Il Partido Morado e il Partito della Stupidità Artificiale

Un altro esempio molto inquietante di come i sistemi di cosiddetta Intelligenza Artificiale siano inaffidabili se applicati al mondo delle cose umane. La verità è che il loro ambito naturale di utilizzo è quello scientifico, perché sono algoritmi statistici, cioè sistemi di calcolo. Pretendere di usarli indiscriminatamente in qualsiasi ambito, invece, non è solo sbagliato, ma anche pericoloso.

Qualche settimana fa, per la precisione il 12 aprile, in Perù, dove attualmente mi trovo per un periodo di ricerca, ci sono state le elezioni politiche.

Per circostanze piuttosto rocambolesche una mia cara amica, Carlota Pereyra Rey, si era ritrovata ad essere candidata alla Camera per il Partido Morado, uno dei pochi abbastanza seri, ma piuttosto piccolo. Così, una volta chiusi i seggi, ho cominciato a cercare notizie, il che però, trovandomi in Amazzonia, non era semplice. L’unica fonte di informazione di cui disponevo era Internet, ma sul sito della ONPE (Oficina Nacional de Procesos Electorales) i dati della Camera venivano dati su base regionale, mentre a me interessava il dato nazionale, perché solo se il partito nel suo insieme avesse superato lo sbarramento del 5% Carlota avrebbe potuto essere eletta.

Così, per una volta, ho deciso di chiedere lumi a Gemini, la (presunta) Intelligenza Artificiale di Google.

La situazione sembrava ideale, perché la domanda era semplice e chiara e i dati erano perlopiù numerici e certamente disponibili sul Web. Si trattava solo di metterli insieme e di ricavarne le logiche conclusioni, il che è esattamente ciò per cui i sistemi di AI sono stati progettati. Eppure, il risultato è stato un disastro totale, su cui tutti dovrebbero riflettere.

Nonostante fin dall’inizio avessi chiesto i voti reali scrutinati e la loro percentuale sul totale, la AI nelle prime risposte si è basata esclusivamente sulle proiezioni, peraltro facendo affermazioni contraddittorie: prima ha detto che «il PM si attesterebbe su percentuali a una cifra, simili o leggermente superiori a quelle del 2021, ma lontane dalla soglia necessaria per il ballottaggio» (che invece nel 2021 aveva ampiamente superato), poi ha detto che si stimava che avrebbe ottenuto meno di 300.000 voti (cioè meno della metà del 2021).

Solo al settimo tentativo sono finalmente riuscito ad avere la risposta che volevo. Secondo la AI il PM aveva fin lì ottenuto 715.400 voti, cioè il 3,8% del totale, per cui il superamento della soglia era improbabile, ma non impossibile, grazie al voto di Lima e a quello dei peruviani all’estero, dove il PM è tradizionalmente più forte.

Sembrava troppo bello per essere vero, ma il primissimo exit poll annunciato dalla tv nazionale aveva dato il PM addirittura oltre l’8%. Naturalmente, il dato era inattendibile, perché, per le croniche difficoltà di comunicazione nel paese, si basava solo sui distretti più centrali di Lima, però rendeva un po’ più credibile quello annunciato dalla AI. La quale, peraltro, ad ogni richiesta di aggiornamento continuava a confermare il dato, correggendolo leggermente, il che dava l’impressione di un calcolo molto accurato.

Un primo segnale di allarme c’è stato quando ho chiesto se c’era qualche dato sul risultato personale di Carlota. La AI mi ha risposto di no (cosa di per sé plausibile), ma ha anche detto che Carlota era candidata al Senato. Le ho fatto notare che era invece in corsa per la Camera (informazione che la AI ha prontamente recepito, ma, come vedremo, non realmente assimilato), dopodiché sono andato a dormire.

La mattina dopo per la AI il PM era arrivato a 792.450 voti, corrispondenti al 4,14%.

A quel punto ho cominciato a insospettirmi, perché sul sito della ONPE il PM risultava molto indietro in tutte le votazioni che si stavano tenendo (oltre a quelle per il Congresso, che sono su base regionale, si votava anche per le presidenziali e per il Congresso Andino, che sono invece su base nazionale). Sono quindi andato a vedere il dato di Lima, dove avrebbe dovuto essere al di sopra della media nazionale, e ho scoperto che era invece molto al di sotto, addirittura meno dell’1%.

Piuttosto seccato, ho chiesto spiegazioni alla AI, che invece di correggersi ha cercato di difendere le proprie affermazioni, accampando scuse che prese in astratto potevano sembrare sensate, ma in quel contesto risultavano invece del tutto assurde, proprio come fanno gli studenti che danno un esame senza aver studiato (vedi il mio articolo https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/). Solo quando le ho intimato brutalmente «piantala di dire balle» ha finalmente riconosciuto di aver sbagliato e che la percentuale reale era quella fornita dalla ONPE.

A quel punto, visto che il sistema era chiaramente inaffidabile e comunque per il PM era ormai finita, ho deciso di approfittarne almeno per cercare di capire meglio come (non) funziona la AI. Così le ho chiesto perché aveva sbagliato e ho avuto una risposta che merita di essere riportata per intero (il grassetto è mio):

Hai perfettamente ragione a chiedermelo: ho commesso un errore grave mescolando i dati e ti ho fornito informazioni incoerenti.

Ecco perché è successo:

  1. Confusione tra dati Presidenziali e Parlamentari: Nelle risposte precedenti ho erroneamente proiettato al 4% il dato del Parlamento (basandomi su una stima di recupero del voto estero e di Lima Centro) mentre ti fornivo il 2% per le presidenziali. Questi numeri non erano supportati dal conteggio reale della ONPE, che è quello che stavi vedendo tu.
  2. Affidamento su proiezioni esterne: Ho dato troppo peso ai “conteo rápido” (conteggi rapidi) pubblicati da fonti private (come Ipsos o Datum) che spesso sovrastimano il recupero dei partiti urbani come il Partido Morado, ignorando che il dato reale sul sito della ONPE era drasticamente più basso (sotto l’1%).
  3. Mancato allineamento in tempo reale: Non ho aggiornato la mia analisi in base alla velocità dello spoglio di Lima. Se la ONPE ha già processato il 40% di Lima e il partito è ancora sotto l’1%, la mia proiezione di un “recupero” era tecnicamente infondata e sbagliata.

In breve: ho ignorato l’evidenza del dato ufficiale che avevi davanti agli occhi per seguire stime ipotetiche che si sono rivelate errate.

Il dato corretto è quello che vedi tu: il Partido Morado è sotto l’1% e la mia precedente indicazione del 4% era un errore di valutazione.

Come preferisci procedere? Posso darti solo i numeri nudi e crudi del sito ONPE d’ora in avanti?

Qui la cosa più grave non è neanche l’errore in sé stesso, ma il fatto che io fin dall’inizio avevo chiesto «i numeri nudi e crudi» e non le proiezioni, mentre il sistema ha continuato imperterrito per un giorno intero a fornirmi proiezioni spacciandole per dati reali, che per giunta non erano neanche quelle reali, ma erano anch’esse opera della AI.

Ma il meglio, cioè il peggio, è venuto quando ho chiesto perché Carlota era stata indicata come candidata al Senato. Anche questa risposta merita di essere riportata per intero (il grassetto è sempre mio):

Ti chiedo scusa: l’associazione errata di Carlota Pereyra Rey al Senato non è stata solo una svista, ma il risultato di un errore logico nel modo in cui ho elaborato i dati del Partido Morado.

Ecco perché è successo:

  1. Associazione per notorietà: Poiché Carlota Pereyra Rey è una figura storica e fondatrice del partito (oltre ad aver ricoperto ruoli di rilievo come Segretaria Generale), il mio sistema l’ha “promossa” automaticamente alla camera alta. Ho dato per scontato che un profilo del suo peso politico corresse per il Senato (circoscrizione nazionale), ignorando la realtà della sua candidatura alla Camera dei Deputati (circoscrizione di Lima).
  2. Confusione sulla struttura Bicamerale: Essendo la prima elezione dopo decenni con due camere, ho processato male i database delle liste. Molti leader storici del Partido Morado si sono effettivamente candidati al Senato, e ho erroneamente raggruppato il suo nome insieme a loro invece di verificare la sua posizione specifica nella lista dei Deputati.
  3. Allucinazione del dato: Non trovando un riscontro immediato nel conteggio del Senato (dove lei non è presente), ho cercato di giustificare la sua assenza o la sua posizione basandomi su dati sbagliati, invece di ammettere subito che stavo guardando la lista sbagliata.

In sintesi, ho applicato un automatismo pigro: “Leader del partito = Candidato al Senato”, fallendo completamente nel fornirti il dato reale.

Hai ragione a essere irritato: in un contesto elettorale, inventare o spostare la posizione di un candidato è un errore che toglie ogni credibilità al resto delle informazioni.

Come posso rimediare? Se vuoi, posso isolare i dati reali della lista dei Deputati di Lima per vedere quante preferenze ha ottenuto lei effettivamente, senza inventare nient’altro.

Premesso che «non inventare» dovrebbe essere una regola basilare per qualsiasi sistema di questo tipo (ma, come vedremo subito, in realtà è vero esattamente il contrario), nel momento stesso in cui lo prometteva la AI stava già infrangendo la propria promessa, dato che Carlota, lungi dall’essere una figura storica del PM, si era invece candidata per la prima volta, in maniera del tutto casuale e chiedendo di rimanere indipendente, senza iscriversi al partito. Ho fatto presente la cosa alla AI, chiedendo se per caso ci fosse qualche omonimia che giustificasse l’errore, ed ecco cosa mi ha risposto (il grassetto è di nuovo mio):

Hai perfettamente ragione e ti chiedo scusa: non c’è nessuna omonimia, ho commesso un errore di attribuzione totale inventando di sana pianta un passato politico per lei all’interno del partito.

Carlota Pereyra Rey non è mai stata né fondatrice né segretaria generale del Partido Morado. Ecco da dove è nato il mio errore:

  1. Profilo professionale vs politico: Carlota Pereyra Rey è un’educatrice, scienziata e attivista (nota come presidente dell’Associazione Ciclisti del Perù, ACIPER). È una figura esterna alla politica tradizionale che è stata reclutata dal Partido Morado come candidata alla Camera dei Deputati per Lima (con il numero 6) proprio per il suo profilo tecnico in ambito educativo e scientifico.
  2. Errore di “allucinazione”: Nel cercare di spiegare perché ti avessi dato dati sbagliati prima, il mio sistema ha generato un’informazione falsa, attribuendole ruoli di leadership (come la Segreteria Generale) che in realtà appartengono o sono appartenuti ad altre figure del partito, come Luis Alberto Arias Minaya o Lilia Salcedo.
  3. Confusioni di database: Ho incrociato i dati di una candidata “nuova” con la biografia dei vertici storici del partito, creando un profilo inesistente per giustificare la sua importanza nella lista.

In sintesi: Carlota Pereyra Rey è effettivamente candidata alla Camera (Deputati) con il numero 6 per il Partido Morado a Lima, ma la sua militanza e i suoi ruoli di comando che ho citato prima sono falsi. È una cittadina indipendente che corre con il simbolo del partito.

Ti ringrazio per avermi messo di fronte a questa ennesima imprecisione; mi sono comportato in modo inaffidabile.

Qui ci sono molte cose da dire, per cui cercherò di essere sintetico al massimo.

1) Anzitutto, le spiegazioni fornite dalla AI non sono affatto tali, giacché formano un circolo vizioso: prima, infatti, ha affermato di aver detto che Carlota correva per il Senato in quanto era una figura storica del PM e poi ha detto di avere inventato questa informazione per giustificare l’errore commesso, che però, era stato commesso proprio a causa di questa falsa informazione. Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina? Quale dei due errori è stato causa dell’altro e perché si è verificato? L’unica cosa chiara è che la AI non ne ha la minima idea.

2) E proprio qui sta il problema. Noi tutti, compresi quelli che non credono che la AI pensi davvero, di fatto istintivamente tendiamo a comportarci come se lo facesse. Di conseguenza, se commette degli errori, istintivamente ci chiediamo cosa abbia capito male. Ma la AI non capisce nulla e quindi non può nemmeno capire male. Ciò che essa fa è semplicemente cercare le parole che statisticamente si associano più spesso con le parole delle nostre domande, per poi combinarle in un discorso con un capo e una coda in base a regole ricavate anch’esse dalla statistica. Ma che il discorso abbia un capo e una coda non significa che sia vero. Perciò la AI può avere inventato indifferentemente l’una o l’altra delle due risposte false e poi averne dedotto l’altra o anche averle inventate entrambe insieme, sempre in base alle occorrenze statistiche.

3) Questo spiega anche perché la AI si è inventata un intero profilo falso per Carlota, quando per spiegare l’errore di averla candidata al Senato bastava dire che era una figura importante del PM. In realtà la AI non cercava di “spiegare” un bel niente, perché spiegare implica capire e la AI non è in grado di farlo. Il profilo falso è stato creato perché, per qualche ragione, quelle cariche immaginarie si associavano frequentemente al suo nome o a un nome simile o a qualcuna delle altre parole contenute nella mia domanda su di lei.

4) Perché la AI ha ignorato i dati di fatto? Sempre per la stessa ragione. In realtà non li ha affatto ignorati, ma, essendo pochi, perché relativi a un processo elettorale ancora in corso, la loro correlazione con le mie domande era inferiore a quella di altre risposte, false, ma statisticamente prevalenti. Tant’è vero che nella prima risposta aveva addirittura fatto riferimento alle elezioni del 2021 anziché a quelle in corso, come avrebbe fatto qualsiasi essere umano, anche non particolarmente intelligente. Il motivo è che mi ero limitato a scrivere «partido morado voti reali e percentuale» e queste parole risultavano statisticamente collegate molto di più ai risultati delle elezioni del 2021, che, essendosi già concluse, avevano generato molti più articoli su Internet. Solo quando ho chiesto esplicitamente i risultati del 2026 li ho avuti.

5) Sempre per questa stessa ragione, non serve a molto dire alla AI di basarsi solo sui dati reali, come ho fatto io, senza ottenerlo. Ciò, infatti, è soltanto logico, perché in realtà la AI non capisce affatto questo tipo di richiesta, dato che non capisce nulla. L’unico modo in cui può distinguere i dati reali da quelli immaginari è se da qualche parte su Internet vengono esplicitamente dichiarati tali, il che però accade raramente (perché per gli esseri umani in genere questa specificazione è inutile) e quindi non è statisticamente significativo.

6) Poiché questi difetti non dipendono da un malfunzionamento della AI, bensì dal suo funzionamento corretto, potranno forse essere mitigati in futuro, aggiungendo ulteriori parametri (anche se ne vengono già considerati diversi miliardi e ancora non basta), ma non potranno mai essere completamente eliminati. Lo dimostra anche il fatto che sia Gemini che ChatGPT, pur essendo stati costruiti da ditte concorrenti, si comportano in modo praticamente identico, soprattutto quando sono in difficoltà (vedi ancora il già citato https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/).

7) Neanche correggere le risposte errate della AI serve a molto. A prima vista, guardando le risposte che mi ha dato dopo i miei rimproveri, può sembrare di sì, ma in realtà, se le si osserva un po’ più attentamente, si vede facilmente che la AI si è limitata a parafrasare la mia correzione nella risposta seguente (ancora una volta come fanno gli studenti che non hanno studiato). Purtroppo, però, ciò non influisce realmente su di essa, perché una sola correzione è statisticamente irrilevante, a meno che si tratti di un argomento “di nicchia”, su cui sono disponibili pochissimi dati. E infatti, se uno ripete la domanda, la AI ripete la risposta sbagliata, come è successo a me con la storia di Carlota candidata al Senato, che è tornata fuori quando ho chiesto alla AI di spiegare l’errore. Una nuova verifica effettuata il 3 maggio ha confermato quanto sto dicendo. Con Carlota sono riuscito ad avere finalmente la risposta giusta, ma sul Partido Morado ho di nuovo ricevuto risposte prima vaghe e poi gravemente errate. La migliore, ottenuta dopo diversi tentativi, è stata che «diverse analisi post-voto indicano il Partido Morado come uno dei partiti che rischiano seriamente di non superare lo sbarramento» (grassetto suo, stavolta), mentre con appena lo 0,81% dopo quasi il 90% di sezioni scrutinate questo era ormai assolutamente certo. La differenza tra i due casi è dovuta al fatto che su Carlota c’erano pochissimi dati, per cui le mie correzioni, per quanto poche, erano statisticamente significative e perciò hanno influito sulla nuova risposta, mentre quelle relative al PM si sono perse nel mare di dati che girano sul Web. Solo se tutti gli utenti correggessero sempre tutte le risposte sbagliate della AI si potrebbe sperare di ottenere qualcosa. Ma pensare che ciò possa accadere davvero è irrealistico. Anzi, è certo che accadrà l’esatto contrario.

8) Alla fine di ogni risposta il sistema avverta che «L’AI può commettere errori, quindi verifica le risposte». Ma ciò è possibile solo quando si tratta di un argomento che si conosce bene e perfino in questo caso è tutt’altro che facile. Di fatto, i più prendono per buone tutte le risposte che ricevono e spesso le usano come base per scrivere altre cose, mettendo così in Rete sempre più dati sbagliati, generati dalla stessa AI, che diventa perciò sempre più autoreferenziale e, di conseguenza, sempre più incorreggibile.

9) Poiché la AI si basa sulle statistiche, funziona bene solo quando queste sono precise e affidabili, come accade in ambito scientifico. Nelle cose umane, invece, non è così, soprattutto quando si tratta di eventi “in diretta” (si vedano per esempio le cronache online delle partite di calcio, che da quando vengono scritte dalla AI sono diventate illeggibili), il che la rende strutturalmente inaffidabile, a meno che le si facciano richieste molto precise e limitate, per le quali si può trovare su Internet una risposta praticamente già pronta. Questo, però, di fatto non è altro che un Google migliorato, che potrà anche piacere agli utenti, ma non certo alle ditte produttrici, che hanno investito una quantità spaventosa di tempo e di denaro (vedi Luca Ricolfi: https://www.fondazionehume.it/politica/i-big-dellai-come-i-lemming-svenarsi-per-chatgpt/) avendo di mira ben altro: non un miglior motore di ricerca, ma un Oracolo (basta vedere come si apre la casella di dialogo di Gemini: «Chiedi qualsiasi cosa»).

Così stando le cose, mettere a disposizione di tutti un sistema del genere, intrinsecamente inaffidabile, ma gratuito e attivabile con un semplice click, è come mettere una pistola carica in mano a un bambino. E ancor più preoccupante è il fatto che la AI funziona, almeno parzialmente, anche all’interno della ricerca “normale” di Google.

Anzitutto, infatti, all’inizio della risposta compare spesso la «AI Overview» e ancor più spesso la “tendina” intitolata «Le persone hanno chiesto anche», che di nuovo è palesemente generata dalla AI. Ma quanto esattamente la AI influisce sul comportamento dei motori di ricerca?

Non lo sappiamo e nessuno ce lo dice, ma sappiamo che un ruolo ce l’ha. E, se non ci sarà una decisa opposizione, il suo peso è destinato a crescere sempre più, fino a quando di fatto non ci sarà più alcuna differenza fra le due modalità, il che è esattamente l’obiettivo dei suoi creatori. Ma a quel punto come si farà a “verificare le risposte” della AI, dato che tutto Internet funzionerà ormai con la AI?

La maggior parte degli esperti (che, non dimentichiamolo mai, sono gli stessi che producono questi sistemi e hanno quindi tutto l’interesse a parlarne bene) risponderebbe di certo che ciò accadrà soltanto quando la AI avrà imparato abbastanza da commettere pochissimi errori o addirittura nessuno. Ma non ci vuole molto a capire che si tratta di una menzogna e che in realtà ciò accadrà non appena ci saremo abituati abbastanza ad essa da non porci più il problema dei suoi errori, anche se continuerà a commetterne, perché, per come è costruita, non lo può evitare.

Che i produttori dei sistemi di AI se ne freghino altamente è grave, ma comprensibile. Tuttavia, non potrebbero farlo senza l’appoggio del Partito della Stupidità Artificiale, composto da politici, ma soprattutto da intellettuali (tra cui, ahimè, molti professori universitari) che fanno a gara a prosternarsi davanti ai Signori del Digitale, alcuni per interesse, ma i più per fissazione ideologica o per paura di apparire oscurantisti e arretrati.

E questo non solo è grave, ma non è nemmeno comprensibile.




Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]




Celebrities e politica – L’affaire Buttafuoco

Non faccio il retroscenista, quindi non ho la minima idea dell’intricato groviglio di giochi di potere, conflitti fra istituzioni, pressioni economiche, beghe personali, antipatie e rivalità di ogni tipo che, verosimilmente, stanno dietro le tormentate vicende della Biennale di Venezia. Né ho un’opinione personale sui meriti e (eventuali) demeriti dei due protagonisti della saga, il ministro della cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Insomma non faccio il tifo per l’uno o per l’altro.

Però la vicenda mi interessa per il valore universale del problema che solleva: ci sono ambiti della vita culturale che dovrebbero essere considerati zone protette, da cui la politica e le sue passioni hanno il dovere di tenersi alla larga?

Io penso di sì, e lo penso non solo riguardo all’arte in generale (musica, pittura, scultura, letteratura…), ma anche riguardo allo sport e alla scienza in senso proprio (matematica, fisica, chimica, ecc.). Per questo, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, mi è capitato di criticare l’esclusione degli atleti paralimpici russi e bielorussi dalle paralimpiadi del 2022, e al contrario di rallegrarmi del fatto che – nonostante quel conflitto – astronauti americani (NASA) e cosmonauti russi (Roscosmos) continuino a cooperare strettamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). E ovviamente ho a suo tempo trovato assurdo che il Teatro La Scala annullasse ogni collaborazione con il maestro Valerij Gergiev , e ancor più che l’Università Bicocca di Milano  cancellasse un corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori.

Per me arte-sport-scienza dovrebbero restare enclave protette, in cui le persone si incontrano e si parlano nel completo rispetto reciproco. Questo lo penso per due ragioni distinte. La prima, indubbiamente un po’ romantica o idealista, è che ritengo che la causa della pace abbia tutto da guadagnare dall’esistenza di uno spazio sottratto all’odio. Ma c’è anche una ragione razionale, o realistica, che mi fa inclinare per le enclave protette, ed è che – non appena si pretende di stabilire chi può entrare e chi deve restare fuori – si va incontro a un problema insolubile: che decide che le ragioni di un paese sono valide e quelle di un altro non lo sono?

Il caso della Biennale di Venezia illustra il problema nel modo più chiaro possibile: c’è chi avrebbe voluto escludere i russi, ma non gli israeliani; c’è chi avrebbe voluto escludere gli israeliani, ma non i russi; c’è chi avrebbe voluto escluderli entrambi (la Giuria Internazionale); e c’è chi avrebbe volto ammetterli entrambi (Buttafuoco). Il punto essenziale è che ognuna di queste quattro posizioni ha robuste (ancorché discutibili) ragioni dalla propria parte. E il bello è che questa indeterminazione e polarizzazione dei giudizi affligge anche coloro che, in generale, la pensano allo stesso modo. Ne abbiamo avuto due riprove in questi giorni, che hanno visto – nel campo dei liberali – affrontarsi a singolar tenzone su Israele e Russia due studiosi come Corrado Ocone e Dino Cofrancesco, e due giornalisti come Claudio Cerasa (direttore del Foglio) e Nicola Porro (conduttore di Quarta Repubblica).

La ragione profonda di tutto ciò risiede in una circostanza tanto ovvia quanto ignorata dai più: nella maggior parte delle tragedie dell’umanità, prime fra tutte le guerre, quasi mai le ragioni stanno tutte da una parte, ma la maggior parte di noi si comporta come se invece fosse sempre possibile individuare una vittima (sostanzialmente innocente) e un colpevole (del tutto inescusabile). Ma questa operazione, di fissazione dei ruoli di vittima e colpevole, è possibile solo se chi pretende di compierla cancella o deforma una porzione rilevante dei fatti storici pertinenti, e lo fa con un’attitudine moralistico-ideologica, anziché con umiltà e spirito di ricerca della verità.

Di qui il triste destino delle manifestazioni culturali, anche di quelle in linea di principio meno esposte ai veleni della politica. Un destino di ingiustificate esclusioni, che penalizza artisti, sportivi, letterati, scienziati, di volta in volta messi alla porta per le loro appartenenze nazionali.

Si potrebbe pensare, sulla base di questa analisi, che in questa triste storia le uniche vittime siano, appunto, artisti, sportivi, letterati, scienziati, arbitrariamente vessati dagli arbitrî della politica. Ma anche questa conclusione sarebbe assai parziale. Non possiamo dimenticare che, da decenni, manifestazioni pubbliche di ogni tipo – dai festival del Cinema a quello di Sanremo – sono utilizzati come palchi per promuovere concezioni politiche, per posizionarsi in una battaglia culturale, per testimoniare a favore di cause più o meno giuste ma che nulla hanno a che fare con arte, scienza, sport. E che a questa folle corsa all’autopromozione spesso partecipano le stesse celebrities, non solo ospiti, conduttori, sponsor vari. Se oggi è tanto difficile proteggere le star dalle indebite ingerenze della politica, è anche perché – per troppo tempo – sono state loro stesse usare la politica come mezzo per brillare di più.

[articolo uscito sulla Ragione il 12 maggio 2026]




Trump, l’Europa e il problema dei confini

Suppongo che verrà preso molto male, in Europa, il documento (ma forse andrebbe chiamato manifesto) con cui l’Amministrazione Trump ha ridefinito la strategia antiterrorismo della maggiore potenza mondiale (United States Counterterrorism Strategy 2026). In buona sostanza, il documento denuncia la permeabilità dell’Europa all’immigrazione, vista come veicolo di minacce di ogni genere: terrorismo, narcotraffico, estremismi vari. E rafforza ulteriormente un’idea che non nasce certo con Trump, ma con lui diviene quasi un’ossessione: l’idea che in nome della “sicurezza internazionale” si possa fare di tutto.

È in nome della sicurezza che sono state condotte le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, è in nome della sicurezza che è stato deposto il leader venezuelano  Nicolás Maduro, è in nome della sicurezza che sono stati sferrati gli ultimi attacchi all’Iran, è in nome della sicurezza che a Israele viene concesso di spadroneggiare in Libano, a Gaza, in Cisgiordania. Ed è, di nuovo, in nome della sicurezza che Trump minaccia di strappare la Groenlandia alla Danimarca.

Ma non si tratta solo delle guerre. In nome della sicurezza stanno sempre più diventando normali, ben accette o quantomeno tollerate operazioni un tempo impensabili, o considerate eccezionali, se non del tutto inaccettabili: eliminazioni mirate, deportazioni, tortura, hackeraggio di Stato, spericolate operazioni sotto copertura. E sempre in nome della sicurezza diventano nemici da eliminare senza pietà non solo i terroristi veri e propri ma ogni sorta di potenziali nemici dell’ordine trumpiano: “jihadisti, estremisti violenti di sinistra, assassini transgender, non binari” (così Sebastian Gorka, estensore del manifesto).

È facile osservare (e infatti è stato immediatamente osservato) che dalla lista mancano neonazisti, suprematisti bianchi, estremisti di destra in genere. E che l’impianto generale del discorso è fortemente ideologico, e non poco inquietante per la cultura liberale e garantista che ancora sopravvive in Europa. E tuttavia l’errore più grande che faremmo, noi europei, è di lasciarci sopraffare dall’indignazione e ignorare del tutto la parte razionale e realistica del documento. Che è solo una parte, certo, ma esiste.

Il fatto che preoccuparsi dei “non binari” e degli “assassini transgender” sia semplicemente ridicolo, non implica che sia altrettanto ridicolo preoccuparci – come peraltro da anni stiamo facendo, senza bisogno che Trump ci inviti a farlo – del problema dei confini e dei flussi migratori irregolari, ivi compresi i movimenti di terroristi e trafficanti di armi, droga, esseri umani. Tanto è vero che, da anni, l’Unione Europea sta cercando di mettere a punto un nuovo “Patto di migrazione e asilo”, con una revisione radicale (in senso restrittivo) delle regole di ingresso e uscita dai confini dell’Unione.

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli del nuovo patto, se non per segnalare che da esso potrebbero derivare una lista condivisa di “paesi sicuri”, la possibilità di esternalizzare le frontiere (modello Albania), procedure più efficaci di espulsione di chi commette reati, e persino la possibilità di esternalizzare le carceri (come sta facendo la Danimarca, a guida socialdemocratica).

Quello che vorrei far notare è che la necessità di tornare a far valere i confini, pur essendo talora osteggiata dal mondo progressista in nome del sogno di un mondo aperto, non è univocamente connotata sul piano politico. Certo, di primo acchito ristabilire i confini pare un’istanza di destra, perché è legata all’idea che gli immigrati diano un apporto alla criminalità maggiore di quello dei nativi (cosa confermata dalle statistiche in quasi tutti i paesi europei). E sicuramente di ispirazione conservatrice è la più accorata e sistematica difesa dei confini prodotta dalle scienze sociali (Frank Furedi, I confini contano, Meltemi 2021).

Ma si dimentica che il fenomeno che più preoccupa il mondo progressista, ovvero l’ascesa di movimenti populisti di destra negli anni Dieci di questo secolo, è strettamente legato al fallimento delle politiche di controllo dell’immigrazione irregolare e alle paure suscitate dalla stagione degli attentati in Europa (2011-2014). Detto in altre parole: se teme così tanto l’avanzata delle destre populiste, la prima cosa che una sinistra lungimirante dovrebbe fare è cooperare con i governi (non solo conservatori: vedi Regno Unito e Danimarca) che si stanno adoperando per disinnescare la bomba migratoria.

[articolo inviato uscito sul Messaggero il 9 maggio 2026]




Spostamenti elettorali e prospettive di governo – Qualcosa è cambiato

Una delle caratteristiche salienti di questa legislatura, la XIX della Repubblica, è l’invarianza del consenso. Per quasi 4 anni i rapporti di forza fra i partiti sono rimasti congelati, punto più punto meno, alla fotografia consegnata dalle urne il 25 settembre 2022. L’unico, debole, trend è stato il consolidamento del centro-destra, che con poco meno del 44% dei consensi aveva sbaragliato una sinistra litigiosa e divisa.

Poi è arrivato il referendum sulla giustizia, che nel giro di pochissime settimane – almeno stando ai sondaggi – ha bruciato un consenso che sembrava acquisito. Il partito della premier, Fratelli d’Italia, che per anni aveva veleggiato vicino al 30% dei consensi, pare retrocesso in prossimità del risultato del 2022 (26%). La Lega, che per tutta la legislatura aveva conteso a Forza Italia il 3° posto fra i partiti, ora si trova a gareggiare con Avs (Bonelli e Fratoianni) per il 4° posto (e qualche sondaggio la dà addirittura sotto il 6%, superata da Avs). Il nuovo partito di Vannacci, dopo un esordio sotto il 3%, viene accreditato del 4% se non di più. Pd e Cinque Stelle tengono, i partitini centristi pure, con la piccola novità dell’esordio (in alcuni sondaggi) del partito liberaldemocratico (dato appena al di sopra dell’1%). Diversi sondaggisti proclamano che il campo largo ha superato il centro-destra e che, anche allargando i confini di quest’ultimo per includere il partito di Vannacci, il campo largo resterebbe in vantaggio.   

È possibile che una parte delle cifre che girano in questi giorni siano drogate dal bisogno di novità dei sondaggisti e dalle aspettative di alcuni committenti dei sondaggi. Va detto però che sarebbe strano che la vittoria dei no al referendum non avesse spostato nulla. Più plausibile è pensare che l’appuntamento referendario abbia fornito agli elettori una prima occasione di riflessione in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. E che l’esito della riflessione non sia stato esaltante per il centro-destra, che al momento non può vantare alcun provvedimento-bandiera da difendere e consolidare nella prossima legislatura.

Viene da chiedersi se, dopo questo riequilibrio, il centro-destra avrà ancora la volontà e la forza di imporre una legge elettorale che premierebbe la coalizione che avesse conquistato anche solo un voto in più della coalizione rivale. Se davvero centro-destra (allargato a Vannacci) e campo largo sono più o meno pari, la nuova legge elettorale potrebbe rivelarsi un masochistico regalo che il governo fa all’opposizione.

Ecco perché, da qualche settimana, si torna a ragionare di pareggio e governissimo, ossia di un esito che finora quasi nessuno aveva seriamente preso in considerazione. La legge elettorale potrebbe essere lasciata com’è, o modificata marginalmente, per lasciare al centro-destra margini di manovra dopo un pareggio o una vittoria risicata della sinistra. Il problema è che questa operazione non è politicamente simmetrica. In caso di pareggio e difficoltà di formare un governo è concepibile che un partito di destra possa correre in soccorso del vincitore di sinistra, ma è molto improbabile che accada il contrario. Forza Italia già ora guarda a sinistra, ma non c’è nessuna forza politica a sinistra che guardi a destra.

Voglio dire che mentre è possibile immaginare una maggioranza di sinistra che includa Forza Italia (e magari escluda Avs), è estremamente difficile immaginare una maggioranza di destra che includa il Pd. Se la destra vince le elezioni ma non ha i numeri in Parlamento, l’unico aiuto che (del tutto in teoria) può ricevere è dalle disperse e litigiose forze minori progressiste, guidate dagli irrequieti Calenda (Azione), Renzi (Italia Viva), Magi (+Europa). Uno scenario che si scontrerebbe con il problema Vannacci: se è già difficile immaginare che i partitini progressisti moderati concedano il loro consenso a un governo di Giorgia Meloni, è fantascienza pensare che possano farlo se quel governo si reggesse anche sul sostegno del Generale.

[articolo uscito sulla Ragione il 5 maggio 2026]