Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

3 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]