Verso le elezioni – Avremo quattro poli?

Questa, sul piano delle intenzioni di voto, è stata una legislatura piuttosto stabile. Al momento delle elezioni politiche (settembre 2022) i quattro partiti di governo raccolsero un po’ meno del 44% dei consensi, ma nei mesi successivi lo incrementarono sensibilmente, portandosi intorno al 48%. Questa percentuale è rimasta piuttosto stabile, e in qualche momento è anche arrivata a sfiorare il 50%. Per contro, l’insieme dei partiti del Campo largo, pur con qualche oscillazione, è quasi sempre rimasto vicino al 43-44%, dunque parecchi punti sotto la percentuale dei partiti di governo.

Con l’ingresso sulla scena politica del partito di Vannacci (Futuro Nazionale), avvenuto a febbraio di quest’anno, la situazione si è progressivamente modificata. Settimana dopo settimana, Futuro Nazionale ha conquistato consensi, erodendo progressivamente quelli dei partiti di governo, fino a portarli in prossimità del 42%, un po’ al di sotto del livello conquistato alle elezioni Politiche di 4 anni fa. E tuttavia, fino a poco tempo fa, la somma dei consensi ai partiti di centro-destra, incluso Vanacci, è rimasta vicina al 48-49%, ben al di sopra del consenso raccolto dal Campo largo. Ancora alla fine di luglio, un sondaggio di Demopolis assegnava al Centro destra allargato addirittura il 50% dei consensi (43 ai partiti di governo, 7% a Futuro Nazionale), contro il 45% scarso del Campo largo.

Ora però alcuni sondaggi gettano un po’ di scompiglio nelle acque stagnanti degli orientamenti elettorali, introducendo le prime vere novità dopo le elezioni del 2022. Prima novità: non tutti i sondaggi danno Fratelli d’Italia – il partito di Giorgia Meloni – sensibilmente al di sopra della percentuale (26%) conquistata alle elezioni politiche. Alcuni sondaggi lo danno addirittura sotto il 26%.

Seconda novità, di pochissimi  giorni fa: un sondaggio di YouTrend, pur dando il partito di Giorgia Meloni ancora al di sopra del 26%, assegna ai 4 partiti di governo (quindi escluso Futuro Nazionale) un consenso di appena il 38.9%, largamente inferiore al consenso ottenuto alle elezioni politiche, e a maggior ragione inferiore al consenso mantenuto fin qui in tutta la Legislatura. Terza novità, forse la più importante: per la prima volta da quando Vannacci ha fondato il suo partito, la somma dei consensi al centro-destra esteso a Vannacci (46.8%) scende al di sotto del 47%, non  troppo lontana dai consensi attualmente raccolti dal Campo largo (44.6%). Il che vuol dire che, contrariamente a quanto molti ritenevano fino a qualche giorno fa, il centro-destra rischia di perdere le prossime elezioni politiche anche se ingloba il partito di Vannacci.

Ma c’è anche un’altra piccola (o forse grande) novità che emerge dall’ultimo sondaggio di YouTrend. Contrariamente a quel che spesso accade nei sondaggi, fra le alternative di voto sono state incluse anche due formazioni nuove, entrambe di orientamento liberale: il Partito Liberaldemocratico (1.3%) e Ora! (1.1%).

È abbastanza probabile che entrambe si alleino con Azione, il partito di Carlo Calenda, ritornato, per la prima volta da parecchio tempo, in prossimità del 4% dei consensi (3.9%).

Ciò significa che questa area di centro liberale attualmente attira circa il 6.3% dei consensi, presumibilmente destinati a crescere un po’ quando, con l’approssimarsi delle elezioni, aumenterà la visibilità delle formazioni più nuove.  Non è pochissimo se si considera che la forza politica più affine – Italia viva – ne è esclusa, e che se la conteggiassimo il Centro varrebbe l’8.7% dei consensi, ossia un po’ di più di quanti (il 7.8%) a suo tempo ne aveva raccolti il Terzo Polo di Calenda e Renzi.

Se questi sono i numeri, non si può escludere che, alla fine, ad affrontarsi alle elezioni politiche i poli finiscano per essere quattro: centro-destra, Campo largo, Futuro nazionale, Centristi. Con un possibile esito, aborrito dalla destra, auspicato dai Centristi, non inviso alla sinistra: la formazione di un governo di più o meno larghe intese, che include i centristi ed esclude le forze più anti-europee.

[articolo uscito sul Messaggero il 7 settembre 2026]




A proposito di woke e follemente corretto – La mossa di Conte

Sul politicamente corretto e la cosiddetta “cultura woke” Giuseppe Conte, in un recente articolo su Repubblica, ha detto delle tardive, incomplete verità. Che la religione del politicamente corretto non possa essere il centro del programma del Campo largo, o che vi siano stati eccessi e follie è un’ovvietà. Lo sa perfettamente anche Elly Schlein. E lo ripetono da almeno dieci anni le persone libere e pensanti, di destra o di sinistra che siano.

Se non a tutti è sembrata una ovvietà è perché, negli ultimi 15 anni, ossia da quando il politicamente corretto (PC) è degenerato in follemente corretto (FC), mai l’establishment progressista italiano aveva trovato il coraggio di riconoscere gli enormi danni che il FC aveva inflitto al Paese e alla sinistra stessa. Ed è mortificante che, per svegliarsi, la sinistra – che ora finalmente si interroga sul FC – abbia dovuto attendere un segnale da oltreoceano, ovvero l’intervista televisiva (peraltro assai cauta e problematica) di Alexandria Ocasio Cortez. E dire che di segnali dall’America ve ne erano stati anche in precedenza, compreso l’avvertimento di Hillary Clinton sul rischio che l’ossessione per i temi transgender aprisse, per la seconda volta, la strada della Casa Bianca a Donald Trump (era il 2022, e forse si poteva ancora fermare Trump).

Ma perché Conte ha scelto di gettare quel sasso nello stagno del Campo largo?

Una ragione banale, e in un certo senso “altruistica”, è di allargare i consensi della coalizione di sinistra, togliendole la zavorra che da molti anni la appesantisce. Il primato dei temi gender e le campagne sul linguaggio inclusivo, infatti, hanno tolto alla sinistra più consensi (dei ceti popolari) di quanti ne hanno portati (dai “ceti medi riflessivi”). Da questo punto di vista gli alleati dovrebbero ringraziarlo, anziché arroccarsi a difesa dei dogmi del politicamente corretto.

Accanto a questa faccia altruistica, vi è naturalmente anche quella egoistica: Conte spera che i nuovi consensi, e magari anche parte di quelli che andavano a Pd e Avs,  si indirizzino verso il Movimento Cinquestelle. E ovviamente spera che questa mossa anti-woke lo rafforzi nel duello con Schlein per la leadership del Campo largo.

Il lato più significativo dell’intervento di Conte, tuttavia, non sta nel poco (e generico) che dice, ma nel molto che non dice. È alquanto significativo che, pur parlando diffusamente di disuguaglianze, fasce deboli, razzismo, discriminazioni, identità e minoranze, ben si guardi dal toccare i temi scottanti dell’immigrazione e della criminalità. E dire che avrebbe tutti i titoli per farlo: il passato dei Cinque Stelle, l’esperienza del primo governo Conte, i recenti rapporti con Sahra Wagenknecht (leader della BSW e paladina dei rimpatri),  sono costellati di atti e dichiarazioni che, in materia di immigrazione e sicurezza, non sono certo allineate ai dogmi del politicamente corretto.

Di qui la domanda: la critica di Conte alle follie woke ignora il problema migratorio perché i Cinquestelle sono diventati più politicamente corretti di un tempo (ricordate i “taxi del mare” di Di Maio?). O lo ignora per non approfondire la frattura con il Pd di Elly Schlein? O invece lo ignora perché Conte ci sta preparando una seconda puntata, in cui sarà lui a toccare il tema incandescente dell’immigrazione?

In quest’ultimo caso potremmo vederne delle belle. Perché, è vero che – se vuole vincere le elezioni – la sinistra qualcosa di concreto sull’immigrazione dovrà pur dirlo. Ma è altrettanto vero che questo qualcosa potrebbe risultare molto divisivo, specie ove fosse Conte, unilateralmente, a fare la prima mossa. Perché un conto è una svolta realista su sicurezza e immigrazione che matura entro un dibattito largo e paritario, un conto è uno strappo messo in atto da una forza politica contro o in concorrenza con le altre.

Staremo a vedere. Resta il fatto che la critica alle follie del politicamente corretto, così come formulata da Conte nel suo intervento, non tocca nessuno dei nodi cruciali: libertà di espressione, rapporti con l’Islam, conflitto fra femministe e minoranze sessuali, politiche di inclusione escludenti, abusi dei codici etici, diritti e doveri dei migranti, principi costituzionali messi a repentaglio (tema centrale del libro Il pensiero conforme, della costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni).

Conte ha fatto benissimo a scuotere la sinistra dal suo torpore. Ma il lavoro vero, di riflessione, revisione e ricostruzione, è ancora tutto da fare.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 agosto 2026]




A proposito dei “dublinanti” – Una corsa contro il tempo

Che sulla questione migranti le forze politiche facciano il loro gioco, e lo facciano spudoratamente, rientra nell’ordine delle cose. Tanto più se, come accade oggi in diversi paesi europei, ci sono elezioni in vista.

Ma come osservatori e studiosi dovremmo avere un altro genere di priorità: provare a capire che cosa sta succedendo. Più esattamente: che cosa cambia con il nuovo regolamento per la gestione dei migranti varato dall’Europa due anni fa e entrato in vigore nel giugno scorso. Un regolamento che il governo difende a spada tratta in quanto più severo rispetto al regolamento precedente (Dublino III), e l’opposizione respinge in quanto “non tutela abbastanza i Paesi di primo approdo, è pericoloso sui diritti umani e non scommette su canali d’ingresso legali”.

Dunque, andando al punto: che cosa cambia?

La prima cosa che salta agli occhi è che il nuovo regolamento è illeggibile per una persona normale, in quanto zeppo di rimandi a norme e regolamenti precedenti, che ne impediscono una lettura organica. In breve: manca un Testo Unico sul problema migratorio. La seconda cosa che salta agli occhi è che diversi meccanismi (a partire da quelli di solidarietà, che dovrebbero favorire l’Italia) non sono automatici e regolati da norme univoche, ma comportano passaggi politici e amministrativi dagli esisti incerti. Colpisce, in particolare, che la solidarietà (che dovrebbe alleggerire il fardello di Italia-Grecia-Spagna) non sia automatica, mente l’obbligo di riprendersi i migranti sbarcati in Italia ma trasferitisi all’estero, quando scatta, è tassativo.

Per quel che sono riuscito a capire, funziona così: il migrante che dall’Italia è passato in Germania (o in altro paese Ue), per un certo numero di mesi (12 con il vecchio regolamento, 20 con quello nuovo) resta in carico all’Italia (paese di primo ingresso) anche se si trova in Germania, ma trascorso quel numero di mesi  senza che la Germania lo ritrasferisca in Italia passa automaticamente in carico alla Germania stessa. Di qui una doppia corsa contro il tempo: l’Italia ha interesse che il migrante resti in Germania oltre la data spartiacque che obbligherà la Germania a occuparsene, la Germania – al contrario – ha interesse a trasferire i migranti in Italia prima della data spartiacque, perché se non lo fa il migrante passa in carico alla Germania stessa. È questa, per inciso, la vera ragione per cui tanti paesi stanno chiedendo all’Italia di riprendersi i migranti che risiedono sul loro territorio: crisi di Ceuta e chiusura di Schengen con la Spagna non c’entrano nulla, tanto è vero che la Spagna non è fra i paesi che ci chiedono di riprendere i “nostri” migranti.

Il vero problema, per l’Italia, è che – con le nuove regole, e in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia UE (5 marzo 2026) – non potrà più dire di no, come invece l’attuale governo era riuscito a fare fin qui, quasi azzerando il numero di “dublinanti” restituiti all’Italia.

Naturalmente resta vero che molte novità, come la lista dei paesi sicuri, le procedure accelerate di frontiera, gli “hub di rimpatrio” fuori della Ue, sono – almeno sulla carta – un passo avanti rispetto al passato. Ma restano alcuni dubbi di fondo.

Il primo:  la macchina amministrativa che dovrà gestire le “procedure accelerate di frontiera” sarà in grado di accorciare i tempi di esame delle domande stesse?

Il secondo: la magistratura continuerà a rendere praticamente impossibile l’utilizzo dei centri per migranti costruiti in Albania?

Infine, il dubbio dei dubbi: siamo sicuri che quello che preoccupa l’opinione pubblica sia la presenza di troppi migranti irregolari, e non piuttosto l’impossibilità (pratica e giuridica) di rispedirli al loro paese quando commettono reati?

Giusto per dare alcuni ordini di grandezza: gli stranieri rimpatriati per la loro pericolosità sono meno di 100 l’anno, gli stranieri effettivamente espulsi sono dell’ordine di qualche migliaio, ma gli stranieri arrestati per aver commesso reati sono nell’ordine delle centinaia di migliaia l’anno. Come dire che lo straniero che commette uno o più reati ha oltre il 99% di probabilità di restare nel nostro paese.

Su questo il nuovo patto di emigrazione e asilo tace, perché il problema è demandato a un apposito regolamento, già approvato (il 17 giugno 2026) ma non ancora entrato in vigore. Credo che sarà soprattutto su quest’ultimo che vi sarà materia su cui riflettere.

[articolo uscito sul Messaggero il 24 agosto 2026]




A proposito della nuova legge elettorale – Il miraggio della stabilità

Fra meno di un mese riprende, al Senato, la discussione sulla nuova legge elettorale, che introduce una importante novità: il premio di maggioranza per la coalizione vincente. Un premio abbastanza cospicuo da assicurare una maggioranza in entrambi i rami del parlamento, ma che scatta solo se la coalizione vincente raggiunge la soglia del 42% in entrambi i rami del parlamento.

La ratio della nuova legge – non a caso battezzata “Stabilicum” – è chiara, ed è stata ben esplicitata da diversi esponenti della maggioranza: la cosa più importante non è chi vince, ma che – in Parlamento – il vincitore abbia i numeri per formare un governo stabile. L’alternativa da evitare non è che vincano “gli altri”, ma che non vinca nessuno, e nascano governi pasticciati e instabili, sottoposti ai ricatti di chiunque risulti decisivo per assicurare la maggioranza dei seggi in parlamento. In breve: la nuova legge nasce per evitare la palude, i governi tecnici, le larghe intese, eccetera.

Apparentemente, il ragionamento non fa una grinza. Ci sono due però grandi come una casa, tuttavia. Il primo è che la legge è scritta in modo tale da rendere particolarmente difficile il raggiungimento della soglia del 42%. Nel conteggio dei voti che concorrono al raggiungimento della soglia, infatti, sono escluse tutte le forze politiche che non superano lo sbarramento del 3%, eccetto la prima sotto-soglia. Allo stato attuale, ad esempio, sono a rischio di restare sotto-soglia Italia Viva, +Europa, Noi Moderati. E lo sarebbero pure Azione e il Partito Liberaldemocratico, ove decidessero di coalizzarsi con uno dei due schieramenti. Insomma: in ciascuna delle due coalizioni maggiori, c’è un solo posto per i piccolini.

Questo non è un problema per il centro-destra, sia che includa Vannacci, sia che lo escluda (solo Noi Moderati andrebbe sotto il 3%, e si salverebbe in quanto primo piccolino sotto-soglia).  Ma è un enorme problema (o una succulenta opportunità) per il Campo largo, dove i partitini sotto-soglia sono già 2 (Italia Viva e +Europa) e potrebbero diventare molti di più se i vari aspiranti “federatori” (Onorato, Ruffini, Sala, ecc.) avessero la malaugurata idea di presentare proprie liste. Molto meglio, per la coalizione di sinistra, un listone unico riformista, con Italia Viva, + Europa, e i vari aspiranti federatori, in modo da non disperdere voti (di qui la succulenta opportunità). Senza la gamba riformista, infatti, il centro-sinistra (Pd + Cinquestelle + Avs) è un pelo sotto il 42%, come del resto il centro-destra senza Vannacci. Insomma, entrambi gli schieramenti, per sperare di acciuffare il 42%, sembrano aver bisogno dei loro alleati più irrequieti e discussi (Vannacci a destra, i riformisti a sinistra).

E qui arriva il secondo però. Ammettiamo che almeno una delle due coalizioni, grazie all’apporto dei suoi “irrequieti”, raggiunga il 42%, e ottenga il premio di maggioranza. Ne risulterebbe un governo stabile?

In base all’esperienza storica della seconda Repubblica è lecito dubitarne. I governi di centro-sinistra guidati da Romano Prodi sono stati sempre terremotati dall’interno, una prima volta da sinistra (Bertinotti, 1998), una seconda volta dal centro (Mastella, 2008). Quanto ai governi di centro-destra, sono durati un’intera legislatura solo quando a guidarli sono stati leader forti e partiti coesi (Berlusconi nel 2001-2006, Meloni nel 2022-2026). Da questo punto di vista ben si comprende l’esitazione di Meloni a imbarcare Vannacci, ma anche quella di Schlein e Conte a imbarcare Renzi e i suoi. La mina che fa esplodere un governo, infatti, può venire dall’ala estrema della coalizione (Bertinotti, Vannacci), ma altrettanto da quella moderata (Mastella, Renzi).

Di qui il paradosso della nuova legge elettorale: il miraggio del premio di maggioranza induce ad allargare il perimetro delle coalizioni, ma l’ingresso di forze non omogenee al resto della coalizione pone una seria ipoteca sulla durata del governo che verrà. Forse è il caso di prenderne atto: la stabilità è un valore, ma non c’è legge elettorale che possa garantirla.

[articolo uscito sul Messaggero il 18 agosto 2026]




In margine all’invasione di Ceuta – Il lodo migranti

Può darsi che i saggi propositi espressi da molti governi nella recente riunione dei ministri dell’interno restino lettera morta. Però si deve riconoscere che è la prima volta che l’Europa, o meglio la maggioranza dei paesi europei, fa emergere una linea politica che non elude il problema.

Importante è l’idea degli hub esterni al territorio europeo. Importante è l’impegno a contrastare le partenze e il traffico di esseri umani. Importante è il principio dei rimpatri di quanti non hanno diritto di stare in Europa.

Ma fra tutte le dichiarazioni riportate dalle agenzie, meritano particolare attenzione quelle che hanno sottolineato la necessità di usare l’enorme potere economico dell’Unione Europea per ottenere la collaborazione dei paesi da cui provengono più migranti. Con le parole del ministro Piantedosi: “Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione”. Sembra un principio ovvio di reciprocità, ma la realtà è che finora l’Europa ne ha fatto uno scarsissimo uso: “Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione”.

Far viaggiare insieme la diplomazia economica e le politiche migratorie è certamente un passaggio cruciale. Ma basterà?

Su questo ho almeno due dubbi di segno opposto. Il primo è che buona parte delle cose che nei vertici europei si immaginano come fattibili, in realtà lo sono ben poco perché è il diritto europeo stesso (e in parte quello dei singoli paesi) a renderle impraticabili, o quantomeno di assai complicata attuazione. Troppe regole vigenti non sono automatiche bensì soggette alla valutazione soggettiva dei giudici, troppe procedure sono farraginose e iper-garantiste, spesso in aperto contrasto con il senso comune (è il caso delle regole che, di fatto, consentono a soggetti pericolosi e autori di gravi reati di restare nel paese che li ospita). Se questo sistema di regole dovesse restare invariato, ogni sforzo della politica di governare l’immigrazione risulterebbe vano.

Ho anche un secondo dubbio, però, questa volta pro-migranti. Quello che mi chiedo è se la prospettiva delle regolarizzazioni non dovrebbe entrare a far parte della nuova politica europea, rendendo più saggio e umano l’auspicabile nuovo corso rigorista. Naturalmente conosco l’obiezione: così si dà un segnale di debolezza, che può tramutarsi in un fattore di attrazione (il cosiddetto pull factor), come si è appena visto in Spagna. Sanatorie e regolarizzazioni rafforzano la credenza che, una volta entrati – non importa in che modo – prima o poi arriverà un provvedimento che sanerà la situazione.

Ma esiste una contro-obiezione: una eventuale regolarizzazione suonerebbe in modo del tutto differente se fosse preceduta da una rigorosa politica di rimpatrio non dico di tutti i non aventi diritto (che sono troppi), ma almeno di chi ha commesso reati. Perché quel che fa imbestialire l’opinione pubblica non è che ci siano diverse centinaia di migliaia di immigrati irregolari, ma che il loro tasso di criminalità sia 20 o 30 volte quello degli italiani, che i loro reati restino quasi sempre impuniti, che sia difficilissimo rimpatriarli.

Quello di cui l’Europa e ancora più l’Italia avrebbero bisogno è una sorta di scambio, o lodo migratorio: molti più rimpatri oggi in cambio di una grande regolarizzazione domani, che diverrebbe accettabile proprio perché nel frattempo la politica dei rimpatri avrebbe mostrato che, in Europa, si fa finalmente sul serio.

La questione migratoria è troppo grande per affrontarla con un solo registro, accoglienza indiscriminata o pugno di ferro. Il problema è “solo” che, per avere successo, il lodo migratorio avrebbe bisogno della piena cooperazione di governo e opposizione, chiunque sia al governo e chiunque sia all’opposizione. Era già successo, e aveva funzionato, ai tempi del terrorismo, che fu sconfitto proprio perché alla fine – nonostante frizioni e distinguo – tutte le forze politiche si erano ritrovate dalla medesima parte: la difesa dello Stato.

Perché non può risuccedere oggi?

[articolo uscito sul Messaggero il 6 agosto 2026]