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Pax trumpiana ter – La vera guerra ibrida di Putin sono le false trattative

8 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Mentre tutti gli esperti o presunti tali si affannano a discutere su ogni minimo dettaglio delle trattative sulla pace in Ucraina, nessuno sembra rendersi conto che in realtà non è in corso una vera trattativa, bensì un gioco delle parti, in cui Putin tenta di guadagnare tempo, nella speranza di guadagnare anche terreno, mentre Zelensky tenta di costringere Putin a rompere per primo, nella speranza che Trump finalmente si stufi di farsi prendere in giro e si decida a colpirlo. Nel frattempo, l’Europa non ci capisce nulla e continua a dare la colpa di tutto a Trump per sfuggire alle proprie responsabilità.

Stupefatto. L’Europa, da trenta mesi a questa parte, mi lascia stupefatto.

Mi perdonerà Ricolfi se gli ho “rubato”, parafrasandolo, il celebre incipit del suo libro La mutazione, ma davvero non saprei esprimere meglio ciò che mi suscita l’incredibile comportamento dei leader politici e intellettuali europei rispetto alle vicende ucraine. Dopo la reazione (relativamente) decisa del primo anno e mezzo, infatti, la loro capacità di comprendere ciò che sta accadendo e, di conseguenza, di agire in modo efficace è in costante (e preoccupante) declino. E questa tendenza si è ulteriormente aggravata dopo l’elezione di Donald Trump.

Ma, prima di proseguire, voglio essere molto chiaro su un punto, visto che oggi è di moda dare sempre la colpa di tutto ai politici: questi hanno senz’altro le loro responsabilità, ma non dimentichiamo che in democrazia i politici hanno non solo l’interesse, ma anche il dovere di ascoltare l’opinione pubblica. Giornalisti e intellettuali invece no: perciò non hanno alcuna scusante quando mentono per compiacerla (il che, per quanto appena detto, finisce poi inevitabilmente per orientare nella direzione sbagliata anche la politica).

Ciò detto, veniamo al dunque. E cominciamo proprio da Trump.

1) Perché l’Europa non capisce Trump

Gli europei non capiscono Donald Trump. Questo è assodato, tant’è vero che spesso lo ammettono essi stessi. Il vero problema è perché.

Certamente, Trump è un tipo bizzarro e volubile, ma non bisogna esagerare, perché c’è del metodo nella sua follia e basta osservarlo attentamente (sport oggi non molto di moda) per accorgersi che è molto più imprevedibile di quel che sembra. I veri motivi della nostra incomprensione sono fondamentalmente due, strettamente connessi fra loro ed entrambi di natura culturale.

Anzitutto, Trump è un uomo d’affari americano e come tale ragiona, anche da leader politico. Ciò ha dei pro e dei contro, ma questa mentalità ci è così estranea che noi tendiamo a vedere solo i secondi.

A ciò si aggiunge il pregiudizio negativo, sostenuto soprattutto dalla sinistra, ma condiviso da tutta l’area “liberal” (che va dall’estrema sinistra fino al centro e a volte perfino al centrodestra moderato), per cui Trump sarebbe un “fascista”, fondamentalmente perché ha osato dare voce alla crescente protesta contro la violenza e l’intolleranza del politically correct (non parlo di ideologia woke non perché non esista, ma per sottolineare che essa non è altro che la logica e coerente evoluzione del politically correct, che è stato violento e intollerante fin dall’inizio).

La combinazione di questi due pregiudizi ha portato le classi dirigenti europee ad attribuire a Trump colpe inesistenti e a non vedere invece i suoi veri difetti, finendo così per adottare regolarmente l’approccio sbagliato nei suoi confronti.

Per quanto riguarda la questione ucraina, l’errore più grave è l’aprioristica convinzione che Trump “deve” essere amico di Putin, anch’egli considerato dai liberal un “fascista”, benché sia un vecchio arnese del KGB che ha come obiettivo dichiarato restaurare la potenza della “gloriosa” Unione Sovietica, al punto che l’ha perfino fatto scrivere nei nuovi libri di scuola che ha imposto in tutta la Russia, nonché sulla maglietta del suo servo sciocco Lavrov al vertice di Anchorage.

Eppure, questa idea si è diffusa ben oltre la sinistra, che non può accettare (e meno ancora far accettare al proprio elettorato) l’idea di combattere un comunista. Perfino un moderato come Bruno Vespa è arrivato a parlare nel suo ultimo libro (Finimondo) di un vero e proprio «innamoramento» di Trump per Putin. Per non parlare di Goffredo Buccini, editorialista del Corriere della Sera, che continua da tempo a sostenere (senza peraltro mai darne la minima prova) che il Presidente americano sarebbe addirittura «tenuto in pugno» da Putin.

Perfino quando Trump colpisce un alleato storico di Putin come il dittatore venezuelano Nicolás Maduro molti giornalisti e intellettuali (tra cui, ahimè, anche Vittorio Emanuele Parsi, che finora era stato una delle poche voci ragionevoli) si arrampicano sugli specchi per “dimostrare” che in realtà questo sarebbe un “messaggio” a Putin per dirgli che in Ucraina può fare quello che vuole.

Ma questa nostra convinzione è totalmente falsa.

Anzitutto, Trump è un narcisista patologico, che ama soltanto sé stesso. Inoltre, fino ad oggi non ha mai fatto nessun favore a Putin: neanche uno, né in questo nuovo mandato né durante il precedente. Del resto, se fosse accaduto, tutti ne parlerebbero: siccome non ne parla nessuno, significa che non è accaduto.

Quanto al suo presunto “disimpegno” dalla NATO, con il presunto intento di spartirsi il mondo con Putin, qui andiamo dal surreale al grottesco passando per il ridicolo. A parte che in genere si (s)ragiona come se Trump fosse eterno, mentre fra tre anni ci sarà già un altro al suo posto, magari democratico (sempre che i democratici riescano a trovare un candidato decente…), quando “The Donald” vuole “disimpegnarsi” da qualcosa non lo dice: lo fa.

Riteneva l’Accordo di Parigi sul clima una cialtronata (giustamente, non perché il problema non esista, ma perché i “rimedi” ivi proposti sono deleteri) e se n’è tirato fuori. Giudicava l’OMS un’organizzazione nefasta (di nuovo giustamente, almeno per com’è attualmente gestita) e l’ha lasciata. Giudicava penalizzanti (qui non so se giustamente o meno) gli accordi commerciali con gli altri paesi e ha introdotto i dazi.

Ma dalla NATO non si è mai sognato di uscire e finché ci resta è vincolato dal famoso Articolo 5 a intervenire in difesa di qualsiasi paese membro, da chiunque venga attaccato, Putin compreso. L’unica cosa che non Trump, ma gli Stati Uniti chiedono all’Europa, da oltre vent’anni, (il primo fu Clinton), è che la smetta di scaricare su di loro i costi della propria difesa. Quindi di che cosa stiamo parlando?

Quanto al fare affari, per quanto a Trump interessi anche questo (non ho mai conosciuto nessun ricco a cui non piaccia diventare ancora più ricco), non è la sua motivazione principale. Dopotutto, la sua avidità è già stata abbastanza soddisfatta, mentre ad essere rimasta insoddisfatta – profondamente insoddisfatta – fino ad oggi è la sua vanità. Ciò che “The Donald” sta disperatamente cercando di ottenere non sono soldi, ma riconoscimento.

Trump, infatti (in questo molto simile a Berlusconi), è stufo marcio di essere considerato un paria dai “salotti buoni” e dai giornali “che contano”, i quali rispettano solo i figli e i nipoti delle grandi dinastie, benché lui sia molto più ricco di tutti loro messi insieme. Per questo si è messo in testa di diventare Presidente del paese più potente del mondo, ci è riuscito contro le previsioni di tutti (compresa la mia: ed è stata l’unica volta che ho sbagliato il pronostico di un’elezione), eppure nemmeno questo è bastato. Ci ha riprovato, ci è riuscito di nuovo e nemmeno questo è bastato. Così ora ha deciso di puntare al Nobel per la pace, che, nella sua testa, gli assicurerebbe un posto nella storia, dimostrando la falsità di tutte le critiche che gli vengono rivolte.

Ora, Trump sa perfettamente che per questo occorre una pace che sia davvero tale, cioè accettabile anche per gli ucraini. Il fatto che periodicamente attacchi Zelensky fa parte del suo modo di trattare, per cui usa un po’ il bastone e un po’ la carota. Ma il pregiudizio che Trump “deve” essere amico di Putin ci porta a enfatizzare oltre misura gli attacchi rivolti al leader ucraino e a considerare puramente di facciata quelli (in realtà non meno violenti) rivolti al dittatore russo, creando la falsa impressione che stia più dalla parte di quest’ultimo.

Del resto, lo stesso si diceva anche dopo l’incontro in Alaska. Tempo due giorni e Trump riceveva con tutti gli onori Zelensky e i leader europei. Tempo due mesi e il presunto “amico di Putin” si dichiarava «molto deluso» da lui e imponeva dure sanzioni sulle vendite indirette di petrolio e gas russo a India e Cina (che, se funzioneranno, avranno effetti molto più pesanti di quelle europee) e giungeva a un passo dal vendere a Zelensky i temibili missili Tomahawk a lungo raggio, cosa che avrebbe avuto un effetto ancor più devastante delle sanzioni (e che gli europei, invece, pur sostenendo di appoggiare l’Ucraina molto più di lui, non vogliono nemmeno prendere in considerazione). Ora si sta semplicemente ripetendo la stessa storia, ma sembra che nessuno se ne renda conto.

L’unica idea giusta fra le tante sballate che abbiamo in testa è che Trump, da buon capitalista yankee, è convinto che fare affari favorisca la pace (“fate gli affari, non fate la guerra”). Il problema è che in noi europei, tutti più o meno inconsciamente condizionati dal moralismo comunista che li vede come una cosa intrinsecamente “sporca” (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/), questo suscita un istintivo disprezzo. Invece, volesse il cielo che anche Putin la pensasse così! Allora sì che sarebbe possibile una vera trattativa, perché l’essenza degli affari è il compromesso.

Il vero problema è che a Putin degli affari non gliene potrebbe fregar di meno.

2) Perché l’Europa non capisce Putin

E qui entra in ballo la nostra incapacità di capire Putin, dovuta anch’essa a un’idea di chiara origine marxista (vedi l’articolo di cui sopra, punto 8): quella per cui tutte le azioni dei politici hanno motivazioni razionali, che, ultimamente, sarebbero di natura economica. Tuttavia, per quanto ormai condivisa da quasi tutti in Occidente, anche questa nostra seconda convinzione è totalmente falsa.

Se osserviamo la storia senza paraocchi ideologici, è del tutto evidente che i politici agiscono spesso per motivi che non hanno nulla a che fare con l’economia e che molte volte sono del tutto irragionevoli, quando non addirittura irrazionali. Le guerre, in particolare, contrariamente a ciò che crediamo, danneggiano sempre l’economia (vedi ancora lo stesso articolo, punto 12), per cui, se le loro motivazioni fossero davvero economiche, in realtà non si farebbero mai. I loro veri motivi sono principalmente il potere, la gloria, la mania di grandezza, la vendetta, la sicurezza nazionale, più raramente il sostegno a un alleato, spesso la pura e semplice stupidità.

Un esempio chiarissimo è il Medio Oriente, che da quando gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica non è più per loro un’area di particolare importanza strategica. Se prima erano disposti a combattere per il petrolio arabo era perché, essendone dipendenti, dovevano impedire che cadesse in mano a regimi ostili, benché di fatto ciò coincidesse con la difesa degli interessi delle grandi compagnie petrolifere a stelle e strisce. Ma nessun Presidente americano è mai stato disposto a entrare in guerra solo per far fare più soldi ai petrolieri, che rappresentano appena il 5% dell’economia statunitense, rischiando di danneggiare il restante 95%.

Anche nell’attuale crisi col Venezuela il petrolio non c’entra nulla, così come la droga, anche se è vero che Maduro ha trasformato il paese in un narcostato. Ma la vera motivazione di Trump è ristabilire il predominio statunitense sull’America Latina, fermando la penetrazione russa e, soprattutto, cinese, a cui gli ultimi Presidenti (lui compreso, durante il suo primo mandato) avevano scelleratamente permesso di crescere a dismisura.

Ora, questo è ancor più vero per i dittatori, che o sono degli psicopatici fin dall’inizio o finiscono per diventarlo col tempo: il potere, infatti, alla lunga dà sempre alla testa e il potere assoluto ancor di più. E il peggio è che, una volta iniziata una guerra, un dittatore non può più fermarsi, neanche se si mette male: anzitutto perché è incapace di ammettere, anzitutto di fronte a sé stesso, di aver fallito e poi perché farlo porterebbe quasi certamente alla sua caduta e probabilmente anche alla sua morte.

Ma, obietterete, Putin sta trattando. Quindi come si concilia questo con ciò che ho appena affermato? Ebbene, eccovi un vero scoop: in realtà nessuno sta trattando.

Non è certo un caso che Putin si sia detto disposto a trattare giusto pochi giorni dopo le dure sanzioni americane sul suo petrolio e pochi giorni prima dell’incontro fra Trump e Zelensky, in cui il primo doveva decidere se fornire al secondo i Tomahawk. “The Donald”, infatti, vedendo il suo Premio Nobel riapparire all’orizzonte, ha subito ammorbidito la propria posizione, rinunciando, almeno per ora, all’invio dei missili (benché non alle sanzioni), nell’ingenua convinzione che ciò favorisca le trattative. Poi ha ripetuto esattamente lo stesso schema dell’Alaska, evidentemente ignorando l’aforisma di Einstein per cui «soltanto uno stupido fa di nuovo la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso».

Anzitutto, ha elaborato una proposta iniziale molto appiattita sulle posizioni di Putin perché questi non chiudesse le trattative prima ancora che fossero cominciate. Quindi ha premuto su Zelensky per indurlo ad accettare il più possibile delle richieste russe. Infine, quando ha visto che col bastone non poteva ottenere di più, è passato alla carota, elogiando «il coraggio degli ucraini» e cominciando a includere nel piano di pace anche le loro richieste. Che però Putin, contrariamente a quanto lui e noi ingenuamente speriamo, non accetterà mai.

Tutti i presunti “passi avanti” su cui stiamo dibattendo all’infinito non significano infatti nulla, dato che a restare irrisolto è il problema centrale, cioè la pretesa di Putin di annettersi tutto il Donbass, che l’Ucraina non può accettare, non solo perché sarebbe un’ingiustizia nonché un pericolosissimo precedente, ma soprattutto perché, cedendo ai russi le sue principali fortificazioni, spianerebbe la strada a una futura invasione.

Se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole, puntare a risolvere prima i problemi minori per spingere le parti a mettersi d’accordo anche su quello principale sarebbe una strategia sensata. Ma purtroppo dall’altra parte non c’è un interlocutore ragionevole, bensì uno psicopatico, costitutivamente incapace di fare una qualsiasi concessione, perfino quando gli converrebbe.

Del resto, quando dice che «non siamo mai stati così vicini alla pace» Putin si riferisce sempre (l’ha detto esplicitamente più volte) alla prima versione dell’accordo, quella che considerava solo le richieste russe, mentre tutte le modifiche successive, cioè i presunti “passi avanti” che tanto ci fanno sperare, per lui sono «tentativi di sabotare il piano di pace da parte dell’Ucraina e dell’Europa», ovvero passi indietro.

Circa nove mesi fa, il 18 marzo 2025, avevo scritto su questo sito che «la prima vera proposta è stata appena concordata fra Trump e Zelensky (che sono gli unici che finora si sono parlati) e da loro proposta a Putin. Che, prevedibilmente, la rigetterà o (che è lo stesso) ne condizionerà l’approvazione a una serie di diktat inaccettabili, come ha sempre fatto finora e come sempre farà anche in futuro, oppure fingerà di accettarla e poi la violerà ad ogni occasione, cercando di dare la colpa agli ucraini» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Ciascuno valuti se non è esattamente ciò che è accaduto. Ed è anche esattamente ciò che sta accadendo (e continuerà ad accadere) in questi giorni. Perciò, di nuovo, di che cosa stiamo parlando?

La verità è che questo falso negoziato altro non è che un aspetto (e purtroppo di gran lunga il più efficace) della “guerra ibrida” che Putin sta da tempo conducendo contro l’Europa. Lo psicopatico del Cremlino, che è pazzo ma non è stupido, sa infatti benissimo quanto viziati e perciò paurosi e condizionabili siano diventati i popoli dell’Europa occidentale e come basti far balenare davanti ai loro occhi l’illusione della pace perché il loro già incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina si faccia ancora più incerto e inadeguato. Come infatti sta accadendo.

E questo è il suo vero scopo, perché gli permette di mantenere l’iniziativa, benché i progressi siano minimi e le perdite spaventose. Ma a livello di immagine funziona: e l’immagine, purtroppo, conta, soprattutto oggi.

A ciò si aggiunge poi il tentativo di far ricadere la colpa del fallimento della trattativa sull’Ucraina. Non è certo un caso che proprio in questo momento Putin abbia cominciato a tirare fuori accuse palesemente inventate contro l’Ucraina (prima il presunto attacco alla sua residenza, poi la presunta strage di civili russi), sperando che Trump decida di abbandonarla al suo destino, benché ciò non sembri troppo probabile. Ma, come scrivevo ancora nell’articolo di cui sopra, «il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili». A quanto pare, dopo 9 mesi è ancora così.

Di tutto ciò è invece ben consapevole Zelensky (l’unico vero leader che ha oggi l’Europa, non mi stancherò mai di ripeterlo), che sta perciò mostrando la massima disponibilità, in modo che nessuno possa accusarlo di essere lui a non volere la pace. Ma soprattutto sta cercando di portare la trattativa il più avanti possibile, cosicché, quando Putin rovescerà il tavolo, la delusione di Trump per il suo rifiuto di una pace che sembrava ormai a un passo sia tale da indurlo finalmente a lasciar perdere la carota e ad usare, da lì in poi, soltanto il bastone.

Il problema, però, è che noi, nel frattempo, continuiamo a rivendicare quella «pace giusta e duratura» che ci fa sentire tanto superiori al “cinico” Trump, ma non facciamo nulla di ciò che sarebbe necessario per ottenerla davvero, complicando così ulteriormente il già abbastanza difficile compito di Zelensky, che a parole diciamo di voler aiutare.

E con questo siamo arrivati al terzo e più grave fraintendimento: quello dell’Europa verso sé stessa.

3) Perché l’Europa non capisce sé stessa

Oltre a non capire Trump e Putin, infatti, l’Europa si sta dimostrando incapace di capire perfino sé stessa, nel senso che nessuno, dai leader politici agli intellettuali fino ai semplici cittadini, sembra ormai comprendere quali sono le implicazioni logiche (e perciò inevitabili) delle proprie stesse prese di posizione.

Ciò è vero un po’ in tutti gli ambiti, ma per quel che riguarda in particolare l’Ucraina il problema di fondo è quello di illudersi che per fare andare a buon fine le trattative bastino le parole. E la cosa più paradossale è che tale convinzione è più forte a sinistra, cioè tra quelli che meno si fidano di Trump, accusandolo di essere un cinico che bada solo ai rapporti di forza. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che, così stando le cose, per arrivare a una pace davvero “giusta e duratura” bisogna innanzitutto cambiare i rapporti di forza, il che significa: dare all’Ucraina armi più numerose e, soprattutto, più potenti. Eppure, a sinistra nessuno ne vuole sentir parlare, nemmeno nel PD, che pure continua a proclamarsi il suo più deciso difensore.

D’altronde, anche il governo italiano, come del resto tutti gli altri governi europei, continua palesemente a puntare sulla “pace per reciproca stanchezza” (https://www.fondazionehume.it/politica/trump-vs-musk-le-due-lezioni-che-non-impareremo/), come si è lasciato sfuggire Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, a “TG2 Post” del 10 dicembre scorso («se è possibile, come noi auspichiamo, raggiungere la pace è perché sul campo c’è una situazione il più possibile di stallo»). Ancora una volta, questo approccio avrebbe senso se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole. Ma così non è, per cui insistere su questa strada è assurdo. Eppure, insistiamo…

Per onestà, va detto che qualcosina della situazione reale, sia nei dibattiti televisivi che sulle riviste specializzate, comincia finalmente a venir fuori.

Per esempio, sia a “In mezz’ora” del 14 dicembre scorso che a “Porta a porta” del 16 è stato detto chiaramente che la presunta avanzata russa avviene in realtà al ritmo di pochi metri al giorno e con perdite gravissime e che i russi avevano annunciato mesi fa la conquista di diverse località da cui invece sono ancor oggi lontani chilometri.

Sempre nella stessa edizione di “Porta a porta” Bruno Vespa ha mostrato una tabella (fig. 1) da cui si vede come gli aiuti militari elargiti all’Ucraina in questi 4 anni dai 5 più grandi paesi europei (Germania, Inghilterra, Francia, Italia, Spagna, in ordine decrescente di contribuzione) sono quasi dieci volte inferiori rispetto a quelli forniti dai 4 paesi nordici (Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, sempre in ordine decrescente di contribuzione), benché il lor PIL totale sia quasi dieci volte superiore. Si noti, in particolare, lo scarto impressionante tra le roboanti dichiarazioni di Macron in favore dell’Ucraina e il risibile contributo che le ha finora dato.

Figura 1. La verità sugli aiuti militari dell’Europa all’Ucraina (da “Porta a porta” del 16/12/2025).

Inoltre, sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs negli ultimi mesi sono usciti vari articoli che documentano come le conquiste territoriali russe siano in realtà molto limitate, così come le sue risorse, sia umane che economiche. Le perdite sono così gravi che comincia ad essere difficile rimpiazzare i caduti solo con i poveracci delle province, senza chiamare alle armi anche i figli della borghesia delle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, cosa fin qui evitata come la peste da Putin perché rischierebbe di rendere esplosiva la situazione interna. Quanto al versante economico, i costi della guerra, uniti alle sanzioni, stanno portando il paese vicino al collasso.

Il problema, però, è che nessun politico o intellettuale europeo sembra disposto a prendersi le responsabilità che da queste considerazioni logicamente conseguono, cercando di scaricarle tutte su Trump. Che certamente ne ha, ma questo non ci assolve dalle nostre.

Per esempio, chi è che, negli ultimi 30 mesi (durante 20 dei quali Trump non era ancora Presidente), si è fatto portavoce delle menzogne sulle presunte conquiste russe e sulla loro “inarrestabile” avanzata, fino a creare la convinzione generalizzata che l’Ucraina stia perdendo la guerra, anzi, l’abbia già persa o comunque non la possa vincere? La risposta è facile: i giornalisti e gli intellettuali europei, compresi, ahimé, molti docenti universitari. Cioè, gli stessi che ora accusano Trump di aver creduto alle balle da loro stessi raccontate. Di chiedere scusa, invece, e soprattutto di cominciare finalmente a dire la verità, manco a parlarne.

Perfino una persona intelligente come Cofrancesco pochi giorni fa, su questo stesso sito, si preoccupava per «la censura del dibattito pubblico, come se già fossimo in guerra contro Putin e tenuti, quindi, a non consentire che la propaganda, le menzogne, le falsità del nemico raggiungano gli italiani» (https://www.fondazionehume.it/politica/guerra-e-retoriche/). Ora, a parte che con Putin noi siamo in guerra, anche se non formalmente dichiarata, il problema è esattamente l’opposto: sono i pochi che tali menzogne cercano di smascherare a non avere quasi nessuno spazio nel “dibattito pubblico”.

E comunque, guerra o non guerra, perché mai dovremmo permettere alle menzogne di Putin (o di chiunque altro) di “raggiungere gli italiani” e addirittura contribuire attivamente a ciò? Perché certamente è giusto riferire ciò che dice Putin, ma ciò è ben diverso dal mettere le sue affermazioni sullo stesso piano di quelle di governanti democraticamente eletti. Ciò non significa affatto tenere i fatti separati dalle opinioni, bensì distorcerli. Il fatto stesso di chiamarlo “presidente” anziché “dittatore” è già una (grave) distorsione della realtà (il che, per inciso, vale anche per gli altri dittatori che infestano il mondo, come per esempio Maduro o Erdogan, come disse pure Mario Draghi).

A volte ho l’impressione che Cofrancesco, così come molti altri, confonda la tolleranza con il relativismo, mentre si tratta di due cose completamente diverse. La tolleranza, infatti, consiste nel riconoscere a tutti il diritto di dire ciò che pensano anche se lo riteniamo sbagliato. Il relativismo, invece, consiste nel negare a tutti il diritto di dire che riteniamo sbagliato ciò che gli altri pensano. Perciò la tolleranza presuppone il diritto di dire che gli altri sbagliano (posto che gli permettiamo ugualmente di parlare), mentre il relativismo è intrinsecamente intollerante verso chiunque non accetti di dire che tutto è uguale a tutto.

Anche le accuse, pur vere, mosse a Trump per aver ridotto gli aiuti all’Ucraina troppo spesso vengono usate strumentalmente per nascondere il fatto che noi, lungi dall’esserci svenati, le abbiamo finora dato soltanto «briciole», come ha commentato sconcertato Bruno Vespa davanti alla tabella che abbiamo appena visto.

Ancora più incredibile è stata la recente vicenda dei famosi “asset” russi in Europa (parolone con cui i giornalisti amano riempirsi la bocca, ma che in sostanza significa soldi e beni di valore). Fin qui solo “congelati”, prima temporaneamente, di 6 mesi in 6 mesi, da qualche giorno sono stati finalmente bloccati a tempo indeterminato. Ma per farne che? L’ipotesi iniziale era di usarli come garanzia per fare un prestito all’Ucraina, mossa così “audace” che alla fine i nostri grandi leader non hanno osato compierla, temendo di subire chissà quali rappresaglie da parte della magistratura russa se non rispettiamo rigorosamente il diritto internazionale!

Ora, dei leader sani di mente e con gli attributi al loro posto avrebbero immediatamente sequestrato (e non semplicemente congelato) i beni russi presenti nei loro paesi, eventualmente facendo una legge per autorizzarli a prendere provvedimenti di tal fatta, in modo da evitare che qualche magistrato pazzo (di cui c’è purtroppo abbondanza, non solo in Italia) potesse prendere sul serio i ricorsi russi. Dopodiché avrebbero regalato (e non semplicemente prestato) i soldi all’Ucraina perché ne facesse ciò che voleva, cioè per comprare le armi di cui aveva bisogno. E tutto ciò all’inizio della guerra, non dopo quasi 4 anni.

Invece, i nostri eroici leader hanno preferito farle un prestito di 90 miliardi, che, oltre ad essere meno della metà del valore dei beni russi, stimato in 212 miliardi, grava interamente sulle nostre tasche, aumentando ulteriormente il già insostenibile debito pubblico, che rappresenta una minaccia ben più grave dei droni di Putin (ne parleremo presto).

È triste che il governo italiano sia stato tra quelli che più ha spinto per questa scellerata soluzione e che non solo lo stralunato Tajani, ma anche la solitamente realista Giorgia Meloni l’abbiano definita «una vittoria del buon senso», quando invece a vincere sono state la stupidità e la vigliaccheria. E ancor più grave è che questo atteggiamento sia stato tenuto proprio da chi in altri campi è sempre pronto a denunciare (giustamente) le indebite interferenze della magistratura nella politica. Per non parlare della vergognosa ipocrisia di Salvini, che sta cercando di strumentalizzare gli episodi di corruzione che hanno coinvolto alcuni collaboratori di Zelensky per giustificare la sua renitenza a mandargli aiuti militari, che ha ben altre e meno confessabili motivazioni, cioè la “caccia” all’elettorato filoputiniano.

Quanto ai partiti di opposizione, si sono comportati perfino peggio. Non solo, infatti, hanno condiviso l’ingiustificata soddisfazione del governo, ma, pur essendo sempre pronti ad accusarlo, perlopiù a sproposito, di sprecare il denaro pubblico, per una volta che l’accusa sarebbe stata pienamente giustificata si sono ben guardati dal muoverla.

L’unico che ha avuto il coraggio di dire chiaramente che siamo tutti impazziti è stato Goffredo Buccini, a cui va riconosciuto, al netto delle sue demenziali teorie complottiste su Trump, che almeno ha chiaro che Putin non farà mai la pace e che quindi dobbiamo prepararci ad aiutare l’Ucraina a continuare la guerra. E l’unico modo di farlo senza svenarci è usare i beni russi congelati.

Ma in questo stato confusionale, purtroppo, non si trova solo l’Italia. Come ha detto Federico Rampini intervenendo ai “Cinque minuti” di Bruno Vespa lo scorso 11 dicembre, questa «è un’Europa che finisce sempre per assomigliare alla brutta caricatura di sé che spesso ne fanno gli Stati Uniti».

E la colpa non è di Trump.

Sulla immaturità dell’opinione pubblica – Due guerre, due misure

1 Ottobre 2025 - di Luca Ricolfi

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In un recente interessante articolo su Repubblica Ezio Mauro osserva con compiacimento il risveglio dell’opinione pubblica occidentale che, colpita dalla tragedia di Gaza, finalmente “agisce con autonomia e spontaneità”, come “soggetto indipendente” di cui partiti e governo “devono tenere conto”.

E tuttavia il suo compiacimento per il formarsi di un blocco di opinione che pone risolutamente la questione di Gaza non gli impedisce di sollevare alcuni interrogativi del tutto logici, ma che in questo momento pochi hanno il coraggio di porre. Primo, come mai la solidarietà con il popolo palestinese elude la questione della “rappresentanza terroristica che Hamas fa dei palestinesi”, ed evita accuratamente il problema degli ostaggi israeliani nelle mani dei terroristi? Secondo, come mai l’opinione pubblica è compattamente schierata con le vittime civili palestinesi, ma è molto più tiepida sulle atrocità subite dai cittadini ucraini?

Mi sembrano due domande importanti, ma le risposte mi convincono solo in parte. Secondo l’ex direttore di Repubblica la differenza starebbe nella gestione delle due crisi, tutta politico-giuridica quella di Zelensky, tutta emotiva (e mediatica, aggiungo io) quella dei Palestinesi. Di conseguenza, l’opinione pubblica si sentirebbe pienamente coinvolta nella tragedia mediorientale, ma assai meno in quella ucraina. Anzi, se ho ben compreso il ragionamento, quella che chiamiamo opinione pubblica non sarebbe esattamente tale, perché la componente emotiva sarebbe prevalente su quella razionale. Insomma, il “blocco di opinione” attuale sarebbe una “forma sociale transitoria”, più simile a una folla che a un soggetto collettivo maturo e stabile.

Temo che le cose stiano molto peggio di così. Quando si nota l’asimmetria di reazioni alle due guerre – Gaza e Ucraina – si dimentica un fattore cruciale: i media. Una ricognizione imparziale di quel che giornali, radio, televisioni, siti internet hanno fatto in questi ultimi due anni non può che mettere in evidenza il doppio standard di attenzione. Le immagini dei bambini di Gaza hanno letteralmente invaso le nostre vite, mentre quelle dei bambini ucraini non solo uccisi, ma rapiti e deportati dai russi, hanno attirato un’attenzione incomparabilmente inferiore (in un rapporto che, a spanne, mi sento di valutare in 1 a 20). Che cosa penserebbe oggi l’opinione pubblica se i media avessero snobbato il conflitto israelo-palestinese, e ci avessero martellati con racconti patetici di bimbi rapiti, madri disperate, famiglie distrutte, quotidiane violenze dei soldati russi? E dire che il teatro di guerra ucraino è molto più accessibile alla stampa del teatro di Gaza, e dunque – sulla carta – avremmo dovuto aspettarci molti più reportage anti-russi che anti-israeliani.

E qui veniamo a una seconda, decisiva, differenza. Le vittime palestinesi hanno dalla loro un formidabile vantaggio mediatico: sono soggetti poveri, e oppressi da una potenza occidentale. Questo ne fa il soggetto ideale per una narrazione altruistico-emotiva, che ha l’opportunità di combinare in un unico copione due formidabili meme della cultura occidentale: l’ideale cristiano-marxista del riscatto degli ultimi, e l’odio per la propria civiltà (“il singhiozzo dell’uomo bianco”, per dirla con Pascal Bruckner).

Né l’uno né l’altro potevano essere attivati nel caso dell’aggressione di Putin all’Ucraina. Gli Ucraini non sono percepiti né come poveri, né come un popolo oppresso. Quanto alla Russia, non è una potenza occidentale, capitalistica, opulenta. Possiamo biasimare la violazione del diritto internazionale, l’aggressione a uno Stato sovrano, ma ci è difficile attivare quei sentimenti di identificazione e ripulsa che sentiamo emergere così forti quando i media ci mostrano i fotogrammi della distruzione di Gaza.

In questo senso si comprende perfettamente il doppio standard dei media. È un fatto di notiziabilità e di share: quel che ha funzionato con i bambini palestinesi, non poteva funzionare altrettanto bene con quelli ucraini. E il discorso si farebbe ancora più mesto se dovessimo ricordare le tragedie e i massacri completamente ignorati dai nostri media e, per riflesso, dalle nostre opinioni pubbliche, come le recentissime guerre civili in Sudan e in Myanmar.

La realtà, tanto evidente quanto difficile da pronunciare, è che le nostre opinioni pubbliche sono fortemente eterodirette, e profondamente immature. Se non lo fossero, spenderebbero la maggior parte delle loro energie per capire i problemi e immaginare soluzioni, e non per coltivare emozioni che fanno sentire buoni, umani, o “dalla parte giusta della storia”.

[articolo uscito sulla Ragione il 30 settembre 2025]

Pax trumpiana? Cosa è successo davvero e cosa succederà

18 Marzo 2025 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Rimessa brutalmente davanti a una realtà che si sforzava di non guardare dai metodi rozzi ma efficaci di Trump, l’Europa, ancora una volta, si è fatta trovare completamente impreparata. Stavolta, però, dopo una prima fase di totale disorientamento, stanno finalmente emergendo alcuni segnali di un approccio più realista e responsabile, che potrebbe davvero rilanciare il progetto europeo, in crisi da oltre vent’anni. Grazie anzitutto a Zelensky, l’unico vero leader che abbia oggi l’Europa. Quanto alla guerra in Ucraina, invece, il vero rischio non è che Trump abbia un piano per imporre una pace ingiusta, ma piuttosto che non abbia nessun piano, eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse.

 La diplomazia è sempre stata brutta, sporca e cattiva

Spero che mi perdonerete se, essendo sempre stato contrario a ogni trattativa con Putin (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-7-il-fallimento-degli-esperti-di-guerra-parte-prima-ucraina/), di fronte a quello che sta succedendo in questi giorni la mia prima reazione è una certa maligna soddisfazione, del tipo: «Volevate le trattative di pace? Beh, ora le avete. Godetevele!»

Questa, però, è molto più di una battuta. L’invasione dell’Ucraina ha dimostrato quanto la lunghissima pace di cui l’Europa ha goduto dopo la Seconda Guerra Mondiale, pur in sé invidiabile, ci ha fatto del tutto perdere la capacità di comprendere che cosa sia realmente la guerra. Questo avvio delle trattative di pace sta dimostrando come abbiamo perso del tutto anche la capacità di comprendere che cosa sia realmente la diplomazia.

Per decenni, infatti, le trattative diplomatiche che ci hanno riguardato direttamente sono state per lo più su cose come le quote latte o le concessioni balneari. Perfino quelle più serie riguardavano al massimo il cambio tra le vecchie monete nazionali e l’euro, l’auto elettrica o le misure anti-inflazione. Tutte cose importanti, sia chiaro, ma lontane anni luce da una trattativa in cui sono in gioco la vita e la morte, sia dei singoli che di interi popoli.

Così ci siamo illusi che per risolvere qualsiasi problema basti “sederci tutti intorno a un tavolo”, espressione grondante insopportabile retorica come poche altre, eppure costantemente ripetuta da tutti gli intellettuali e i leader politici occidentali, in maniera perfettamente bipartisan (anzi, multipartisan).

Solo così si spiegano i giudizi che abbiamo ascoltato su ciò che è accaduto in questa prima fase delle trattative sulla guerra in Ucraina, tutti quantomeno stralunati, quando non completamente infondati, soprattutto per l’affermazione, condivisa praticamente da tutti, per cui non si sarebbe mai visto niente di simile.

La realtà, invece, è che noi non avevamo mai visto niente di simile. Ma, a parte questo periodo di pace di durata anomala e senza precedenti di cui abbiamo goduto negli ultimi 77 anni, la diplomazia, dietro la cerimoniosa facciata di lustrini e salamelecchi di cui ama adornarsi, è sempre stata brutta, sporca e cattiva, alternando momenti di discussione razionale a insulti, menzogne, minacce, ricatti, intimidazioni, sceneggiate di ogni genere e perfino atti di vera e propria violenza. L’unica differenza è che prima tutto questo non lo vedevamo in diretta TV.

Del resto, basta guardare a ciò che è successo in Medio Oriente, dove le trattative sono sempre proseguite in parallelo alla guerra, sia con Hamas che con Hezbollah, con appunto tutto il suddetto corredo di sgradevolezze e oscenità assortire, fino addirittura al reciproco tentativo di assassinio dei rispettivi leader (fallito da parte degli Hezbollah, riuscitissimo invece da parte di Israele).

Ora, questa mancanza di familiarità con la vera diplomazia e la sua connaturale brutalità, sommata all’anti-trumpismo ideologico quasi unanimemente condiviso dagli intellettuali europei (e a una incomprensibile quanto diffusa sottovalutazione di Zelensky), ha portato a dare una descrizione gravemente deformata di ciò che è accaduto nelle ultime settimane, soprattutto dell’incontro alla Casa Bianca fra Trump e Zelensky.

Trump va preso sul serio, ma non alla lettera

Anzitutto, cerchiamo di capire una buona volta come ragiona Donald Trump. Perché sì, so che la cosa vi sconvolgerà, ma Trump ragiona. Solo che ragiona come un affarista americano, cioè secondo la logica più aliena che si possa immaginare per i raffinati intellettuali europei, che lo accusano di voler trasformare le relazioni fra gli Stati da una rete di civili rapporti governati dal diritto internazionale in un mercato delle vacche in cui alla fine vince il più forte.

Ma le relazioni fra gli Stati sono sempre state un mercato delle vacche in cui alla fine vince il più forte. Al contrario, il diritto internazionale, mancando un’autorità superiore in grado di imporlo a tutti, è sostanzialmente una finzione (Marx direbbe: una sovrastruttura), che regge finché alle parti in causa conviene, ma crolla come un castello di carte appena non gli conviene più.

Incapaci di comprendere e/o accettare questa sgradevole ma elementare verità, a cui Trump ci ha rimessi brutalmente di fronte, ma che non ha certo inventato lui, i nostri intellettuali, non trovando di meglio, si sono messi ad accusarlo in coro di essere un bullo, dimostrando così di non capire non solo chi è Trump, ma nemmeno chi è un bullo.

I bulli, infatti, sono dei deboli, che, anziché affrontare le proprie frustrazioni, preferiscono cercare compensazioni maltrattando gli altri per dimostrare a tutti (innanzitutto a sé stessi) di essere forti. Per questo è appropriata la definizione di “bullismo etico” coniata da Ricolfi per i fanatici del politically correct, il cui vero fine non è aiutare i veri o presunti discriminati, ma umiliare chi non la pensa come loro, in modo da poter provare la gratificante sensazione di essere sempre “dal lato giusto della storia”, come ha detto di sé stesso a Trump il segretario generale dell’ONU António Guterres (lui sì un frustrato perennemente in cerca di compensazioni: cioè, appunto, un bullo).

Ora, Trump non è affatto così. Lui non è un frustrato, ma un presuntuoso, sinceramente convinto di essere più intelligente e soprattutto più “tosto” di chiunque altro. Non ha, come i bulli, un complesso di inferiorità, ma piuttosto un (abnorme) complesso di superiorità.

È vero che ciò lo rende arrogante e prepotente, il che a prima vista può farlo apparire un bullo. Ma le sue minacce e i suoi insulti non hanno lo scopo di umiliare l’avversario, bensì di indurlo a più miti consigli. Insomma, si tratta, almeno nella sua testa, di una tattica negoziale (d’altronde da lui esplicitamente enunciata), per cui l’America non dovrebbe usare la sua pistola sui campi di battaglia, ma piuttosto sui tavoli delle trattative, gettandola sul piatto della bilancia per farla pendere a proprio favore, come fece Brenno duemila anni fa con la sua spada.

In fondo non è altro che la ben nota tattica del bastone e della carota, che, per quanto trita e ritrita, resta ancora la più efficace nelle trattative (è stato anche dimostrato dal celebre programma informatico Tit for tat, basato sulla teoria dei giochi). Certo, la sua versione “trumpizzata” è particolarmente brutale e volgare, ma questo, come ha dimostrato un recente studio, la rende indigesta soltanto agli ipersensibili europei, mentre nel resto del mondo non ne sono particolarmente impressionati, perché cose simili e anche peggiori fuori dall’Europa avvengono in continuazione.

Quello che invece è davvero caratteristico di Trump – e solo di Trump – è il fatto che lui tende a dare dimensioni abnormi sia alla carota che al bastone (invero soprattutto a quest’ultimo…). In un negoziato è normale chiedere 10 per ottenere 5 (o 4 o 6, a seconda di come va). Ciò che è peculiare di Trump è che spesso non inizia chiedendo 10, ma 20, 30 o perfino 100, sperando così di ottenere non 5 o 6, ma 8 o 9. Per questo, come disse la politologa americana Claudia Brühwiler all’indomani della vittoria di Trump e come ripete sempre Claudio Pagliara, l’inviato del TG2 a Washington, «Trump va preso sul serio, ma non alla lettera».

Ora, questa non è una tattica che tutti possano permettersi di usare. Ma, se messa in atto dal Presidente degli Stati Uniti, ha delle buone probabilità di funzionare, perché pochi sono disposti a prendersi il rischio di andare a “vedere” il bluff della prima superpotenza mondiale.

Per esempio, davanti alla minaccia di riprendersi con la forza il Canale di Panama, che ha suscitato gli unanimi strilli di indignazione e sarcasmo da parte di tutti i benpensanti del mondo “civile”, per quanto improbabile fosse che Trump lo facesse davvero, Panama ha preferito non rischiare. Prima è uscita dalla Nuova Via della Seta (il progetto di rete commerciale globale con cui la Cina sta cercando di colonizzare il mondo, il cui più entusiasta sostenitore in Italia è da sempre Romano Prodi) e poi ha permesso a un consorzio americano (con anche una partecipazione italiana) di comprare le società che controllano i due porti alle estremità del Canale. Così, nel giro di poco più di un mese dal suo insediamento, Trump l’ha strappato alla Cina, riportandolo sotto il controllo degli USA, proprio come aveva promesso (cosa di cui, fra parentesi, dovremmo tutti rallegrarci, perché la Cina, anche se ci ostiniamo a dimenticarcene, è retta da una feroce dittatura che ambisce a dominarci tutti).

Anche con la Groenlandia Trump seguirà una strada simile, che già in parte si intravede. Di sicuro non se la prenderà con la forza, ma cercherà con minacce e promesse di rafforzare la posizione degli indipendentisti, per poi proporre un trattato di alleanza, di cui una Groenlandia indipendente avrebbe bisogno come il pane. Infatti, un paese grande oltre un quinto degli USA ma con poco più di 50.000 abitanti non può certo fare da solo, né per sfruttare le proprie immense risorse naturali, né per difendersi dagli appetiti di altre potenze, che, diversamente dagli USA, le armi potrebbero usarle davvero.

Anche i dazi, almeno fin qui, sono stati usati da Trump essenzialmente come strumento di pressione. Per esempio, li ha minacciati per indurre la riluttante Colombia a riprendersi i clandestini: in due giorni la Colombia ha ceduto e Trump non ha messo i dazi. Ora vedremo cosa succederà con gli altri paesi, tra cui l’Italia, ma anche qui sembra che ci siano ampi margini di trattativa (alcuni sono già stati sospesi, in attesa, appunto, di trattare), anche se gli anti-Trump nostrani già da mesi stanno parlando come se i dazi fossero già in vigore e le nostre economie stessero colando a picco.

Il problema di questa strategia è che, se l’interlocutore non si lascia intimidire, il bluff viene scoperto e la minaccia si rivela inattuabile. E non c’è niente di peggio che minacciare a vuoto.

Ora, questo è esattamente ciò che rischia di accadere con la guerra in Ucraina.

Che cosa è veramente successo finora?

Secondo la narrazione corrente, le trattative di pace si sarebbero fin qui svolte come segue:

  • Trump ha iniziato a trattare direttamente con Putin (in realtà ha incontrato solo alcuni suoi tirapiedi, che, come sappiamo, non contano nulla), fino al punto di avere già deciso, nel giro di pochi giorni, non solo il nuovo assetto dell’Ucraina, ma addirittura quello del mondo intero, escludendo dai negoziati non solo il povero Zelensky, proprio come aveva annunciato (in realtà non l’ha mai fatto), ma tutti gli altri paesi, come se contasse solo quello che dicono lui e Putin (benché, ripeto, nemmeno si siano ancora parlati).
  • Durante le trattative Trump ha affermato che anche l’Ucraina dovrà fare delle concessioni, il che è stato subito bollato come un’inaccettabile prevaricazione, perché incompatibile con una pace giusta. Ora, ciò è senz’altro vero: e proprio per questo io sono contrario a trattare con Putin. Ma se invece uno vuole trattare, allora fargli delle concessioni è inevitabile, se no che trattativa è? Inoltre, Trump qualche settimana prima aveva detto anche a Putin che avrebbe dovuto fare delle concessioni, aggiungendo che, se non avesse accettato, avrebbe «scatenato l’inferno» contro di lui (e questo subito dopo aver lanciato lo stesso ammonimento ad Hamas, il che dava alla frase un tono assai minaccioso, perché contro Hamas Trump intende davvero scatenare l’inferno).
  • Quando Zelensky ha protestato per non essere stato invitato a Riad, Trump l’ha pesantemente insultato, dandogli del «dittatore», accusandolo di «avere iniziato la guerra» e dicendogli che «non serve che partecipi alle trattative di pace». Questo è vero ed è vergognoso, ma è anche vero che Trump si è rimangiato tutto nel giro di una settimana, invitando il “dittatore” Zelensky alla Casa Bianca.
  • Trump avrebbe quindi imposto a Zelensky il famoso accordo sui 500 miliardi di dollari in terre rare, che sarebbe un atto “colonialistico” e una “mercificazione” dei rapporti tra le nazioni (che in realtà sono sempre stati basati essenzialmente su accordi commerciali, anche se i nostri raffinati intellettuali sembrano ignorarlo). È vero che inizialmente l’accordo era inaccettabile, perché Trump voleva i minerali gratis, come “restituzione” dei soldi presuntamente “prestati” dagli USA all’Ucraina sotto forma di aiuti militari e umanitari, che oltretutto erano molti meno. Ma, come ormai dovremmo aver capito, quella era solo la “sparata” iniziale, che in una sola settimana si era già trasformata in un assai più ragionevole accordo di partnership, che oltretutto aiuterebbe a garantire la sicurezza dell’Ucraina molto più di qualsiasi generica dichiarazione di principio. Infatti, nel momento in cui in tutto il paese ci fossero imprese americane impegnate nell’estrazione di minerali di alto valore strategico, gli USA non potrebbero certo tollerare una nuova invasione russa.
  • Quindi Zelensky è andato alla Casa Bianca per firmare l’accordo (incontrando così Trump prima di Putin, anche se nessuno l’ha sottolineato), ma Trump gli avrebbe teso una trappola, in modo da avere il pretesto per cacciarlo via e poi minacciare la sospensione degli aiuti militari (benché non si capisca a che scopo e, soprattutto, perché mai avrebbe dovuto farlo prima di firmare l’accordo sulle terre rare, a cui teneva tanto).
  • A questo punto, il “povero” Zelensky, resosi improvvisamente conto che ciò lo avrebbe condotto “inevitabilmente” alla sconfitta (come se prima non ci avesse mai pensato), non avrebbe ormai altra scelta che “sottomettersi” a Trump e accettare le condizioni che “inevitabilmente” questi gli imporrà e che saranno “inevitabilmente” favorevoli al suo “amico” Putin.

Come si vede, il filo conduttore di questa stralunata narrazione è da una parte la (del tutto immaginaria) onnipotenza di Trump e dall’altra la (altrettanto immaginaria) impotenza di Zelensky, descritto come un poveretto in balia degli eventi, incapace non solo di resistere alle pressioni trumpiane, ma anche solo di capire cosa gli sta succedendo intorno. Mentre, come vado ripetendo da sempre, è invece l’unico vero leader che abbia oggi l’Occidente, non solo molto coraggioso, ma anche molto intelligente e molto furbo (che non è la stessa cosa e non necessariamente va insieme all’intelligenza).

La cosa più paradossale è che questa narrazione è condivisa, benché per opposte ragioni, sia dai filo-Trump che dagli anti-Trump: i primi perché pensano che sia la verità, i secondi perché questa narrazione serve a rendere credibile la tesi della “mostruosità” di Trump (infatti, un super-cattivo senza super-poteri fa ridere). A volte sembra addirittura che, almeno inconsciamente, gli anti-Trump desiderino l’umiliazione di Zelensky e la sconfitta dell’Ucraina, solo per il gusto di dimostrare che Trump è davvero il mostro che dicono. Ma la realtà è ben diversa.

Anche se l’unico che sembra essersene reso conto è il “solito” Federico Rampini (uno degli ormai pochissimi commentatori che non presume di aver capito la realtà ancor prima di guardarla), se nell’incontro alla Casa Bianca qualcuno ha teso una trappola a qualcun’altro, questi è stato Zelensky, che ha sfruttato la straordinaria ribalta che il Presidente americano (piuttosto ingenuamente) gli ha offerto per metterlo all’angolo e lasciarlo con in mano il classico cerino acceso.

Cosa avrebbe dovuto infatti fare Trump, che si presentava come mediatore tra due parti in conflitto, dopo che il leader di una delle due parti suddette, Zelensky, gli aveva detto in faccia, in diretta televisiva mondiale dal cuore del suo impero, che il leader dell’altra parte, Putin, è un killer psicopatico di cui non ci si può assolutamente fidare e che loro due insieme devono fermarlo?

E badate che questo, come ha fatto notare appunto Rampini a Porta a porta del 4 marzo (chi non ci crede si riveda il video), è accaduto prima che iniziassero gli attacchi contro di lui (a meno che, con sovrano sprezzo del ridicolo, non si voglia ritenere un “attacco” anche l’ironia sulla sua tuta mimetica, che, se le cose fossero andate bene, sarebbe stata subito classificata come una simpatica battuta per rompere il ghiaccio). La realtà dei fatti è che è stato Zelensky ad attaccare per primo. Così come è evidente che la sua non è stata una reazione istintiva decisa sul momento, ma un’azione premeditata, altrimenti non si sarebbe portato dietro le foto che documentavano le violenze dei russi in Ucraina. Ed è anche facile capirne il motivo.

Come abbiamo detto, infatti, il modo di trattare di Trump si basa in gran parte sulla convinzione che l’avversario non avrà il coraggio di andare a “vedere” i suoi bluff. Ora, Zelensky, diversamente dai nostri raffinati intellettuali, lo sa perfettamente. Di conseguenza, sapeva anche che prima di mettersi a collaborare doveva dimostrargli di non aver paura di lui e, anzi, di essere anch’egli in grado di metterlo in imbarazzo davanti al mondo intero (di nuovo Tit for tat).

A quel punto, infatti, Trump si è trovato in una classica situazione lose-lose, in cui qualsiasi mossa facesse era perdente. Da una parte, a meno di rinunciare, all’istante e per sempre, al suo ruolo di mediatore, non aveva altra scelta che buttare fuori Zelensky. Facendolo, però, avrebbe fatto la figura del “cattivo” davanti a tutto il mondo (come infatti è puntualmente accaduto). Così Trump ha cercato di minimizzare i danni, comportandosi in modo tutto sommato tollerabile, non solo per i suoi standard, ma perfino per quelli dei normali esseri umani.

Capisco che in un continente in cui siamo abituati a pensare che un’insufficienza a scuola possa causare un grave trauma psichico i commentatori si siano sentiti «inorriditi» e «sconvolti» da ciò che hanno visto, ma non è questo ciò che è realmente accaduto. Dire a uno «non sei in una buona posizione», «non puoi dirci cosa dobbiamo fare», «stai giocando col fuoco», «non vuoi davvero la pace», per poi congedarlo bruscamente, ma aggiungendo «torna quando sarai pronto» è lontano anni luce dagli attacchi pesantissimi che Trump gli aveva rivolto solo una settimana prima. Eppure, stavolta Zelensky gliela aveva combinata ben più grossa!

Anche le successive minacce di sospensione degli aiuti militari finora sono rimaste allo stato di annunci, confusi e perfino contraddittori. L’unica misura concreta è stata la sospensione della collaborazione da parte della CIA, che ha certamente messo in difficoltà gli ucraini, ma, nonostante le vanterie di Elon Musk (peraltro anch’esse subito rimangiate), perfino disattivare la rete satellitare di Starlink non sarebbe certo come premere l’interruttore e vedere la luce che si spegne. Trump stesso ha riconosciuto che «l’Ucraina ha ancora scorte di armi e munizioni sufficienti per sei mesi». E sei mesi possono essere un tempo molto lungo, per uno che ha promesso di mettere fine alla guerra con una telefonata.

Inoltre, grazie al suo show alla Casa Bianca, nel giro di pochi giorni Zelensky ha ricompattato intorno a sé il suo popolo e ha ricevuto dall’Europa un sostegno fortissimo, come non s’era mai più visto dopo i primi mesi di guerra. Addirittura, potrebbe essere riuscito ad innescare quel processo di creazione di una difesa comune europea (di cui si parla da decenni senza farne mai nulla) che costituirebbe il vero atto di nascita dell’Europa come entità politica unitaria.

Non è ancor detto che si andrà davvero in questa direzione, ma, almeno rispetto all’aumento degli investimenti e della coordinazione europea in fatto di difesa, dopo il Consiglio Europeo del 6 marzo è ormai impossibile che si torni indietro. Così come è ormai impossibile che l’Europa non aumenti il suo sostegno all’Ucraina, soprattutto se Trump dovesse toglierglielo in forma definitiva.

Non dimentichiamo che gli “enormi” aiuti militari che finora abbiamo dato all’Ucraina ammontano in realtà ad appena 62 miliardi in 3 anni, di cui la maggior parte sono venuti dai paesi più piccoli, che, confinando con la Russia, si sono sentiti, diciamo così, più “motivati”. L’Italia, per esempio, ha dato appena l’1 per mille del suo PIL (2 miliardi in 3 anni, appena un quarto di quanto ci è costato il reddito di cittadinanza in un anno solo). E lo stesso hanno fatto Francia e Spagna. Invece, i tre paesi baltici, Lituania, Estonia e Lettonia, che messi insieme hanno un PIL che è appena un dodicesimo del nostro, hanno dato oltre il 2%, cioè 20 volte più di noi in percentuale e oltre un miliardo più di noi perfino in valore assoluto.

Ciò significa che si può sicuramente fare meglio da subito, anche se per arrivare a una vera difesa europea autonoma dagli USA ci vorranno anni. Inoltre, c’è un grande aiuto che possiamo dare agli ucraini in qualsiasi momento e senza spendere un centesimo: togliere finalmente le assurde limitazioni all’impiego delle nostre armi, che li costringono a combattere con una mano legata, in nome del demenziale concetto di “armi solo difensive” (copyright dello stralunato ministro Crosetto), che semplicemente non esistono. E ciò significa che, anche senza gli aiuti americani, la guerra andrebbe avanti ancora per molto, molto tempo.

Non arriverò a dire che la minaccia di sospenderli sia soltanto un bluff, ma di sicuro le pallottole della pistola che Trump potrebbe gettare sulla bilancia sono assai spuntate. Certo, possono fare danni, ma difficilmente sarebbero letali e, peggio ancora, rischiano di rimbalzargli addosso. Cosa succederebbe, infatti, se gli ucraini (che sembrano averne tutte le intenzioni) decidessero di mandarlo al diavolo e di continuare a combattere a oltranza, anche senza ulteriori aiuti da parte dell’America? Davvero Trump potrebbe permettersi di stare a guardare? E davvero potrebbe permettersi di rompere irrimediabilmente con l’Europa, che, gira e volta, resta il suo unico possibile alleato nella futura guerra tecnologica e commerciale con la Cina, che è la sua vera ossessione?

E poi c’è la questione delle terre rare, che a Trump servono davvero, perché hanno un ruolo chiave per vincere la suddetta competizione globale con la Cina, ma hanno la brutta abitudine di abbondare soprattutto nei paesi nemici degli Stati Uniti. Se rompe con Zelensky, a chi le chiederà? Certo non alla Cina. Forse, allora, all’Afghanistan degli immaginari “talebani moderati”? O alla Russia dell’immaginario “amico” Putin? O a qualcuno dei disastrati paesi africani su cui proprio la Russia ha da tempo allungato le sue zampacce tramite una serie di colpi di Stato orchestrati dalla Wagner?

Sì, qualcosa c’è anche in alcuni paesi “amici”, soprattutto Svezia e Australia, ma, anche ammesso che continuino ad esser tali (cosa non scontata, se Trump continuerà a trattare tutti con questa arroganza), non è che saranno disposti a regalarglieli solo per “fare grande l’America” facendo piccoli sé stessi. L’Ucraina è di gran lunga la migliore opzione e infatti l’accordo sulle terre rare è l’unica cosa che Trump non ha mai messo in discussione. E per firmarlo, ovviamente, non può rompere con l’Ucraina, né permettere che Putin se la annetta, altrimenti quei giacimenti li vedrà solo con i satelliti di Elon Musk mentre vengono sfruttati dai russi.

Ma, se così è, allora cosa possiamo ragionevolmente aspettarci che accada nel prossimo futuro?

Che cosa succederà adesso?

A questo proposito non posso che ripetere ciò che avevo scritto il 5 novembre scorso, nell’articolo in cui avevo previsto l’elezione di Trump (con un errore di appena 2 millesimi, se mi si perdona l’immodestia: avevo infatti scritto che avrebbe preso tra il 50% e il 51%, ha chiuso con il 49,8%).

«Trump non è affatto amico di Putin, come molti sostengono: Trump è amico soltanto di Trump e inoltre è già stato Presidente per 4 anni e non mi risulta che gli abbia mai fatto particolari favori. Quello che lui pensa davvero è che Putin sia un “duro” con cui solo uno ancora più duro (come lui ritiene di essere) possa trattare con successo. Quindi ci proverà, ma quando si accorgerà che Putin non ha nessuna intenzione di ascoltarlo andrà su tutte le furie e per fargliela pagare potrebbe decidere di dare all’Ucraina un sostegno perfino maggiore di quello (peraltro tentennante e insufficiente) che le ha dato Biden e che verosimilmente le darebbe Kamala.

Il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili. E qui veniamo alla mia seconda e più grave preoccupazione. Perché negli ultimi tempi anche Trump sembra aver cominciato a dare qualche segno di rincoglionimento, certo non al livello di Biden, ma tuttavia tale da non lasciare tranquilli, soprattutto considerando che ha già 78 anni e che, se vincesse, dovrebbe governare fino a 82» (https://www.fondazionehume.it/politica/lodio-al-di-la-del-linguaggio-e-davvero-trump-il-pericolo-maggiore-per-la-democrazia-americana/).

Ditemi voi se finora le cose non sono andate esattamente così.

Trump ha cominciato minacciando sia la Russia che l’Ucraina, anche se di misure concrete finora ne ha prese solo contro quest’ultima. Ma, come abbiamo appena visto, qualsiasi ragionamento logico porta alla stessa conclusione: la sospensione degli aiuti militari può essere usata da Trump solo come mezzo di pressione su Zelensky, per cui potrà anche essere messa in pratica per un po’ di tempo, ma non potrebbe mai diventare una misura permanente (infatti è già stata revocata).

D’altronde, nonostante i deliri sulla inesistente “nuova Yalta” di cui abbiamo detto, la realtà dei fatti è che la prima vera proposta è stata appena concordata fra Trump e Zelensky (che sono gli unici che finora si sono parlati) e da loro proposta a Putin. Che, prevedibilmente, la rigetterà o (che è lo stesso) ne condizionerà l’approvazione a una serie di diktat inaccettabili, come ha sempre fatto finora e come sempre farà anche in futuro, oppure fingerà di accettarla e poi la vilerà ad ogni occasione, cercando di dare la colpa agli ucraini. E proprio qui sta il problema.

Mi sembra infatti evidente, dai discorsi confusi e contraddittori degli ultimi giorni, che Trump non ha la minima idea di come convincere Putin a trattare. Peggio ancora, credo che finora non ci abbia nemmeno pensato, convinto com’era che il vero problema fosse “domare” Zelensky, che è probabilmente l’unica idea che Trump condivida con gli intellettuali europei.

Ricolfi ha scritto che ciò che ha impedito finora di fare la pace con Putin è aver trasformato la guerra in Ucraina in una questione etica (https://www.fondazionehume.it/politica/a-proposito-dellagguato-mediatico-a-zelensky-la-politica-come-spettacolo/). Se avesse ragione, allora l’approccio di Trump, completamente pragmatico e amorale, sarebbe quello ideale e dovrebbe avere successo. Ma, per una volta, temo invece che si sbagli.

Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta.

Anche Trump, prima o poi, se ne accorgerà, vedendo che Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte (personalmente, non mi stupirei se si rifiutasse addirittura di incontrarlo). Il problema, come ho scritto, è quandose ne accorgerà.

E purtroppo potrebbe davvero accadere troppo tardi, perché anche l’ultima parte della mia previsione temo si sta avverando. Mi sembra infatti che Trump stia cominciando a dare alcuni chiari segni di rincoglionimento senile, il che, unito al suo immenso orgoglio, gli renderà molto difficile ammettere di aver fallito. Anche perché non potrebbe nemmeno scaricare la colpa su Zelensky e/o Putin, avendo sempre sostenuto di essere in grado di costringerli a fare la pace: perciò un eventuale fallimento, in qualsiasi modo si verificasse, agli occhi dei suoi elettori sarebbe comunque soltanto colpa sua.

Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse.

A proposito dell’agguato mediatico a Zelensky – La politica come spettacolo

5 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Fra le accuse che più frequentemente, e più impietosamente, vengono rivolte ai leader europei, vi è quella di non aver mai preso un’iniziativa diplomatica per fare cessare la guerra fra Ucraina e Federazione Russa. Dal primo giorno della guerra, l’unica preoccupazione dell’Europa è stata di respingere l’invasione russa, ristabilendo la legalità internazionale (ossia i confini precedenti allo scoppio della guerra). Di qui l’assoluta latitanza della diplomazia: l’obiettivo di punire Putin ha sempre sovrastato quello di fermarlo.

Ora l’agguato teso da Trump a Zelensky, con il plateale litigio davanti alla stampa e alle tv, ha fatto ulteriormente precipitare le cose, mettendo fuori gioco ogni possibile diplomazia e ricerca di un ragionevole compromesso.

Ok, questo è successo, e si capisce perfettamente che tutti i maggiori editorialisti esternino il loro sgomento per questa rottura, per il cattivo gusto di Trump e Vance, per la violazione plateale delle regole minime dell’ospitalità, dell’educazione, del rispetto reciproco. Insomma, quella che è andata in onda nello Studio Ovale sarebbe una inaccettabile, orribile, disgustosa spettacolarizzazione della politica, che rompe – per la prima volta nella storia – convenzioni e preziose ipocrisie da tempo vigenti nei rapporti internazionali, tanto più quando coinvolgono questioni militari e strategiche. Non a caso le espressioni più usate per descrivere quel che è successo sono “senza precedenti” e “storico”. Come a dire: è inaudito, non era mai successo, è un punto di non ritorno.

In un certo senso è proprio così. Mentre leggevo questi commenti, però, in me è riaffiorato un ricordo. Il ricordo di quel che pensavo e provavo nei primi mesi della guerra. Ebbene, io ricordo che ero semplicemente sbalordito. E, non intendendomi di questioni di guerra, ho sempre pensato che fossi io a non capire.

Che cosa mi sbalordiva?

Mi sbalordiva, innanzitutto, che nel giro di pochi giorni un normale capo di stato fosse stato trasformato dalle autorità europee in una autentica star mediatica. Collegamenti in diretta con i parlamenti, ovazioni delle assemblee collegate, partecipazioni ad incontri che normalmente si svolgono a parte chiuse fra pochi potenti, persino un surreale dibattitto sulla necessità che Zelensky leggesse un messaggio al Festival di Sanremo. Tutto ciò mi sembrava folle, e incompatibile con l’eventuale aspirazione dell’Europa a svolgere un ruolo di mediazione e moderazione. Come era possibile, mi chiedevo, che la politica europea sulla guerra si formasse non nelle segrete stanze della diplomazia, ma attraverso eventi mediatici e spettacolari? Come avrebbero mai potuto, i parlamenti e i governi europei, dibattere serenamente e prendere decisioni ponderate, se tutto veniva discusso enfaticamente, in presenza di una parte in causa, e con toni da comizio?

Insomma, la prima cosa che voglio dire è che la spettacolarizzazione delle questioni internazionali l’abbiamo iniziata noi europei, non certo gli Stati Uniti di Trump.

Ma c’è anche una seconda cosa che mi ha sempre lasciato interdetto, anche qui non capendo se ci fosse qualcosa che mi sfuggiva. Come mai il tema della guerra è sempre stato affrontato, in Europa ma anche negli Stati Uniti di Biden, come un tema etico? Ovvero come un episodio dell’eterna lotta del Bene contro il Male? Come mai questa ossessiva, martellante e acritica retorica dell’aggressore e dell’aggredito? È vero che la eticizzazione del conflitto era il presupposto logico che rendeva possibile inscenare lo spettacolo della santificazione dell’eroe Zelensky, ma come non vedere che nel conflitto ucraino, come in innumerevoli altri conflitti condotti in nome del Bene, nessuna delle parti in conflitto era esente da responsabilità e colpe (nel caso di Zelensky,  per fare un solo esempio, il mancato rispetto degli accordi di Minsk)?

Sul conflitto ucraino, come su quello israeliano, si possono avere, ovviamente, le opinioni più diverse. Nessuno, fra noi comuni cittadini, è adeguatamente informato, e alla fine a guidarci sono l’istinto politico e le nostre passioni. Ma, tornando all’Europa, quel che mi resta incomprensibile è come l’Europa possa dolersi di non avere un ruolo al tavolo della pace, avendo sempre e senza esitazioni parteggiato per una delle parti in campo, e avendolo fatto nel modo più plateale e spettacolare possibile. Se vuoi fare l’arbitro, non puoi giocare tutta la partita con una delle due squadre in campo. Quello che a noi europei appare solo come un tradimento (il brusco voltafaccia di Trump) è anche un modo di indossare la maglietta dell’arbitro. Una maglietta che, se tre anni fa non avessimo sconsideratamente inaugurato la politica-spettacolo con la star Zelensky, oggi potremmo provare a indossare noi stessi.

[articolo uscito sulla Ragione il 4 marzo]

Sul discorso di Vance – Tradimento dei valori occidentali?

19 Febbraio 2025 - di Luca Ricolfi

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Sulla condotta della guerra in Ucraina da parte dell’Europa e degli Stati Uniti si possono avere le idee più disparate. Non è palesemente irragionevole la posizione di quanti paventano il pericolo che la Russia voglia annettersi altre porzioni dell’Europa, e dunque pensano che abbia fatto bene la Nato a fornire aiuto alla “resistenza” ucraina. Ma non è neppure palesemente irragionevole la posizione diquanti fanno notare che la precedente espansione a est della Nato, con l’obiettivo di includere l’Ucraina nel blocco occidentale. sia stata una mossa quantomeno azzardata.

Quello che invece, personalmente, ritengo sia stato irragionevole (e anti-democratico) è la chiusura a riccio che l’informazione main stream ha adottato dallo scoppio della guerra, silenziando quasi tutte le voci esplicitamente critiche. Sulla guerra, come pochi anni prima sul Covid, i grandi media hanno scelto di tappare la bocca alle voci dissenzienti con la linea ufficiale (vaccini + armi), costrette a rifugiarsi su testate minori o siti eterodossi, con conseguente perdita di ogni possibilità di incidere sul discorso pubblico articolando punti di vista alternativi o sollevando utilissimi dubbi.

È anche a causa di questa lunga stagione di conformismo e autocensura collettiva che l’Europa si trova oggi completamente spiazzata, quasi incredula di fronte al fatto che le cose non sono andate come aveva sperato, e come fino all’ultimo si è ostinata a credere che stessero andando. Eppure non ci voleva molto ad accorgersi che la guerra di Putin era solo il secondo tempo della guerra del Donbass, o che l’espansione della Nato ai confini della Russia poteva essere percepita come una minaccia, o che le sanzioni facevano più male a noi che alla Russia, o che la controffensiva ucraina era fallita da tempo. E non occorreva essere raffinati strateghi per capire che, trattando Zelensky come una star mediatica e un eroe (ricordate i parlamenti europei collegati e
plaudenti nei primi mesi di guerra?) e Putin come nient’altro che un criminale di guerra, diventava automaticamente impossibile ritagliarsi quel ruolo di mediatori e facilitatori di un compromesso da cui ora si viene brutalmente estromessi dall’attivismo del neo-eletto presidente degli Stati Uniti.

Alla luce di queste riflessioni, non vedo nulla di strano, o di sorprendente, nei toni e nella sostanza dei discorsi di Donald Trump e di James David Vance (suo vice) quando tendono a escludere l’Europa dalla trattativa con la Russia, stante il fatto che l’Europa stessa è rigidamente schierata dalla parte di uno dei due contendenti, non ha fatto tentativi credibili di fermare la guerra, e per di più è militarmente debolissima, se non irrilevante. Dove invece il discorso tenuto nei giorni scorsi da Vance mi appare paradossale, anzi spudorato, è quando accusa l’Europa di avere tradito i valori occidentali, e in particolare la difesa della libertà di parola, il principio del free speech. Ora, è vero che Vance ammette le responsabilità del suo Paese, ma il punto è che le scarica tutte sull’amministrazione Biden (2021-2024) e sul suo ricorso alla censura con il pretesto della lotta alla disinformazione e ai discorsi d’odio. Non si può sorvolare sul fatto che proprio negli Stati Uniti è nato il politicamente corretto, è negli Stati Uniti che, intorno al 2012-2013 (ben prima dell’era Biden), è avvenuta la sua mutazione in “follemente corretto”, è dagli Stati Uniti che l’Europa ha importato quel morbo. E l’aspetto più grave del fenomeno, i licenziamenti dei professori e l’intimidazione degli studenti non allineati al credo woke, non è certo venuto meno durante il primo mandato di Trump (2017-2020), che ne ha anzi visto una recrudescenza, sotto i colpi del MeToo e del movimento Black Lives Matter, esploso dopo l’uccisione di George Floyd.

Resta il fatto, comunque, che il discorso di Vance – al di là della grande questione del modo di terminare la guerra in Ucraina – ha posto sul tappeto un tema vero: quali siano, oggi, i “valori condivisi” dell’occidente, ammesso che ne esistano. Non solo il free speech, su cui è difficile dargli torto, ma anche la democrazia stessa, messa in forse – secondo Vance – dall’annullamento delle elezioni in Romania, ma anche dal mancato rispetto della volontà popolare in materia di politiche migratorie. E, aggiungerei io, dal mancato rispetto della medesima volontà popolare in America, ai tempi dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill.

Ma questo, evidentemente, Vance non poteva dirlo.

[articolo uscito sulla Ragione il 18 febbraio]

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