Dietro i saccheggi niente

La violenza è sempre condannabile, ma dobbiamo capire le motivazioni che le stanno dietro. Il ritornello echeggia dal 1968, ma raramente è stato ripetuto con tanta petulante frequenza come nell’ultima settimana.

E allora proviamoci, a capire le motivazioni. Una interessante inchiesta del Post rivela che “pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per che cosa si stava protestando” e “nessuno ha dato una motivazione politica al saccheggio”. C’è chi ha rubato perché voleva “provare emozioni”, chi ha preso parte agli eventi “per curiosità e spinto dall’entusiasmo”. Quasi tutti hanno cercato di filmare e condividere sui social le loro gesta, molti erano convinti che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi si limitava a rubare la merce.

Bene, e adesso che sappiamo le motivazioni?

Adesso che le sappiamo, sarebbe opportuno che chi si è chiesto che cosa ci fosse dietro i saccheggi, e si è risposto con la solita sfilza di “cause sociali” (bassi salari, scuole fatiscenti, affitti carissimi, periferie abbandonate, sanità allo sbando), ragioni culturali (“disagio giovanile”, “futuro rubato”), motivazioni politiche (eccidi di Gaza, riarmo europeo), cominciasse a separare le cose: infiniti e perfettamente legittimi possono essere i motivi alla base delle manifestazioni pacifiche di queste settimane, ma nessuno di essi può non dico giustificare, ma nemmeno spiegare l’ondata di saccheggi che ha travolto Milano e indotto il governo all’ennesimo giro di vite securitario. Dietro quella ondata non ci sono motivazioni o rivendicazioni, e vedercele significa solo proiettare le proprie credenze politiche su un fenomeno che di politico non ha avuto nulla. Un fenomeno che, a quanto sta emergendo in queste ore, è stato artificialmente costruito da un italiano di seconda generazione, super-integrato, super-istruito, super- privilegiato rispetto alla maggior parte dei coetanei che ha voluto mandare allo sbaraglio.

Il fatto di condannare la violenza ogni volta aggiungendo quel “ma”, quel “però”, sempre alla ricerca di eventuali buone ragioni, è pericoloso anche quando le buone ragioni ci sono. Anzi, è tanto più pericoloso quanto più le ragioni sono buone. È strano che il mondo progressista non se ne renda conto, eppure il rischio dovrebbe essere chiaro: se l’esercizio della violenza fa scattare la ricerca delle buone ragioni che potrebbero starle dietro, il messaggio che si invia è che la violenza paga, perché accende un faro sulle istanze dei violenti, reali o inesistenti che siano.

Non solo, ma più si dà retta a quelle istanze, più si lasciano in ombra quelle di chi protesta pacificamente, così accreditando l’idea che la violenza sia uno strumento  efficace. Un esito tanto più iniquo in una situazione in cui le risorse pubbliche sono limitatissime, e perciò ogni rivendicazione soddisfatta toglie spazio a tutte le altre.

Molto più ragionevole, e soprattutto molto più giusto, sarebbe che la politica – tutta la politica – capovolgesse lo schema che fin qui sembra averne guidato tanti protagonisti: il ricorso alla violenza non segnala affatto l’importanza, la meritorietà o la drammaticità di una causa, ma semmai la squalifica a fronte di tutte le cause che alla violenza rinunciano.

La democrazia è anche questo. Se lo dimentichiamo, ne abbiamo già cancellato la maggiore virtù: permetterci di far valere le nostre ragioni con la parola, la scrittura  e la piazza, senza ricorrere all’uso della forza.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 ottobre 2026]




A proposito di premio Goncourt e Intelligenza Artificiale – Fine dell’autore?

Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo: uno dopo l’altro, vari scrittori e scrittrici vengono accusate di non essere gli autori delle proprie opere. Ma non in quanto le avrebbero copiate da altri autori (il classico reato di plagio) bensì perché si sospetta che a scrivere quelle opere sia stata l’Intelligenza Artificiale (IA), o siano stati loro stessi con un pesante ricorso all’IA.

Il caso che ha fatto più clamore è stato quello di Thélison Orélien, autore di un romanzo autobiografico (C’était ça ou mourir), escluso dal premio Goncourt per sospetti di non autenticità dell’opera. Ma ci sono stati anche i casi di Jerry Falade (Call me, I’ll Hide the Body), e di Mia Ballard (Shy Girl). Il primo è stato oggetto di un’asta milionaria fra case editrici, e si è concluso (per ora) con il ritiro del manoscritto dal mercato. Una sorte simile era capitata pochi mesi prima al romanzo horror di Mia Ballard. Ad agitare ulteriormente le acque, la circostanza che tutti e tre gli autori accusati di massiccio ricorso all’Intelligenza Artificiale sono neri, con conseguenti polemiche, accuse e controaccuse di razzismo e discriminazione.

Questi casi sono spiazzanti per le case editrici, perché i medesimi software usati per verificare la non autenticità di opere dei giorni nostri hanno fallito clamorosamente al momento di valutare l’autenticità di capolavori classici: se un software di verifica asserisce che Il vecchio e il mare (romanzo di Hemingway) è opera dell’AI, come si fa a usare quel software (o software analoghi) per escludere un concorrente da un premio letterario? E se non esiste un modo di sapere se un’opera è autenticamente umana oppure no, che senso hanno ancora i premi all’autore?

Che fare, dunque?

Al momento si stanno delineando due linee di risposta, entrambe a danno esclusivo degli autori (peraltro già vessati dalla pirateria digitale e dai saccheggi dell’AI). La prima è di pretendere che l’autore consegni alla casa editrice non solo il testo finale, ma le tracce informatiche e non informatiche dell’intero processo creativo (appunti, modifiche, consultazioni dell’AI). La seconda è di inserire nei contratti clausole di non ricorso o ricorso limitato all’AI, con obbligo di restituzione dell’anticipo nel caso successivamente emerga il mancato rispetto della clausola di autenticità.

L’unica alternativa finora emersa a queste linee di risposta anti-autori pare essere quella – corporativa – dell’associazione degli scrittori americani, che vorrebbe istituire un registro pubblico di autori “puri” (che non ricorrono all’AI), con conseguente bollino da applicare sulle copertine dei libri.

La mia impressione, però, è che queste siano reazioni a caldo, e che prima o poi a prevalere sarà l’idea che il ricorso all’AI è normale e inevitabile, sia nella saggistica sia nella letteratura. Perché, in fondo, al pubblico interessa che l’opera funzioni, e agli editori che venda, non che sia creata da un essere umano. Con il tempo le case editrici si accorgeranno che il bollino di autenticità appassiona solo una minoranza dei lettori (come già oggi succede con l’informazione cartacea), e che si possono benissimo concedere generosi anticipi sulla sola base delle vendite attese, senza sindacare troppo su chi sia il “vero” autore dell’opera.

Ci piace, che le cose vadano così?

A me non tanto, anzi per niente. Ma con i progressi dell’intelligenza artificiale sarebbe saggio non illuderci troppo e adottare una prospettiva realistica. Fra le innumerevoli sue conseguenze, alcune positive altre catastrofiche, è il caso di annoverare la crisi del talento intellettuale, messo fuori gioco dalla enorme, accresciuta, difficoltà di valutarlo. Ballerini, cantanti, calciatori, attori sono ancora in grado di far valere i propri talenti mettendoli in scena, come in modo pirotecnico accade nei talent show. Così, più sobriamente, riescono ancora a farsi valere scultori, pittori, musicisti, atleti.

Scrittori, scienziati, studiosi, letterati, critici, intellettuali invece no, o sempre di meno: per millenni sono stati valutati attraverso le loro opere, oggi solo dal vivo possiamo essere certi che a parlare siano loro, e non il software che ne ha preso il posto.

Poco male, si potrebbe pensare, stiamo parlando di minoranze più o meno elitarie. Ma non è così, o meglio è solo apparentemente così. Lo sviluppo e la valutazione del talento intellettuale sono sempre stati la stella polare dell’insegnamento, nella scuola come nell’università. Così come sono stati uno dei principali strumenti di avanzamento sociale, a dispetto dei privilegi del ceto e dell’origine.

Con l’avvento dell’AI tutto è cambiato. La possibilità di ricorrere all’Intelligenza artificiale rende del tutto inutile, e spesso terribilmente fuorviante, la valutazione mediante prove scritte, e meno che mai mediante testi composti a casa, in solitudine. Il talento intellettuale, che tipicamente si manifestava in opere scritte, è diventato intrinsecamente non riconoscibile, a tutto danno di chi nel proprio talento aveva uno dei pochi strumenti di emancipazione.

La vicenda del premio Goncurt è stata solo un assaggio.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 ottobre 2026]




Quello che i sondaggi non dicono – La partita a scacchi elettorale

Non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà, ma già impazzano le previsioni sull’esito del voto. Una quindicina di istituti sfornano a getto continuo stime dei consensi che le varie forze politiche, e soprattutto le possibili coalizioni, otterrebbero se si votasse oggi. Trasmissioni televisive e talk show si beano di uno 0.2 per cento in più o in meno, fingendo di credere che davvero “nell’ultima settimana” qualcosa si sia mosso, come non sapessero perfettamente che qualche decimale in più o in meno non significa nulla, essendo ampiamente compreso entro il margine di errore statistico. In questa situazione, le uniche informazioni attendibili vengono dalla super-media dei sondaggi periodicamente calcolata da YouTrend (che neutralizza parte dell’errore statistico), e dai cambiamenti di medio periodo nei casi in cui sono di almeno 1-2 punti percentuali. E il riassunto è presto fatto: dall’inizio dell’anno due partiti (Fratelli d’Italia e Lega) hanno perso circa 3 punti ciascuno, Forza Italia ne ha perso 1, e buona parte del bottino totale è andato a Futuro nazionale, il nuovo partito di Vannacci, che ora veleggia fra il 7 e l’8% dei consensi. Sul fronte del centro-sinistra calma piatta, salvo una lieve riduzione della distanza fra Pd e Cinquestelle, a favore di questi ultimi. Quanto alle coalizioni classiche (centro destra di governo e Campo largo), si sono indebolite entrambe: di circa 7 punti quella governativa, di circa 1 punto quella dell’opposizione. Di qui la deduzione, da parte di numerosi osservatori, che in caso di elezioni a vincerle e acchiappare il premio di maggioranza sarebbe l’opposizione di sinistra. Risultato che si ribalterebbe nel caso il centro-destra imbarcasse il generale Vannacci e il suo partito.

Ma sono realistiche queste previsioni?

No, non lo sono per niente. E questo per una ragione tecnica ben precisa: i sondaggi su cui sono basate rilevano la domanda politica (a chi vanno le simpatie degli elettori) ma ignorano del tutto l’offerta politica, e cioè con quali alleanze i vari partiti andranno al voto. È come se gli istituti di sondaggio, in mancanza di coalizioni già formate e ben definite, assumessero uno scenario di tipo proporzionale, in cui l’elettore deve semplicemente scegliere un partito. Ma la legge elettorale che il Parlamento si accinge ad approvare non è di tipo proporzionale, dal momento che prevede un premio di maggioranza che inevitabilmente spinge a formare coalizioni ampie. E il voto di molti elettori non dipende solo da quale partito preferiscono, ma anche dalla coalizione di cui il partito fa parte e – nel caso del centro sinistra – da chi sarà il candidato premier.

A quanto ne so, nessun sondaggio ha ancora provato a sottoporre all’elettorato scenari di offerta politica alternativi e completi, per testare come la struttura dell’offerta politica modificherebbe i comportamenti elettorali. E se ne capisce anche la ragione: allo stato attuale gli scenari logicamente possibili sono ben 8, che diventano 16 se si considera l’eventualità di un quinto polo di estrema sinistra (partito di Di Battista, o rassemblement dei partitini comunisti).

Insomma, nessuno sa che cosa cambierebbe se Vannacci stesse fuori o dentro la coalizione di destra, che cosa cambierebbe se Renzi stesse fuori o dentro il Campo largo, che cosa cambierebbe se a guidare il centro-sinistra fosse Schlein oppure Conte. Soprattutto, nessuno sa come reagirebbe l’elettorato di destra nel caso Giorgia Meloni non si alleasse con Vannacci e facesse appello al voto utile. E meno che mai sappiamo quanto astensionismo in più o in meno, e a spese di chi, le varie possibili offerte politiche trascinerebbero con sé.

Forse dovremmo cominciare a pensare che l’esito del voto – come quasi sempre è stato nella seconda Repubblica – dipende più dall’offerta che dalla domanda politica. Le elezioni sono sempre un esercizio di democrazia, ma – con le leggi elettorali che ci siamo dati fin qui – il loro esito assomiglia più a quello di una partita a scacchi che a quello di una consultazione popolare.

[articolo uscito sul Messaggero il 28 settembre 2026]




A proposito del ritorno dei socialdemocratici – Lezione svedese

Adesso è ufficiale: le elezioni in Svezia le ha vinte la sinistra, il premier conservatore Kristersson si è dimesso, il temuto ingresso al governo dei Democratici Svedesi (partito di estrema destra anti-migranti, guidato da Jimmie Åkesson) non avverrà, la barra del timone ritorna in mano alla socialdemocratica Magdalena Andersson.

Una boccata di ossigeno per la sinistra, che ormai – nell’Unione Europea – era al governo in appena 4 paesi su 27. Precisamente: in Spagna, Danimarca, Lituania, Malta.

Ora si aggiunge la Svezia, da sempre punto di riferimento delle politiche progressiste.

Questa, però, è solo una parte della storia. Se vogliamo capire il voto svedese, e più in generale lo stato di salute della sinistra in Europa, dobbiamo tenere conto anche di altri fattori.

Primo elemento: in Svezia, paradossalmente, a spianare la strada al ritorno della sinistra al governo è stata la destra stessa. L’ascesa della destra, nel 2022, era avvenuta anche perché sotto i governi precedenti (socialdemocratici) vi era stata un’esplosione di violenza, legata anche all’immigrazione. E il governo moderato di Kristersson, appoggiato dall’esterno dai Democratici Svedesi, quell’ondata di violenza era stato capace di contenerla (-30% di omicidi). In poche parole: era riuscito nel miracolo di attuare politiche “legge e ordine” senza però concedere l’accesso al governo agli estremisti di Jimmie Åkesson. Accesso che invece ora, nel caso di una vittoria travolgente dell’estrema destra, sarebbe stato praticamente certo. In poche parole: il governo moderato uscente è apparso al tempo stesso superfluo, perché il lavoro repressivo era già stato fatto, e temibile perché minacciava di portare al governo l’estrema destra.

Ma c’è anche un secondo elemento che ha favorito il ritorno dei socialdemocratici al potere: la ripetuta, sincera, autocritica dei socialdemocratici e della loro leader Magdalena Andersson, che specie nella fase finale della campagna elettorale aveva finalmente riconosciuto apertamente i propri errori in materia di governo dei flussi migratori.

Di qui il cocktail perfetto: la destra moderata fa intravedere il possibile accesso al potere della destra estrema, mentre la sinistra moderata si candida a tornare al governo giurando di aver inteso la lezione. E l’elettorato, che dalla destra ha avuto quel che voleva (meno delitti), torna ad affidarsi a una sinistra che si presenta con l’umiltà di chi ha capito di aver sbagliato.

Ma è allargando lo sguardo al resto d’Europa che le cose si fanno più interessanti. Entrambi i paesi di tradizione occidentale in cui la sinistra è ancora al potere – la Danimarca e Malta – sono governati da partiti che, sull’immigrazione, attuano politiche restrittive, qui da noi sbrigativamente etichettate come “di destra”. Solo in Spagna è dato osservare una sinistra che è al potere e attua politiche aperturiste in materia migratoria.

Ma ancora per quanto?

La crisi di Ceuta lascia supporre che, anche qui, le cose possano evolvere in una direzione più europea, dove per “europea”, naturalmente, intendo più in linea con gli indirizzi restrittivi del recente Patto di Migrazione e Asilo.

I sondaggi più recenti condotti in Spagna segnalano una crescita molto rapida dell’estrema destra di Vox, oltreché un indebolimento delle forze della coalizione progressista Sumar, alleata del Partito Socialista del premier Sanchez. Ma soprattutto segnalano che una netta maggioranza della popolazione considera quella avvenuta a Ceuta un’invasione, e teme un grave deterioramento dei rapporti con il Marocco, da molti considerato l’ispiratore di tale invasione.

È una lezione per la sinistra di casa nostra?

Forse sì, forse no. In ogni caso è un bivio: seguire il modello aperturista di Pedro Sanchez, o incamminarsi sulla strada che ha riportato al governo i socialdemocratici di Mette Frederiksen in Danimarca e Magdalena Andersson in Svezia?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 settembre 2026]




L’avanzata di AfD in Germania – Il problema non è solo l’Europa

La travolgente vittoria di Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni in Sassonia-Anhalt (primo partito, con il 44% dei consensi) ha suscitato preoccupazione, timore, sconforto in Germania e nel resto d’Europa. Uno smarrimento che è diventato angoscia quando il conteggio dei seggi ha rivelato che, ove stringesse un’alleanza con la BSW di Sahra Wagenknecht (partito di sinistra ma anti-migranti), la AfD potrebbe tranquillamente insediarsi al governo di quel Land, situato nella ex Germania-Est.

Lo sconforto dei progressiti è comprensibile, ma controproducente: parlare di neo-nazismo, “onda nera”, “buio sopra Berlino” è la via maestra per non capire quel che è successo. Ma anche le reazioni dei conservatori, che danno buona parte della colpa alle politiche e alle non-politiche dell’establishment europeo, sono alquanto fuori bersaglio. Certo, si può osservare che l’autolesionismo dell’Europa viene da lontano, anzi da lontanissimo (Giulio Tremonti ne fece una diagnosi spietata ben 21 anni fa nel suo libro Rischi fatali), e che il green deal – con conseguente smantellamento accelerato dell’industria europea – ha dato il colpo di grazia. E tuttavia, a mio parere, addossare tutta la colpa all’Europa e alla sua classe dirigente, è un errore di prospettiva.

L’avanzata delle destre fa parte di un fenomeno molto più generale, in atto da decenni ma esploso a partire dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008: l’ascesa dei populismi, di destra e di sinistra. Ci sono robuste evidenze empiriche secondo cui la miccia che fa decollare i consensi ai partiti populisti è la domanda di protezione che – implacabilmente – scatta nell’elettorato quando insicurezza economica e insicurezza sociale si combinano nel medesimo cocktail, come è successo sia negli anni della crisi finanziaria (2007-12) sia in quelli della guerra in Ucraina (2022-26).  Che poi le preoccupazioni economiche portino voti soprattutto ai partiti populisti di sinistra, e quelle sociali (paura della criminalità, dell’immigrazione e del terrorismo) ai partiti populisti di destra, è meno importante dell’elemento che hanno in comune: una drammatica, intensissima domanda di protezione (detto per inciso: il partito della Wagenknecht, un partito di sinistra anti-migranti, è la perfetta illustrazione della affinità e compatibilità fra i due tipi di domanda di protezione).

Ma torniamo alla classe dirigente europea, la cui mancanza di coesione, lungimiranza, e sensibilità politica non si sottolineerà mai abbastanza. Perché, nonostante tutto ciò, è fuorviante indicarla come la causa principale del disastro?

La ragione è relativamente semplice. Se l’avanzata delle destre cosiddette estreme o radicali è innanzitutto un aspetto del problema ben più ampio dell’avanzata dei populismi – e in particolare di quelli di destra – nel cuore delle democrazie occidentali, non possiamo non notare che tale avanzata avviene anche al di fuori dell’Unione Europea. I populisti sono vivi e vegeti (e non di rado al potere) negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Norvegia, in Svizzera. Se tutta o buona parte della colpa fosse dell’Europa, nei paesi che ne sono fuori il populismo avrebbe ben poco seguito.  E invece no, i partiti ostili all’immigrazione hanno un largo seguito in tutti e quattro quei paesi.

Questo significa una cosa soltanto: i problemi dell’immigrazione sono così ardui che (quasi) nessuno Stato democratico è in grado di gestirli in modo soddisfacente, nemmeno quando è libero (o si è liberato) dai vincoli europei. Possiamo rimproverare l’Europa, la sua corte di Giustizia, i suoi regolamenti, le sue norme iper-garantiste, di aver reso ancora più ardui i problemi posti dall’immigrazione. Ma non possiamo illuderci che, fuori dell’Europa, ciò che era difficilissimo diventi miracolosamente facile.

[articolo uscito sul Messaggero il 12 settembre 2026]