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Società

Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche

16 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.

Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?

Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.

Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.

Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in  materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.

L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.

Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?

Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.

Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.

Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.

[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]

Le complesse stime sul referendum. Vincerà il NO?

13 Marzo 2026 - di Paolo Natale

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Siamo in periodo di blackout, per quanto riguarda le rilevazioni demoscopiche sui risultati referendari. Il che significa, come è noto, che tutti i sondaggi che vengono realizzati in questi giorni non potranno essere resi pubblici in alcun modo lecito; poi ci sono come al solito i modi illeciti, le gare di cavalli, il conclave per eleggere il papa, le finte partite di calcio, che in qualche modo ci raccontano gli sviluppi delle previsioni di voto….

Le stime che riguardano i referendum sono in generale un pochino più complicate rispetto a quelle relative al consenso per i partiti, per il semplice motivo che nel voto politico, o amministrativo, esiste una base di riferimento certa, vale a dire il voto passato. È infatti a partire dal comportamento elettorale delle precedenti elezioni che si elaborano le nuove stime; queste ultime, pur con gli ovvi margini di incertezza legati tra l’altro all’incessante incremento dell’astensionismo, sono sicuramente più attendibili avendo un solido ancoraggio nel recente passato.

Nel caso di referendum, questi ancoraggi sono molto più deboli, soprattutto nel caso in cui il tema di riferimento sia piuttosto trasversale tra le diverse forze politiche. Il caso del referendum costituzionale di Renzi nel 2016 è esemplare dello scompaginamento delle precedenti affiliazioni partitiche, con una parte dello stesso Pd e gran parte della sinistra che votò contro le riforme renziane. Le stime demoscopiche del tempo fallirono nell’identificare correttamente lo scarto tra NO e SI: pur avendo correttamente previsto la larga vittoria del NO (di circa 8 punti), sottostimarono nettamente il distacco, che fu alla fine di dieci punti superiore (oltre il 18%).

Nel referendum odierno, la differenza tra le fazioni in campo è maggiormente solida: il campo delle opposizioni in favore del NO, quello del governo in favore del SI, pur con qualche differenziazione che vedremo. Si aggiunge però in questo caso il problema del livello di partecipazione, che può diventare un elemento di importanza cruciale per l’esito del referendum.

Cosa dicono dunque queste previsioni effettuate appunto prima del blackout? Le valutazioni di tutti i più accreditati istituti di ricerca raccontano, a due settimane dal voto, di un vantaggio tra i 3 e i 5 punti a favore della fazione del NO, contraria alle modifiche costituzionali: in media, le stime parlano di un risultato pari al 52% per il NO contro un 48% per il SI.

Una situazione che appare a prima vista abbastanza contro-intuitiva. Vediamone le ragioni. Tra gli elettori di centro-destra, da chi tifa Vannacci fino a quelli legati a Forza Italia, la tendenza è piuttosto omogenea: la quasi totalità tra loro voterebbe in maniera compatta per il SI, per la conferma della riforma costituzionale. Viceversa, tra l’elettorato di opposizione, dal centro-sinistra alla sinistra più estrema, i dubbi paiono significativamente più presenti: il 20% almeno dei pentastellati opterebbe per il SI, così come una quota intorno al 10% degli elettori del Pd, unitamente a parecchi renziani e a molti sostenitori di Calenda.

Dunque, dal momento che allo stato attuale le scelte elettorali nei confronti dei partiti di governo eguagliano grossomodo quelle per l’opposizione, e dato che sono questi ultimi elettori quelli che manifestano i maggiori dubbi, ci aspetteremmo di conseguenza una significativa ipotetica vittoria del SI. Ma così non è. O meglio, così ci dicevano le indagini demoscopiche dall’inizio del percorso referendario fino a circa un mese fa.

Poi qualcosa è cambiato, qualcosa è venuto alla luce in maniera evidente, e riguarda il livello di partecipazione dei differenti elettorati, causato dal livello di interesse per questa riforma costituzionale. Gli elettori vicini al centro-destra non paiono infatti molto interessati né a questa riforma né di conseguenza a partecipare alla consultazione relativa. Sono in particolare i cittadini vicino alla Lega e a Forza Italia coloro che meno si sentono coinvolti da questo referendum e da questa riforma costituzionale, mentre un po’ più di adesioni si manifestano tra chi si sente vicino a Fratelli d’Italia.

Al contrario, l’elettorato di opposizione presenta tassi di partecipazione nettamente superiori, di oltre il 15% più elevati dell’elettorato di governo. Una tendenza che si è venuta manifestando poco alla volta ma in maniera significativamente costante nel corso delle ultime settimane, fino alla situazione attuale.

Dunque, nonostante esista nell’area di opposizione una quota di “dissidenti” dall’opzione di voto del proprio partito di riferimento, questa quota non è numericamente sufficiente a compensare la maggiore astensione nell’elettorato di centro-destra.

Cosa potrà cambiare in questi ultimi giorni che ci dividono dalle due giornate di voto, il 22 e 23 marzo? Due cose sono possibili: da un lato un ulteriore incremento dei cosiddetti “dissidenti”, presenti come si è detto soprattutto nel Movimento 5 stelle e nel Partito Democratico, i cui elettori sono peraltro quelli più propensi ad andare a votare; dall’altro, una pervasiva comunicazione da parte di Giorgia Meloni che inviti ad andare alle urne. In questo ultimo caso, non si tratta nemmeno di sollecitare espressamente gli elettori più vicini al centro-destra, una manovra che in caso di sconfitta finale potrebbe risultare una sorta di boomerang; basta invece un monito generico a non disertare il proprio diritto di voto, in una consultazione così importante legata alla modifica della Costituzione.

Un invito semplice e perfino credibile, che sottolinea l’importanza e la correttezza di esprimere il proprio pensiero da parte del maggior numero possibile di italiani, sicuramente condivisibile da tutte le forze politiche e dallo stesso Presidente Mattarella. Ma che andrebbe a motivare maggiormente quella parte di elettorato, di centro-destra, ancor’oggi più restia alla partecipazione e che esprimerebbe quasi sicuramente un voto a favore della riforma costituzionale.

Sapremo tra pochi giorni se questa sarà la scelta del capo del Governo o se, al contrario, in un clima di guerra diffusa, il referendum passerà definitivamente in secondo piano nei pensieri degli italiani.

Rispetto e ipocrisia – Le tre forme di rispetto

12 Marzo 2026 - di Dino Cofrancesco

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Credo che a distinguere radicalmente la società aperta dalle altre sia la libertà di parola e di ascolto unita al rispetto per chi ha opinioni diverse dalle proprie. Sul termine “rispetto”, però, si annidano non pochi equivoci. Nel 2024 Treccani ha scelto rispetto come parola dell’anno per sottolinearne l’importanza fondamentale in una società segnata da conflitti e la necessità di riscoprirne il valore.

Sennonché, in linea con la political culture nazionale — buonista con i “diversi” e persecutoria nei confronti degli “opposti” — il prestigioso istituto romano definisce il rispetto come “un sentimento e un atteggiamento di stima, attenzione e riguardo verso persone, istituzioni o culture, manifestato con azioni o parole”. Insomma, non c’è rispetto se non è legato alla stima.

Gli inglesi, che sono liberali ma non buonisti, la vedono diversamente e nell’Oxford Learner’s Dictionaries distinguono due tipologie. Da una parte il rispetto come “riconoscimento di una superiorità morale o sociale; deferenza, riguardo (anche per, verso, di ): salutare con rispetto; nutrire, provare rispetto per (o verso ) i genitori, le istituzioni; avere rispetto degli anziani”. Dall’altra il rispetto come “sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi (per, verso, di): il rispetto per (o verso ) i propri simili; rispetto per la proprietà; rispetto della vita altrui; mostrare rispetto verso tutte le opinioni”.

In realtà, il rispetto che si deve agli altri, sempre in una società aperta, è solo il secondo. Sono tenuto a “rispettare” la defunta Michela Murgia, inventrice del fascistometro, o Mirella Serri che, nel suo recente pamphlet sulla cultura di destra, parla di Giorgia Meloni come legittima erede di Hitler, di Mussolini, di Julius Evola. Ma perché dovrei essere tenuto ad avere riguardo per autori e libri che, a casa mia, dopo averli letti, butterei nell’immondizia, e che tuttavia riterrei intollerabile — e “illiberale” — censurare o impedirne la pubblicazione?

In realtà, anche il diritto alla “disistima” fa parte dei diritti di libertà: oserei dire anche il diritto all’odio, se non si traduce in “linea di fatto”.

Ai due paragrafi dell’Oxford Learner’s Dictionaries ne aggiungerei, però, un terzo, che sarebbe piaciuto al liberale pluralista Isaiah Berlin: “Il rispetto come dovere di comprendere le ragioni, gli interessi, i valori degli altri,” dove, beninteso, ‘tout comprendre‘ non è ‘tout pardonner‘. Si ha l’obbligo di comprendere l’etica nazista — come invitava a fare Mario Stoppino in un inedito ripubblicato ora su “Nuova Storia Contemporanea” — ma averne inteso la natura diabolica non porta certo a cancellare l’orrore e la distanza dalla visione del mondo hitleriana.

Oggi, in Italia, questa terza accezione è de facto ancora più utopica delle altre due. Quando si parla di “sovranisti, nazionalisti, populisti”, ricacciati tutti nella bolgia infernale del fascismo, non si è tenuti ad alcun rispetto.  Né al rispetto come riguardo, né al rispetto come riconoscimento di diritti civili e politici, né al rispetto come dovere di comprensione.

Se una misura, una proposta di legge, un’iniziativa vengono bollate come “sovraniste”, il discorso si chiude subito; ma sapere di che si tratta non dovrebbe interessare nessuno. Il rispetto proclamato dalla Treccani, in fondo, è rispetto de noantri.

Referendum e bambini nel bosco

12 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

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Sembra incredibile, ma vicende come quella di Garlasco e quella dei “bambini nel bosco” continuano a occupare una quota sproporzionata dell’attenzione pubblica sui giornali, sulle tv, sui siti. Siamo sull’orlo di una catastrofe geopolitica, ma la gente continua a appassionarsi a queste due vicende.

C’è una differenza importante, tuttavia. La vicenda di Garlasco ripropone un tema arcinoto e arcivecchio, quello degli errori giudiziari, purtroppo frequenti e quasi sempre impuniti.  Quella dei bambini nel bosco, trascinati con la forza in una “residenza protetta”, pone invece un problema relativamente nuovo: quello dell’intromissione dei poteri pubblici nella vita privata delle famiglie. L’elemento comune fra le due vicende è che entrambe chiamano in causa la magistratura, accusata nel primo caso di non aver svolto le indagini (e analizzato le prove) con il dovuto scrupolo e la dovuta perizia, e nel secondo di avere provocato un danno psicologico ed esistenziale ben più grave del danno che l’allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco (e dai genitori) si prefiggeva di evitare.

Solo il tempo ci dirà – forse – che cosa è veramente successo nei due casi. Quello che però forse possiamo ipotizzare fin da ora è che queste due vicende, ben più di centinaia di altre meno note vicende di non-giustizia, un impatto politico finiranno per averlo. Entrambe, infatti, gettano discredito sull’operato dei magistrati. E non si può pensare che il discredito del sistema giudiziario, specie se attizzato da vicende coinvolgenti e ad alto tasso di copertura mediatica, sia privo di effetti politici.

Un effetto ovvio, anche se non immediato, è quello di rafforzare il racconto di Giorgia Meloni e delle forze di governo in materia di criminalità e immigrazione. Fondate o no che siano, le accuse ai magistrati di remare contro gli sforzi delle forze dell’ordine non possono non entrare in risonanza con le evidenti anomalie emerse nei casi Garlasco e bambini nel bosco. Tanto più se si pensa che quelle anomalie, lungi dall’essere un’eccezione amplificata dal circo mediatico, sono semmai la punta dell’iceberg, come ha ben documentato Stefano Zurlo nel suo ultimo libro (Senza giustizia, Baldini e Castoldi).

Ma forse l’effetto più importante (e immediato!) potrebbe essere quello di contribuire all’esito del referendum sulla separazione delle carriere. Come i sondaggisti hanno ben spiegato negli ultimi due mesi, l’esito del referendum dipenderà dal tasso di partecipazione. La chiamata alla mobilitazione da parte della sinistra ha già convinto l’elettorato progressista ad andare a votare, e a votare no. L’elettorato conservatore,  invece, è meno mobilitato, sia perché Giorgia Meloni non è ancora scesa in campo, sia perché in generale il popolo di destra ha una visione scettica e disincantata della competizione politica, e perciò stesso è meno sensibile agli appelli e alle “chiamate alle armi”. E poiché l’elettorato di destra è nettamente schierato per il sì (più di quanto quello di sinistra lo sia per il no), è al suo comportamento – astensionista o partecipativo – che è appeso l’esito del referendum.

Se una quota significativa degli indecisi di destra si astenesse, la vittoria potrebbe arridere al no. Se la maggior parte di coloro che non hanno ancora deciso se votare andassero al voto, prevarrebbe nettamente il sì. Infine, se solo una parte degli indecisi di destra si recasse al voto, l’esito si deciderebbe sul filo di lana.

È uno degli aspetti curiosi di questo referendum: il riesplodere, a pochi giorni dal voto, della vicenda dei bambini nel bosco, con il suo strascico di decisioni tanto crudeli quanto incomprensibili all’opinione pubblica, potrebbe risultare la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

[articolo inviato alla Ragione l’8 marzo 2026]

Ha diritto di parola solo chi dice il vero?

9 Marzo 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

Non si conosce nella storia una sola guerra in cui i contendenti non abbiano qualche ragione da accampare (chi più, chi meno, chi molto di più, chi molto di meno). E non se conosce nessuna che, in un paese ancora fuori dal conflitto, non divida l’opinione pubblica tra quanti vorrebbero intervenire a favore di una parte e quanti a favore dell’altra. Nel 1914 ,e prima del radioso maggio del 1915, molti italiani desideravano scendere in campo contro gli Imperi Centrali, altri al loro fianco. Gli stati allora in conflitto non risparmiarono aiuti agli uni e agli altri: la Francia, ad es., sostenne l’interventista Benito Mussolini e ,sicuramente, non fu la sola. Sennonché le diverse propagande belliche non erano solo propaganda: le parti avverse illustravano le ragioni storiche, politiche, culturali delle loro diverse scelte di campo. Benedetto Croce–certo non sovvenzionato da nessuno–all’inizio, parve stare dalla parte di Germania e Austria-Ungheria e, per questo, venne ribattezzato von Kreuz da un fautore dell’Intesa, Vittorio Cian (finito senatore fascista!). La guerra ucraina non fa eccezione e non meraviglia, pertanto, che appoggi  alla Russia siano arrivati a intellettuali e partiti che mostrano comprensione per l’’operazione speciale’ intesa—secondo Mosca– a proteggere le minoranze russofone del Donbass. Michkailo Podolyak—consigliere di Zelensky– nell’intervista a ‘Repubblica’ del 25 febbraio u.s., propone, sic et simpliciter, di metterli a tacere. ”Le restrizioni alla propaganda russa devono essere totali, e non solo in Ucraina e non solo durante le nostre elezioni: i divieti sulla propaganda russa devono essere introdotti in tutta Europa”. Se penso ai miei colleghi, studiosi illustri (storici, sociologi, filosofi) —ritenuti (spesso a torto) ‘putiniani’–per aver sottoscritto le parole di papa Francesco sui cani Nato che abbaiano alle porte della Russia– mi viene da pensare che ,per certi paladini dell’Europa e della sua ‘civiltà millenaria’, dovrebbe avere diritto   di parola solo chi porta “ buone ragioni”. La libertà, quindi, deve porsi al servizio della Verità: ma non insegnavano questo i nemici della società aperta, di popperiana memoria? Se John Stuart Mill avesse letto le parole di Podolyak si sarebbe rivoltato nella tomba, ma tant’è, ci sono paesi in Europa in cui il liberalismo stenta a essere “preso sul serio”.

[articolo uscito il 3 marzo su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

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