Più la politica si allontana, più la violenza si avvicina

 

      vistodagenova

Federico Rampini non è solo un grande giornalista ma, altresì , uno studioso acuto del nostro tempo e delle sue ideologie. Critico spietato dei miti apocalittici diffusi dai nemici della società contem-poranea, nei suoi articoli e saggi non si stanca dal ricordare quelle che l’economista e politologo Albert Hirschman chiamava le ’benedizioni della modernità—dal benessere diffuso all’allungamento della vita media dovuto ai progressi della medicina. Nell’articolo, Il vizio di processare la società (’Correre della Sera’  del 25 ottobre u.s.) scrive:”La violenza di alcuni giovani nasce dalle ingiustizie sociali? Di fronte ai saccheggi e agli assalti contro le forze dell’ordine, torna un vecchio riflesso delle élite: cercare le colpe della società anziché quelle degli aggressori–“che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo”? “La ricerca di cause profonde scivola nell’invenzione delle attenuanti. Il desiderio di spiegare diventa tentazione di giustificare”. Rampini ha ragione nel rilevare che la radicalizzazione della protesta non ha nulla a che fare con la povertà o la rivendicazione dei diritti degli immigrati. E tuttavia, resta la domanda: è possibile attribuire il fanatismo ideologico antioccidentale a errori della mente, a ’cattivi maestri’(come Toni Negri), alla political culture di cui si sono nutriti settatori come Giuliana Sgrena, Tommaso Montanari, Francesca Albanese?

Per i tradizionalisti, a monte dell’insurrezione periodica delle piazze europee, c’è l’eclisse dei Grandi Valori, Dio, Patria, Famiglia. Se l’etimo della parola ‘religio’ rinvia a un ‘tenere insieme’, indubbiamente, il processo di secolarizzazione, in atto da secoli, ha influito sulla perdita di identità etico-sociale. Analogamente ‘la morte della patria’(e non solo in Italia) ha contribuito a  indebolire i legami tra i cittadini. E la famiglia, per citare Napoleone, come l’intendenza  ha fatto seguito. A mio avviso, a spiegare i lati oscuri del mondo in cui viviamo (quelli positivi ce li ricorda bene Rampini) è il tramonto della Politica, la guerra costante che ad essa viene mossa dall’universalismo economico e da quello giuridico, potenziali fattori di omologazione e di cancellazione della varietà delle famiglie umane. Quando alla politica non viene riconosciuto il diritto a governare la società, ogni individuo e ogni gruppo cerca di conquistarsi il suo posto al sole. Anche con la violenza.

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Professore Emerito Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il ottobre]




Dietro i saccheggi niente

La violenza è sempre condannabile, ma dobbiamo capire le motivazioni che le stanno dietro. Il ritornello echeggia dal 1968, ma raramente è stato ripetuto con tanta petulante frequenza come nell’ultima settimana.

E allora proviamoci, a capire le motivazioni. Una interessante inchiesta del Post rivela che “pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per che cosa si stava protestando” e “nessuno ha dato una motivazione politica al saccheggio”. C’è chi ha rubato perché voleva “provare emozioni”, chi ha preso parte agli eventi “per curiosità e spinto dall’entusiasmo”. Quasi tutti hanno cercato di filmare e condividere sui social le loro gesta, molti erano convinti che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi si limitava a rubare la merce.

Bene, e adesso che sappiamo le motivazioni?

Adesso che le sappiamo, sarebbe opportuno che chi si è chiesto che cosa ci fosse dietro i saccheggi, e si è risposto con la solita sfilza di “cause sociali” (bassi salari, scuole fatiscenti, affitti carissimi, periferie abbandonate, sanità allo sbando), ragioni culturali (“disagio giovanile”, “futuro rubato”), motivazioni politiche (eccidi di Gaza, riarmo europeo), cominciasse a separare le cose: infiniti e perfettamente legittimi possono essere i motivi alla base delle manifestazioni pacifiche di queste settimane, ma nessuno di essi può non dico giustificare, ma nemmeno spiegare l’ondata di saccheggi che ha travolto Milano e indotto il governo all’ennesimo giro di vite securitario. Dietro quella ondata non ci sono motivazioni o rivendicazioni, e vedercele significa solo proiettare le proprie credenze politiche su un fenomeno che di politico non ha avuto nulla. Un fenomeno che, a quanto sta emergendo in queste ore, è stato artificialmente costruito da un italiano di seconda generazione, super-integrato, super-istruito, super- privilegiato rispetto alla maggior parte dei coetanei che ha voluto mandare allo sbaraglio.

Il fatto di condannare la violenza ogni volta aggiungendo quel “ma”, quel “però”, sempre alla ricerca di eventuali buone ragioni, è pericoloso anche quando le buone ragioni ci sono. Anzi, è tanto più pericoloso quanto più le ragioni sono buone. È strano che il mondo progressista non se ne renda conto, eppure il rischio dovrebbe essere chiaro: se l’esercizio della violenza fa scattare la ricerca delle buone ragioni che potrebbero starle dietro, il messaggio che si invia è che la violenza paga, perché accende un faro sulle istanze dei violenti, reali o inesistenti che siano.

Non solo, ma più si dà retta a quelle istanze, più si lasciano in ombra quelle di chi protesta pacificamente, così accreditando l’idea che la violenza sia uno strumento  efficace. Un esito tanto più iniquo in una situazione in cui le risorse pubbliche sono limitatissime, e perciò ogni rivendicazione soddisfatta toglie spazio a tutte le altre.

Molto più ragionevole, e soprattutto molto più giusto, sarebbe che la politica – tutta la politica – capovolgesse lo schema che fin qui sembra averne guidato tanti protagonisti: il ricorso alla violenza non segnala affatto l’importanza, la meritorietà o la drammaticità di una causa, ma semmai la squalifica a fronte di tutte le cause che alla violenza rinunciano.

La democrazia è anche questo. Se lo dimentichiamo, ne abbiamo già cancellato la maggiore virtù: permetterci di far valere le nostre ragioni con la parola, la scrittura  e la piazza, senza ricorrere all’uso della forza.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 ottobre 2026]




L’IA funziona. Che significa?

Questo argomento emerse tempo addietro discorrendo con la collega Silvia Testa,
a margine di alcuni incontri rivolti alla stesura di un articolo di lavoro, di tutt’altra materia.
Avevamo idee diverse. Promisi, allora, che avrei tentato di chiarire il mio punto di vista.
Purtroppo, la collega è improvvisamente e prematuramente scomparsa.
A lei, al suo ricordo, dedico questo scritto.

In un articolo [1] di alcuni anni fa ho cercato di:
(i) illustrare i legami fra IA e Analisi dei Dati;
(ii) spiegare come può essere realizzato uno strumento (semplice) di IA, tramite un’applicazione informatica che emula un Classificatore Bayesiano Naif;
(iii) riflettere sui pregi, limiti e pericoli insiti nell’utilizzo di tecnologie di questo tipo.

In particolare, per quanto riguarda l’ultimo aspetto, ho posto in evidenza come: <<nelle applicazioni dell’IA, chi governa il processo inerente i dati, più che la realizzazione degli algoritmi, ha enormi responsabilità sociali, può manipolare – come mai prima d’ora – l’ideologia degli individui>>.
Ho inoltre segnalato che: <<disgraziatamente l’assenza di informazioni su come vengono gestiti i dati sembra essere la norma, ancora più stringente della segretezza imposta su alcuni algoritmi>>.
A tale proposito, desidero raccontare un aneddoto.
Pensai di inoltrare l’articolo di cui sopra ad un amico, per raccogliere il suo parere su quanto da me scritto. Non avendo intenzione di leggerlo, l’amico decise di sottoporre il testo a ChatGPT, chiedendo un riassunto che ottenne quasi istantaneamente. L’amico mi ha poi inviato la risposta di ChatGPT alla sua richiesta. Utilizzando uno stile accattivante, l’algoritmo ha espresso una sequela di salamelecchi al mio lavoro, concentrandosi poi sul termine “demenza” usato nel titolo, per affermare che: <<questo termine, forte e provocatorio, sembra alludere ai rischi di un’applicazione non critica e indiscriminata delle tecnologie IA, che possono portare a dipendenza, abuso, perdita di privacy, de-umanizzazione dei servizi e, in alcuni casi, discriminazione algoritmica>>. Peccato che il mio lavoro, come ricordato sopra, fosse centrato sui dati e che in quella sede (ma neppure altrove), io non avessi scritto alcunché su quegli argomenti. L’algoritmo mi ha affibbiato un pensiero non mio, che ha dedotto dal testo, ma che io non ho scritto; insomma ChatGPT ha completamente inventato delle considerazioni e me le ha attribuite senza, peraltro, riferire il nocciolo del mio articolo. L’amico ha perso ogni interesse a leggere il mio scritto (l’avesse mai avuto), dicendomi: sì va be’ hai parlato delle solite cose…
Se dovessi rispondere in maniera brusca alla domanda: “in quella occasione, l’IA ha funzionato?” non avrei dubbi a rispondere con un sonoro “no!”

D’altra parte, volendo proseguire la riflessione relativa all’impatto dell’IA sulle nostre menti e sulla società, avviata in quello scritto, mi pare importante affrontare l’argomento che ruota intorno al convincimento diffuso e generico che può essere riassunto dall’affermazione: “l’IA funziona”.
Sempre più spesso capita di ascoltare o leggere considerazioni critiche piuttosto severe nei confronti dell’IA, che riguardano gli aspetti più disparati: dalla presenza delle cosiddette ‘allucinazioni’, ai rischi di disoccupazione o alla perdita di riservatezza (privacy), fino al riconoscimento del pericolo insito nella ‘discriminazione algoritmica’ e nell’omologazione di pregiudizi. Non manca poi il biasimo per gli usi bellici dell’IA, per l’inquinamento e l’enorme consumo di risorse (acqua ed elettricità) dei data-center e dei super computer di quella manciata di aziende del settore che da tutto ciò traggono enormi guadagni. Sovente, magari a margine di tali considerazioni o in privata sede, quasi fosse una sorta d’intima confessione, si ammette: <<sì, tutto ciò è vero, però funziona>>. Proprio perché, in più occasioni, un tale pensiero emerge spontaneo a molti (pure a me), penso sia necessario approfondire questo aspetto della questione.
Con l’affermazione: <<l’IA funziona>> cosa intendiamo dire?

Innanzitutto il verbo ‘funzionare’ è polisemico, dipende dal contesto, e dato che l’IA è pur sempre una macchina si potrebbe pensare che, dicendo che ‘funziona’ si intende sostenere che va, cammina, risponde, non si blocca o, come si può evincere dal dizionario che alla voce ‘funzionare’ dice: di meccanismo o macchina che opera, che è in attività, che adempie alla propria funzione. Già, ma qual è la funzione dell’IA? Comunque, e a dispetto dell’essere una macchina, non mi pare tale il senso in cui il verbo viene usato quando ci si riferisce a questa tecnologia.
Piuttosto, penso, si faccia riferimento all’IA come ad un servizio cui si accede facendo una richiesta e dal quale ci si attende che abbia successo nel fornirci dei risultati utili (per noi). In questo senso, però, ogni pur minuscola deviazione da un’olimpica esaustività ed esattezza della risposta (e gli esempi, compreso l’aneddoto iniziale, si sprecano) dovrebbe allarmarci e indurci ad affermare che spesso ‘non funziona’. Anche solo per ragioni burocratiche, chi si rivolgerebbe ad un ufficio il cui impiegato fornisce informazioni imprecise o addirittura false? Siccome così non accade, ma ci si ostina a pensare che l’IA ‘funziona’ (anche quando sbaglia, è reticente o fuorviante), forse è opportuno rivolgere l’attenzione all’altro versante della diade: utente/IA; non è rilevante cosa fa l’IA, piuttosto è opportuno chiedersi quali sono le domande che facciamo ad essa e cosa ci aspettiamo in risposta.

Sul versante di quali siano le nostre attese, quando ci rivolgiamo all’IA, è stato autorevolmente notato [2] quanto sia ingenua la credenza che l’IA sia stata programmata per <<... soddisfare un utente che cerca la verità, solo la verità, e non desidera ricevere informazioni false…>>. Piuttosto l’IA è stata programmata <<… per fornire risposte verosimili, ossia risposte che possano essere credute vere, anche a costo di inventarle di sana pianta>>. Mi pare che, nonostante questo avvertimento sia ampiamente presente fra le persone e ricordato dai più, l’uso dell’IA sia in costante e vertiginoso aumento. Quindi, tralasciando, consapevolmente, i possibili errori si ritiene che risponda alle nostre esigenze, riconosciamo che – comunque – ‘funziona’ contribuendo così al suo dilagare.

Rivolgendo l’attenzione al versante delle domande che poniamo all’IA, ritengo opportuno separare l’uso ‘volgare’ (popolare) dell’IA, dagli usi, per così dire, ‘elevati’, molto particolari e settoriali in contesti del tutto specialistici come possono essere le applicazioni ingegneristiche o mediche, ma soprattutto l’utilizzo bellico. In questi ambienti le performance dell’IA sono valutate da specialisti del settore in grado di rapportare gli strumenti adottati e le loro risposte al contesto empirico in maniera sistematica e rigorosa. Per quanto riguarda l’ambito ingegneristico o medico non resta che affidarsi alla professionalità degli operatori; relativamente all’utilizzo bellico dell’IA, invece, possiamo renderci conto direttamente, anche noi, di quanto funzioni ‘bene’ considerando la carneficina di donne e bambini perpetrata dall’esercito israeliano in Palestina e, altrove, da parte di altri eserciti con le loro armi automatiche, guidate dall’IA.
Prima di riflettere sull’uso volgare dell’IA bisogna considerare anche un ulteriore ambito, una sorta di zona grigia fra l’utilizzo popolare e di élite, si potrebbe dire un uso ‘intermedio’, posto in essere – generalmente a pagamento – in ambienti lavorativi di tipo impiegatizio (nella Pubblica Amministrazione e nel privato) o in contesti imprenditoriali di dimensioni piccole e medie. In tale zona intermedia sono, forse, rilevanti attività riconducibili al riassunto di conversazioni o riunioni, alla sintesi di documenti o alla gestione delle mail ricevute o da spedire, così come la redazione di bozze contrattuali e altro ancora. In mansioni di questo tipo la valutazione sul ‘funzionamento’ o meno della tecnologia dipende da diversi fattori che implicano anche considerazioni di tipo gestionale ed economico e che, in ultima istanza, rimandano all’organizzazione del lavoro di uffici e imprese e a tutta la complessità che questo comporta. Come mi è stato riferito da un imprenditore che utilizza l’IA (a pagamento) per la stesura di contratti <<… se andassi dal consulente giuridico, quest’ultimo mi fornirebbe lo stesso testo, che anch’egli ha ottenuto tramite l’IA, del tutto analogo a quello che, invece, ottengo io direttamente ad un costo minore>>. Naturalmente si tratta di un campo d’indagine molto interessante che, tuttavia, mi pare possa contribuire solo marginalmente allo scopo di questo scritto, dove si cerca di mettere a fuoco la funzione dell’IA nella società in generale e, conseguentemente, provare a rispondere alla domanda sul suo funzionamento o meno.

Puntando, invece, lo sguardo all’uso volgare dell’IA, per farsi un’idea anche approssimativa di cosa venga chiesto a questa tecnologia dalle persone comuni, si può andare sulla rete e chiedere [3] quali domande, ora dette [4]  ‘prompt’, si possono porre all’IA.
Si ottiene un quadro di possibili domande molto variegato che va dalle sciocchezze: <<Qual è la previsione meteo di oggi per Napoli>>, a questioni molto spinose come: <<Qual è la natura della coscienza?>>, passando per l’esplicita richiesta di una visione ideologica <<Che ruolo ha l’AI nell’affrontare le sfide globali, come il cambiamento climatico o la riduzione della povertà?>>. Non manca la possibilità di chiedere suggerimenti relativi all’ambiente di lavoro: <<Crea una risposta del supporto clienti per un utente che ha ricevuto un prodotto danneggiato>>; oppure: <<Genera un post professionale su LinkedIn che descriva i vantaggi del lavoro da remoto>>. Così come, per gli insegnanti o gli studenti: <<Genera un quiz a scelta multipla di 10 domande sulla geografia mondiale>>; oppure: <<Prepara un glossario rapido di termini per principianti del calcolo quantistico>>. Naturalmente esiste anche l’eventualità di poter chiedere utili consigli per la vita: <<Quali strategie possono essere impiegate per mantenere un sano equilibrio tra lavoro e vita privata?>>, oppure: <<Come possono le persone gestire efficacemente lo stress e la pressione al lavoro>>.
Gli esempi potrebbero proseguire a iosa; ma la situazione è abbastanza chiara: si può chiedere di tutto e, accedendo alla versione ‘AI mode’ di Google, ciò è direttamente esplicitato dalla comparsa della scritta: “chiedi qualsiasi cosa”. Sempre in questo contesto, Google esordisce scrivendo: “Ciao Renato a cosa stai pensando?” e prosegue suggerendomi tre prompt, che possono essere forniti anche in vocale: 1) “Confronta i diversi metodi di preparazione del caffè”; 2) “Quali sono i tipi di plastica e quali possono essere riciclati”; 3) “Come si inizia a giocare a padel”. A parte lo sconcerto dovuto al fatto che nessuno dei suggerimenti fosse fra i miei pensieri di quel momento [5] , mi pare sia opportuno segnalare tre brevi e banali commenti: i) l’approccio amichevole e confidenziale; ii) la macchina sa chi sono e dal mio ‘account’ può risalire ai dati che mi riguardano e al mio profilo in possesso di Google; iii) l’invadenza con la quale tenta di introdursi nel mio mondo, chiedendo quali siano i miei pensieri.

Se quello delineato sopra è un congruo, anche se sintetico, quadro di ciò che le persone comuni chiedono all’IA, mi pare si possa concludere che tali interazioni conducono, inevitabilmente, alla condivisione di una immagine del mondo guidata dai responsi dell’IA. Pensieri, pratiche e conoscenze varie vengono elargite dall’IA che si incarica anche di suggerire i comportamenti adeguati negli ambiti più disparati. Così facendo si propaga anche un linguaggio, un modo di pensare comune, indipendentemente dalla lingua con cui viene veicolato. Pertanto l’IA si propone concretamente come il ricettacolo in cui si annida la cultura e a cui si può ricorrere in qualsiasi momento.
Ma se la cultura è quell’insieme di pratiche e conoscenze collettive di una società o di un gruppo sociale, a quale società o gruppo sociale si fa riferimento? Apparentemente nessuno. Pertanto, è forte la tentazione di supporre che i responsi ottenuti dall’IA godano di una sorta di universalità e oggettività in grado di trascendere le capacità umane. Falsità, questa, indotta (spesso volutamente) dallo smarrimento avvertito di fronte a macchine che superano di gran lunga alcune capacità umane, tralasciando di sottolineare che ciò avviene solo limitatamente alla velocità e ampiezza di calcolo nel trattamento dei dati. Inoltre, andrebbe sempre ricordato che questi ultimi non piovono dal cielo, e che a dispetto del loro nome, non sono semplicemente dati (participio passato del verbo dare), ma sono sempre parziali (anche se tanti) e generati in condizioni specifiche.
L’umanità, inoltre, gode di una grande quantità di gruppi sociali eterogenei portatori di culture diverse, riuniti in società, tutte degne del medesimo rispetto e che, tuttavia, non sono egualmente partecipi allo sviluppo e al controllo dei sistemi dell’IA.
Su questi aspetti, la riflessione [6] di Papa Leone XIV è chiara e precisa: << … L’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti. …>> (n. 100). <<In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. …>> (n. 108). Ma l’enciclica papale suggerisce anche molto altro, in particolare quando affronta il tema della comunicazione e dell’immaginario collettivo:
<<In questo orizzonte è importante ricordare che la comunicazione “non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura”. I contenuti che circolano negli ambienti digitali influenzano il modo in cui le persone percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano i desideri e influenzano le scelte quotidiane. “Non è un mondo parallelo o puramente virtuale”, perché ciò che nasce in rete entra ormai a far parte della vita delle persone, soprattutto dei più giovani.>> (n. 135). <<Per questo, chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. …>> (n.136)

Ebbene, forse da tutto ciò si può intravedere la funzione che l’IA assolve nei confronti delle persone comuni: essa consiste essenzialmente nel diffondere la cultura del gruppo sociale che possiede e gestisce questa tecnologia, anzi nel creare il luogo e le condizioni in cui si materializza e afferma l’egemonia di quella cultura.
Il dominio sull’IA è, a sua volta, conteso fra due o tre poli che fanno riferimento alle grandi potenze mondiali (USA, Cina e forse Russia) ma, penso non ci si allontani molto dal vero (almeno per quanto ci riguarda più direttamente) se si pensa alla cultura espressa da quella ristretta cerchia di oligopoli tecnologici presenti negli Stati Uniti d’America, cui fanno capo diverse piattaforme come: ChatGPT (OpenAI), Gemini (Google), Claude (Anthropic), Copilot (Microsoft). Aziende tutte (chi più chi meno) che traggono immani profitti dalle guerre e che combattono fra loro per il predominio. La cultura in cui sorgono queste aziende, che le alimenta e che necessariamente esprimono è quella della discordia, dell’individualismo, della supremazia della proprietà privata, dell’accaparramento e della sopraffazione; in una parola è la cultura del Capitale nel suo aspetto oggi vincente e più aggiornato (capitalismo tecno-finanziario).
D’altra parte, le risposte fornite dall’IA sono il risultato di un’attività algoritmica di tipo probabilistico, basata sui dati usati durante l’addestramento e nelle diverse fasi di aggiornamento. Non è necessario scomodare teorie complottistiche, per ritenere che – anche inconsapevolmente – i dati utilizzati rispecchieranno lo ‘stato di cose presente’, i rapporti di produzione e di potere in atto fra i diversi gruppi di quella società, l’ideologia che unisce e armonizza questi diversi aspetti. I responsi forniti dall’IA possono risultare formalmente diversi da individuo a individuo, da prompt a prompt; ma non possono che essere sostanzialmente identici in quanto espressione di quella cultura e di quella ideologia.
Così, le persone, i cittadini, noi tutti, veniamo surrettiziamente sospinti ad abbracciare una visione del mondo e un certo modo di pensare che rispecchia le intenzioni e i desideri di chi ha progettato e addestrato i modelli di questa tecnologia.
Una visione del mondo che soppianta la tradizionale rete di relazioni sociali in cui eravamo immersi, in favore del rapporto privilegiato con una macchina. Rapporto che trasforma i cittadini concreti, ancorati al proprio ambiente, in cittadini isolati, astratti e privi di radicamento, dipendenti dall’IA e membri uniformati e accondiscendenti ai dettami del mercato globale. In questo senso l’IA può essere vista come un’arma bellica che, nel suo insieme, consente al capitalismo (uniformante) di provare a vincere la sua eterna guerra contro l’umanità (intrinsecamente variegata).

Se questa è la funzione svolta dall’IA nei confronti delle persone comuni, e se ci si pone nell’ottica dei centri di potere, che tale tecnologia hanno ideato e realizzato, non resta che affermare che, effettivamente sì: l’IA funziona.
Così facendo, si può anche comprendere meglio il significato di tale affermazione, che non vale in maniera identica per tutti e indistintamente. Resta da chiarire, infatti, se questo ‘funzionamento’ sia per le persone comuni e per la nostra società attuale, portatore di progresso. A me pare di no, penso piuttosto che l’IA dispensata, o imposta a tutti, sia un pericoloso fattore di arretramento, foriero di peggioramento delle condizioni di vita delle persone e di declino di questa società.


[1] Miceli, R., (2024). La demenza dell’intelligenza artificiale. Dall’Analisi dei Dati all’IA qualche elemento di riflessione, https://www.fondazionehume.it, (29 gennaio 2024)
[2] FondazioneHume, (2024). ChatGPT – L’impostore autorevole, https://www.fondazionehume.it, (12 agosto 2023). L’articolo si riferisce a ChatGPT, la generalizzazione al contesto dell’IA è mia.
[3] Mi sono limitato a digitare sul motore di ricerca ‘Qwant’: <<Esempi di domande che si possono porre all’IA>>. In risposta ho ottenuto una sequela di siti che si propongono come intermediari (anche a pagamento) per aiutare le persone a porre le domande ‘giuste’; ne ho scelto due: UPDF.com e JOTFORM.com. Ho poi provato a seguire l’invito di Google ad usare la versione “AI mode”.
[4] Curioso notare come un tempo il termine inglese ‘prompt’ stesse a significare con un qualche simbolo (es.: >) che il computer era pronto a ricevere un comando; oggi, nell’ambito dell’IA, si intende il testo di una domanda posta ad un chatbot. Allora l’utente diceva al computer cosa fare; oggi l’utente chiede alla macchina cosa pensare o fare.
[5] Posso qui spezzare una lancia in favore dell’IA, per giustificare la sua deludente prestazione iniziale. Io, non ho mai utilizzato prima (almeno intenzionalmente) l’AI mode di Google; così facendo, ho privato l’algoritmo, che aveva il compito di suggerire i tre prompt, di informazioni utili sui miei interessi pregressi, costringendolo – forse – a fornire un elenco di default.
[6] Leone XIV Lettera enciclica MAGNIFICA HUMANITAS, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Dicastero per la comunicazione – Libreria Editrice Vaticana




Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”




A proposito di premio Goncourt e Intelligenza Artificiale – Fine dell’autore?

Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo: uno dopo l’altro, vari scrittori e scrittrici vengono accusate di non essere gli autori delle proprie opere. Ma non in quanto le avrebbero copiate da altri autori (il classico reato di plagio) bensì perché si sospetta che a scrivere quelle opere sia stata l’Intelligenza Artificiale (IA), o siano stati loro stessi con un pesante ricorso all’IA.

Il caso che ha fatto più clamore è stato quello di Thélison Orélien, autore di un romanzo autobiografico (C’était ça ou mourir), escluso dal premio Goncourt per sospetti di non autenticità dell’opera. Ma ci sono stati anche i casi di Jerry Falade (Call me, I’ll Hide the Body), e di Mia Ballard (Shy Girl). Il primo è stato oggetto di un’asta milionaria fra case editrici, e si è concluso (per ora) con il ritiro del manoscritto dal mercato. Una sorte simile era capitata pochi mesi prima al romanzo horror di Mia Ballard. Ad agitare ulteriormente le acque, la circostanza che tutti e tre gli autori accusati di massiccio ricorso all’Intelligenza Artificiale sono neri, con conseguenti polemiche, accuse e controaccuse di razzismo e discriminazione.

Questi casi sono spiazzanti per le case editrici, perché i medesimi software usati per verificare la non autenticità di opere dei giorni nostri hanno fallito clamorosamente al momento di valutare l’autenticità di capolavori classici: se un software di verifica asserisce che Il vecchio e il mare (romanzo di Hemingway) è opera dell’AI, come si fa a usare quel software (o software analoghi) per escludere un concorrente da un premio letterario? E se non esiste un modo di sapere se un’opera è autenticamente umana oppure no, che senso hanno ancora i premi all’autore?

Che fare, dunque?

Al momento si stanno delineando due linee di risposta, entrambe a danno esclusivo degli autori (peraltro già vessati dalla pirateria digitale e dai saccheggi dell’AI). La prima è di pretendere che l’autore consegni alla casa editrice non solo il testo finale, ma le tracce informatiche e non informatiche dell’intero processo creativo (appunti, modifiche, consultazioni dell’AI). La seconda è di inserire nei contratti clausole di non ricorso o ricorso limitato all’AI, con obbligo di restituzione dell’anticipo nel caso successivamente emerga il mancato rispetto della clausola di autenticità.

L’unica alternativa finora emersa a queste linee di risposta anti-autori pare essere quella – corporativa – dell’associazione degli scrittori americani, che vorrebbe istituire un registro pubblico di autori “puri” (che non ricorrono all’AI), con conseguente bollino da applicare sulle copertine dei libri.

La mia impressione, però, è che queste siano reazioni a caldo, e che prima o poi a prevalere sarà l’idea che il ricorso all’AI è normale e inevitabile, sia nella saggistica sia nella letteratura. Perché, in fondo, al pubblico interessa che l’opera funzioni, e agli editori che venda, non che sia creata da un essere umano. Con il tempo le case editrici si accorgeranno che il bollino di autenticità appassiona solo una minoranza dei lettori (come già oggi succede con l’informazione cartacea), e che si possono benissimo concedere generosi anticipi sulla sola base delle vendite attese, senza sindacare troppo su chi sia il “vero” autore dell’opera.

Ci piace, che le cose vadano così?

A me non tanto, anzi per niente. Ma con i progressi dell’intelligenza artificiale sarebbe saggio non illuderci troppo e adottare una prospettiva realistica. Fra le innumerevoli sue conseguenze, alcune positive altre catastrofiche, è il caso di annoverare la crisi del talento intellettuale, messo fuori gioco dalla enorme, accresciuta, difficoltà di valutarlo. Ballerini, cantanti, calciatori, attori sono ancora in grado di far valere i propri talenti mettendoli in scena, come in modo pirotecnico accade nei talent show. Così, più sobriamente, riescono ancora a farsi valere scultori, pittori, musicisti, atleti.

Scrittori, scienziati, studiosi, letterati, critici, intellettuali invece no, o sempre di meno: per millenni sono stati valutati attraverso le loro opere, oggi solo dal vivo possiamo essere certi che a parlare siano loro, e non il software che ne ha preso il posto.

Poco male, si potrebbe pensare, stiamo parlando di minoranze più o meno elitarie. Ma non è così, o meglio è solo apparentemente così. Lo sviluppo e la valutazione del talento intellettuale sono sempre stati la stella polare dell’insegnamento, nella scuola come nell’università. Così come sono stati uno dei principali strumenti di avanzamento sociale, a dispetto dei privilegi del ceto e dell’origine.

Con l’avvento dell’AI tutto è cambiato. La possibilità di ricorrere all’Intelligenza artificiale rende del tutto inutile, e spesso terribilmente fuorviante, la valutazione mediante prove scritte, e meno che mai mediante testi composti a casa, in solitudine. Il talento intellettuale, che tipicamente si manifestava in opere scritte, è diventato intrinsecamente non riconoscibile, a tutto danno di chi nel proprio talento aveva uno dei pochi strumenti di emancipazione.

La vicenda del premio Goncurt è stata solo un assaggio.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 ottobre 2026]