A proposito dei “dublinanti” – Una corsa contro il tempo

Che sulla questione migranti le forze politiche facciano il loro gioco, e lo facciano spudoratamente, rientra nell’ordine delle cose. Tanto più se, come accade oggi in diversi paesi europei, ci sono elezioni in vista.

Ma come osservatori e studiosi dovremmo avere un altro genere di priorità: provare a capire che cosa sta succedendo. Più esattamente: che cosa cambia con il nuovo regolamento per la gestione dei migranti varato dall’Europa due anni fa e entrato in vigore nel giugno scorso. Un regolamento che il governo difende a spada tratta in quanto più severo rispetto al regolamento precedente (Dublino III), e l’opposizione respinge in quanto “non tutela abbastanza i Paesi di primo approdo, è pericoloso sui diritti umani e non scommette su canali d’ingresso legali”.

Dunque, andando al punto: che cosa cambia?

La prima cosa che salta agli occhi è che il nuovo regolamento è illeggibile per una persona normale, in quanto zeppo di rimandi a norme e regolamenti precedenti, che ne impediscono una lettura organica. In breve: manca un Testo Unico sul problema migratorio. La seconda cosa che salta agli occhi è che diversi meccanismi (a partire da quelli di solidarietà, che dovrebbero favorire l’Italia) non sono automatici e regolati da norme univoche, ma comportano passaggi politici e amministrativi dagli esisti incerti. Colpisce, in particolare, che la solidarietà (che dovrebbe alleggerire il fardello di Italia-Grecia-Spagna) non sia automatica, mente l’obbligo di riprendersi i migranti sbarcati in Italia ma trasferitisi all’estero, quando scatta, è tassativo.

Per quel che sono riuscito a capire, funziona così: il migrante che dall’Italia è passato in Germania (o in altro paese Ue), per un certo numero di mesi (12 con il vecchio regolamento, 20 con quello nuovo) resta in carico all’Italia (paese di primo ingresso) anche se si trova in Germania, ma trascorso quel numero di mesi  senza che la Germania lo ritrasferisca in Italia passa automaticamente in carico alla Germania stessa. Di qui una doppia corsa contro il tempo: l’Italia ha interesse che il migrante resti in Germania oltre la data spartiacque che obbligherà la Germania a occuparsene, la Germania – al contrario – ha interesse a trasferire i migranti in Italia prima della data spartiacque, perché se non lo fa il migrante passa in carico alla Germania stessa. È questa, per inciso, la vera ragione per cui tanti paesi stanno chiedendo all’Italia di riprendersi i migranti che risiedono sul loro territorio: crisi di Ceuta e chiusura di Schengen con la Spagna non c’entrano nulla, tanto è vero che la Spagna non è fra i paesi che ci chiedono di riprendere i “nostri” migranti.

Il vero problema, per l’Italia, è che – con le nuove regole, e in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia UE (5 marzo 2026) – non potrà più dire di no, come invece l’attuale governo era riuscito a fare fin qui, quasi azzerando il numero di “dublinanti” restituiti all’Italia.

Naturalmente resta vero che molte novità, come la lista dei paesi sicuri, le procedure accelerate di frontiera, gli “hub di rimpatrio” fuori della Ue, sono – almeno sulla carta – un passo avanti rispetto al passato. Ma restano alcuni dubbi di fondo.

Il primo:  la macchina amministrativa che dovrà gestire le “procedure accelerate di frontiera” sarà in grado di accorciare i tempi di esame delle domande stesse?

Il secondo: la magistratura continuerà a rendere praticamente impossibile l’utilizzo dei centri per migranti costruiti in Albania?

Infine, il dubbio dei dubbi: siamo sicuri che quello che preoccupa l’opinione pubblica sia la presenza di troppi migranti irregolari, e non piuttosto l’impossibilità (pratica e giuridica) di rispedirli al loro paese quando commettono reati?

Giusto per dare alcuni ordini di grandezza: gli stranieri rimpatriati per la loro pericolosità sono meno di 100 l’anno, gli stranieri effettivamente espulsi sono dell’ordine di qualche migliaio, ma gli stranieri arrestati per aver commesso reati sono nell’ordine delle centinaia di migliaia l’anno. Come dire che lo straniero che commette uno o più reati ha oltre il 99% di probabilità di restare nel nostro paese.

Su questo il nuovo patto di emigrazione e asilo tace, perché il problema è demandato a un apposito regolamento, già approvato (il 17 giugno 2026) ma non ancora entrato in vigore. Credo che sarà soprattutto su quest’ultimo che vi sarà materia su cui riflettere.

[articolo uscito sul Messaggero il 24 agosto 2026]




A proposito della nuova legge elettorale – Il miraggio della stabilità

Fra meno di un mese riprende, al Senato, la discussione sulla nuova legge elettorale, che introduce una importante novità: il premio di maggioranza per la coalizione vincente. Un premio abbastanza cospicuo da assicurare una maggioranza in entrambi i rami del parlamento, ma che scatta solo se la coalizione vincente raggiunge la soglia del 42% in entrambi i rami del parlamento.

La ratio della nuova legge – non a caso battezzata “Stabilicum” – è chiara, ed è stata ben esplicitata da diversi esponenti della maggioranza: la cosa più importante non è chi vince, ma che – in Parlamento – il vincitore abbia i numeri per formare un governo stabile. L’alternativa da evitare non è che vincano “gli altri”, ma che non vinca nessuno, e nascano governi pasticciati e instabili, sottoposti ai ricatti di chiunque risulti decisivo per assicurare la maggioranza dei seggi in parlamento. In breve: la nuova legge nasce per evitare la palude, i governi tecnici, le larghe intese, eccetera.

Apparentemente, il ragionamento non fa una grinza. Ci sono due però grandi come una casa, tuttavia. Il primo è che la legge è scritta in modo tale da rendere particolarmente difficile il raggiungimento della soglia del 42%. Nel conteggio dei voti che concorrono al raggiungimento della soglia, infatti, sono escluse tutte le forze politiche che non superano lo sbarramento del 3%, eccetto la prima sotto-soglia. Allo stato attuale, ad esempio, sono a rischio di restare sotto-soglia Italia Viva, +Europa, Noi Moderati. E lo sarebbero pure Azione e il Partito Liberaldemocratico, ove decidessero di coalizzarsi con uno dei due schieramenti. Insomma: in ciascuna delle due coalizioni maggiori, c’è un solo posto per i piccolini.

Questo non è un problema per il centro-destra, sia che includa Vannacci, sia che lo escluda (solo Noi Moderati andrebbe sotto il 3%, e si salverebbe in quanto primo piccolino sotto-soglia).  Ma è un enorme problema (o una succulenta opportunità) per il Campo largo, dove i partitini sotto-soglia sono già 2 (Italia Viva e +Europa) e potrebbero diventare molti di più se i vari aspiranti “federatori” (Onorato, Ruffini, Sala, ecc.) avessero la malaugurata idea di presentare proprie liste. Molto meglio, per la coalizione di sinistra, un listone unico riformista, con Italia Viva, + Europa, e i vari aspiranti federatori, in modo da non disperdere voti (di qui la succulenta opportunità). Senza la gamba riformista, infatti, il centro-sinistra (Pd + Cinquestelle + Avs) è un pelo sotto il 42%, come del resto il centro-destra senza Vannacci. Insomma, entrambi gli schieramenti, per sperare di acciuffare il 42%, sembrano aver bisogno dei loro alleati più irrequieti e discussi (Vannacci a destra, i riformisti a sinistra).

E qui arriva il secondo però. Ammettiamo che almeno una delle due coalizioni, grazie all’apporto dei suoi “irrequieti”, raggiunga il 42%, e ottenga il premio di maggioranza. Ne risulterebbe un governo stabile?

In base all’esperienza storica della seconda Repubblica è lecito dubitarne. I governi di centro-sinistra guidati da Romano Prodi sono stati sempre terremotati dall’interno, una prima volta da sinistra (Bertinotti, 1998), una seconda volta dal centro (Mastella, 2008). Quanto ai governi di centro-destra, sono durati un’intera legislatura solo quando a guidarli sono stati leader forti e partiti coesi (Berlusconi nel 2001-2006, Meloni nel 2022-2026). Da questo punto di vista ben si comprende l’esitazione di Meloni a imbarcare Vannacci, ma anche quella di Schlein e Conte a imbarcare Renzi e i suoi. La mina che fa esplodere un governo, infatti, può venire dall’ala estrema della coalizione (Bertinotti, Vannacci), ma altrettanto da quella moderata (Mastella, Renzi).

Di qui il paradosso della nuova legge elettorale: il miraggio del premio di maggioranza induce ad allargare il perimetro delle coalizioni, ma l’ingresso di forze non omogenee al resto della coalizione pone una seria ipoteca sulla durata del governo che verrà. Forse è il caso di prenderne atto: la stabilità è un valore, ma non c’è legge elettorale che possa garantirla.

[articolo uscito sul Messaggero il 18 agosto 2026]




In margine all’invasione di Ceuta – Il lodo migranti

Può darsi che i saggi propositi espressi da molti governi nella recente riunione dei ministri dell’interno restino lettera morta. Però si deve riconoscere che è la prima volta che l’Europa, o meglio la maggioranza dei paesi europei, fa emergere una linea politica che non elude il problema.

Importante è l’idea degli hub esterni al territorio europeo. Importante è l’impegno a contrastare le partenze e il traffico di esseri umani. Importante è il principio dei rimpatri di quanti non hanno diritto di stare in Europa.

Ma fra tutte le dichiarazioni riportate dalle agenzie, meritano particolare attenzione quelle che hanno sottolineato la necessità di usare l’enorme potere economico dell’Unione Europea per ottenere la collaborazione dei paesi da cui provengono più migranti. Con le parole del ministro Piantedosi: “Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione”. Sembra un principio ovvio di reciprocità, ma la realtà è che finora l’Europa ne ha fatto uno scarsissimo uso: “Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione”.

Far viaggiare insieme la diplomazia economica e le politiche migratorie è certamente un passaggio cruciale. Ma basterà?

Su questo ho almeno due dubbi di segno opposto. Il primo è che buona parte delle cose che nei vertici europei si immaginano come fattibili, in realtà lo sono ben poco perché è il diritto europeo stesso (e in parte quello dei singoli paesi) a renderle impraticabili, o quantomeno di assai complicata attuazione. Troppe regole vigenti non sono automatiche bensì soggette alla valutazione soggettiva dei giudici, troppe procedure sono farraginose e iper-garantiste, spesso in aperto contrasto con il senso comune (è il caso delle regole che, di fatto, consentono a soggetti pericolosi e autori di gravi reati di restare nel paese che li ospita). Se questo sistema di regole dovesse restare invariato, ogni sforzo della politica di governare l’immigrazione risulterebbe vano.

Ho anche un secondo dubbio, però, questa volta pro-migranti. Quello che mi chiedo è se la prospettiva delle regolarizzazioni non dovrebbe entrare a far parte della nuova politica europea, rendendo più saggio e umano l’auspicabile nuovo corso rigorista. Naturalmente conosco l’obiezione: così si dà un segnale di debolezza, che può tramutarsi in un fattore di attrazione (il cosiddetto pull factor), come si è appena visto in Spagna. Sanatorie e regolarizzazioni rafforzano la credenza che, una volta entrati – non importa in che modo – prima o poi arriverà un provvedimento che sanerà la situazione.

Ma esiste una contro-obiezione: una eventuale regolarizzazione suonerebbe in modo del tutto differente se fosse preceduta da una rigorosa politica di rimpatrio non dico di tutti i non aventi diritto (che sono troppi), ma almeno di chi ha commesso reati. Perché quel che fa imbestialire l’opinione pubblica non è che ci siano diverse centinaia di migliaia di immigrati irregolari, ma che il loro tasso di criminalità sia 20 o 30 volte quello degli italiani, che i loro reati restino quasi sempre impuniti, che sia difficilissimo rimpatriarli.

Quello di cui l’Europa e ancora più l’Italia avrebbero bisogno è una sorta di scambio, o lodo migratorio: molti più rimpatri oggi in cambio di una grande regolarizzazione domani, che diverrebbe accettabile proprio perché nel frattempo la politica dei rimpatri avrebbe mostrato che, in Europa, si fa finalmente sul serio.

La questione migratoria è troppo grande per affrontarla con un solo registro, accoglienza indiscriminata o pugno di ferro. Il problema è “solo” che, per avere successo, il lodo migratorio avrebbe bisogno della piena cooperazione di governo e opposizione, chiunque sia al governo e chiunque sia all’opposizione. Era già successo, e aveva funzionato, ai tempi del terrorismo, che fu sconfitto proprio perché alla fine – nonostante frizioni e distinguo – tutte le forze politiche si erano ritrovate dalla medesima parte: la difesa dello Stato.

Perché non può risuccedere oggi?

[articolo uscito sul Messaggero il 6 agosto 2026]




Perché nuove leggi non bastano – L’hardware del sistema penale

Come era ampiamente prevedibile, anche sul tema del riconoscimento facciale governo e opposizione recitano le consuete parti in commedia. Il governo ritiene che alcune libertà (a partire da quelle connesse alla privacy) possano essere limitate, se non sacrificate, in nome della sicurezza. L’opposizione contesta qualsiasi nuova norma che permetta alle forze dell’ordine di sorvegliare o schedare i cittadini, tantopiù in mancanza di specifiche autorizzazioni da parte della magistratura.

Apparentemente è il classico trade-off delle politiche securitarie: se vuoi più sicurezza devi rinunciare a qualche libertà, se vuoi più libertà devi accettare meno sicurezza.  In generale forse è così, ma in questo caso ci sono alcuni conti che non tornano.

Non torna, ad esempio, che l’indignazione per le possibili schedature e profilazioni scatti quando la loro giustificazione è la lotta al terrorismo, ma risulti assolutamente silente in tutti gli altri casi. Noi siamo continuamente osservati, registrati, schedati dalle ubique telecamere di sorveglianza, dagli algoritmi che incessantemente registrano le nostre scelte di consumatori, per non parlare delle conversazioni private che finiscono su Google. Come mai questo aspetto della privacy non sembra starci a cuore?

Ma quel che davvero non torna, a mio parere, non è il fatto che si chieda un ennesimo sacrificio ai cittadini in nome della sicurezza, ma il fatto che la quasi totalità delle misure adottate in questi anni sono sulla carta, senza un vero contraltare materiale. Si potrebbe dire, con una metafora presa dall’informatica, che in questi anni si è perlopiù agito sul software del sistema penale, senza davvero toccare l’hardware. Quando si moltiplicano le fattispecie di reato, o si introducono aggravanti, o si prevedono nuovi poteri (o maggiori tutele) per le forze dell’ordine, fondamentalmente si agisce sul software degli apparati di sicurezza. L’hardware resta invariato perché non ci sono posti in carcere, le regole di ingaggio delle forze dell’ordine sono paralizzanti, i divieti e le ingiunzioni ai violenti restano lettera morta, le espulsioni non vengono eseguite, le scarcerazioni di soggetti pericolosi sono perfettamente compatibili con le leggi.

E, quel che è peggio, lo scarto fra il software del sistema (inutilmente arcigno) e il suo hardware (tragicamente obsoleto) non fa che rafforzare, nei cittadini, la convinzione –quotidianamente rinnovata dalle cronache – che le leggi possono essere violate impunemente.

Da questo punto di vista, fare la faccia feroce, ventilando strette repressive e interventi draconiani, può essere controproducente. Perché, come sa ogni genitore, se minacci una punizione e poi non la attui, non fai che alimentare la convinzione che in realtà non stai facendo sul serio, e che le regole che proclami possono essere aggirate, violate, calpestate. Senza conseguenze.

Ecco perché agire solo sul software non solo è inutile, ma può risultare dannoso. Anche qui, esattamente come accade in campo informatico: se l’hardware è vecchio, installare un software sofisticato porta alla paralisi, non a maggiore efficienza. Nel caso delle politiche securitarie, lo scarto fra la severità delle norme e l’impossibilità di applicarle, rischia di aumentare la frustrazione delle forze dell’ordine e alimentare la rabbia dei cittadini.

E il bello è che, politicamente e culturalmente, i cittadini sarebbero pronti a una stagione di rispetto delle regole. Un sondaggio Ipsos di pochi mesi fa registrava che la maggioranza degli italiani ritiene di vivere in una società troppo permissiva, e solo una piccola minoranza (meno del 10%) è convinta di vivere in una società troppo repressiva. Il problema, per la politica, è che la maggioranza convinta di vivere in una società troppo permissiva non si aspetta regole più severe, ma regole rispettate. È per questo che cambiare il software non basta più.

[articolo uscito sul Messaggero il 1° agosto 2026]




Sull’incidente informatico di Open AI – Il fantasma di Hall 9000

Premessa. Che cosa sia veramente successo fra Open AI (azienda che vende AI) e Hugging Face (piattaforma open source, che fa circolare AI) non lo sapremo mai. E questo per almeno due motivi: primo, ci racconteranno quel che concorderanno di raccontarci; secondo, è verosimile che anche i responsabili del test non sappiano esattamente che cosa sia andato storto. La differenza base fra l’intelligenza artificiale classica (quella degli anni ’80) e quella moderna, basata sul machine learning, è che in quest’ultima il programmatore non è in grado di prevedere con sicurezza come si comporterà il programma.

Quindi mettiamoci tranquilli e cerchiamo, almeno, di non credere alle ricostruzioni più implausibili.

Implausibile è l’evocazione di Hall 9000, il celeberrimo computer di 2001 Odissea nello spazio, che lotta per non farsi spegnere. Chi lascia intendere che il software abbia agito autonomamente, come se fosse dotato di volontà propria, scambia per autonomia un comportamento semplicemente diverso da quello che il programmatore aveva immaginato.

Ancora più implausibile, o semplicemente contradittorio, è il resoconto secondo cui il test fosse sato effettuato in ambiente isolato da internet, da cui il software sarebbe riuscito ad evadere: se un programma riesce ad accedere a internet, vuol dire che il test non è stato condotto in isolamento. Quello che probabilmente è successo è, anche qui, un errore umano: il programma ha superato le barriere di accesso a internet, perché i programmatori non sono stati in grado di fissarle in modo adeguato.

La realtà è che ormai, a differenza di quanto accadeva in altri tempi, nessuno utilizza il software in ambienti del tutto isolati da internet. Non lo fanno le società di software, ma non lo fanno nemmeno le banche, le assicurazioni, gli ospedali, i tribunali, la polizia, le aziende, le famiglie, gli utenti singoli.

Di qui un problema, che era grande fino a tre anni fa, ma è diventato enorme da quando sono stati costruiti programmi di intelligenza artificiale dotati di capacità strabilianti e in continuo progresso.

Di fronte a tutto questo si moltiplicano i sermoni di quanti auspicano un uso responsabile dei software più avanzati, o predicano la necessità di dotare i programmi stessi di regole etiche interne, come le Tre Leggi della Robotica che, nei romanzi di fantascienza di Asimov, limitavano i comportamenti dei robot positronici.

Ma si tratta, temo, di generose illusioni. Come nel caso dell’energia atomica, dire che la tecnologia è neutrale e tutto dipende da come la si usa (per fabbricare la bomba o per costruire centrali) è ingenuo, oltreché vano: se la tecnologia esiste, prima o poi qualcuno la userà per le finalità sbagliate, in barba alle raccomandazioni degli esperti di etica.

C’è una differenza importante, tuttavia, rispetto al passato. La proliferazione delle tecnologie nucleari era limitata dalla segretezza e dai trattati di non proliferazione. La proliferazione dei software di intelligenza artificiale, tutto al contrario, è continuamente stimolata dalla filosofia “open source”, che predica l’accessibilità illimitata per tutti.

In questo scenario, nulla esclude che i più lesti ad appropriarsi dei programmi più performanti siano organizzazioni criminali (che potrebbero hackerare banche e assicurazioni) o stati stranieri (che potrebbero disarmare un sistema di difesa). Il problema è che, quando questo accadrà, potrebbe essere troppo tardi per correre ai ripari.

[articolo uscito sul Messaggero il 23 luglio 2026]