A proposito del riarmo europeo – Pronti per il 2030?

Anch’io, come il ben più ascoltato Fausto Bertinotti, detesto la ossessiva ripetizione della formula latina si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), variamente fatta risalire nientemeno che a Platone, Cicerone e altri. E la detesto non perché io creda, come Bertinotti, che se ti riarmi poi le armi le usi, ma più semplicemente perché non credo nelle formule di (presunta) saggezza usate in ambiti complessi, come quello militare e strategico.

In realtà entrambe le formule sono state vere, e non sappiamo quale si applichi alla situazione di oggi. La proliferazione degli armamenti nucleari ha garantito 70 anni di (relativa) pace, ma potrebbe riservarci la terza guerra mondiale fra qualche tempo. Il riarmo tedesco degli anni ’30 ci ha regalato la seconda guerra mondiale, mentre di quello – non solo tedesco – annunciato in questi giorni nessuno è in grado di dire se dissuaderà la Russia dall’attaccare l’Europa, o se sarà la miccia che farà deflagrare una nuova guerra sul Continente.

Insomma, sono scettico. E alquanto stupito sia delle certezze di Marco Travaglio (cui “non risulta” che Putin voglia invaderci) sia di quelle di Prodi (il quale sa che, se non ci riarmiamo, saremo invasi dalla Russia).

Quello che più di tutto mi sorprende, però, sono le convinzioni che, da un po’ di tempo, vengono fatte circolare dai fautori del riarmo europeo. Secondo alcune fonti (ad esempio i servizi segreti tedeschi), riprese da vari organi di stampa, l’Europa subirà un attacco russo entro la fine del decennio. Di qui il piano Readiness 2030, che auspica e pianifica un rapido riarmo europeo in modo da essere pronti per il 2030, in vista di un probabile attacco russo.

Perché ne sono sorpreso?

Perché non conosco la risposta a due ordini di domande.

Primo. Come mai stiamo già parlando di riarmo, senza aver chiarito con gli Stati Uniti il futuro della Nato? Siamo sicuri che gli Trump voglia uscire dalla Nato, e che il Congresso glielo permetterebbe? (una legge del 2023 obbliga il presidente a passare da un voto del Congresso, con maggioranza di due terzi). Il problema posto da Trump (per inciso: già dal 2016, non da oggi) è solo quello dei costi della difesa, troppo onerosi per gli Usa, o è di alleanze? Lo sganciamento degli Stati Uniti sarà graduale, o è già una realtà di fatto? Mi pare che le risposte a queste domande facciano grande differenza. Se fosse solo un problema di costi, ad esempio, sarebbe molto più efficiente pagare la permanenza delle basi americane in Europa piuttosto che rafforzare gli eserciti nazionali e/o dare l’arma nucleare alla Germania. Come mai la sinistra, così preoccupata della “onda nera” nazista, non ha ancora alzato un sopracciglio sui rischi di un riarmo tedesco gestito dalla Afd? Possibile che la Afd sia un mostro temibile quando promette l’espulsione dei migranti irregolari, e non lo sia quando si profila l’eventualità di una Germania nazisteggiante e armata fino ai denti?

Secondo ordine di domande. Tutti concordano sul fatto che, anche nella più efficiente delle ipotesi, il riarmo dell’Europa non ne aumenterà significativamente il potenziale difensivo prima di qualche anno. Ma allora: se è vero che Putin ci vuole attaccare entro il 2030 (cosa che nessuno sa, ma molti fingono di sapere), ed è vero che stiamo facendo di tutto per essere prontissimi per il 2030, perché mai Putin dovrebbe aspettare 5 anni per attaccarci? Se davvero ha intenzione di farlo, il messaggio che gli mandiamo è di sbrigarsi, prima che diventiamo in condizione di respingerlo.

In breve: siamo sicuri che, prima di annunciare con le fanfare il riarmo europeo (come sta facendo il sempre meno pacioso Prodi), non sarebbe meglio fare due chiacchiere con Trump, e attendere di conoscere gli accordi di pace sull’Ucraina?

[articolo uscito sulla Ragione il 25 marzo 2025]




Perché la sinistra si fa rappresentare dai VIP? – intervista di Pietro Senaldi a Luca Ricolfi

Dalla piazza di sabato scorso con sul palco solo intellettuali e artisti alla difesa del manifesto di Ventotene su Rai1 da parte di Benigni: perché la sinistra ha delegato la difesa dei propri capisaldi culturali e la rappresentanza delle proprie idee a questi mediatori?

Domanda difficile, perché i fattori sono tanti. Però almeno due ingredienti del cocktail mi sembrano abbastanza evidenti. Primo ingrediente: da almeno 15 anni, ossia dalla lapidazione di Walter Veltroni in poi (2008-2009), la sinistra non è stata più in grado di esprimere leader dotati al tempo stesso di spessore intellettuale e di carisma. Una situazione che il recente ringiovanimento del gruppo dirigente del Pd non ha fatto che aggravare, come del resto ci si poteva aspettare dato il trend delle istituzioni scolastiche. La distanza fra il livello di preparazione culturale e politica dei dirigenti del vecchio PCI e quello degli attuali dirigenti Pd è siderale, per non dire imbarazzante. Senza una cultura ampia, la difesa dei propri “capisaldi culturali” diventa una mission impossible.

E il secondo ingrediente?

Il secondo ingrediente è la eticizzazione del discorso politico, sempre meno ancorato a obiettivi e rivendicazioni concrete, e sempre più volto ad affermare la superiorità morale dei propri valori, come inclusione, accoglienza, diritti delle minoranze sessuali. Ed è ovvio che se la sostanza politica del tuo discorso è basata su imperativi morali piuttosto che su un vero programma politico, economico, sociale, diventa facile, e del tutto naturale, affidare il messaggio allo star system, sfruttando la popolarità dei suoi protagonisti. Un discorso di Benigni, per quanto arruffato (o proprio perché arruffato), impatta mille volte di più che una mitragliata di slogan emessi dalla bocca di Elly Schlein o di Giuseppe Conte.

Quando tutto questo è successo?

Ci sono alcune date significative: il 1992, con l’esplosione di Mani Pulite. Ma anche il 1994-1995, con l’abbandono – a sinistra – del concetto di eguaglianza a favore di quello di inclusione, un processo voluto da Alessandro Pizzorno e vanamente ostacolato da Norberto Bobbio. La fine del primo governo Prodi, nel 1998. E, ultima tappa, la defenestrazione di Veltroni, come ho già ricordato. Però una vera e propria data della svolta non esiste, perché la supplenza dello star system rispetto alla politica è un fenomeno carsico, un fiume che emerge e si inabissa periodicamente quando la politica è sputtanata, o semplicemente non è abbastanza a sinistra, o ancora più basicamente non ci scalda abbastanza il cuore. Allora arrivano artisti, cantanti, attori, scrittori, studiosi, intellettuali, giornalisti-tribuni. Può capitare per un’inchiesta giudiziaria, ma più sovente perché un governo di sinistra non lo è abbastanza.

Ad esempio?

Renzi che vara il Jobs Act, Minniti che fa gli accordi con la Libia, Enrico Letta che preferisce Draghi a Giuseppe Conte.

Nanni Moretti ci teneva a mantenere le distanze, da “questi dirigenti con i quali non vinceremo mai” e dopo lo storico intervento in piazza è tornato al proprio lavoro: oggi il rapporto sembra più osmotico?

Sì, oggi il mondo dell’arte e della cultura interviene quotidianamente perché il governo è di destra, e l’antifascismo – diversamente dai programmi politici veri e propri – è una canzone facile da cantare. Avete mai visto un concertone per il “salario minimo legale” ? Alla fine è una questione di generi letterari, poesia contro prosa. La politica parla in prosa, lo star system – ma anche il pubblico – detesta la prosa, vuole la poesia. Salire sulle navi che salvano i migranti è poesia, sostenere il salario minimo legale è prosa. Detto per inciso, è una delle ragioni della impopolarità di Carlo Calenda, il meno poetico dei nostri politici.

Non è partito tutto con la Rai3 di Angelo Guglielmi, la tv delle ragazze e via discorrendo?

No, secondo me. Quello era un fenomeno diverso. La stagione 1985-2001 ha visto una straordinaria fioritura della satira politica, che non si sostituiva alla politica ma semmai la dileggiava, senza riguardi per nessuno. Sotto la sferza di Arbore, Dandini, Guzzanti, Marcoré cadevano tutti. E cadevano pure i miti della sinistra, sbeffeggiata nelle sue innumerevoli debolezze e nei suoi tic. Nessuno, in quel gruppo, avrebbe mai assunto le posture da guru corrucciati che oggi assumono i vari Saviano e Scurati.

La satira ha perso indipendenza o originalità, per diventare un interprete organico?

Ci sono eccezioni importanti, come Crozza e Checco Zalone, ma in generale la satira mi sembra non all’altezza. Per lo più non fa ridere, e più è politicizzata meno fa ridere. L’idea che possa esistere una “satira di sinistra”, o una “satira di destra”, è già di per sé la negazione della satira.

A sinistra è saltato il concetto di doppia verità, per cui oggi le classi dirigenti dem forzano la realtà, presente e passata, per plasmarla secondo un’unica visione?

Esattamente. I dirigenti del vecchio PCI (anni ’50 e ’60) non credevano a quello che raccontavano alle masse, ed erano perfettamente consapevoli che una cosa è la realtà, un’altra cosa è la propaganda. I dirigenti della sinistra attuale, invece, non conoscendo la pratica della doppia verità, costringono sé stessi a credere vere le cose che dicono. Quindi non dispongono di un’analisi realistica della situazione.

Lo choc di Mani Pulite e la parabola di Silvio Berlusconi hanno un ruolo in tutto questo?

Sì, soprattutto Berlusconi: ha fornito un formidabile bersaglio per le esternazioni delle celebrities, come le chiama Rampini quando rileva gli stessi fenomeni negli Stati Uniti.

Chi conduce il gioco? Benigni che difende Ventotene come Schlein meglio non potrebbe è come se un giornale affidasse al vignettista la propria linea editoriale. Sono saltati gli schemi o c’è un nuovo schema?

C’è il vecchio schema dell’indignazione: mai studiare le carte, mai entrare nei dettagli, sempre scomunicare e demonizzare.

Pare che certi elettori di sinistra preferiscano farsi dire le cose da intellettuali e artisti piuttosto che dai parlamentari che eleggono. È vero?

È così, ma la ragione è la solita: l’elettore progressista ama sentirsi moralmente superiore, e questo stato d’animo glielo procura più facilmente Benigni che Schlein.

Provoco. Non è che nascondendosi dietro gli intellettuali e gli artisti d’area i politici sopperiscono all’assenza di rapporto con l’elettorato, disintermediando così la relazione tra potere e cittadinanza e realizzando il governo delle élite?

Forse, ma è una delle tante conseguenze della riduzione della politica a morale.

Oggi forse il paradigma non è destra contro sinistra ma élite da una parte e cittadini dall’altra e gli intellettuali guidano il popolo per conto delle élite?

In parte è così, ma la destra, almeno in Italia, non ha un establishment intellettuale che la sostiene: destra è diversa anche perché fa politica senza il paracadute delle élite.

Anche negli Stati Uniti i democratici hanno provato a risolvere i loro problemi mobilitando lo star system. Perché è una mossa che non produce mai risultati validi, e perché invece ci si ricorre comunque?

Non direi che non funziona mai. Con Obama lo star system ha funzionato, con Kamala Harris non poteva funzionare perché ogni endorsement di una celebrity confermava l’equazione trumpiana democratici=élite.

[intervista uscita su Libero il 21 marzo 2025]




Sulla manifestazione del 15 marzo – Il manifesto di Ventotene, contro il pluralismo e la democrazia

Di una cosa sono certo: la maggior parte di coloro che parlano del Manifesto di Ventotene non l’hanno letto. Lo dico a loro discolpa, perché se – anziché lodarlo acriticamente – l’avessero letto con la dovuta attenzione sarebbero da tempo impegnati in un difficile lavoro di reinterpretazione o, come si dice oggi, di “contestualizzazione”. In breve: si sforzerebbero di dimostrare che, nonostante le cose inquietanti che il manifesto indubbiamente dice, possiamo condividerne lo spirito, le finalità, le buone intenzioni (lo Stato federale europeo), e scordarci sia i fini concreti proclamati in quel manifesto sia i metodi invocati per imporre quei fini. E, venendo alla manifestazione di sabato scorso, anziché far circolare il sacro libretto preceduto da un’introduzione del tutto acritica, avrebbero avvertito i convenuti che – per non essere presi in castagna, come Giorgia Meloni ha provveduto a fare ieri – sarebbe stato bene non prendere troppo sul serio quel manifesto, in quanto molto datato e scritto in condizioni di isolamento.

Io invece lascio volentieri l’opera di contestualizzazione, depurazione, rilettura del Manifesto e vado dritto ai fini e ai mezzi esplicitamente dichiarati, perché prima di rileggere occorre leggere.

Ebbene, sui fini, il Manifesto dice chiaramente che l’assetto sociale da promuovere è di tipo socialista (anche se non comunista), con ampi espropri e severe limitazioni alla proprietà privata. Nessuna considerazione riceve l’eventualità che l’assetto possa essere liberale, o non socialista.

Quanto ai mezzi, il Manifesto immagina che il nuovo assetto possa essere instaurato attraverso la “dittatura del partito rivoluzionario”, che imporrà la sua volontà alle masse, ancora incapaci di riconoscere i propri interessi, semplice “materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti”. In una situazione di “ancora inesistente volontà popolare” il partito rivoluzionario, guidato da una élite illuminata, “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto” non già dal consenso popolare ma “dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna”.

E non è tutto. Chi avesse dei dubbi sulla visione politica del Manifesto dovrebbe riflettere sulle parole, sprezzanti e beffarde, rivolte ai “democratici”, ovvero a quanti pensano che il potere del governo debba poggiare su libere elezioni. I democratici sono gente che sogna “un’assemblea costituente, eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto del diritto degli elettori, la quale decida che costituzione debba darsi”. Illusi, che non comprendono che nella crisi rivoluzionaria “la metodologia politica democratica sarà un peso morto”. Pavidi, che sono disposti a usare la violenza “solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità”.

Insomma, spiace dirlo ma il Manifesto di Ventotene è il più esplicito e conturbante ripudio del pluralismo, la più clamorosa deviazione dal percorso democratico e costituzionale (libere elezioni + Assemblea Costituente) che, molto saggiamente, l’Italia seguirà dopo la fine della seconda guerra mondale.

Possiamo almeno dire che una cosa buona – l’idea degli Stati Uniti d’Europa – il Manifesto di Ventotene l’ha partorita?

Per certi versi sì, perché effettivamente è nel Manifesto del 1941 che per la prima volta viene compiutamente formulata quell’idea. Ma per certi versi invece no, perché il modo di formularla fu elitario, giacobino e anti-democratico. Da questo punto di vista, forse, anziché ripetere meccanicamente che il meraviglioso ideale di Ventotene è stato tradito dalle classi dirigenti che ci hanno condotti all’Europa attuale, forse dovremmo domandarci se il progetto europeo non è fallito proprio perché a quell’ideale si è conformato fin troppo. L’Europa di oggi, governata da una élite burocratica e autoreferenziale, soffre del medesimo male – la costruzione dall’alto, senza coinvolgimento popolare – che affligge il Manifesto di Ventotene.

Si può essere euro-scettici o europeisti convinti, ma chi davvero sogna gli Stati Uniti d’Europa, s crede nel metodo democratico non può prendere a modello il Manifesto di Ventotene. Idolatrare quel modello è stata un’ingenuità, dettata dall’ideologia e dalla scarsa conoscenza. Possiamo fare molto di meglio, e dobbiamo provarci senza rinunciare al pluralismo e alla democrazia.

[articolo uscito sul Messaggero il 20 marzo 2025]




Il mito di Ventotene

Che nella grande manifestazione di sabato scorso a Roma le idee fossero confuse, molto confuse, nessuno ha provato a negarlo. A occhio e croce direi che c’erano almeno tre tipi di manifestanti. I pacifisti senza se e senza ma (tipo Piero Sansonetti). I fautori del riarmo dell’Europa (tipo Carlo Calenda). E i cultori dei più o meno sottili distinguo, abili nei sofismi e nelle supercazzole. Ad esempio Elly Schlein, che è contraria al riarmo, ma favorevole alla Difesa comune. O lo scrittore Antonio Scurati, che se la cava con l’ars retorica: “ripudiamo la guerra, ma non siamo arresi”. Come se, all’atto pratico, ripudiare la guerra non significasse appunto arrendersi. Ma così è: gli intellettuali, come i politici, sono bravissimi nella produzione di soluzioni puramente verbali, quando quelle reali difettano.

E tuttavia, pur avendo notato anch’io il vuoto politico di quella manifestazione, non condivido la lapidazione cui soprattutto la stampa di destra l’ha sottoposta. Certo, colpisce il fatto che il principale partito di sinistra, il Partito Democratico, non abbia una linea condivisa sulla guerra. Ma come non vedere che lo stesso problema affligge la maggioranza di governo, con la Lega contraria al riarmo e gli altri partiti favorevoli?

Soprattutto, come non comprendere che, in questa situazione, semplicemente non può esistere una posizione che non sollevi legittimi dubbi? La volontà di riarmarsi, manifestata dai vertici europei, è perfettamente comprensibile perché l’ombrello americano vacilla e le intenzioni di Putin sono sconosciute (chi crede di conoscerle inganna sé stesso). Ma altrettanto comprensibili sono i dubbi della Lega e del Movimento Cinque Stelle, perché sconosciute, incerte o indesiderabili sono alcune conseguenze del progetto di riarmo. Indesiderabile è l’aumento del debito pubblico, e la conseguente contrazione (o minore espansione) della spesa sociale. Sconosciuto è l’impatto del riarmo, o meglio del suo annuncio, sulle trattative di pace, ma anche sull’eventualità di una ulteriore mossa aggressiva di Putin. Molto incerta, per non dire dubbia, è la possibilità che il riarmo diventi il primo passo per arrivare alla Difesa comune, o addirittura agli Stati Uniti d’Europa.

Insomma: capisco che sia il momento delle scelte, e che un partito serio debba schierarsi, ma non riesco a non provare anche un moto di simpatia per le incertezze di Elly Schlein. Che saranno senz’altro dettate da meri calcoli elettoral-partitici, ma – sul piano razionale – sono perfettamente giustificate. Più giustificate, comunque, delle certezze di coloro che non hanno dubbi.

Quel che invece mi lascia perplesso, molto perplesso, è il modo in cui il Pd e la stampa progressista (con la lodevole eccezione de La Stampa di Torino), stanno cercando di supplire al vuoto politico della piazza di sabato: lo scongelamento del Manifesto di Ventotene (1941), fatto passare come il manifesto degli Stati Uniti d’Europa, progetto luminoso tradito dalle classi dirigenti dell’Unione Europea.

Ebbene, leggetelo questo benedetto Manifesto di cui tutti parlano ma che quasi nessuno ha letto. Perché se non lo leggete non potete rendervi conto di quale spaventosa distopia anti-democratica avessero in mente i suoi autori. I quali avevano sì in mente un edificio grandioso, un unico super-stato europeo, propedeutico a un futuro stato unico mondiale. Ma pensavano di imporlo dall’alto, con una crisi rivoluzionaria e socialista, attraverso la “dittatura del partito rivoluzionario”, senza libere elezioni, contro le timidezze dei democratici, accusati – tra le altre cose – di non ammettere un sufficiente ricorso alla violenza. E vi risparmio le idee in materia di funzionamento dell’economia, espropri, limitazioni alla proprietà privata, nazionalizzazioni.

Io capisco che, non essendovi nulla su cui le varie anime della piazza siano d’accordo, si cerchi di trovare qualcosa che le unisca, che dia loro almeno un sentiment comune. Però mi preoccupa enormemente, e mi sconcerta, che nessuno dei tanti intellettuali, scrittori, giornalisti italiani che hanno esaltato il Manifesto di Ventotene (e nemmeno Corrado Augias che ne ha scritto l’introduzione), si siano accorti del suo contenuto anti-democratico. Perché delle due l’una: o il Manifesto non l’hanno letto, e ne parlano senza conoscerlo; o il Manifesto l’hanno letto, e sono così poso democratici da non rendersi conto del suo contenuto distopico.

Se davvero siamo per gli Stati Uniti di Europa, forse è giunto davvero il momento di concepirlo, un Manifesto che tracci la via. Ma pensare di prendere ispirazione da quello di Ventotene è provinciale, oltre che inquietante. Non è per caso che nessuno dei padri fondatori dell’Europa – né Adenauer, né De Gasperi, né Schuman, né Monnet –  lo abbia mai messo al centro del proprio pensiero. Ed è una fortuna.

[articolo uscito sulla Ragione il 17 marzo]




Ci aspetta una guerra? – La stagione dell’incertezza

Non sono un esperto di relazioni internazionali, né di questioni militari, né di geo-politica. Sulla guerra in Ucraina non sono intervenuto quasi mai, e quando l’ho fatto è stato più per porre domande ed esprimere dubbi che per suggerire condotte di azione. Ora però, con i venti di guerra che spirano in Europa, è difficile fare gli spettatori. L’Europa ha scelto la strada del riarmo, la gente scende in piazza per l’Europa, ma a quanto pare non per l’Europa che c’è, bensì per il fantasma dell’Europa ideale che ognuno coltiva dentro di sé.

In questo clima non mi stupisce affatto che esplodano le divisioni. Che la destra sia spaccata, e che lo sia pure la sinistra. E nemmeno mi stupiscono le fratture interne al Pd, il maggiore partito della sinistra, incapace di esprimere una posizione unitaria nel Parlamento Europeo. Quello che mi sorprende, invece, al punto da rendermi incredulo, sono le prese di posizione perentorie pro o contro il riarmo. E dicendo questo non mi riferisco ai posizionamenti categorici di alcuni partiti, come Fratelli d’Italia (pro-riarmo) e Cinque Stelle (anti-riarmo), che capisco benissimo, in quanto obbediscono all’imperativo di scegliere, o se preferite al rifiuto dell’ignavia del “né né”. Quello cui mi riferisco, piuttosto, sono le prese di posizione perentorie di analisti e osservatori indipendenti che, a differenza dei politici, non sarebbero tenuti a schierarsi.

Mi colpiscono, in particolare, le due posizioni speculari di chi appare certo che Putin sia intenzionato a invadere i paesi Baltici e altri paesi Nato confinanti con la Russia, e di chi – viceversa – ritiene che Putin si accontenterebbe di annettere i territori già conquistati e della neutralità dell’Ucraina. Mi colpisce, anche, la sicurezza con cui gli opposti “estremisti analitici” descrivono gli effetti del riarmo degli Stati europei, visto dagli uni come unica via per garantire la sicurezza dell’Unione, e dagli altri come mossa pericolosa, che allontana la pace in Ucraina e può rendere più e non meno aggressiva la politica della Russia. E mi colpisce, infine, la completa mancanza di accordo degli uni e degli altri nella ricostruzione della catena di eventi che, dal 2014 a oggi, hanno segnato la guerra civile in Ucraina.

Gli uni e gli altri si muovono in un delirio di onnipotenza cognitiva. Credono di sapere come sono andate davvero le cose. Credono di sapere che cosa passi per la mente di Putin e di Trump. Credono di saper valutare le forze in campo. Credono di poter prevedere le conseguenze delle loro azioni. Credono di conoscere i rischi delle due opzioni (riarmo sì, riarmo no), e quindi di essere in grado di individuare la mossa più utile per l’Europa. In breve: credono che esista una scelta razionale, e di sapere quale sia.

In breve: gli uni e gli altri si muovono come se fosse in corso un gioco di strategia, ed esistesse un metodo per individuare la strategia migliore. Eppure dovrebbero saperlo che, per individuare la strategia più razionale, la teoria dei giochi prevede condizioni precise, nessuna delle quali ricorre oggi. Non ricorre la condizione che i giocatori siano pochi e ben identificati (non sappiamo nemmeno quanti sono: due, tre, quattro, N?). Non ricorre la condizione che esistano regole del gioco e tutti i giocatori le rispettino. Non ricorre la condizione di conoscere le preferenze (funzioni di utilità, nel lessico della teoria dei giochi) dei vari giocatori. Non ricorre la condizione di conoscere, almeno probabilisticamente, le conseguenze delle proprie scelte. In breve: il gioco che si sta giocando è senza regole condivise, è a informazione limitata (incompleta e imperfetta), è affetto da incertezza generalizzata. Si deve scegliere, perché anche non scegliere è una scelta, ma nessuno è in condizione di fare scelte razionali, evidentemente superiori alle scelte alternative. Possiamo solo fare scommesse, basandoci sulle nostre intuizioni, e sui frammenti di conoscenza che riteniamo di possedere.

Per questo sono stupito che tanti ci offrano le loro certezze, come se oggi ne potessero esistere. E non mi scandalizzano né le incertezze del Pd, né le divisioni della piazza, anzi delle piazze della giornata di ieri. È giusto che ognuno manifesti le sue paure e le sue speranze. Ma sarebbe bello che lo facessimo tutti con umiltà, perché nessuno sa che cosa ci riserva il domani, e qual è il modo più ragionevole per assicurarci che un domani ci sia.

[articolo uscito sul Messaggero il 16 marzo 2025]