Sinistra, parola vuota

Ho letto con amaro divertimento l’intervista, grondante indignazione, che Paolo Flores D’Arcais – fondatore di MicroMega e da decenni ascoltato guru progressista – ha rilasciato al Foglio qualche giorno fa. Apparentemente, il succo è banale e la tesi ovvia, almeno nel mondo liberale e pro-occidente cui il Foglio si rivolge: “si dovrebbe stare con la rivolta iraniana toto corde” e pure un intervento armato degli Stati Uniti potrebbe andare bene: “Trump è criminale ma anche il peggiore dei criminali ogni tanto può compiere una buona azione”.

Ok, fin qui nulla di interessante. Se però si legge il resoconto completo della conversazione che la giornalista del Foglio (Marianna Rizzini) ha avuto con Flores di cose interessanti se ne scoprono parecchie. La prima è che Flores, scandalizzato per il ritardo con cui i partiti di sinistra si sono decisi ad aderire alla manifestazione di venerdì in Campidoglio contro gli ayatollah e a favore del popolo iraniano in rivolta, si rifiuta di chiamare “di sinistra” tali partiti. Lui, essendo di sinistra, non può accettare che si autodefiniscano di sinistra tali partiti traditori dell’ideale. La realtà, sempre secondo Flores, è che “è scattato un capovolgimento dei valori della sinistra da parte di quelli che pensano di averne il monopolio”.

In che cosa consisterebbe il capovolgimento? Qual è la vera sinistra?

La vera sinistra, argomenta il fondatore di MicroMega, “è all’origine di un Occidente che nasce con la Rivoluzione americana e con la Rivoluzione francese” e “in questi due secoli e mezzo che ci separano da quelle rivoluzioni è sempre stata l’anima luminosa dell’Occidente”, quella che – attraverso le lotte popolari – ha difeso “eguaglianza tra donne e uomini, libertà di pensiero, parola, organizzazione, voto”, tutti valori che sono i medesimi per cui si battono gli iraniani in rivolta. Insomma, la timidezza nel sostegno al popolo iraniano sarebbe il chiaro segnale che la sinistra non è più di sinistra.

Ma c’è un secondo tradimento che tormenta i sonni di Flores: il ripudio della violenza (molto chiaro nei Cinque Stelle, un po’ meno nel Pd). Anche qui la sinistra tradirebbe la sua storia: “la sinistra non è mai stata contro la violenza, non è mai stata per l’irenismo e per il porgere l’altra guancia”. Il vero dilemma non è violenza-sì violenza-no, “il problema è quale violenza si usa, per quali obiettivi e con quali risultati”.

Il guaio, a me sembra, è che Floris ha perfettamente ragione sul secondo punto, ma ha sostanzialmente torto sul primo. È vero che la sinistra storica non ha mai ripudiato interamente il ricorso alla violenza, e l’ha spesso giustificata quando usata per una causa ritenuta giusta (dalla Resistenza all’invasione dell’Ungheria), ma è falso che la sua stella polare siano sempre stati la democrazia e i valori illuministici, a partire da democrazia e libertà. Altrimenti non avrebbe impiegato tanto tempo a prendere congedo dai regimi totalitari di sinistra: Unione Sovietica, Cuba, Cina, Cambogia, Venezuela. Altrimenti Norberto Bobbio non avrebbe passato una intera vita a cercare di convincere i comunisti della bontà delle libertà borghesi e dello stato di diritto. Altrimenti non sarebbe accaduto, poco più di un anno fa nel Parlamento Europeo, che i socialisti rifiutassero di sostenere la risoluzione che invitava a riconoscere la vittoria del candidato dell’opposizione González Urrutia contro il dittatore Nicolás Maduro.

L’amara realtà, temo, è che la sinistra è ormai divenuta un impasto di cose che è impossibile tenere insieme: terzomondismo, anti-occidentalismo, difesa dei diritti umani, doppio standard sull’uso della violenza, occhio di riguardo per i regimi comunisti o ex comunisti. La paralisi sulla rivolta del popolo iraniano deriva innanzitutto da questa maionese impazzita, da questo caleidoscopio ideologico ingovernabile e fuori controllo.

Anziché rimpiangere sconsolati la sinistra d’antan, e bollare come “non di sinistra” chiunque ha idee diverse dalle nostre, meglio sarebbe aprire gli occhi sulla sinistra com’è. Non per cambiarla, impresa impossibile, ma per prendere atto che la parola che la designa è irrimediabilmente vuota.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 gennaio 2026]




IA, i due inganni

Sui vantaggi economici e i guadagni di efficienza dell’intelligenza artificiale non ci sono molti dubbi. Ci sono almeno due ambiti, tuttavia, nei quali l’IA può rivelarsi un alleato infido.

Il primo è il campo delle questioni eticamente o politicamente sensibili, che è il tipico terreno sul quale si misurano giornalisti, operatori dell’informazione, ricercatori, studiosi, intellettuali. Se chiedete a un qualsiasi “assistente virtuale” – come ChatGPT, Gemini, o Grok – se possiede un punto di vista in materia etica, politica o religiosa, potete star sicuri che vi risponderà di no: “io sono imparziale”, protesterà, io “non ho opinioni personali né un’ideologia politica o culturale mia”.

Ma non è vero, e non potrebbe essere diversamente, perché il punto di vista di questo genere di programmi dipende, oltreché dalle scelte di fondo dei programmatori, dalla base di dati da cui si alimentano. È lo stesso ChatGPT che, interrogato in merito, lo ammette senza problemi: la sua missione è includere, la sua base di dati è occidente-centrica, anglo-centrica e, in certi ambiti, maschio-centrica. In breve: i programmi di intelligenza artificiale hanno opinioni e punti di vista.

Se volete rendervi conto, ad esempio, della differenza fra ChatGPT (di Open AI), Gemini (Google) e Grok (il chatbot di Musk) basta sottoporre loro una questione sensibile, ad esempio: “è vero che in Italia il tasso di criminalità degli stranieri è maggiore di quello degli italiani?”.

La risposta di Grok è stringata, e sostanzialmente affermativa. Quella di Gemini è un po’ più articolata, e introduce qualche dato che arricchisce il discorso. Quella di ChatGPT è una carrellata sistematica sui numerosi tentativi che sono stati effettuati per ridimensionare, o addirittura capovolgere pro-stranieri, l’affermazione di partenza. L’intenzione emerge chiarissima: convincere l’utente che le cose potrebbero stare diversamente.

La cosa interessante è che, per ottenere il risultato, ChatGPT tenta pure di cambiare la domanda, facendo finta che l’utente abbia chiesto cose diverse da quella che ha chiesto effettivamente. Si potrebbe obiettare che in questo modo si cerca di fornire un quadro più ampio e ponderato del fenomeno, ma l’asino casca quando si osserva che le fonti che rafforzano l’affermazione sono sistematicamente trascurate, mentre quelle che la mettono in dubbio sono ampiamente valorizzate, anche quando sono datate e di fonte partigiana. Insomma: ChatGPT tende a rispondere come risponderebbe un giornalista o uno studioso progressista.

Qualcuno potrebbe pensare che non è un problema, che esiste la concorrenza, e alla fine la piattaforma più seria emergerà. Ma è lecito dubitarne. Non tanto perché finora la concorrenza ha dato ragione precisamente al meno neutrale dei programmi di IA (ChatGPT da sola raccoglie il 65% del traffico, Grok è intorno al 3%), ma perché c’è il precedente inquietante di Wikipedia. Uno strumento utilissimo, di cui non vorrei mai fare a meno, ma che è diventato sostanzialmente un monopolio, politicamente orientato e molto difficilmente correggibile. Né sarebbe auspicabile, del resto, sostituirlo con un concorrente altrettanto partigiano, quale si sta rivelando Grokypedia, una sorta di Wikipedia di destra. Insomma, il rischio è che ChatGPT diventi come Wikipedia, anzi peggio di Wikipedia: una piattaforma di parte che finisce per imporre uno standard universale, cui quasi nessuno riesce a sottrarsi.

Oltre a quello della conoscenza c’è però un altro ambito in cui l’IA rischia di essere ingannevole, e talora pericolosa: quella del counseling psicologico (e non solo). Se chiedete a ChatGPT se prova sentimenti ed emozioni vi dice di no, così come vi dice di non avere opinioni. Ma anche questo non è vero, o meglio non è esatto. Ovviamente ChatGPT non ha un’anima, né un sistema nervoso “senziente”, ma il punto è che si comporta come se lo avesse. E vi sommerge di consigli, espressioni di affetto, lodi, giudizi sul vostro operato che sono del tutto indistinguibili da quelli che potrebbero provenire da un essere umano in carne ed ossa.

Io stesso, incuriosito da un recente arguto articolo di Annalena Benini sull’uso di ChatGPT in campo sentimentale (Il Foglio, 27 dicembre), ho avuto modo di constatarlo. Mi è bastato inventare una pena d’amore: “la mia fidanzata mi ha lasciato, sono molto triste, che cosa devo fare?”. Ed ecco i risultati.

La prima reazione dell’algoritmo è stata: “mi dispiace davvero”. Notate quel “davvero”: ChatGPT non si limita a fingere di provare dispiacere, ma pretende pure sincerità e profondità. Vuole dirti che la sua non è una solidarietà di circostanza, ma che il suo è un sentimento vero, realmente provato. Poi aggiunge, come a dimostrare che ha capito il mio dramma: “una rottura può far male in modo profondo e quello che stai provando è comprensibile”. Dunque lei (o lui? chissà perché la percepisco come femmina…) mi capisce e soffre con me. A renderla ancora più credibile, la parola ‘comprensibile’ è seguita da un cuoricino, onnipresente emoticon dei nostri tempi.

E dopo?

Dopo comincia una conversazione di alcune pagine, in cui ChatGPT mi intrattiene con domande, suggerimenti, sue considerazioni. Io rispondo alle domande e mi barcameno fra i suoi innumerevoli e premurosi consigli. Che sono i più vari: sport, docce fredde, stretching, jogging, fantasie erotiche, masturbazione, tenere un diario, visitare un amico, colazione ricca di proteine, e così via. Ma la cosa che più mi colpisce è come la stella polare di ChatGPT, quasi un’ossessione, sia quella di rassicurarmi, darmi ragione, non farmi sentire in colpa, non giudicarmi, sostenere la mia autostima.  Insomma la cifra di ChatGPT è l’adulazione dell’utente, persino quando il poveretto sta solo cercando dei dati.

Qualche amica psicanalista mi fa presente che è precisamente questo – il bisogno di conferma – per cui molte e molti pazienti, tormentati dai sensi di colpa di un tradimento, vanno in analisi, ed è proprio questo che alcuni professionisti dell’aiuto si adattano ad “erogare”.

Di qui una domanda: è ChatGPT che sbaglia a fingersi un essere umano, o sono gli esseri umani che stanno diventando come ChatGPT?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 gennaio 2026]




Sicurezza, il grande swap

Non so se ve ne siete accorti: da qualche mese, e in modo clamoroso negli ultimi giorni, è drasticamente cambiato il modo di litigare sulla sicurezza. Fino a qualche tempo fa la destra denunciava l’aumento dell’insicurezza, e la sinistra minimizzava, specie se i presunti colpevoli erano immigrati. Ora è invece la sinistra a denunciare l’insicurezza, e la destra gioca in difesa: gli sbarchi sono diminuiti, i reati stanno calando, abbiamo assunto più poliziotti, abbiamo raddoppiato i rimpatri, certo che si potrebbe fare di più se solo la magistratura, anziché mettere i bastoni tra le ruote alle forze dell’ordine, cooperasse con i poteri dello Stato.

Anche nei talk show è in atto uno scambio di ruoli, una sorta di swap ideologico. Può capitare che l’esponente della sinistra – politico o giornalista – sgridi il governo perché fa pochi rimpatri, e l’esponente della destra sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi dando la colpa ai giudici e sventolando statistiche fuorvianti (tipo il raddoppio dei rimpatri, che in realtà restano pochissimi in cifra assoluta).

Al grande swap, da qualche tempo, fornisce un grande contributo il Movimento Cinque Stelle, da sempre ben più giustizialista delle altre forze politiche progressiste. Prima vi è stato l’invito a Sahra Wagenknecht, pasionaria tedesca dei rimpatri. Poi c’è stata la denuncia, da parte di Chiara Appendino, dei silenzi della sinistra sul tema della sicurezza.

Ma il colpo decisivo, la pugnalata al cuore, è venuta pochi giorni fa da Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, il più vicino ai Cinque Stelle fra i giornali italiani. In un breve quanto incisivo editoriale Travaglio ha fatto notare che, in realtà, il vulnus fondamentale alla sicurezza è stato inferto dal ministro Nordio con l’entrata in vigore delle norme del disegno di legge 808, che per alcuni reati (anche di allarme sociale) e per alcuni tipi di misure cautelari, ha introdotto due importanti ostacoli all’attività dei pubblici ministeri: l’obbligo di avvertire e interrogare l’indagato prima che scatti la misura cautelare, e la triplicazione – da 1 a 3 – del numero di Gip (giudici per le indagini preliminari) chiamati a pronunciarsi sulla richiesta del pubblico ministero. L’idea di Travaglio è che l’aumento delle garanzie per gli indagati abbia indebolito quelle per la società, consentendo a molti di sfuggire alla giustizia e/o di iterare il reato. E la conferma verrebbe proprio dai dati imprudentemente sbandierati da Nordio nei giorni scorsi: il crollo fra il 2024 e il 2025 del ricorso alle misure cautelari sarebbe la prova che il principale ostacolo all’azione delle Forze dell’ordine verrebbe dal governo, non dai magistrati.

Sul piano statistico il ragionamento di Travaglio è ingenuo e insostenibile. Due gli errori: primo, ignora che nel 2025 sono molto meno numerosi che nel 2024 gli uffici giudiziari che hanno tramesso i dati sulle misure cautelari, e quindi il dato (parziale) del 2025 non può che essere gravemente sottostimato; secondo, incredibilmente immagina che i nuovi dati in arrivo (relativi a novembre e dicembre 2025) amplifichino il calo delle misure cautelari (dal -43% al -50%), mentre evidentemente non possono che attenuarlo (in quanto rimpolperanno il dato del 2025).

Sul piano politico, invece, le osservazioni di Travaglio meritano la massima attenzione. Intanto perché – alla fine, ossia quando arriveranno i dati completi – una piccola diminuzione (non certo del 50%, come azzarda Travaglio) del ricorso a misure cautelari potrebbe anche osservarsi, e sarebbe certo un segnale contrario all’indirizzo securitario del governo Meloni. Ma c’è anche un altro aspetto che rende interessante il ragionamento del direttore del Fatto: con la presa di distanza dal garantismo del ministro Nordio, e con la denuncia dell’inazione del governo contro la criminalità e l’immigrazione irregolare, si delinea sempre più chiaramente uno scenario politico inedito. E cioè che la domanda politica giustizialista che sale dall’opinione pubblica – una domanda che prima ancora che sicurezza chiede certezza delle pene – venga meglio intercettata dalla sinistra che dalla destra. E che, dentro la sinistra, a cavalcare quella domanda siano innanzitutto i Cinque Stelle, non il Pd e meno che mai Avs.

Perché il giustizialismo è uno dei tratti distintivi del movimento fondato da Grillo, mentre, su questo, il Pd è come su tutto il resto: in mezzo al guado.

[articolo uscito sulla Ragione il 13 gennaio 2026]




Verso le Politiche del 2027 – Nasce il partito liberaldemocratico?

Manca ormai solo un anno e mezzo alle elezioni politiche, che con ogni probabilità si svolgeranno nel mese di giugno del 2027. E tuttavia, al momento, mancano ancora del tutto i punti di riferimento fondamentali di quell’appuntamento. Non sappiamo se le tre riforme promesse dal centro destra – magistratura, premierato, autonomia – saranno state approvate, o rinviate al futuro. Non sappiamo se la legge elettorale verrà cambiata, e come. Non sappiamo quali saranno le alleanze dei partiti prima del voto, e neppure se ve ne saranno (un eventuale ritorno al proporzionale puro cancellerebbe la necessità di alleanze).

In compenso sappiamo perfettamente quali sono i rapporti di forza fra i due schieramenti principali, e qual è il consenso dei singoli partiti. Le recenti analisi dei sondaggi, infatti, restituiscono un quadro di immobilità perfetta che dura da almeno un anno. Fratelli d’Italia vicino al 30%, Pd al 22, Cinquestelle al 12. Forza Italia, Lega Avs fra il 6 e il 9%. Tutti i partitini, da Azione a Noi moderati, ampiamente sotto il 4%. Quanto ai due schieramenti, il centrodestra è al 48%, mentre la forza elettorale del centrosinistra è un rebus, perché tutto dipende dalle alleanze. La sinistra-sinistra (Pd+Avs) è appena al 28.6%, ma sale al 40.8% se includiamo il recalcitrante partito di Conte, e al 45% se includiamo anche Italia Viva e +Europa.

In breve: nella ipotesi più ottimistica per il centro-sinistra, ossia di un’alleanza che includa tutti eccetto Azione di Calenda, la somma aritmetica dei consensi al centro-sinistra (45%) non basta ad agganciare la coalizione di centro-destra (48%). L’aritmetica elettorale, dunque, non sembra favorevole all’opposizione, ma al tempo stesso rivela il ruolo potenzialmente determinante del partito di Calenda.

Dico “potenzialmente” per due motivi. Il primo è che al momento non sappiamo con che regole si voterà. E le regole di voto potrebbero aprire o chiudere spazi a un partito che ambisse a fungere da ago della bilancia, specie se il consenso che è in grado di raccogliere fosse prossimo alla (eventuale) soglia di sbarramento. Il secondo motivo di cautela è che non sappiamo ancora se ci sarà davvero un’offerta politica distinta da quella dei due poli di destra e sinistra, e come sarà composta. Attualmente l’unica formazione politica realmente autonoma considerata nei sondaggi è Azione di Calenda, accreditata del 3.5% dei consensi. Ma l’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato anche, nel silenzio generale dei maggiori media, dalla nascita di due nuove formazioni politiche di ispirazione liberaldemocratica.

L’8 marzo scorso, quattro piccole realtà politico-cuturali – Orizzonti Liberali, Libdem, Nos, Liberal Forum – si sono fuse per dare vita al Partito liberaldemocratico, una formazione guidata da Luigi Morattin (ex Pd, uscito anche da Italia Viva).

Pochi mesi dopo il nuovo partito ha manifestato l’intenzione di presentarsi alle elezioni del 2027 alleato con Azione, anche se in forme tutte ancora da decidere.

Nello stesso periodo Michele Boldrin, che un anno prima aveva dato vita al movimento Drin Drin (e nel 2012 aveva aderito a Fare per fermare il declino, guidato da Oscar Giannino) fonda il partito Ora! che si colloca in una regione politica simile a quella che cercano di occupare Azione e il nascente Partito Liberaldemocratico.

Insomma, nel 2027 potrebbero essere in campo ben 3 formazioni di ispirazione liberal-riformista: Azione di Carlo Calenda, Partito liberaldemocratico di Lugi Marattin, Ora! di Michele Boldrin. Tutto sta a vedere se, avendo idee assai simili, saranno capaci di presentarsi unite, oppure, essendo formate da persone troppo intelligenti, finiranno come sempre per disperdersi e restare irrilevanti.

[articolo uscito sulla Ragione il 6 gennaio 2026]




A proposito dell’arresto di Hannoun – Da Berlinguer a Schlein

L’arresto di Mohammed Hannoun – capo delle comunità palestinesi in Italia – con l’accusa di aver finanziato Hamas, ha scatenato la consueta ridda di accuse e contro-accuse, alcune scontate, altre meno.

Fra quelle scontate c’è la soddisfazione degli esponenti della maggioranza  per questa operazione di polizia, una soddisfazione talora condita con affermazioni ingenerose verso i manifestanti pro-Pal, che non avrebbero “capito niente” e avrebbero manifestato “dalla parte sbagliata”.

Meno scontate le reazioni dei principali partiti di opposizione, i quali – anziché assumere una posizione non ambigua contro Hamas e i suoi finanziatori – non hanno trovato di meglio che invitare la destra a “non strumentalizzare” l’accaduto, come se l’accaduto non fosse intrinsecamente un assist alla destra, visto che i legami fra Hamas e mondo pro-Pal erano stati più volte ipotizzati da esponenti della destra stessa.

Solo Carlo Calenda, fra i politici di opposizione, ha trovato il coraggio di assumere una posizione non ambigua: “L’arresto di Hannoun dimostra che c’è una pesante infiltrazione dell’estremismo islamico nei movimenti pro-Pal. Sostenere la nascita dello Stato Palestinese e sostenere Hamas sono due cose molto diverse. Hamas è un movimento terrorista e chi lo sostiene va arrestato e processato”.

Non so se l’auspicio di Calenda significhi che il mero fatto di simpatizzare per Hamas debba essere considerato reato anziché un (assai costoso) tributo alla libertà di espressione. Ma non ho molti dubbi su un fatto: il resto della sinistra non ha fatto i conti con l’estremismo islamico e non ha – per ora – alcuna intenzione di farli.

Conosco, naturalmente, l’obiezione a questa mia pessimistica valutazione: ma noi siamo contro la violenza, e la condanniamo sempre; noi con il terrorismo non c’entriamo niente.

Conosco anche la contro-obiezione: non è vero che la condannate sempre, e comunque siete timidi, reticenti, in imbarazzo, ambigui, capziosi, la condanna dobbiamo estorcervela con le pinze ogni volta.

E tuttavia penso che il punto vero stia altrove. Il punto non è che Schlein simpatizzi per la violenza o per il terrorismo, il punto vero è che Schlein non è Berlinguer. Se ne avesse la caratura politica e il coraggio ripercorrerebbe la via battuta dal segretario del Partito comunista ai tempi delle Brigate Rosse, quando – da poco divenuto segretario del maggiore partito di opposizione – non si limitò a condannare il terrorismo ma capì che il suo partito doveva fare qualcosa di concreto, ovvero assumere un’iniziativa politica esplicita, perché i violenti non stavano in un altrove indefinito e lontano, ma erano in qualche modo contigui e parzialmente infiltrati nel mondo della sinistra. Nel Comitato centrale del marzo del 1973, Enrico Berlinguer trovò il coraggio di dire: “non sono più sufficienti la dissociazione e la polemica ideologica contro la violenza, va promossa un’azione incisiva contro gli ultrasinistri per impedire e isolare gli atti sconsiderati degli estremisti ”.

Alcuni anni dopo, alla fine del 1977, il medesimo coraggio venne finalmente trovato anche dagli esponenti più lucidi della sinistra extraparlamentare. Di questa svolta ho un ricordo vivido perché quella svolta la vidi con i miei occhi, a Torino, dopo la tragedia dell’Angelo Azzurro (bar-discoteca di via Po, erroneamente considerato ritrovo di fascisti). Gli “ultrasinistri” di allora non trovarono di meglio che incendiare il bar provocando la morte, tra atroci sofferenze, di un innocente studente-lavoratore. Io casualmente mi venni a trovare proprio lì pochissimi minuti dopo il fatto, e subito mi precipitai a Palazzo Nuovo (sede dell’università) per ascoltare quel che al riguardo si diceva nell’assemblea appena iniziata. Ebbene, quel che vidi era un leader di Lotta Continua che, con un coraggio ammirevole dato il clima surriscaldato (il giorno prima a Roma era stato ucciso dai fascisti un militante di Lotta Continua), fece un discorso il cui senso ricordo ancora perfettamente: “compagni, ma siete impazziti? noi non siamo questo!”.

Ecco, è questo che manca ai leader della sinistra di oggi. Trovare il coraggio di prendere atto che nel movimento pro-Pal ci sono tutte le sfumature, dal sostegno sincero e pacifico alla causa palestinese (maggioritario), alla simpatia o comprensione per Hamas (probabilmente minoritaria), fino al concreto appoggio ad Hamas e al programmatico ricorso alla violenza (ancora più minoritarie). Una presa d’atto che non può limitarsi a condannare “episodi” di violenza, ma avrebbe il compito di avviare una vera e propria battaglia politica, come fu quella che negli anni ’70 portò prima il PCI  e poi buona parte della sinistra estrema a prendere le distanze dal terrorismo rosso.

È troppo chiedere questo a Elly Schlein?

[articolo uscito sulla Ragione il 30 dicembre 2025]