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Perché la sinistra riformista è ai margini – I quadrumviri

13 Luglio 2026 - di Luca Ricolfi

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Doveva essere l’inizio della corsa alla conquista del governo nazionale, ma non è andata benissimo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Due contestazioni, una dei disoccupati del gruppo 7 novembre, l’altra di Potere al Popolo, hanno movimentato e ritardato l’inizio dell’evento, cui comunque – forse anche per i lavori in corso nella piazza del comizio – non ha preso parte una folla oceanica.

Quello che stupisce, tuttavia, non è lo scarso successo di partecipazione, né il fatto che le idee espresse dai vari leader sulla guerra in Ucraina siano divergenti, ma il fatto che il Campo largo continui a presentarsi – nelle cene di lavoro come in piazza – del tutto privo della cosiddetta “gamba riformista”. Quello che ormai sembra prendere piede, senza che nessuno lo dichiari o lo espliciti, è una sorta di Quadriumvirato Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, che – almeno per ora – taglia fuori le forze e i gruppi più o meno organizzati della cosiddetta sinistra riformista. Mi ha colpito, ad esempio, che il leader di +Europa Riccardo Magi fosse in piazza e non sul palco con gli altri leader, pur essendo segretario di uno dei partiti che – in teoria – dovrebbero far parte del Campo largo. Come mi ha colpito l’assenza di Renzi, leader di Italia viva, che dopo la manifestazione ne ha preso esplicitamente le distanze: “spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo”. E mi hanno pure colpito le molte reazioni negative di esponenti dell’area riformista, dentro e fuori del Pd.

Dunque eccoci al punto: perché la coalizione che si sta formando nasce monca?

La risposta secondo cui la gamba riformista sarebbe ancora in formazione non pare molto convincente. E’ vero che i numerosi tentativi di dare forma all’area riformista intrapresi da figure come quelle di Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato non hanno ancora quagliato, ma questo non spiega la completa assenza di un vero dialogo fra massimalisti e riformisti.

Credo che la ragione vera sia un’altra e sia la medesima per cui, in questi giorni, ben scarsa attenzione ha ricevuto il disegno di legge di Carlo Cottarelli per costringere i partiti a indicare dove intendono prendere le risorse per attuare i loro programmi elettorali. La realtà è che dei contenuti scottanti – quelli che hanno costi seri per la finanza pubblica – nessuno vuole parlare perché, se lo si facesse, le divisioni politiche e programmatiche verrebbero immediatamente allo scoperto. Quel che unisce i quadrumviri, nonostante le apparenti divergenze, è che – sulle questioni più spinose: Ucraina, patrimoniale, reddito di cittadinanza – fondamentalmente la pensano allo stesso modo, anche se le cose che ciascuno si sente autorizzato a dire in pubblico sono un po’ diverse.

Con la sinistra riformista è diverso. Se discutessero sul serio, e avessero l’ardire di farlo alla Cottarelli – ossia con i numeri alla mano e i conti pubblici sott’occhio – le differenze programmatiche verrebbero immediatamente alla luce. Di patrimoniale, reddito di cittadinanza, rifinanziamento di sanità e scuola, deficit pubblico, pensioni minime, imposta societaria, aliquote Irpef non si potrebbe non parlare, e la distanza fra massimalisti e riformisti diventerebbe palese.

Un problema aggravato da due circostanze nuove, almeno rispetto al passato del centro-sinistra. Oggi le prospettive di crescita sono peggiori di com’erano ai tempi dei governi Prodi. E un Prodi non c’è (oppure ancora non si vede).

[articolo uscito sul Messaggero il 12 luglio 2026]

Domande in attesa di risposta – Sul governo Schlein

6 Luglio 2026 - di Luca Ricolfi

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Può anche darsi che denigrare il governo in carica, accusare Giorgia Meloni di infischiarsene dei problemi degli italiani, dipingere la premier come arroccata nel Palazzo e assetata di potere – come Elly Schlein ha fatto in una recente intervista su La7 – sia una buona strategia per acchiappare voti (anche se mi chiedo: chi guarda La7 non è già acchiappato?).

E tuttavia, da cittadino che l’anno prossimo dovrà votare alle elezioni politiche, avrei preferito che, nel largo spazio concessole dai conduttori, Elly Schlein avesse trovato modo di rispondere a qualche domanda precisa, fra le molte che gli elettori incerti si pongono. Perché è vero che il programma del Campo largo è al momento sconosciuto, ma non è pensabile che il Pd, il maggiore partito di opposizione, non abbia qualche idea ben definita su come intenderebbe governare l’Italia in caso di vittoria elettorale.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, sapere se un eventuale governo Schlein proseguirebbe la linea di rigore sui conti pubblici del governo Meloni, o se invece ritiene tale linea eccessivamente asservita ai diktat europei, e quindi non esclude di sfondare più o meno temporaneamente il tetto del 3%, magari con il lodevole intento di sollevare le sorti della sanità pubblica.

Mi piacerebbe sapere se manterrebbe l’appoggio militare all’Ucraina, e a che livello intenderebbe portare le spese per la difesa fra il 2027 e il 2032 (sopra o sotto il livello attuale?).

Mi piacerebbe sapere se, per aumentare la spesa sanitaria, intenderebbe ricorrere al deficit pubblico, a maggiori tasse, o a tagli e efficientamenti (in quali settori?).

Mi piacerebbe sapere se dobbiamo attenderci una patrimoniale, e se sì oltre quale soglia di ricchezza finanziaria o immobiliare.

Mi piacerebbe sapere se una eventuale tassa patrimoniale sarebbe una tantum (un solo anno), o pluriennale (per alcuni anni), o permanente.

Mi piacerebbe sapere se sotto il suo governo la pressione fiscale aumenterebbe ulteriormente, resterebbe invariata, o diminuirebbe.

Mi piacerebbe sapere se il suo partito ha effettuato uno studio sulle conseguenze occupazionali e fiscali del salario minimo legale.

Mi piacerebbe sapere se un governo da lei guidato cercherebbe di bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.

Infine, non meno importante di tutto il resto, la questione migratoria. È da alcuni mesi che esponenti del Pd e delle opposizioni accusano il Governo di non avere fatto abbastanza per contenere gli sbarchi e rendere effettive le espulsioni. Dobbiamo dedurne che il Pd vorrebbe interventi più severi? Se è così sarebbe utile sapere se, al riguardo, esiste un numero annuo massimo di sbarchi e un numero annuo minimo di rimpatri che il Pd considererebbe soddisfacenti.

Sarebbe altamente informativo, infine, sapere se un eventuale governo Schlein cancellerebbe i decreti sicurezza del governo precedente, e se sì con quali eventuali nuove norme li intenderebbe rimpiazzare.

Resterebbero, naturalmente, anche altre innumerevoli curiosità e domande: sui diritti gay, la gestazione per altri, il reato di stupro, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe, la politica ambientale, la politica industriale, la parità di genere, le politiche familiari, la legge elettorale, la libertà di opinione, la censura, la scuola, l’intelligenza artificiale, le norme sui telefonini, il problema della casa, gli sfratti e gli sgomberi. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Ma sono domande sulle quali noi elettori siamo abituati a ricevere dai politici risposte evasive, o generiche, o ideologiche. Meglio, allora, accontentarsi delle risposte sui temi hard dell’economia e dell’immigrazione.

Sempre che quelle risposte arrivino.

[articolo uscito sul Messaggero il 4 luglio 2026]

A proposito dei migranti bruciati vivi – E se usassimo l’esercito?

8 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Nessuno si stupisca e nessuno si indigni. Quel che è successo a Villapiana, dove due “caporali” della raccolta delle fragole hanno fatto bruciare vivi in un’automobile 4 ragazzi iper-sfruttati che reclamavano gli arretrati, è solo l’ennesimo episodio – forse il più estremo – di una realtà che si conosce da anni (almeno dalla rivolta di Rosarno, gennaio 2010) e su cui nessuno, finora, è riuscito a intervenire in modo efficace.

Ma la raccolta della frutta e della verdura è solo la punta di un iceberg molto più ampio. In un mio libro di 7 anni fa, che tracciava il profilo della “società signorile di massa”, avevo anche provato – in un paragrafo dedicato alla “infrastruttura para-schiavistica” della nostra società – a identificare e contare i vari segmenti dell’iceberg, ed ero giunto alla strabiliante stima di 3 milioni e mezzo di persone, di cui quelli come i quattro ragazzi bruciati sono la componente più fragile e trattata con la maggiore disumanità. Nessuno può sapere quanti sono esattamente, ma l’ordine di grandezza è di 200 mila persone.

Negli ultimi 15 anni, nonostante il succedersi dei governi e a dispetto di alcuni generosi tentativi di contrasto (come la legge 199 del 2016, fortemente caldeggiata da Teresa Bellanova) il fenomeno del caporalato nel lavoro agricolo stagionale non solo non è stato debellato, ma è rimasto intatto e secondo alcune stime è persino aumentato.

Perché? Come mai le organizzazioni sindacali sono per lo più assenti dai campi di raccolta? Come mai nessun governo è riuscito a incidere sulla piaga del caporalato? E dire che dalla rivolta di Rosarno a oggi di esecutivi se ne sono succeduti ben 9: Berlusconi-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni-Conte1-Conte2-Draghi-Meloni.

Credo che la ragione di questo totale insuccesso non sia strettamente politica, visto che in tre lustri non ci siamo fatti mancare nulla: governi politici e governi tecnici, governi di sinistra e governi di destra, governi riformisti e governi populisti. Le ragioni vere a me paiono essenzialmente due. La prima è che, se qualcuno riuscisse a debellare il caporalato, e lo facesse senza introdurre sussidi o esenzioni, gli effetti sui prezzi dei prodotti agricoli e relativi derivati sarebbero pesanti.

La seconda ragione è che, anche ammesso di essere pronti a fronteggiare gli effetti collaterali di un intervento massiccio contro il caporalato, non basterebbe certo mandare in giro qualche centinaio di ispettori-poliziotti-finanzieri-sindacalisti-magistrati. Le dimensioni territoriali del fenomeno sono così ampie da rendere chimerica l’idea di sconfiggerlo come si fa con le retate che aggrediscono piccoli circuiti di malaffare. Per avere successo ci vuole di più, molto di più.

Ma che cosa?

A me vengono in mente due sole risorse. La prima è l’esercito, l’unica istituzione che ha dimensioni adeguate al compito, e che si è già rivelato prezioso in altre emergenze, ad esempio nella pandemia da Covid. Ovviamente non potrebbe operare da solo e senza un indirizzo politico-amministrativo, ma la sua mera presenza nelle campagne renderebbe infinitamente più facile alle vittime del caporalato far sentire la loro voce e far valere i loro diritti elementari.

La seconda risorsa è la concordia, a partire da quella fra governo e opposizione. Quello della lotta contro l’iper-sfruttamento nei campi dovrebbe essere un terreno su cui si rinuncia ai distinguo e alle frecciate, alle recriminazioni e alle accuse reciproche. Si possono avere idee un po’ diverse, ma si può decidere di discutere in modo non ideologico. Chiedendosi quali mezzi sono più adeguati all’unico fine condiviso, anziché quali misure sono più affini alla propria ideologia.

Ne avremmo un vantaggio tutti (eccetto gli sfruttatori), dai migranti accalcati nei dormitori o piegati sotto il sole cocente, ai cittadini che non vogliono vivere in un paese in cui la schiavitù rivive in forme nuove, spesso peggiori di quelle antiche.

E forse ne avrebbero un vantaggio anche Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La prima per il consenso che mobilitare l’esercito per una causa condivisa potrebbe portare al suo governo. La seconda perché, cooperando in modo costruttivo a un grande progetto civile, potrebbe cominciare a scrollarsi di dosso l’immagine di leader incapace di qualsiasi dialogo con il governo eletto.

[articolo uscito su Messaggero il 5 giugno 2026]

Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

3 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]

Le conseguenze – Attacco alla Flotilla

25 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

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Che cosa abbia spinto l’esercito israeliano a esibirsi in un disgustoso esercizio di violenza, sopraffazione e umiliazione nei confronti dei membri della Flotilla resta per me un enigma. Così come resta un enigma se il comportamento dell’esercito sia stato ordinato dall’alto, ed eventualmente da chi (Netanyahu? Ben Gvir? vertici dell’Idf?). Probabilmente non sapremo mai la verità, o meglio non sapremo se quella che ci verrà raccontata sarà la verità o una deformazione della verità. Quello che invece si può provare a valutare sono le conseguenze che il gesto israeliano potrà produrre.

Una prima (ma tutto sommato poco probabile) conseguenza potrebbe essere un forte indebolimento dei legami fra Stati europei e Stato di Israele. Dico poco probabile perché constato che l’Unione Europea, che nel suo baldanzoso passato in nome dei diritti umani è riuscita a demonizzare democrazie come quelle austriaca, polacca e ungherese, nel caso di Israele si è ben guardata dall’assumere immediatamente una posizione chiara e risoluta. Lo stesso comunicato del nostro ministro degli Esteri, che si limita a chiedere che alla prima occasione di incontro fra i ministri degli esteri dell’Unione si discuta anche di sanzioni nei confronti di Ben Gvir (anziché nei confronti dello Stato di Israele), testimonia per l’ennesima volta la timidezza e la mancanza di unità dell’Europa. Naturalmente ben si comprendono le ragioni politiche, economiche e militari che inducono non solo l’Italia a mantenere nonostante tutto buoni rapporti con lo Stato ebraico, ma altrettanto bene si comprende che quel che è successo con la Flotilla è indigeribile per l’opinione pubblica occidentale, che può arrivare a comprendere le ragioni della violenza quando è necessaria o motivata da evidenti ragioni di sicurezza, ma non è assolutamente disposta ad accettarla quando è illegale e gratuita. Con la Flotilla si è andati oltre, si è superato un limite che anche i critici di quella missione ritengono invalicabile.

E qui veniamo alla seconda conseguenza, questa invece altamente probabile. D’ora in poi non solo gli amici dichiarati di Israele, ma pure quella robusta minoranza dell’opinione pubblica ancora disposta a comprendere le ansie di un popolo che da decenni deve affrontare una tremenda minaccia esistenziale, si troveranno silenziati e per così dire ammutoliti: la proterva arroganza del gesto compiuto verso gli attivisti della Flotilla è riuscita, in un colpo solo, a rendere la causa di Israele retoricamente indifendibile. Le buone ragioni di Israele, che pure esistono, sono destinate a essere sommerse dall’indignazione per quel gesto. Il che, sia ben chiaro, non è un bene – perché il cocktail politica & morale è avvelenato – ma è mediaticamente inevitabile.

C’è poi un’altra conseguenza, questa semplicemente drammatica: l’ennesimo impulso all’antisemitismo. Una realtà sempre esistita (anche prima di Hitler), amplificata dalla guerra di Gaza, ma ora potenzialmente dilagante. Già ora, in occidente, girare con la kippāh o tenere manifestazioni a esplicita matrice ebraica è alquanto rischioso (vedi i convegni annullati, o i manifestanti allontanati dai cortei), d’ora in poi rischia di diventare semplicemente impossibile. E non voglio nemmeno pensare a che cosa potrebbe succedere se, dopo essere stata per 80 anni una delle più convinte paladine di Israele, la Germania avviasse la rimozione del suo senso di colpa verso gli ebrei, magari in sintonia con l’ascesa dell’estrema destra (per ora non neonazista) di Alternative für Deutschland.

Ci sono infine le conseguenze strettamente politiche, alcune sulla Palestina, altre più generali. In Palestina, la radicalizzazione in senso nazionalista dell’opinione pubblica israeliana (appena testimoniata da un sondaggio Lazar Research), è destinata con ogni probabilità a seppellire (per sempre?) la “Soluzione dei due Stati”, già gravemente compromessa dall’irresponsabilità delle classi dirigenti israeliane e arabe negli ultimi tre decenni, ovvero dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin.

Sul piano internazionale, non si può non registrare – ancora una volta – che con il pretesto della sicurezza, nazionale o internazionale che sia, per le maggiori potenze sta diventando sempre più normale ignorare il diritto internazionale, violare i diritti individuali, iniziare guerre e aggredire Stati sovrani. Oggi Russia, Stati Uniti, Israele, contro Ucraina, Venezuela, Iran, Gaza, Libano. Domani la Cina con Taiwan?

[articolo uscito sul Messaggero il 23 maggio 2026]

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