A proposito dello stupratore seriale – Violenza e società avanzate
Non è la prima volta che, al momento dell’arresto di un uomo con l’accusa di stupro, si scopre che aveva dei precedenti per il medesimo reato o per reati affini. La serialità, infatti, è una caratteristica sovente associata ai crimini che hanno per vittima donne: violenza domestica, stalking, molestie, stupro.
Da questo punto di vista il recentissimo caso del 26-enne muratore gambiano, autore di due stupri a Roma ai danni di due diverse donne (una di 60 anni, l’altra di 44), può sembrare nient’altro che uno fra i tanti episodi consimili (le violenze sessuali denunciate sono circa 15 al giorno). Alcune caratteristiche di questa vicenda, tuttavia, dovrebbero farci riflettere.
In primo luogo, la brevità dell’intervallo fra le due aggressioni: il giovane, dopo il primo stupro, ne ha compiuto un secondo prima ancora di esser arrestato per il primo, ossia nel giro di 48 ore. Di qui il sospetto degli inquirenti che i due episodi più recenti siano solo la coda di una catena di violenze ben più lunga.
In secondo luogo, la condizione di immigrato regolare, in Italia da quasi 10 anni, munito di permesso di soggiorno, regolarmente assunto da una azienda edile, incensurato.
In terzo luogo la confessione di aver agito sotto l’effetto di droghe, presumibilmente crack e cocaina, di cui pare si rifornisse stabilmente.
La vicenda colpisce per il contrasto fra l’immagine di un soggetto fuori controllo, al punto di consumare due stupri (e un tentativo di rapina) nel giro di 48 ore, e i dati di base della sua condizione socio-economica: occupato, assunto con un contratto a tempo indeterminato, titolare di un permesso di soggiorno, a suo tempo destinatario – grazie all’aiutato di un’avvocata italiana – di un provvedimento di protezione umanitaria. In poche parole, siamo di fronte a un caso nel quale non possiamo tirare fuori la solita spiegazione: delinque perché non è integrato. Al contrario: delinque benché non sia né irregolare, né disoccupato, né sfruttato, né abbandonato.
Ci chiediamo allora: che cosa tiene insieme queste due realtà opposte?
Un elemento importante, probabilmente, è il mercato della droga. È vero che il tasso di criminalità degli stranieri irregolari è enormemente maggiore di quello degli stranieri regolari (per gli extra-comunitari, unico dato aggiornato disponibile, il rapporto è circa 20 a 1). Ma non possiamo nasconderci il potenziale criminogeno che il circuito dello spaccio e del consumo di droghe attivano, non solo fra gli irregolari, ma anche fra gli stranieri regolari e fra gli stessi italiani. Come non possiamo continuare a glissare sul problema delle recidive, contro le quali manca del tutto una legislazione adeguata. Vista da questa angolatura, la ricetta che sovente si sente invocare – azzerare gli ingressi irregolari per combattere la criminalità – andrebbe forse ripensata con maggiore realismo, se non con scetticismo: può mitigare il problema, ma non ne va alla radice.
Ma qual è la radice?
La radice, temo, è che le nostre società, ricche, moderne e avanzate, sono da tempo entrate in una fase di devianza crescente, che sarebbe riduttivo ricondurre al sotto-problema dei flussi migratori irregolari. È vero che, nei rari casi in cui i dati ufficiali distinguono fra nativi e stranieri, sono quasi sempre gli stranieri a presentare i tassi di criminalità più elevati. Ma il problema di fondo è l’aumento complessivo dei crimini violenti, compresi quelli commessi da italiani, sia adulti sia minorenni. Un fenomeno piuttosto ben documentato dalle statistiche nazionali e internazionali, ma che si tende a occultare con vari ben collaudati artifici: usare termini di confronto ad hoc (come il 1991, anno in cui i reati avevano toccato un massimo), scegliere solo i dati che suggeriscono una diminuzione dei reati (il cosiddetto cherry picking), attribuire l’aumento di certi crimini (come le violenze sessuali) a un ipotetico, mai documentato, aumento dei tassi di denuncia.
Eppure basta lavorare su reati senza numero oscuro (gli omicidi) o su intervalli temporali corti (nel breve periodo i tassi di denuncia non possono cambiare drasticamente), per accorgersi che – in Occidente – qualcosa di grave e di profondo sta accadendo. Se prendiamo come riferimento i tre crimini più violenti (i femminicidi, gli omicidi e le violenze sessuali), e consideriamo le tendenze più recenti (gli ultimi 7 anni per cui si hanno dati), dobbiamo constatare che essi sono in preoccupante aumento. E lo sono innanzitutto nelle società più ricche, democratiche e civili. In Europa, i tre crimini violenti sono in diminuzione solo in 4 paesi su 31. E fuori dell’Europa almeno uno dei tre crimini è in aumento in Canada, Nuova Zelanda, Australia, Singapore, Stati Uniti. In generale, la percentuale di paesi a crimine crescente è poco sopra il 50% nel gruppo delle società più povere, sale al 70-80% nelle società a benessere intermedio, ma supera il 90% nelle società più ricche.
E l’Italia? L’Italia si caratterizza proprio per il dinamismo delle violenze sessuali, che sono in crescita sia fra gli adulti sia fra i minori, in particolare immigrati. Quanto agli omicidi volontari, sono in lieve aumento fra gli adulti (in passato diminuivano), ma in forte crescita fra i minori di nazionalità italiana (+ 84.2% fra il pre-Covid e oggi).
Conclusione?
Nessuna, salvo una raccomandazione: smettiamola di illuderci che il trend secolare del declino degli omicidi, iniziato nell’alto Medioevo e vanto degli Stati nazionali europei, stia proseguendo la sua galoppata civilizzatrice. Quel trend ha esaurito la sua spinta, e nessuno sa esattamente perché.
[articolo uscito sul Messaggero il 30 agosto 2025]