprende il linguaggio di Zelensky, impegnato in prima linea, in una partita che non vuole pareggiare ma vincere (in nome delle altissime idealità illustrate da Galli della Loggia) ma perché il linguaggio dell’eroico combattente dev’essere anche quello dello spettatore che si pone al servizio della verità? Con gli squilli di tromba si avvicina il giorno della pace? E se si dice che Putin è davvero il nuovo Hitler – e non un brigante da strada che si è impadronito della diligenza e col quale il ricatto delle pistole impone di venire a patti – perché, coerentemente, non si chiede di fermarlo, entrando in guerra con la Federazione russa? Per evitare la terza guerra mondiale e una probabile catastrofe nucleare? Ed è morale lasciar dissanguare l’Ucraina e coventrizzare le sue città, i suoi campi, i suoi apparati industriali per infliggere all’orso russo ferite tali da costringerlo a tornare nella sua tana?

Vittorio Parsi, ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Milano – v. ‘Il Dubbio’ del 26 maggio u.s. – ha affermato che “la proposta di Kissinger all’Ucraina || [cedere territori in cambio della pace] || è ‘irricevibile’. […] Come al solito Kissinger dice cose sulla pelle degli altri. Tanto per ricordare di chi stiamo parlando, è quello del golpe contro Allende in Cile nel 1973. Con le parole sull’Ucraina conferma il suo approccio cinico alla politica internazionale”. Evidentemente Parsi ricorda male le vicende cilene (forse anche perché quanto ne hanno scritto autori come Jean-François Revel o Arturo Valenzuela è stato sommerso dalla saggistica retorica antifascista) se crede che un Segretario di Stato Usa abbia potuto liquidare in quattro e quattr’otto un’antica democrazia come quella cilena, caratterizzata dalla tradizionale non ingerenza dei militari negli affari politici.

In un impeccabile articolo pubblicato su ‘La Repubblica’ del 9 giugno u.s., L’ora della Realpolitik, Furio Colombo ha sintetizzato come meglio non si sarebbe potuto l’essenza dell’insegnamento di Kissinger: “lo stato delle cose conta più dei progetti, quelli aggressivi e quelli eroici. Non è una sgridata agli ucraini che resistono e un gesto di tolleranza per i russi che si ostinano. È la stessa posizione che ha indotto la potentissima America a interrompere la guerra in Vietnam. Non importa se una visione politica (russa) sia giusta o distorta, se una resistenza (ucraina) sia eroicamente condotta. L’importante è interrompere, perché i due contendenti sono destinati a restare uno accanto all’altro e in mezzo all’Europa. È la politica della realtà che ha sempre guidato Kissinger. Non si tratta di approvarla, né di pensare che Kissinger sia venuto a benedire una delle parti. Dell’Ucraina lo irrita il sentimento, che non coincide con la strategia. Della Russia non condivide l’incancellabile strappo con l’Europa a cui dovrà tentare in tutti i modi di porre rimedio”.

Questa non è l’Etica tout court: è solo l’‘etica della responsabilità’, scolpita da Weber nel Lavoro intellettuale come professione (1918). Accanto ad essa c’è l’etica della convinzione – mirante non alle conseguenze dell’agire ma alle sue motivazioni ideali – e ce ne sono altre infinite, religiose e laiche, secolari e trascendenti. Tenerne conto non evita certo i flagelli della guerra ma può contribuire a un confronto pacato tra le diverse opinioni e i diversi interessi e valori in campo: un confronto che potrebbe rendere meno difficili gli inevitabili compromessi senza i quali la parola resta solo alle armi.

Le possibili soluzioni del problema del caro-bollette per evitare il “lockdown energetico”

9 Maggio 2022 - di Fondazione David Hume

Dossier HumeIn primo piano

La Fondazione Hume ha pubblicato, da oltre un anno a questa parte, vari articoli che mettevano in guardia su quanto oggi sta succedendo, e cioè una “tempesta perfetta” che rischia di causare una sorta di “estinzione di massa” di interi settori dell’imprenditoria italiana. La principale – sebbene non unica – causa di questa situazione è oggi rappresentata dall’aumento “senza senso” delle bollette di luce e gas. Nelle ultime settimane è finalmente diventato chiaro anche ai non addetti ai lavori che, in Italia, il “motore primo” del caro-bollette di questi mesi è stato il meccanismo di fissazione del prezzo del gas naturale. Infatti, considerato che più del 40% dell’elettricità nel nostro Paese viene prodotta con il gas naturale in centrali a ciclo combinato e che il gas russo è a rischio – per cui si rischia una vero e proprio “lockdown energetico” che metterebbe in ginocchio l’intera nazione – la questione del gas risulta essere cruciale. Si noti che il lockdown energetico (o “lockdown produttivo”) non si avrebbe solo in caso di futuri blackout programmati dovuti, ad esempio, al taglio delle forniture di gas di Putin, ma si ha già ora per quelle attività produttive i cui costi dell’energia sono tali che esse sono costrette a fermarsi per non lavorare in perdita. Purtroppo, ci è capitato in più occasioni di renderci conto che il dibattito pubblico su questi argomenti è viziato da una conoscenza della materia generalmente molto scarsa, il che rende difficile ai decisori politici di intervenire in maniera corretta, come abbiamo visto negli scorsi mesi con le misure palliative adottate dal Governo. Vorremmo quindi qui illustrare in modo assai chiaro i problemi e accennare alle loro possibili soluzioni. Va osservato che, attualmente, l’attenzione del Governo e dei media si è spostata molto sui possibili modi di sostituzione del gas russo, perdendo di vista invece il problema del caro-bollette, che per i prezzi esorbitanti raggiunti è già potenzialmente letale per la maggior delle imprese manifatturiere italiane. L’eventuale rinuncia al gas russo farebbe salire ancor di più i prezzi dell’energia, accelerando il loro fallimento.

Il mercato dell’energia in Italia: contratti a prezzo variabile vs. a prezzo fisso  

In sintesi, come illustrato in dettaglio in un precedente articolo [1], un grande importatore di gas come ENI (che importa quasi metà del gas usato in Italia) acquista circa 2/3 del suo gas a prezzi molto bassi grazie a contratti pluriennali – in alcuni casi perfino trentennali – e solo 1/3 avendo come riferimento il prezzo “spot” (cioè attuale, e oggi altissimo) al PSV (Punto di Scambio Virtuale), la borsa del gas italiana (come vedremo quasi uguale, per prezzi e loro andamento, a quella più grande d’Europa, il TTF olandese).

La sola ENI nel 2020 denunciava a bilancio, tra il 2021 ed i successivi 30 anni, contratti di acquisto di gas a lungo termine per oltre 103 miliardi di euro [7], corrispondenti a circa 472 miliardi di metri cubi di gas, pertanto già contrattualizzati da ENI per gli anni futuri e sostanzialmente tutti del tipo “Take or pay”. Ricordando che annualmente l’Italia importa 70-75 miliardi di metri cubi di gas all’anno, i soli contratti di medio-lungo termine coprirebbero dunque completamente 6-7 anni di fabbisogno nazionale.

I pagamenti futuri dell’ENI a fronte di obbligazioni contrattuali, come rendicontati sinteticamente nel Rapporto sul bilancio annuale 2020 della Società. Si noti come gli impegni di acquisto di gas naturale siano quasi esclusivamente di tipo “take or pay”. (fonte: ENI – Relazione finanziaria annuale 2020 [7])

Invece, i grossisti italiani medi e piccoli che vendono il gas ai clienti finali lo acquistano in gran parte sul PSV da ENI o altri big player, perciò a prezzi legati alle quotazioni sul PSV-TTF. Di conseguenza, molti clienti finali pagano il gas naturale – la componente “materia prima” nella bolletta gas – il prezzo del PSV + uno “spread”, cioè un differenziale che rappresenta il margine di guadagno del venditore.

La stessa cosa succede, peraltro, per le bollette elettriche, dove il prezzo di riferimento è il Prezzo Unico Nazionale (PUN), legato alla Borsa elettrica italiana; per cui il prezzo della componente energia delle bollette elettriche è di solito dato da PUN + spread, e anche in questo caso lo spread varia da venditore a venditore, ed è il parametro spesso confrontato dagli utenti nella scelta di quest’ultimo.

Si noti, però, che questo prezzo di vendita vale solo per i contratti cosiddetti “a prezzo variabile” sottoscritti dai clienti finali, che di solito sono appunto indicizzati ai prezzi dell’energia sulle suddette borse. Una cosa simile succede anche per i mutui a tasso variabile: chi li stipula dovrà infatti rimborsare un tasso fissato con il criterio: Euribor + spread, dove l’Euribor è la componente variabile del tasso.

E come per i mutui esistono, in alternativa, i mutui a tasso fisso, anche per luce e gas esistono pure i contratti “a prezzo fisso” (o bloccato, di solito per 24 mesi), che sono convenienti quando si prevede una crescita dei rispettivi prezzi; e sono del tutto svincolati dal prezzo al PSV-TTF, sia perché i prezzi sono fissi sia poiché ad es. ENI vende a quei sottoscrittori il gas acquistato a basso costo con contratti pluriennali.

Mercato libero e mercato a maggior tutela: differenze e convenienza

Si noti che, nel mondo dell’energia italiano, esiste da una ventina d’anni: (1) il cosiddetto “mercato libero”, in cui il cliente finale può scegliere fra contratti luce e gas a prezzo variabile e contratti a prezzo fisso, e (2) il “mercato a maggior tutela” (in cui si trovano la maggior parte degli italiani), nel quale i contratti sono solo a prezzo variabile, ma il prezzo è fissato dall’Authority per l’energia, Arera, trimestralmente.

Arera fissa per i successivi tre mesi le tariffe di gas e luce – che dovrebbero garantire sul mercato in maggior tutela gli utenti meno esperti (famiglie e imprese piccole per fatturato e numero di dipendenti) – sulla base delle previsioni degli aumenti dei prezzi per i tre mesi seguenti; a questi si aggiungono le variazioni avute nei tre mesi precedenti con le correzioni fra prezzi stimati e prezzi effettivi.

In pratica, mentre i prezzi dei contratti a prezzo variabile di luce e gas sono indicizzati ai prezzi spot (ovvero attuali) sulle rispettive borse nazionali, le tariffe di Arera hanno come riferimento, rispettivamente, i futures (cioè i prezzi attesi fra 3 mesi) sulla Borsa elettrica italiana per l’elettricità e, per il gas, i futures sul TTF di Rotterdam, la principale borsa del gas in Europa, usata perché più liquida di quella italiana (il PSV).

Tuttavia, come si può vedere dalla figura seguente, l’andamento nel tempo del prezzo sulla borsa del gas italiana (PSV) è del tutto analogo a quello sulla borsa olandese (TTF). Di conseguenza, legare il prezzo del gas all’una (come nelle vendite fra grossisti e nei contratti a prezzo variabile con i clienti finali) o all’altra (come nelle tariffe trimestrali fissate da Arera) in pratica non fa granché differenza.

Confronto fra l’andamento del prezzo “spot” (in pratica, attuale) del gas naturale sulla borsa italiana di riferimento (PSV) e su quella olandese (TTF). Si noti come i due prezzi viaggino strettamente “a braccetto”, e quindi indicizzare il prezzo del gas nei contratti all’uno o all’altro sia praticamente indifferente. (fonte: elaborazione degli autori su dati European Gas Spot Index e GME)

Già in un proprio rapporto del 2015 relativo agli anni 2012-13, la stessa Authority per l’energia aveva trovato (e dunque ammesso) che i clienti domestici, le partita Iva e le PMI passate al mercato libero pagavano luce e gas il 15-20% di più rispetto al mercato a maggior tutela. In effetti, le tariffe in regime di maggior tutela risultano di solito più basse di quelle sul mercato libero, ma non sempre.

Infatti, tutto dipende dall’andamento dei prezzi delle materie prime energetiche. Se i prezzi di queste ultime aumentano, un contratto a prezzo fisso (che è disponibile soltanto sul mercato libero) può consentire al sottoscrittore un risparmio rispetto a un utente in regime di maggior tutela. Il viceversa è vero quando i prezzi delle materie prime energetiche scendono, favorendo le bassissime tariffe di Arera.

Le ragioni del caro-gas in Italia: prezzi legati alle borse vs. prezzi “doganali”  

Negli ultimi vent’anni, i prezzi del mercato “spot” TTF (e quindi anche del PSV, che come visto lo replica fedelmente) erano sempre andati di pari passo con i prezzi del gas naturale cosiddetto “doganale” (cioè del gas importato dall’estero tramite metanodotti e metaniere) rilevati al passaggio delle dogane dell’Unione Europea ai fini delle accise da applicare: secondo Arera, la correlazione fra i tre prezzi (spot TTF, metano doganale, gas liquido doganale) era di ben 0,95, ovvero altissima.

Già intorno ad aprile dello scorso anno, il prezzo dei futures del gas naturale sul TTF aveva iniziato a divergere fortemente da quello del gas naturale “2711”, che è quello “destinato alla combustione per usi civili e industriali, nonché all’autotrazione” (e come tale sottoposto ad accisa); ma è alla fine del 2021 che il prezzo del gas sul mercato TTF si separa in maniera davvero eclatante da quello dei gas doganali.

Un grafico che presenta l’evoluzione del prezzo del gas naturale da gennaio 2020 a febbraio 2022. La curva azzurra rappresenta il prezzo sul TTF olandese, la curva rossa il prezzo doganale – cioè effettivamente pagato dagli importatori italiani di gas – mentre la curva verde è un’elaborazione fatta da Arera per fissare trimestralmente il prezzo del gas per i clienti finali in regime di Maggior Tutela. (fonte: Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, mostrato nella trasmissione “Spotlight” di RaiNews24 del 22/4/22)

Si noti come, nella figura qui sopra, la curva rossa relativa al prezzo del gas doganale – ovvero al suo prezzo reale di importazione – sia molto più regolare rispetto alla curva azzurra che mostra, invece, il prezzo del gas sui mercati finanziari e che, da aprile dello scorso anno, è letteralmente “impazzita”. L’area del grafico che sta fra la curva azzurra e quella rossa è dunque quella cosiddetta degli “extra-profitti”.

Quanto si è verificato, in fondo, non stupisce, perché da un lato (quello dei gas “doganali”), vi sono contratti relativi a consegne “fisiche” che coprono periodi anche lunghi di fornitura (pluriennali) ed esigenze reali di vendita od acquisto di gas; dall’altro (mercato spot TTF), si tratta invece di contratti a breve termine guidati da obiettivi di rendimento, in altre parole da pura speculazione finanziaria.

Inoltre, a differenza delle normali borse, il PSV e il TTF non sono borse regolamentate: si tratta infatti di mercati cosiddetti OTC (Over The Counter), in cui le transazioni si effettuano sulla base di contratti bilaterali. Dunque, non possono essere assimilati alla Borsa elettrica o alle borse azionarie, con tutte le conseguenze che ne derivano e che sono ora chiare a tutti (ad es. la possibilità di manipolazione, resa facile soprattutto in periodi di scarsi scambi borsistici in termini di volumi trattati).

In pratica, negli ultimi mesi l’impatto sulle bollette dei clienti finali è stato enorme, poiché a dicembre scorso il prezzo mensile del gas al TTF superava i 100 €/MWh (mentre quello giornaliero è arrivato addirittura a 180 €/MWh), un aumento di circa 10 volte rispetto al prezzo di giugno 2021, cioè di appena 6 mesi prima; e, soprattutto, mentre fino ad aprile 2021 il prezzo al TTF e quello doganale erano quasi uguali, a dicembre il prezzo del gas al TTF risultava quasi triplo rispetto a quello doganale.

Sebbene il prezzo della componente energia incida grosso modo per circa la metà sulle bollette dei clienti domestici, esso impatta in maniera ben più rilevante sulle bollette delle imprese medio-grandi e delle attività più energivore, con il risultato che questi enormi aumenti di prezzo si sono trasferiti in maniera pesante sul “totale a pagare” della loro bolletta, come ben sappiamo dalle cronache.

Un sistema da riformare subito insieme a quello della Borsa elettrica

Nelle scorse settimane, si è discusso molto sulle possibili ragioni di quest’anomalia senza precedenti. Qualcuno ha tirato in ballo un possibile “cartello” fra i principali player del gas europei, ma i principali investitori sul mercato TTF sono normalmente i più grandi trader di materie prime (Vitol, Trafigura, Glencore) e le grandi società finanziarie di Wall Street (Morgan Stanley, Goldman Sachs).

Pertanto, queste entità hanno una potenza economica e “di fuoco” verosimilmente assai maggiore per manipolare – deliberatamente o meno – il mercato, operando di fatto come cosiddette “mani forti”. Il seguente grafico, che mostra i “volumi” trattati sul TTF negli ultimi mesi, fa vedere che i volumi a un certo punto sono crollati, segno che tutti i “big” che volevano investire sul gas l’avevano ormai fatto.

L’andamento del prezzo del gas sul TTF olandese, con i relativi volumi di scambio (le barre verticali verdi rappresentano gli acquisti, mentre le rosse sono le vendite). Si noti come verso la fine di settembre i volumi in questione siano enormemente diminuiti (per tutto il periodo evidenziato dal riquadro marrone che abbiamo aggiunto), per cui il prezzo del gas (usato come riferimento per molti contratti dei clienti finali italiani) era facilmente alterato anche da scambi relativamente modesti.

Quando i volumi di scambio sono piccoli, bastano pochi acquisti per alterare (ad es. far crescere) in maniera significativa i prezzi su un dato mercato, per cui questo potrebbe spiegare l’accaduto senza ipotizzare necessariamente del dolo. Ma, al tempo stesso, ciò mostra che questo meccanismo di formazione del prezzo del gas per il cliente finale è del tutto fuori controllo e dunque va quanto prima cambiato.

ENI impiega il 12% del gas importato per l’autoconsumo (in pratica, per produrre energia elettrica), il 10% lo vende ai propri clienti finali, mentre il grosso – ovvero il restante 78% – lo vende ad altri grossisti italiani sul PSV, cioè a prezzi tipicamente molto più alti di quelli dei contratti pluriennali con cui lo acquista, realizzando così oggi un enorme “extra-gettito” (miliardi di euro in pochi mesi) non giustificato, ed i cui impatti sono evidenti negli utili atipici del 2021 [6].

Nella tabella in alto, sono mostrati gli impieghi di gas di ENI e dei grossisti italiani nel 2020. Si noti come gli operatori più grandi del mercato all’ingrosso vendano soprattutto ad altri operatori più piccoli (sul PSV ai relativi prezzi), mentre gli operatori piccolissimi vendono soprattutto ai clienti finali, come risulta chiaramente se si guarda la tabella in basso, relativa all’approvvigionamento di gas dei grossisti italiani nel 2020. Da questa seconda tabella si vede che ENI si approvvigiona sul PSV per circa il 32% del suo gas, mentre i grossisti grandi e medi per circa l’80%, per cui il loro approvvigionamento tramite importazioni dall’estero è sostanzialmente marginale e di fatto limitato a pochissimi grandi player, come ad es. Enel, Edison, etc. (fonte: ARERA, Relazione annuale – Stato dei servizi 2020)

Come si può scoprire dalle precedenti tabelle, ENI acquista circa 2/3 del gas naturale di cui si approvvigiona con dei contratti pluriennali (dunque a prezzi “bassi”) e 1/3 a prezzi “alti” (sul PSV-TTF). Viceversa, vende a prezzi “alti” (a clienti finali e altri grossisti) circa i 2/3 del totale di gas acquistato, per cui su almeno 1/3 del gas acquistato può lucrare degli extra-profitti enormi (dell’ordine di vari miliardi nel solo 2021).

Purtroppo, distorsioni non meno gravi si verificano sulla Borsa elettrica, dove da circa 20 anni le offerte di energia elettrica vengono accettate in ordine di prezzo crescente, fino a quando la loro somma in termini di kWh arriva a soddisfare la domanda, dopodiché il prezzo del kWh dell’ultimo offerente accettato (quindi quello più alto) viene attribuito a tutte le offerte: è il cosiddetto criterio del marginal price [3].

In pratica, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) rilevato sulla Borsa elettrica è il risultato di aste che coprono la richiesta di energia prevista, ora per ora, con l’elettricità offerta da vari operatori (Enel Energia, A2A, Acea, Sorgenia, etc.). Nelle aste si accetta, cioè si “dispaccia”, prima l’offerta più economica e poi, via via, i “pacchetti” più cari, fino a coprire tutto il fabbisogno giornaliero.

Dunque sulla Borsa elettrica – dove nasce il già citato PUN, ovvero il prezzo di circa i 2/3 dell’elettricità venduta in Italia – il prezzo a MWh dipende dalla fonte più cara selezionata (anziché da una media pesata sulle varie fonti selezionate), per cui i produttori di energie rinnovabili (e pulite), già premiati con incentivi appositi del Governo, realizzano un “extra-gettito” anche in questo caso non giustificato.

Perché occorre cambiare subito i meccanismi attuali di formazione del prezzo

Per ogni metro cubo di gas naturale scambiato fisicamente nel mondo reale, oggi sui mercati finanziari ne vengono scambiati almeno 10, attraverso successivi passaggi tra compagnie produttrici-importatrici (o grandissimi importatori internazionali) e grossisti grandi e medi e dettaglianti.

Così le decisioni prese dai grandi investitori influenzano ogni giorno il prezzo del gas – sia per i clienti finali con contratto in regime di Maggior Tutela (in virtù dell’algoritmo usato da Arera per la fissazione della componente Gas naturale) sia per i clienti finali con contratti sul mercato libero del tipo a prezzo variabile – da anni non è più legato a quello dei contratti pluriennali con i Paesi fornitori da cui originano i gasdotti che arrivano in Italia.

La serie storica dimostra che il prezzo del gas “finanziario” è sempre stato prossimo al valore del gas doganale, cioè al valore realmente pagato per il gas. Ma, come abbiamo visto in precedenza, un anno fa è cambiato tutto: il prezzo sul mercato TTF legato alla speculazione finanziaria si è distaccato sempre più dal prezzo doganale – ovvero da quello reale – “impazzendo” e ripercuotendosi sulle nostre bollette [2].

I prezzi mensili del gas naturale in Europa sul mercato “spot” TTF confrontati con i prezzi dei gas “doganali” (importati con metanodotti e metaniere) rilevati al passaggio delle dogane dell’Unione Europea. Qui il picco del gas naturale al TTF è più basso rispetto ai picchi giornalieri perché si tratta di una media mensile, ma è pur sempre un aumento di circa 10 volte rispetto al prezzo di giugno 2020. (figura tratta dall’analisi di Bidoia L., “Le speculazioni che hanno stravolto il mercato del gas europeo”, pricepedia.it, 31 dicembre 2022)

Inoltre, il meccanismo attuale che lega il prezzo del gas – per i clienti finali con contratti in regime di Maggior Tutela (ma di fatto anche per quelli sul mercato libero con contratti a prezzo variabile) – al prezzo sul TTF olandese ci espone a una doppia dipendenza dall’estero: la prima per la materia prima (poiché l’Italia importa attualmente il 97% del gas che utilizza) e la seconda per il prezzo del gas, giacché i prezzi su tale borsa salgono, appunto, per la speculazione degli investitori (in prevalenza stranieri).

Se non si interviene subito cambiando i meccanismi di fissazione del prezzo di gas ed elettricità per i clienti finali, si rischia in tempi brevi una sorta di “estinzione di massa” delle imprese italiane: in particolare di quelle manifatturiere e di tutte le attività più energivore, che non sono necessariamente attività produttive (si pensi ad es. alle lavanderie, ai supermercati con i tanti frigoriferi, etc.).

Infatti, se il costo dell’energia sale al punto da rimanere per un prolungato periodo di tempo al di sopra di una determinata soglia critica (che varia da settore merceologico a settore merceologico e da azienda ad azienda), non ci sono accantonamenti o “spalle forti” che tengano: in molti casi, potrebbero essere sufficienti soli 2-3 mesi oltre soglia per mettere l’attività fuori gioco e portarla al fallimento.

Ciò è ancor più vero per il settore manifatturiero, nel quale il costo dell’energia usata per le lavorazioni è solo una delle 5 componenti del prezzo finale di un prodotto, insieme al costo delle materie prime, al costo dei trasporti per la consegna dei prodotti, al costo della manodopera ed al margine di guadagno. Poiché anche i costi di materie prime e carburanti sono in crescita, il margine di guadagno presto si azzera.

Usando quindi un’efficace metafora, è un po’ come se una città subisse un’inondazione al punto che il livello dell’acqua sommerge sempre più i vari negozi non per 1-2 giorni, bensì per mesi. È evidente che – chi prima e chi dopo – questi negozi a un certo punto chiuderebbero. Le misure prese fin qui dal Governo sono utili quanto delle dighe di cartone contro l’acqua, o come il voler tirar via l’acqua a mano con dei secchi.

Il fatto che le prime a fallire siano le imprese più energivore – di fatto, una sorta di “specie sentinella” che avvisano dell’inizio dell’estinzione di massa – fa sì che il processo sia graduale abbastanza da rischiare di sottovalutarne la gravità, secondo il famoso principio della rana bollita di Noam Chomsky. Un’eventuale rinuncia al gas russo, tuttavia, accelererebbe il processo in modo drammatico e irreversibile.

Qual è la mossa più importante che Draghi e Cingolani dovrebbero fare?

Attualmente ci troviamo in una situazione che negli scacchi si chiama “zugzwang”, cioè “il giocatore è obbligato a muovere sapendo che qualsiasi cosa faccia è costretto a subire lo scacco matto oppure una perdita di materiale, immediata o a breve termine”. Il fatto che tocchi al Governo muovere e che tutte le mosse a disposizione conducano a delle perdite non significa, però, che non vi sia una mossa migliore.

Infatti, come il lettore avrà capito, il problema del caro-bollette (presente e futuro) non si può risolvere – al fine di mitigarne i danni sul tessuto economico – se non si cambia con estrema rapidità i meccanismi di fissazione dei prezzi del gas naturale e dell’elettricità. Tutte le altre mosse portano allo scacco matto ed a perdite ingenti: in altre parole, sono fumo negli occhi, un palliativo che non risolve un bel niente.

Ad esempio l’idea fatta circolare, nelle scorse settimane, da parte del Governo, di porre un tetto europeo ai prezzi del gas – nei confronti del quale Germania e Olanda hanno detto “no” – sarebbe solo una sorta di “lasciapassare” per l’aumento definitivo dei prezzi. Infatti, i prezzi insostenibili di oggi sono 5 volte i prezzi di un anno fa, per cui “i buoi sono già scappati” e porre un tetto a un livello così elevato (od anche intermedio) è del tutto inutile: basti considerare ad es. che i prezzi dei contratti di approvvigionamento di lungo e lunghissimo termine sono assistiti da clausole revisionali.

Qual è dunque la mossa migliore che ha il Governo? Per quanto riguarda il gas, è quella di sostituire l’indicizzazione attualmente basata sulle (imprevedibili e opache) borse del gas con un meccanismo del tutto diverso, legato ai “prezzi doganali” (ovvero reali), cioè a quelli dei contratti pluriennali stipulati dagli importatori italiani (metanodotti) e alle consegne fisiche di gas naturale liquido (GNL).

Il ministro Cingolani ha più volte sottolineato pubblicamente come il fatto che i prezzi dei contratti pluriennali – frutto di accordi bilaterali fra aziende – siano secretati costituisca un ostacolo insormontabile all’attuazione di un meccanismo basato su tali prezzi. Ma in realtà non è così, come ha di recente spiegato Marcello Minenna, direttore generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Infatti, nella trasmissione “Spotlight” di RaiNews24 del 22 aprile, dal titolo “La stangata”, il giornalista Luca Gaballo ha realizzato uno scoop, perché l’intervistato Minenna ha rivelato come sia oggi possibile passare a un meccanismo di formazione del prezzo del gas basato sui prezzi reali dei flussi fisici di questa materia prima, e non più su quelli di piattaforme finanziarie non regolamentate e per nulla trasparenti.

Marcello Minenna mentre spiega a Luca Gaballo il possibile intervento per ridurre il caro-bollette.

Come osserva Minenna, «nel momento in cui ci sono grandi flussi di liquidità disponibili sui mercati finanziari – e questo è l’effetto dei vari interventi di stabilizzazione dell’economia che si sono svolti per via delle crisi finanziarie globali e anche della pandemia – è chiaro che i mercati finanziari rischiano di incorporare molta più volatilità del mercato reale. Occorre dunque prendere atto di tale situazione».

«Si dovrebbe riorientare il mercato reale verso gli approvvigionamenti reali» è la semplice soluzione che Minenna propone. Semplice perché potrebbe essere implementata proprio grazie all’Agenzia che dirige, e che effettua la registrazione puntuale e verificata degli scambi di gas che avvengono nel mondo fisico. Grazie ai computer e alla digitalizzazione, quindi, oggi per la prima volta questo si può fare.

Implementazione pratica della soluzione di Minenna e chi ne beneficia

Come spiega ancora Minenna [4]: «in passato, anche per limiti dovuti ai sistemi informatici – parliamo di milioni di dichiarazioni doganali – c’erano dei tempi di rilevazione e di elaborazione, correzione del dato tali per cui il dato delle importazioni di gas del 1° di marzo era disponibile, sotto forma di dato medio certificato, magari verso metà aprile. Oggi, con la transizione digitale, questi tempi si sono molto ridotti».

Pertanto, conclude Minenna, «questi dati di approvvigionamento possono essere un punto di riferimento”, ad es. per la formazione del prezzo di vendita del gas naturale ai clienti finali, e in particolare per i contratti indicizzati. A questo punto occorrerebbe, in uno dei prossimi decreti sul caro-bollette, un emendamento che introduca l’ancoraggio del prezzo del gas fissato da Arera al mercato reale, non più al TTF.

Svincolare il prezzo del gas in bolletta dall’indice TTF è anche quanto chiesto dai senatori del Movimento 5 Stelle in una mozione a prima firma Pesco, depositata in Senato il 17 marzo [5]. «In questo momento”, sostengono giustamente i senatori nella mozione, “l’ancoraggio al TTF è l’elemento che più di tutti sta determinando l’aumento delle bollette del gas naturale per gli utenti in regime di maggior tutela».

La cosa interessante, sottolineata da Luca Gaballo, è che per realizzare questo ancoraggio con il metodo suggerito da Minenna «non serve conoscere i dettagli segreti degli accordi commerciali stipulati da ENI o da altri importatori: basta la media delle fatture pagate su cui l’Agenzia delle Dogane calcola l’accisa”. E ricorda che “non è solo una questione di equità: è in ballo la sicurezza energetica del nostro Paese».

Dunque, problema risolto? No, perché i clienti finali in regime di maggior tutela che usufruiscono delle tariffe fissate da Arera sono soltanto la maggior parte delle famiglie italiane e una parte delle imprese con un numero di dipendenti inferiori a 50 e un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro. E comunque entrambi questi soggetti dovranno passare anch’essi al mercato libero entro il 31 dicembre 2023.

Detto in altre parole, rimangono fuori da questa possibile riforma i clienti del mercato libero che hanno contratti a prezzo variabile sostanzialmente indicizzati al PSV + uno spread, che comprendono – molto verosimilmente – la maggior parte delle piccole, medie e grandi imprese italiane. Nessuna riforma, infatti, è prevista per questo tipo di clienti, che sono proprio quelli più “a rischio estinzione”.

Pare quindi evidente che questo del Parlamento sia l’ennesimo intervento palliativo, che non risolve il problema alla radice e che mostra come i politici ed i legislatori non abbiano capito a fondo né il problema né l’enorme posta in palio. Per comprendere perché oggi siamo in questa situazione, giova probabilmente ripercorrere quello che è successo negli ultimi decenni nel mercato dell’energia.

Un quadro riassuntivo della situazione illustrata nel testo. Come si vede, le proposte di riforma proposte finora si riferiscono solo al meccanismo di fissazione del prezzo del gas nel mercato di maggior tutela, che però non impatta sulle medie e grandi imprese (nonché sulle piccole con più di 50 dipendenti e 10 milioni di fatturato), giacchè tutte queste sono state costrette a passare al mercato libero entro il 31 dicembre 2020. 

Perché occorre ritornare a importare il gas con contratti pluriennali

Prima della liberalizzazione del mercato dell’energia, in Italia vi era un monopolio, con due fornitori pubblici di luce (Enel) e gas (ENI). Quest’ultimo acquistava il gas importato dall’estero con contratti pluriennali. Nel 1999, con il Decreto Bersani che ha liberalizzato il mercato dell’energia, si è voluto smantellare tale monopolio e favorire la nascita della concorrenza, con l’obiettivo di avere prezzi più bassi.

Sono così nate la Borsa elettrica italiana (istituita nel 2004, un anno dopo la nascita del TTF a Rotterdam) e la Borsa del gas (istituita nel 2007 ma partita con il PSV nel 2010), mentre i fornitori di energia ed i grossisti si sono via via moltiplicati di numero, e oggi superano abbondantemente i 200 in entrambi i tipi di fornitura (luce e gas). Ma possiamo dire che ciò ha comportato un risparmio per l’utente finale?

Evidentemente in generale no, dato che sostanzialmente ciò che è successo è che si è passati sempre più dall’acquisto del gas attraverso contratti pluriennali all’acquisto tramite le neonate borse, dove i prezzi ora (da un anno a questa parte) non riflettono più i prezzi doganali (e dunque quelli dei contratti pluriennali), bensì sono molto più alti. Dunque, è necessario porre con urgenza rimedio a questa situazione.

Il modo più logico è, semplicemente, quello di tornare il più possibile indietro, allo status quo ante, per quanto sia ovviamente irrealistico pensare di rimettere il genio nella lampada, ovvero ritornare a un monopolio statale. Il punto chiave è che bisogna tornare a dei prezzi non solo agganciati ai prezzi di importazione reali, ma soprattutto tornare a importare il gas con contratti pluriennali.

Per la verità, ENI (che acquista circa il 47% del gas importato dall’Italia) si approvvigiona già per circa il 60% con importazioni a lungo termine (a basso prezzo), ma gli altri grossisti operanti sul mercato italiano si approvvigionano di gas in buona parte sul PSV (ai relativi prezzi). Quindi non c’è più un ampio uso dei contratti pluriennali, che oggi sono alla portata solo di pochissimi grandi player nostrani.

Il Governo dovrebbe pertanto incentivare l’acquisto del gas con contratti “Take or Pay”, alla stregua di quanto fa da sempre ENI (che è controllata al 30% dallo Stato). L’espressione “take or pay” indica semplicemente una clausola applicata ai contratti di fornitura di lungo periodo, la quale implica un impegno da parte della compagnia acquirente a prelevare un certo quantitativo di gas naturale in un certo lasso di tempo. Se l’acquirente non ritira la quantità di gas concordata, con il Take or Pay la paga ugualmente.

Per poter fare questo, però, vanno parallelamente semplificate le procedure e gli obblighi da parte degli importatori, che molto rischiano nelle transazioni fisiche di import ed export. Per questa ragione, già nel 2012 l’ENI considerava questo tipo di accordi di medio-lungo periodo (con i produttori di gas che assicurano gran parte delle forniture al nostro Paese) troppo onerosi e acquistava parte del suo gas sul PSV (cosa che le consente anche di diminuire i propri rischi e di giustificare la vendita del suo gas a prezzi legati al PSV).

Ma, siccome questi contratti sono strategici per la sicurezza energetica nazionale, ENI pretendeva che a farsene carico fossero lo Stato e i cittadini, attraverso le bollette. L’Authority per l’energia rimandava la questione all’allora Governo Monti, che nel maxi-decreto sulle liberalizzazioni del gennaio 2012 ha stabilito (nell’art. 16) che il prezzo del gas per il mercato a Maggior Tutela debba essere calcolato dall’Authority tenendo conto (pro quota) anche dei mercati spot (cioè giornalieri) del gas e non solo dei contratti pluriennali Take or Pay (agganciati al prezzo del petrolio), come invece accaduto fino ad allora [8].

Ciò all’epoca sembrava sensato, perché in quel periodo il prezzo del gas importato dalla Russia in Italia con contratti di approvvigionamento a lungo termine era di 34 centesimi, mentre quello “spot” in Olanda (sul TTF, il mercato di riferimento) era di soli 21 centesimi [9]. Ma all’epoca era così solo perché c’era la crisi (non a caso, qualcosa di simile – cioè un prezzo di borsa più basso di quello dei contratti pluriennali – si è ripetuto durante la pandemia, quando i prezzi alla borsa del gas sono crollati): per esempio, nel 2004 il prezzo in Italia era di 30 centesimi e quello spot sul TTF era di 70, cioè il prezzo di borsa era più del doppio».

In realtà Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, segnalò subito che il nuovo sistema introdotto dal Governo Monti non avrebbe fatto calare i prezzi nelle bollette [9]: «Il nuovo sistema farà pesare il mercato spot ad es. al 10% e questo in teoria farà calare il prezzo della materia prima, diciamo, da 34 a 32 centesimi. Ma come fa una compagnia a essere obbligata per decreto a vendere a 32 se i contratti con il fornitore sono a 34? Un conto sarebbe dire alle compagnie di fare dei contratti che impongano un X per cento di “spot”, ma mettere solo un parametro di prezzo a posteriori che senso ha?».

Si noti che, dal 2013, il prezzo del gas (inteso come la componente energia in bolletta) per i clienti finali con contratti sul mercato di Maggior Tutela è stato agganciato da Arera interamente al prezzo dei future sul TTF [10], quindi slegandolo del tutto dal prezzo dei contratti pluriennali e ponendo le basi per il disastro attuale a cui ora bisogna cercare – il più rapidamente possibile – di porre rimedio.

E oggi anche le offerte PLACET (cioè “a Prezzo Libero A Condizioni Equiparate di Tutela”) per i clienti finali, che tutti i fornitori sul mercato libero sono (da alcuni anni) obbligati a inserire fra i contratti che il cliente può scegliere, “prevedono un prezzo indicizzato al TTF determinato in ogni trimestre come media aritmetica delle quotazioni forward trimestrali OTC relative al trimestre in questione, presso l’hub TTF, rilevate da ICIS-Heren con riferimento al secondo mese solare antecedente il medesimo trimestre” [11].

Gli altri interventi che occorrerebbe attuare con urgenza sul versante del gas

Fondamentale, per poter abbassare le bollette dei clienti finali italiani rispetto al costo del gas, è anche comprendere che l’Italia non dovrebbe avere solo un grande importatore (ENI), ma occorrerebbe dividere il mercato dell’importazione su decine di operatori, realizzando una vera concorrenza sul fronte degli accordi bilaterali pluriennali (con prezzi a basso costo) e svincolandosi sempre più dalle borse (PSV, TTF). Il tutto tenuto conto di quanto segue.

Di fatto, per far si che si ritorni all’uso generalizzato di contratti pluriennali (che hanno tipicamente prezzi indicizzati al prezzo del petrolio greggio), sarebbe innanzitutto necessario: (1) fissare delle quote massime di importazione di gas per i grandi player non produttori di gas (escluse, quindi, le grandi compagnie del gas che godono di contratti pluriennali solo in virtù dei loro progetti di investimento in ricerca, pompaggio e trasporto del gas), affinché anche altri grossisti possano fare tali contratti; (2) spingere i player italiani (ad esempio, tramite una premialità fiscale) ad aumentare la quota di gas importato con contratti a medio e lungo termine.

Inoltre, poiché in regime di concorrenza niente garantisce che i prezzi di vendita ai clienti finali sarebbero agganciati ai prezzi dei contratti pluriennali – se non forse per i contratti a prezzo fisso – occorrerebbe (3) legare i prezzi dei contratti a prezzo variabile a quelli dei contratti pluriennali, verosimilmente con un meccanismo tipo quello illustrato da Minenna, ma imposto anche al mercato libero.

Ovviamente, sul mercato libero i singoli operatori / grossisti potrebbero poi aggiungere, per i contratti a prezzo variabile, un proprio spread (come avviene già oggi). Quella che cambierebbe sarebbe quindi solo la componente indicizzata del prezzo, che oggi è legata a una borsa e che in un prossimo futuro dovrebbe essere invece legata sostanzialmente ai prezzi di importazione reali della materia prima.

Non dovrebbe sfuggire, quindi, che la soluzione del problema caro-bollette del gas vada cercata in una real politik che tuteli per davvero imprese e famiglie. Non pensiamo proprio che, in questo “nuovo mondo” in cui siamo entrati, ci potrebbe essere spazio per la pura operatività di trading da parte della finanza speculativa. Ciò in quanto potrebbe presto mancare persino la capacità fisica di prodotto, specie nel caso che esca di scena la Russia. In tal caso la pressione sui prezzi salirebbe alle stelle.

In conclusione, solo intervenendo sul meccanismo di fissazione del prezzo di tutti i clienti finali con contratti oggi indicizzati al PSV o al TTF – che nel caso delle imprese sono ormai per la quasi totalità sottoscritti sul mercato libero – ci si può svincolare dai prezzi non reali delle borse del gas. Basti pensare che, già all’indomani dell’apertura della borsa del gas, il costo della materia prima quasi raddoppiò.

Dato però che, realisticamente, è improbabile che un Governo come quello italiano – già dimostratosi inadeguato rispetto ad altri paesi (come ad es. la Spagna e il Regno Unito) nel gestire la pandemia sulla base delle evidenze fornite dalla letteratura scientifica – possa cambiare in poco tempo i meccanismi di fissazione del prezzo del gas nelle bollette, ben venga nel frattempo la tassazione degli extraprofitti realizzati dalle compagnie energetiche, purché non sia fatta certamente alle aliquote attuali (10%) e nemmeno a quella del 25% di cui oggi si vocifera sui media [12], bensì almeno dell’80%, con successiva immediata ridistribuzione fra tutti i clienti finali più colpiti di questi extraprofitti lucrati.

Sulle bollette elettriche si somma un secondo effetto che amplifica il primo

Naturalmente, occorrerebbe intervenire anche sul versante “luce”, cambiando l’attuale meccanismo di fissazione del prezzo sulla Borsa elettrica, che andava bene trent’anni fa, quando le rinnovabili avevano una quota marginale, ma certamente non più oggi. A causa del criterio oggi usato – quello del prezzo marginale illustrato in precedenza – i produttori di energie rinnovabili fanno extra-profitti à gogo.

I prezzi medi mensili dell’indice Ipex (Italian Power Exchange), cioè della Borsa elettrica italiana. Anche il prezzo dell’elettricità è letteralmente “esploso” negli ultimi mesi, essendo salito di 14 volte dai valori di maggio 2020 (21,8 €/MWh). Ciò come inevitabile conseguenza dell’anomala impennata dei prezzi spot TTF del gas naturale, perché circa il 40% dell’elettricità utilizzata in Italia è prodotta con il gas naturale. L’aumento del prezzo del gas è amplificato dal meccanismo di fissazione del prezzo sulla Borsa elettrica, anacronistico ed eticamente ingiusto, che consente ai produttori di energie rinnovabili extra-profitti esagerati che si ripercuotono sulle tasche dei clienti finali. (fonte: elaborazione degli Autori su dati GME)

Si ha così l’evidente assurdo che, perfino se avessimo – in un dato momento – il 99,9% dell’elettricità venduta sulla Borsa elettrica prodotta con fonti rinnovabili (quindi a costo quasi zero), l’“ultimo kWh” prodotto con il gas la farebbe costare tutta come se fosse prodotta con il gas. Una vera presa in giro per gli Italiani che oggi, in una situazione di costi delle bollette alle stelle, non è più tollerabile.

La cosa interessante di cui nessuno sembra essersi reso conto è che il criterio del prezzo marginale attualmente utilizzato per fissare il prezzo del kWh sulla Borsa elettrica amplifica fortemente il caro-bolletta elettrico, che dunque è la somma di due componenti separate: (1) quella dovuta all’anomala impennata dei prezzi sulle borse del gas (PSV e TTF); (2) quella dovuta, appunto, al criterio del prezzo marginale.

Se si osserva la precedente figura relativa al prezzo medio mensile dell’elettricità sulla Borsa elettrica italiana, si vede che esso è aumentato di circa 14 volte da maggio 2020 a marzo 2022, mentre nello stesso periodo di tempo il prezzo medio mensile del gas è aumentato di 6,8 volte (passando dai 19,8 €/MWh di gennaio 2020 ai 135,5 €/MWh di marzo di quest’anno), ovvero quasi esattamente della metà.

Poiché il gas incide per circa il 40% sul mix energetico nazionale per la produzione di energia elettrica, l’aumento atteso delle bollette elettriche in assenza del criterio del prezzo marginale (sostituito da una semplice media pesata come chiediamo) sarebbe stato assai inferiore: verosimilmente, di 3 o 4 volte (anziché di 14 volte), dato che le rinnovabili non sono legate all’acquisto di materie prime energetiche.

Ciò permette di stimare quanto i due diversi contributi hanno inciso sul caro-bolletta elettrica italiano. Infatti, se ipotizziamo che in assenza del criterio del prezzo marginale l’aumento delle componente materia prima nelle bollette elettriche sarebbe stato di 4 volte, questo vuol dire che l’aumento del prezzo del gas è responsabile solo del 28% dell’aumento totale della componente elettricità delle bollette.

Pertanto, il grosso dell’aumento del costo di un kWh elettrico per i clienti finali – in pratica, circa il 72% di esso – è dovuto al criterio del prezzo marginale, che fa pagare uno sproposito anche i kWh prodotti quasi gratuitamente attraverso il sole (fotovoltaico), il vento (eolico) e l’idroelettrico. Donde la necessità, per ritornare a una situazione di prezzi accettabile, di eliminare il criterio del prezzo marginale.

Un quadro riassuntivo relativo ai contratti con i clienti finali per le forniture elettriche. Poiché i prezzi della componente energia sono legati al Prezzo Unico Nazionale (PUN) sulla Borsa elettrica, per i clienti con contratti a prezzo variabile si trasferiscono al cliente gli effetti dei due meccanismi di fissazione del prezzo (quello del gas e quello della luce), che pertanto necessitano di essere entrambi completamente modificati quanto prima per ritornare a una situazione sostenibile per le imprese italiane.

Gli interventi palliativi del Governo non curano le cause della malattia

Purtroppo, il cambiare i meccanismi di fissazione del prezzo (specie del gas per i clienti sul mercato libero) richiede una comprensione del problema e una volontà politica che ad oggi non vediamo. D’altra parte, la questione del caro-bollette non può essere risolta con interventi “tampone” che alleviano soltanto un po’ i sintomi (e solo per certi tipi di clienti finali), rischiando così di essere una sorta di boomerang.

Ad esempio, il dare la possibilità di pagare le bollette di luce e gas a rate (senza l’applicazione di interessi) è solo un trucco contabile, una sorta di maquillage, poiché l’importo annuo pagato dai consumatori non cambierà di un centesimo. E non basta da solo un intervento sulla bolletta che vada a toccare soltanto (e temporaneamente) gli oneri di sistema, così come non basta da sola la transizione alle rinnovabili.

Come abbiamo visto già nella lotta alla pandemia, anche in campo energetico la politica italiana sembra mancare di quella visione e concretezza di altri Paesi dell’UE, e si continuano di fatto a favorire le lobby, non ponendo l’interesse del cittadino al primo posto. In molti casi, poi, si approfitta dell’ignoranza delle persone per gettar loro fumo degli occhi, facendo credere che si stiano risolvendo i problemi.

Per esempio, il Decreto bollette 2022, diventato da poco legge con il via libera definitivo in Senato, ha fra i suoi punti cardine l’utilizzo dei climatizzatori negli edifici pubblici: prevede infatti che, dal 1° maggio, questi non possano portare gli edifici a misurare una temperatura minore di 25 °C d’estate e maggiore di 21 °C d’inverno (tenendo conto del margine di tolleranza di 2 gradi previsto dal decreto stesso).

Peccato, però, che: (1) i valori tollerati siano praticamente gli stessi normalmente usati, per cui si fa finta di cambiare tutto per non cambiare, in realtà, nulla; (2) l’abbassamento di 1 °C del riscaldamento non porti a un risparmio del 6% della spesa come scritto dai media italiani, ma solo dell’1-2%; (3) la platea interessata, quella degli edifici pubblici, sia piccola, per cui il risparmio di gas per il Paese risulta irrisorio: <0,1%.

In conclusione, il proseguire nel curare gli effetti anziché le cause della malattia rischia di portare le imprese produttive e il nostro Paese sull’orlo del baratro. La semplice introduzione di altre misure palliative e di un tetto al prezzo del gas non risolverebbero il problema e, anzi, rischierebbe di essere la pietra tombale al rientro a quotazioni storiche. I veri rimedi sono altri, e forse sarebbe ora che qualcuno si “svegliasse”.

Naturalmente, è a questo punto evidente al lettore che l’eventualità di un’interruzione alle forniture di gas russe non solo provocherebbe blackout e razionamenti, ma anche un’impennata ulteriore dei prezzi di gas e luce. Tutto ciò si sommerebbe agli effetti già tremendi del caro-bollette attuale. Pertanto, verrebbero messi a rischio il tessuto produttivo e la tenuta sociale del nostro Paese, che era già una polveriera per l’impatto economico delle misure adottate dal Governo nella gestione della pandemia.

Occorre tenere infatti presente che, secondo i dati forniti da Snam (la società che gestisce la rete italiana di distribuzione del gas) – relativi al 2018 ma rimasti altamente stabili negli ultimi anni – in Italia la domanda (e quindi il consumo) di gas sono ripartiti come segue: per circa il 40% provengono dal settore residenziale (cioè dalle famiglie), per circa il 32% dal settore termoelettrico e per circa il 25% dal settore industriale. Dunque, poiché la Russia ci fornisce il 40% del nostro fabbisogno di gas, traete voi le conclusioni.

Domanda e consumo di gas naturale in Italia per settore, espressi in miliardi di metri cubi. (fonte: Snam)

Alcune cose che ogni famiglia può fare per minimizzare il caro-bollette

Quest’ultima sezione è dedicata a ciò che le singole persone e le famiglie possono fare per mitigare l’impatto del caro-bollette sulle proprie tasche e quindi, in ultima analisi, sul nostro Paese. Infatti, l’urgenza della situazione è tale che, se si confidasse soltanto sull’azione del Governo, si potrebbe assistere all’eventuale soluzione dei problemi “a babbo morto” o, addirittura, non vederla mai.

Vi sono, essenzialmente, tre versanti su cui tutti noi possiamo agire, che sono: (1) fornitori luce e gas e relativi contratti; (2) risparmio energetico; (3) energie rinnovabili. Sebbene le opportunità e le tecnologie oggi disponibili in questo campo siano troppo numerose per essere qui illustrate tutte, si darà un qualche esempio per far capire come il contributo del singolo nel risolvere il problema sia fondamentale.

Sul fronte delle bollette, l’optare per contratti luce e gas a prezzo fisso fa risparmiare in periodi in cui si prevedono ulteriori aumenti, ma anche la scelta del timing e dell’operatore contano molto. L’ideale sarebbe stipularli quando i prezzi del gas sono più bassi (nei mesi “spalla”, ovvero nelle mezze stagioni) e, nel caso luce, con operatori che producano il 100% della propria energia da fonti rinnovabili, non solo per risparmiare ma anche al fine di incentivare gli operatori che vanno in quella direzione.

Altro risparmio sulle bollette luce e gas si può avere tramite il confronto, con appositi comparatori, fra le offerte di due o più fornitori, che si può fare solo se: (1) le loro offerte hanno lo stesso tipo di indicizzazione (ad es. sono tutte indicizzate al PUN); (2) si conoscono i costi fissi mensili scelti e applicati da ciascuno di essi, poiché non è solo il costo della materia prima a determinare la nostra spesa in bolletta. A questo riguardo, possiamo consigliare l’uso dei comparatori online di Altroconsumo e di Arera.

Sul versante del risparmio energetico, al di là dei consigli banali del web, molto si può fare, a cominciare dall’applicare in casa (l’ideale è a monte dell’interruttore generale) un misuratore di potenza elettrica assorbita, che mostra i consumi dei propri apparecchi elettrici ed elettronici. Si scoprirà così i consumi nascosti degli apparecchi elettrici ed elettronici quando sono in stand-by (ed evitabili con appositi “stand-by killer”), che la pompa di calore consuma molto anche quando pare al minimo grazie all’inverter, etc.

La strada per l’indipendenza energetica di una famiglia poggia su 3 pilastri, su cui vi è poca (e in genere superficiale) informazione da parte dei media, mentre essa sarebbe ora più che mai preziosa. Chi ne ha la possibilità, può puntare direttamente all’obiettivo finale: autoprodursi l’energia utilizzata in casa con le fonti rinnovabili. In alternativa, un mix di interventi ad hoc di vario tipo può portare a un contenimento della bolletta energetica, ma purtroppo questi non sono in genere granché noti al grande pubblico.    

Il principale consumo energetico delle famiglie è il riscaldamento invernale, seguito dal raffrescamento estivo. Tuttavia, chi passa molte ore al PC – o comunque seduto – può ridurre sensibilmente la bolletta elettrica invernale usando sotto i piedi un tappetino riscaldante da pochi watt che può essere acquistato per una manciata di euro sui principali portali di e-commerce (uno di noi ha così dimezzato la bolletta di marzo rispetto all’anno precedente, mentre a molti Italiani questa raddoppiava).

Un’altra tecnologia economica che dovrebbe essere adottata in ogni casa italiana e che si ripaga in pochissimo tempo è la Ventilazione Meccanica Controllata (VMC) effettuata applicando uno o più ventole con accoppiato un estrattore di calore (ceramico) – le si trova in vendita sul web con numerosi marchi (ad es. Ventolino ed altri) – a semplici fori ad hoc nella parete esterna, garantendo così un ricambio d’aria continuo degli ambienti trattenendo però in casa il calore d’inverno e il fresco d’estate.

Con questa semplice tecnologia (che costa dai 300 euro in su e che nulla a che vedere con gli ingombranti e costosi apparecchi di VMC usati per scuole e grandi uffici), è possibile ottenere una serie di benefici: (1) risparmio finanche del 20% sulla climatizzazione della casa; (2) si evita l’uso delle forme di riscaldamento più dispendiose poiché il ricambio d’aria è spalmato su molte ore (fino a 24); (3) si migliora, anzi ottimizza, la qualità dell’aria indoor (poiché si minimizzano la CO2, gli inquinanti e gli eventuali virus presenti).

Sul versante delle rinnovabili, invece, pochi sanno che anche chi non dispone di un tetto può risparmiare con il fotovoltaico sulla bolletta elettrica semplicemente optando per il cosiddetto fotovoltaico plug&play, cioè da balcone o terrazzo: un kit di pannelli removibili (con o senza accumulo in batterie) che si collega a una presa elettrica di casa, e che grazie all’inverter di cui è dotato il kit darà priorità di prelievo da parte degli elettrodomestici della corrente così prodotta / accumulata.

Sebbene il fotovoltaico plug&play in Italia sia limitato agli 800 W di potenza nominale massima, i kit sono economici, e quelli con una potenza nominale fino a 350 W non necessitano né di installazione (per cui non è necessario ricorrere a installatori, che “snobbano” questi kit perché loro non ci guadagnano) né di burocrazia: si comprano e si usano per l’autoconsumo, previo invio solo di una semplice Dichiarazione Unica (il modulo è scaricabile dal sito di Arera) al Distributore locale, senza obblighi o costi ulteriori.

Inoltre, oggi è possibile usufruire del risparmio delle rinnovabili anche in altri modi: ad es. acquistando da ènostra – la prima cooperativa energetica in Italia che produce energia rinnovabile attraverso un modello di partecipazione – una quota (costo unitario 500 euro), o più d’una, di un grande impianto fotovoltaico o eolico sito in un’opportuna zona d’Italia; per cui si avrà in cambio una certa quota annuale di energia elettrica al costo fisso di soli 6 cent/kWh, svincolandosi così del tutto dal prezzo di borsa.

Se invece si vuole andare nella direzione della totale indipendenza energetica della propria casa e/o garantirsi da eventuali blackout, conviene optare per un impianto fotovoltaico “stand-alone” molto sovradimensionato nei pannelli, e soprattutto nell’accumulo (tipicamente a batteria, preferibilmente del tipo litio-ferro-fosfato, ovvero LiFePo4), rispetto a un normale impianto fotovoltaico connesso in rete. E un eventuale generatore diesel o micro-eolico può assicurare un backup, come su un camper.

Una volta che si opti per il FV stand-alone, non solo non ha più senso avere un contratto gas (si cucina e si riscalda l’acqua con l’elettricità gratuita fornita dal Sole) ma, se il sistema ha un accumulo a batteria ben dimensionato per i propri consumi (in questo ci si può aiutare con i numerosi tutorial o simulatori in inglese che si trovano online), in teoria ci si potrebbe staccare dal fornitore luce: temporaneamente si perderà l’“agibilità” della casa, necessaria per affittarla o venderla, ma il risparmio sarà totale.

Se dunque vi fosse una campagna di informazione dell’opinione pubblica da parte del Governo e dei media su tutte le opportunità offerte oggi dal mercato (qui ne abbiamo solo accennate alcune), la si potrebbe coinvolgere nella soluzione del problema, ed in poco tempo abbattere in misura potenzialmente più che significativa il fabbisogno energetico in ambito residenziale. Di questi tempi, non sarebbe poco! Invece, come durante la lotta alla pandemia la comunicazione istituzionale è latitante.

Vorremmo qui esprimere la nostra gratitudine a tutte le persone che hanno indirettamente collaborato alla realizzazione di questo articolo, fornendo materiali, commenti o anche solo utili spunti di riflessione. Un estratto di questo articolo è stato pubblicato su Atlantico Quotidiano il 30 aprile.

Mario Menichella (fisico e divulgatore scientifico) – m.menichella@gmail.com

Alfonso Scarano (analista finanziario indipendente) – scaralfonso2021@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[2]  Bidoia L., “Le speculazioni che hanno stravolto il mercato del gas europeo”, pricepedia.it, 31 dicembre 2022.

[3]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetica italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[4]  Gaballo L., “La stangata”, puntata di Spotlight andata in onda su RaiNews24 il 22 aprile 2022.

[5]  Redazione, “Gas, M5S chiede revisione formula del prezzo tutela”, annotrecentogiorni.com, 18 marzo 2022.

[6]  Bruschi G., “Eni, l’utile 2021 è il più alto degli ultimi 10 anni: pronta la quotazione di Plenitude. Tutti i dati di bilancio”, firstonline.info, 18 febbraio 2022.

[7]  ENI, Rapporto di bilancio della società, pubblicato in “ENI – Relazione finanziaria annuale 2020”, eni.com, 2020.

[8]  Zuliani F., “In difesa della buona politica: la strategia italiana del gas”, ilpost.it, 1° maggio 2013.

[9]  Grassia L., “Più mercato e più trivelle per tagliare i prezzi del gas”, lastampa.it, 22 gennaio 2012.

[10]  Arera, “Mercato del gas naturale – Determinazione delle componenti relative ai costi di approvvigionamento del gas naturale”, arera.it, 5 febbraio 2015.

[11]  Arera, “Offerte standard per i clienti finali – PLACET”, arera.it, 2 maggio 2022.

[12]  Di Cristofaro C., “Aumento della tassa sugli extra-profitti non spaventa gli energetici”, ilsole24ore.com, 3 maggio 2022.

Punire o fermare Putin?

2 Maggio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Da qualche tempo a questa parte, di pace, negoziati, compromessi, nuovi equilibri si parla poco. Al loro posto, profezie di vittoria: Putin può vincere, l’Ucraina può vincere. Quel che non è chiaro, però, è che cosa significhi vincere. E se significhi la stessa cosa per tutti.

Per Putin pare che la condizione minima per potersi proclamare vincitore sia il mantenimento della Crimea e l’annessione del Donbass, possibilmente collegati fra loro attraverso la striscia di terra che, lungo il mare di Azov, va da Mariupol alla Crimea.

Ma per l’Ucraina, e per i paesi che la sostengono?

Qui le cose sono molto meno chiare, o meglio sono chiare solo per Usa e Regno Unito (e per Zelensky). Per loro, vincere significa cacciare Putin dall’Ucraina, o con le armi o grazie a un cambio di regime a Mosca. Il fatto che l’impresa possa richiedere anni, comportare la completa distruzione materiale dell’Ucraina, nonché il sacrificio di centinaia di migliaia (se non milioni) di vite umane sembra importare poco. L’idea di fondo è che l’invasore vada punito, perché solo così si potranno evitare ulteriori, future aggressioni della Russia nei confronti di altri paesi europei.

Il mistero si fa fitto, invece, quando cominciamo a domandarci quale sia l’obiettivo dell’Europa, o almeno dei principali paesi europei. Apparentemente è il medesimo degli Stati Uniti, e magari lo è davvero, perché i nostri governi, in nome della unità e compattezza dell’Occidente, hanno accettato di seguire Biden e Johnson nella loro crociata anti-Russia.

Ma non occorre essere fini strateghi per rendersi conto che i nostri interessi sono molto diversi da quelli americani. Primo, perché le sanzioni che infliggiamo alla Russia sono catastrofiche per le economie europee (specie di Germania e Italia), ma fanno appena il solletico all’economia americana. Secondo, perché un eventuale allargamento del conflitto toccherebbe innanzitutto l’Europa, mentre difficilmente metterebbe a repentaglio la sicurezza degli americani. Terzo, perché, per vari motivi, il rischio nucleare che corre l’Europa è incomparabilmente superiore a quello degli Stati Uniti (le centrali nucleari a rischio sono tutte in Ucraina, l’eventualità di un attacco nucleare russo agli Stati Uniti è estremamente remota).

Questa asimmetria fra interessi Usa e interessi europei è particolarmente pronunciata per quanto riguarda la durata della guerra. Per gli Stati Uniti la prospettiva di una guerra che dura 10 anni, in stile Afghanistan, è tutto sommato accettabile, per l’Europa è catastrofica. E lo è innanzitutto per una ragione aritmetica, o meglio di calcolo delle probabilità: se in un generico giorno il rischio di un incidente (ad esempio un missile che cade su una centrale nucleare) è trascurabile, o comunque piccolissimo, in un arco di un anno diventa ragguardevole, e in dieci anni diventa una quasi certezza.

In statistica, è il paradosso del taxista di New York: la probabilità di essere ucciso da un cliente in una singola corsa è quasi zero, ma il rischio di esserlo nel corso di una intera carriera, fatta di decine di migliaia di corse, è altissimo, e fa di quel mestiere una delle professioni più pericolose al mondo.

Se le cose non stanno troppo diversamente da come le abbiamo descritte, diventa fondamentale che l’Europa esca dallo stato di ipnosi in cui Zelensky l’ha precipitata, e cominci a prendere atto dei rapporti di forza reali, nonché degli interessi dei popoli che la compongono. Aiutare gli ucraini a difendersi dall’invasione russa è non solo giusto, ma è nell’interesse dell’Europa. Inasprire e prolungare il conflitto nella speranza di cacciare i russi da tutta l’Ucraina è (forse) nell’interesse degli Stati Uniti, ma non in quello dei cittadini europei, cui la guerra infliggerebbe anni di recessione, una sequela di crisi umanitarie, per non parlare della spada di Damocle degli incidenti nucleari e dell’allargamento del conflitto.

Il vero interesse dell’Europa non è punire Putin costi quel che costi, ma fermarlo. Il che significa convincere Putin stesso e Zelensky a sospendere i combattimenti, sedersi a un tavolo, e cercare un compromesso ragionevole, che fermi l’escalation in atto, e assicuri un minimo di stabilità all’Europa tutta, “dall’Atlantico agli Urali”, come direbbe De Gaulle. Quel che servirebbe, in altre parole, è una grande e coraggiosa iniziativa politica, che finora è mancata perché il problema è stato posto in termini etici (punire l’aggressore) anziché in termini, appunto, politici (minimizzare il danno per i popoli europei, ucraini inclusi). E forse anche perché l’unico leader europeo in grado di tentare l’impresa – Macron – era in altre faccende affaccendato.

Eppure dovrebbe essere chiaro. Arrendersi a Putin non è etico, ma l’alternativa non può essere esporre l’Europa al rischio di una guerra lunga e sanguinosa, e il pianeta a quello di una catastrofe nucleare. Forse, più che dar prova di fedeltà incondizionata all’alleato americano, è giunto il momento per l’Europa di mostrarsi non solo determinata, ma anche saggia, e pienamente consapevole di quale sia il bene dei popoli che la abitano.

Luca Ricolfi

(www.fondazionehume.it)

image_print
1 2
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy