Domande in attesa di risposta – Sul governo Schlein

Può anche darsi che denigrare il governo in carica, accusare Giorgia Meloni di infischiarsene dei problemi degli italiani, dipingere la premier come arroccata nel Palazzo e assetata di potere – come Elly Schlein ha fatto in una recente intervista su La7 – sia una buona strategia per acchiappare voti (anche se mi chiedo: chi guarda La7 non è già acchiappato?).

E tuttavia, da cittadino che l’anno prossimo dovrà votare alle elezioni politiche, avrei preferito che, nel largo spazio concessole dai conduttori, Elly Schlein avesse trovato modo di rispondere a qualche domanda precisa, fra le molte che gli elettori incerti si pongono. Perché è vero che il programma del Campo largo è al momento sconosciuto, ma non è pensabile che il Pd, il maggiore partito di opposizione, non abbia qualche idea ben definita su come intenderebbe governare l’Italia in caso di vittoria elettorale.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, sapere se un eventuale governo Schlein proseguirebbe la linea di rigore sui conti pubblici del governo Meloni, o se invece ritiene tale linea eccessivamente asservita ai diktat europei, e quindi non esclude di sfondare più o meno temporaneamente il tetto del 3%, magari con il lodevole intento di sollevare le sorti della sanità pubblica.

Mi piacerebbe sapere se manterrebbe l’appoggio militare all’Ucraina, e a che livello intenderebbe portare le spese per la difesa fra il 2027 e il 2032 (sopra o sotto il livello attuale?).

Mi piacerebbe sapere se, per aumentare la spesa sanitaria, intenderebbe ricorrere al deficit pubblico, a maggiori tasse, o a tagli e efficientamenti (in quali settori?).

Mi piacerebbe sapere se dobbiamo attenderci una patrimoniale, e se sì oltre quale soglia di ricchezza finanziaria o immobiliare.

Mi piacerebbe sapere se una eventuale tassa patrimoniale sarebbe una tantum (un solo anno), o pluriennale (per alcuni anni), o permanente.

Mi piacerebbe sapere se sotto il suo governo la pressione fiscale aumenterebbe ulteriormente, resterebbe invariata, o diminuirebbe.

Mi piacerebbe sapere se il suo partito ha effettuato uno studio sulle conseguenze occupazionali e fiscali del salario minimo legale.

Mi piacerebbe sapere se un governo da lei guidato cercherebbe di bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.

Infine, non meno importante di tutto il resto, la questione migratoria. È da alcuni mesi che esponenti del Pd e delle opposizioni accusano il Governo di non avere fatto abbastanza per contenere gli sbarchi e rendere effettive le espulsioni. Dobbiamo dedurne che il Pd vorrebbe interventi più severi? Se è così sarebbe utile sapere se, al riguardo, esiste un numero annuo massimo di sbarchi e un numero annuo minimo di rimpatri che il Pd considererebbe soddisfacenti.

Sarebbe altamente informativo, infine, sapere se un eventuale governo Schlein cancellerebbe i decreti sicurezza del governo precedente, e se sì con quali eventuali nuove norme li intenderebbe rimpiazzare.

Resterebbero, naturalmente, anche altre innumerevoli curiosità e domande: sui diritti gay, la gestazione per altri, il reato di stupro, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe, la politica ambientale, la politica industriale, la parità di genere, le politiche familiari, la legge elettorale, la libertà di opinione, la censura, la scuola, l’intelligenza artificiale, le norme sui telefonini, il problema della casa, gli sfratti e gli sgomberi. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Ma sono domande sulle quali noi elettori siamo abituati a ricevere dai politici risposte evasive, o generiche, o ideologiche. Meglio, allora, accontentarsi delle risposte sui temi hard dell’economia e dell’immigrazione.

Sempre che quelle risposte arrivino.

[articolo uscito sul Messaggero il 4 luglio 2026]




A proposito dei migranti bruciati vivi – E se usassimo l’esercito?

Nessuno si stupisca e nessuno si indigni. Quel che è successo a Villapiana, dove due “caporali” della raccolta delle fragole hanno fatto bruciare vivi in un’automobile 4 ragazzi iper-sfruttati che reclamavano gli arretrati, è solo l’ennesimo episodio – forse il più estremo – di una realtà che si conosce da anni (almeno dalla rivolta di Rosarno, gennaio 2010) e su cui nessuno, finora, è riuscito a intervenire in modo efficace.

Ma la raccolta della frutta e della verdura è solo la punta di un iceberg molto più ampio. In un mio libro di 7 anni fa, che tracciava il profilo della “società signorile di massa”, avevo anche provato – in un paragrafo dedicato alla “infrastruttura para-schiavistica” della nostra società – a identificare e contare i vari segmenti dell’iceberg, ed ero giunto alla strabiliante stima di 3 milioni e mezzo di persone, di cui quelli come i quattro ragazzi bruciati sono la componente più fragile e trattata con la maggiore disumanità. Nessuno può sapere quanti sono esattamente, ma l’ordine di grandezza è di 200 mila persone.

Negli ultimi 15 anni, nonostante il succedersi dei governi e a dispetto di alcuni generosi tentativi di contrasto (come la legge 199 del 2016, fortemente caldeggiata da Teresa Bellanova) il fenomeno del caporalato nel lavoro agricolo stagionale non solo non è stato debellato, ma è rimasto intatto e secondo alcune stime è persino aumentato.

Perché? Come mai le organizzazioni sindacali sono per lo più assenti dai campi di raccolta? Come mai nessun governo è riuscito a incidere sulla piaga del caporalato? E dire che dalla rivolta di Rosarno a oggi di esecutivi se ne sono succeduti ben 9: Berlusconi-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni-Conte1-Conte2-Draghi-Meloni.

Credo che la ragione di questo totale insuccesso non sia strettamente politica, visto che in tre lustri non ci siamo fatti mancare nulla: governi politici e governi tecnici, governi di sinistra e governi di destra, governi riformisti e governi populisti. Le ragioni vere a me paiono essenzialmente due. La prima è che, se qualcuno riuscisse a debellare il caporalato, e lo facesse senza introdurre sussidi o esenzioni, gli effetti sui prezzi dei prodotti agricoli e relativi derivati sarebbero pesanti.

La seconda ragione è che, anche ammesso di essere pronti a fronteggiare gli effetti collaterali di un intervento massiccio contro il caporalato, non basterebbe certo mandare in giro qualche centinaio di ispettori-poliziotti-finanzieri-sindacalisti-magistrati. Le dimensioni territoriali del fenomeno sono così ampie da rendere chimerica l’idea di sconfiggerlo come si fa con le retate che aggrediscono piccoli circuiti di malaffare. Per avere successo ci vuole di più, molto di più.

Ma che cosa?

A me vengono in mente due sole risorse. La prima è l’esercito, l’unica istituzione che ha dimensioni adeguate al compito, e che si è già rivelato prezioso in altre emergenze, ad esempio nella pandemia da Covid. Ovviamente non potrebbe operare da solo e senza un indirizzo politico-amministrativo, ma la sua mera presenza nelle campagne renderebbe infinitamente più facile alle vittime del caporalato far sentire la loro voce e far valere i loro diritti elementari.

La seconda risorsa è la concordia, a partire da quella fra governo e opposizione. Quello della lotta contro l’iper-sfruttamento nei campi dovrebbe essere un terreno su cui si rinuncia ai distinguo e alle frecciate, alle recriminazioni e alle accuse reciproche. Si possono avere idee un po’ diverse, ma si può decidere di discutere in modo non ideologico. Chiedendosi quali mezzi sono più adeguati all’unico fine condiviso, anziché quali misure sono più affini alla propria ideologia.

Ne avremmo un vantaggio tutti (eccetto gli sfruttatori), dai migranti accalcati nei dormitori o piegati sotto il sole cocente, ai cittadini che non vogliono vivere in un paese in cui la schiavitù rivive in forme nuove, spesso peggiori di quelle antiche.

E forse ne avrebbero un vantaggio anche Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La prima per il consenso che mobilitare l’esercito per una causa condivisa potrebbe portare al suo governo. La seconda perché, cooperando in modo costruttivo a un grande progetto civile, potrebbe cominciare a scrollarsi di dosso l’immagine di leader incapace di qualsiasi dialogo con il governo eletto.

[articolo uscito su Messaggero il 5 giugno 2026]




Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]




Le conseguenze – Attacco alla Flotilla

Che cosa abbia spinto l’esercito israeliano a esibirsi in un disgustoso esercizio di violenza, sopraffazione e umiliazione nei confronti dei membri della Flotilla resta per me un enigma. Così come resta un enigma se il comportamento dell’esercito sia stato ordinato dall’alto, ed eventualmente da chi (Netanyahu? Ben Gvir? vertici dell’Idf?). Probabilmente non sapremo mai la verità, o meglio non sapremo se quella che ci verrà raccontata sarà la verità o una deformazione della verità. Quello che invece si può provare a valutare sono le conseguenze che il gesto israeliano potrà produrre.

Una prima (ma tutto sommato poco probabile) conseguenza potrebbe essere un forte indebolimento dei legami fra Stati europei e Stato di Israele. Dico poco probabile perché constato che l’Unione Europea, che nel suo baldanzoso passato in nome dei diritti umani è riuscita a demonizzare democrazie come quelle austriaca, polacca e ungherese, nel caso di Israele si è ben guardata dall’assumere immediatamente una posizione chiara e risoluta. Lo stesso comunicato del nostro ministro degli Esteri, che si limita a chiedere che alla prima occasione di incontro fra i ministri degli esteri dell’Unione si discuta anche di sanzioni nei confronti di Ben Gvir (anziché nei confronti dello Stato di Israele), testimonia per l’ennesima volta la timidezza e la mancanza di unità dell’Europa. Naturalmente ben si comprendono le ragioni politiche, economiche e militari che inducono non solo l’Italia a mantenere nonostante tutto buoni rapporti con lo Stato ebraico, ma altrettanto bene si comprende che quel che è successo con la Flotilla è indigeribile per l’opinione pubblica occidentale, che può arrivare a comprendere le ragioni della violenza quando è necessaria o motivata da evidenti ragioni di sicurezza, ma non è assolutamente disposta ad accettarla quando è illegale e gratuita. Con la Flotilla si è andati oltre, si è superato un limite che anche i critici di quella missione ritengono invalicabile.

E qui veniamo alla seconda conseguenza, questa invece altamente probabile. D’ora in poi non solo gli amici dichiarati di Israele, ma pure quella robusta minoranza dell’opinione pubblica ancora disposta a comprendere le ansie di un popolo che da decenni deve affrontare una tremenda minaccia esistenziale, si troveranno silenziati e per così dire ammutoliti: la proterva arroganza del gesto compiuto verso gli attivisti della Flotilla è riuscita, in un colpo solo, a rendere la causa di Israele retoricamente indifendibile. Le buone ragioni di Israele, che pure esistono, sono destinate a essere sommerse dall’indignazione per quel gesto. Il che, sia ben chiaro, non è un bene – perché il cocktail politica & morale è avvelenato – ma è mediaticamente inevitabile.

C’è poi un’altra conseguenza, questa semplicemente drammatica: l’ennesimo impulso all’antisemitismo. Una realtà sempre esistita (anche prima di Hitler), amplificata dalla guerra di Gaza, ma ora potenzialmente dilagante. Già ora, in occidente, girare con la kippāh o tenere manifestazioni a esplicita matrice ebraica è alquanto rischioso (vedi i convegni annullati, o i manifestanti allontanati dai cortei), d’ora in poi rischia di diventare semplicemente impossibile. E non voglio nemmeno pensare a che cosa potrebbe succedere se, dopo essere stata per 80 anni una delle più convinte paladine di Israele, la Germania avviasse la rimozione del suo senso di colpa verso gli ebrei, magari in sintonia con l’ascesa dell’estrema destra (per ora non neonazista) di Alternative für Deutschland.

Ci sono infine le conseguenze strettamente politiche, alcune sulla Palestina, altre più generali. In Palestina, la radicalizzazione in senso nazionalista dell’opinione pubblica israeliana (appena testimoniata da un sondaggio Lazar Research), è destinata con ogni probabilità a seppellire (per sempre?) la “Soluzione dei due Stati”, già gravemente compromessa dall’irresponsabilità delle classi dirigenti israeliane e arabe negli ultimi tre decenni, ovvero dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin.

Sul piano internazionale, non si può non registrare – ancora una volta – che con il pretesto della sicurezza, nazionale o internazionale che sia, per le maggiori potenze sta diventando sempre più normale ignorare il diritto internazionale, violare i diritti individuali, iniziare guerre e aggredire Stati sovrani. Oggi Russia, Stati Uniti, Israele, contro Ucraina, Venezuela, Iran, Gaza, Libano. Domani la Cina con Taiwan?

[articolo uscito sul Messaggero il 23 maggio 2026]




Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]