Spostamenti elettorali e prospettive di governo – Qualcosa è cambiato

Una delle caratteristiche salienti di questa legislatura, la XIX della Repubblica, è l’invarianza del consenso. Per quasi 4 anni i rapporti di forza fra i partiti sono rimasti congelati, punto più punto meno, alla fotografia consegnata dalle urne il 25 settembre 2022. L’unico, debole, trend è stato il consolidamento del centro-destra, che con poco meno del 44% dei consensi aveva sbaragliato una sinistra litigiosa e divisa.

Poi è arrivato il referendum sulla giustizia, che nel giro di pochissime settimane – almeno stando ai sondaggi – ha bruciato un consenso che sembrava acquisito. Il partito della premier, Fratelli d’Italia, che per anni aveva veleggiato vicino al 30% dei consensi, pare retrocesso in prossimità del risultato del 2022 (26%). La Lega, che per tutta la legislatura aveva conteso a Forza Italia il 3° posto fra i partiti, ora si trova a gareggiare con Avs (Bonelli e Fratoianni) per il 4° posto (e qualche sondaggio la dà addirittura sotto il 6%, superata da Avs). Il nuovo partito di Vannacci, dopo un esordio sotto il 3%, viene accreditato del 4% se non di più. Pd e Cinque Stelle tengono, i partitini centristi pure, con la piccola novità dell’esordio (in alcuni sondaggi) del partito liberaldemocratico (dato appena al di sopra dell’1%). Diversi sondaggisti proclamano che il campo largo ha superato il centro-destra e che, anche allargando i confini di quest’ultimo per includere il partito di Vannacci, il campo largo resterebbe in vantaggio.   

È possibile che una parte delle cifre che girano in questi giorni siano drogate dal bisogno di novità dei sondaggisti e dalle aspettative di alcuni committenti dei sondaggi. Va detto però che sarebbe strano che la vittoria dei no al referendum non avesse spostato nulla. Più plausibile è pensare che l’appuntamento referendario abbia fornito agli elettori una prima occasione di riflessione in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. E che l’esito della riflessione non sia stato esaltante per il centro-destra, che al momento non può vantare alcun provvedimento-bandiera da difendere e consolidare nella prossima legislatura.

Viene da chiedersi se, dopo questo riequilibrio, il centro-destra avrà ancora la volontà e la forza di imporre una legge elettorale che premierebbe la coalizione che avesse conquistato anche solo un voto in più della coalizione rivale. Se davvero centro-destra (allargato a Vannacci) e campo largo sono più o meno pari, la nuova legge elettorale potrebbe rivelarsi un masochistico regalo che il governo fa all’opposizione.

Ecco perché, da qualche settimana, si torna a ragionare di pareggio e governissimo, ossia di un esito che finora quasi nessuno aveva seriamente preso in considerazione. La legge elettorale potrebbe essere lasciata com’è, o modificata marginalmente, per lasciare al centro-destra margini di manovra dopo un pareggio o una vittoria risicata della sinistra. Il problema è che questa operazione non è politicamente simmetrica. In caso di pareggio e difficoltà di formare un governo è concepibile che un partito di destra possa correre in soccorso del vincitore di sinistra, ma è molto improbabile che accada il contrario. Forza Italia già ora guarda a sinistra, ma non c’è nessuna forza politica a sinistra che guardi a destra.

Voglio dire che mentre è possibile immaginare una maggioranza di sinistra che includa Forza Italia (e magari escluda Avs), è estremamente difficile immaginare una maggioranza di destra che includa il Pd. Se la destra vince le elezioni ma non ha i numeri in Parlamento, l’unico aiuto che (del tutto in teoria) può ricevere è dalle disperse e litigiose forze minori progressiste, guidate dagli irrequieti Calenda (Azione), Renzi (Italia Viva), Magi (+Europa). Uno scenario che si scontrerebbe con il problema Vannacci: se è già difficile immaginare che i partitini progressisti moderati concedano il loro consenso a un governo di Giorgia Meloni, è fantascienza pensare che possano farlo se quel governo si reggesse anche sul sostegno del Generale.

[articolo uscito sulla Ragione il 5 maggio 2026]




AI, un rischio rimosso

Quanti posti distruggerà? Quante nuove professioni nasceranno? Quante professionalità dovranno ristrutturarsi? Quanto drastiche saranno le riorganizzazioni aziendali?

Queste, grosso modo, sono le macro-domande che ci facciamo quando proviamo a immaginare come sarà il mondo allorché l’intelligenza artificiale lo avrà completamente riplasmato.

C’è però una conseguenza dell’AI, e più in generale della iper-connessione, di cui si parla pochissimo: la potenziale distruzione della fiducia. Della fiducia si parla pochissimo perché – per un sistema sociale – è un po’ come l’aria per un individuo: non te ne accorgi perché è una condizione minima di sussistenza. Nessun individuo può sopravvivere se smette di respirare, nessun sistema sociale può sopravvivere se viene meno la fiducia fra i suoi membri.

Naturalmente per fiducia non intendo la benevolenza, l’empatia, la solidarietà, bensì una condizione più asettica e fredda, ampiamente studiata dai sociologi e dagli economisti: la convinzione che gli accordi saranno rispettati e le transazioni non saranno inquinate da inganni, sotterfugi, informazioni false, frodi, truffe.

Ebbene, questo presupposto minimo della vita sociale sta progressivamente venendo meno perché le possibilità di inserirsi subdolamente nel flusso comunicativo in cui ormai quasi tutti viviamo sono enormemente cresciute, e si stanno ulteriormente espandendo e affinando. Le cronache ne riferiscono raramente, ma ogni giorno migliaia di persone vengono manipolate (per indurle a fare un versamento o cambiare un contratto) o  subiscono assalti alla propria identità, alla propria privacy, ai propri dati, al proprio conto corrente. Grazie all’intelligenza artificiale e all’iper-connessione, oggi è facilissimo simulare di essere una banca, un’assicurazione, un assessorato, un’azienda erogatrice di servizi, un’autorità di regolazione, un ufficio di polizia, persino – con l’imitazione della voce – una determinata persona che si conosce personalmente e di cui ci si fida. E questo avviene per una ragione ben precisa: negli ultimi anni – grazie a internet, all’informatica e all’AI – si è enormemente abbassato il costo di produzione di segnali al tempo stesso credibili e falsi, ma è rimasta sostanzialmente intatta la fiducia del pubblico verso interlocutori sconosciuti. Fingersi un funzionario di banca attraverso una videata ben costruita, o facendo apparire sul nostro telefonino il numero telefonico della banca custodito in rubrica, è enormemente più facile di 10 anni fa. A dispetto di ciò la maggior parte di noi si comporta sostanzialmente come 10 anni fa, ossia continua a concedere fiducia ai propri interlocutori, come se il rischio di essere ingannati fosse trascurabile.

Ma quel rischio, contrariamente a quanto ci piacerebbe credere, è in vertiginosa ascesa (più della chirurgia estetica, che è una delle industrie leader del nostro tempo). Un buon indicatore del rischio di essere ingannati è l’aumento delle truffe on line e delle frodi informatiche, che secondo una recente indagine FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani) stanno crescendo a un ritmo annuo dell’ordine del 30%, e sottraggono centinaia di milioni di euro ai cittadini (un trend favorito dal crollo delle transazioni in contanti). Quanto ai dati più generali della delittuosità, colpisce il fatto che la voce “truffe e delitti informatici” stia al secondo posto (dopo i furti) come numero assoluto di delitti segnalati (oltre 300 mila nel 2024), e in fatto di velocità di crescita  contenda il primato alle violenze sessuali (la classe di delitti maggiormente cresciuta fra il 2019 e il 2024). Né le cose vanno meglio nel confronto internazionale dove – in materia di truffe e frodi – siamo al 9° posto su 41 società avanzate (paesi Oecd o UE), ed “eccelliamo” precisamente in questo tipo di delitti.

La fase in cui siamo è ancora quella dell’euforia, in cui prevale l’entusiasmo per il progresso tecnologico e i suoi indubbi vantaggi. Ma rischia di essere solo una fase. Nell’istante in cui il sistema informatico di una grande banca  venisse violato, e migliaia di correntisti perdessero i loro risparmi, quella fase finirebbe e si passerebbe istantaneamente da un regime di (prevalente) fiducia a un regime di sfiducia generalizzata, con conseguente caos (se non paralisi) delle transazioni on line.

Fantascienza?

Tanto poco fantascienza che quell’istante ha già ricevuto un nome: si chiama Q-day, ossia giorno in cui un computer quantistico riuscirà a violare i codici di sicurezza di qualche grande istituzione. Nessuno sa quanto vicino sia quel giorno (qualcuno ritiene che possa essere già nel 2029), ma sappiamo che da tempo gli esperti di crittografia stanno lavorando ad algoritmi capaci di scongiurare quella catastrofe, proteggendo le basi di dati dall’imminente assalto dei quasi-onnipotenti computer quantistici.

Nel frattempo si naviga a vista. Il grosso del pubblico si muove sulla rete come in un immenso luna park, con scarsa consapevolezza dei pericoli. Una frazione più istruita, più esperta, più informata o semplicemente più diffidente, già ora adotta precauzioni e sistemi di auto-protezione come le VPN (Virtual Private Network). Con la conseguenza di aggiungere una nuova fonte di diseguaglianza alla già lunga lista dei fattori che creano marginalità, esclusione, vulnerabilità.

Un bel paradosso per chi credeva e crede che internet sia una sorta di paradiso egualitario.

[articolo uscito sul Messaggero il 3 maggio 2026]




Adolescenti su internet – Si muove l’Europa

Age verification, verifica dell’età. Di questo si parla insistentemente da un po’ di tempo, e si parlerà ancora a lungo: è di pochi giorni fa, infatti, il lancio della European Verification App, uno strumento informatico di verifica dell’età, pensato per limitare l’accesso degli adolescenti  alle piattaforme digitali, e in particolare ai social.

L’idea ovviamente non è di rendere impossibile l’accesso ai social degli under-16 (o under-15, non è ancora stato deciso), ma di renderlo molto più complicato di oggi, nella speranza di limitare i danni alla salute mentale di ragazzi e ragazze. Il sistema europeo, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe violare la privacy, in quanto basato sulla concessione di “gettoni” di accesso anonimi.

Il decollo di questo progetto non ha mancato di suscitare polemiche, riattivando l’antica disfida fra proibizionisti (rassicurati dai controlli) e anti-proibizionisti (spaventati dall’ingerenza dei poteri pubblici). Un recente sondaggio sembra indicare che la maggior parte dei genitori vedono con favore norme che impediscano (o subordinino al consenso dei genitori) l’accesso ai social prima di una determinata età. D’altra parte una lettera aperta firmata da centinaia di esperti ha recentemente lanciato l’allarme sui rischi per la privacy che le procedure di age verification produrrebbero.

C’è una novità importante, tuttavia, rispetto ai dibattiti classici – come quello sulla legalizzazione degli stupefacenti – fra proibizionisti e anti-proibizionisti. Tradizionalmente, le posizioni proibizioniste attirano soprattutto l’elettorato conservatore, e quelle anti-proibizioniste l’elettorato progressista. In questo caso no, le cose sono molto più articolate.

In campo conservatore, l’istinto proibizionista entra in conflitto con la difesa della libertà di espressione, che da diverso tempo è entrato nell’agenda della destra, giustamente inorridita dalle tentazioni censorie del follemente corretto.

Ancora più complicate le cose in campo progressista: il riflesso antiproibizionista (vietato vietare!) si scontra con l’interventismo in campo sociale, che prescrive di prevenire il disagio sociale. Quello della app europea è uno dei rari casi in cui la dottrina progressista (prevenire anziché reprimere) si trova di fronte una situazione in cui reprimere un comportamento (l’esposizione ai social) è il modo più logico per prevenire un rischio sociale (il disagio mentale). In altre parole, ai progressisti risulta arduo ricorrere alla solita contrapposizione fra la prevenzione (buona) e la repressione (cattiva), perché – in questo caso – per prevenire occorre reprimere.

Che fare, dunque?

Questo lo deciderà la politica, come quasi sempre avviene. Quello che noi cittadini possiamo fare è cercare di non vedere solo una faccia del problema, e non farci accecare dalle nostre pulsioni proibizioniste o anti-proibizioniste.

Chi propende per controlli severi non dovrebbe nascondersi alcuni fatti fondamentali. Primo, i controlli sono quasi sempre aggirabili, come dimostra la severissima Australia dove 2 adolescenti su 3 hanno continuato a stare sui social nonostante il divieto introdotto. Secondo, la necessità di sottoporsi a frequenti verifiche dell’età aumenterà, innanzitutto per gli adulti, i rischi di furti di identità e truffe (come già sta avvenendo da tempo con le app bancarie e le bollette). Senza contare i danni in temini di efficienza e rapidità della navigazione in rete.

Chi non vorrebbe divieti non dovrebbe sottovalutare il fatto che, per un genitore che desidera proteggere i figli dai rischi di internet, è molto più facile vietare qualcosa se anche la legge la vieta (un ragionamento che, forse, andrebbe considerato anche nel caso degli stupefacenti). Soprattutto, chi tiene alla salute mentale dei propri figli non dovrebbe lasciarsi ingannare da quanti sostengono che gli esperti siano divisi, e che non ci siano prove definitive dei danni prodotti dai social. No, questo non è vero: studiosi come Joan Twenge e Jonathan Haidt (l’autore del La generazione ansiosa) hanno portato prove schiaccianti sui danni mentali prodotti da social, videogiochi e pornografia. Sono i negazionisti del nesso fra social e disagio mentale a non aver portato prove convincenti della loro tesi.

C’è, infine, una considerazione politica, che dovrebbe fare riflettere soprattutto la sinistra: è verosimile che lasciare le cose come stanno possa aumentare le diseguaglianze sociali. Fateci caso, ma a dedicare le maggiori energie a limitare, filtrare, indirizzare la vita su internet dei figli sono i ceti più istruiti, ben consapevoli dei danni – e quindi dei futuri svantaggi sociali – che l’esposizione eccessiva può provocare. È un caso che tutti i maggiori inventori delle tecnologie della rete, da Steve Jobs (Apple) a Bill Gates (Microsft), abbiano cercato di tenere lontani dagli schermi i loro figli?

[articolo uscito sul Messaggero il 19 aprile 2026]




La folgorante ascesa di Silvia Salis – Tempo di Salis?

Non so voi, ma io non ricordo, in decenni e decenni di prima e seconda Repubblica, un solo caso di uomo o donna politica che – come la sindaca di Genova Silvia Salis – sia passata quasi istantaneamente dal quasi-anonimato allo status di possibile candidato alla Presidenza del Consiglio. Certo, si potrebbe citare il caso di Antonio Di Pietro, che nel momento di massimo splendore e follia di Tangentopoli molti elettori (il 71% secondo un sondaggio dell’epoca) avrebbero voluto nientemeno che alla presidenza della Repubblica. Ma sarebbe un paragone inappropriato: quando raggiunse quei livelli di consenso Di Pietro aveva alle spalle due anni di inchieste giudiziarie sensazionali, e poteva presentarsi come l’eroe che aveva reso giustizia agli italiani depredati dalla voracità dei partiti.

Silvia Salis no. È appena agli inizi della sua avventura politica, e i soli titoli che può vantare sono alcuni notevoli successi come atleta nel lancio del martello, nonché una carriera di dirigente sportiva. Eppure un recentissimo sondaggio BiDiMedia rivela che, al momento, è l’unica esponente del centro-sinistra che riscuote un consenso paragonabile a quello di Giorgia Meloni. La sindaca di Genova già oggi potrebbe arrivare al 48.9% (a soli 2 punti dal 51.1% di Meloni), mentre Conte dovrebbe accontentarsi del 46.4% e Schlein del 45.5%.

Come si spiega?

Non credo vi sia una ragione unica o dominante, anzi penso che questo sia un perfetto esempio di causalità multipla. Se il vento soffia nelle vele di Silvia Salis è perché, all’improvviso, più ragioni si sono allineate fra loro come pianeti. Una ragione fondamentale è che sia Schlein sia Conte non piacciono a una frazione non trascurabile dell’elettorato progressista, e pure a una parte degli indecisi o astenuti. Silvia Salis è nuova, e può approfittare della preferenza degli elettori per le novità: non è mai successo, nella storia della seconda Repubblica, che il voto premiasse un governo uscente.

Un altro elemento che favorisce Salis è la sua appartenenza alla componente moderata e riformista del campo largo. È vero che il suo moderatismo può alienarle le simpatie della base più estremista del campo progressista, ma è difficile pensare che i voti perduti per l’astensione degli estremisti spossano essere più numerosi dei voti riconquistati grazie alla mobilitazione dell’elettorato riformista (a partire da quello che guarda al partito di Calenda). E il fatto di non essere iscritta ad alcun partito, paradossalmente, la rende più e non meno forte, perché disinnesca la ridda delle rivalità fra le varie componenti del campo largo.

C’è poi il fattore donna, che gioca a favore di Salis non solo contro Conte, ma pure contro Schlein, che molti elettori non percepiscono precisamente come una Meloni di sinistra.

C’è infine una ragione politica fondamentale: Silvia Salis è probabilmente l’unica candidata alla presidenza del Consiglio in grado di evitare una sanguinosa e catastrofica lotta per la leadership fra i leader dei due maggior partiti, Pd Cinque Stelle.

C’è un “però”, tuttavia, di cui occorre tenere conto. Silvia Salis ha detto di essere contraria alle primarie in quanto divisive, e che se la vogliono come candidata-premier, devono chiederglielo tutte le componenti del campo largo. Ma è realistico pensare che, già divisi oggi fra “contiani” e “schleiniani”, i maggiorenti del campo largo non finiscano domani per sbranarsi fra paladini della lanciatrice di martello e tenaci difensori delle prerogative dei partiti?

Già oggi, nel centro-sinistra, sono in corso manovre e calcoli per definire chi in futuro potrà occupare le due caselle fondamentali (presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica). Una candidatura Salis alla presidenza del Consiglio toglierebbe dal tavolo una delle due caselle, lasciando ben pochi margini per le negoziazioni sulla casella rimasta. Questo, forse, è il vero ostacolo all’ascesa del nuovo astro della politica italiana.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 aprile 2026; battute: circa 4000]




Finalmente (alcuni) dati – La criminalità nell’era Meloni

Meglio tardi che mai. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Interno ha fatto uscire qualche dato sulla criminalità. Siamo nel 2026, e finalmente abbiamo i dati del 2024, assolutamente necessari per capire come stanno andando le cose (fino a poco fa eravamo fermi al 2023).

Dico “qualche dato”, e non “i dati” perché tuttora mancano – o sono gravemente incompleti – i due tasselli fondamentali: i dati sulla criminalità giovanile e quelli sulla criminalità degli stranieri, che della criminalità generale costituiscono segmenti importantissimi.

L’uscita dei dati consente, finalmente, di dirimere almeno in parte la questione che, negli ultimi mesi, ha animato tanti dibattitti: stiamo assistendo a un peggioramento della situazione, come sostengono tanti esponenti dell’opposizione, o le cose stanno migliorando, come talora controbattono gli esponenti della maggioranza?

Naturalmente non esiste una risposta univoca. Dipende da quali reati consideriamo, e da quale periodo del passato prendiamo come termine di paragone. A me pare che il modo più ragionevole di procedere sia di confrontare le tendenze fra il 2022 e il 2024 (biennio meloniano) con quelle fra il 2019 (ultimo anno senza Covid) e il 2022 (primo anno senza Covid). Questo perché negli anni intermedi (2020 e 2021) i reati sono stati artificialmente  contenuti dalle restrizioni alla mobilità.

Ebbene, se procediamo così, ecco i risultati. Per quanto riguarda l’insieme dei reati, il tasso di crescita medio annuo è stato del 3.1% nel biennio meloniano, mentre nel triennio precedente il trend era stato negativo (-0.7%). Parlando in generale, è dunque vero che la situazione è peggiorata.

Il quadro si fa però più complesso se consideriamo i singoli reati. Il Ministero distingue 32 gruppi di reati, più una categoria residuale “altri reati”. Dai dati pubblicati risulta che 7 sono diminuiti sia in era Meloni sia nell’era precedente, 7 sono aumentati in entrambi i periodi, 7 sono diminuiti in era Meloni e aumentati nel periodo precedente, ma ben 12 sono aumentai in era Meloni e diminuiti in era Conte-Draghi (2019-2022). Dunque, a questo livello ancora rozzo, la situazione pare un po’ peggiorata. La cosa più interessante, però, è andare a vedere quali sono i reati tipici dei due periodi.

Fra i reati calanti in era Meloni e in crescita nell’era precedente vi sono i delitti informatici, lo sfruttamento della prostituzione, gli omicidi volontari consumati. Fra quelli in crescita nell’era Meloni e calanti nell’era precedente si segnalano i furti di ogni tipo, le lesioni dolose, le minacce, i tentati omicidi.

Quel che più colpisce, tuttavia, è la lista dei reati che sono in aumento in entrambi i periodi: estorsioni, truffe e frodi informatiche, danneggiamenti, percosse, rapine, atti sessuali con minorenne, violenze sessuali. Queste ultime, in particolare, sono cresciute al ritmo annuo del 4.2% in era Meloni, ma a quello (più che doppio) del’8.8% nell’era precedente. Se dovessimo indicare i marker delle due ere, direi che l’era Meloni si caratterizza per la forte dinamica dei reati predatori (furti e rapine), quella precedente per le truffe informatiche e le violenze sessuali.

Queste tendenze, già di per sé allarmanti, riguardano il complesso della popolazione: maggiorenni e minorenni, italiani e stranieri. Se però proviamo a dare uno sguardo, con i pochissimi dati concessi dal Ministero a Save the Children (report (Dis)Armati), ai reati commessi da minorenni, il quadro si fa ancora più inquietante. In 5 anni, fatto 100 il numero di reati del 2019, il loro numero è passato a 125 per le rapine, a 145 per le minacce, a 164 per le lesioni personali, a 199 per le risse, a 250 per il porto abusivo di armi. E questi numeri risultano immancabilmente maggiori per i minorenni stranieri.

Ognuno, naturalmente, è libero di dedurne quello che preferisce. Ma continuare a ignorarli non mi pare un’opzione ragionevole.

[articolo uscito sulla Ragione il 24 marzo 2026]