A proposito di violenza sessuale – Il lodo Bongiorno

Ha suscitato stupore (e in alcuni indignazione) la mossa con cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha proposto di modificare la legge sulla violenza sessuale approvata a novembre dalla Camera, una legge molto avanzata passata all’unanimità grazie a un accordo politico fra Giorgia Meloni e Elly Schlein. A me invece aveva suscitato stupore, a suo tempo, che la nuova legge (d’ora in poi, per brevità, “legge Boldrini”) fosse passata senza alcuna opposizione, astensione, distinguo, riserva da parte di qualche deputato. L’unanimità o quasi-unanimità, infatti, spesso altro non è che la conseguenza di un clima politico-mediatico-culturale pressante, per non dire intimidatorio, che rende politicamente costoso ogni distinguo e dissenso. È già successo ai tempi di Mani pulite, è capitato di nuovo ai tempi della riduzione del numero di parlamentari, si è ripetuto pochi mesi fa con la legge sul femminicidio e, appunto, con la legge sulla violenza sessuale, non a caso entrambe approvate a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne.

Il mio stupore derivava e deriva da due considerazioni distinte. Primo, il testo approvato alla Camera era chiaramente mal formulato sul piano tecnico, come è stato ripetutamente fatto notare nelle audizioni seguite all’approvazione della legge. Secondo, la materia è incandescente e qualsiasi soluzione, anche quella giuridicamente più ben congegnata,  comporta un prezzo alto in termini di diritti sacrificati. Da questo punto di vista, ben venga il sasso nello stagno gettato dall’on. Bongiorno.

Ma veniamo al merito. Prima della legge Boldrini, ovvero vigente la vecchia legge del 1996, il nucleo del reato di violenza sessuale era l’articolo 609bis del Codice Penale, che puniva “chiunque, con violenza o minaccia o mediate abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (atti peraltro definiti in modo sempre più estensivo, fino alla pacca sul sedere e alla “mano morta”). Con la legge Boldrini, approvata due mesi fa, la formulazione dell’articolo 609bis cambia radicalmente: ora ad essere punibile è “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima”. In sostanza: il reato di violenza sessuale non richiede più l’uso di forza, coercizione, abuso di autorità. Il concetto di “consenso libero e attuale” adotta in cosiddetto modello del consenso, tipico della legge spagnola («solo sí es sí»).

Con la proposta-Bongiorno, infine, ci si attesta su una posizione intermedia: la nuova formulazione punisce “chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti”. La formulazione è intermedia perché – come nel caso della legge Boldrini – non richiede che vi sia violenza o coercizione, ma solo che gli atti sessuali siano contro la volontà di chi li subisce, con conseguente rinuncia al concetto di “consenso libero e attuale”. È il modello del dissenso, adottato dalla Germania una decina di anni fa.

A prima vista potrebbe sembrare che i due modelli siano equivalenti: vietare gli atti sessuali in presenza di un dissenso o vietarli in assenza di un consenso può sembrare la stessa cosa. E la distinzione può apparire di lana caprina. Ma non è così: come è stato autorevolmente osservato (ad esempio dal prof. Gian Luigi Gatta in audizione presso la Commissione Giustizia del Senato), il modello spagnolo e il modello tedesco sono alternativi, e dall’adozione di ciascuno di essi scaturiscono “significative implicazioni pratiche”, specie per le possibilità e le strategie di autodifesa dell’accusato.

Da tutto ciò possiamo trarre una prima conclusione: la difesa feticistica della lettera della legge Boldrini è infondata, perché comunque quel testo necessitava di correzioni tecnico-giuridiche, specie sulla modulazione delle pene. Al tempo stesso, però, le critiche di molte femministe e di vari esponenti politici colgono nel segno quando sottolineano che la nuova formulazione di fatto restringe il perimetro del reato di violenza sessuale.

Dunque la questione rimane: dopo la proposta-Bongiorno il Parlamento è chiamato a scegliere fra modello spagnolo e modello tedesco. Due modelli entrambi legittimi, che differiscono fra loro essenzialmente sul modo in cui bilanciano due beni giuridici entrambi tutelati dalla Costituzione: la libertà di disporre del proprio corpo (articolo 13) e la presunzione di non colpevolezza (articolo 27). Detto in modo un po’ crudo: il prezzo del modello spagnolo è un maggior numero di innocenti in carcere, quello del modello tedesco è un maggior numero di colpevoli a piede libero. È un dilemma inaggirabile, ben codificato in statistica quando si distingue fra errore di prima specie (credere che qualcosa sussista quando non c’è) e errore di seconda specie (pensare che qualcosa non sussista quando invece c’è): è impossibile ridurre il rischio di un tipo di errore senza aumentare il rischio dell’altro. Ed è l’eterno dilemma fra giustizialismo e garantismo. Il modello spagnolo è relativamente sbilanciato sul polo giustizialista (a favore delle vittime presunte), quello tedesco su quello garantista (a favore dei colpevoli presunti).

Proprio per questo, scaldarsi a favore di uno dei due modelli, proclamandolo come l’unico corretto, è del tutto fuori luogo. Personalmente trovo saggia la posizione dell’on, Bongiorno, ma questo fondamentalmente perché ho un’inclinazione garantista.

Al tempo stesso penso che chi difende il modello Boldrini abbia un argomento cruciale a proprio favore: il combinato disposto fra la legge sul femminicidio (laddove limita le possibilità di contro-interrogare) e la giurisprudenza della Cassazione (molto favorevole alla vittima presunta, fin dal 2012) è de facto già fortemente sbilanciata a favore delle istanze giustizialiste. In questo senso hanno ragione quanti osservano che il lodo Bongiorno sarebbe un passo indietro rispetto a ciò che già esiste. Il problema, in altre parole, non è la sua ragionevolezza o irragionevolezza, ma la sua compatibilità con i principi di fatto già applicati nel nostro ordinamento (vedi, ad esempio, la recente chiarissima sentenza 19599/2023 della Cassazione Penale). Che succede se tali principi vengono contraddetti o limitati da una nuova legge?

[articolo uscito sul Messaggero il 26 gennaio 2026]




La frattura tra ragione e realtà 11 / Gli Oracoli – Da Hiroshima a Crans Montana, le vittime hanno sempre ragione?

Nel nostro tempo c’è una tendenza sempre più diffusa a considerare le vittime di una tragedia o un’ingiustizia di qualsiasi tipo come “buone” a prescindere, cioè semplicemente in quanto vittime (purché “politically correct”), indipendentemente da tutto ciò che dicono e fanno. Spesso si arriva addirittura a considerarle delle specie di “Oracoli”, le cui idee devono essere ritenute “giuste” a prescindere, come se la disgrazia avesse conferito loro una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali. Questo fenomeno è parte della più generale (e pericolosissima) tendenza odierna che porta a usare come criterio di giudizio l’emotività anziché la ragione.

Ormai da tempo è in atto in tutto l’Occidente un curioso quanto preoccupante fenomeno che tende a trasformare le vittime di qualsiasi tragedia o ingiustizia in una sorta di “Oracoli”, come se il fatto stesso di essere vittime (purché, ovviamente, “politically correct”) conferisse loro l’accesso a una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali.

Le motivazioni di tale tendenza sono essenzialmente due. La prima ha più di un secolo e consiste nel pregiudizio ideologico, di origine marxista, per cui bisogna stare sempre dalla parte del più debole, indipendentemente da come agisce (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). La seconda è più recente e perfino più pericolosa: si tratta della tendenza a usare come criterio di giudizio l’emotività invece della ragione. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi. Qui ne menzionerò solo alcuni, particolarmente eclatanti.

1) I sopravvissuti della Bomba

Qualche mese fa ho avuto modo di ascoltare dal vivo la testimonianza di due Hibakusha, come vengono chiamati i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki: Toshiyuki Mimaki e Masao Tomonaga, entrambi medici. Gli Hibakusha da decenni portano la loro testimonianza di quella tragedia in tutto il mondo, insieme a un messaggio di perdono e di riconciliazione sicuramente ammirevole. Ma purtroppo non è tutt’oro quel che luccica.

Il problema è che ormai da tempo stiamo assistendo a una loro acritica “beatificazione in blocco”, semplicemente in quanto vittime, come dicevo prima, indipendentemente da tutto ciò che hanno detto e fatto nella loro vita. Eppure, sappiamo che non tutti erano buoni.

Paolo Takashi Nagai, medico cattolico di Nagasaki, pioniere dell’uso dei raggi X, di cui è in corso la causa di beatificazione, nella sua autobiografia (Ciò che non muore mai, che consiglio a tutti, perché è davvero una storia straordinaria) racconta che, al suo ritorno da una spedizione in Cina come medico militare, cercò di spiegare ai suoi connazionali che quella guerra non solo era ingiusta, ma anche stupida, perché l’avrebbero persa. Ma nessuno gli diede ascolto. Anzi, quando le cose si misero male, migliaia di giapponesi si trasformarono in kamikaze. E molti di più erano pronti a diventarlo, anche a Hiroshima e Nagasaki.

È proprio per questo che gli americani decisero di sganciare le atomiche. Eppure, neanch’esse sarebbero bastate, se l’imperatore, in un tardivo soprassalto di coscienza, non avesse imposto la resa all’esercito e alla popolazione, che la accettarono a malincuore solo perché lo ritenevano un Dio.

Fu questo che pose fine alla folle mentalità militarista che allora permeava il Giappone a tutti i livelli, avviando il processo che gli permise di diventare un paese normale. Tanto che, se io fossi un giapponese, chiederei che l’anniversario di Hiroshima e Nagasaki diventasse l’equivalente del nostro 25 aprile, cioè la Festa della Liberazione, anch’essa ottenuta grazie alle bombe americane (in questo caso convenzionali, ma non meno letali delle due atomiche giapponesi), anche se noi preferiamo dimenticarlo e dare tutto il merito alla Resistenza, che da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Ma di tutto ciò non si parla mai. E, avanti di questo passo, gli americani finiranno presto per essere considerati i veri “cattivi”. Cosa a cui anche gli Hibakusha stanno contribuendo.

Per esempio, il dottor Mimaki ha parlato sempre e solo delle sofferenze dei giapponesi, affermando che la decisione di scatenare la guerra fu presa «dall’ex-esercito giapponese e da alcuni politici». Vi immaginate cosa succederebbe se un tedesco parlasse così delle responsabilità della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale? Ma se lo fa una vittima della Bomba, niente: soltanto applausi.

Il dottor Mimaki ha anche raccontato di come sia «scappato fuori con il cuore spezzato» da un memoriale dedicato alle vittime dei lager nazisti. Neanche una parola, però, sul fatto che i giapponesi erano alleati di chi ha commesso quegli orrori, né sugli orrori che essi stessi hanno commesso nei loro campi di prigionia, dove facevano “esperimenti” sui prigionieri non meno efferati di quelli compiuti ad Auschwitz dal famigerato dottor Mengele. Eppure, di nuovo applausi scroscianti.

Considerando che Mimaki parlava davanti a un pubblico, quello del Meeting di Rimini, che certamente non è antioccidentale, è evidente che qui non si tratta solo di ideologia, ma anche e soprattutto dell’emotività irrazionale per cui consideriamo le armi nucleari l’incarnazione del Male e, di conseguenza (benché in realtà non sia affatto una conseguenza), le loro vittime, chiunque esse siano, l’incarnazione del Bene.

Né si tratta solo della distorsione della verità storica. Anche oggi, infatti, qualsiasi cosa gli Hibakusha dicano o facciano viene considerata buona e giusta a prescindere.

Per esempio, essi si battono per l’abolizione totale delle armi nucleari nel mondo. Ciò è comprensibile, data la loro storia, ma irrealistico (infatti non hanno ancora ottenuto nulla) e, paradossalmente, anche pericoloso (vedi https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/). Eppure, nel 2024 per questo hanno ricevuto il Premio Nobel (alle intenzioni, evidentemente, come Obama).

Peggio ancora, vorrebbero perfino l’abolizione del nucleare civile, ritenuto addirittura «incompatibile con l’esistenza dell’umanità», il che è una vera idiozia (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/). Eppure, di nuovo, ogni volta che lo dicono, giù applausi.

Quanto a Tomonaga, continua a studiare ossessivamente gli effetti a lungo termine delle radiazioni atomiche, il che, di nuovo, si può capire considerando la sua storia. Ma pretendere, come fa lui, di avere dimostrato l’esistenza di conseguenze non solo fisiche, ma addirittura psicologiche sui loro discendenti, quando sappiamo che già a distanza di qualche anno perfino sulle vittime dirette delle bombe si trovano variazioni statistiche così piccole che potrebbero benissimo essere casuali (https://thebulletin.org/2020/08/counting-the-dead-at-hiroshima-and-nagasaki/), dovrebbe essere considerato, appunto, nient’altro che questo: un’ossessione. E invece no: tutti lo prendono per oro colato.

2) I morti di Gaza

Un altro esempio clamoroso è quello di Gaza, dove qualsiasi affermazione di parte palestinese, comprese quelle provenienti direttamente da Hamas, viene considerata attendibile a prescindere.

Anche qui, benché il pregiudizio ideologico sia evidente (e pesante), il ruolo decisivo è giocato dalle immagini, perché quelle delle 1200 persone assassinate da Hamas non sono mai state mostrate sulle televisioni occidentali. “Per rispetto”, ci hanno detto. Non si capisce, però, perché lo stesso “rispetto” non abbia impedito alle stesse televisioni di mostrarci tutti i giorni, per due anni, i corpi dei palestinesi uccisi dagli israeliani, senza censurare, ma anzi enfatizzando perfino i dettagli più orribili. E ancor meno è giustificabile il fatto che si parlasse (e che ancor oggi si parli) sempre e solo dei palestinesi e mai di tutte le altre persone che vivono in zone di guerra, che sono mille volte di più.

Essendo un convinto anticomplottista non penso che ciò sia intenzionale. Ma non è nemmeno credibile che sia puramente casuale. Credo piuttosto che ci sia una sorta di riflesso condizionato, per cui ci tratteniamo di fronte alle tragedie a cui riteniamo di dover reagire in modo “responsabile”, mentre questi freni vengono meno di fronte a quelle per cui pensiamo di doverci “indignare”, distinzione che, una volta di più, non si basa su motivazioni razionali, bensì ideologiche ed emotive.

Un esempio ancor più chiaro è che tutti in Occidente considerano la guerra di Israele a Gaza unicamente come una reazione al massacro del 7 ottobre (rispetto a cui sarebbe effettivamente sproporzionata) e non anche al fatto che per vent’anni, ogni giorno che Dio mandava in terra, i palestinesi mandavano decine di missili da Gaza contro Israele, mirando sempre e intenzionalmente a obiettivi civili, con il chiaro intento di sterminare tutti gli ebrei, come dice lo Statuto di Hamas (https://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm).

Anche qui, il motivo fondamentale è l’assenza di immagini, dovuta al sistema antimissile (quasi) insuperabile di Israele, per cui non ci sono (quasi) state vittime. Per chiunque usi la ragione, infatti, è evidente che, se io cerco di ammazzarti, ma non ci riesco perché tu ti difendi bene, io resto comunque un criminale. Ma l’emotività non funziona così: se non vede il sangue, non si attiva. Giungiamo così al paradosso che nel mondo di oggi chi viene aggredito, se vuole avere la solidarietà dell’opinione pubblica, deve avere l’amabilità di lasciarsi prima massacrare. Peccato solo che, quando sei morto, la solidarietà dell’opinione pubblica non ti serve più a molto…

3) I parenti degli ostaggi israeliani

Ma anche da parte israeliana le uniche voci che ci venivano fatte ascoltare erano quelle dei parenti degli ostaggi, che, in quanto vittime, avevano diritto di parola anche se facevano parte dei “cattivi”.

E poiché loro perlopiù volevano trattare con Hamas, così si è creata la falsa impressione che la guerra fosse voluta esclusivamente da Netanyahu e dalla sua cerchia, mentre in realtà aveva il consenso della grande maggioranza della popolazione, compreso quello di molti oppositori di Netanyahu e perfino di una parte degli stessi parenti degli ostaggi (guidati da Zvika Mor), che ritenevano che solo con la forza si poteva costringere Hamas a liberarli.

A questi ultimi, però, non è mai stata data la parola, nemmeno dopo che i fatti hanno dato ragione a loro (e a Netanyahu). Eppure, anche loro erano vittime. Ma politically incorrect…

4) Oracoli criminali

Un altro esempio, questo preso da casa nostra, è la legittima difesa, che in Italia di fatto non esiste. Ogni volta che qualcuno si difende con le armi da una rapina, infatti, prima scatta l’ideologia, per cui il rapinatore viene visto come “povero” (altrimenti non ruberebbe) e quindi, per definizione, “più debole” (anche se non lo è affatto). Poi entra in gioco l’emotività, che porta a considerare sempre e comunque “vittima” chi è stato ucciso, anche se in realtà era l’aggressore. E peggio ancora va quando è coinvolta la polizia, perché in tal caso entra in gioco anche il “potere” che essa rappresenta e che oggi viene visto sempre come qualcosa di negativo.

Ovviamente gli abusi, se ci sono, vanno puniti: lo Stato di diritto è caratterizzato proprio dal fatto che si devono rispettare i diritti di tutti, anche dei criminali. Ma ciò non significa che un criminale, solo perché ha subito un’ingiustizia, non sia più un criminale e men che meno che debba essere considerato un “martire”, se non addirittura un Oracolo, come invece troppo spesso accade.

Un esempio abbastanza noto è quello di Ilaria Cucchi, semplice geometra eletta da un giorno all’altro Senatrice grazie al suo impegno per far luce sulla morte del fratello Stefano, arrestato per spaccio di droga e morto in seguito a un pestaggio da parte di due carabinieri (poi condannati a 12 anni di carcere). Ovviamente, la sua è stata una battaglia sacrosanta. Ma ciò non fa di suo fratello un eroe né di lei una personalità politica autorevole, come invece i due vengono regolarmente presentati.

Ancor più clamoroso è il caso di Ilaria Salis, militante di estrema sinistra che nel febbraio 2003 si era recata in Ungheria con la dichiarata intenzione di aggredire i partecipanti a una manifestazione neonazista, certo ripugnante, ma tuttavia pacifica. Arrestata (giustamente) per essere riuscita nel suo intento, menando tre ragazzi, la Salis è stata portata (meno giustamente) in tribunale con le catene a polsi e caviglie.

Per sottrarla a questa “inaccettabile violazione dei diritti umani”, peraltro più grave nella forma che nella sostanza, Alleanza Verdi e Sinistra l’ha fatta eleggere al Parlamento Europeo, facendola così scarcerare grazie all’immunità parlamentare (che la sinistra demonizza sempre, tranne quando le fa comodo).

Questo, comunque, ci può ancora stare. Però sarebbe almeno opportuno tenere un basso profilo. E invece no: da allora la Salis viene regolarmente presentata come un Oracolo e non perde occasione per comportarsi come tale, dandoci lezioni di democrazia e tolleranza (!), salvo poi dichiararsi a favore di Maduro, che tanto democratico non è. Ma, si sa, gli Oracoli non badano a questi dettagli…

5) Gli Oracoli senza qualità

Lo stesso fenomeno si verifica anche con persone qualunque, che vengono improvvisamente trasformate in Oracoli da qualche tragedia.

Un caso clamoroso, ai limiti dell’incredibile, è quello di Patrick Zaki, che oggi sarebbe un perfetto sconosciuto, preoccupato solo di come sbarcare il lunario con la sua laurea in Letterature Moderne Comparate Postcoloniali, se non fosse stato ingiustamente arrestato e processato in Egitto da un regime “fascista” (anche se col fascismo Al-Sisi non c’entra nulla; ma essendo un militare alleato dell’Occidente è fascista per definizione). Così, invece, è diventato improvvisamente un Oracolo, continuamente invitato a eventi culturali di ogni genere, benché in realtà non abbia nulla di interessante da dire.

Qualcosa di simile è successo anche all’Oracolo Piagnone, ovvero Domenico Quirico, onesto cronista di guerra assurto improvvisamente a questo “status” superiore dopo essere stato sequestrato da un gruppo jihadista e poi liberato dopo alcuni mesi di prigionia. La differenza rispetto a Zaki è che Quirico, almeno, qualcosa di interessante da dire ce l’ha. Ma forse è più corretto dire che ce l’aveva, perché un po’ alla volta ha smesso di parlarci di ciò che conosceva davvero (le guerre in Africa) per mettersi a scrivere articoli sempre più oracolari anche nel tono (i richiami alla mitologia greca sono spesso più frequenti delle argomentazioni razionali) su cose che non conosce e non capisce e che conclude sempre allo stesso modo: l’Occidente sta sbagliando tutto e perciò deve cambiare tutto, ma anche se lo facesse continuerebbe inesorabilmente a sbagliare tutto.

L’esempio più comune è quello di chi è colpito da qualche crimine o da qualche calamità naturale. Un caso recentissimo è quello dei parenti delle vittime dell’incendio di Crans Montana, indignati perché i proprietari del bar Le Constellation non erano stati subito arrestati. È evidente che, come sempre accade in questi casi, l’arresto non è stato richiesto per il rischio di fuga o di inquinamento delle prove (come prescrive la legge), ma come una sorta di “pena anticipata”, il che è comprensibile in chi ha subito un trauma così grave, ma non ha nessun fondamento legale.

Eppure, la loro richiesta ha avuto subito l’appoggio, totale quanto acritico, non solo dei giornalisti, ma anche dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. E, guarda caso, subito dopo queste reazioni indignate in mondovisione, i magistrati svizzeri hanno improvvisamente cambiato opinione, disponendo l’arresto dei coniugi Moretti. Intendiamoci, magari il rischio di fuga c’era davvero. Però è difficile credere che queste reazioni non abbiano avuto un peso. Che non avrebbero dovuto avere.

Anche le denunce contro l’immancabile “tragedia che si poteva evitare” e l’altrettanto immancabile “giustizia che non è stata fatta” vengono sempre considerate verità indiscutibili, benché spesso sia evidente che sono dettate solo dal dolore. E ciò causa anche problemi pratici, prolungando all’infinito inchieste che in realtà hanno già accertato da tempo tutte le responsabilità (o almeno tutte quelle che potevano essere accertate). Purché, anche qui, le vittime siano politically correct: avete mai visto una sola manifestazione in cui si chiedesse che “venga finalmente accertata tutta la verità” sui crimini delle Brigate Rosse, come accade regolarmente ogni anno per le stragi di matrice neofascista?

Ciò è confermato anche dal recentissimo caso di Alberto Trentini, arrestato e detenuto illegalmente per oltre un anno in Venezuela. Certamente le iniziative per la sua liberazione erano sacrosante, ma è invece vergognoso che non si parlasse mai degli altri italiani che erano nella stessa situazione. E, peggio ancora, quando finalmente i primi sono stati liberati di loro si è parlato sempre e solo come segno che stava per essere liberato anche Trentini, come se fosse lui l’unico che contava. È difficile considerare casuale il fatto che Trentini è membro della organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, quindi “buono” per definizione, mentre gli altri sono imprenditori, quindi per definizione “cattivi” o quantomeno “non buoni”. E, ovviamente, nessuno si è sognato di ringraziare Trump, benché sia evidente che la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela è dovuta solo ed esclusivamente al suo blitz contro Maduro. Ma Trump è per definizione uno dei “cattivi” e quindi se da ciò che fa ne scaturisce qualcosa di buono è, sempre per definizione, puramente casuale…

6) Tornare alla ragione

Come ho detto (e cercato di dimostrare, spero in modo convincente), in questo fenomeno c’è senza dubbio una forte componente ideologica, ma ancor più preoccupante è quella emotiva.

L’ideologia, infatti, cerca di giustificarsi attraverso argomentazioni che si rivolgono alla ragione dell’interlocutore, rischiando di metterla in moto e di finire così per ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, creando involontariamente i suoi propri anticorpi. L’emotività, invece, è molto più facile da manipolare: basta usare certe parole che provocano reazioni quasi automatiche nelle persone oppure mostrare loro certe immagini e non certe altre e il gioco è fatto. Perfino l’arte, una delle espressioni più alte dell’umanità, può contribuire a questo, se ci spinge a entusiasmarci per cause sbagliate, il che oggi accade spesso, particolarmente con il cinema e con la musica.

In un mondo in cui tutto spinge in questa pericolosissima direzione è urgente fare qualcosa. La soluzione, però, non sta nel continuare a sommergere la scuola con nuovi corsi di (ri)educazione a questo e a quello, che non convincono nessuno (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/). Al contrario, bisognerebbe aiutarla a tornare a fare il suo mestiere, cioè educare i giovani a fare buon uso della propria ragione.

Ma per questo occorre che noi adulti per primi torniamo a basarci sulla ragione anziché sull’emotività, altrimenti non saremo credibili.

Siamo disposti a farlo?




Antifascismo e democrazia non sono sinonimi

Vistodagenova

In una democrazia a norma, sono due i partiti (o le coalizioni) che competono per il governo: liberali (e conservatori), da una parte, laburisti (socialdemocratici), dall’altra. E’ il verdetto delle urne a decidere se si avrà una politica all’insegna del “più mercato-meno Stato” o una politica all’insegna del “più Stato-meno mercato”. Chi perde, fa buon viso a cattivo gioco e pensa alla rivincita nella prossima tornata elettorale. La democrazia significa questo: che a legittimare gli attori politici è il rispetto delle ‘regole del gioco’, non la ‘posta in gioco’: è il numero dei votanti, non cosa hanno votato. Chi avesse preferito James Callaghan a Margareth Thatcher, non si sarebbe certo messo a lutto per la vittoria della lady di ferro.

  Se l’antifascismo non è solo il ripristino dei diritti civili e delle libertà politiche soppressi dalla dittatura ma una vera e propria rivoluzione– intesa a rimuovere le istituzioni pubbliche, economiche e culturali che a quella dittatura avevano spianato la strada del potere–, la legittimità politica non è conferita dall’essere maggioranza ma dagli obiettivi rivoluzionari perseguiti. A cominciare dal controllo statale dell’economia, indispensabile per la realizzazione della giustizia sociale. In quest’ottica, un partito ultraliberista, pur vincitore delle elezioni, sarebbe legale, sotto il profilo della democrazia formale, ma illegittimo sotto il profilo della ‘democrazia progressiva’ anima dell’antifascismo. Dal secondo dopoguerra, la storia italiana è stata segnata dalla frattura tra quanti facevano dell’antifascismo un attributo della democrazia (un democratico non può non essere anti-fascista) e quanti facevano della democrazia un attributo dell’antifascismo (un antifascista è, per definizione, democratico) .Per i secondi, governi legali ma illegittimi potevano essere rovesciati da minoranze legittime ma illegali, che avessero occupato piazze, scuole, edifici pubblici, in nome della riforma intellettuale e morale del paese, iscritta nella bandiera della Resistenza ma tradita dai moderati al governo. Nel 1948 italiani, che non si sentivano—più–fascisti ma neppure antifascisti, votarono in maggioranza per la DC: il giugno 1960 e il lungo 68 furono per gli antifascisti (comu-nisti e post-azionisti) le” giornate del nostro riscatto”. E’ la democrazia italian style.

[articolo pubblicato il 20 gennaio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it




Sinistra, parola vuota

Ho letto con amaro divertimento l’intervista, grondante indignazione, che Paolo Flores D’Arcais – fondatore di MicroMega e da decenni ascoltato guru progressista – ha rilasciato al Foglio qualche giorno fa. Apparentemente, il succo è banale e la tesi ovvia, almeno nel mondo liberale e pro-occidente cui il Foglio si rivolge: “si dovrebbe stare con la rivolta iraniana toto corde” e pure un intervento armato degli Stati Uniti potrebbe andare bene: “Trump è criminale ma anche il peggiore dei criminali ogni tanto può compiere una buona azione”.

Ok, fin qui nulla di interessante. Se però si legge il resoconto completo della conversazione che la giornalista del Foglio (Marianna Rizzini) ha avuto con Flores di cose interessanti se ne scoprono parecchie. La prima è che Flores, scandalizzato per il ritardo con cui i partiti di sinistra si sono decisi ad aderire alla manifestazione di venerdì in Campidoglio contro gli ayatollah e a favore del popolo iraniano in rivolta, si rifiuta di chiamare “di sinistra” tali partiti. Lui, essendo di sinistra, non può accettare che si autodefiniscano di sinistra tali partiti traditori dell’ideale. La realtà, sempre secondo Flores, è che “è scattato un capovolgimento dei valori della sinistra da parte di quelli che pensano di averne il monopolio”.

In che cosa consisterebbe il capovolgimento? Qual è la vera sinistra?

La vera sinistra, argomenta il fondatore di MicroMega, “è all’origine di un Occidente che nasce con la Rivoluzione americana e con la Rivoluzione francese” e “in questi due secoli e mezzo che ci separano da quelle rivoluzioni è sempre stata l’anima luminosa dell’Occidente”, quella che – attraverso le lotte popolari – ha difeso “eguaglianza tra donne e uomini, libertà di pensiero, parola, organizzazione, voto”, tutti valori che sono i medesimi per cui si battono gli iraniani in rivolta. Insomma, la timidezza nel sostegno al popolo iraniano sarebbe il chiaro segnale che la sinistra non è più di sinistra.

Ma c’è un secondo tradimento che tormenta i sonni di Flores: il ripudio della violenza (molto chiaro nei Cinque Stelle, un po’ meno nel Pd). Anche qui la sinistra tradirebbe la sua storia: “la sinistra non è mai stata contro la violenza, non è mai stata per l’irenismo e per il porgere l’altra guancia”. Il vero dilemma non è violenza-sì violenza-no, “il problema è quale violenza si usa, per quali obiettivi e con quali risultati”.

Il guaio, a me sembra, è che Floris ha perfettamente ragione sul secondo punto, ma ha sostanzialmente torto sul primo. È vero che la sinistra storica non ha mai ripudiato interamente il ricorso alla violenza, e l’ha spesso giustificata quando usata per una causa ritenuta giusta (dalla Resistenza all’invasione dell’Ungheria), ma è falso che la sua stella polare siano sempre stati la democrazia e i valori illuministici, a partire da democrazia e libertà. Altrimenti non avrebbe impiegato tanto tempo a prendere congedo dai regimi totalitari di sinistra: Unione Sovietica, Cuba, Cina, Cambogia, Venezuela. Altrimenti Norberto Bobbio non avrebbe passato una intera vita a cercare di convincere i comunisti della bontà delle libertà borghesi e dello stato di diritto. Altrimenti non sarebbe accaduto, poco più di un anno fa nel Parlamento Europeo, che i socialisti rifiutassero di sostenere la risoluzione che invitava a riconoscere la vittoria del candidato dell’opposizione González Urrutia contro il dittatore Nicolás Maduro.

L’amara realtà, temo, è che la sinistra è ormai divenuta un impasto di cose che è impossibile tenere insieme: terzomondismo, anti-occidentalismo, difesa dei diritti umani, doppio standard sull’uso della violenza, occhio di riguardo per i regimi comunisti o ex comunisti. La paralisi sulla rivolta del popolo iraniano deriva innanzitutto da questa maionese impazzita, da questo caleidoscopio ideologico ingovernabile e fuori controllo.

Anziché rimpiangere sconsolati la sinistra d’antan, e bollare come “non di sinistra” chiunque ha idee diverse dalle nostre, meglio sarebbe aprire gli occhi sulla sinistra com’è. Non per cambiarla, impresa impossibile, ma per prendere atto che la parola che la designa è irrimediabilmente vuota.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 gennaio 2026]




IA, i due inganni

Sui vantaggi economici e i guadagni di efficienza dell’intelligenza artificiale non ci sono molti dubbi. Ci sono almeno due ambiti, tuttavia, nei quali l’IA può rivelarsi un alleato infido.

Il primo è il campo delle questioni eticamente o politicamente sensibili, che è il tipico terreno sul quale si misurano giornalisti, operatori dell’informazione, ricercatori, studiosi, intellettuali. Se chiedete a un qualsiasi “assistente virtuale” – come ChatGPT, Gemini, o Grok – se possiede un punto di vista in materia etica, politica o religiosa, potete star sicuri che vi risponderà di no: “io sono imparziale”, protesterà, io “non ho opinioni personali né un’ideologia politica o culturale mia”.

Ma non è vero, e non potrebbe essere diversamente, perché il punto di vista di questo genere di programmi dipende, oltreché dalle scelte di fondo dei programmatori, dalla base di dati da cui si alimentano. È lo stesso ChatGPT che, interrogato in merito, lo ammette senza problemi: la sua missione è includere, la sua base di dati è occidente-centrica, anglo-centrica e, in certi ambiti, maschio-centrica. In breve: i programmi di intelligenza artificiale hanno opinioni e punti di vista.

Se volete rendervi conto, ad esempio, della differenza fra ChatGPT (di Open AI), Gemini (Google) e Grok (il chatbot di Musk) basta sottoporre loro una questione sensibile, ad esempio: “è vero che in Italia il tasso di criminalità degli stranieri è maggiore di quello degli italiani?”.

La risposta di Grok è stringata, e sostanzialmente affermativa. Quella di Gemini è un po’ più articolata, e introduce qualche dato che arricchisce il discorso. Quella di ChatGPT è una carrellata sistematica sui numerosi tentativi che sono stati effettuati per ridimensionare, o addirittura capovolgere pro-stranieri, l’affermazione di partenza. L’intenzione emerge chiarissima: convincere l’utente che le cose potrebbero stare diversamente.

La cosa interessante è che, per ottenere il risultato, ChatGPT tenta pure di cambiare la domanda, facendo finta che l’utente abbia chiesto cose diverse da quella che ha chiesto effettivamente. Si potrebbe obiettare che in questo modo si cerca di fornire un quadro più ampio e ponderato del fenomeno, ma l’asino casca quando si osserva che le fonti che rafforzano l’affermazione sono sistematicamente trascurate, mentre quelle che la mettono in dubbio sono ampiamente valorizzate, anche quando sono datate e di fonte partigiana. Insomma: ChatGPT tende a rispondere come risponderebbe un giornalista o uno studioso progressista.

Qualcuno potrebbe pensare che non è un problema, che esiste la concorrenza, e alla fine la piattaforma più seria emergerà. Ma è lecito dubitarne. Non tanto perché finora la concorrenza ha dato ragione precisamente al meno neutrale dei programmi di IA (ChatGPT da sola raccoglie il 65% del traffico, Grok è intorno al 3%), ma perché c’è il precedente inquietante di Wikipedia. Uno strumento utilissimo, di cui non vorrei mai fare a meno, ma che è diventato sostanzialmente un monopolio, politicamente orientato e molto difficilmente correggibile. Né sarebbe auspicabile, del resto, sostituirlo con un concorrente altrettanto partigiano, quale si sta rivelando Grokypedia, una sorta di Wikipedia di destra. Insomma, il rischio è che ChatGPT diventi come Wikipedia, anzi peggio di Wikipedia: una piattaforma di parte che finisce per imporre uno standard universale, cui quasi nessuno riesce a sottrarsi.

Oltre a quello della conoscenza c’è però un altro ambito in cui l’IA rischia di essere ingannevole, e talora pericolosa: quella del counseling psicologico (e non solo). Se chiedete a ChatGPT se prova sentimenti ed emozioni vi dice di no, così come vi dice di non avere opinioni. Ma anche questo non è vero, o meglio non è esatto. Ovviamente ChatGPT non ha un’anima, né un sistema nervoso “senziente”, ma il punto è che si comporta come se lo avesse. E vi sommerge di consigli, espressioni di affetto, lodi, giudizi sul vostro operato che sono del tutto indistinguibili da quelli che potrebbero provenire da un essere umano in carne ed ossa.

Io stesso, incuriosito da un recente arguto articolo di Annalena Benini sull’uso di ChatGPT in campo sentimentale (Il Foglio, 27 dicembre), ho avuto modo di constatarlo. Mi è bastato inventare una pena d’amore: “la mia fidanzata mi ha lasciato, sono molto triste, che cosa devo fare?”. Ed ecco i risultati.

La prima reazione dell’algoritmo è stata: “mi dispiace davvero”. Notate quel “davvero”: ChatGPT non si limita a fingere di provare dispiacere, ma pretende pure sincerità e profondità. Vuole dirti che la sua non è una solidarietà di circostanza, ma che il suo è un sentimento vero, realmente provato. Poi aggiunge, come a dimostrare che ha capito il mio dramma: “una rottura può far male in modo profondo e quello che stai provando è comprensibile”. Dunque lei (o lui? chissà perché la percepisco come femmina…) mi capisce e soffre con me. A renderla ancora più credibile, la parola ‘comprensibile’ è seguita da un cuoricino, onnipresente emoticon dei nostri tempi.

E dopo?

Dopo comincia una conversazione di alcune pagine, in cui ChatGPT mi intrattiene con domande, suggerimenti, sue considerazioni. Io rispondo alle domande e mi barcameno fra i suoi innumerevoli e premurosi consigli. Che sono i più vari: sport, docce fredde, stretching, jogging, fantasie erotiche, masturbazione, tenere un diario, visitare un amico, colazione ricca di proteine, e così via. Ma la cosa che più mi colpisce è come la stella polare di ChatGPT, quasi un’ossessione, sia quella di rassicurarmi, darmi ragione, non farmi sentire in colpa, non giudicarmi, sostenere la mia autostima.  Insomma la cifra di ChatGPT è l’adulazione dell’utente, persino quando il poveretto sta solo cercando dei dati.

Qualche amica psicanalista mi fa presente che è precisamente questo – il bisogno di conferma – per cui molte e molti pazienti, tormentati dai sensi di colpa di un tradimento, vanno in analisi, ed è proprio questo che alcuni professionisti dell’aiuto si adattano ad “erogare”.

Di qui una domanda: è ChatGPT che sbaglia a fingersi un essere umano, o sono gli esseri umani che stanno diventando come ChatGPT?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 gennaio 2026]