A proposito dei migranti bruciati vivi – E se usassimo l’esercito?
In primo pianoPoliticaSocietàNessuno si stupisca e nessuno si indigni. Quel che è successo a Villapiana, dove due “caporali” della raccolta delle fragole hanno fatto bruciare vivi in un’automobile 4 ragazzi iper-sfruttati che reclamavano gli arretrati, è solo l’ennesimo episodio – forse il più estremo – di una realtà che si conosce da anni (almeno dalla rivolta di Rosarno, gennaio 2010) e su cui nessuno, finora, è riuscito a intervenire in modo efficace.
Ma la raccolta della frutta e della verdura è solo la punta di un iceberg molto più ampio. In un mio libro di 7 anni fa, che tracciava il profilo della “società signorile di massa”, avevo anche provato – in un paragrafo dedicato alla “infrastruttura para-schiavistica” della nostra società – a identificare e contare i vari segmenti dell’iceberg, ed ero giunto alla strabiliante stima di 3 milioni e mezzo di persone, di cui quelli come i quattro ragazzi bruciati sono la componente più fragile e trattata con la maggiore disumanità. Nessuno può sapere quanti sono esattamente, ma l’ordine di grandezza è di 200 mila persone.
Negli ultimi 15 anni, nonostante il succedersi dei governi e a dispetto di alcuni generosi tentativi di contrasto (come la legge 199 del 2016, fortemente caldeggiata da Teresa Bellanova) il fenomeno del caporalato nel lavoro agricolo stagionale non solo non è stato debellato, ma è rimasto intatto e secondo alcune stime è persino aumentato.
Perché? Come mai le organizzazioni sindacali sono per lo più assenti dai campi di raccolta? Come mai nessun governo è riuscito a incidere sulla piaga del caporalato? E dire che dalla rivolta di Rosarno a oggi di esecutivi se ne sono succeduti ben 9: Berlusconi-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni-Conte1-Conte2-Draghi-Meloni.
Credo che la ragione di questo totale insuccesso non sia strettamente politica, visto che in tre lustri non ci siamo fatti mancare nulla: governi politici e governi tecnici, governi di sinistra e governi di destra, governi riformisti e governi populisti. Le ragioni vere a me paiono essenzialmente due. La prima è che, se qualcuno riuscisse a debellare il caporalato, e lo facesse senza introdurre sussidi o esenzioni, gli effetti sui prezzi dei prodotti agricoli e relativi derivati sarebbero pesanti.
La seconda ragione è che, anche ammesso di essere pronti a fronteggiare gli effetti collaterali di un intervento massiccio contro il caporalato, non basterebbe certo mandare in giro qualche centinaio di ispettori-poliziotti-finanzieri-sindacalisti-magistrati. Le dimensioni territoriali del fenomeno sono così ampie da rendere chimerica l’idea di sconfiggerlo come si fa con le retate che aggrediscono piccoli circuiti di malaffare. Per avere successo ci vuole di più, molto di più.
Ma che cosa?
A me vengono in mente due sole risorse. La prima è l’esercito, l’unica istituzione che ha dimensioni adeguate al compito, e che si è già rivelato prezioso in altre emergenze, ad esempio nella pandemia da Covid. Ovviamente non potrebbe operare da solo e senza un indirizzo politico-amministrativo, ma la sua mera presenza nelle campagne renderebbe infinitamente più facile alle vittime del caporalato far sentire la loro voce e far valere i loro diritti elementari.
La seconda risorsa è la concordia, a partire da quella fra governo e opposizione. Quello della lotta contro l’iper-sfruttamento nei campi dovrebbe essere un terreno su cui si rinuncia ai distinguo e alle frecciate, alle recriminazioni e alle accuse reciproche. Si possono avere idee un po’ diverse, ma si può decidere di discutere in modo non ideologico. Chiedendosi quali mezzi sono più adeguati all’unico fine condiviso, anziché quali misure sono più affini alla propria ideologia.
Ne avremmo un vantaggio tutti (eccetto gli sfruttatori), dai migranti accalcati nei dormitori o piegati sotto il sole cocente, ai cittadini che non vogliono vivere in un paese in cui la schiavitù rivive in forme nuove, spesso peggiori di quelle antiche.
E forse ne avrebbero un vantaggio anche Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La prima per il consenso che mobilitare l’esercito per una causa condivisa potrebbe portare al suo governo. La seconda perché, cooperando in modo costruttivo a un grande progetto civile, potrebbe cominciare a scrollarsi di dosso l’immagine di leader incapace di qualsiasi dialogo con il governo eletto.
[articolo uscito su Messaggero il 5 giugno 2026]


