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Il Muro di Teheran

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

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Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.

Pax trumpiana ter – La vera guerra ibrida di Putin sono le false trattative

8 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Mentre tutti gli esperti o presunti tali si affannano a discutere su ogni minimo dettaglio delle trattative sulla pace in Ucraina, nessuno sembra rendersi conto che in realtà non è in corso una vera trattativa, bensì un gioco delle parti, in cui Putin tenta di guadagnare tempo, nella speranza di guadagnare anche terreno, mentre Zelensky tenta di costringere Putin a rompere per primo, nella speranza che Trump finalmente si stufi di farsi prendere in giro e si decida a colpirlo. Nel frattempo, l’Europa non ci capisce nulla e continua a dare la colpa di tutto a Trump per sfuggire alle proprie responsabilità.

Stupefatto. L’Europa, da trenta mesi a questa parte, mi lascia stupefatto.

Mi perdonerà Ricolfi se gli ho “rubato”, parafrasandolo, il celebre incipit del suo libro La mutazione, ma davvero non saprei esprimere meglio ciò che mi suscita l’incredibile comportamento dei leader politici e intellettuali europei rispetto alle vicende ucraine. Dopo la reazione (relativamente) decisa del primo anno e mezzo, infatti, la loro capacità di comprendere ciò che sta accadendo e, di conseguenza, di agire in modo efficace è in costante (e preoccupante) declino. E questa tendenza si è ulteriormente aggravata dopo l’elezione di Donald Trump.

Ma, prima di proseguire, voglio essere molto chiaro su un punto, visto che oggi è di moda dare sempre la colpa di tutto ai politici: questi hanno senz’altro le loro responsabilità, ma non dimentichiamo che in democrazia i politici hanno non solo l’interesse, ma anche il dovere di ascoltare l’opinione pubblica. Giornalisti e intellettuali invece no: perciò non hanno alcuna scusante quando mentono per compiacerla (il che, per quanto appena detto, finisce poi inevitabilmente per orientare nella direzione sbagliata anche la politica).

Ciò detto, veniamo al dunque. E cominciamo proprio da Trump.

1) Perché l’Europa non capisce Trump

Gli europei non capiscono Donald Trump. Questo è assodato, tant’è vero che spesso lo ammettono essi stessi. Il vero problema è perché.

Certamente, Trump è un tipo bizzarro e volubile, ma non bisogna esagerare, perché c’è del metodo nella sua follia e basta osservarlo attentamente (sport oggi non molto di moda) per accorgersi che è molto più prevedibile di quel che sembra. I veri motivi della nostra incomprensione sono fondamentalmente due, strettamente connessi fra loro ed entrambi di natura culturale.

Anzitutto, Trump è un uomo d’affari americano e come tale ragiona, anche da leader politico. Ciò ha dei pro e dei contro, ma questa mentalità ci è così estranea che noi tendiamo a vedere solo i secondi.

A ciò si aggiunge il pregiudizio negativo, sostenuto soprattutto dalla sinistra, ma condiviso da tutta l’area “liberal” (che va dall’estrema sinistra fino al centro e a volte perfino al centrodestra moderato), per cui Trump sarebbe un “fascista”, fondamentalmente perché ha osato dare voce alla crescente protesta contro la violenza e l’intolleranza del politically correct (non parlo di ideologia woke non perché non esista, ma per sottolineare che essa non è altro che la logica e coerente evoluzione del politically correct, che è stato violento e intollerante fin dall’inizio).

La combinazione di questi due pregiudizi ha portato le classi dirigenti europee ad attribuire a Trump colpe inesistenti e a non vedere invece i suoi veri difetti, finendo così per adottare regolarmente l’approccio sbagliato nei suoi confronti.

Per quanto riguarda la questione ucraina, l’errore più grave è l’aprioristica convinzione che Trump “deve” essere amico di Putin, anch’egli considerato dai liberal un “fascista”, benché sia un vecchio arnese del KGB che ha come obiettivo dichiarato restaurare la potenza della “gloriosa” Unione Sovietica, al punto che l’ha perfino fatto scrivere nei nuovi libri di scuola che ha imposto in tutta la Russia, nonché sulla maglietta del suo servo sciocco Lavrov al vertice di Anchorage.

Eppure, questa idea si è diffusa ben oltre la sinistra, che non può accettare (e meno ancora far accettare al proprio elettorato) l’idea di combattere un comunista. Perfino un moderato come Bruno Vespa è arrivato a parlare nel suo ultimo libro (Finimondo) di un vero e proprio «innamoramento» di Trump per Putin. Per non parlare di Goffredo Buccini, editorialista del Corriere della Sera, che continua da tempo a sostenere (senza peraltro mai darne la minima prova) che il Presidente americano sarebbe addirittura «tenuto in pugno» da Putin.

Perfino quando Trump colpisce un alleato storico di Putin come il dittatore venezuelano Nicolás Maduro molti giornalisti e intellettuali (tra cui, ahimè, anche Vittorio Emanuele Parsi, che finora era stato una delle poche voci ragionevoli) si arrampicano sugli specchi per “dimostrare” che in realtà questo sarebbe un “messaggio” a Putin per dirgli che in Ucraina può fare quello che vuole.

Ma questa nostra convinzione è totalmente falsa.

Anzitutto, Trump è un narcisista patologico, che ama soltanto sé stesso. Inoltre, fino ad oggi non ha mai fatto nessun favore a Putin: neanche uno, né in questo nuovo mandato né durante il precedente. Del resto, se fosse accaduto, tutti ne parlerebbero: siccome non ne parla nessuno, significa che non è accaduto.

Quanto al suo presunto “disimpegno” dalla NATO, con il presunto intento di spartirsi il mondo con Putin, qui andiamo dal surreale al grottesco passando per il ridicolo. A parte che in genere si (s)ragiona come se Trump fosse eterno, mentre fra tre anni ci sarà già un altro al suo posto, magari democratico (sempre che i democratici riescano a trovare un candidato decente…), quando “The Donald” vuole “disimpegnarsi” da qualcosa non lo dice: lo fa.

Riteneva l’Accordo di Parigi sul clima una cialtronata (giustamente, non perché il problema non esista, ma perché i “rimedi” ivi proposti sono deleteri) e se n’è tirato fuori. Giudicava l’OMS un’organizzazione nefasta (di nuovo giustamente, almeno per com’è attualmente gestita) e l’ha lasciata. Giudicava penalizzanti (qui non so se giustamente o meno) gli accordi commerciali con gli altri paesi e ha introdotto i dazi.

Ma dalla NATO non si è mai sognato di uscire e finché ci resta è vincolato dal famoso Articolo 5 a intervenire in difesa di qualsiasi paese membro, da chiunque venga attaccato, Putin compreso. L’unica cosa che non Trump, ma gli Stati Uniti chiedono all’Europa, da oltre vent’anni, (il primo fu Clinton), è che la smetta di scaricare su di loro i costi della propria difesa. Quindi di che cosa stiamo parlando?

Quanto al fare affari, per quanto a Trump interessi anche questo (non ho mai conosciuto nessun ricco a cui non piaccia diventare ancora più ricco), non è la sua motivazione principale. Dopotutto, la sua avidità è già stata abbastanza soddisfatta, mentre ad essere rimasta insoddisfatta – profondamente insoddisfatta – fino ad oggi è la sua vanità. Ciò che “The Donald” sta disperatamente cercando di ottenere non sono soldi, ma riconoscimento.

Trump, infatti (in questo molto simile a Berlusconi), è stufo marcio di essere considerato un paria dai “salotti buoni” e dai giornali “che contano”, i quali rispettano solo i figli e i nipoti delle grandi dinastie, benché lui sia molto più ricco di tutti loro messi insieme. Per questo si è messo in testa di diventare Presidente del paese più potente del mondo, ci è riuscito contro le previsioni di tutti (compresa la mia: ed è stata l’unica volta che ho sbagliato il pronostico di un’elezione), eppure nemmeno questo è bastato. Ci ha riprovato, ci è riuscito di nuovo e nemmeno questo è bastato. Così ora ha deciso di puntare al Nobel per la pace, che, nella sua testa, gli assicurerebbe un posto nella storia, dimostrando la falsità di tutte le critiche che gli vengono rivolte.

Ora, Trump sa perfettamente che per questo occorre una pace che sia davvero tale, cioè accettabile anche per gli ucraini. Il fatto che periodicamente attacchi Zelensky fa parte del suo modo di trattare, per cui usa un po’ il bastone e un po’ la carota. Ma il pregiudizio che Trump “deve” essere amico di Putin ci porta a enfatizzare oltre misura gli attacchi rivolti al leader ucraino e a considerare puramente di facciata quelli (in realtà non meno violenti) rivolti al dittatore russo, creando la falsa impressione che stia più dalla parte di quest’ultimo.

Del resto, lo stesso si diceva anche dopo l’incontro in Alaska. Tempo due giorni e Trump riceveva con tutti gli onori Zelensky e i leader europei. Tempo due mesi e il presunto “amico di Putin” si dichiarava «molto deluso» da lui e imponeva dure sanzioni sulle vendite indirette di petrolio e gas russo a India e Cina (che, se funzioneranno, avranno effetti molto più pesanti di quelle europee) e giungeva a un passo dal vendere a Zelensky i temibili missili Tomahawk a lungo raggio, cosa che avrebbe avuto un effetto ancor più devastante delle sanzioni (e che gli europei, invece, pur sostenendo di appoggiare l’Ucraina molto più di lui, non vogliono nemmeno prendere in considerazione). Ora si sta semplicemente ripetendo la stessa storia, ma sembra che nessuno se ne renda conto.

L’unica idea giusta fra le tante sballate che abbiamo in testa è che Trump, da buon capitalista yankee, è convinto che fare affari favorisca la pace (“fate gli affari, non fate la guerra”). Il problema è che in noi europei, tutti più o meno inconsciamente condizionati dal moralismo comunista che li vede come una cosa intrinsecamente “sporca” (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/), questo suscita un istintivo disprezzo. Invece, volesse il cielo che anche Putin la pensasse così! Allora sì che sarebbe possibile una vera trattativa, perché l’essenza degli affari è il compromesso.

Il vero problema è che a Putin degli affari non gliene potrebbe fregar di meno.

2) Perché l’Europa non capisce Putin

E qui entra in ballo la nostra incapacità di capire Putin, dovuta anch’essa a un’idea di chiara origine marxista (vedi l’articolo di cui sopra, punto 8): quella per cui tutte le azioni dei politici hanno motivazioni razionali, che, ultimamente, sarebbero di natura economica. Tuttavia, per quanto ormai condivisa da quasi tutti in Occidente, anche questa nostra seconda convinzione è totalmente falsa.

Se osserviamo la storia senza paraocchi ideologici, è del tutto evidente che i politici agiscono spesso per motivi che non hanno nulla a che fare con l’economia e che molte volte sono del tutto irragionevoli, quando non addirittura irrazionali. Le guerre, in particolare, contrariamente a ciò che crediamo, danneggiano sempre l’economia (vedi ancora lo stesso articolo, punto 12), per cui, se le loro motivazioni fossero davvero economiche, in realtà non si farebbero mai. I loro veri motivi sono principalmente il potere, la gloria, la mania di grandezza, la vendetta, la sicurezza nazionale, più raramente il sostegno a un alleato, spesso la pura e semplice stupidità.

Un esempio chiarissimo è il Medio Oriente, che da quando gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica non è più per loro un’area di particolare importanza strategica. Se prima erano disposti a combattere per il petrolio arabo era perché, essendone dipendenti, dovevano impedire che cadesse in mano a regimi ostili, benché di fatto ciò coincidesse con la difesa degli interessi delle grandi compagnie petrolifere a stelle e strisce. Ma nessun Presidente americano è mai stato disposto a entrare in guerra solo per far fare più soldi ai petrolieri, che rappresentano appena il 5% dell’economia statunitense, rischiando di danneggiare il restante 95%.

Anche nell’attuale crisi col Venezuela il petrolio non c’entra nulla, così come la droga, anche se è vero che Maduro ha trasformato il paese in un narcostato. Ma la vera motivazione di Trump è ristabilire il predominio statunitense sull’America Latina, fermando la penetrazione russa e, soprattutto, cinese, a cui gli ultimi Presidenti (lui compreso, durante il suo primo mandato) avevano scelleratamente permesso di crescere a dismisura.

Ora, questo è ancor più vero per i dittatori, che o sono degli psicopatici fin dall’inizio o finiscono per diventarlo col tempo: il potere, infatti, alla lunga dà sempre alla testa e il potere assoluto ancor di più. E il peggio è che, una volta iniziata una guerra, un dittatore non può più fermarsi, neanche se si mette male: anzitutto perché è incapace di ammettere, anzitutto di fronte a sé stesso, di aver fallito e poi perché farlo porterebbe quasi certamente alla sua caduta e probabilmente anche alla sua morte.

Ma, obietterete, Putin sta trattando. Quindi come si concilia questo con ciò che ho appena affermato? Ebbene, eccovi un vero scoop: in realtà nessuno sta trattando.

Non è certo un caso che Putin si sia detto disposto a trattare giusto pochi giorni dopo le dure sanzioni americane sul suo petrolio e pochi giorni prima dell’incontro fra Trump e Zelensky, in cui il primo doveva decidere se fornire al secondo i Tomahawk. “The Donald”, infatti, vedendo il suo Premio Nobel riapparire all’orizzonte, ha subito ammorbidito la propria posizione, rinunciando, almeno per ora, all’invio dei missili (benché non alle sanzioni), nell’ingenua convinzione che ciò favorisca le trattative. Poi ha ripetuto esattamente lo stesso schema dell’Alaska, evidentemente ignorando l’aforisma di Einstein per cui «soltanto uno stupido fa di nuovo la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso».

Anzitutto, ha elaborato una proposta iniziale molto appiattita sulle posizioni di Putin perché questi non chiudesse le trattative prima ancora che fossero cominciate. Quindi ha premuto su Zelensky per indurlo ad accettare il più possibile delle richieste russe. Infine, quando ha visto che col bastone non poteva ottenere di più, è passato alla carota, elogiando «il coraggio degli ucraini» e cominciando a includere nel piano di pace anche le loro richieste. Che però Putin, contrariamente a quanto lui e noi ingenuamente speriamo, non accetterà mai.

Tutti i presunti “passi avanti” su cui stiamo dibattendo all’infinito non significano infatti nulla, dato che a restare irrisolto è il problema centrale, cioè la pretesa di Putin di annettersi tutto il Donbass, che l’Ucraina non può accettare, non solo perché sarebbe un’ingiustizia nonché un pericolosissimo precedente, ma soprattutto perché, cedendo ai russi le sue principali fortificazioni, spianerebbe la strada a una futura invasione.

Se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole, puntare a risolvere prima i problemi minori per spingere le parti a mettersi d’accordo anche su quello principale sarebbe una strategia sensata. Ma purtroppo dall’altra parte non c’è un interlocutore ragionevole, bensì uno psicopatico, costitutivamente incapace di fare una qualsiasi concessione, perfino quando gli converrebbe.

Del resto, quando dice che «non siamo mai stati così vicini alla pace» Putin si riferisce sempre (l’ha detto esplicitamente più volte) alla prima versione dell’accordo, quella che considerava solo le richieste russe, mentre tutte le modifiche successive, cioè i presunti “passi avanti” che tanto ci fanno sperare, per lui sono «tentativi di sabotare il piano di pace da parte dell’Ucraina e dell’Europa», ovvero passi indietro.

Circa nove mesi fa, il 18 marzo 2025, avevo scritto su questo sito che «la prima vera proposta è stata appena concordata fra Trump e Zelensky (che sono gli unici che finora si sono parlati) e da loro proposta a Putin. Che, prevedibilmente, la rigetterà o (che è lo stesso) ne condizionerà l’approvazione a una serie di diktat inaccettabili, come ha sempre fatto finora e come sempre farà anche in futuro, oppure fingerà di accettarla e poi la violerà ad ogni occasione, cercando di dare la colpa agli ucraini» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Ciascuno valuti se non è esattamente ciò che è accaduto. Ed è anche esattamente ciò che sta accadendo (e continuerà ad accadere) in questi giorni. Perciò, di nuovo, di che cosa stiamo parlando?

La verità è che questo falso negoziato altro non è che un aspetto (e purtroppo di gran lunga il più efficace) della “guerra ibrida” che Putin sta da tempo conducendo contro l’Europa. Lo psicopatico del Cremlino, che è pazzo ma non è stupido, sa infatti benissimo quanto viziati e perciò paurosi e condizionabili siano diventati i popoli dell’Europa occidentale e come basti far balenare davanti ai loro occhi l’illusione della pace perché il loro già incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina si faccia ancora più incerto e inadeguato. Come infatti sta accadendo.

E questo è il suo vero scopo, perché gli permette di mantenere l’iniziativa, benché i progressi siano minimi e le perdite spaventose. Ma a livello di immagine funziona: e l’immagine, purtroppo, conta, soprattutto oggi.

A ciò si aggiunge poi il tentativo di far ricadere la colpa del fallimento della trattativa sull’Ucraina. Non è certo un caso che proprio in questo momento Putin abbia cominciato a tirare fuori accuse palesemente inventate contro l’Ucraina (prima il presunto attacco alla sua residenza, poi la presunta strage di civili russi), sperando che Trump decida di abbandonarla al suo destino, benché ciò non sembri troppo probabile. Ma, come scrivevo ancora nell’articolo di cui sopra, «il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili». A quanto pare, dopo 9 mesi è ancora così.

Di tutto ciò è invece ben consapevole Zelensky (l’unico vero leader che ha oggi l’Europa, non mi stancherò mai di ripeterlo), che sta perciò mostrando la massima disponibilità, in modo che nessuno possa accusarlo di essere lui a non volere la pace. Ma soprattutto sta cercando di portare la trattativa il più avanti possibile, cosicché, quando Putin rovescerà il tavolo, la delusione di Trump per il suo rifiuto di una pace che sembrava ormai a un passo sia tale da indurlo finalmente a lasciar perdere la carota e ad usare, da lì in poi, soltanto il bastone.

Il problema, però, è che noi, nel frattempo, continuiamo a rivendicare quella «pace giusta e duratura» che ci fa sentire tanto superiori al “cinico” Trump, ma non facciamo nulla di ciò che sarebbe necessario per ottenerla davvero, complicando così ulteriormente il già abbastanza difficile compito di Zelensky, che a parole diciamo di voler aiutare.

E con questo siamo arrivati al terzo e più grave fraintendimento: quello dell’Europa verso sé stessa.

3) Perché l’Europa non capisce sé stessa

Oltre a non capire Trump e Putin, infatti, l’Europa si sta dimostrando incapace di capire perfino sé stessa, nel senso che nessuno, dai leader politici agli intellettuali fino ai semplici cittadini, sembra ormai comprendere quali sono le implicazioni logiche (e perciò inevitabili) delle proprie stesse prese di posizione.

Ciò è vero un po’ in tutti gli ambiti, ma per quel che riguarda in particolare l’Ucraina il problema di fondo è quello di illudersi che per fare andare a buon fine le trattative bastino le parole. E la cosa più paradossale è che tale convinzione è più forte a sinistra, cioè tra quelli che meno si fidano di Trump, accusandolo di essere un cinico che bada solo ai rapporti di forza. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che, così stando le cose, per arrivare a una pace davvero “giusta e duratura” bisogna innanzitutto cambiare i rapporti di forza, il che significa: dare all’Ucraina armi più numerose e, soprattutto, più potenti. Eppure, a sinistra nessuno ne vuole sentir parlare, nemmeno nel PD, che pure continua a proclamarsi il suo più deciso difensore.

D’altronde, anche il governo italiano, come del resto tutti gli altri governi europei, continua palesemente a puntare sulla “pace per reciproca stanchezza” (https://www.fondazionehume.it/politica/trump-vs-musk-le-due-lezioni-che-non-impareremo/), come si è lasciato sfuggire Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, a “TG2 Post” del 10 dicembre scorso («se è possibile, come noi auspichiamo, raggiungere la pace è perché sul campo c’è una situazione il più possibile di stallo»). Ancora una volta, questo approccio avrebbe senso se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole. Ma così non è, per cui insistere su questa strada è assurdo. Eppure, insistiamo…

Per onestà, va detto che qualcosina della situazione reale, sia nei dibattiti televisivi che sulle riviste specializzate, comincia finalmente a venir fuori.

Per esempio, sia a “In mezz’ora” del 14 dicembre scorso che a “Porta a porta” del 16 è stato detto chiaramente che la presunta avanzata russa avviene in realtà al ritmo di pochi metri al giorno e con perdite gravissime e che i russi avevano annunciato mesi fa la conquista di diverse località da cui invece sono ancor oggi lontani chilometri.

Sempre nella stessa edizione di “Porta a porta” Bruno Vespa ha mostrato una tabella (fig. 1) da cui si vede come gli aiuti militari elargiti all’Ucraina in questi 4 anni dai 5 più grandi paesi europei (Germania, Inghilterra, Francia, Italia, Spagna, in ordine decrescente di contribuzione) sono quasi dieci volte inferiori rispetto a quelli forniti dai 4 paesi nordici (Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, sempre in ordine decrescente di contribuzione), benché il lor PIL totale sia quasi dieci volte superiore. Si noti, in particolare, lo scarto impressionante tra le roboanti dichiarazioni di Macron in favore dell’Ucraina e il risibile contributo che le ha finora dato.

Figura 1. La verità sugli aiuti militari dell’Europa all’Ucraina (da “Porta a porta” del 16/12/2025).

Inoltre, sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs negli ultimi mesi sono usciti vari articoli che documentano come le conquiste territoriali russe siano in realtà molto limitate, così come le sue risorse, sia umane che economiche. Le perdite sono così gravi che comincia ad essere difficile rimpiazzare i caduti solo con i poveracci delle province, senza chiamare alle armi anche i figli della borghesia delle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, cosa fin qui evitata come la peste da Putin perché rischierebbe di rendere esplosiva la situazione interna. Quanto al versante economico, i costi della guerra, uniti alle sanzioni, stanno portando il paese vicino al collasso.

Il problema, però, è che nessun politico o intellettuale europeo sembra disposto a prendersi le responsabilità che da queste considerazioni logicamente conseguono, cercando di scaricarle tutte su Trump. Che certamente ne ha, ma questo non ci assolve dalle nostre.

Per esempio, chi è che, negli ultimi 30 mesi (durante 20 dei quali Trump non era ancora Presidente), si è fatto portavoce delle menzogne sulle presunte conquiste russe e sulla loro “inarrestabile” avanzata, fino a creare la convinzione generalizzata che l’Ucraina stia perdendo la guerra, anzi, l’abbia già persa o comunque non la possa vincere? La risposta è facile: i giornalisti e gli intellettuali europei, compresi, ahimé, molti docenti universitari. Cioè, gli stessi che ora accusano Trump di aver creduto alle balle da loro stessi raccontate. Di chiedere scusa, invece, e soprattutto di cominciare finalmente a dire la verità, manco a parlarne.

Perfino una persona intelligente come Cofrancesco pochi giorni fa, su questo stesso sito, si preoccupava per «la censura del dibattito pubblico, come se già fossimo in guerra contro Putin e tenuti, quindi, a non consentire che la propaganda, le menzogne, le falsità del nemico raggiungano gli italiani» (https://www.fondazionehume.it/politica/guerra-e-retoriche/). Ora, a parte che con Putin noi siamo in guerra, anche se non formalmente dichiarata, il problema è esattamente l’opposto: sono i pochi che tali menzogne cercano di smascherare a non avere quasi nessuno spazio nel “dibattito pubblico”.

E comunque, guerra o non guerra, perché mai dovremmo permettere alle menzogne di Putin (o di chiunque altro) di “raggiungere gli italiani” e addirittura contribuire attivamente a ciò? Perché certamente è giusto riferire ciò che dice Putin, ma ciò è ben diverso dal mettere le sue affermazioni sullo stesso piano di quelle di governanti democraticamente eletti. Ciò non significa affatto tenere i fatti separati dalle opinioni, bensì distorcerli. Il fatto stesso di chiamarlo “presidente” anziché “dittatore” è già una (grave) distorsione della realtà (il che, per inciso, vale anche per gli altri dittatori che infestano il mondo, come per esempio Maduro o Erdogan, come disse pure Mario Draghi).

A volte ho l’impressione che Cofrancesco, così come molti altri, confonda la tolleranza con il relativismo, mentre si tratta di due cose completamente diverse. La tolleranza, infatti, consiste nel riconoscere a tutti il diritto di dire ciò che pensano anche se lo riteniamo sbagliato. Il relativismo, invece, consiste nel negare a tutti il diritto di dire che riteniamo sbagliato ciò che gli altri pensano. Perciò la tolleranza presuppone il diritto di dire che gli altri sbagliano (posto che gli permettiamo ugualmente di parlare), mentre il relativismo è intrinsecamente intollerante verso chiunque non accetti di dire che tutto è uguale a tutto.

Anche le accuse, pur vere, mosse a Trump per aver ridotto gli aiuti all’Ucraina troppo spesso vengono usate strumentalmente per nascondere il fatto che noi, lungi dall’esserci svenati, le abbiamo finora dato soltanto «briciole», come ha commentato sconcertato Bruno Vespa davanti alla tabella che abbiamo appena visto.

Ancora più incredibile è stata la recente vicenda dei famosi “asset” russi in Europa (parolone con cui i giornalisti amano riempirsi la bocca, ma che in sostanza significa soldi e beni di valore). Fin qui solo “congelati”, prima temporaneamente, di 6 mesi in 6 mesi, da qualche giorno sono stati finalmente bloccati a tempo indeterminato. Ma per farne che? L’ipotesi iniziale era di usarli come garanzia per fare un prestito all’Ucraina, mossa così “audace” che alla fine i nostri grandi leader non hanno osato compierla, temendo di subire chissà quali rappresaglie da parte della magistratura russa se non rispettiamo rigorosamente il diritto internazionale!

Ora, dei leader sani di mente e con gli attributi al loro posto avrebbero immediatamente sequestrato (e non semplicemente congelato) i beni russi presenti nei loro paesi, eventualmente facendo una legge per autorizzarli a prendere provvedimenti di tal fatta, in modo da evitare che qualche magistrato pazzo (di cui c’è purtroppo abbondanza, non solo in Italia) potesse prendere sul serio i ricorsi russi. Dopodiché avrebbero regalato (e non semplicemente prestato) i soldi all’Ucraina perché ne facesse ciò che voleva, cioè per comprare le armi di cui aveva bisogno. E tutto ciò all’inizio della guerra, non dopo quasi 4 anni.

Invece, i nostri eroici leader hanno preferito farle un prestito di 90 miliardi, che, oltre ad essere meno della metà del valore dei beni russi, stimato in 212 miliardi, grava interamente sulle nostre tasche, aumentando ulteriormente il già insostenibile debito pubblico, che rappresenta una minaccia ben più grave dei droni di Putin (ne parleremo presto).

È triste che il governo italiano sia stato tra quelli che più ha spinto per questa scellerata soluzione e che non solo lo stralunato Tajani, ma anche la solitamente realista Giorgia Meloni l’abbiano definita «una vittoria del buon senso», quando invece a vincere sono state la stupidità e la vigliaccheria. E ancor più grave è che questo atteggiamento sia stato tenuto proprio da chi in altri campi è sempre pronto a denunciare (giustamente) le indebite interferenze della magistratura nella politica. Per non parlare della vergognosa ipocrisia di Salvini, che sta cercando di strumentalizzare gli episodi di corruzione che hanno coinvolto alcuni collaboratori di Zelensky per giustificare la sua renitenza a mandargli aiuti militari, che ha ben altre e meno confessabili motivazioni, cioè la “caccia” all’elettorato filoputiniano.

Quanto ai partiti di opposizione, si sono comportati perfino peggio. Non solo, infatti, hanno condiviso l’ingiustificata soddisfazione del governo, ma, pur essendo sempre pronti ad accusarlo, perlopiù a sproposito, di sprecare il denaro pubblico, per una volta che l’accusa sarebbe stata pienamente giustificata si sono ben guardati dal muoverla.

L’unico che ha avuto il coraggio di dire chiaramente che siamo tutti impazziti è stato Goffredo Buccini, a cui va riconosciuto, al netto delle sue demenziali teorie complottiste su Trump, che almeno ha chiaro che Putin non farà mai la pace e che quindi dobbiamo prepararci ad aiutare l’Ucraina a continuare la guerra. E l’unico modo di farlo senza svenarci è usare i beni russi congelati.

Ma in questo stato confusionale, purtroppo, non si trova solo l’Italia. Come ha detto Federico Rampini intervenendo ai “Cinque minuti” di Bruno Vespa lo scorso 11 dicembre, questa «è un’Europa che finisce sempre per assomigliare alla brutta caricatura di sé che spesso ne fanno gli Stati Uniti».

E la colpa non è di Trump.

Strabismo umanitario – Bambini di serie A e di serie B

11 Settembre 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Un marziano che fosse atterrato in Europa nel 2022, e per tre anni avesse seguito le vicende belliche della Terra solo dai giornali e dalle tv, oggi avrebbe maturato alcune curiose convinzioni.

Primo, nel mondo ci sono 2 guerre, una in Ucraina, l’altra a Gaza. Secondo, l’aggressione di Israele contro i palestinesi è molto più grave di quella di Putin verso gli ucraini. Terzo, la Palestina è popolata da bambini, l’Ucraina da adulti.

La prima convinzione è falsa, i conflitti sanguinosi in corso sono decine (fra 50 e 100 a seconda delle definizioni e delle fonti). Sulla seconda convinzione (gravità delle due aggressioni) sospendo il giudizio, perché è una questione di punti di vista politico-ideologici. Quanto alla terza convinzione, è quantomeno esagerata: i bambini (minori sotto i 6 anni) ci sono da entrambe le parti, anche se a Gaza rappresentano una quota maggiore della popolazione (circa il 18% contro il 6% dell’Ucraina). In termini assoluti i bambini sotto le bombe sono tra 300 e 400 mila a Gaza, circa 2.2 milioni (cioè sette volte di più) in Ucraina.

Da che cosa possano essere state generate queste convinzioni è evidente: i media sono sensibili agli umori dell’opinione pubblica, e l’opinione pubblica è indignata per lo sterminio in corso a Gaza. In questa indignazione, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. La maggior parte delle persone che si dicono indignate affermano di esserlo innanzitutto per ragioni umanitarie, ossia al di là di ogni ideologia e convinzione politica: quel che Israele sta facendo è intollerabile, e va assolutamente fermato. Chi non si indigna, non firma appelli, non scende in piazza è complice. Di qui l’invito alla mobilitazione generale per salvare i bambini di Gaza.

Ed ecco quel che non torna: se le ragioni della protesta sono puramente umanitarie, ovvero scevre da scelte ideologiche e preconcetti politici, allora ci aspetteremmo che l’indignazione non fosse concentrata su un unico conflitto. Che qualche voce si levasse a difesa dei bambini non dico in tutti, ma quantomeno nei teatri di guerra più drammatici.

Se davvero la preoccupazione è per il destino dei bambini, come mai i bambini ucraini uccisi dai russi non suscitano la medesima indignazione dei bambini palestinesi uccisi dagli israeliani? Come mai del dramma dei 20 mila bambini ucraini rapiti e deportati dai russi parla quasi esclusivamente la Chiesa cattolica?

Ma soprattutto: perché mai delle migliaia di bambini uccisi, violati, affamati, malati nell’inferno del Sudan (guerra civile + epidemia di colera) non parla quasi nessuno? E dei massacri che da 4 anni si susseguono in Myanmar? Più di 50 mila morti e 3 milioni di sfollati sono ancora troppo pochi per suscitare un cenno di attenzione nel mondo civile?

Eppure non stiamo parlando di qualche conflitto minore, di qualche guerra locale fra tribù: stiamo parlando di drammi che, per le loro dimensioni, eguagliano e spesso superano il dramma di Gaza.

Dunque torniamo alla domanda: perché solo determinati bambini infiammano gli animi? Perché ci sono bambini di serie A (Gaza), di serie B (Ucraina), di serie C (tutti gli altri)?

Credo che la risposta sia: perché l’indignazione si presenta con le vesti del senso di umanità, ma con l’umanità ha ben poco a che fare. La vera base dell’indignazione a senso unico è l’ideologia, che induce a usare le tragedie del mondo non per cambiarlo in meglio, ma per promuovere la causa politica di cui si è prigionieri (in questo caso l’antiamericanismo e l’antioccidentalismo). Per questo scopo i bambini palestinesi sono perfetti, quelli degli altri teatri di guerra no, o molto di meno.

Ma come si fa – qualcuno potrebbe obiettare – a occuparsi di tutto? Non è naturale seguire le questioni più vicine e trascurare i drammi lontani?

Ebbene, questa è una scusa che non regge. Perché ci sono i contro-esempi, che dimostrano che non è ineluttabile essere faziosi e provinciali. Se si prova a dare uno sguardo ai grandi conflitti e alle catastrofi umanitarie che scuotono il mondo, non è difficile scoprire che, in molte delle realtà snobbate dai nostri media e dagli indignati anti-israeliani, prestano la loro opera coraggiose organizzazioni internazionali (spesso non governative), queste sì davvero umanitarie – cioè universalistiche – come Medici senza frontiere, Emergency, Amnesty International, Unicef, solo per ricordarne alcune. Manifestare e firmare appelli è troppo comodo. Chi ha davvero a cuore la sorte dei bambini e i loro diritti farebbe meglio a dare un sostegno concreto a chi è pronto a operare in qualsiasi teatro di guerra, senza farsi accecare dall’ideologia.

[articolo uscito sulla Ragione il 9 settembre 2025]

Pax trumpiana bis – Verso la pace… o la guerra?

25 Agosto 2025 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma un’intensificazione del conflitto, che potrebbe metterci davanti a scelte difficili già nel giro di poche settimane. Ma la colpa non è di Trump, bensì dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto di non voler fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. Se però, come tutto lascia credere, le trattative falliranno, il problema non potrà più essere evitato. Cosa farà allora Trump? Ma, soprattutto, cosa farà l’Europa?

Un accordo che non c’è

Ci sono articoli che scrivo sperando di aver ragione e altri che scrivo sperando di aver torto. Questo appartiene alla seconda categoria (ultimamente mi sta succedendo un po’ troppo spesso e non è un buon segno).

Lo scorso 18 marzo, a conclusione di un articolo sugli inizi a dir poco problematici delle trattative di pace sull’Ucraina condotte da Donald Trump, avevo scritto quanto segue: «Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte […]. Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/).

Purtroppo, temo che questa sia ancora la migliore descrizione di ciò che sta accadendo. Siccome però cerco sempre di guardare la realtà prima di parlarne, non posso negare che ci siano alcuni segni che autorizzano a sperare in un miracolo. Su tutti, il fatto che Zelensky si sia dichiarato «molto soddisfatto» dell’incontro con Trump.

Ciò detto, le probabilità che la sua iniziativa possa avere successo restano bassissime. E anche la ragione è sempre la stessa: «Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta» (vedi ancora l’articolo di cui sopra). E l’incontro di Anchorage l’ha confermato.

Trump, infatti, gli aveva dato esattamente ciò che voleva davvero quando aveva iniziato la guerra: non l’Ucraina, ma il rispetto. Quel rispetto che l’Occidente gli aveva tolto da un pezzo e che aveva trovato espressione emblematica il 25 marzo 2014 nella infelicissima uscita di Barack Obama (almeno in politica estera il peggior Presidente USA della storia, tant’è vero che tutte le crisi internazionali che oggi ci affliggono sono iniziate durante il suo mandato) secondo cui la Russia era ormai soltanto «una potenza regionale» e non più una delle due massime superpotenze del pianeta, che decideva i destini del mondo insieme agli USA.

È per avere di nuovo questo ruolo che Putin ha deciso di passare dalla nostalgia (mai sopita) per la gloriosa Unione Sovietica al tentativo di ricostruirla, come ha pure fatto scrivere esplicitamente nei libri di storia che ha imposto in tutte le scuole russe (e come la sua propaganda è riuscita a far riportare, in tono favorevole, anche in molti libri usati nelle scuole italiane, il che è molto inquietante: https://www.istitutogermani.org/wp-content/uploads/2025/05/Di-Pasquale-Kashchey-Narrazioni-strategiche-russe-nei-libri-di-testo-delle-scuole-secondarie-di-primo-grado-italiane-Paper-Maggio-2025-Istituto-Germani.pdf).

E di certo non è né un caso né un dettaglio che il suo tirapiedi Lavrov sia arrivato ad Anchorage indossando una maglietta con la scritta CCCP, cioè URSS in cirillico (a proposito, adesso come la mettiamo con l’immaginario Putin “fascista” inventato dal PD per non dover ammettere con i suoi membri e il suo elettorato, entrambi in gran parte ancora comunisti, che stava sostenendo la guerra contro un comunista, quale Putin sempre è stato e sempre sarà?).

Ora, proprio questo rispetto Trump gli aveva offerto, accogliendolo con tutti gli onori: una cosa di per sé disgustosa, ma che obiettivamente era l’unica strategia che poteva funzionare. Ma Putin, purtroppo, ha dimostrato ancora una volta di essere uno psicopatico incapace di dominare le proprie ossessioni. Infatti, nella conferenza stampa finale, dopo avere descritto per alcuni minuti l’antica amicizia (in realtà mai esistita) tra USA e URSS e il mondo meraviglioso che la sua nuova URSS avrebbe costruito insieme ai nuovi USA trumpiani, gli restava solo una cosa da fare per rendere quel sogno realtà: presentare al mondo una proposta di pace decente.

Invece, come un bambino capriccioso (o, appunto, uno psicopatico) che non sa rinunciare a nulla, neanche in cambio di qualcosa di meglio, di colpo, cambiando faccia e tono, come se fosse scattato in lui un interruttore, il dittatore russo ha cominciato a ripetere per l’ennesima volta la lezioncina sulla necessità di «rimuovere le cause profonde della guerra» e «ascoltare le ragioni della Russia» (cioè, tradotto dal putinese, ridurre l’Ucraina a Stato vassallo di Mosca). Dopodiché ha minacciato l’Europa, ha rifiutato il cessate il fuoco e ha continuato a bombardare l’Ucraina.

Che non ci fosse nessun accordo era così evidente che l’hanno riconosciuto perfino i nostri giornali (tranne i soliti mentitori seriali e filoputiniani del Fatto Quotidiano). Ma allora perché entrambi continuano a comportarsi come se ci fosse?

Una rischiosa partita a poker

Per quel che riguarda Putin la risposta è semplice: come ho già detto, finge di trattare per guadagnare tempo e per cercare di dare la colpa all’Ucraina e all’Europa quando farà fallire le trattative.

Quanto a Trump, stavolta credo che un piano ce l’abbia, ma resta da vedere se è attuabile e temo di no. La mia convinzione, infatti, è che “The Donald” abbia deciso di giocare una difficilissima e rischiosa partita a poker, in cui non ha realmente in mano tutte le carte che dice di avere. In particolare, non credo che Putin gli abbia mai detto che avrebbe accettato uno scambio di territori e ancor meno un contingente di pace europeo e/o americano, come lui invece sostiene.

Credo quindi che Trump stia bluffando, dicendo a Zelensky che Putin è disposto ad accettare queste condizioni, in modo da ottenere da lui la disponibilità a fare un certo numero di concessioni, con la speranza che, a fronte di esse, Putin si convinca ad accettare davvero le condizioni di cui sopra. È un gioco molto azzardato, ma con una sua logica e d’altronde dopo il pessimo risultato dell’incontro in Alaska non c’erano alternative. Tuttavia, le possibilità che abbia successo sono pochissime.

 

Lo scambio secondo Putin

Contrariamente a quanto continuano a dire esperti e mass media (Wikipedia inclusa, che su questo è piena di errori e omissioni), dopo la vittoriosa controffensiva ucraina del settembre 2022 non c’è mai stata un’avanzata russa altrettanto significativa.

Nel 2023 le posizioni sono rimaste sostanzialmente immutate e nel 2024 i russi hanno conquistato, allo spaventoso prezzo di oltre 100.000 uomini tra morti e feriti, appena 4000 chilometri quadrati (https://www.ilpost.it/2025/05/30/dati-soldati-russi-uccisi-ucraina/), equivalenti allo 0,6% del territorio ucraino: un po’ meno della provincia di Grosseto e molto meno di quello che gli ucraini avevano riconquistato nel 2022. Dato che il fronte è lungo quasi 1000 chilometri, ciò significa che i russi sono avanzati di 4 km in un anno, cioè di appena 10 metri al giorno. Di questo passo, per occupare tutto il Donbass ci metterebbero 5 anni, perdendo almeno mezzo milione di soldati.

È falsa anche l’altra affermazione, che tutti ripetono senza verificare (tanto ormai è un’abitudine generale…), che i russi controllino oltre il 20% del territorio ucraino. Questa percentuale corrisponde effettivamente alla somma degli Oblast di Crimea, Kherson, Zaporizia, Donetsk e Lugansk (gli ultimi due formano il famoso Donbass). Ma i russi non controllano completamente nessuno di essi, a parte la Crimea, che peraltro è il più piccolo di tutti. La percentuale vera, pertanto, è intorno al 17%, di cui quasi la metà (tutta la Crimea e una parte del Donbass) era stata occupata già nel 2014. Perciò i territori conquistati dai russi dall’inizio della guerra non superano il 10% del territorio ucraino e sono complessivamente inferiori a quelle in loro possesso prima della controffensiva del 2022.

La situazione sarebbe insoddisfacente per chiunque e a maggior ragione per uno come Putin, che è incapace di riconoscere i propri limiti. Per questo è altamente improbabile che sia disposto a cedere anche solo un centimetro quadrato dei territori che controlla: per lui “scambio” vuol dire che gli ucraini devono cedergli la parte del Donbass ancora in loro possesso senza avere in cambio niente.

Ma altrettanto improbabile è che un simile “scambio” possa essere accettato dagli ucraini. Anche perché, come ha ben spiegato al TG3 (purtroppo a notte fonda) Nona Mikhelidze, una delle poche voci sensate ascoltate in questi giorni, la parte del Donetsk rivendicata da Putin non è una zona qualsiasi, poiché lì ci sono le fortificazioni che proteggono tutto il nord dell’Ucraina. Accontentarlo, quindi, sarebbe un po’ come dare a un ladro le chiavi di casa nostra in cambio della promessa che non le userà per derubarci.

L’ipotesi di gran lunga più probabile, pertanto, è che Zelensky (che non è affatto il sempliciotto che credono i nostri spocchiosi intellettuali, ma è molto intelligente, oltre che molto coraggioso) si sia messo anche lui a bluffare, fingendo di essere disposto a discuterne perché è sicuro che Putin non accetterà mai l’altra condizione e così sarà lui a fare la parte del “cattivo” che ha rovesciato il tavolo.

Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto

Quando andavo a scuola c’era un modo di dire molto popolare tra gli studenti: “Articolo Quinto: chi ha i soldi in mano ha vinto”. Visto che si sta considerando di garantire la futura sicurezza dell’Ucraina con l’estensione ad essa della stessa tutela dell’Articolo Quinto della NATO, proposta da Giorgia Meloni, potremmo parafrasarlo così: “Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto”.

Infatti, il “tabù” di uno scontro diretto fra superpotenze nucleari fa sì che la prima che schiera i suoi uomini in un determinato territorio se lo aggiudica, perché l’altra non oserà mai attaccarli. Per questo, se si dovesse davvero fare un accordo del genere, oltre al trattato sulla carta sarebbe necessario avere anche gli uomini sul terreno, come del resto succede in tutti i paesi della NATO, dove ci sono sempre basi militari in cui sono presenti soldati dei paesi alleati, a cominciare dagli americani. Altrimenti, se Putin invadesse di nuovo l’Ucraina non credo proprio che avremmo il coraggio di sparare per primi contro i russi.

Ma, allo stesso modo, se lì ci fossero soldati europei (e, a maggior ragione, americani) ben difficilmente Putin avrebbe il coraggio di sparargli contro per primo. Proprio per questo, però, non ne vuol sapere, il che svuota di significato la sua (supposta) accettazione dell’estensione dell’Articolo Quinto. E sarà difficile fargli cambiare idea.

La peggior pace possibile

Non basta. Anche se, per miracolo, Trump dovesse avere successo, l’unico aspetto positivo sarebbe la fine del massacro. Da qualsiasi altro punto di vista, questa sarebbe la peggior pace possibile.

Infatti, come avevo scritto 3 anni fa, subito dopo la vittoriosa controffensiva ucraina di settembre, «anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare […] non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo» (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/).

E ciò vale a maggior ragione oggi, visto che nel frattempo Putin dagli annunci è passato ai fatti, trasformando l’economia russa in un’economia di guerra, dedicata quasi esclusivamente alla produzione di armi, anche a costo di affamare il suo popolo, di cui non gli è mai importato nulla.

La balla cosmica della guerra-che-non-si-può-vincere

Chiarito ciò, bisogna però aggiungere che se ci troviamo in questa pessima situazione la colpa non è di Trump, che è al potere da pochi mesi e che comunque almeno un tentativo di sistemare le cose lo sta facendo. La colpa è dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto che non si devono fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. In una trattativa, infatti, per definizione si devono fare delle concessioni e se hai un esercito nemico che occupa parte del tuo territorio è inevitabile che gliene dovrai concedere almeno una parte. Se non vuoi farlo, non devi trattare, ma buttarlo fuori a calci.

La contraddizione è così clamorosa che, se i nostri leader politici e intellettuali sono in buona fede, allora significa che sono una massa di stupidi. Temo però che siano invece una massa di ipocriti.

La giustificazione standard che di tale ingiustificabile comportamento viene in genere data è infatti l’insopportabile ritornello della “guerra-che-non-si-può-vincere”. Va perciò detto chiaro e tondo che questa è UNA BALLA COSMICA e che chi continua a ripeterla o non sa quello che dice o mente sapendo di mentire. E su questo le responsabilità di esperti e intellettuali vari, compresi molti miei colleghi docenti universitari, sono perfino più gravi di quelle dei politici.

A questi sapientoni bisognerebbe regalare un bel cartello, da appendere davanti alla propria scrivania, con su scritto “73Easting”. È il nome, poco affascinante ma non per questo meno importante, della più grande battaglia di carri armati della storia, combattuta il 26 e 27 febbraio 1991 durante la Guerra del Golfo, in cui gli Abrams americani affrontarono i vecchi T-72 iracheni di fabbricazione sovietica, gli stessi che stanno usando i russi in Ucraina. Numericamente le forze in campo erano all’incirca pari, ma gli iracheni persero 1350 carri armati, mentre gli americani appena 4.

La morale è semplice: nella guerra moderna la superiorità numerica non conta nulla, di fronte alla superiorità tecnologica. E questo si è visto chiaramente anche in Ucraina nell’unica occasione in cui le abbiamo fornito delle armi davvero avanzate: i micidiali missili Himars, che hanno permesso la spettacolare controffensiva dell’autunno 2022, in cui i russi furono ricacciati indietro di centinaia di chilometri in appena 4 giorni (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/). Eppure, l’unico che ha avuto il coraggio di dirlo è stato l’ex-sindaco di Milano Gabriele Albertini (a 4 di sera news del 18 agosto; naturalmente, nessuno gli ha fatto caso).

Non volete credere a me? Ascoltate allora cosa ha scritto Federico Rampini nel suo ultimo libro Grazie, Occidente! (che parla anche di molte altre cose e che consiglio vivamente a tutti di leggere):

«L’Unione Europea aveva promesso un milione di munizioni di artiglieria. Prima che mantenesse l’impegno, con grave ritardo, la Corea del Nord aveva già fornito altrettante munizioni alla Russia. Che un piccolo paese sull’orlo della carestia come la Corea del Nord riesca a produrre più munizioni e più velocemente di un gigante ricco come l’Unione Europea dà l’idea dello stato di disarmo in cui il Vecchio Continente si trova. Perfino gli Stati Uniti hanno un’industria bellica sottodimensionata e un altro dato lo conferma: nella Russia di Putin le industrie fabbricano munizioni in quantità sette volte superiore alla produzione dell’intero Occidente. […] Noi occidentali non abbiamo cambiato quasi nulla delle nostre abitudini e priorità: stiamo facendo finta di appoggiare l’Ucraina, purché questo significhi zero sacrifici. […] Di fronte all’aggressione di Putin in Ucraina, il presidente americano [Biden] non ha mai “aizzato” gli ucraini, non li ha affatto usati in una “guerra per procura”. Prima ha proposto a Zelensky di fuggire in esilio. Poi ha proclamato urbi et orbi i due principi fondamentali che avrebbero guidato l’azione di Washington: “Mai scarponi americani sul terreno, mai un confronto diretto con la Russia”. Le armi all’Ucraina, quando arrivavano, erano sempre in ritardo, sempre in quantità e qualità inferiori rispetto alle necessità, a lungo vincolate da restrizioni pesanti» (pp. 145 e 185, corsivi miei).

Tuttavia, se all’inizio ciò poteva dipendere dal sottodimensionamento della nostra industria bellica giustamente denunciato da Rampini, dopo tre anni e mezzo questa motivazione non vale più. È certo molto più difficile creare da zero un nuovo vaccino che aumentare la produzione di armi già esistenti, eppure, la prima cosa l’abbiamo fatta (in poco più di un anno), mentre la seconda no (dopo oltre tre anni), il che evidentemente significa che non abbiamo voluto farla. E lo confermano le idiozie continuamente ripetute dai nostri leader sulle armi “solo difensive” (che semplicemente non esistono), poco nobile sport in cui si sono particolarmente distinti i nostri ministri Tajani e Crosetto.

Ma la prova più chiara che la guerra si poteva (e quindi si doveva) vincere già due anni fa è il fatto stesso che non sia ancora finita e che, dopo tre anni e mezzo, sia ancora in sostanziale equilibrio. È evidente che questo significa che sarebbe bastato un piccolo sforzo in più per far pendere la bilancia dalla parte dell’Ucraina. Perciò, di nuovo, se non l’abbiamo fatto, è perché non abbiamo voluto farlo.

Del resto, già due anni fa, in occasione del famoso scherzo dei due comici russi che si erano fatti passare per un politico africano, Giorgia Meloni aveva praticamente ammesso che i governi europei non puntavano alla vittoria, ma allo stallo e alla conseguente “pace per stanchezza”: una strategia tanto cinica quanto stupida, perché è da stupidi pensare che uno come Putin, che nella violenza ci sguazza da sempre come un pesce nell’acqua, possa stancarsi della guerra.

Morale della favola: contrariamente a quanto si continua a ripetere, non è il tempo che gioca a favore dei russi, ma il tempo perso dall’Occidente nell’armare adeguatamente gli ucraini. Eppure, tutti continuano a parlare della “situazione sul campo” come se fosse un fenomeno naturale che sfugge al loro controllo e non invece l’esito delle loro scelte miopi, che pertanto poteva (e potrebbe ancor oggi, benché con più difficoltà) essere ribaltata da scelte più lungimiranti.

La doppia ipocrisia della sinistra

Ciò però non giustifica affatto gli attacchi della sinistra, in particolare di quella italiana, che accusa l’odiato Trump di voler imporre una pace iniqua al “povero” Zelensky (questa falsa compassione è quasi peggiore degli attacchi aperti) e anzi quasi spera, cinicamente, che lo faccia davvero, pur di poter continuare ad attaccarlo. E ciò benché sia evidente già da un po’ che il suo atteggiamento è molto cambiato, anche grazie alla lezione che il “povero” Zelensky gli aveva dato nel precedente incontro del 28 febbraio alla Casa Bianca (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Al contrario: l’ipocrisia della sinistra è addirittura doppia.

In primo luogo, infatti, anch’essa, quando è stata al governo, ha condiviso l’atteggiamento ambiguo degli altri leader italiani ed europei verso l’Ucraina. Inoltre, da quando non sono più al governo, 5 Stelle e PD (in particolare da quando è guidato da Elly Schlein) ripetono ossessivamente ad ogni occasione che l’attuale governo è disposto a spendere solo “per le armi”, affermazione volutamente generica e che non viene mai precisata, perché altrimenti dovrebbero ammettere che le armi che contestano sono proprio quelle destinate all’Ucraina o comunque alla difesa in funzione anti-russa.

Se si dovesse decidere oggi sulle armi all’Ucraina, sia i 5 Stelle che il PD voterebbero certamente contro e a maggior ragione se si trattasse di armi più potenti, con funzione chiaramente offensiva. Eppure, ipocritamente (appunto), continuano a presentarsi come i suoi unici veri difensori.

Che farai, Europa?

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma il suo esatto opposto, cioè l’intensificazione del conflitto. E ciò potrebbe costringerci a prendere delle difficili decisioni al riguardo, non fra mesi o anni, ma già entro poche settimane.

Se infatti, come è assai probabile, alla fine Putin manderà tutto a monte, questa sarà la pietra tombale su ogni tentativo di soluzione diplomatica, cosicché tutti i comodi sotterfugi dietro i quali ci siamo fin qui nascosti non saranno più praticabili e resteranno soltanto due alternative: la vittoria o la resa.

Cosa farà Trump in tal caso? Con ogni probabilità andrà su tutte le furie e cercherà di punire severamente l’ex-amico, ma solo con sanzioni economiche, che non sono inutili come molti affermano, ma non sono decisive e comunque di certo non sul breve periodo. Difficilmente invece manderà armi all’Ucraina, perché il suo elettorato è fortemente contrario. Forse potrebbe farlo usando l’escamotage (già ventilato) di venderle anziché regalarle, ma anche così l’Ucraina non ce la farà mai a comprarne in quantità sufficiente senza un sostanziale aiuto dell’Europa.

Così in ogni caso ci troveremo di fronte a una drammatica decisione: o abbandonare l’Ucraina al suo destino o prenderci finalmente le nostre responsabilità e aiutarla a vincere.

L’ultima volta che l’Europa ha dovuto fare una scelta simile fu nel 1938, quando Adolf Hitler pretese il riconoscimento dell’annessione dell’Austria e di gran parte della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista. I leader politici di allora lo accontentarono, sperando che si sarebbe fermato lì, nonostante il profetico avvertimento di Winston Churchill: «Dovevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete anche la guerra».

Aveva ragione. Hitler non si fermò, invase la Polonia e scatenò la Seconda Guerra Mondiale.

Neanche Putin si fermerà, se gli daremo ciò che vuole. E potrebbe scatenare la Terza, per esempio attaccando i Paesi Baltici, che fanno parte della NATO. Perché gli psicopatici non si fermano mai da soli: devono essere fermati.

Avremo il coraggio di essere più saggi, se ci toccherà la stessa scelta?

Cominciamo a pensarci, perché è probabile che ci resti molto meno tempo di quel che ci piace credere.

Fra guerra e pace – Verso le elezioni anticipate?

9 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Nessuno può escludere che fra qualche mese un raggio di sole accarezzi il mondo. La guerra in Ucraina finisce, in Israele c’è una tregua, l’Europa raggiunge un accordo commerciale con gli Stati Uniti, le borse recuperano il terreno perduto. Il riarmo dell’Europa torna in secondo piano. Insomma, la gente smette di avere paura della guerra e dell’inflazione.

Questo però non è lo scenario più verosimile. Lo scenario più verosimile, purtroppo, è che, comunque evolvano le cose, la paura della guerra e lo spettro della recessione ci accompagnino ancora per un po’. Diciamo (almeno) per due o tre anni.

Ebbene, se questo dovesse essere lo scenario prevalente, il quadro politico potrebbe mutare sensibilmente, e i rapporti di forza fra i partiti al momento delle prossime elezioni politiche (previste per il 2027) potrebbero cambiare drasticamente. E potrebbero farlo nella direzione che, lentamente e quasi impercettibilmente, si sta profilando già in questi giorni.

A segnalare i primi scricchioli è stato l’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, che fin dagli ultimi giorni di marzo, sul Corriere della Sera, avvertiva che Fratelli d’Italia stava perdendo colpi e soprattutto che, contrariamente a quanto affermato dalla maggior parte degli istituti rivali, era largamente al di sotto del 30% di consensi, e semmai si stava pericolosamente planando verso quota 26%, ossia al risultato elettorale del 2022.

Poi negli ultimissimi giorni è intervenuta la supermedia dei sondaggi calcolata da You Trend, che apparentemente non ha rivelato cambiamenti clamorosi ma in realtà, a leggere attentamente le variazioni rispetto a due settimane prima, non solo conferma il calo di Fratelli d’Italia (più che comprensibile date le evidenti difficoltà di Giorgia Meloni in politica estera) ma mostra che le micro-variazioni in atto negli altri partiti hanno un segno preciso e delineano (forse) una tendenza.

Quale tendenza?

Fondamentalmente il riallineamento del sistema politico lungo la frattura fra partiti europeisti (quasi sempre al governo in Europa) e partiti euroscettici (quasi sempre all’opposizione in Europa). Credo non sia un caso che il segno meno caratterizzi i consensi a Pd, Forza Italia, +Europa, Azione, Noi moderati, e il segno + caratterizzi i consensi a Lega, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra. Quel che differenzia i due blocchi è che i primi hanno assunto una posizione sostanzialmente favorevole al riarmo, mentre i secondi ne hanno preso univocamente le distanze non solo a Bruxelles, ma anche nelle piazze (vedi la grande manifestazione di sabato convocata da Conte).

Ebbene, se l’incubo della guerra dovesse perdurare, tutto questo potrebbe preludere ad alcuni cambiamenti importanti sia nella coalizione di governo sia nelle opposizioni.

Nella coalizione di governo la competizione fra Forza Italia e la Lega per la posizione di maggiore alleato del partito della Meloni potrebbe volgere a favore della Lega, unico partito in grado di offrire un approdo al pacifismo di destra. Nel fronte dell’opposizione potrebbe riaprirsi la competizione per la leadership fra Schlein e Conte. Oggi il Pd ha il 22.7% dei consensi, contro il 12.1% dei Cinque Stelle. Sembra un abisso, ma se anche solo il 3% dell’elettorato, in quanto nettamente contrario al riarmo, transitasse dal Pd ai Cinque Stelle, il partito di Schlein scenderebbe sotto il 20%, e quello di Conte salirebbe sopra il 15%. Con un distacco di 5 punti scarsi, e venti di guerra all’orizzonte, la partita per la leadership si riaprirebbe.

Ma il pericolo maggiore, fra tutti i partiti, probabilmente lo correrebbe Fratelli d’Italia: la spina nel fianco pacifista è più dolorosa per chi guida il governo che per chi sta all’opposizione. Un Salvini che superasse il 10% diventerebbe una spina nel fianco per il governo Meloni, specie se il trend di ridimensionamento di Fratelli d’Italia, concordemente rilevato dalla maggior parte degli ultimi sondaggi, dovesse persistere. In quel caso, a meno di un insperato, rocambolesco soccorso del partito di Calenda, il ritorno anticipato alle urne non sarebbe così impossibile come appare oggi.

[articolo inviato alla Ragione il 6 aprile 2025]

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