Sicurezza e criminalità giovanile – Un dibattito assurdo

È molto probabile che, anche nelle prossime elezioni, la diade criminalità & immigrazione la farà da padrona. Di questo sentiamo le avvisaglie tutti i giorni nei talk show, dove esponenti di destra e di sinistra se le danno (metaforicamente) di santa ragione per affermare il proprio punto di vista.

La cosa interessante, però, è che – a differenza che in passato – da qualche tempo il partito della rassicurazione e quello dell’allarme attraversano entrambi gli schieramenti. Può accadere così che, a denunciare la gravità della situazione, siano sia esponenti della destra (che amano impaurire i cittadini), sia esponenti della sinistra (che vogliono dimostrare che “il governo Meloni ha fallito”). E che a rassicurare siano sia esponenti della destra (che cercano di difendere il governo), sia esponenti della sinistra (per negare la necessità di una stretta repressiva).

Quello che accomuna tutti è il ricorso sempre più sistematico alle statistiche per sostenere le proprie posizioni. Assistiamo così a un profluvio di dati, spesso non corredati della fonte, e sistematicamente contestati (a colpi di “non è vero!”) dalla parte avversa. Che si tratti del numero di sbarchi, dei delitti commessi dai giovani, delle assunzioni delle forze di polizia, i dati vengono scaraventati contro gli avversari senza il minimo rispetto delle più elementari regole del confronto scientifico. A ciò si aggiunge la pressoché universale impreparazione dei conduttori dei talk show in materia di dati e fonti statistiche, con conseguente totale accettazione di qualsiasi scempiaggine gli “ospiti” offrano al pubblico.

Tre, in particolare, sono le manipolazioni più usate. La prima, molto cara al partito della rassicurazione, è quella di “dimostrare” la non-emergenza assumendo, come anno di appoggio per i confronti, un anno particolarmente disastroso. Due anni, in particolare, giovano allo scopo: il 1991 (picco degli omicidi), utile per dimostrare quanto siamo più sicuri oggi; il 2015 (picco di arresti e/o denunce di minori), per dimostrare quanto poco la criminalità giovanile sia un’emergenza.

La seconda manipolazione è il cosiddetto cherry picking (scegliere le “ciliegie”), ovvero la selezione – fra numerosissimi indicatori di criminalità – di quelli più adatti allo scopo che si persegue. Se vuoi dire che il governo Meloni ha fallito, prendi i reati che risultano in aumento, se vuoi dire che non c’è un’emergenza prendi i reati in diminuzione.

La terza manipolazione è di confondere flussi e stock. Se vuoi dire che il governo ha ben operato, presenti gli ultimi dati delle assunzioni nelle forze dell’ordine (flussi). Se vuoi dire che è inadeguato consideri il numero di poliziotti rispetto alla pianta organica (stock).

Si potrebbe continuare a lungo, tanti e tali sono gli artifici e le furbizie con cui i dati vengono ricucinati per avere ragione dei propri avversari. Non me ne stupisco più di tanto. Quello che mi disturba veramente è che nessuno noti che quel che manca è la materia prima, specie sul punto più controverso e scottante: l’andamento della criminalità giovanile. L’ultimo rapporto dettagliato degli uffici ministeriali risale all’autunno del 2023, e contiene esclusivamente dati fermi alla fine del 2022, quando il governo di Giorgia Meloni si era appena insediato. Da allora sono passati ben 3 anni e mezzo e nulla di comparabile con quel rapporto è mai stato reso pubblico.

Questo vuol dire che, anche volendo, un discorso obiettivo sul tema scottantissimo dei reati commessi dai minori è al momento tecnicamente impossibile. Tutti credono di poter dire la loro, ma nessuno fa il gesto cruciale: chiedere al ministro dell’interno Piantedosi di pubblicare un report analogo a quello di tre anni fa, aggiornato con i dati del 2023 e del 2024, primi due anni del governo Meloni. Finché quel report non sarà redatto e reso pubblico, i discorsi sulla criminalità giovanile e il suo presunto aumento sono destinati a restare pure chiacchiere.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 marzo 2026]




Quando a decidere è chi non vota

La crescita dell’astensionismo, arrivato a quota record del 36% alle ultime elezioni politiche (2022), e addirittura al 70% in occasione dei “referendum della Cgil” dell’anno scorso, viene vista giustamente con preoccupazione. È vero che in passato alcuni politologi, soprattutto Seymour Lipset, hanno suggerito di leggere l’elevato astensionismo tipico degli  Usa – come segno di vitalità del sistema e fiducia nella democrazia, ma questa lettura oggi convince sempre di meno: la scarsa affluenza alle urne, quando supera certi livelli, non è un buon segnale.

C’è un aspetto dell’astensionismo, però, che raramente si prende in considerazione, e che invece ha grandissima importanza: l’astensionismo può, in determinate circostanze, diventare decisivo, e determinare l’esito della competizione elettorale. La ragione è molto semplice: gli astensionisti non sono un campione casuale delle varie forze politiche che si affrontano in una competizione elettorale, ma – a seconda del tipo di competizione e delle circostanze in cui si svolge – possono avere matrici politiche molto diverse. In certe competizioni sono gli elettori di sinistra a disertare le urne, in altre sono quelli di destra, in altre sono i cittadini con inclinazioni populiste.

È questa, per fare un solo esempio, la ragione per cui, nelle competizioni secondarie (amministrative o europee) i Cinque Stelle vanno sempre male: per loro i temi delle elezioni secondarie non sono sufficientemente mobilitanti, o comunque sono meno appassionanti dei temi di cui si parla in occasione delle elezioni politiche.

Ma che cosa sappiamo degli orientamenti politici di chi tende ad astenersi?

Una cosa che sappiamo, ad esempio, è che i giovani tendono a disertare le urne, ma se andassero a votare voterebbero prevalentemente a sinistra (così una recente indagine Eumetra di Renato Mannheimer). Se questo è vero, è ragionevole pensare che la vittoria del centro-destra nelle elezioni politiche del 2022 – in cui, lo ricordiamo, le astensioni hanno toccato il massimo storico – sia stata non poco favorita dall’astensionismo giovanile.

Un’altra cosa che sappiamo, in questo caso grazie ai sondaggi di Nando Pagnoncelli (Ipsos), è che nel caso dell’imminente referendum sulla giustizia è soprattutto l’elettorato di destra ad essere tentato dall’astensione. Questo comporta che l’esito del referendum sia appeso al grado di partecipazione al voto degli elettori di destra: se il fronte del sì riuscirà a convincere gli elettori di destra a recarsi alle urne, verosimilmente vincerà il sì, se invece molti elettori di destra diserteranno le urne, probabilmente vincerà il no.

È questa, a mio parere, la grande carta nelle mani del fronte del no. La differenza fondamentale fra l’elettorato di destra e quello di sinistra, infatti, è il rispettivo grado di mobilitabilità. L’elettorato di destra ha una visione scettica, realistica e disincantata della competizione politica, perché pensa due cose fondamentali: che chiunque vinca poco cambierà, e che la democrazia non corre alcun pericolo. L’elettorato di sinistra, invece, pensa che le cose andranno molto diversamente a seconda di chi vince, e che – se malauguratamente dovesse vincere la destra – la democrazia correrebbe seri pericoli. Di qui il diverso grado di mobilitabilità dei due elettorati. Per convincere la gente di destra ad andare a votare occorre un’occasione pesante, come un’elezione politica, o un referendum molto politicizzato (come quello che condusse Renzi alle dimissioni). Per convincere la gente di sinistra ad andare a votare occorre molto di meno: basta denunciare rischi di involuzione autoritaria, attacco alla Costituzione, arretramento della democrazia, cancellazione dei diritti, eccetera.

Ecco perché gli astenuti possono essere decisivi. Se i giovani fossero andati a votare in massa nel 2022, probabilmente il centro-destra non avrebbe vinto, o avrebbe avuto una maggioranza risicata in parlamento. Se l’elettorato di destra snobberà il referendum, le chance di vittoria del no saranno sensibilmente più elevate.

Comunque vadano le cose, resta un po’ di amaro in bocca: possibile che a decidere una competizione elettorale debbano essere proprio coloro che più sono lontani dalla politica?

[articolo uscito sul Messaggero il 28 febbraio 2026]




Quando è la politica a “remare contro”

Finché si parla in generale, la tesi che la magistratura non operi in sintonia con il governo, e spesso remi contro (vedi il caso Albania, o le scarcerazioni facili), ha una sua plausibilità. Secondo questo racconto l’azione del governo e delle Forze dell’ordine è spesso vanificata dalla politicizzazione di una parte dei magistrati, che tendono a essere intransigenti con i reati dei colletti bianchi (specie se sono imprenditori o politici), ma indulgenti con la criminalità comune (specie se coinvolge gli immigrati).

È questo doppiopesismo o strabismo che, quasi quotidianamente, manda ai matti la destra e gli esponenti del governo.

E tuttavia, a guardare le cose più da vicino, questo quadro richiede parecchie rettifiche. Una rettifica ovvia, ma di cui faremmo bene a non scordarci mai, riguarda la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Su questo terreno la magistratura non può essere accusata di faziosità, omissioni, indulgenza verso il crimine. Sono molti i magistrati che, per la loro dedizione e integrità, in passato hanno perso la vita, o la rischiano oggi.

Ma le rettifiche più interessanti, a mio parere, ci sono fornite da due episodi di cronaca degli ultimi giorni.

Il primo è la sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell’immobile del centro sociale Spin Time Labs, occupato dal 2013. La cosa interessante è che, in questo caso, la condanna deriva dal fatto che nessun governo, dal 2020 a oggi, ha mai dato seguito all’ordine di sgombero (“sequestro preventivo”) emesso da un magistrato (il Gip di Roma). Dunque: siamo di fronte a un caso in cui la magistratura fa il suo dovere contro un’occupazione illegale, ed è il potere politico ad essere latitante. L’esatto contrario di ciò che, quotidianamente, la politica rimprovera ai giudici.

Il secondo episodio è l’uccisione, da parte di un poliziotto, di un pusher presso il bosco di Rogoredo, nota area di spaccio nei dintorni di Milano. In un primo tempo, dalle cronache dei quotidiani sembra che il pusher abbia minacciato il poliziotto con una pistola (poi rivelatasi finta) da una ventina di metri, e che il poliziotto – temendo per la propria vita – abbia reagito sparando un colpo, alla fine rivelatosi mortale.

Pochi giorni dopo si apprende che il poliziotto è indagato per omicidio volontario. Gli esponenti del centro-destra si indignano, Salvini dichiara che sta “dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”. Dall’episodio alcuni deducono la necessità di proteggere i poliziotti dall’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi in cui feriscono o uccidono compiendo il proprio dovere. Nel decreto sicurezza viene previsto un “registro separato” per i poliziotti o i cittadini che agiscano in modo violento “in situazioni di giustificazione”.

Passano i giorni e, poco per volta, emerge una storia del tutto diversa (non provata, come la prima ricostruzione). Non è chiaro se la pistola finta sia stata nelle mani del pusher ucciso, o gli sia stata messa accanto dall’uccisore. Non è chiaro perché, nonostante dopo il colpo di pistola la vittima fosse ancora viva, i soccorsi siano stati chiamati 23 minuti dopo il fatto. Soprattutto, emergono testimonianze secondo cui l’uccisore odiava l’ucciso e lo taglieggiava. Si scava nel passato del poliziotto-killer, e il quadro che emerge non è edificante.

A questo punto Salvini fa marcia indietro, e il ministro Piantedosi scarica il poliziotto, augurandosi che la giustizia faccia il proprio corso.

Anche qui la lezione che si ricava è la medesima dei due esempi precedenti: la magistratura ha fatto il proprio dovere, e semmai in difetto è la politica, che ha più volte ipotizzato uno “scudo penale” per i comportamenti controversi delle forze dell’ordine.

Ma per chi è la lezione?

Ovviamente è per il governo, e più in generale per i politici sempre pronti a cavalcare gli eventi pro domo loro. Ma in realtà è anche per noi, e quando dico noi penso ai media, e pure a me stesso come cittadino. Anch’io, come molti quotidiani e siti di notizie, lì per lì mi ero sentito dalla parte del poliziotto, e mi ero stupito dell’accusa di omicidio volontario, che sembrava avvalorare l’idea di una magistratura non imparziale, o pregiudizialmente diffidente con i comportamenti delle forze dell’ordine.

È stato un errore, a prescindere da quello che potranno concludere le indagini. Perché dovremmo saperlo che le notizie di cronaca sono quasi sempre incomplete, parziali, selettive: quindi oggettivamente tendenziose. E dovremmo regolarci di conseguenza, evitando accuratamente di trarre o suggerire conclusioni nei casi in cui i fatti non sono conosciuti o, peggio, si conosce solo una porzione selezionata dei fatti stessi.

Per una volta mi trovo pienamente d’accordo con Salvini, o meglio con il Salvini pentito, che dopo le ultime notizie provenienti dalle indagini ha dichiarato: “non entro nel merito di quello che non conosco”.

Sante parole.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 24 febbraio]




Il non detto del referendum – Fra garantismo e giustizialismo

Vorrei provare a fare, in questo articolo, quello che quasi nessuno fa quando si parla del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ovvero: vedere le buone ragioni di chi non la pensa come me.

Premessa: io voterò sì. E trovo strumentali, quando non in malafede, la maggior parte degli argomenti addotti a difesa del no: ma non tutti, come proverò a spiegare fra poco.

Cominciamo dal perché voterò sì. La prima ragione è che la riforma infliggerà un colpo mortale al sistema delle correnti, che è un vero cancro della magistratura. Il sorteggio è un rimedio radicale e discutibile, ma è di gran lunga preferibile al mantenimento della situazione attuale.

La seconda ragione è che mi pare che lo strapotere dei PM abbia già rovinato troppe esistenze e distrutto troppe carriere: un riequilibrio del sistema in senso garantista mi sembra doveroso.

La terza ragione è che gli errori dei magistrati sono troppo raramente puniti, e che ciò avviene precisamente perché affidati al Consiglio Superiore della Magistratura, organismo corporativo e altamente politicizzato. Meglio puntare su un organismo che non sia espressione di coloro che debbono essere giudicati.

La quarta ragione è che la riforma non abolisce uno dei principali pregi del sistema attuale, l’articolo 358 del codice di procedura penale che obbliga il PM a ricercare anche le prove a discolpa dell’indagato.

Il fatto di propendere per il sì, tuttavia, non mi impedisce di fare qualche considerazione critica non tanto nei confronti della riforma in sé, quanto nei confronti dei suoi paladini più accaniti. A loro vorrei dire: smettiamola di illuderci, smettiamo di presentare la riforma come un rimedio miracoloso contro la mala giustizia, la politicizzazione dei magistrati, i calvari degli indagati. Tutti questi mali continueranno, ma – noi almeno lo speriamo – in forma più attenuata. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra un male attuale certo e un male futuro verosimilmente minore, se mai la riforma passerà.

C’è però anche un’altra considerazione che mi rende scettico: il garantismo  ha un costo, e di questo costo dobbiamo essere consapevoli innanzitutto noi difensori del sì. Meno innocenti in carcere può significare anche più colpevoli in libertà. È questo che molti difensori del no temono. Nella lotta contro i reati dei colletti bianchi e dei politici (truffe finanziarie, corruzione, concussione, abuso d’ufficio, traffico di influenze) il garantismo è al tempo stesso un grave ostacolo, e un irrinunciabile principio di civiltà. Il classico motto “meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”, tanto caro al compianto iper-liberale Piero Ostellino, non può essere portato al punto da paralizzare la lotta contro il crimine. Di questo noi liberali o garantisti dovremmo sempre essere consapevoli.

E non è tutto. Se guardiamo le cose da un punto di vista sociologico, la vera anomalia del fronte del sì – specie nelle sue componenti più politicizzate – è che in esso convivono due impulsi diversi, anzi opposti. Da un lato un impulso garantista, che tutela soprattutto i colletti bianchi ingiustamente perseguiti, dall’altro uno speculare impulso giustizialista contro l’indulgenza dei magistrati verso la criminalità comune, italiana e straniera. Detto crudamente: una parte non trascurabile del fronte del sì vorrebbe più garanzie in certi tipi di processi, e meno garanzie in altri. Una sorta di schizofrenia, che rende culturalmente ibrida la battaglia del sì.

Possiamo dedurne che il fronte del sì è incoerente, e quello del no non lo è?

No, non possiamo dedurlo, perché anche il fronte del no è incoerente. Il fronte del no difende lo status quo del sistema giudiziario, che a sua volta è schizofrenico. I magistrati italiani sono giustizialisti con la criminalità dei colletti bianchi, specie se perseguirli conferisce visibilità e interviste sui media, ma sono ultra-garantisti con la criminalità comune, specie se gli autori di reati sono stranieri.

La differenza fra i due fronti non è la coerenza, visto che entrambi sono giustizialisti su certi reati e garantisti su altri. La differenza vera è che al fronte del no la schizofrenia attuale della magistratura va bene, mentre il fronte del sì vorrebbe correggerla.

Vasto programma, direbbe qualcuno.

[articolo inviato alla Ragione il 15 febbraio]




Astuzie della dis-ragione – Quanti voti sposta Vannacci?

Non so se sia frutto del caso, o ci sia lo zampino di Matteo Renzi. Certo colpisce la perfetta coincidenza temporale: da due mesi si sono fatte più insistenti le voci di un’uscita del generale Vannacci dalla Lega (uscita poi effettivamente avvenuta), e nel medesimo brevissimo arco di tempo si è consumato il completo ribaltamento della linea politica dell’opposizione sulla sicurezza. Fino a pochi mesi fa spergiuravano che era tutta una percezione, e che quelli di destra erano “imprenditori della paura”. Da un paio di mesi spergiurano che la situazione è drammatica, la violenza è esplosa, i minorenni sono fuori controllo, gli sbarchi sono aumentati, i rimpatri ristagnano, e tutto questo perché la destra non sa governare, e ha clamorosamente tradito le promesse elettorali.

Credo non sfugga a nessuno il meraviglioso assist che la sinistra tutta – non so fino a che punto imbeccata dal machiavellico Renzi – ha fornito al Generale e alle sue ambizioni. Se il governo di destra ha fallito sulla sicurezza, è logico che gli elettori siano alla ricerca di qualcuno che faccia sul serio. E chi meglio di Vannacci può interpretare la parte del cattivo, visto lo scarso mordente del trio Salvini-Meloni-Tajani?

Renzi, abbastanza spudoratamente, considera Vannacci quel plus di consenso elettorale che Schlein, campasse cent’anni, non sarà mai in grado di fornire al centro-sinistra. Se il partito di Vannacci (denominato Futuro Nazionale) prende il 5%, argomentano Renzi e alcuni strateghi progressisti, Giorgia Meloni è spacciata, perché quei voti saranno sottratti soprattutto a Fratelli d’Italia e alla Lega, e con una potatura del 4 o 5% dei consensi elettorali alle destre di governo, il centro-sinistra può superare brillantemente il centro-destra.

In effetti, secondo l’ultima super-media dei sondaggi, il centro sinistra è al 44.7%, il centro-destra è al 48%, ed è aritmeticamente vero che, se togliamo al centro-destra il 4 o il 5%, i suoi consensi scendono al 43 o al 44%, un filo sotto il livello attuale dei consensi al centro-sinistra (44.7%). Un margine esilissimo per pronosticare, a oltre un anno dal voto, una vittoria del campo largo.

Sul senso politico (e il cinismo), di questo ragionamento si potrebbe molto discutere, ad esempio osservando che è ben triste che – al solo scopo di far prevalere la propria parte – si favorisca scientemente un imbarbarimento del clima politico, assecondando la nascita di una vera destra estrema, che già esiste in Germania (Alternative für Deutschland, di Alice Weidel), in Francia (Rassemblement National, di Marine Le Pen), nel Regno Unito (Reform UK, di Nigel Farage), ma per fortuna non ancora in Italia. Sono le “astuzie della dis-ragione”, forse direbbe Hegel.

Sul piano tecnico-sondaggistico, però, non posso non segnalare l’erroneità del ragionamento renziano, almeno finché i calcoli sono effettuati ipotizzando un consenso elettorale che resta al di sotto del 4 o 5% (nessun sondaggio, al momento, gli assegna di più).

Ebbene, intanto non è vero – come molti titoli di giornale hanno fatto credere – che Vannacci inciderebbe soprattutto sul consenso a Fratelli d’Italia. Il ragionamento non tiene conto del fatto che Fratelli d’Italia ha quasi il quadruplo dei consensi della Lega, e solo per questa semplice ragione potrebbe cedere leggermente più consensi di quanti ne dovrebbe cedere il partito di Salvini. Se si prendono in considerazione non il numero assoluto di voti perduti da FdI e Lega a favore di Futuro Nazionale ma le emorragie di voti dei due partiti fatto 100 il loro consenso attuale, le cifre rilevate dai sondaggi suggeriscono che, nel caso peggiore possibile per il centro-destra di governo (Vannacci al 4%), Fratelli d’Italia perderebbe circa il 3% dei suoi consensi e la Lega più del 10%.

Quanto all’indebolimento complessivo del centro-destra classico (senza Vannacci), si dimentica che – anche ipotizzando che Vannacci riesca a drenare il 4% dei consensi – la perdita per il centro-destra classico nel suo insieme sarebbe minima. Basandoci sui dati pubblicati dai sondaggi dei giorni scorsi, si può calcolare che Fratelli d’Italia passerebbe dall’attuale 29.9% al 29.0%, la Lega dall’8% al 7.2%, Forza Italia e Noi moderati potrebbero perdere un paio di decimali, passando dal 10.1% al 9,9%. In sintesi, il centro-destra nel suo insieme arretrerebbe dal 48% al 46.1%. Dunque ancora un punto e mezzo sopra l’attuale consenso del campo largo.

Dove stava l’errore? Fondamentalmente nel trascurare il fatto che, secondo gli stessi sondaggi dei giorni scorsi, solo metà dei voti di Vannacci arriverebbero dal centro-destra, mentre l’altra metà potrebbe arrivare dal non voto e soprattutto dalle cosiddette “Altre liste” che, lo ricordiamo, nelle ultime elezioni politiche avevano assorbito quasi il 7% dei consensi.

Senza contare un’incognita di cui avevo già parlato sulla Ragione qualche settimana fa, prima che Vannacci scendesse in campo: il fattore Calenda. Che potrebbe correre da solo, ma anche stringere un patto con un centro-destra “devannaccizzato”.

[articolo uscito sulla Ragione il 10 febbraio]