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Pax trumpiana bis – Verso la pace… o la guerra?

25 Agosto 2025 - di Paolo Musso

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Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma un’intensificazione del conflitto, che potrebbe metterci davanti a scelte difficili già nel giro di poche settimane. Ma la colpa non è di Trump, bensì dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto di non voler fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. Se però, come tutto lascia credere, le trattative falliranno, il problema non potrà più essere evitato. Cosa farà allora Trump? Ma, soprattutto, cosa farà l’Europa?

Un accordo che non c’è

Ci sono articoli che scrivo sperando di aver ragione e altri che scrivo sperando di aver torto. Questo appartiene alla seconda categoria (ultimamente mi sta succedendo un po’ troppo spesso e non è un buon segno).

Lo scorso 18 marzo, a conclusione di un articolo sugli inizi a dir poco problematici delle trattative di pace sull’Ucraina condotte da Donald Trump, avevo scritto quanto segue: «Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte […]. Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/).

Purtroppo, temo che questa sia ancora la migliore descrizione di ciò che sta accadendo. Siccome però cerco sempre di guardare la realtà prima di parlarne, non posso negare che ci siano alcuni segni che autorizzano a sperare in un miracolo. Su tutti, il fatto che Zelensky si sia dichiarato «molto soddisfatto» dell’incontro con Trump.

Ciò detto, le probabilità che la sua iniziativa possa avere successo restano bassissime. E anche la ragione è sempre la stessa: «Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta» (vedi ancora l’articolo di cui sopra). E l’incontro di Anchorage l’ha confermato.

Trump, infatti, gli aveva dato esattamente ciò che voleva davvero quando aveva iniziato la guerra: non l’Ucraina, ma il rispetto. Quel rispetto che l’Occidente gli aveva tolto da un pezzo e che aveva trovato espressione emblematica il 25 marzo 2014 nella infelicissima uscita di Barack Obama (almeno in politica estera il peggior Presidente USA della storia, tant’è vero che tutte le crisi internazionali che oggi ci affliggono sono iniziate durante il suo mandato) secondo cui la Russia era ormai soltanto «una potenza regionale» e non più una delle due massime superpotenze del pianeta, che decideva i destini del mondo insieme agli USA.

È per avere di nuovo questo ruolo che Putin ha deciso di passare dalla nostalgia (mai sopita) per la gloriosa Unione Sovietica al tentativo di ricostruirla, come ha pure fatto scrivere esplicitamente nei libri di storia che ha imposto in tutte le scuole russe (e come la sua propaganda è riuscita a far riportare, in tono favorevole, anche in molti libri usati nelle scuole italiane, il che è molto inquietante: https://www.istitutogermani.org/wp-content/uploads/2025/05/Di-Pasquale-Kashchey-Narrazioni-strategiche-russe-nei-libri-di-testo-delle-scuole-secondarie-di-primo-grado-italiane-Paper-Maggio-2025-Istituto-Germani.pdf).

E di certo non è né un caso né un dettaglio che il suo tirapiedi Lavrov sia arrivato ad Anchorage indossando una maglietta con la scritta CCCP, cioè URSS in cirillico (a proposito, adesso come la mettiamo con l’immaginario Putin “fascista” inventato dal PD per non dover ammettere con i suoi membri e il suo elettorato, entrambi in gran parte ancora comunisti, che stava sostenendo la guerra contro un comunista, quale Putin sempre è stato e sempre sarà?).

Ora, proprio questo rispetto Trump gli aveva offerto, accogliendolo con tutti gli onori: una cosa di per sé disgustosa, ma che obiettivamente era l’unica strategia che poteva funzionare. Ma Putin, purtroppo, ha dimostrato ancora una volta di essere uno psicopatico incapace di dominare le proprie ossessioni. Infatti, nella conferenza stampa finale, dopo avere descritto per alcuni minuti l’antica amicizia (in realtà mai esistita) tra USA e URSS e il mondo meraviglioso che la sua nuova URSS avrebbe costruito insieme ai nuovi USA trumpiani, gli restava solo una cosa da fare per rendere quel sogno realtà: presentare al mondo una proposta di pace decente.

Invece, come un bambino capriccioso (o, appunto, uno psicopatico) che non sa rinunciare a nulla, neanche in cambio di qualcosa di meglio, di colpo, cambiando faccia e tono, come se fosse scattato in lui un interruttore, il dittatore russo ha cominciato a ripetere per l’ennesima volta la lezioncina sulla necessità di «rimuovere le cause profonde della guerra» e «ascoltare le ragioni della Russia» (cioè, tradotto dal putinese, ridurre l’Ucraina a Stato vassallo di Mosca). Dopodiché ha minacciato l’Europa, ha rifiutato il cessate il fuoco e ha continuato a bombardare l’Ucraina.

Che non ci fosse nessun accordo era così evidente che l’hanno riconosciuto perfino i nostri giornali (tranne i soliti mentitori seriali e filoputiniani del Fatto Quotidiano). Ma allora perché entrambi continuano a comportarsi come se ci fosse?

Una rischiosa partita a poker

Per quel che riguarda Putin la risposta è semplice: come ho già detto, finge di trattare per guadagnare tempo e per cercare di dare la colpa all’Ucraina e all’Europa quando farà fallire le trattative.

Quanto a Trump, stavolta credo che un piano ce l’abbia, ma resta da vedere se è attuabile e temo di no. La mia convinzione, infatti, è che “The Donald” abbia deciso di giocare una difficilissima e rischiosa partita a poker, in cui non ha realmente in mano tutte le carte che dice di avere. In particolare, non credo che Putin gli abbia mai detto che avrebbe accettato uno scambio di territori e ancor meno un contingente di pace europeo e/o americano, come lui invece sostiene.

Credo quindi che Trump stia bluffando, dicendo a Zelensky che Putin è disposto ad accettare queste condizioni, in modo da ottenere da lui la disponibilità a fare un certo numero di concessioni, con la speranza che, a fronte di esse, Putin si convinca ad accettare davvero le condizioni di cui sopra. È un gioco molto azzardato, ma con una sua logica e d’altronde dopo il pessimo risultato dell’incontro in Alaska non c’erano alternative. Tuttavia, le possibilità che abbia successo sono pochissime.

 

Lo scambio secondo Putin

Contrariamente a quanto continuano a dire esperti e mass media (Wikipedia inclusa, che su questo è piena di errori e omissioni), dopo la vittoriosa controffensiva ucraina del settembre 2022 non c’è mai stata un’avanzata russa altrettanto significativa.

Nel 2023 le posizioni sono rimaste sostanzialmente immutate e nel 2024 i russi hanno conquistato, allo spaventoso prezzo di oltre 100.000 uomini tra morti e feriti, appena 4000 chilometri quadrati (https://www.ilpost.it/2025/05/30/dati-soldati-russi-uccisi-ucraina/), equivalenti allo 0,6% del territorio ucraino: un po’ meno della provincia di Grosseto e molto meno di quello che gli ucraini avevano riconquistato nel 2022. Dato che il fronte è lungo quasi 1000 chilometri, ciò significa che i russi sono avanzati di 4 km in un anno, cioè di appena 10 metri al giorno. Di questo passo, per occupare tutto il Donbass ci metterebbero 5 anni, perdendo almeno mezzo milione di soldati.

È falsa anche l’altra affermazione, che tutti ripetono senza verificare (tanto ormai è un’abitudine generale…), che i russi controllino oltre il 20% del territorio ucraino. Questa percentuale corrisponde effettivamente alla somma degli Oblast di Crimea, Kherson, Zaporizia, Donetsk e Lugansk (gli ultimi due formano il famoso Donbass). Ma i russi non controllano completamente nessuno di essi, a parte la Crimea, che peraltro è il più piccolo di tutti. La percentuale vera, pertanto, è intorno al 17%, di cui quasi la metà (tutta la Crimea e una parte del Donbass) era stata occupata già nel 2014. Perciò i territori conquistati dai russi dall’inizio della guerra non superano il 10% del territorio ucraino e sono complessivamente inferiori a quelle in loro possesso prima della controffensiva del 2022.

La situazione sarebbe insoddisfacente per chiunque e a maggior ragione per uno come Putin, che è incapace di riconoscere i propri limiti. Per questo è altamente improbabile che sia disposto a cedere anche solo un centimetro quadrato dei territori che controlla: per lui “scambio” vuol dire che gli ucraini devono cedergli la parte del Donbass ancora in loro possesso senza avere in cambio niente.

Ma altrettanto improbabile è che un simile “scambio” possa essere accettato dagli ucraini. Anche perché, come ha ben spiegato al TG3 (purtroppo a notte fonda) Nona Mikhelidze, una delle poche voci sensate ascoltate in questi giorni, la parte del Donetsk rivendicata da Putin non è una zona qualsiasi, poiché lì ci sono le fortificazioni che proteggono tutto il nord dell’Ucraina. Accontentarlo, quindi, sarebbe un po’ come dare a un ladro le chiavi di casa nostra in cambio della promessa che non le userà per derubarci.

L’ipotesi di gran lunga più probabile, pertanto, è che Zelensky (che non è affatto il sempliciotto che credono i nostri spocchiosi intellettuali, ma è molto intelligente, oltre che molto coraggioso) si sia messo anche lui a bluffare, fingendo di essere disposto a discuterne perché è sicuro che Putin non accetterà mai l’altra condizione e così sarà lui a fare la parte del “cattivo” che ha rovesciato il tavolo.

Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto

Quando andavo a scuola c’era un modo di dire molto popolare tra gli studenti: “Articolo Quinto: chi ha i soldi in mano ha vinto”. Visto che si sta considerando di garantire la futura sicurezza dell’Ucraina con l’estensione ad essa della stessa tutela dell’Articolo Quinto della NATO, proposta da Giorgia Meloni, potremmo parafrasarlo così: “Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto”.

Infatti, il “tabù” di uno scontro diretto fra superpotenze nucleari fa sì che la prima che schiera i suoi uomini in un determinato territorio se lo aggiudica, perché l’altra non oserà mai attaccarli. Per questo, se si dovesse davvero fare un accordo del genere, oltre al trattato sulla carta sarebbe necessario avere anche gli uomini sul terreno, come del resto succede in tutti i paesi della NATO, dove ci sono sempre basi militari in cui sono presenti soldati dei paesi alleati, a cominciare dagli americani. Altrimenti, se Putin invadesse di nuovo l’Ucraina non credo proprio che avremmo il coraggio di sparare per primi contro i russi.

Ma, allo stesso modo, se lì ci fossero soldati europei (e, a maggior ragione, americani) ben difficilmente Putin avrebbe il coraggio di sparargli contro per primo. Proprio per questo, però, non ne vuol sapere, il che svuota di significato la sua (supposta) accettazione dell’estensione dell’Articolo Quinto. E sarà difficile fargli cambiare idea.

La peggior pace possibile

Non basta. Anche se, per miracolo, Trump dovesse avere successo, l’unico aspetto positivo sarebbe la fine del massacro. Da qualsiasi altro punto di vista, questa sarebbe la peggior pace possibile.

Infatti, come avevo scritto 3 anni fa, subito dopo la vittoriosa controffensiva ucraina di settembre, «anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare […] non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo» (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/).

E ciò vale a maggior ragione oggi, visto che nel frattempo Putin dagli annunci è passato ai fatti, trasformando l’economia russa in un’economia di guerra, dedicata quasi esclusivamente alla produzione di armi, anche a costo di affamare il suo popolo, di cui non gli è mai importato nulla.

La balla cosmica della guerra-che-non-si-può-vincere

Chiarito ciò, bisogna però aggiungere che se ci troviamo in questa pessima situazione la colpa non è di Trump, che è al potere da pochi mesi e che comunque almeno un tentativo di sistemare le cose lo sta facendo. La colpa è dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto che non si devono fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. In una trattativa, infatti, per definizione si devono fare delle concessioni e se hai un esercito nemico che occupa parte del tuo territorio è inevitabile che gliene dovrai concedere almeno una parte. Se non vuoi farlo, non devi trattare, ma buttarlo fuori a calci.

La contraddizione è così clamorosa che, se i nostri leader politici e intellettuali sono in buona fede, allora significa che sono una massa di stupidi. Temo però che siano invece una massa di ipocriti.

La giustificazione standard che di tale ingiustificabile comportamento viene in genere data è infatti l’insopportabile ritornello della “guerra-che-non-si-può-vincere”. Va perciò detto chiaro e tondo che questa è UNA BALLA COSMICA e che chi continua a ripeterla o non sa quello che dice o mente sapendo di mentire. E su questo le responsabilità di esperti e intellettuali vari, compresi molti miei colleghi docenti universitari, sono perfino più gravi di quelle dei politici.

A questi sapientoni bisognerebbe regalare un bel cartello, da appendere davanti alla propria scrivania, con su scritto “73Easting”. È il nome, poco affascinante ma non per questo meno importante, della più grande battaglia di carri armati della storia, combattuta il 26 e 27 febbraio 1991 durante la Guerra del Golfo, in cui gli Abrams americani affrontarono i vecchi T-72 iracheni di fabbricazione sovietica, gli stessi che stanno usando i russi in Ucraina. Numericamente le forze in campo erano all’incirca pari, ma gli iracheni persero 1350 carri armati, mentre gli americani appena 4.

La morale è semplice: nella guerra moderna la superiorità numerica non conta nulla, di fronte alla superiorità tecnologica. E questo si è visto chiaramente anche in Ucraina nell’unica occasione in cui le abbiamo fornito delle armi davvero avanzate: i micidiali missili Himars, che hanno permesso la spettacolare controffensiva dell’autunno 2022, in cui i russi furono ricacciati indietro di centinaia di chilometri in appena 4 giorni (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/). Eppure, l’unico che ha avuto il coraggio di dirlo è stato l’ex-sindaco di Milano Gabriele Albertini (a 4 di sera news del 18 agosto; naturalmente, nessuno gli ha fatto caso).

Non volete credere a me? Ascoltate allora cosa ha scritto Federico Rampini nel suo ultimo libro Grazie, Occidente! (che parla anche di molte altre cose e che consiglio vivamente a tutti di leggere):

«L’Unione Europea aveva promesso un milione di munizioni di artiglieria. Prima che mantenesse l’impegno, con grave ritardo, la Corea del Nord aveva già fornito altrettante munizioni alla Russia. Che un piccolo paese sull’orlo della carestia come la Corea del Nord riesca a produrre più munizioni e più velocemente di un gigante ricco come l’Unione Europea dà l’idea dello stato di disarmo in cui il Vecchio Continente si trova. Perfino gli Stati Uniti hanno un’industria bellica sottodimensionata e un altro dato lo conferma: nella Russia di Putin le industrie fabbricano munizioni in quantità sette volte superiore alla produzione dell’intero Occidente. […] Noi occidentali non abbiamo cambiato quasi nulla delle nostre abitudini e priorità: stiamo facendo finta di appoggiare l’Ucraina, purché questo significhi zero sacrifici. […] Di fronte all’aggressione di Putin in Ucraina, il presidente americano [Biden] non ha mai “aizzato” gli ucraini, non li ha affatto usati in una “guerra per procura”. Prima ha proposto a Zelensky di fuggire in esilio. Poi ha proclamato urbi et orbi i due principi fondamentali che avrebbero guidato l’azione di Washington: “Mai scarponi americani sul terreno, mai un confronto diretto con la Russia”. Le armi all’Ucraina, quando arrivavano, erano sempre in ritardo, sempre in quantità e qualità inferiori rispetto alle necessità, a lungo vincolate da restrizioni pesanti» (pp. 145 e 185, corsivi miei).

Tuttavia, se all’inizio ciò poteva dipendere dal sottodimensionamento della nostra industria bellica giustamente denunciato da Rampini, dopo tre anni e mezzo questa motivazione non vale più. È certo molto più difficile creare da zero un nuovo vaccino che aumentare la produzione di armi già esistenti, eppure, la prima cosa l’abbiamo fatta (in poco più di un anno), mentre la seconda no (dopo oltre tre anni), il che evidentemente significa che non abbiamo voluto farla. E lo confermano le idiozie continuamente ripetute dai nostri leader sulle armi “solo difensive” (che semplicemente non esistono), poco nobile sport in cui si sono particolarmente distinti i nostri ministri Tajani e Crosetto.

Ma la prova più chiara che la guerra si poteva (e quindi si doveva) vincere già due anni fa è il fatto stesso che non sia ancora finita e che, dopo tre anni e mezzo, sia ancora in sostanziale equilibrio. È evidente che questo significa che sarebbe bastato un piccolo sforzo in più per far pendere la bilancia dalla parte dell’Ucraina. Perciò, di nuovo, se non l’abbiamo fatto, è perché non abbiamo voluto farlo.

Del resto, già due anni fa, in occasione del famoso scherzo dei due comici russi che si erano fatti passare per un politico africano, Giorgia Meloni aveva praticamente ammesso che i governi europei non puntavano alla vittoria, ma allo stallo e alla conseguente “pace per stanchezza”: una strategia tanto cinica quanto stupida, perché è da stupidi pensare che uno come Putin, che nella violenza ci sguazza da sempre come un pesce nell’acqua, possa stancarsi della guerra.

Morale della favola: contrariamente a quanto si continua a ripetere, non è il tempo che gioca a favore dei russi, ma il tempo perso dall’Occidente nell’armare adeguatamente gli ucraini. Eppure, tutti continuano a parlare della “situazione sul campo” come se fosse un fenomeno naturale che sfugge al loro controllo e non invece l’esito delle loro scelte miopi, che pertanto poteva (e potrebbe ancor oggi, benché con più difficoltà) essere ribaltata da scelte più lungimiranti.

La doppia ipocrisia della sinistra

Ciò però non giustifica affatto gli attacchi della sinistra, in particolare di quella italiana, che accusa l’odiato Trump di voler imporre una pace iniqua al “povero” Zelensky (questa falsa compassione è quasi peggiore degli attacchi aperti) e anzi quasi spera, cinicamente, che lo faccia davvero, pur di poter continuare ad attaccarlo. E ciò benché sia evidente già da un po’ che il suo atteggiamento è molto cambiato, anche grazie alla lezione che il “povero” Zelensky gli aveva dato nel precedente incontro del 28 febbraio alla Casa Bianca (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Al contrario: l’ipocrisia della sinistra è addirittura doppia.

In primo luogo, infatti, anch’essa, quando è stata al governo, ha condiviso l’atteggiamento ambiguo degli altri leader italiani ed europei verso l’Ucraina. Inoltre, da quando non sono più al governo, 5 Stelle e PD (in particolare da quando è guidato da Elly Schlein) ripetono ossessivamente ad ogni occasione che l’attuale governo è disposto a spendere solo “per le armi”, affermazione volutamente generica e che non viene mai precisata, perché altrimenti dovrebbero ammettere che le armi che contestano sono proprio quelle destinate all’Ucraina o comunque alla difesa in funzione anti-russa.

Se si dovesse decidere oggi sulle armi all’Ucraina, sia i 5 Stelle che il PD voterebbero certamente contro e a maggior ragione se si trattasse di armi più potenti, con funzione chiaramente offensiva. Eppure, ipocritamente (appunto), continuano a presentarsi come i suoi unici veri difensori.

Che farai, Europa?

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma il suo esatto opposto, cioè l’intensificazione del conflitto. E ciò potrebbe costringerci a prendere delle difficili decisioni al riguardo, non fra mesi o anni, ma già entro poche settimane.

Se infatti, come è assai probabile, alla fine Putin manderà tutto a monte, questa sarà la pietra tombale su ogni tentativo di soluzione diplomatica, cosicché tutti i comodi sotterfugi dietro i quali ci siamo fin qui nascosti non saranno più praticabili e resteranno soltanto due alternative: la vittoria o la resa.

Cosa farà Trump in tal caso? Con ogni probabilità andrà su tutte le furie e cercherà di punire severamente l’ex-amico, ma solo con sanzioni economiche, che non sono inutili come molti affermano, ma non sono decisive e comunque di certo non sul breve periodo. Difficilmente invece manderà armi all’Ucraina, perché il suo elettorato è fortemente contrario. Forse potrebbe farlo usando l’escamotage (già ventilato) di venderle anziché regalarle, ma anche così l’Ucraina non ce la farà mai a comprarne in quantità sufficiente senza un sostanziale aiuto dell’Europa.

Così in ogni caso ci troveremo di fronte a una drammatica decisione: o abbandonare l’Ucraina al suo destino o prenderci finalmente le nostre responsabilità e aiutarla a vincere.

L’ultima volta che l’Europa ha dovuto fare una scelta simile fu nel 1938, quando Adolf Hitler pretese il riconoscimento dell’annessione dell’Austria e di gran parte della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista. I leader politici di allora lo accontentarono, sperando che si sarebbe fermato lì, nonostante il profetico avvertimento di Winston Churchill: «Dovevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete anche la guerra».

Aveva ragione. Hitler non si fermò, invase la Polonia e scatenò la Seconda Guerra Mondiale.

Neanche Putin si fermerà, se gli daremo ciò che vuole. E potrebbe scatenare la Terza, per esempio attaccando i Paesi Baltici, che fanno parte della NATO. Perché gli psicopatici non si fermano mai da soli: devono essere fermati.

Avremo il coraggio di essere più saggi, se ci toccherà la stessa scelta?

Cominciamo a pensarci, perché è probabile che ci resti molto meno tempo di quel che ci piace credere.

Fra guerra e pace – Verso le elezioni anticipate?

9 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

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Nessuno può escludere che fra qualche mese un raggio di sole accarezzi il mondo. La guerra in Ucraina finisce, in Israele c’è una tregua, l’Europa raggiunge un accordo commerciale con gli Stati Uniti, le borse recuperano il terreno perduto. Il riarmo dell’Europa torna in secondo piano. Insomma, la gente smette di avere paura della guerra e dell’inflazione.

Questo però non è lo scenario più verosimile. Lo scenario più verosimile, purtroppo, è che, comunque evolvano le cose, la paura della guerra e lo spettro della recessione ci accompagnino ancora per un po’. Diciamo (almeno) per due o tre anni.

Ebbene, se questo dovesse essere lo scenario prevalente, il quadro politico potrebbe mutare sensibilmente, e i rapporti di forza fra i partiti al momento delle prossime elezioni politiche (previste per il 2027) potrebbero cambiare drasticamente. E potrebbero farlo nella direzione che, lentamente e quasi impercettibilmente, si sta profilando già in questi giorni.

A segnalare i primi scricchioli è stato l’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, che fin dagli ultimi giorni di marzo, sul Corriere della Sera, avvertiva che Fratelli d’Italia stava perdendo colpi e soprattutto che, contrariamente a quanto affermato dalla maggior parte degli istituti rivali, era largamente al di sotto del 30% di consensi, e semmai si stava pericolosamente planando verso quota 26%, ossia al risultato elettorale del 2022.

Poi negli ultimissimi giorni è intervenuta la supermedia dei sondaggi calcolata da You Trend, che apparentemente non ha rivelato cambiamenti clamorosi ma in realtà, a leggere attentamente le variazioni rispetto a due settimane prima, non solo conferma il calo di Fratelli d’Italia (più che comprensibile date le evidenti difficoltà di Giorgia Meloni in politica estera) ma mostra che le micro-variazioni in atto negli altri partiti hanno un segno preciso e delineano (forse) una tendenza.

Quale tendenza?

Fondamentalmente il riallineamento del sistema politico lungo la frattura fra partiti europeisti (quasi sempre al governo in Europa) e partiti euroscettici (quasi sempre all’opposizione in Europa). Credo non sia un caso che il segno meno caratterizzi i consensi a Pd, Forza Italia, +Europa, Azione, Noi moderati, e il segno + caratterizzi i consensi a Lega, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra. Quel che differenzia i due blocchi è che i primi hanno assunto una posizione sostanzialmente favorevole al riarmo, mentre i secondi ne hanno preso univocamente le distanze non solo a Bruxelles, ma anche nelle piazze (vedi la grande manifestazione di sabato convocata da Conte).

Ebbene, se l’incubo della guerra dovesse perdurare, tutto questo potrebbe preludere ad alcuni cambiamenti importanti sia nella coalizione di governo sia nelle opposizioni.

Nella coalizione di governo la competizione fra Forza Italia e la Lega per la posizione di maggiore alleato del partito della Meloni potrebbe volgere a favore della Lega, unico partito in grado di offrire un approdo al pacifismo di destra. Nel fronte dell’opposizione potrebbe riaprirsi la competizione per la leadership fra Schlein e Conte. Oggi il Pd ha il 22.7% dei consensi, contro il 12.1% dei Cinque Stelle. Sembra un abisso, ma se anche solo il 3% dell’elettorato, in quanto nettamente contrario al riarmo, transitasse dal Pd ai Cinque Stelle, il partito di Schlein scenderebbe sotto il 20%, e quello di Conte salirebbe sopra il 15%. Con un distacco di 5 punti scarsi, e venti di guerra all’orizzonte, la partita per la leadership si riaprirebbe.

Ma il pericolo maggiore, fra tutti i partiti, probabilmente lo correrebbe Fratelli d’Italia: la spina nel fianco pacifista è più dolorosa per chi guida il governo che per chi sta all’opposizione. Un Salvini che superasse il 10% diventerebbe una spina nel fianco per il governo Meloni, specie se il trend di ridimensionamento di Fratelli d’Italia, concordemente rilevato dalla maggior parte degli ultimi sondaggi, dovesse persistere. In quel caso, a meno di un insperato, rocambolesco soccorso del partito di Calenda, il ritorno anticipato alle urne non sarebbe così impossibile come appare oggi.

[articolo inviato alla Ragione il 6 aprile 2025]

Pax trumpiana? Cosa è successo davvero e cosa succederà

18 Marzo 2025 - di Paolo Musso

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Rimessa brutalmente davanti a una realtà che si sforzava di non guardare dai metodi rozzi ma efficaci di Trump, l’Europa, ancora una volta, si è fatta trovare completamente impreparata. Stavolta, però, dopo una prima fase di totale disorientamento, stanno finalmente emergendo alcuni segnali di un approccio più realista e responsabile, che potrebbe davvero rilanciare il progetto europeo, in crisi da oltre vent’anni. Grazie anzitutto a Zelensky, l’unico vero leader che abbia oggi l’Europa. Quanto alla guerra in Ucraina, invece, il vero rischio non è che Trump abbia un piano per imporre una pace ingiusta, ma piuttosto che non abbia nessun piano, eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse.

 La diplomazia è sempre stata brutta, sporca e cattiva

Spero che mi perdonerete se, essendo sempre stato contrario a ogni trattativa con Putin (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-7-il-fallimento-degli-esperti-di-guerra-parte-prima-ucraina/), di fronte a quello che sta succedendo in questi giorni la mia prima reazione è una certa maligna soddisfazione, del tipo: «Volevate le trattative di pace? Beh, ora le avete. Godetevele!»

Questa, però, è molto più di una battuta. L’invasione dell’Ucraina ha dimostrato quanto la lunghissima pace di cui l’Europa ha goduto dopo la Seconda Guerra Mondiale, pur in sé invidiabile, ci ha fatto del tutto perdere la capacità di comprendere che cosa sia realmente la guerra. Questo avvio delle trattative di pace sta dimostrando come abbiamo perso del tutto anche la capacità di comprendere che cosa sia realmente la diplomazia.

Per decenni, infatti, le trattative diplomatiche che ci hanno riguardato direttamente sono state per lo più su cose come le quote latte o le concessioni balneari. Perfino quelle più serie riguardavano al massimo il cambio tra le vecchie monete nazionali e l’euro, l’auto elettrica o le misure anti-inflazione. Tutte cose importanti, sia chiaro, ma lontane anni luce da una trattativa in cui sono in gioco la vita e la morte, sia dei singoli che di interi popoli.

Così ci siamo illusi che per risolvere qualsiasi problema basti “sederci tutti intorno a un tavolo”, espressione grondante insopportabile retorica come poche altre, eppure costantemente ripetuta da tutti gli intellettuali e i leader politici occidentali, in maniera perfettamente bipartisan (anzi, multipartisan).

Solo così si spiegano i giudizi che abbiamo ascoltato su ciò che è accaduto in questa prima fase delle trattative sulla guerra in Ucraina, tutti quantomeno stralunati, quando non completamente infondati, soprattutto per l’affermazione, condivisa praticamente da tutti, per cui non si sarebbe mai visto niente di simile.

La realtà, invece, è che noi non avevamo mai visto niente di simile. Ma, a parte questo periodo di pace di durata anomala e senza precedenti di cui abbiamo goduto negli ultimi 77 anni, la diplomazia, dietro la cerimoniosa facciata di lustrini e salamelecchi di cui ama adornarsi, è sempre stata brutta, sporca e cattiva, alternando momenti di discussione razionale a insulti, menzogne, minacce, ricatti, intimidazioni, sceneggiate di ogni genere e perfino atti di vera e propria violenza. L’unica differenza è che prima tutto questo non lo vedevamo in diretta TV.

Del resto, basta guardare a ciò che è successo in Medio Oriente, dove le trattative sono sempre proseguite in parallelo alla guerra, sia con Hamas che con Hezbollah, con appunto tutto il suddetto corredo di sgradevolezze e oscenità assortire, fino addirittura al reciproco tentativo di assassinio dei rispettivi leader (fallito da parte degli Hezbollah, riuscitissimo invece da parte di Israele).

Ora, questa mancanza di familiarità con la vera diplomazia e la sua connaturale brutalità, sommata all’anti-trumpismo ideologico quasi unanimemente condiviso dagli intellettuali europei (e a una incomprensibile quanto diffusa sottovalutazione di Zelensky), ha portato a dare una descrizione gravemente deformata di ciò che è accaduto nelle ultime settimane, soprattutto dell’incontro alla Casa Bianca fra Trump e Zelensky.

Trump va preso sul serio, ma non alla lettera

Anzitutto, cerchiamo di capire una buona volta come ragiona Donald Trump. Perché sì, so che la cosa vi sconvolgerà, ma Trump ragiona. Solo che ragiona come un affarista americano, cioè secondo la logica più aliena che si possa immaginare per i raffinati intellettuali europei, che lo accusano di voler trasformare le relazioni fra gli Stati da una rete di civili rapporti governati dal diritto internazionale in un mercato delle vacche in cui alla fine vince il più forte.

Ma le relazioni fra gli Stati sono sempre state un mercato delle vacche in cui alla fine vince il più forte. Al contrario, il diritto internazionale, mancando un’autorità superiore in grado di imporlo a tutti, è sostanzialmente una finzione (Marx direbbe: una sovrastruttura), che regge finché alle parti in causa conviene, ma crolla come un castello di carte appena non gli conviene più.

Incapaci di comprendere e/o accettare questa sgradevole ma elementare verità, a cui Trump ci ha rimessi brutalmente di fronte, ma che non ha certo inventato lui, i nostri intellettuali, non trovando di meglio, si sono messi ad accusarlo in coro di essere un bullo, dimostrando così di non capire non solo chi è Trump, ma nemmeno chi è un bullo.

I bulli, infatti, sono dei deboli, che, anziché affrontare le proprie frustrazioni, preferiscono cercare compensazioni maltrattando gli altri per dimostrare a tutti (innanzitutto a sé stessi) di essere forti. Per questo è appropriata la definizione di “bullismo etico” coniata da Ricolfi per i fanatici del politically correct, il cui vero fine non è aiutare i veri o presunti discriminati, ma umiliare chi non la pensa come loro, in modo da poter provare la gratificante sensazione di essere sempre “dal lato giusto della storia”, come ha detto di sé stesso a Trump il segretario generale dell’ONU António Guterres (lui sì un frustrato perennemente in cerca di compensazioni: cioè, appunto, un bullo).

Ora, Trump non è affatto così. Lui non è un frustrato, ma un presuntuoso, sinceramente convinto di essere più intelligente e soprattutto più “tosto” di chiunque altro. Non ha, come i bulli, un complesso di inferiorità, ma piuttosto un (abnorme) complesso di superiorità.

È vero che ciò lo rende arrogante e prepotente, il che a prima vista può farlo apparire un bullo. Ma le sue minacce e i suoi insulti non hanno lo scopo di umiliare l’avversario, bensì di indurlo a più miti consigli. Insomma, si tratta, almeno nella sua testa, di una tattica negoziale (d’altronde da lui esplicitamente enunciata), per cui l’America non dovrebbe usare la sua pistola sui campi di battaglia, ma piuttosto sui tavoli delle trattative, gettandola sul piatto della bilancia per farla pendere a proprio favore, come fece Brenno duemila anni fa con la sua spada.

In fondo non è altro che la ben nota tattica del bastone e della carota, che, per quanto trita e ritrita, resta ancora la più efficace nelle trattative (è stato anche dimostrato dal celebre programma informatico Tit for tat, basato sulla teoria dei giochi). Certo, la sua versione “trumpizzata” è particolarmente brutale e volgare, ma questo, come ha dimostrato un recente studio, la rende indigesta soltanto agli ipersensibili europei, mentre nel resto del mondo non ne sono particolarmente impressionati, perché cose simili e anche peggiori fuori dall’Europa avvengono in continuazione.

Quello che invece è davvero caratteristico di Trump – e solo di Trump – è il fatto che lui tende a dare dimensioni abnormi sia alla carota che al bastone (invero soprattutto a quest’ultimo…). In un negoziato è normale chiedere 10 per ottenere 5 (o 4 o 6, a seconda di come va). Ciò che è peculiare di Trump è che spesso non inizia chiedendo 10, ma 20, 30 o perfino 100, sperando così di ottenere non 5 o 6, ma 8 o 9. Per questo, come disse la politologa americana Claudia Brühwiler all’indomani della vittoria di Trump e come ripete sempre Claudio Pagliara, l’inviato del TG2 a Washington, «Trump va preso sul serio, ma non alla lettera».

Ora, questa non è una tattica che tutti possano permettersi di usare. Ma, se messa in atto dal Presidente degli Stati Uniti, ha delle buone probabilità di funzionare, perché pochi sono disposti a prendersi il rischio di andare a “vedere” il bluff della prima superpotenza mondiale.

Per esempio, davanti alla minaccia di riprendersi con la forza il Canale di Panama, che ha suscitato gli unanimi strilli di indignazione e sarcasmo da parte di tutti i benpensanti del mondo “civile”, per quanto improbabile fosse che Trump lo facesse davvero, Panama ha preferito non rischiare. Prima è uscita dalla Nuova Via della Seta (il progetto di rete commerciale globale con cui la Cina sta cercando di colonizzare il mondo, il cui più entusiasta sostenitore in Italia è da sempre Romano Prodi) e poi ha permesso a un consorzio americano (con anche una partecipazione italiana) di comprare le società che controllano i due porti alle estremità del Canale. Così, nel giro di poco più di un mese dal suo insediamento, Trump l’ha strappato alla Cina, riportandolo sotto il controllo degli USA, proprio come aveva promesso (cosa di cui, fra parentesi, dovremmo tutti rallegrarci, perché la Cina, anche se ci ostiniamo a dimenticarcene, è retta da una feroce dittatura che ambisce a dominarci tutti).

Anche con la Groenlandia Trump seguirà una strada simile, che già in parte si intravede. Di sicuro non se la prenderà con la forza, ma cercherà con minacce e promesse di rafforzare la posizione degli indipendentisti, per poi proporre un trattato di alleanza, di cui una Groenlandia indipendente avrebbe bisogno come il pane. Infatti, un paese grande oltre un quinto degli USA ma con poco più di 50.000 abitanti non può certo fare da solo, né per sfruttare le proprie immense risorse naturali, né per difendersi dagli appetiti di altre potenze, che, diversamente dagli USA, le armi potrebbero usarle davvero.

Anche i dazi, almeno fin qui, sono stati usati da Trump essenzialmente come strumento di pressione. Per esempio, li ha minacciati per indurre la riluttante Colombia a riprendersi i clandestini: in due giorni la Colombia ha ceduto e Trump non ha messo i dazi. Ora vedremo cosa succederà con gli altri paesi, tra cui l’Italia, ma anche qui sembra che ci siano ampi margini di trattativa (alcuni sono già stati sospesi, in attesa, appunto, di trattare), anche se gli anti-Trump nostrani già da mesi stanno parlando come se i dazi fossero già in vigore e le nostre economie stessero colando a picco.

Il problema di questa strategia è che, se l’interlocutore non si lascia intimidire, il bluff viene scoperto e la minaccia si rivela inattuabile. E non c’è niente di peggio che minacciare a vuoto.

Ora, questo è esattamente ciò che rischia di accadere con la guerra in Ucraina.

Che cosa è veramente successo finora?

Secondo la narrazione corrente, le trattative di pace si sarebbero fin qui svolte come segue:

  • Trump ha iniziato a trattare direttamente con Putin (in realtà ha incontrato solo alcuni suoi tirapiedi, che, come sappiamo, non contano nulla), fino al punto di avere già deciso, nel giro di pochi giorni, non solo il nuovo assetto dell’Ucraina, ma addirittura quello del mondo intero, escludendo dai negoziati non solo il povero Zelensky, proprio come aveva annunciato (in realtà non l’ha mai fatto), ma tutti gli altri paesi, come se contasse solo quello che dicono lui e Putin (benché, ripeto, nemmeno si siano ancora parlati).
  • Durante le trattative Trump ha affermato che anche l’Ucraina dovrà fare delle concessioni, il che è stato subito bollato come un’inaccettabile prevaricazione, perché incompatibile con una pace giusta. Ora, ciò è senz’altro vero: e proprio per questo io sono contrario a trattare con Putin. Ma se invece uno vuole trattare, allora fargli delle concessioni è inevitabile, se no che trattativa è? Inoltre, Trump qualche settimana prima aveva detto anche a Putin che avrebbe dovuto fare delle concessioni, aggiungendo che, se non avesse accettato, avrebbe «scatenato l’inferno» contro di lui (e questo subito dopo aver lanciato lo stesso ammonimento ad Hamas, il che dava alla frase un tono assai minaccioso, perché contro Hamas Trump intende davvero scatenare l’inferno).
  • Quando Zelensky ha protestato per non essere stato invitato a Riad, Trump l’ha pesantemente insultato, dandogli del «dittatore», accusandolo di «avere iniziato la guerra» e dicendogli che «non serve che partecipi alle trattative di pace». Questo è vero ed è vergognoso, ma è anche vero che Trump si è rimangiato tutto nel giro di una settimana, invitando il “dittatore” Zelensky alla Casa Bianca.
  • Trump avrebbe quindi imposto a Zelensky il famoso accordo sui 500 miliardi di dollari in terre rare, che sarebbe un atto “colonialistico” e una “mercificazione” dei rapporti tra le nazioni (che in realtà sono sempre stati basati essenzialmente su accordi commerciali, anche se i nostri raffinati intellettuali sembrano ignorarlo). È vero che inizialmente l’accordo era inaccettabile, perché Trump voleva i minerali gratis, come “restituzione” dei soldi presuntamente “prestati” dagli USA all’Ucraina sotto forma di aiuti militari e umanitari, che oltretutto erano molti meno. Ma, come ormai dovremmo aver capito, quella era solo la “sparata” iniziale, che in una sola settimana si era già trasformata in un assai più ragionevole accordo di partnership, che oltretutto aiuterebbe a garantire la sicurezza dell’Ucraina molto più di qualsiasi generica dichiarazione di principio. Infatti, nel momento in cui in tutto il paese ci fossero imprese americane impegnate nell’estrazione di minerali di alto valore strategico, gli USA non potrebbero certo tollerare una nuova invasione russa.
  • Quindi Zelensky è andato alla Casa Bianca per firmare l’accordo (incontrando così Trump prima di Putin, anche se nessuno l’ha sottolineato), ma Trump gli avrebbe teso una trappola, in modo da avere il pretesto per cacciarlo via e poi minacciare la sospensione degli aiuti militari (benché non si capisca a che scopo e, soprattutto, perché mai avrebbe dovuto farlo prima di firmare l’accordo sulle terre rare, a cui teneva tanto).
  • A questo punto, il “povero” Zelensky, resosi improvvisamente conto che ciò lo avrebbe condotto “inevitabilmente” alla sconfitta (come se prima non ci avesse mai pensato), non avrebbe ormai altra scelta che “sottomettersi” a Trump e accettare le condizioni che “inevitabilmente” questi gli imporrà e che saranno “inevitabilmente” favorevoli al suo “amico” Putin.

Come si vede, il filo conduttore di questa stralunata narrazione è da una parte la (del tutto immaginaria) onnipotenza di Trump e dall’altra la (altrettanto immaginaria) impotenza di Zelensky, descritto come un poveretto in balia degli eventi, incapace non solo di resistere alle pressioni trumpiane, ma anche solo di capire cosa gli sta succedendo intorno. Mentre, come vado ripetendo da sempre, è invece l’unico vero leader che abbia oggi l’Occidente, non solo molto coraggioso, ma anche molto intelligente e molto furbo (che non è la stessa cosa e non necessariamente va insieme all’intelligenza).

La cosa più paradossale è che questa narrazione è condivisa, benché per opposte ragioni, sia dai filo-Trump che dagli anti-Trump: i primi perché pensano che sia la verità, i secondi perché questa narrazione serve a rendere credibile la tesi della “mostruosità” di Trump (infatti, un super-cattivo senza super-poteri fa ridere). A volte sembra addirittura che, almeno inconsciamente, gli anti-Trump desiderino l’umiliazione di Zelensky e la sconfitta dell’Ucraina, solo per il gusto di dimostrare che Trump è davvero il mostro che dicono. Ma la realtà è ben diversa.

Anche se l’unico che sembra essersene reso conto è il “solito” Federico Rampini (uno degli ormai pochissimi commentatori che non presume di aver capito la realtà ancor prima di guardarla), se nell’incontro alla Casa Bianca qualcuno ha teso una trappola a qualcun’altro, questi è stato Zelensky, che ha sfruttato la straordinaria ribalta che il Presidente americano (piuttosto ingenuamente) gli ha offerto per metterlo all’angolo e lasciarlo con in mano il classico cerino acceso.

Cosa avrebbe dovuto infatti fare Trump, che si presentava come mediatore tra due parti in conflitto, dopo che il leader di una delle due parti suddette, Zelensky, gli aveva detto in faccia, in diretta televisiva mondiale dal cuore del suo impero, che il leader dell’altra parte, Putin, è un killer psicopatico di cui non ci si può assolutamente fidare e che loro due insieme devono fermarlo?

E badate che questo, come ha fatto notare appunto Rampini a Porta a porta del 4 marzo (chi non ci crede si riveda il video), è accaduto prima che iniziassero gli attacchi contro di lui (a meno che, con sovrano sprezzo del ridicolo, non si voglia ritenere un “attacco” anche l’ironia sulla sua tuta mimetica, che, se le cose fossero andate bene, sarebbe stata subito classificata come una simpatica battuta per rompere il ghiaccio). La realtà dei fatti è che è stato Zelensky ad attaccare per primo. Così come è evidente che la sua non è stata una reazione istintiva decisa sul momento, ma un’azione premeditata, altrimenti non si sarebbe portato dietro le foto che documentavano le violenze dei russi in Ucraina. Ed è anche facile capirne il motivo.

Come abbiamo detto, infatti, il modo di trattare di Trump si basa in gran parte sulla convinzione che l’avversario non avrà il coraggio di andare a “vedere” i suoi bluff. Ora, Zelensky, diversamente dai nostri raffinati intellettuali, lo sa perfettamente. Di conseguenza, sapeva anche che prima di mettersi a collaborare doveva dimostrargli di non aver paura di lui e, anzi, di essere anch’egli in grado di metterlo in imbarazzo davanti al mondo intero (di nuovo Tit for tat).

A quel punto, infatti, Trump si è trovato in una classica situazione lose-lose, in cui qualsiasi mossa facesse era perdente. Da una parte, a meno di rinunciare, all’istante e per sempre, al suo ruolo di mediatore, non aveva altra scelta che buttare fuori Zelensky. Facendolo, però, avrebbe fatto la figura del “cattivo” davanti a tutto il mondo (come infatti è puntualmente accaduto). Così Trump ha cercato di minimizzare i danni, comportandosi in modo tutto sommato tollerabile, non solo per i suoi standard, ma perfino per quelli dei normali esseri umani.

Capisco che in un continente in cui siamo abituati a pensare che un’insufficienza a scuola possa causare un grave trauma psichico i commentatori si siano sentiti «inorriditi» e «sconvolti» da ciò che hanno visto, ma non è questo ciò che è realmente accaduto. Dire a uno «non sei in una buona posizione», «non puoi dirci cosa dobbiamo fare», «stai giocando col fuoco», «non vuoi davvero la pace», per poi congedarlo bruscamente, ma aggiungendo «torna quando sarai pronto» è lontano anni luce dagli attacchi pesantissimi che Trump gli aveva rivolto solo una settimana prima. Eppure, stavolta Zelensky gliela aveva combinata ben più grossa!

Anche le successive minacce di sospensione degli aiuti militari finora sono rimaste allo stato di annunci, confusi e perfino contraddittori. L’unica misura concreta è stata la sospensione della collaborazione da parte della CIA, che ha certamente messo in difficoltà gli ucraini, ma, nonostante le vanterie di Elon Musk (peraltro anch’esse subito rimangiate), perfino disattivare la rete satellitare di Starlink non sarebbe certo come premere l’interruttore e vedere la luce che si spegne. Trump stesso ha riconosciuto che «l’Ucraina ha ancora scorte di armi e munizioni sufficienti per sei mesi». E sei mesi possono essere un tempo molto lungo, per uno che ha promesso di mettere fine alla guerra con una telefonata.

Inoltre, grazie al suo show alla Casa Bianca, nel giro di pochi giorni Zelensky ha ricompattato intorno a sé il suo popolo e ha ricevuto dall’Europa un sostegno fortissimo, come non s’era mai più visto dopo i primi mesi di guerra. Addirittura, potrebbe essere riuscito ad innescare quel processo di creazione di una difesa comune europea (di cui si parla da decenni senza farne mai nulla) che costituirebbe il vero atto di nascita dell’Europa come entità politica unitaria.

Non è ancor detto che si andrà davvero in questa direzione, ma, almeno rispetto all’aumento degli investimenti e della coordinazione europea in fatto di difesa, dopo il Consiglio Europeo del 6 marzo è ormai impossibile che si torni indietro. Così come è ormai impossibile che l’Europa non aumenti il suo sostegno all’Ucraina, soprattutto se Trump dovesse toglierglielo in forma definitiva.

Non dimentichiamo che gli “enormi” aiuti militari che finora abbiamo dato all’Ucraina ammontano in realtà ad appena 62 miliardi in 3 anni, di cui la maggior parte sono venuti dai paesi più piccoli, che, confinando con la Russia, si sono sentiti, diciamo così, più “motivati”. L’Italia, per esempio, ha dato appena l’1 per mille del suo PIL (2 miliardi in 3 anni, appena un quarto di quanto ci è costato il reddito di cittadinanza in un anno solo). E lo stesso hanno fatto Francia e Spagna. Invece, i tre paesi baltici, Lituania, Estonia e Lettonia, che messi insieme hanno un PIL che è appena un dodicesimo del nostro, hanno dato oltre il 2%, cioè 20 volte più di noi in percentuale e oltre un miliardo più di noi perfino in valore assoluto.

Ciò significa che si può sicuramente fare meglio da subito, anche se per arrivare a una vera difesa europea autonoma dagli USA ci vorranno anni. Inoltre, c’è un grande aiuto che possiamo dare agli ucraini in qualsiasi momento e senza spendere un centesimo: togliere finalmente le assurde limitazioni all’impiego delle nostre armi, che li costringono a combattere con una mano legata, in nome del demenziale concetto di “armi solo difensive” (copyright dello stralunato ministro Crosetto), che semplicemente non esistono. E ciò significa che, anche senza gli aiuti americani, la guerra andrebbe avanti ancora per molto, molto tempo.

Non arriverò a dire che la minaccia di sospenderli sia soltanto un bluff, ma di sicuro le pallottole della pistola che Trump potrebbe gettare sulla bilancia sono assai spuntate. Certo, possono fare danni, ma difficilmente sarebbero letali e, peggio ancora, rischiano di rimbalzargli addosso. Cosa succederebbe, infatti, se gli ucraini (che sembrano averne tutte le intenzioni) decidessero di mandarlo al diavolo e di continuare a combattere a oltranza, anche senza ulteriori aiuti da parte dell’America? Davvero Trump potrebbe permettersi di stare a guardare? E davvero potrebbe permettersi di rompere irrimediabilmente con l’Europa, che, gira e volta, resta il suo unico possibile alleato nella futura guerra tecnologica e commerciale con la Cina, che è la sua vera ossessione?

E poi c’è la questione delle terre rare, che a Trump servono davvero, perché hanno un ruolo chiave per vincere la suddetta competizione globale con la Cina, ma hanno la brutta abitudine di abbondare soprattutto nei paesi nemici degli Stati Uniti. Se rompe con Zelensky, a chi le chiederà? Certo non alla Cina. Forse, allora, all’Afghanistan degli immaginari “talebani moderati”? O alla Russia dell’immaginario “amico” Putin? O a qualcuno dei disastrati paesi africani su cui proprio la Russia ha da tempo allungato le sue zampacce tramite una serie di colpi di Stato orchestrati dalla Wagner?

Sì, qualcosa c’è anche in alcuni paesi “amici”, soprattutto Svezia e Australia, ma, anche ammesso che continuino ad esser tali (cosa non scontata, se Trump continuerà a trattare tutti con questa arroganza), non è che saranno disposti a regalarglieli solo per “fare grande l’America” facendo piccoli sé stessi. L’Ucraina è di gran lunga la migliore opzione e infatti l’accordo sulle terre rare è l’unica cosa che Trump non ha mai messo in discussione. E per firmarlo, ovviamente, non può rompere con l’Ucraina, né permettere che Putin se la annetta, altrimenti quei giacimenti li vedrà solo con i satelliti di Elon Musk mentre vengono sfruttati dai russi.

Ma, se così è, allora cosa possiamo ragionevolmente aspettarci che accada nel prossimo futuro?

Che cosa succederà adesso?

A questo proposito non posso che ripetere ciò che avevo scritto il 5 novembre scorso, nell’articolo in cui avevo previsto l’elezione di Trump (con un errore di appena 2 millesimi, se mi si perdona l’immodestia: avevo infatti scritto che avrebbe preso tra il 50% e il 51%, ha chiuso con il 49,8%).

«Trump non è affatto amico di Putin, come molti sostengono: Trump è amico soltanto di Trump e inoltre è già stato Presidente per 4 anni e non mi risulta che gli abbia mai fatto particolari favori. Quello che lui pensa davvero è che Putin sia un “duro” con cui solo uno ancora più duro (come lui ritiene di essere) possa trattare con successo. Quindi ci proverà, ma quando si accorgerà che Putin non ha nessuna intenzione di ascoltarlo andrà su tutte le furie e per fargliela pagare potrebbe decidere di dare all’Ucraina un sostegno perfino maggiore di quello (peraltro tentennante e insufficiente) che le ha dato Biden e che verosimilmente le darebbe Kamala.

Il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili. E qui veniamo alla mia seconda e più grave preoccupazione. Perché negli ultimi tempi anche Trump sembra aver cominciato a dare qualche segno di rincoglionimento, certo non al livello di Biden, ma tuttavia tale da non lasciare tranquilli, soprattutto considerando che ha già 78 anni e che, se vincesse, dovrebbe governare fino a 82» (https://www.fondazionehume.it/politica/lodio-al-di-la-del-linguaggio-e-davvero-trump-il-pericolo-maggiore-per-la-democrazia-americana/).

Ditemi voi se finora le cose non sono andate esattamente così.

Trump ha cominciato minacciando sia la Russia che l’Ucraina, anche se di misure concrete finora ne ha prese solo contro quest’ultima. Ma, come abbiamo appena visto, qualsiasi ragionamento logico porta alla stessa conclusione: la sospensione degli aiuti militari può essere usata da Trump solo come mezzo di pressione su Zelensky, per cui potrà anche essere messa in pratica per un po’ di tempo, ma non potrebbe mai diventare una misura permanente (infatti è già stata revocata).

D’altronde, nonostante i deliri sulla inesistente “nuova Yalta” di cui abbiamo detto, la realtà dei fatti è che la prima vera proposta è stata appena concordata fra Trump e Zelensky (che sono gli unici che finora si sono parlati) e da loro proposta a Putin. Che, prevedibilmente, la rigetterà o (che è lo stesso) ne condizionerà l’approvazione a una serie di diktat inaccettabili, come ha sempre fatto finora e come sempre farà anche in futuro, oppure fingerà di accettarla e poi la vilerà ad ogni occasione, cercando di dare la colpa agli ucraini. E proprio qui sta il problema.

Mi sembra infatti evidente, dai discorsi confusi e contraddittori degli ultimi giorni, che Trump non ha la minima idea di come convincere Putin a trattare. Peggio ancora, credo che finora non ci abbia nemmeno pensato, convinto com’era che il vero problema fosse “domare” Zelensky, che è probabilmente l’unica idea che Trump condivida con gli intellettuali europei.

Ricolfi ha scritto che ciò che ha impedito finora di fare la pace con Putin è aver trasformato la guerra in Ucraina in una questione etica (https://www.fondazionehume.it/politica/a-proposito-dellagguato-mediatico-a-zelensky-la-politica-come-spettacolo/). Se avesse ragione, allora l’approccio di Trump, completamente pragmatico e amorale, sarebbe quello ideale e dovrebbe avere successo. Ma, per una volta, temo invece che si sbagli.

Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta.

Anche Trump, prima o poi, se ne accorgerà, vedendo che Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte (personalmente, non mi stupirei se si rifiutasse addirittura di incontrarlo). Il problema, come ho scritto, è quandose ne accorgerà.

E purtroppo potrebbe davvero accadere troppo tardi, perché anche l’ultima parte della mia previsione temo si sta avverando. Mi sembra infatti che Trump stia cominciando a dare alcuni chiari segni di rincoglionimento senile, il che, unito al suo immenso orgoglio, gli renderà molto difficile ammettere di aver fallito. Anche perché non potrebbe nemmeno scaricare la colpa su Zelensky e/o Putin, avendo sempre sostenuto di essere in grado di costringerli a fare la pace: perciò un eventuale fallimento, in qualsiasi modo si verificasse, agli occhi dei suoi elettori sarebbe comunque soltanto colpa sua.

Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse.

Ci aspetta una guerra? – La stagione dell’incertezza

17 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Non sono un esperto di relazioni internazionali, né di questioni militari, né di geo-politica. Sulla guerra in Ucraina non sono intervenuto quasi mai, e quando l’ho fatto è stato più per porre domande ed esprimere dubbi che per suggerire condotte di azione. Ora però, con i venti di guerra che spirano in Europa, è difficile fare gli spettatori. L’Europa ha scelto la strada del riarmo, la gente scende in piazza per l’Europa, ma a quanto pare non per l’Europa che c’è, bensì per il fantasma dell’Europa ideale che ognuno coltiva dentro di sé.

In questo clima non mi stupisce affatto che esplodano le divisioni. Che la destra sia spaccata, e che lo sia pure la sinistra. E nemmeno mi stupiscono le fratture interne al Pd, il maggiore partito della sinistra, incapace di esprimere una posizione unitaria nel Parlamento Europeo. Quello che mi sorprende, invece, al punto da rendermi incredulo, sono le prese di posizione perentorie pro o contro il riarmo. E dicendo questo non mi riferisco ai posizionamenti categorici di alcuni partiti, come Fratelli d’Italia (pro-riarmo) e Cinque Stelle (anti-riarmo), che capisco benissimo, in quanto obbediscono all’imperativo di scegliere, o se preferite al rifiuto dell’ignavia del “né né”. Quello cui mi riferisco, piuttosto, sono le prese di posizione perentorie di analisti e osservatori indipendenti che, a differenza dei politici, non sarebbero tenuti a schierarsi.

Mi colpiscono, in particolare, le due posizioni speculari di chi appare certo che Putin sia intenzionato a invadere i paesi Baltici e altri paesi Nato confinanti con la Russia, e di chi – viceversa – ritiene che Putin si accontenterebbe di annettere i territori già conquistati e della neutralità dell’Ucraina. Mi colpisce, anche, la sicurezza con cui gli opposti “estremisti analitici” descrivono gli effetti del riarmo degli Stati europei, visto dagli uni come unica via per garantire la sicurezza dell’Unione, e dagli altri come mossa pericolosa, che allontana la pace in Ucraina e può rendere più e non meno aggressiva la politica della Russia. E mi colpisce, infine, la completa mancanza di accordo degli uni e degli altri nella ricostruzione della catena di eventi che, dal 2014 a oggi, hanno segnato la guerra civile in Ucraina.

Gli uni e gli altri si muovono in un delirio di onnipotenza cognitiva. Credono di sapere come sono andate davvero le cose. Credono di sapere che cosa passi per la mente di Putin e di Trump. Credono di saper valutare le forze in campo. Credono di poter prevedere le conseguenze delle loro azioni. Credono di conoscere i rischi delle due opzioni (riarmo sì, riarmo no), e quindi di essere in grado di individuare la mossa più utile per l’Europa. In breve: credono che esista una scelta razionale, e di sapere quale sia.

In breve: gli uni e gli altri si muovono come se fosse in corso un gioco di strategia, ed esistesse un metodo per individuare la strategia migliore. Eppure dovrebbero saperlo che, per individuare la strategia più razionale, la teoria dei giochi prevede condizioni precise, nessuna delle quali ricorre oggi. Non ricorre la condizione che i giocatori siano pochi e ben identificati (non sappiamo nemmeno quanti sono: due, tre, quattro, N?). Non ricorre la condizione che esistano regole del gioco e tutti i giocatori le rispettino. Non ricorre la condizione di conoscere le preferenze (funzioni di utilità, nel lessico della teoria dei giochi) dei vari giocatori. Non ricorre la condizione di conoscere, almeno probabilisticamente, le conseguenze delle proprie scelte. In breve: il gioco che si sta giocando è senza regole condivise, è a informazione limitata (incompleta e imperfetta), è affetto da incertezza generalizzata. Si deve scegliere, perché anche non scegliere è una scelta, ma nessuno è in condizione di fare scelte razionali, evidentemente superiori alle scelte alternative. Possiamo solo fare scommesse, basandoci sulle nostre intuizioni, e sui frammenti di conoscenza che riteniamo di possedere.

Per questo sono stupito che tanti ci offrano le loro certezze, come se oggi ne potessero esistere. E non mi scandalizzano né le incertezze del Pd, né le divisioni della piazza, anzi delle piazze della giornata di ieri. È giusto che ognuno manifesti le sue paure e le sue speranze. Ma sarebbe bello che lo facessimo tutti con umiltà, perché nessuno sa che cosa ci riserva il domani, e qual è il modo più ragionevole per assicurarci che un domani ci sia.

[articolo uscito sul Messaggero il 16 marzo 2025]

A proposito dell’agguato mediatico a Zelensky – La politica come spettacolo

5 Marzo 2025 - di Luca Ricolfi

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Fra le accuse che più frequentemente, e più impietosamente, vengono rivolte ai leader europei, vi è quella di non aver mai preso un’iniziativa diplomatica per fare cessare la guerra fra Ucraina e Federazione Russa. Dal primo giorno della guerra, l’unica preoccupazione dell’Europa è stata di respingere l’invasione russa, ristabilendo la legalità internazionale (ossia i confini precedenti allo scoppio della guerra). Di qui l’assoluta latitanza della diplomazia: l’obiettivo di punire Putin ha sempre sovrastato quello di fermarlo.

Ora l’agguato teso da Trump a Zelensky, con il plateale litigio davanti alla stampa e alle tv, ha fatto ulteriormente precipitare le cose, mettendo fuori gioco ogni possibile diplomazia e ricerca di un ragionevole compromesso.

Ok, questo è successo, e si capisce perfettamente che tutti i maggiori editorialisti esternino il loro sgomento per questa rottura, per il cattivo gusto di Trump e Vance, per la violazione plateale delle regole minime dell’ospitalità, dell’educazione, del rispetto reciproco. Insomma, quella che è andata in onda nello Studio Ovale sarebbe una inaccettabile, orribile, disgustosa spettacolarizzazione della politica, che rompe – per la prima volta nella storia – convenzioni e preziose ipocrisie da tempo vigenti nei rapporti internazionali, tanto più quando coinvolgono questioni militari e strategiche. Non a caso le espressioni più usate per descrivere quel che è successo sono “senza precedenti” e “storico”. Come a dire: è inaudito, non era mai successo, è un punto di non ritorno.

In un certo senso è proprio così. Mentre leggevo questi commenti, però, in me è riaffiorato un ricordo. Il ricordo di quel che pensavo e provavo nei primi mesi della guerra. Ebbene, io ricordo che ero semplicemente sbalordito. E, non intendendomi di questioni di guerra, ho sempre pensato che fossi io a non capire.

Che cosa mi sbalordiva?

Mi sbalordiva, innanzitutto, che nel giro di pochi giorni un normale capo di stato fosse stato trasformato dalle autorità europee in una autentica star mediatica. Collegamenti in diretta con i parlamenti, ovazioni delle assemblee collegate, partecipazioni ad incontri che normalmente si svolgono a parte chiuse fra pochi potenti, persino un surreale dibattitto sulla necessità che Zelensky leggesse un messaggio al Festival di Sanremo. Tutto ciò mi sembrava folle, e incompatibile con l’eventuale aspirazione dell’Europa a svolgere un ruolo di mediazione e moderazione. Come era possibile, mi chiedevo, che la politica europea sulla guerra si formasse non nelle segrete stanze della diplomazia, ma attraverso eventi mediatici e spettacolari? Come avrebbero mai potuto, i parlamenti e i governi europei, dibattere serenamente e prendere decisioni ponderate, se tutto veniva discusso enfaticamente, in presenza di una parte in causa, e con toni da comizio?

Insomma, la prima cosa che voglio dire è che la spettacolarizzazione delle questioni internazionali l’abbiamo iniziata noi europei, non certo gli Stati Uniti di Trump.

Ma c’è anche una seconda cosa che mi ha sempre lasciato interdetto, anche qui non capendo se ci fosse qualcosa che mi sfuggiva. Come mai il tema della guerra è sempre stato affrontato, in Europa ma anche negli Stati Uniti di Biden, come un tema etico? Ovvero come un episodio dell’eterna lotta del Bene contro il Male? Come mai questa ossessiva, martellante e acritica retorica dell’aggressore e dell’aggredito? È vero che la eticizzazione del conflitto era il presupposto logico che rendeva possibile inscenare lo spettacolo della santificazione dell’eroe Zelensky, ma come non vedere che nel conflitto ucraino, come in innumerevoli altri conflitti condotti in nome del Bene, nessuna delle parti in conflitto era esente da responsabilità e colpe (nel caso di Zelensky,  per fare un solo esempio, il mancato rispetto degli accordi di Minsk)?

Sul conflitto ucraino, come su quello israeliano, si possono avere, ovviamente, le opinioni più diverse. Nessuno, fra noi comuni cittadini, è adeguatamente informato, e alla fine a guidarci sono l’istinto politico e le nostre passioni. Ma, tornando all’Europa, quel che mi resta incomprensibile è come l’Europa possa dolersi di non avere un ruolo al tavolo della pace, avendo sempre e senza esitazioni parteggiato per una delle parti in campo, e avendolo fatto nel modo più plateale e spettacolare possibile. Se vuoi fare l’arbitro, non puoi giocare tutta la partita con una delle due squadre in campo. Quello che a noi europei appare solo come un tradimento (il brusco voltafaccia di Trump) è anche un modo di indossare la maglietta dell’arbitro. Una maglietta che, se tre anni fa non avessimo sconsideratamente inaugurato la politica-spettacolo con la star Zelensky, oggi potremmo provare a indossare noi stessi.

[articolo uscito sulla Ragione il 4 marzo]

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