Perché la sinistra riformista è ai margini – I quadrumviri

Doveva essere l’inizio della corsa alla conquista del governo nazionale, ma non è andata benissimo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Due contestazioni, una dei disoccupati del gruppo 7 novembre, l’altra di Potere al Popolo, hanno movimentato e ritardato l’inizio dell’evento, cui comunque – forse anche per i lavori in corso nella piazza del comizio – non ha preso parte una folla oceanica.

Quello che stupisce, tuttavia, non è lo scarso successo di partecipazione, né il fatto che le idee espresse dai vari leader sulla guerra in Ucraina siano divergenti, ma il fatto che il Campo largo continui a presentarsi – nelle cene di lavoro come in piazza – del tutto privo della cosiddetta “gamba riformista”. Quello che ormai sembra prendere piede, senza che nessuno lo dichiari o lo espliciti, è una sorta di Quadriumvirato Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, che – almeno per ora – taglia fuori le forze e i gruppi più o meno organizzati della cosiddetta sinistra riformista. Mi ha colpito, ad esempio, che il leader di +Europa Riccardo Magi fosse in piazza e non sul palco con gli altri leader, pur essendo segretario di uno dei partiti che – in teoria – dovrebbero far parte del Campo largo. Come mi ha colpito l’assenza di Renzi, leader di Italia viva, che dopo la manifestazione ne ha preso esplicitamente le distanze: “spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo”. E mi hanno pure colpito le molte reazioni negative di esponenti dell’area riformista, dentro e fuori del Pd.

Dunque eccoci al punto: perché la coalizione che si sta formando nasce monca?

La risposta secondo cui la gamba riformista sarebbe ancora in formazione non pare molto convincente. E’ vero che i numerosi tentativi di dare forma all’area riformista intrapresi da figure come quelle di Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato non hanno ancora quagliato, ma questo non spiega la completa assenza di un vero dialogo fra massimalisti e riformisti.

Credo che la ragione vera sia un’altra e sia la medesima per cui, in questi giorni, ben scarsa attenzione ha ricevuto il disegno di legge di Carlo Cottarelli per costringere i partiti a indicare dove intendono prendere le risorse per attuare i loro programmi elettorali. La realtà è che dei contenuti scottanti – quelli che hanno costi seri per la finanza pubblica – nessuno vuole parlare perché, se lo si facesse, le divisioni politiche e programmatiche verrebbero immediatamente allo scoperto. Quel che unisce i quadrumviri, nonostante le apparenti divergenze, è che – sulle questioni più spinose: Ucraina, patrimoniale, reddito di cittadinanza – fondamentalmente la pensano allo stesso modo, anche se le cose che ciascuno si sente autorizzato a dire in pubblico sono un po’ diverse.

Con la sinistra riformista è diverso. Se discutessero sul serio, e avessero l’ardire di farlo alla Cottarelli – ossia con i numeri alla mano e i conti pubblici sott’occhio – le differenze programmatiche verrebbero immediatamente alla luce. Di patrimoniale, reddito di cittadinanza, rifinanziamento di sanità e scuola, deficit pubblico, pensioni minime, imposta societaria, aliquote Irpef non si potrebbe non parlare, e la distanza fra massimalisti e riformisti diventerebbe palese.

Un problema aggravato da due circostanze nuove, almeno rispetto al passato del centro-sinistra. Oggi le prospettive di crescita sono peggiori di com’erano ai tempi dei governi Prodi. E un Prodi non c’è (oppure ancora non si vede).

[articolo uscito sul Messaggero il 12 luglio 2026]




Domande in attesa di risposta – Sul governo Schlein

Può anche darsi che denigrare il governo in carica, accusare Giorgia Meloni di infischiarsene dei problemi degli italiani, dipingere la premier come arroccata nel Palazzo e assetata di potere – come Elly Schlein ha fatto in una recente intervista su La7 – sia una buona strategia per acchiappare voti (anche se mi chiedo: chi guarda La7 non è già acchiappato?).

E tuttavia, da cittadino che l’anno prossimo dovrà votare alle elezioni politiche, avrei preferito che, nel largo spazio concessole dai conduttori, Elly Schlein avesse trovato modo di rispondere a qualche domanda precisa, fra le molte che gli elettori incerti si pongono. Perché è vero che il programma del Campo largo è al momento sconosciuto, ma non è pensabile che il Pd, il maggiore partito di opposizione, non abbia qualche idea ben definita su come intenderebbe governare l’Italia in caso di vittoria elettorale.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, sapere se un eventuale governo Schlein proseguirebbe la linea di rigore sui conti pubblici del governo Meloni, o se invece ritiene tale linea eccessivamente asservita ai diktat europei, e quindi non esclude di sfondare più o meno temporaneamente il tetto del 3%, magari con il lodevole intento di sollevare le sorti della sanità pubblica.

Mi piacerebbe sapere se manterrebbe l’appoggio militare all’Ucraina, e a che livello intenderebbe portare le spese per la difesa fra il 2027 e il 2032 (sopra o sotto il livello attuale?).

Mi piacerebbe sapere se, per aumentare la spesa sanitaria, intenderebbe ricorrere al deficit pubblico, a maggiori tasse, o a tagli e efficientamenti (in quali settori?).

Mi piacerebbe sapere se dobbiamo attenderci una patrimoniale, e se sì oltre quale soglia di ricchezza finanziaria o immobiliare.

Mi piacerebbe sapere se una eventuale tassa patrimoniale sarebbe una tantum (un solo anno), o pluriennale (per alcuni anni), o permanente.

Mi piacerebbe sapere se sotto il suo governo la pressione fiscale aumenterebbe ulteriormente, resterebbe invariata, o diminuirebbe.

Mi piacerebbe sapere se il suo partito ha effettuato uno studio sulle conseguenze occupazionali e fiscali del salario minimo legale.

Mi piacerebbe sapere se un governo da lei guidato cercherebbe di bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.

Infine, non meno importante di tutto il resto, la questione migratoria. È da alcuni mesi che esponenti del Pd e delle opposizioni accusano il Governo di non avere fatto abbastanza per contenere gli sbarchi e rendere effettive le espulsioni. Dobbiamo dedurne che il Pd vorrebbe interventi più severi? Se è così sarebbe utile sapere se, al riguardo, esiste un numero annuo massimo di sbarchi e un numero annuo minimo di rimpatri che il Pd considererebbe soddisfacenti.

Sarebbe altamente informativo, infine, sapere se un eventuale governo Schlein cancellerebbe i decreti sicurezza del governo precedente, e se sì con quali eventuali nuove norme li intenderebbe rimpiazzare.

Resterebbero, naturalmente, anche altre innumerevoli curiosità e domande: sui diritti gay, la gestazione per altri, il reato di stupro, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe, la politica ambientale, la politica industriale, la parità di genere, le politiche familiari, la legge elettorale, la libertà di opinione, la censura, la scuola, l’intelligenza artificiale, le norme sui telefonini, il problema della casa, gli sfratti e gli sgomberi. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Ma sono domande sulle quali noi elettori siamo abituati a ricevere dai politici risposte evasive, o generiche, o ideologiche. Meglio, allora, accontentarsi delle risposte sui temi hard dell’economia e dell’immigrazione.

Sempre che quelle risposte arrivino.

[articolo uscito sul Messaggero il 4 luglio 2026]




Quando l’antifascismo minaccia la libertà di pensiero

vistodagenova

Dobbiamo prenderne atto. Nell’Italia di oggi, come nel Medio Evo, ci sono due poteri: il potere spirituale, addetto al controllo delle coscienze e delle opinioni dei cittadini e il potere temporale–gli apparati istituzionali, incaricati di redigere le leggi e farle rispettare. Il primo amministra le anime, il secondo i corpi. Il potere spirituale, come quello islamico, è diffuso tra una serie di soggetti—presenti nei partiti, nei giornali, nelle Università—che si erigono a coscienza della nazione in quanto depositari dell’antifascismo iscritto nella Costituzione e non come uno dei requisiti della democrazia liberale ma come il principio supremo di legittimità, al cui vaglio debbono sottoporsi  tutte le manifestazioni della vita  civile e politica. Così quanti intendono partecipare alla Fiera del Libro di Roma, ”Più libri, più liberi” sono tenuti a sottoscrivere un patentino antifascista”. Non si può consentire agli editori di esporre libri senza l’imprimatur dell’Anpi.

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri—lo ha ricordato Luca Ricolfi in un magistrale articolo, Sono ancora antifascisti i nostri intellettuali antifascisti?¸’Il Messaggero 14 giugno u.s.—ha bollato quella richiesta come “un provvedimento fascista che più fascista non si può immaginare”

Lo hanno riconosciuto, del resto, anche intellettuali non certo di destra come Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Luciano Canfora che, a differenza di spregiudicati demagoghi come Angelo Bonelli e Giuseppe Conte, si sono dissociati dal documento voluto dall’Associazione Editori Italiani.

Giorgia Meloni ha commentato “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

In realtà, ci troviamo dinanzi a una vera e propria malattia dello spirito civico per la quale non bastano le deprecazioni. Bisogna andare più a fondo, individuare le cause storiche e culturali per le quali, a più di ottant’anni dalla caduta del fascismo, la rabbia antifascista non solo non s’è attenuata ma si accresce giorno per giorno. Bisogna spiegare come mai, in Italia, un attributo—‘antifascista—inscindibile dalla democrazia , ne stia diventando il veleno.

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 16 giugno]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it




Libertà di applauso

Giuro che mi sono commosso leggendo sul Corriere lo straziante appello di Polito El Drito a una fantomatica “sinistra” affinché conceda “più libertà (non meno) contro i pregiudizi” di chi vuole “togliere la parola a scrittori israeliani e a editori non conformi”. El Drito ce l’ha col ridicolo patentino antifascista richiesto per partecipare alla fiera romana “Più libri più liberi”, e ha ragione: gli editori non sono partiti politici e gli autori non sono ministri o sottosegretari, quindi non devono giurare sulla Costituzione, che comunque riconosce il diritto di parola a tutti, anche ai fascisti, proprio perché è democratica e antifascista (era il fascismo che negava la parola agli antifascisti). E ce l’ha con chi vorrebbe disinvitare lo scrittore israeliano Eshkol Nevo al Libro Possibile di Polignano perché – come già Erri De Luca – non dice ciò che i firmaioli vorrebbero, e ha ragione pure lì: ognuno, finché esiste la Costituzione, dev’essere libero di dire o non dire ciò che gli pare. Nevo ha criticato ferocemente sia Ben-Gvir sia Netanyahu, ma anche se fosse un loro fan sarebbe libero di dirlo (e ovviamente di essere ferocemente criticato). Ma è una fortuna che qualcuno chieda di bandirlo, perché fa cascare l’asino dei nostri “liberali” a targhe alterne: tolleranti nei giorni pari e censori in quelli dispari.

Dov’era Polito quando il suo Corriere sbatteva in prima pagina la (falsa) lista dei “putiniani d’Italia”, la Bicocca cancellava il corso di Nori su Dostoevskij, il gran-de Gergiev veniva cacciato dalla Scala e dalla Reggia di Caserta e cadevano come birilli decine di cantanti, pianisti, ballerini, registi, fotografi, intellettuali, giorna-listi colpevoli di essere russi, dunque “putiniani” (fermo restando che chi vuol es-sere filo-putiniano, o filo-cinese, o filo-nordcoreano è liberissimo di dirlo)? E le decine di volte in cui analisti e giornalisti pacifisti o critici sulle politiche della Nato hanno subìto censure, ostracismi e gogne pubbliche perché non cantano nel coro No Pax? Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: se le colpe del governo israeliano non ricadono sui cittadini israeliani, le colpe del governo russo non ricadono sui cittadini russi. Più in generale: o si riconosce la libertà di espressione a tutti, a prescindere dalle loro idee, anche le più hard e distanti dalle nostre (anzi, soprattutto quelle, perché sono le più difficili da tollerare); o la si nega a tutti e si abolisce l’articolo 21 della Costituzione, ormai ridotto a barzelletta. Altro che patentini democratici e antifascisti: se passa il principio che può parlare solo chi la pensa come noi, la democrazia diventa un lusso e una perdita di tempo. La libertà è stata conquistata per consentire il dissenso: per la libertà di applauso, è molto più pratico il fascismo.

 

[Articolo uscito su Il Fatto Quotidiano il 16 giugno 2026]




Diritti universali e etica della reciprocità

L’articolo di Luca Ricolfi “Gli italiani e gli immigrati. Due regimi morali”, apparso il 3 Giugno sul sito della Fondazione Hume, ha suscitato in me profondi interrogativi. La riflessione che segue, frutto di quella lettura, è il tentativo di dare una parziale risposta.

Nell’articolo si sostiene che l’etica dei diritti universali, diffusa ”fra i ceti istruiti e urbanizzati’’, rifiuta ogni distinzione tra nativi e stranieri ritenendo che entrambi siano a pari titolo, in quanto esseri umani, detentori di diritti inalienabili.

Ma se non si vuole che un principio giusto, razionale e rigorosamente logico, finisca col generare una grande ingiustizia occorre fare una riflessione: i cosiddetti diritti universali non sono piovuti dal cielo, come manna, ma sono frutto del lavoro, del sudore delle mani e della fronte delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno lottato duramente per ottenerli, spesso rischiando la vita.

Quando lo straniero arriva e ottiene il permesso di soggiorno, e in seguito la cittadinanza, gode di una serie di diritti (istruzione e sanità gratuite, utilizzo a basso costo di treni e autobus, assistenza legale gratuita, accesso ai benefici dello stato sociale, sostegno alle famiglie, pensioni per gli anziani, case popolari etc.) che nella stragrande maggioranza dei paesi di provenienza sono inimmaginabili.

Occorre sottolineare che per godere di questi diritti, nè lui, né i suoi antenati hanno fatto alcuna fatica. Non hanno dato alcun contributo, né speso un centesimo. Non solo. Poiché la maggioranza degli immigrati, viene impiegata in lavori di bassa qualificazione, le tasse che pagano sono irrisorie per cui godono di benefici che sono in larga misura garantiti grazie al lavoro e alle tasse che pagano i nativi. Se questo lavoratore straniero delinque non deve sorprenderci che scatti la rabbia o la riprovazione: è come se sputasse nel piatto in cui mangia violando le antiche regole dell’ospitalità. Ecco perché una parte consistente di italiani è, o almeno si dichiara, favorevole al ritiro della cittadinanza in questi casi.

L’etica dei diritti universali non può essere un mantra che viene officiato in una sorta di stanca liturgia solo quando torna comodo. Mi spiego meglio. In Italia è stato calcolato che ci siano circa 80000 donne escisse e/o infibulate e circa 7000 bambine che sono state mutilate nel nostro paese senza che nessuno, ripeto nessuno, né assistenti sociali, né pediatri, né ginecologi abbia mosso un dito. Come mai? Forse-in barba al diritto universale di non subire mutilazioni- si è tacitamente accettata l’idea della non punibilità in quanto trattasi di culture diverse dalla nostra che vanno comprese e addirittura giustificate. Ma le mutilazioni genitali femminili sono un grave reato e se non vengono perseguite adeguatamente le bambine continueranno a subirle con grave danno per la loro salute fisica e psichica.

Un altro esempio. Quando gruppi organizzati di giovani figli o nipoti di immigrati aggrediscono con violenza qualcuno, talvolta con esiti devastanti, ci tocca assistere alla tv di stato a trasmissioni in cui ineffabili giornalisti si chiedono se colpevolizzare gli autori di violenza o recuperare questi soggetti, come se fosse possibile recuperare o rieducare qualcuno senza averlo prima severamente punito per fargli capire il male che ha fatto e che si riverbera a cascata su tutta la famiglia della vittima.

È davvero indispensabile a questo punto ricordare a tutti noi che non ci sono diritti senza doveri. E questo vale per tutti, nativi e non. Il dovere costituisce il primum ontologico del discorso giuridico.

Come sostenne magnificamente Simone Weil un diritto non è efficace di per sé ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde: il suo adempimento non proviene da chi lo detiene ma dagli altri uomini che si riconoscono obbligati a qualcosa. Il dovere precede il diritto, non è difficile da capire.