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Verso l’obbligo, fra preoccupazione e speranza

4 Gennaio 2022 - di Luca Ricolfi

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Non mi è mai piaciuta granché l’idea di imporre un obbligo su un vaccino completamente nuovo. E penso che, con scelte di politica sanitaria più sagge, non saremmo mai arrivati a porci la domanda se rendere la vaccinazione obbligatoria per tutti.

Però quel che è stato è stato: la terza dose è partita con un ritardo di tre mesi, nulla è stato fatto su trasporti e ventilazione degli ambienti chiusi, ai vaccinati si è lasciato credere che corressero pochissimi rischi. Il risultato è che l’epidemia galoppa, il numero effettivo di soggetti positivi, o a diretto contatto con positivi, è dell’ordine di 5 o 6 milioni (1 italiano su 10), gli ospedali e le terapie intensive sono sotto pressione, i malati ordinari faticano ad essere ricoverati e curati, il numero dei morti quotidiani è il quadruplo di due mesi fa ed è in costante aumento.

In questa situazione, l’unica cosa che non possiamo permetterci è continuare a non fare nulla. E purtroppo il novero delle misure fra cui, nell’emergenza, siamo costretti a scegliere, non può che essere quello degli interventi (dolorosi) che producono effetti significativi a breve: estensione più o meno ampia dell’obbligo vaccinale, lockdown per i non vaccinati, Super Green Pass per accedere al lavoro, mascherine ffp2 sui mezzi pubblici, e così via.

Insomma: l’ampliamento dell’obbligo, più che essere “giusto” e risolutivo, è uno dei pochissimi rimedi disponibili al non fatto sin qui. E allora obbligo sia, purché però si tenga conto di tutti i dati della situazione, comprese le esperienze degli altri paesi.

Il dato più importante della situazione, a mio parere, è l’attuale inadeguatezza della macchina vaccinale in Italia: il numero di vaccinazioni giornaliere (circa 400 mila al giorno) è largamente insufficiente a fronteggiare la domanda. Molti continuano a ragionare come se il problema fosse solo l’ostinato rifiuto del vaccino da parte di 5 o 6 milioni di NoVax adulti, senza vedere l’altro enorme problema, quello degli “scaduti”: 18 milioni di persone che si sono vaccinate nei primi 8 mesi del 2021, vorrebbero fare la terza dose, ma in tanti casi devono ancora attendere a lungo, in quanto gli hub vaccinali e le farmacie sono sopraffatte dalle richieste. La politica può anche imporci l’obbligo, ma non può esortarci ossessivamente a vaccinarci tutti – NoVax, vaccinati “scaduti”, bambini – e poi non garantire un tempo di attesa ragionevole a chi intende vaccinarsi. Se obbligo sarà, che almeno la capacità di vaccinazione sia portata quanto prima a un livello accettabile.

Si potrebbe supporre che, una volta ridotto il numero di non vaccinati e completata la campagna per la terza dose, saremo sostanzialmente al sicuro. Su questo, tuttavia, l’esperienza degli altri paesi europei, e più in generale occidentali, ci fornisce sia motivi di preoccupazione, sia motivi di speranza.

Motivi di preoccupazione perché i paesi che più hanno vaccinato e/o più sono avanti con il cosiddetto booster (terza dose), ad esempio Portogallo, Spagna, Danimarca, Israele, Malta, Islanda, hanno tutti valori di Rt ampiamente superiori a 1, qualche volta prossimi a 2 (un valore catastrofico). Poiché si tratta anche dei paesi nei quali la variante omicron è più diffusa, pare doversi concludere che – a questi livelli di vaccinazione, e con questi vaccini (pensati per varianti precedenti) – la variante omicron risulta ancora vincente nel braccio di ferro con il vaccino.

Dobbiamo disperarci?

Forse no. Intanto perché nessun paese, nemmeno Israele, è finora riuscito a fare fino in fondo quel che andava fatto: vaccinare quasi tutti, e non permettere che i già vaccinati perdano la protezione a causa dei ritardi nella somministrazione della terza dose. E’ possibile che la corsa del virus, ora apparentemente inarrestabile, si fermi quando avremo portato a termine entrambe le missioni, ovvero vaccinare (possibilmente con vaccini aggiornati!) un alto numero di attuali NoVax, e fornire tempestivamente il booster agli “scaduti”.

Ma la ragione principale che può indurci a confidare nel futuro è l’analisi statistica della letalità nei paesi in cui la variante omicron è più diffusa. E’ presto per trarre conclusioni definitive, ma è interessante osservare che nelle ultime settimane, nella maggior parte dei paesi ad alta presenza di omicron, mentre il numero di casi diagnosticati esplodeva, il numero dei decessi non dava alcun segno di voler seguire il numero dei contagi. In Israele, Sud Africa, Australia, Stati Uniti, Canada, Regno Unito,  Svezia, Spagna, tutti paesi in cui a dicembre il contagio è dilagato, il numero dei decessi è rimasto sostanzialmente invariato, o è addirittura diminuito. Poiché tutto ciò è avvenuto nel breve volgere di poche settimane, sembra difficile attribuire la diminuzione tendenziale della letalità a un’improvvisa accelerazione della campagna di vaccinazione, o a un drastico mutamento dell’età media della popolazione degli infetti.

L’analisi statistica, dunque, pare dar torto agli esperti che avevano invitato a non illuderci di una minore letalità della nuova variante. Ad oggi, almeno sulla letalità della variante omicron, l’evidenza empirica disponibile dà qualche conforto agli ottimisti.

Australia: il “salto triplo” dei canguri

3 Gennaio 2022 - di Silvia Milone

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Il 17 ottobre l’Australia ha annunciato l’inizio dell’allentamento delle nuove misure restrittive adottate dopo che a luglio il virus era rientrato nel paese sotto forma della contagiosissima variante Delta, dopo un lungo periodo, durato oltre 8 mesi, in cui, al netto di alcuni casi “di importazione”, cioè dovuti a persone contagiatesi all’estero, anche se scoperte positive solo al loro arrivo in Australia, il paese era stato sostanzialmente “Covid free”.

In questi 21 mesi di pandemia i contagiati in Australia sono stati circa 360.000, mentre i decessi poco più di 2.200, con un tasso di appena 86 morti per milione di abitanti, il che ne fa il quarto miglior paese al mondo (almeno tra quelli i cui dati possono essere considerati affidabili) dopo Nuova Zelanda, Taiwan e Corea del Sud. I numeri sembrano decisamente rassicuranti, ma per gli standard australiani restano ancora alti.

Per capire il perché bisogna fare un passo indietro e tornare a febbraio del 2020. All’inizio della crisi, infatti, l’Australia era riuscita a contenere la prima fase della pandemia grazie a una forte coesione politica, per cui era stato istituito un gabinetto di crisi nazionale all’interno del quale avevano lavorato i membri di tutti i partiti di maggioranza e opposizione per redigere un piano di azione concreto e immediato. Inoltre, a differenza di quanto avvenuto per esempio negli Stati Uniti, tutti gli otto Stati australiani (Australian Capital Territory, New South Wales, Northern Territory, Queensland, South Australia, Tasmania, Victoria, Western Australia) hanno sempre collaborato col governo centrale, chiudendo, quando necessario, i propri confini e limitando i movimenti dei viaggiatori, sia interstatali che intrastatali.

La strategia che alla fine è stata scelta era molto simile a quella coreana, anche se, a differenza della Corea del Sud, per prima cosa sono stati chiusi i confini, impedendo agli stranieri di mettere piede sul territorio, anche grazie al fatto di avere le caratteristiche di un’isola (benché dal punto di vista geografico l’Australia sia considerata un continente), il che ha reso le cose più semplici rispetto ad altre realtà, come per esempio l’Europa e gli Stati Uniti. Ciò ha permesso di tenere basso fin dal principio il numero dei contagi, rendendo più facili e più efficaci le altre misure di contenimento.

L’aspetto più decisivo è stato però rappresentato dalla capacità di tracciamento dei contatti avuti dai positivi al fine di circoscrivere i focolai nel più breve tempo possibile. Questa metodologia, come appunto in Corea, era già stata sviluppata ai tempi della Sars e con l’arrivo del Covid è stata ulteriormente rafforzata, giungendo alla creazione di un sistema di test estremamente tempestivi.

Un’attenzione particolare è stata dedicata alle fasce di popolazione più a rischio: gli anziani e le persone già deboli a causa di altre patologie. Diversi milioni di dollari sono stati investiti per la ricerca sulle cure e sui vaccini (che proseguono tuttora, con l’obiettivo di svilupparne uno efficace contro tutte le varianti e, se possibile, addirittura contro tutti i coronavirus in generale), nonché per l’acquisto di grandi quantità di ventilatori polmonari. Inoltre, il Ministero della Salute ha promosso la pratica dei consulti video con medici di tutte le specialità, accessibili ai cittadini con pochi giorni d’attesa, il tutto per garantire un minore affollamento negli ospedali e limitare così la diffusione del virus.

Il governo australiano non ha mai sottovalutato nemmeno il benessere psicologico dei suoi cittadini. «Gli impatti dell’epidemia di coronavirus, l’allontanamento fisico e l’isolamento possono farci sentire ansiosi, stressati e preoccupati. La pandemia di Covid-19 ha notevolmente cambiato il modo in cui viviamo. Le nostre vite saranno diverse per un po’», si legge sul sito del Ministero della Salute. Per questo sono state messe a disposizione delle sessioni di terapia psicologica, denominate Better Access Pandemic Support.

In questo modo l’Australia era riuscita a tenere l’epidemia sotto controllo, con uno dei tassi di mortalità più bassi del mondo, certo a prezzo di sacrifici abbastanza pesanti, ma senza mai chiudere davvero il paese. O almeno così sembrava. Ma il 22 giugno 2020, proprio quando l’epidemia sembrava già domata, esplose il grande focolaio di Melbourne, che causò da solo circa 800 morti, che rappresentano ancor oggi quasi il 40% del totale. Ciò indusse il governo australiano a svoltare decisamente, mettendo lo Stato di Victoria sotto un regime estremamente restrittivo, puntando non più al controllo del virus, ma alla sua completa estinzione, che venne raggiunta il 26 ottobre 2020 (cfr. Paolo Musso, Jacinda forever: perché il metodo neozelandese è migliore di quello coreano, https://www.fondazionehume.it/societa/jacinda-forever-perche-il-metodo-neozelandese-e-migliore-di-quello-coreano/).

Questa strategia “zero Covid” era ispirata a quella neozelandese, anche se un po’ meno rigida e quindi un po’ meno efficiente dell’originale: infatti, benché siano state imposte forti limitazioni agli spostamenti, non c’è mai stato un divieto totale di uscire di casa e per questo il quasi-lockdown di Victoria era durato 112 giorni, contro le sole 3 settimane del lockdown totale dei kiwi, ovvero gli abitanti della Nuova Zelanda. Visti i risultati, il sistema era stato poi replicato con successo al primo apparire di ogni nuovo focolaio, come per esempio durante gli Australian Open di tennis, dove l’accesso del pubblico senza mascherine e senza distanziamento era stato sospeso per 5 giorni a causa di un focolaio nell’albergo dell’aeroporto di Adelaide, finché tutte le persone coinvolte non erano state rintracciate e messe in quarantena.

Naturalmente non sono mancate proteste e a volte anche sommosse, ma tutto sommato sono sempre rimaste abbastanza circoscritte, mentre la maggioranza dei cittadini ha apprezzato il sistema, che ha garantito all’Australia oltre 8 mesi di quasi-normalità, con poche decine di contagi e appena 3 morti, tutti “di importazione”. Il nuovo modello australiano è riuscito perfino a “bucare”, almeno negli USA, la spessa cortina di silenzio che in Occidente ha sempre circondato i successi dei paesi del Pacifico: il Washington Post, per esempio, aveva definito la strategia australiana “una storia di successo” nella lotta contro il Covid e aveva invitato Stati Uniti ed Europa a guardare ad essa per contenere i contagi ed evitare il sovraffollamento negli ospedali.

A luglio, però, alcune persone infettate dalla variante Delta sono sfuggite ai controlli alle frontiere, cominciando a diffondere di nuovo il virus nel paese. La maggior contagiosità di questa variante ha messo in crisi il pur efficientissimo sistema di tracciamento, per cui le 30 ore necessarie a rintracciare tutte le persone venute in contatto con un soggetto positivo sono diventate troppe. Così, nonostante l’applicazione della strategia usata con successo a Melbourne, questa volta si è riusciti a tenere sotto controllo la situazione, ma non ad ottenere la totale soppressione del virus. Tuttavia, l’adozione di misure ancor più rigide è stata giudicata inopportuna, sia per gli effetti negativi sull’economia e sulla salute mentale delle persone, sia perché nel frattempo il resto del mondo, salvo pochissime eccezioni, aveva seguito un’altra strada, per cui nell’attuale contesto continuare a seguire la strategia dell’azzeramento dei contagi richiederebbe di mantenere il paese in uno stato di eccesivo isolamento.

Come ha affermato in un’intervista a News.com.au, a luglio 2021 il primo ministro Scott Morrison: «Quando non sapevamo nulla di questo virus era importante concentrarci sul numero di casi perché il nostro sistema ospedaliero non sarebbe stato in grado di farcela. Da allora molto è cambiato. Oltre al numero di nuovi casi dobbiamo pensare a come riappropriarci delle nostre vite in un mondo con il Covid». Per questo motivo le autorità hanno deciso di cambiare metodo per la terza volta, puntando soprattutto sulla velocizzazione della campagna vaccinale, che era iniziata in ritardo e a rilento perché proprio il successo del loro modello aveva portato le autorità australiane a non ritenerla una priorità, con conseguenti difficoltà di approvvigionamento e problemi di trasporto.

Tuttavia, negli ultimi tempi sono stati stipulati numerosi accordi per 1,5 miliardi di dollari con le più importanti case farmaceutiche al fine di acquistare le dosi di vaccino necessarie per raggiungere il tetto dell’80% di vaccinati entro la fine dell’anno: 40 milioni di dosi del vaccino sono state cedute da Biotech Usa Novavax e 10 milioni da Pfizer e BioNtech, mentre altre 33,8 milioni di dosi sono state prodotte da Astrazeneca e oltre 51 milioni dall’università del Queensland in collaborazione con CSL Segirus.

Ciò ha portato a una netta accelerazione: al 15 dicembre 2021 oltre il 75% della popolazione ha ricevuto la seconda dose del vaccino (cioè all’incirca come l’Italia, benché a inizio luglio da loro si fosse appena al 6%). Anche se vi sono tuttora grosse differenze fra il Sud-Est del paese, dove la popolazione è già stata quasi completamente immunizzata, e i territori dell’Ovest, dove invece si è molto più indietro, il governo federale ha quindi deciso di cominciare ad intraprendere la strada verso il ritorno alla normalità.

Per le prossime settimane sono attesi ulteriori allentamenti: per ora, infatti, resta confermato l’obbligo di indossare la mascherina al chiuso e la capienza limitata nei locali, ma il premier Morrison ha assicurato che quando l’80-90% della popolazione sarà vaccinata si potrà procedere con l’eliminazione di altre limitazioni. Alcuni esperti si sono detti preoccupati per la possibilità di una nuova ondata di infezioni in seguito alla riapertura, ma Daniel Andrews, primo ministro dello Stato più colpito, quello di Victoria, ha affermato che «i casi stanno diventando sempre meno e poco rilevanti grazie alla percentuale di vaccinati» e, almeno per ora, i fatti gli stanno dando ragione.

Naturalmente, va tenuto nel debito conto che ciò si deve anche al fatto che là i vaccini non hanno ancora iniziato a perdere efficacia, come sta invece succedendo da noi, grazie alla velocità molto maggiore (doppia rispetto all’Italia e ancor maggior rispetto alla media di UE e USA) con cui sono stati somministrati, una volta che la campagna è decollata, dopo le incertezze iniziali. Ciò significa che per consolidare i risultati raggiunti l’Australia dovrà mantenere la stessa efficienza fin qui dimostrata anche in futuro, con la somministrazione delle terze dosi e di eventuali altri richiami che si rendessero necessari. Tuttavia, non si tratta solo di questo, perché accanto ai vaccini l’Australia continua a mantenere in funzione il suo eccellente sistema di tracciamento e quarantena, che in Europa invece è pressoché inesistente e che limita molto la diffusione dei contagi che nonostante tutto si verificano.

L’Australia è il paese che ha cambiato più volte la sua strategia, seguendone ben tre ispirate a logiche abbastanza differenti e spesso “ibridandole” almeno in parte fra di loro, ma sempre con eccellenti risultati:

1) Strategia Covid Safe (stile sudcoreano) da marzo a giugno 2020, mirata a un’accettabile convivenza con il virus “a bassa intensità”, suddivisa in tre fasi: chiusura dei confini statali e limitazione dei viaggi in entrata e in uscita; limitazione dei viaggi all’interno del territorio stesso; quarantena di 14 giorni alle persone che arrivano dall’estero.

2) Strategia Zero Covid (stile neozelandese) da luglio 2020 a ottobre 2021: niente più convivenza con il virus, bisogna puntare a sconfiggerlo del tutto con tracciamenti rigorosi, tamponi a tappeto e soprattutto lockdown duri e tempestivi, estesi in alcuni momenti fino a mezzo milione di persone. Dopo l’estinzione del grande focolaio di Melbourne, il 26 ottobre 2020 l’Australia diventa per alcuni mesi Covid-free (a parte i casi di importazione), per cui vengono mantenuti i rigorosi controlli alle frontiere, ma all’interno del paese si torna a una vita quasi normale. Le restrizioni tornano in vigore dopo il diffondersi della variante Delta, a partire dall’inizio di luglio 2021.

3) Strategia ibrida a partire dal 17 ottobre 2021: prevede il progressivo allentamento delle misure restrittive (che tuttavia in parte rimangono) di pari passo con il progredire della campagna vaccinale. Da allora ad oggi il numero dei morti è costantemente calato, anche se nelle ultime 3 settimane i contagi hanno ricominciato a crescere.

Tuttavia, tali cambiamenti non sono stati prodotti da incertezza o confusione, bensì, al contrario, da un approccio molto realista e pragmatico, per cui da un lato i governanti australiani hanno sempre cercato di prevedere l’evoluzione della situazione (anziché rincorrerla, come è invece successo in Europa), ma dall’altro hanno anche sempre verificato “sul campo” le loro strategie, non puntando mai solo su una di esse, ma utilizzando tutte quelle che hanno dimostrato di dare buoni risultati.

E proprio qui sta la lezione principale che dobbiamo trarre dalla loro esperienza, soprattutto nella situazione attuale, in cui è ormai evidente che i vaccini sono sì utilissimi, ma da soli non bastano a eliminare definitivamente il virus, risultato che invece potrebbe essere ottenuto affiancando ad una campagna vaccinale (sperabilmente più rapida ed efficiente) altre strategie di prevenzione non mediche.

https://www.bbc.com

https://www.smh.com.au

https://www.theguardian.com

https://www.abc.net.au

https://www.9news.com.au

https://www.news.com.au

https://www.news.com.au/national/scott-morrison-reveals-plan-out-of-covid-020721/audio/8e0fbfba58cf33b3a4459cc20a111112

https://tg24.sky.it

https://www.repubblica.it

https://www.rainews.it/dl/rainews

https://www.ilsole24ore.com/art/australia

https://www.theaustralian.com.au

https://www.dailytelegraph.com.au

Una mela mezza avvelenata – Sull’eredità (sanitaria) del governo Draghi

27 Dicembre 2021 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Il primo anno di Draghi al governo si è concluso con una conferenza stampa autocelebrativa a 360 gradi, dalla politica economica alla politica sanitaria.

Sul modo in cui il governo Draghi ha gestito l’economia italiana fin qui, è difficile pronunciarsi oggi. Troppe azioni sono incompiute, troppe nuvole si addensano sul versante dell’occupazione, dei prezzi, dei conti pubblici. Solo il tempo potrà dirci fino a che punto l’autolode pronunciata dal premier nella conferenza di fine anno sia giustificata, o non sia stata un tantino prematura.

Sulla gestione della pandemia, invece, un bilancio è possibile. Anzi è necessario. Perché se non capiamo qual è la logica con cui ci si è mossi fin qui, difficilmente potremo orizzontarci nel complicato futuro che ci attende.

Dunque, proviamo a ripercorrere questo terribile 2021. Qual è stata la stella polare del governo Draghi?

A me pare che, fondamentalmente, la stella polare sia stata la credenza, assoluta e quindi anti-scientifica, nel potere salvifico dei vaccini. E’ una deriva che non è stata inaugurata da Draghi (era già in atto durante il governo Conte), ma che Draghi ha pienamente e convintamente assecondato. Accoppiandola con la scelta, questa sì diversa da quella del governo precedente, di perseguire il ritorno alla normalità a qualsiasi costo. Dove ritorno alla normalità ha significato, in sostanza, scegliere sempre – nei momenti critici – la strada delle aperture, ignorando le voci di chi ne sottolineava rischi.

E’ importante notare che questa sordità nei confronti delle preoccupazioni del “partito della prudenza” si è manifestata sia in primavera, con la scommessa del “rischio ragionato” (17 aprile), con cui il premier annunciava un progressivo allentamento delle restrizioni, sia in autunno, con la scelta di lasciar correre l’epidemia fino a Natale.

La differenza fra le due situazioni è cruciale. Ad aprile le preoccupazioni del “partito della prudenza”, che profetizzava 5-600 morti se si fosse aperto prematuramente, non avevano una base statistica solida (proprio per questo ne presi le distanze, con un articolo sul Messaggero). E infatti l’estate trascorse senza troppi drammi, e si incaricò di mostrare che la scommessa di Draghi non era azzardata.

A ottobre e novembre, invece, le preoccupazioni del partito della prudenza erano diventate perfettamente giustificate, perché nel frattempo – fra maggio e agosto – erano intervenuti una serie di fatti e scoperte nuove, che alteravano drasticamente il quadro.

  1. Nessuno dei vaccini approvati è sterilizzante.
  2. L’immunità di gregge non è raggiungibile, neppure vaccinando il 100% della popolazione.
  3. La protezione assicurata dai vaccini è molto più breve del previsto.
  4. La variante delta, molto più trasmissibile di tutte quelle precedenti, neutralizza buona parte dei vantaggi apportati dai vaccini (detto brutalmente: un vaccinato in presenza della delta corre più o meno il medesimo rischio di infezione di un non vaccinato ai tempi del virus originario).
  5. Anche i vaccinati possono contagiarsi e contagiare gli altri, sia pure con minore probabilità dei non vaccinati.
  6. La trasmissione del virus per aerosol, ostinatamente negata (anzi bollata come fake news) dall’OMS, rende estremamente pericolose le interazioni negli ambienti chiusi.
  7. A parità di altre condizioni, il mero arrivo della stagione fredda, con l’abbassamento delle temperature e la fine della vita all’aperto, comporta un sensibile aumento dei contagi, e quindi delle ospedalizzazioni e dei decessi.

Di fronte a queste novità, come ha reagito il governo?

Sostanzialmente come se non esistessero. Se le avesse prese in considerazione avrebbe fatto altre scelte.

Ad esempio: partire con le terze dosi ad agosto, anziché a ottobre; non alimentare la credenza che, se ci si incontra solo fra vaccinati, non si corrono rischi; rafforzare il trasporto pubblico locale; caldeggiare l’uso delle mascherine ffp2 negli ambienti chiusi; iniziare a introdurre la ventilazione meccanica controllata nelle scuole, come più volte richiesto da studiosi indipendenti e opposizione parlamentare.

La linea seguita, invece, è stata un’altra: lasciare che il virus corresse, contando sul fatto che, grazie ai vaccini, le ospedalizzazioni e i decessi non sarebbero stati numerosi come in passato.

Questa impostazione, finita l’estate, ha condotto a un enorme aumento dei contagi, di cui ora si tenta di incolpare la variante omicron. Ma è una imputazione fuorviante: l’aumento del numero di contagi era iniziato già a metà ottobre, e quando è arrivata omicron (inizio dicembre), la situazione era già ampiamente fuori controllo. La nuova variante si è limitata ad accelerare ulteriormente la corsa del virus, scatenando il panico fra i cittadini, e fornendo alla politica qualche argomento per nuove restrizioni.

Il confronto con il Natale dell’anno scorso è impressionate. Allora i casi giornalieri erano la metà di oggi e, soprattutto, la curva dei contagi era in picchiata da 6 settimane. Oggi i contagi sono il doppio dell’anno scorso e la curva è in salita vertiginosa da ben 9 settimane. E non si pensi che lo sia in tutto il mondo, o in tutta Europa: da molte settimane le curve dei contagi sono in regresso in quasi tutti i paesi dell’Est, e pure in diversi paesi occidentali: Austria, Olanda, Belgio, Germania, Norvegia, Grecia.

Ma per il governo l’unica cosa che conta sono i decessi e i posti letto occupati che, grazie ai vaccini, sono molti meno dell’anno scorso. Il numero di contagiati pare non contare nulla, in barba all’allarme lanciato sulle conseguenze del long-covid, buone per convincere i genitori a vaccinare ragazzi e bambini, ma stranamente dimenticate quando l’ennesimo bollettino sanitario certifica il numero di nuovi positivi, come se per questi ultimi il long-covid non esistesse.

A quanto pare, finché gli ospedali non scoppiano, si può continuare a non fare quasi nulla per fermare l’epidemia. La parola d’ordine è, e resta: normalità ad oltranza.

Obiettivo sacrosanto, ma la vera domanda è: qual è il costo economico di aver lasciato correre il contagio?

Perché è vero che il mondo dell’economia ha molto beneficiato di questi mesi di riconquistata (quasi) normalità, ma è forse ancora più vero che il non aver fatto quasi nulla per attutire l’impatto della stagione fredda ha fatto riesplodere i contagi, e così ha finito per risvegliare il nemico numero uno dell’economia: la paura di infettarsi, che frena i consumi e abbatte la mobilità delle persone.

Eppure dovrebbe essere chiaro: per proteggere gli ospedali può (forse) bastare contenere il numero dei malati gravi e dei decessi, ma per proteggere l’economia occorre anche contenere il numero di contagi. Perché è il rischio di infettarsi che governa la paura, ed è la paura che governa i comportamenti economici. Lo vediamo con i nostri occhi in queste vacanze natalizie, in cui la paura sta falcidiando gli introiti delle vacanze natalizie, e rischia di mettere a repentaglio quel che resta della stagione turistica invernale. Nulla fa presagire, infatti, che gennaio e febbraio non ci riservino nuove restrizioni e nuovi sacrifici, allontanando ancora una volta il sogno della normalità.

Ecco perché, sul bilancio di Draghi in conferenza stampa, resto alquanto perplesso.

La sua eredità è come una mela, metà economia e metà sanità. E’ possibile che, alla fine, la metà economica risulti abbastanza integra. Lo speriamo tutti. Ma la metà sanitaria rischia di rivelarsi avvelenata per chiunque si troverà al timone dell’Italia nel 2022.

Covid, la lezione ignorata del Titanic

27 Dicembre 2021 - di Valerio De Vita

In primo pianoSocietà

Una nuova ondata epidemica attraversa l’Europa da mesi: da metà ottobre l’indice Rt ha preso ad aumentare anche nei Paesi posti più a sud e più ad ovest, inizialmente risparmiati dalla recrudescenza dei contagi, facendo così vacillare la convinzione (l’illusione?) che queste nazioni – Portogallo, Spagna, Italia – si fossero salvate grazie al maggiore tasso di vaccinazione della loro popolazione. Per la seconda estate di seguito – già durante quella del 2020 dieci illustri scienziati italiani avevano firmato il manifesto di morte di Sars-CoV2 – si è colpevolmente dato vita ad una narrazione secondo la quale il morbo era stato sconfitto, il peggio era alle spalle. Un racconto non aderente al reale, cognitivamente dissonante, che provava a giustificare i comportamenti singoli e collettivi e che andava inserendosi in una più ampia cornice narrativa dove – a suggello di un 2021 descritto come straordinariamente positivo – trovavano posto una serie di successi nazionali tra i più vari: dal maggiore prestigio internazionale del nuovo Presidente del Consiglio alla crescita del PIL, passando per vittorie sportive e canore. Nel mentre, errori, ritardi, omissioni, contraddizioni hanno continuato (e, purtroppo, continuano) a caratterizzare – ad onor del vero non solo nel nostro Paese – la gestione della pandemia. Si è pensato di poter applicare soluzioni semplici ad un problema complesso. Si è puntato quasi tutto sui vaccini, demandando quindi quasi interamente a soggetti privati (le aziende farmaceutiche) la realizzazione di strumenti in grado di proteggerci dal contagio e dalle sue conseguenze. È rimasto inascoltato l’invito di chi suggeriva di coinvolgere nella gestione dell’emergenza anche figure esterne al mondo sanitario, quali ingegneri, fisici, matematici. Poco o nulla è stato fatto sul fronte dei trasporti e sulla qualità dell’aria negli ambienti chiusi, su cui pure si dovrebbe agire, per quanto siano richiesti un impegno economico e uno sforzo organizzativo poderosi.  È stato parzialmente dismesso il lavoro a distanza. È stato riaperto tutto o quasi tutto a piena capienza. Non è stato imposto l’uso di maschere FFP2 neanche in contesti chiusi ad elevato rischio di trasmissione. Per la scuola poco, anzi nulla, è stato fatto, se non smantellare parte dell’esame di maturità, adducendo come motivazione il pericolo dei contagi, i quali inevitabilmente a fine giugno / inizio luglio saranno più contenuti per ragioni legate al clima. A proposito di clima, si è fatto finta di non sapere che l’abbassamento delle temperature avrebbe favorito moltissimo la diffusione di Sars-CoV-2 e portato ad una moltiplicazione dei casi. Il tracciamento è stato in parte abbandonato, le risorse investite nel sequenziamento genetico delle varianti circolanti non sono state sufficientemente incrementate. Abbiamo ignorato l’eventualità che, dopo la beta e la delta, comparse l’una a pochi mesi di distanza dall’altra, potesse diffondersi una nuova variante virale capace di sparigliare ancora una volta le carte. È stata data voce ad esperti (forse anche presunti tali), assecondandone le ambizioni personali, consentendo loro di iperesporsi, aumentando il rischio che potessero abbandonarsi anche a considerazioni poco caute e facendo perdere valore – perché inflazionate – alle loro parole, anche quando dettate dal buon senso. Alla maggior parte delle persone d’età compresa tra i sessanta e gli ottanta anni non è stato somministrato il vaccino, tra quelli disponibili, dotato di maggiore efficacia. Si è coltivata l’illusione secondo la quale all’aumentare del numero totale di dosi somministrate nel Paese, e quindi del numero di soggetti vaccinati, corrispondesse un aumento progressivo del grado di protezione di cui la popolazione godeva, quando invece era già intuibile che la progressiva perdita di efficacia dei vaccini stava conducendo di fatto ad un abbassamento del livello di immunizzazione collettiva. Quando era già noto che l’efficacia dei vaccini andava riducendosi ben prima che fossero trascorsi 6 mesi dall’inoculo, la durata del Green Pass è stata prolungata da 9 a 12 mesi. È stata fatta partire con ritardo la campagna di somministrazione delle dosi di richiamo, quando da mesi – per le ragioni appena esposte – era evidente l’urgenza di procedere in tale direzione. Sono state autorizzate molteplici combinazioni vaccinali sì da rendere difficilissimo in futuro stimare in modo attendibile il grado di protezione della popolazione. Temendo forse una ridotta adesione alla campagna vaccinale, è stato raccontato che i vaccini avessero una capacità prossima al 100% di proteggere da malattia grave / ospedalizzazione / morte, che si sarebbe raggiunta l’immunità di gregge una volta superato un certo valore soglia di persone vaccinate (valore rivisto più volte al rialzo) e che, almeno da un certo momento in poi, il problema era rappresentato dai soli non vaccinati. L’attenzione collettiva è passata, quasi schizofrenicamente, da coloro che cercavano di saltare la fila per vaccinarsi prima degli altri a chi della vaccinazione proprio non ne voleva sapere. Cogliendo nel Paese il mutato “sentiment”, ed anzi alimentandolo – può dirsi infatti archiviata da tempo la stagione in cui si cantava dai balconi e ci si commuoveva di fronte alla fila dei carri con dentro le bare – si è fatta abbassare la guardia ai vaccinati, promettendo loro libertà in cambio della vaccinazione, secondo la logica premiale (e basata sulla infantilizzazione dei cittadini) del do ut des. Ogni opinione critica è stata considerata eretica, accostata alle posizioni più estremiste e meno sensate di chi a prescindere era contro vaccini e Green Pass, e fatta apparire ridicola; sono stati costretti coloro che la esprimevano a premettere, prima di ogni cosa, a mo’ di salvacondotto necessario per essere presi più o meno sul serio, di essere a favore dell’uso di vaccini.  Appare oggi chiaro quanto miope e pericoloso sia continuare a pensare di poter risolvere tutto per mezzo di vaccini (in particolare, di questi vaccini) e certificati vaccinali.

Torna alla mente a questo proposito la lezione del Titanic. Il Titanic aveva un doppio fondo cieco che quindici paratie, dislocate lungo tutta la lunghezza della nave, separavano in sedici compartimenti stagni. Era stato costruito in modo tale da rimanere a galla con due dei compartimenti intermedi oppure finanche con tutti i primi quattro compartimenti di prua completamente allagati, e per questo era stato considerato inaffondabile. Nessuno aveva immaginato che potesse realizzarsi un urto così violento da creare uno squarcio tale da allagare un numero di compartimenti stagni maggiore. Non tutte le paratie avevano la stessa altezza: le prime due e le ultime cinque arrivavano al ponte D, mentre le altre otto raggiungevano il ponte E. È stato calcolato che se le paratie fossero state più alte, la nave forse non sarebbe affondata. Il motivo per cui non vennero costruite paratie così alte fu per ricavare in prima classe grandi ed eleganti saloni dove i viaggiatori potessero intrattenersi piacevolmente, socializzare, ballare, giocare, divertirsi spensieratamente mentre – abbagliati com’erano dalle luci scintillanti dei grandi lampadari di cristallo – barattavano più o meno inconsapevolmente la propria sicurezza con un effimero benessere.

Il Green Pass è stato, ed è tuttora, uno strumento coercitivo che è servito al suo scopo, giusto o sbagliato che fosse: spingere un maggior numero di persone a vaccinarsi. Vaccini e Green Pass non possono e non devono, però, essere intesi come paratie in grado di suddividere i membri di una popolazione in due distinti compartimenti e di mettere uno di questi due gruppi in assoluta sicurezza. Oggi più che ieri, poiché all’orizzonte si intravede sempre più vicina una minaccia potenzialmente in grado di produrre un urto più violento e uno squarcio più ampio di quelli che finora ci eravamo figurati. Molti, moltissimi errori sono stati compiuti, altrettanti allarmi sono rimasti inascoltati. Non è ancora troppo tardi, forse, per correggere la rotta ed evitare il peggio. Mettere in atto da subito – e questa pare essere la direzione lungo la quale si è avviato il nostro Governo – le uniche strategie che possano essere adottate con immediatezza: regole più severe anche per i vaccinati, come l’obbligo delle mascherine FFP2 e dei tamponi in determinati contesti; per quanto doloroso, progressivo ma temporaneo inasprimento delle misure di distanziamento fisico, evitando di agire in ritardo come avvenuto in passato (i peggiori nemici dell’economia si sono rivelati in passato gli “aperturisti”). Varare contestualmente, però – e qui di nuovo tutto sembra essere fermo come in un doloroso déjà vu – strategie integrative, la cui realizzazione richiede tempo; strumenti che possano affiancarsi ai vaccini innanzitutto dove questi risultano meno efficaci, e cioè nel contenimento dei contagi, ma anche in grado di ridurre l’incidenza della malattia grave: fronte sul quale – almeno fino a questo momento – i vaccini hanno dato i migliori risultati. Ricordando infine che, contrariamente agli attuali vaccini anti-Sars-Cov-2, almeno parte di tali strumenti avranno modo di poter essere sfruttati anche laddove dovessero emergere (ed emergeranno…) nuove varianti, ed anche in presenza di futuri eventi pandemici sostenuti da diversi agenti infettivi. Perché – lo dobbiamo a noi stessi e a chi di noi non c’è più – gli ultimi due anni ad imparare almeno due cose devono esserci serviti: ad analizzare con lucidità e spirito critico il presente, a costruire con lungimiranza e slancio immaginativo il futuro.

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