Hume PageHume Page

Primo anno di governo – Thank you, boomers!

28 Dicembre 2023 - di Luca Ricolfi

EconomiaIn primo pianoPolitica

Con l’uscita degli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro, relativi al 3° trimestre 2023 (luglio-settembre), si può tentare un bilancio del primo anno del governo Meloni sul fronte dell’occupazione, che è poi la vera stella polare della sua politica economica. Il 3° trimestre è un ottimo punto di riferimento non solo perché è il periodo più recente per cui si hanno dati ufficiali affidabili, ma perché si situa a un anno esatto di distanza dall’ultimo trimestre interamente “draghiano” (3° trimestre 2023)

Premessa doverosa: pochissimo di quel che cambia nel breve periodo (e un anno è un periodo breve) è dovuto al governo in carica, nel bene e nel male. Però, sapere quel che è successo nel primo anno, è utile lo stesso, perché almeno ci permette di rispondere a una domanda: è giustificato il pianto greco delle opposizioni e della Cgil sull’andamento del mercato del lavoro?

Vediamo. L’indicatore più significativo, che condensa in sé meglio di qualsiasi altro l’andamento del mercato del lavoro, e cioè il tasso di occupazione della popolazione in età da lavoro (15-64 anni) è aumentato di 1.3 punti, toccando il 61.5%, massimo storico da quando (1977) inizia la serie storica su cui è calcolato.

Già, ma obiettano i critici: bisogna vedere di che tipo sono i posti di lavoro, se sono precari o stabili; come va il numero di ore lavorate; che succede nel Mezzogiorno; che ne è delle donne.

E allora procediamo. L’aumento dei posti di lavoro (+481 mila in un anno) riguarda sia i lavoratori indipendenti (+1.6%), sia i lavoratori dipendenti stabili (+3.1%), ma non quelli a temine (o “precari”), che diminuiscono leggermente, con effetti benefici sul “tasso di occupazione precaria”.

Ma le ore lavorate? Non sarà che l’occupazione aumenta ma le ore lavorate diminuiscono, come in effetti può succedere, ed è già successo in passato? Niente affatto, il monte ore lavorate aumenta del 4.1%.

Ok, ma il Mezzogiorno? Che succede nel Mezzogiorno?

Anche lì, niente da fare. Non c’è tracollo, né crisi, né crisetta, né stagnazione. Al contrario, il Mezzogiorno è la ripartizione territoriale in cui l’occupazione cresce di più (+1.9%), davanti al Nord (+1.0%) e al Centro (+0.9%). E se fossero i primi effetti della stretta sul reddito di cittadinanza?

E l’occupazione femminile, la discriminazione delle donne sul mercato del lavoro?

Stessa storia, i dati dicono che il tasso di occupazione femminile cresce di più (+1.4%) di quello maschile (+1.1%).

Possibile che non ci sia nulla che va storto?

Tranquilli, qualcosa che non va c’è. Intanto la produzione industriale sta perdendo colpi da circa un anno, anche a causa della frenata della Germania, entrata in recessione. Se ciononostante l’economia italiana cresce e l’occupazione sale è soprattutto merito del terziario e dell’edilizia, drogata dal super-bonus del 110%.

Quanto al tasso di occupazione è vero che aumenta, ma se andiamo a vedere chi lo fa aumentare, non solo nell’ultimo anno, ma negli ultimi 15 anni, scopriamo un fatto inquietante. I contributi più importanti vengono inequivocabilmente da due grandi categorie, in parte sovrapposte: i lavoratori immigrati, che oggi hanno un tasso di occupazione più alto di quello degli italiani, e i cosiddetti baby boomers, quell’esercito di vecchi, quasi-vecchi e ultra-vecchi, nati fra gli anni ’40 e gli anni ’60.

Potrà sembrare incredibile, ma nel quindicennio che va dal 2008 a oggi il tasso di occupazione che è cresciuto di più è quello della fascia 50-65 anni. E quello della fascia 35-50 anni ha tenuto di meno di quello della fascia 65-90 anni, che è aumentato di oltre 2 punti.

Ci stanno salvando i Matusalemme?

Economia cannibale

1 Giugno 2023 - di Luciana Piddiu

EconomiaIn primo piano

Per migliaia di anni le più antiche comunità umane hanno praticato il cannibalismo, o fatto ricorso a sacrifici umani a scopo rituale. Poi si sono stabiliti dei tabù e queste pratiche sono state messe al bando per sempre. Per questa ragione dobbiamo essere ottimisti sulla possibilità di riuscire a superare, nella faticosa strada del divenire umani, anche quella che Jean Daniel Rainhorn, professore dell’Università di Ginevra, chiama ‘economia cannibale’.

Rientrano in questa categoria le pratiche di economia globalizzata neo-liberale che hanno per oggetto di scambio, singole parti del corpo umano o corpi nella loro interezza. Banche -non a caso si chiamano così- del seme e degli ovociti, uteri in affitto per la maternità surrogata, compravendita di gameti, di organi e di patrimonio genetico, traffico di esseri umani per la loro riduzione in schiavitù e/o prostituzione. È una nuova branca dell’economia che cannibalizza gli esseri viventi. Il corpo degli umani è considerato puro assemblaggio di organi e il vivente diventa una risorsa materiale. A chi può permettersi di acquistarlo è riconosciuto il ‘diritto’ o la facoltà di farlo. Questa economia neo-liberale ha progressivamente ridotto gli esseri umani a ‘risorse biologiche’ introducendo un processo di reificazione e riduzione a merce dei soggetti.

Il processo è cominciato negli anni ’80 del Novecento con la pratica della brevettabilità. Sulla spinta di società di bio-ingegneria coadiuvate da genetisti di fama e da una certa lobby di medici sono stati depositati brevetti su organismi viventi, geneticamente modificati e non, e su intere sequenze genetiche, comprese quelle umane.

La filiera del mercato globale per la produzione di bambini come prodotti di qualità (quelli difettosi sono scartati e le madri surrogate in questo caso non vengono pagate) è -dopo la riduzione in schiavitù -la più grande violenza che si possa immaginare fatta a donne e bambini. Ma l’economia cannibale produce enormi profitti.

Un altro ramo fiorente di questa economia è quello legato ai percorsi di transizione da maschio a femmina e viceversa. Percorsi che richiedono un precoce bombardamento ormonale di bambine e bambine al fine di adeguare attraverso la chimica il senso di sé al corpo considerato ‘sbagliato’.

Alcune di queste pratiche sono intimamente legate al filone di pensiero conosciuto come transumanesimo. Se vogliamo sconfiggerle e metterle al bando per sempre è necessario fare un passo indietro e risalire alle riflessioni di alcune pensatrici che con le loro teorie hanno fortemente contribuito all’affermazione di questa deriva .

Donna Haraway col suo Manifesto cyborg (1985) e Judith Butler col suo Gender trouble (1990) hanno ingaggiato vere e proprie colluttazioni teoriche con la carne umana come ha acutamente osservato M.Terragni in un recente articolo.

Judith Butler ha sempre sostenuto che il sesso è costruito culturalmente proprio come il genere, frutto di un atto linguistico performativo. Anche il corpo è dunque una costruzione e non ha un significato prima di essere ‘marcato’ dal punto di vista del genere. La realtà del corpo ha perso ogni consistenza fino a scomparire. E il primo corpo a dover scomparire è quello della donna. Ma il dato biologico cacciato dalla porta finisce col rientrare dalla finestra quando si teorizza la ‘vulnerabilità’ dei corpi viventi (Bodies that matter). Essa non è una costruzione linguistica ma attiene strettamente alla fragilità e mortalità dell’essere umano.

Donna Haraway invece ha spinto fino in fondo le sue riflessioni sulle implicazioni della tecnologia e della scienza sulla vita degli esseri umani. Il cyborg, organismo cibernetico, ibrido tra macchina ed essere umano permette di comprendere come la pretesa ‘naturalità’ dell’uomo sia in realtà una costruzione culturale. Il corpo diventa territorio sperimentazione e di manipolazione. Il corpo smette dunque di essere inalterato e intoccabile: può essere trasformato e gestito a piacimento. Cade il mito che vede il corpo come sede di una naturalità opposta all’artificiosità e crolla di conseguenza il sistema di pensiero occidentale incentrato sulla contrapposizione degli opposti. Il cyborg non è né macchina né uomo, né maschio né femmina. Cadono tutti i confini e tutti i dualismi. Uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente, umano /animale ecc. In questo percorso Donna Haraway è cosi approdata a quella che J.F. Braunstein definisce zoofilia cosmica. Nel suo ‘Manifesto delle specie compagne’ e nel successivo ‘Quando le specie si incontrano’ esalta la relazione sessuale molto soddisfacente con la sua cagnetta Cayenne Pepper e i suoi baci profondi e umidi. Siamo quindi arrivati a una sorta di butlerismo reale egemonizzato dal mercato che ha saputo intercettare i desideri e le fantasie circolanti per farne prodotti liberamente acquistabili.

Il lavoro da fare per superare le risposte del mercato neoliberale capitalistico è quello di una battaglia culturale e politica profonda e senza compromessi. ‘Liberi di…liberi da ‘ lo slogan che faceva presagire una mitica età dell’oro in cui tutto sarebbe stato concesso (fors’anche l’immortalità) e non ci sarebbero stati vincoli di sorta al desiderio di onnipotenza, ha mostrato crepe insanabili.

Ci si può liberare dagli stereotipi e dalle costrizioni con un assiduo lavoro di introspezione, ma c’è una cosa da cui in nessun modo ci si può liberare: la condizione umana. Quella che Hannah Arendt ha messo al centro della sua riflessione in Vita Activa. ’La condizione umana designa ciò che segna il nostro essere al mondo, quel che non dipende da noi, che ci è dato senza averlo scelto. Ciò da cui si parte. Essa condiziona qualsiasi posizione noi assumiamo nei suoi confronti, compresa quella della sua negazione. Detto in altri termini la sua caratteristica è l’irriducibilità, rappresenta di fatto il limite primo costitutivo da cui non si può prescindere in quanto oltrepassa il nostro controllo e la nostra presa’( D.Sartori).

Questo non impedisce beninteso la nostra libertà che si sperimenta come realtà concreta nello spazio pubblico, nell’agire politico con gli altri esseri umani dando inizio a qualcosa di inedito e di inatteso. É la natalità che designa questo aspetto della condizione umana in virtù della quale siamo capaci di introdurre qualcosa di nuovo .

Per tornare alla differenza sessuale da cui siamo partiti essa non è riducibile al discorso e al linguaggio ma è un dato reale nell’accezione corrente del termine. Le teorie del gender si sono affermate e imposte sulla scia dei rivolgimenti seguiti all’onda lunga del ’68, al ‘vietato vietare’, ’l’immaginazione al potere’….come un vero e proprio imperialismo culturale. Esse hanno cancellato con un colpo di spugna il senso della differenza sessuale, che non attiene soltanto all’ordine simbolico, ma all’ordine di quei dati di fatto irriducibili che lo stesso ordine simbolico deve assumere muovendosi tra la condizione di necessità e quella di libertà. Il taglio della differenza sessuale operato dal femminismo ha rimesso in gioco la linea di demarcazione tra ciò che è possibile e ciò che non lo è. Non siamo liberi dalla condizione data ma liberi nell’attribuzione di senso di quella condizione. Dobbiamo tenere insieme i due poli, necessità/ libertà, sapendo riconoscere quel che dipende da noi e quel che non dipende da noi.

La teoria gender ha finito per dimenticare il corpo, ma il corpo è il primo confine. E non bisogna dimenticare mai che non c’è simmetria tra i sessi. C’è solo un corpo che ha la capacità di generare, quello delle donne, e non sarà certo il linguaggio che invoca un presunto ‘diritto di procreare’ a cambiare il dato puro e semplice.

Il pensiero queer, che prende le mosse da quello gender, punta all’indifferenza sessuale esaltando l’egualitarismo. In questo modo la differenza sessuale diventa una sorta di variabile corporea buona per tutti gli usi che se ne vogliano fare in continuità col sogno prometeico di liberarsi dal peso del corpo superando quella che Gunther Anders chiamava la vergogna di non essersi fatti da sé.

Il pensiero della differenza ci ha reso libere dalla coercizione di ruoli imposti e accettati come destino naturale dovuto alla nostra differenza ma ci ha ha anche liberato dalla ossessione emancipazionista che ci vuole uguali agli uomini in tutto e per tutto, neutre, rendendo insignificante la nostra differenza. Noi però non abbiamo mai dimenticato che la nostra libertà non è onnipotente, non è incondizionata ma è capace di riconoscere la condizione umana incarnata che può fondare un nuovo umanesimo a radice materna, dove la relazione madre/figli sia nuovamente centrale nel percorso del divenire umani.

Luciana Piddiu
Ferney Voltaire 31 Maggio 2023

image_print
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy