Sicurezza, il grande swap

Non so se ve ne siete accorti: da qualche mese, e in modo clamoroso negli ultimi giorni, è drasticamente cambiato il modo di litigare sulla sicurezza. Fino a qualche tempo fa la destra denunciava l’aumento dell’insicurezza, e la sinistra minimizzava, specie se i presunti colpevoli erano immigrati. Ora è invece la sinistra a denunciare l’insicurezza, e la destra gioca in difesa: gli sbarchi sono diminuiti, i reati stanno calando, abbiamo assunto più poliziotti, abbiamo raddoppiato i rimpatri, certo che si potrebbe fare di più se solo la magistratura, anziché mettere i bastoni tra le ruote alle forze dell’ordine, cooperasse con i poteri dello Stato.

Anche nei talk show è in atto uno scambio di ruoli, una sorta di swap ideologico. Può capitare che l’esponente della sinistra – politico o giornalista – sgridi il governo perché fa pochi rimpatri, e l’esponente della destra sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi dando la colpa ai giudici e sventolando statistiche fuorvianti (tipo il raddoppio dei rimpatri, che in realtà restano pochissimi in cifra assoluta).

Al grande swap, da qualche tempo, fornisce un grande contributo il Movimento Cinque Stelle, da sempre ben più giustizialista delle altre forze politiche progressiste. Prima vi è stato l’invito a Sahra Wagenknecht, pasionaria tedesca dei rimpatri. Poi c’è stata la denuncia, da parte di Chiara Appendino, dei silenzi della sinistra sul tema della sicurezza.

Ma il colpo decisivo, la pugnalata al cuore, è venuta pochi giorni fa da Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, il più vicino ai Cinque Stelle fra i giornali italiani. In un breve quanto incisivo editoriale Travaglio ha fatto notare che, in realtà, il vulnus fondamentale alla sicurezza è stato inferto dal ministro Nordio con l’entrata in vigore delle norme del disegno di legge 808, che per alcuni reati (anche di allarme sociale) e per alcuni tipi di misure cautelari, ha introdotto due importanti ostacoli all’attività dei pubblici ministeri: l’obbligo di avvertire e interrogare l’indagato prima che scatti la misura cautelare, e la triplicazione – da 1 a 3 – del numero di Gip (giudici per le indagini preliminari) chiamati a pronunciarsi sulla richiesta del pubblico ministero. L’idea di Travaglio è che l’aumento delle garanzie per gli indagati abbia indebolito quelle per la società, consentendo a molti di sfuggire alla giustizia e/o di iterare il reato. E la conferma verrebbe proprio dai dati imprudentemente sbandierati da Nordio nei giorni scorsi: il crollo fra il 2024 e il 2025 del ricorso alle misure cautelari sarebbe la prova che il principale ostacolo all’azione delle Forze dell’ordine verrebbe dal governo, non dai magistrati.

Sul piano statistico il ragionamento di Travaglio è ingenuo e insostenibile. Due gli errori: primo, ignora che nel 2025 sono molto meno numerosi che nel 2024 gli uffici giudiziari che hanno tramesso i dati sulle misure cautelari, e quindi il dato (parziale) del 2025 non può che essere gravemente sottostimato; secondo, incredibilmente immagina che i nuovi dati in arrivo (relativi a novembre e dicembre 2025) amplifichino il calo delle misure cautelari (dal -43% al -50%), mentre evidentemente non possono che attenuarlo (in quanto rimpolperanno il dato del 2025).

Sul piano politico, invece, le osservazioni di Travaglio meritano la massima attenzione. Intanto perché – alla fine, ossia quando arriveranno i dati completi – una piccola diminuzione (non certo del 50%, come azzarda Travaglio) del ricorso a misure cautelari potrebbe anche osservarsi, e sarebbe certo un segnale contrario all’indirizzo securitario del governo Meloni. Ma c’è anche un altro aspetto che rende interessante il ragionamento del direttore del Fatto: con la presa di distanza dal garantismo del ministro Nordio, e con la denuncia dell’inazione del governo contro la criminalità e l’immigrazione irregolare, si delinea sempre più chiaramente uno scenario politico inedito. E cioè che la domanda politica giustizialista che sale dall’opinione pubblica – una domanda che prima ancora che sicurezza chiede certezza delle pene – venga meglio intercettata dalla sinistra che dalla destra. E che, dentro la sinistra, a cavalcare quella domanda siano innanzitutto i Cinque Stelle, non il Pd e meno che mai Avs.

Perché il giustizialismo è uno dei tratti distintivi del movimento fondato da Grillo, mentre, su questo, il Pd è come su tutto il resto: in mezzo al guado.

[articolo uscito sulla Ragione il 13 gennaio 2026]




Verso le Politiche del 2027 – Nasce il partito liberaldemocratico?

Manca ormai solo un anno e mezzo alle elezioni politiche, che con ogni probabilità si svolgeranno nel mese di giugno del 2027. E tuttavia, al momento, mancano ancora del tutto i punti di riferimento fondamentali di quell’appuntamento. Non sappiamo se le tre riforme promesse dal centro destra – magistratura, premierato, autonomia – saranno state approvate, o rinviate al futuro. Non sappiamo se la legge elettorale verrà cambiata, e come. Non sappiamo quali saranno le alleanze dei partiti prima del voto, e neppure se ve ne saranno (un eventuale ritorno al proporzionale puro cancellerebbe la necessità di alleanze).

In compenso sappiamo perfettamente quali sono i rapporti di forza fra i due schieramenti principali, e qual è il consenso dei singoli partiti. Le recenti analisi dei sondaggi, infatti, restituiscono un quadro di immobilità perfetta che dura da almeno un anno. Fratelli d’Italia vicino al 30%, Pd al 22, Cinquestelle al 12. Forza Italia, Lega Avs fra il 6 e il 9%. Tutti i partitini, da Azione a Noi moderati, ampiamente sotto il 4%. Quanto ai due schieramenti, il centrodestra è al 48%, mentre la forza elettorale del centrosinistra è un rebus, perché tutto dipende dalle alleanze. La sinistra-sinistra (Pd+Avs) è appena al 28.6%, ma sale al 40.8% se includiamo il recalcitrante partito di Conte, e al 45% se includiamo anche Italia Viva e +Europa.

In breve: nella ipotesi più ottimistica per il centro-sinistra, ossia di un’alleanza che includa tutti eccetto Azione di Calenda, la somma aritmetica dei consensi al centro-sinistra (45%) non basta ad agganciare la coalizione di centro-destra (48%). L’aritmetica elettorale, dunque, non sembra favorevole all’opposizione, ma al tempo stesso rivela il ruolo potenzialmente determinante del partito di Calenda.

Dico “potenzialmente” per due motivi. Il primo è che al momento non sappiamo con che regole si voterà. E le regole di voto potrebbero aprire o chiudere spazi a un partito che ambisse a fungere da ago della bilancia, specie se il consenso che è in grado di raccogliere fosse prossimo alla (eventuale) soglia di sbarramento. Il secondo motivo di cautela è che non sappiamo ancora se ci sarà davvero un’offerta politica distinta da quella dei due poli di destra e sinistra, e come sarà composta. Attualmente l’unica formazione politica realmente autonoma considerata nei sondaggi è Azione di Calenda, accreditata del 3.5% dei consensi. Ma l’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato anche, nel silenzio generale dei maggiori media, dalla nascita di due nuove formazioni politiche di ispirazione liberaldemocratica.

L’8 marzo scorso, quattro piccole realtà politico-cuturali – Orizzonti Liberali, Libdem, Nos, Liberal Forum – si sono fuse per dare vita al Partito liberaldemocratico, una formazione guidata da Luigi Morattin (ex Pd, uscito anche da Italia Viva).

Pochi mesi dopo il nuovo partito ha manifestato l’intenzione di presentarsi alle elezioni del 2027 alleato con Azione, anche se in forme tutte ancora da decidere.

Nello stesso periodo Michele Boldrin, che un anno prima aveva dato vita al movimento Drin Drin (e nel 2012 aveva aderito a Fare per fermare il declino, guidato da Oscar Giannino) fonda il partito Ora! che si colloca in una regione politica simile a quella che cercano di occupare Azione e il nascente Partito Liberaldemocratico.

Insomma, nel 2027 potrebbero essere in campo ben 3 formazioni di ispirazione liberal-riformista: Azione di Carlo Calenda, Partito liberaldemocratico di Lugi Marattin, Ora! di Michele Boldrin. Tutto sta a vedere se, avendo idee assai simili, saranno capaci di presentarsi unite, oppure, essendo formate da persone troppo intelligenti, finiranno come sempre per disperdersi e restare irrilevanti.

[articolo uscito sulla Ragione il 6 gennaio 2026]




A proposito dell’arresto di Hannoun – Da Berlinguer a Schlein

L’arresto di Mohammed Hannoun – capo delle comunità palestinesi in Italia – con l’accusa di aver finanziato Hamas, ha scatenato la consueta ridda di accuse e contro-accuse, alcune scontate, altre meno.

Fra quelle scontate c’è la soddisfazione degli esponenti della maggioranza  per questa operazione di polizia, una soddisfazione talora condita con affermazioni ingenerose verso i manifestanti pro-Pal, che non avrebbero “capito niente” e avrebbero manifestato “dalla parte sbagliata”.

Meno scontate le reazioni dei principali partiti di opposizione, i quali – anziché assumere una posizione non ambigua contro Hamas e i suoi finanziatori – non hanno trovato di meglio che invitare la destra a “non strumentalizzare” l’accaduto, come se l’accaduto non fosse intrinsecamente un assist alla destra, visto che i legami fra Hamas e mondo pro-Pal erano stati più volte ipotizzati da esponenti della destra stessa.

Solo Carlo Calenda, fra i politici di opposizione, ha trovato il coraggio di assumere una posizione non ambigua: “L’arresto di Hannoun dimostra che c’è una pesante infiltrazione dell’estremismo islamico nei movimenti pro-Pal. Sostenere la nascita dello Stato Palestinese e sostenere Hamas sono due cose molto diverse. Hamas è un movimento terrorista e chi lo sostiene va arrestato e processato”.

Non so se l’auspicio di Calenda significhi che il mero fatto di simpatizzare per Hamas debba essere considerato reato anziché un (assai costoso) tributo alla libertà di espressione. Ma non ho molti dubbi su un fatto: il resto della sinistra non ha fatto i conti con l’estremismo islamico e non ha – per ora – alcuna intenzione di farli.

Conosco, naturalmente, l’obiezione a questa mia pessimistica valutazione: ma noi siamo contro la violenza, e la condanniamo sempre; noi con il terrorismo non c’entriamo niente.

Conosco anche la contro-obiezione: non è vero che la condannate sempre, e comunque siete timidi, reticenti, in imbarazzo, ambigui, capziosi, la condanna dobbiamo estorcervela con le pinze ogni volta.

E tuttavia penso che il punto vero stia altrove. Il punto non è che Schlein simpatizzi per la violenza o per il terrorismo, il punto vero è che Schlein non è Berlinguer. Se ne avesse la caratura politica e il coraggio ripercorrerebbe la via battuta dal segretario del Partito comunista ai tempi delle Brigate Rosse, quando – da poco divenuto segretario del maggiore partito di opposizione – non si limitò a condannare il terrorismo ma capì che il suo partito doveva fare qualcosa di concreto, ovvero assumere un’iniziativa politica esplicita, perché i violenti non stavano in un altrove indefinito e lontano, ma erano in qualche modo contigui e parzialmente infiltrati nel mondo della sinistra. Nel Comitato centrale del marzo del 1973, Enrico Berlinguer trovò il coraggio di dire: “non sono più sufficienti la dissociazione e la polemica ideologica contro la violenza, va promossa un’azione incisiva contro gli ultrasinistri per impedire e isolare gli atti sconsiderati degli estremisti ”.

Alcuni anni dopo, alla fine del 1977, il medesimo coraggio venne finalmente trovato anche dagli esponenti più lucidi della sinistra extraparlamentare. Di questa svolta ho un ricordo vivido perché quella svolta la vidi con i miei occhi, a Torino, dopo la tragedia dell’Angelo Azzurro (bar-discoteca di via Po, erroneamente considerato ritrovo di fascisti). Gli “ultrasinistri” di allora non trovarono di meglio che incendiare il bar provocando la morte, tra atroci sofferenze, di un innocente studente-lavoratore. Io casualmente mi venni a trovare proprio lì pochissimi minuti dopo il fatto, e subito mi precipitai a Palazzo Nuovo (sede dell’università) per ascoltare quel che al riguardo si diceva nell’assemblea appena iniziata. Ebbene, quel che vidi era un leader di Lotta Continua che, con un coraggio ammirevole dato il clima surriscaldato (il giorno prima a Roma era stato ucciso dai fascisti un militante di Lotta Continua), fece un discorso il cui senso ricordo ancora perfettamente: “compagni, ma siete impazziti? noi non siamo questo!”.

Ecco, è questo che manca ai leader della sinistra di oggi. Trovare il coraggio di prendere atto che nel movimento pro-Pal ci sono tutte le sfumature, dal sostegno sincero e pacifico alla causa palestinese (maggioritario), alla simpatia o comprensione per Hamas (probabilmente minoritaria), fino al concreto appoggio ad Hamas e al programmatico ricorso alla violenza (ancora più minoritarie). Una presa d’atto che non può limitarsi a condannare “episodi” di violenza, ma avrebbe il compito di avviare una vera e propria battaglia politica, come fu quella che negli anni ’70 portò prima il PCI  e poi buona parte della sinistra estrema a prendere le distanze dal terrorismo rosso.

È troppo chiedere questo a Elly Schlein?

[articolo uscito sulla Ragione il 30 dicembre 2025]




Sulla diminuzione dei femminicidi – Qualcosa è cambiato

Come è andato il 2025? Che cosa è cambiato nel nostro paese?

La risposta, inevitabilmente, dipende dalle priorità – e dalle convinzioni politiche – di ognuno di noi. C’è un cambiamento, però, di cui non si parla ma di cui tutti dovremmo rallegrarci: nel 2025, per la prima volta da molti decenni, il numero di donne uccise è diminuito in modo sensibile. Erano state 130 nel 2022, erano scese a 120 nel 2023 (l’anno della morte di Giulia Cecchettin), poi a 117 nel 2024, ma nel 2025 – a pochi giorni dalla fine dell’anno – sono circa 90 (fra 88 e 92 a seconda delle fonti). È la prima volta nella storia d’Italia che il numero di donne uccise scende sotto le 100 unità, e lo fa con un balzo percentuale mai osservato precedentemente: una riduzione compresa fra il 20 e il 25% è eccezionale, e difficilmente può essere considerata una mera fluttuazione statistica.

Il dato è tanto più significativo se si considerano alcuni aspetti. Primo,  la (forte) diminuzione del 2025 segue alcuni anni di precedenti (più piccole) diminuzioni. Secondo, negli ultimi anni la quota di omicidi con vittime donne sul totale degli omicidi (maschili e femminili) ha smesso di crescere e anzi è in contrazione (era intorno al 40% nel 2022, oggi è prossima al 33%). Terzo, se consideriamo le società avanzate di tipo occidentale, negli ultimi anni nessuna ha tassi di omicidio con vittime donne più bassi di quelli italiani (non parlo di “femminicidi” perché al riguardo non esistono statistiche internazionali confrontabili).

Ma a che cosa può essere dovuto questo brusco cambiamento?

Su numeri così piccoli avanzare una spiegazione rigorosa è impossibile. Tutto quel che possiamo fare è avanzare qualche congettura.

Comincerei da una congettura per così dire negativa. Non credo che il crollo, così improvviso e pronunciato, delle uccisioni di donne e dei femminicidi possa essere dovuto a un’improvvisa resipiscenza del maschio, magari favorita dai pensosi mea culpa di tanti intellettuali: la mentalità maschile è una di quelle cose che possono anche cambiare, ma non nel giro di un anno solare.

Più verosimile mi pare l’ipotesi che a cambiare sia stato il livello di prudenza e di allerta delle donne. I dati dicono che, dopo l’uccisione di Giulia Ceccheetin (11 novembre 2023), il ricorso al numero di emergenza 1522 è molto cresciuto, assestandosi stabilmente a un livello nettamente superiore a quello del 2023. Fatto 100 il numero di chiamate del 1° trimestre 2023 (prima del delitto Cecchettin), il numero del 1° trimestre 2024 (immediatamente dopo il delitto) è schizzato a livello 183, ma quest’anno non è rientrato intorno ai livelli del 2023, rimanendone invece ampiamente al di sopra (143 contro 100). Segno che più donne che in passato hanno scelto di farsi aiutare. Nella stessa direzione sembrano andare le notizie, frammentarie ma convergenti, che segnalano una forte crescita dei corsi di autodifesa e delle vendite di spray al peperoncino.

Una seconda ipotesi, complementare alla prima, è che un ruolo importante possa avere avuto l’unità del ceto politico, che su nessun tema è mai stato così coeso e determinato. Dicendo questo non mi riferisco solo al percorso che ha condotto all’approvazione della legge 181 sul femminicidio (entrata in vigore poche settimane fa), ma più in generale alla maggiore sensibilità e prontezza mostrata dalle istituzioni nel prendere sul serio le denunce delle donne. Anche qui i dati sono frammentari, ma nel complesso indicano un aumento degli ammonimenti del questore per stalking e per violenza domestica (due comportamenti non di rado precursori del femminicidio), così come una crescita dei divieti di avvicinamento e del ricorso al braccialetto elettronico. In breve: una più frequente e convinta attivazione del “codice rosso” previsto dalla legge 69 del 2019.

Possiamo pensare di essere finalmente sulla buona strada, e che nel giro di pochi anni gli omicidi di donne scenderanno vicino a zero?

Temo di no, perché – a dispetto di quello che molti credono – almeno metà degli omicidi di donne hanno pochissimo a che fare con la cultura maschilista o patriarcale, e dipendono piuttosto da condizioni molto specifiche e ben poco estirpabili, come gravi disturbi psichiatrici o rischi connessi al sex-work. Ciò rende per ora chimerico il sogno di azzerare rapidamente i femminicidi, che anche nelle realtà orientali più avanzate (Giappone, Singapore, Hong Kong) non sono mai scesi molto al di sotto del livello italiano.

A dispetto di tutto questo, resta il fatto – estremamente positivo – che in questo 2025 che ora volge alla fine qualcosa di rilevante è cambiato. E questo qualcosa non è merito del governo o dell’opposizione ma è una conquista di tutti: politici, forze dell’ordine, magistrati, opinione pubblica. È importante che da qui non si retroceda, e anzi si provi a fare nuovi passi sulla strada che finalmente abbiamo imboccato.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 dicembre 2025]




AI, apocalittici o integrati?

Di intelligenza artificiale mi sono occupato per diverso tempo, negli anni ’80, presso il LIA, il laboratorio di intelligenza artificiale del centro di calcolo della Regione Piemonte. A quella esperienza ritorno sempre con immenso stupore quando mi capita di maneggiare (o di essere maneggiato da) i pronipoti di quei tentativi, tanto ingenui quanto pionieristici, di emulare le prestazioni degli esseri umani.

Allora erano di moda i sistemi esperti, che venivano meticolosamente programmati per incorporare la conoscenza di medici, ingegneri, e altri specialisti. Una delle caratteristiche di quei sistemi era che, a fronte di un caso da esaminare, il programmatore era in grado di prevedere come l’algoritmo avrebbe risposto: il controllo, in altre parole, era ancora nelle mani dell’uomo. Oggi non è più così: il cuore degli algoritmi di intelligenza artificiale è invisibile all’operatore, e le loro risposte non possono essere previste perché l’addestramento non è più diretto ed esplicito (umano), ma si basa sul cosiddetto machine learning (apprendimento macchina). È un progresso, è un pericolo?

Probabilmente dipende dai campi. Nel campo della diagnosi medica (dalla lettura di una lastra alla diagnosi di una malattia) il progresso è stato spettacolare, e i vantaggi superano largamente i rischi. Ma in altri campi sarei molto più cauto. Se mi dicessero che l’aereo su cui viaggio è pilotato da un algoritmo, e non c’è nessuno a bordo in grado di subentrare se il sistema prende decisioni sbagliate, non sarei tranquillissimo. E se mi investisse (con torto) un veicolo “a guida autonoma” non mi piacerebbe apprendere che non esiste un soggetto legalmente responsabile dell’incidente. Ancora di meno mi piacerebbe che la terza guerra mondiale scoppiasse perché qualche algoritmo ha mal interpretato determinati segnali (anche se non è detto che un operatore umano avrebbe fatto di meglio). E già ora non mi piace affatto che, per un problema con la luce, il gas, il telefono, l’assicurazione, la banca, l’università presso cui lavoro, io venga affidato alle cure di un assistente digitale che non capisce il mio problema e non sa rispondere alle mie domande.

Dove invece l’AI mi stupisce davvero è nel campo della comprensione del linguaggio naturale. Negli anni ’80 la maggior parte di noi considerava ardua, se non disperata, l’impresa di riconoscere la voce e trascrivere il parlato, e molti consideravano la traduzione da una lingua straniera come attività eminentemente umana, non delegabile a una macchina. Quanto alla comprensione del senso di una domanda espressa in linguaggio naturale i tentativi di affidare il compito a una macchina erano circoscritti ad ambiti molto specifici (ad esempio interrogare un database statistico) e, visti con gli occhi di oggi, apparirebbero quanto mai goffi e barocchi.

I cosiddetti chatbot (come ChatGPT) non solo permettono di tradurre un testo in un’altra lingua, ma sono in grado di capire una domanda e, in risposta, di generare testi relativamente complessi, ovviamente basati su altri testi e materiali reperibili in rete. In questo ambito il progresso è stato non solo enorme rispetto agli anni ’80, ma rapidissimo negli ultimi due anni. Alla fine del 2023 ChatGPT faceva errori marchiani, ometteva le fonti e, quando non conosceva la risposta, inventava di sana pianta, perseguendo esclusivamente la verosimiglianza. Oggi non più, oggi si può usare ChatGPT per produrre testi di qualità paragonabile a quella (non eccelsa) che ci si può attendere da una tesina, da una ricerca o da un report compilati da un bravo liceale o da uno scrupoloso studente universitario. Con qualche errore, qualche dato inventato, ma nel complesso un prodotto accettabile e soprattutto comodo, utile.

Utile a chi?

Innanzitutto alle imprese e ai professionisti, che possono sbarazzarsi del lavoro di bassa manovalanza intellettuale. In secondo luogo agli operatori culturali (giornalisti e scrittori compresi), che possono appropriarsi gratis e senza fatica di contenuti che un tempo richiedevano tempo e perizia. In terzo luogo alla vasta rete dei plagiari più o meno professionali, che possono attingere all’oceano dei testi (scritti, musicali, video, eccetera) un tempo soggetti al diritto d’autore. Infine ai truffatori e ai professionisti della disinformazione, che grazie al cosiddetto deep learning (reti neurali multistrato) sono in grado di far circolare notizie e immagini false ma difficilmente riconoscibili come tali.

Come si vede, assumere un atteggiamento netto verso l’AI non è facile. Alla fine, come aveva immaginato Umberto Eco fin dagli anni ’60, ci divideremo fra apocalittici e integrati.

[articolo uscito sulla Ragione il 23 dicembre 2025]