In margine all’invasione di Ceuta – Il lodo migranti

Può darsi che i saggi propositi espressi da molti governi nella recente riunione dei ministri dell’interno restino lettera morta. Però si deve riconoscere che è la prima volta che l’Europa, o meglio la maggioranza dei paesi europei, fa emergere una linea politica che non elude il problema.

Importante è l’idea degli hub esterni al territorio europeo. Importante è l’impegno a contrastare le partenze e il traffico di esseri umani. Importante è il principio dei rimpatri di quanti non hanno diritto di stare in Europa.

Ma fra tutte le dichiarazioni riportate dalle agenzie, meritano particolare attenzione quelle che hanno sottolineato la necessità di usare l’enorme potere economico dell’Unione Europea per ottenere la collaborazione dei paesi da cui provengono più migranti. Con le parole del ministro Piantedosi: “Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione”. Sembra un principio ovvio di reciprocità, ma la realtà è che finora l’Europa ne ha fatto uno scarsissimo uso: “Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione”.

Far viaggiare insieme la diplomazia economica e le politiche migratorie è certamente un passaggio cruciale. Ma basterà?

Su questo ho almeno due dubbi di segno opposto. Il primo è che buona parte delle cose che nei vertici europei si immaginano come fattibili, in realtà lo sono ben poco perché è il diritto europeo stesso (e in parte quello dei singoli paesi) a renderle impraticabili, o quantomeno di assai complicata attuazione. Troppe regole vigenti non sono automatiche bensì soggette alla valutazione soggettiva dei giudici, troppe procedure sono farraginose e iper-garantiste, spesso in aperto contrasto con il senso comune (è il caso delle regole che, di fatto, consentono a soggetti pericolosi e autori di gravi reati di restare nel paese che li ospita). Se questo sistema di regole dovesse restare invariato, ogni sforzo della politica di governare l’immigrazione risulterebbe vano.

Ho anche un secondo dubbio, però, questa volta pro-migranti. Quello che mi chiedo è se la prospettiva delle regolarizzazioni non dovrebbe entrare a far parte della nuova politica europea, rendendo più saggio e umano l’auspicabile nuovo corso rigorista. Naturalmente conosco l’obiezione: così si dà un segnale di debolezza, che può tramutarsi in un fattore di attrazione (il cosiddetto pull factor), come si è appena visto in Spagna. Sanatorie e regolarizzazioni rafforzano la credenza che, una volta entrati – non importa in che modo – prima o poi arriverà un provvedimento che sanerà la situazione.

Ma esiste una contro-obiezione: una eventuale regolarizzazione suonerebbe in modo del tutto differente se fosse preceduta da una rigorosa politica di rimpatrio non dico di tutti i non aventi diritto (che sono troppi), ma almeno di chi ha commesso reati. Perché quel che fa imbestialire l’opinione pubblica non è che ci siano diverse centinaia di migliaia di immigrati irregolari, ma che il loro tasso di criminalità sia 20 o 30 volte quello degli italiani, che i loro reati restino quasi sempre impuniti, che sia difficilissimo rimpatriarli.

Quello di cui l’Europa e ancora più l’Italia avrebbero bisogno è una sorta di scambio, o lodo migratorio: molti più rimpatri oggi in cambio di una grande regolarizzazione domani, che diverrebbe accettabile proprio perché nel frattempo la politica dei rimpatri avrebbe mostrato che, in Europa, si fa finalmente sul serio.

La questione migratoria è troppo grande per affrontarla con un solo registro, accoglienza indiscriminata o pugno di ferro. Il problema è “solo” che, per avere successo, il lodo migratorio avrebbe bisogno della piena cooperazione di governo e opposizione, chiunque sia al governo e chiunque sia all’opposizione. Era già successo, e aveva funzionato, ai tempi del terrorismo, che fu sconfitto proprio perché alla fine – nonostante frizioni e distinguo – tutte le forze politiche si erano ritrovate dalla medesima parte: la difesa dello Stato.

Perché non può risuccedere oggi?

[articolo uscito sul Messaggero il 6 agosto 2026]




Perché nuove leggi non bastano – L’hardware del sistema penale

Come era ampiamente prevedibile, anche sul tema del riconoscimento facciale governo e opposizione recitano le consuete parti in commedia. Il governo ritiene che alcune libertà (a partire da quelle connesse alla privacy) possano essere limitate, se non sacrificate, in nome della sicurezza. L’opposizione contesta qualsiasi nuova norma che permetta alle forze dell’ordine di sorvegliare o schedare i cittadini, tantopiù in mancanza di specifiche autorizzazioni da parte della magistratura.

Apparentemente è il classico trade-off delle politiche securitarie: se vuoi più sicurezza devi rinunciare a qualche libertà, se vuoi più libertà devi accettare meno sicurezza.  In generale forse è così, ma in questo caso ci sono alcuni conti che non tornano.

Non torna, ad esempio, che l’indignazione per le possibili schedature e profilazioni scatti quando la loro giustificazione è la lotta al terrorismo, ma risulti assolutamente silente in tutti gli altri casi. Noi siamo continuamente osservati, registrati, schedati dalle ubique telecamere di sorveglianza, dagli algoritmi che incessantemente registrano le nostre scelte di consumatori, per non parlare delle conversazioni private che finiscono su Google. Come mai questo aspetto della privacy non sembra starci a cuore?

Ma quel che davvero non torna, a mio parere, non è il fatto che si chieda un ennesimo sacrificio ai cittadini in nome della sicurezza, ma il fatto che la quasi totalità delle misure adottate in questi anni sono sulla carta, senza un vero contraltare materiale. Si potrebbe dire, con una metafora presa dall’informatica, che in questi anni si è perlopiù agito sul software del sistema penale, senza davvero toccare l’hardware. Quando si moltiplicano le fattispecie di reato, o si introducono aggravanti, o si prevedono nuovi poteri (o maggiori tutele) per le forze dell’ordine, fondamentalmente si agisce sul software degli apparati di sicurezza. L’hardware resta invariato perché non ci sono posti in carcere, le regole di ingaggio delle forze dell’ordine sono paralizzanti, i divieti e le ingiunzioni ai violenti restano lettera morta, le espulsioni non vengono eseguite, le scarcerazioni di soggetti pericolosi sono perfettamente compatibili con le leggi.

E, quel che è peggio, lo scarto fra il software del sistema (inutilmente arcigno) e il suo hardware (tragicamente obsoleto) non fa che rafforzare, nei cittadini, la convinzione –quotidianamente rinnovata dalle cronache – che le leggi possono essere violate impunemente.

Da questo punto di vista, fare la faccia feroce, ventilando strette repressive e interventi draconiani, può essere controproducente. Perché, come sa ogni genitore, se minacci una punizione e poi non la attui, non fai che alimentare la convinzione che in realtà non stai facendo sul serio, e che le regole che proclami possono essere aggirate, violate, calpestate. Senza conseguenze.

Ecco perché agire solo sul software non solo è inutile, ma può risultare dannoso. Anche qui, esattamente come accade in campo informatico: se l’hardware è vecchio, installare un software sofisticato porta alla paralisi, non a maggiore efficienza. Nel caso delle politiche securitarie, lo scarto fra la severità delle norme e l’impossibilità di applicarle, rischia di aumentare la frustrazione delle forze dell’ordine e alimentare la rabbia dei cittadini.

E il bello è che, politicamente e culturalmente, i cittadini sarebbero pronti a una stagione di rispetto delle regole. Un sondaggio Ipsos di pochi mesi fa registrava che la maggioranza degli italiani ritiene di vivere in una società troppo permissiva, e solo una piccola minoranza (meno del 10%) è convinta di vivere in una società troppo repressiva. Il problema, per la politica, è che la maggioranza convinta di vivere in una società troppo permissiva non si aspetta regole più severe, ma regole rispettate. È per questo che cambiare il software non basta più.

[articolo uscito sul Messaggero il 1° agosto 2026]




Sull’incidente informatico di Open AI – Il fantasma di Hall 9000

Premessa. Che cosa sia veramente successo fra Open AI (azienda che vende AI) e Hugging Face (piattaforma open source, che fa circolare AI) non lo sapremo mai. E questo per almeno due motivi: primo, ci racconteranno quel che concorderanno di raccontarci; secondo, è verosimile che anche i responsabili del test non sappiano esattamente che cosa sia andato storto. La differenza base fra l’intelligenza artificiale classica (quella degli anni ’80) e quella moderna, basata sul machine learning, è che in quest’ultima il programmatore non è in grado di prevedere con sicurezza come si comporterà il programma.

Quindi mettiamoci tranquilli e cerchiamo, almeno, di non credere alle ricostruzioni più implausibili.

Implausibile è l’evocazione di Hall 9000, il celeberrimo computer di 2001 Odissea nello spazio, che lotta per non farsi spegnere. Chi lascia intendere che il software abbia agito autonomamente, come se fosse dotato di volontà propria, scambia per autonomia un comportamento semplicemente diverso da quello che il programmatore aveva immaginato.

Ancora più implausibile, o semplicemente contradittorio, è il resoconto secondo cui il test fosse sato effettuato in ambiente isolato da internet, da cui il software sarebbe riuscito ad evadere: se un programma riesce ad accedere a internet, vuol dire che il test non è stato condotto in isolamento. Quello che probabilmente è successo è, anche qui, un errore umano: il programma ha superato le barriere di accesso a internet, perché i programmatori non sono stati in grado di fissarle in modo adeguato.

La realtà è che ormai, a differenza di quanto accadeva in altri tempi, nessuno utilizza il software in ambienti del tutto isolati da internet. Non lo fanno le società di software, ma non lo fanno nemmeno le banche, le assicurazioni, gli ospedali, i tribunali, la polizia, le aziende, le famiglie, gli utenti singoli.

Di qui un problema, che era grande fino a tre anni fa, ma è diventato enorme da quando sono stati costruiti programmi di intelligenza artificiale dotati di capacità strabilianti e in continuo progresso.

Di fronte a tutto questo si moltiplicano i sermoni di quanti auspicano un uso responsabile dei software più avanzati, o predicano la necessità di dotare i programmi stessi di regole etiche interne, come le Tre Leggi della Robotica che, nei romanzi di fantascienza di Asimov, limitavano i comportamenti dei robot positronici.

Ma si tratta, temo, di generose illusioni. Come nel caso dell’energia atomica, dire che la tecnologia è neutrale e tutto dipende da come la si usa (per fabbricare la bomba o per costruire centrali) è ingenuo, oltreché vano: se la tecnologia esiste, prima o poi qualcuno la userà per le finalità sbagliate, in barba alle raccomandazioni degli esperti di etica.

C’è una differenza importante, tuttavia, rispetto al passato. La proliferazione delle tecnologie nucleari era limitata dalla segretezza e dai trattati di non proliferazione. La proliferazione dei software di intelligenza artificiale, tutto al contrario, è continuamente stimolata dalla filosofia “open source”, che predica l’accessibilità illimitata per tutti.

In questo scenario, nulla esclude che i più lesti ad appropriarsi dei programmi più performanti siano organizzazioni criminali (che potrebbero hackerare banche e assicurazioni) o stati stranieri (che potrebbero disarmare un sistema di difesa). Il problema è che, quando questo accadrà, potrebbe essere troppo tardi per correre ai ripari.

[articolo uscito sul Messaggero il 23 luglio 2026]




La nuova legge elettorale – Attentato alla democrazia?

Non è stato un bello spettacolo quello andato in scena martedì alla Camera, né da parte dei partiti di governo né da parte di quelli di opposizione. Sul versante governativo, è apparsa alquanto bizantina l’idea di proporre una legge elettorale con il retropensiero di correggerla un minuto dopo con un emendamento: non potevano mettersi d’accordo prima, come erano sempre riusciti a fare sulle ben più spinose questioni della politica estera e della guerra in Ucraina?

Sul versante dell’opposizione è apparsa del tutto fuori luogo l’esultanza per un voto che, di fatto, toglieva agli elettori quel poco che l’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tardivamente provato a concedere (circa un quarto di parlamentari eletti con le preferenze). Evidentemente, la faziosità e l’odio per l’avversario politico possono far smarrire ogni senso della misura.

Ma andiamo alla sostanza. È una buona legge elettorale quella che è stata proposta, e ieri ha ottenuto il primo via libera dalla Camera?

Per molti aspetti, alcuni tecnici, altri politici, il cosiddetto Stabilicum non lo è affatto, o perlomeno contiene diversi aspetti discutibili, primo fra tutti la scelta dei candidati, di fatto affidata alle segreterie dei partiti.

E tuttavia non è questo che le rimprovera l’opposizione, che anzi ha scompostamente gioito precisamente quando questo aspetto anti-democratico è stato ripristinato (la bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha riconsegnato alle segreterie dei partiti l’intero potere di scelta dei candidati, con gaudio di tutti).

Quello che alla nuova legge elettorale più frequentemente si rimprovera è il suo impianto per così dire presidenzialista-plebiscitario, in quanto obbliga partiti e coalizioni a indicare il candidato presidente del Consiglio, e al contempo prevede un cospicuo (105 seggi) “premio di governabilità” al vincitore in caso di superamento del 42% dei consensi.

Le perplessità su questo aspetto sono naturalmente più che legittime, come legittima è la nostalgia per la  Repubblica dei partiti, con il suo Parlamento-fotocopia del Paese. Quello che risulta meno comprensibile, invece, è che la nuova legge venga accusata di incostituzionalità in quanto il premio di maggioranza violerebbe l’articolo 48 (“il voto è personale ed eguale, libero e segreto”). Se questa obiezione fosse fondata, la Corte Costituzionale avrebbe dovuto bocciare anche il Rosatellum e il Mattarellum in quanto una quota dei seggi (addirittura il 75% nel caso del Mattarellum) veniva assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, con ovvi e inevitabili effetti distorsivi. E soprattutto non avrebbe a suo tempo chiarito che il problema dell’Italicum (la legge proposta da Renzi) non era il premio di maggioranza in sé, bensì l’assenza di una soglia minima per ottenerlo.

Ancora meno comprensibile è il fatto che nessuno dei contendenti sia pronto a riconoscere quello che per gli studiosi di politica è ovvio e non controverso: qualsiasi legge elettorale è criticabile, perché un sistema che garantisca sia la rappresentatività sia la governabilità semplicemente non esiste. Chi pensa che la rappresentatività sia l’essenza della democrazia, dovrebbe riflettere su quel che accade nel Regno Unito, dove Keir Starmer governa con il 63% dei seggi avendo ottenuto appena il 34% dei voti: uno squilibrio enormemente superiore a quello (55 a 42) che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe determinarsi con lo Stabilicum.

I difetti della nuova legge elettorale sono evidenti, anche se minori di quel che vorrebbero farci credere gli esponenti dell’opposizione. Molto meno sottolineati sono i pregi. Non tanto e non solo la stabilità del futuro governo, o il fatto che la sera stessa delle elezioni si sappia chi ha vinto, ma la chiarezza sui nomi dei candidati premier. Esaurito il tempo delle ideologie, gli elettori non vogliono solo conoscere i programmi delle coalizioni, ma anche – forse ancor più – sapere chi guiderà il Paese. È un elementare principio di chiarezza e di democrazia.

Strano che a battersi contro di esso siano gli stessi che si stracciano le vesti per la democrazia tradita.

[articolo uscito sul Messaggero il 17 luglio 2026]




Perché la sinistra riformista è ai margini – I quadrumviri

Doveva essere l’inizio della corsa alla conquista del governo nazionale, ma non è andata benissimo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Due contestazioni, una dei disoccupati del gruppo 7 novembre, l’altra di Potere al Popolo, hanno movimentato e ritardato l’inizio dell’evento, cui comunque – forse anche per i lavori in corso nella piazza del comizio – non ha preso parte una folla oceanica.

Quello che stupisce, tuttavia, non è lo scarso successo di partecipazione, né il fatto che le idee espresse dai vari leader sulla guerra in Ucraina siano divergenti, ma il fatto che il Campo largo continui a presentarsi – nelle cene di lavoro come in piazza – del tutto privo della cosiddetta “gamba riformista”. Quello che ormai sembra prendere piede, senza che nessuno lo dichiari o lo espliciti, è una sorta di Quadriumvirato Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, che – almeno per ora – taglia fuori le forze e i gruppi più o meno organizzati della cosiddetta sinistra riformista. Mi ha colpito, ad esempio, che il leader di +Europa Riccardo Magi fosse in piazza e non sul palco con gli altri leader, pur essendo segretario di uno dei partiti che – in teoria – dovrebbero far parte del Campo largo. Come mi ha colpito l’assenza di Renzi, leader di Italia viva, che dopo la manifestazione ne ha preso esplicitamente le distanze: “spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo”. E mi hanno pure colpito le molte reazioni negative di esponenti dell’area riformista, dentro e fuori del Pd.

Dunque eccoci al punto: perché la coalizione che si sta formando nasce monca?

La risposta secondo cui la gamba riformista sarebbe ancora in formazione non pare molto convincente. E’ vero che i numerosi tentativi di dare forma all’area riformista intrapresi da figure come quelle di Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato non hanno ancora quagliato, ma questo non spiega la completa assenza di un vero dialogo fra massimalisti e riformisti.

Credo che la ragione vera sia un’altra e sia la medesima per cui, in questi giorni, ben scarsa attenzione ha ricevuto il disegno di legge di Carlo Cottarelli per costringere i partiti a indicare dove intendono prendere le risorse per attuare i loro programmi elettorali. La realtà è che dei contenuti scottanti – quelli che hanno costi seri per la finanza pubblica – nessuno vuole parlare perché, se lo si facesse, le divisioni politiche e programmatiche verrebbero immediatamente allo scoperto. Quel che unisce i quadrumviri, nonostante le apparenti divergenze, è che – sulle questioni più spinose: Ucraina, patrimoniale, reddito di cittadinanza – fondamentalmente la pensano allo stesso modo, anche se le cose che ciascuno si sente autorizzato a dire in pubblico sono un po’ diverse.

Con la sinistra riformista è diverso. Se discutessero sul serio, e avessero l’ardire di farlo alla Cottarelli – ossia con i numeri alla mano e i conti pubblici sott’occhio – le differenze programmatiche verrebbero immediatamente alla luce. Di patrimoniale, reddito di cittadinanza, rifinanziamento di sanità e scuola, deficit pubblico, pensioni minime, imposta societaria, aliquote Irpef non si potrebbe non parlare, e la distanza fra massimalisti e riformisti diventerebbe palese.

Un problema aggravato da due circostanze nuove, almeno rispetto al passato del centro-sinistra. Oggi le prospettive di crescita sono peggiori di com’erano ai tempi dei governi Prodi. E un Prodi non c’è (oppure ancora non si vede).

[articolo uscito sul Messaggero il 12 luglio 2026]