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La battaglia del velo

11 Ottobre 2022 - di Luciana Piddiu

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Correva l’anno 2003 quando l’editore Gallimard diede alle stampe ‘’Bas les voiles’’della giovane esule iraniana a Parigi Chahdortt Djavann. Il saggio spiegava in maniera chiara ed esauriente il significato del velo islamico altrimenti detto hijab.

L’etimologia della parola ci aiuta a capirne il significato dandoci la chiave interpretativa. Hijab viene dalla radice araba h-i-b e significa letteralmente rendere invisibile allo sguardo, nascondere. Che cosa e perché nascondere? La donna. I benpensanti dicono proteggere. Occorre tenerla al riparo dallo sguardo maschile perché fin dall’infanzia suscita il desiderio, anzi lo crea. Questa è la sua colpa. I corpi femminili sono colpevoli perché sono fonte di inquietudine, angoscianti, sporchi, impuri, possono trasmettere malattie e sono sorgenti di peccato. In altri termini questi corpi desiderati e proibiti, dissimulati o esposti sono una minaccia, possono circolare tra gli uomini solo come ombre.

Il corpo femminile in sé è tabù, a partire da quello della madre desiderata e insieme interdetta. Il velo, abolendo la promiscuità, materializza la separazione radicale tra lo spazio pubblico che appartiene agli uomini e lo spazio privato riservato alle donne. Salva – per così dire – l’uomo dai suoi stessi inconfessabili desideri.

Il velo deve nascondere la macchia originaria: essere nata donna. Non essere come l’uomo rende la donna mancante, inferiore. Il velo in tutte le sue incredibili varietà (chador, burqa, hijab, niqab) condanna la donna a essere incarcerata per salvare l’onore maschile che si radica nel corpo delle ‘sue’ donne (madri, sorelle, mogli, figlie). Il corpo delle donne va protetto dagli sguardi rapaci degli altri maschi: è in gioco l’identità del maschio, la cui virilità consiste proprio nel controllo delle ‘sue’ donne. Wassyla Tamzali -avvocata algerina femminista – ha sempre detto che la donna velata nello spazio pubblico rende esplicita all’esterno e materializza la logica dell’harem.

Fatiha Agag-Boudjahlat ribadisce nel suo bel libro ‘Le grand detournement ‘appena pubblicato gli stessi concetti espressi da Tamzali e Djavann. Il velo non mette comunque al riparo dalle aggressioni: stupri, prostituzione e pedofilia sono largamente diffusi anche nel mondo islamico. In ogni caso non si può assumere il velo come simbolo di libertà adducendo le proprie convinzioni religiose o le rivendicazioni identitarie degli indigenisti o ancora peggio affermare che esprime la protesta contro la politica occidentale.

Non si può essere dalla parte delle donne iraniane che lottano e rischiano di morire in quanto contrarie all’obbligo del velo e contemporaneamente sostenere qui da noi le tesi degli indigenisti. O peggio ancora fare propaganda al velo come segno di libertà (vedi la pubblicità del Consiglio d’Europa in tema di istruzione). Mentre in Iran decine di donne muoiono per liberarsi dal velo il nostro Consiglio d’Europa promuoveva l’hijab come simbolo di libertà: “ La beauté est dans la diversité, comme la liberté est dans l’hijab”. Con

tutta la buona volontà del mondo non si può cambiare di segno a quello che rimane il simbolo materiale dell’alienazione psichica dell’uomo, che fonda il suo onore sul controllo dei corpi delle donne di famiglia, considerate proprietà personali e della complicità/ sottomissione della donna. ’’Velarsi significa -che si sia o no consapevoli- concepirsi come oggetti sessuali destinati agli uomini a cui si riconosce il diritto di disporre dei nostri corpi’’

Luciana Piddiu

PS. A Justin Trudeau che ha istituito la W.H.D. Giornata mondiale del velo islamico attribuirei un bel Ig-Nobel per la lungimiranza; a Susan Moller Okin la nostra gratitudine per averci messo in guardia contro il multiculturalismo che fa prevalere idiritti delle comunità a discapito dei diritti individuali della donna.

Sulla violenza delle donne

2 Agosto 2022 - di Luciana Piddiu

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Da qualche tempo vado inanellando alcuni fatti di cronaca come grani di un rosario.

Mi inquieta che nella loro gravità vengano fatti passare sotto traccia, forse perché hanno come protagoniste delle donne.

Provo a citarne qualcuno.

Fa prostituire in un ovile la figlia di 13 anni. Mamma arrestata. (Agrigento, 12 Marzo 2019)

Donna violenta da anni i suoi 4 figli disabili. Arrestata insieme al compagno . (Taranto, 8 Marzo 2019)

Madre droga e fa bere la figlia di 17 anni. Poi il suo compagno abusa della giovane. (Genova,18 Febbraio 2019)

Una mamma costringe la figlia di 13 anni a masturbarsi e poi manda il video ad un pedofilo. (Conegliano,28 marzo 2019).

Atti sessuali con un minore di 13 anni durante l’ora di ripetizione. L’assistente sanitaria di Prato dà alla luce un bambino che suo marito riconosce come figlio proprio. (Prato 12 Marzo 2019).

Solo quest’ultimo episodio ha suscitato una qualche debole reazione nell’opinione pubblica mentre gli altri sono subito svaniti dalle pagine di cronaca dei quotidiani nazionali.

Sulla assistente sanitaria ,già madre di un ragazzino, qualcuno ha scritto che in verità non di violenza o di abuso si tratta ma di un’esperienza erotica gratificante per il minore in piena tempesta ormonale data l’età.Il che è platealmente contraddetto dalle suppliche del ragazzino di essere lasciato in pace e non piu’ ricattato.

Questa squallida vicenda odora di manipolazione e -comunque vadano le indagini- lascerà  tracce pesanti nella psiche e nella sfera delle emozioni  dell’adolescente usato come un giocattolo  di carne , costretto mentre è  ancora figlio in fase di transizione dall’infanzia all’adolescenza , a farsi padre suo malgrado.

Ma proprio questo episodio che non è sparito subito dalla cronaca puo’ gettare luce su tutti quegli altri. Darci un indizio di cosa si agita nella mente di chi lavora nel settore dell’informazione e contribuisce al formarsi dell’opinione pubblica.

Nel caso di Prato dove non è in gioco la relazione madre-figlio/a alti si sono levati i ‘lai’ da parte di schiere di innocentisti, secondo cui la signora non avrebbe fatto niente di male perchè non si puo’ violentare un maschio e poi è il maschio l’unico vero autentico predatore e sicuramente il ragazzino avrà goduto delle attenzioni sessuali dell’improvvisata insegnante. Sugli altri gravi fatti di abuso e sopraffazione si è steso un velo pietoso. Sembra inaccettabile il dover riconoscere che anche le donne – le madri per giunta – si prestano ad usare e violare i loro figli .

Perche’ questa tolleranza o indifferenza verso queste derive e perversioni delle relazioni tra madre e figli? O tra donne adulte e minori?

Se i protagonisti fossero stati dei maschi si sarebbe gridato allo scandalo ,si sarebbe invocate la castrazione chimica e il carcere duro.

Perche’ questa asimmetria nel giudizio? Le donne sembrano godere in modo del tutto ingiustificato – se teniamo conto dei dati di realtà – di un pregiudizio positivo che scatta nei loro confronti.

Non vi è alcun dubbio che nella vicenda millenaria dei sessi le donne sono state le vittime di un sistema che le ha oppresse, sfruttate, negate, abusate, uccise talvolta.

Gli uomini hanno giocato il ruolo dei carnefici esercitando un potere assoluto sui corpi e le menti. Ma lo scenario è cambiato grazie alle lotte  degli ultimi due secoli e a straordinarie figure femminili che si sono pensate come ‘soggetti’ liberi e autonomi, non piu’ appendici di qualche maschio. Oggi le donne sono libere di scegliere. Tuttavia  l’esercizio della libertà non è  gratuito, comporta un prezzo  quello della responsabilità  delle scelte che si fanno.

E allora perche’ ci si ostina a dire che se le donne assumono il ruolo di carnefici ,non a loro va imputata la colpa ma al sistema sociale in generale? O ad asserire che le donne hanno sempre ragione qualunque cosa facciano?

Il rifiuto di vedere le zone d’ombra che pure albergano negli esseri di sesso femminile sembra una costante che si ripete in questi casi. Una volta di piu’ le donne vengono considerate nell’opinione corrente ‘vittime’, incapaci di scelte autonome e dunque necessitate a comportamenti inaccettabili da non si sa bene quali cause di forza maggiore.

Ritorna il leitmotiv giustificazionista a tutti i costi senza considerare che questo modo di  ragionare rende obiettivamente le donne delle minus habens.

Certo i rapporti di potere sono ancora in larga misura saldamente in mano agli uomini ma questo non deve impedirci di cogliere cio’ che si cela dietro questa forma di negazionismo: l’idea che ‘per natura’ la donna non sia aggressiva ma fondamentalmente accogliente, amorevole, incapace di gesti sconsiderati di violenza e abuso.

Tuttavia alcuni miti (Medea in primis) e fiabe (Biancaneve, Hänsel e Gretel) per non dire di personaggi letterari illuminanti come Lady Macbeth potrebbero aiutarci a cogliere indizi preziosi per decodificare correttamente alcuni fatti. E se a questi non vogliamo dar credito possiamo sempre servirci di studi antropologici per aprire finalmente gli occhi e la mente.

Un’ipotesi convincente sembra essere quella  avanzata da Valcarenghi nel suo “L’aggressività femminile”. In tempi lontani sembra essere successo qualcosa  che ha indotto la compressione dell’aggressività femminile ,forse per esigenze legate alla conservazione della specie.Questa costrizione avrebbe avuto nel corso del tempo esiti altalenanti  tra comportamenti eccessivi come forme di prepotenza,insofferenza, collere esplosive, ecc. o deficitari come forme di autolesionismo, senso di colpa, insicurezza, dipendenza. L’istinto aggressivo represso si sarebbe ammalato non riuscendo ad esprimersi e rivelandosi cosi incapace di garantire la necessaria autodifesa dello spazio fisico, psichico e sociale che solo consente l’affermazione dell’identità soggettiva.

Accanto a questa ipotesi non andrebbe trascurato, a mio avviso, l’esito perverso di una cattiva ‘emancipazione’, quella che in nome dell’uguaglianza, insegue i maschi sul loro stesso terreno di predazione  per pareggiare finalmente i conti dello svantaggio accumulato nei secoli. Alcune sembrano bearsi del loro potere di seduzione e della loro capacità predatoria e ad ogni conquista piantano la bandiera, fiere del nuovo status di cacciatrici e della conquistata indipendenza.

Ma noi sappiamo bene che non è questa la strada maestra per liberarci del male che gli uomini hanno fatto, ci fanno, si fanno.

Luciana Piddiu

Assalto di branco

12 Gennaio 2022 - di Luciana Piddiu

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La pacca sul sedere alla giornalista sportiva Greta Beccaglia ha fatto versare fiumi d’inchiostro e per parecchio tempo giornali locali e nazionali, nonché reti televisive hanno commentato l’increscioso episodio con parole di fuoco. L’aggressione sessuale è stata considerata intollerabile e il tifoso, autore del gesto, è stato additato come un mostro e denunciato per violenza sessuale.

Risulta perciò tanto più incredibile che sulle violenze di gruppo perpetrate a Milano la notte di Capodanno da parte di un branco di maschi nei confronti di giovani ragazze (almeno cinque i casi registrati) per giorni non sia stata data alcuna notizia.Timidamente e solo dopo alcuni giorni Il Corriere della sera per primo e poi, buon ultima, La Repubblica hanno dato spazio alla notizia seguiti dai telegiornali nazionali.

Eppure i fatti rivelano, come si evince dai due video che sono circolati in rete, una carica di aggressività e di ferocia che fa paura. Il cerchio di maschi urlanti e assatanati che si stringono attorno alle giovani vittime denota una prepotenza misogina sconfinata e la convinzione di poter godere dell’impunità. I fatti sono avvenuti in pieno centro, in Piazza Duomo, nel cuore di una Milano in festa illuminata a giorno e presidiata da forze di polizia che avrebbero dovuto garantire il massimo della sicurezza.

La voce della segretaria del Pd milanese ha definito ‘strazianti’ le immagini della violenza di branco contro giovani ragazze inermi, ma ha poi intonato la solita litania generica sulla persistenza del patriarcato nella nostra società e sulla necessità che la scuola educhi al rispetto. Il sindaco Sala ha parlato di molestie indegne di una città come Milano, che si presenta come capitale morale, smart e all’avanguardia. Solo Sardone ha messo in evidenza l’analogia tra i fatti di Milano e quanto accaduto a Colonia nella notte di Capodanno del 2016, quando gruppi di giovani immigrati hanno aggredito e stuprato decine di donne giovani e meno giovani che festeggiavano in piazza.

Perché questa minimizzazione, questo passare sotto traccia il fatto che gli assalitori parlavano arabo? Cosa si vuole nascondere?

Scrive Bhakti Patel, giornalista di Womenplanet: “Si tratta di un attacco sessuale su donne che non avviene in un bosco o in strade solitarie. È l’assalto di un gruppo di uomini a donne nello spazio pubblico, sotto gli occhi di centinaia di altri uomini che possono assistere al crimine odioso cui sono sottoposte la vittime. Questo atto barbarico ha fatto la sua prima comparsa in Egitto più di dieci anni fa e si è diffuso in Europa attraverso immigrati e rifugiati che si sono riversati nel vecchio continente dopo il periodo delle rivoluzioni arabe. Il primo episodio è stato registrato al Cairo, durante le manifestazioni per il referendum costituzionale del 25 Maggio 2005.” In quella occasione furono aggredite attiviste e ragazze egiziane che partecipavano alle manifestazioni.

E come non ricordare Lara Logan, corrispondente della CBS, che è stata assalita da duecento uomini per trenta minuti in piazza Tahrir, prima di essere messa in salvo da un gruppo di donne e soldati. Questa pratica ha un nome preciso si chiama in arabo Taharrush jama’i e da quel lontano 2005 ha preso piede nelle piazze in lotta delle primavere arabe, ma è arrivata anche da noi sia pure in tutt’altro contesto.

Il messaggio esercitato grazie alla forza è chiaro: lo spazio pubblico è di esclusiva appartenenza maschile e va interdetto alle donne. Se osano avventurarsi da sole, in piazza, nel luogo del dominio maschile, sappiano che diventano delle prede. Questo dato va taciuto o la stampa deve metterlo in evidenza? A onor del vero sulla pagina di Wikipedia le aggressioni di Milano sono state subito ascritte alla pratica barbarica del Taharrush jama’i. Ma allora perché stampa e televisioni nazionali, che si fanno vanto di svolgere un compito fondamentale di informazione hanno minimizzato e chiuso gli occhi? Che cosa va nascosto ? Che le differenze culturali ci sono e sono difficili da superare ? Che se un crimine di questa gravita è commesso da giovani immigrati o figli di immigrati è meno grave? Che se gli autori vengono dalle periferie disagiate della città i mass media non devono dedicare alla cosa la stessa attenzione?

Abbiamo combattuto duramente per conquistarci il diritto di uscire e abitare lo spazio pubblico e non ce lo faremo scippare certo per un malinteso senso di compiacenza verso maschi trogloditi che di strada ne devono fare se vogliono vivere tra noi ed essere rispettati.

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