Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”




A proposito di premio Goncourt e Intelligenza Artificiale – Fine dell’autore?

Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo: uno dopo l’altro, vari scrittori e scrittrici vengono accusate di non essere gli autori delle proprie opere. Ma non in quanto le avrebbero copiate da altri autori (il classico reato di plagio) bensì perché si sospetta che a scrivere quelle opere sia stata l’Intelligenza Artificiale (IA), o siano stati loro stessi con un pesante ricorso all’IA.

Il caso che ha fatto più clamore è stato quello di Thélison Orélien, autore di un romanzo autobiografico (C’était ça ou mourir), escluso dal premio Goncourt per sospetti di non autenticità dell’opera. Ma ci sono stati anche i casi di Jerry Falade (Call me, I’ll Hide the Body), e di Mia Ballard (Shy Girl). Il primo è stato oggetto di un’asta milionaria fra case editrici, e si è concluso (per ora) con il ritiro del manoscritto dal mercato. Una sorte simile era capitata pochi mesi prima al romanzo horror di Mia Ballard. Ad agitare ulteriormente le acque, la circostanza che tutti e tre gli autori accusati di massiccio ricorso all’Intelligenza Artificiale sono neri, con conseguenti polemiche, accuse e controaccuse di razzismo e discriminazione.

Questi casi sono spiazzanti per le case editrici, perché i medesimi software usati per verificare la non autenticità di opere dei giorni nostri hanno fallito clamorosamente al momento di valutare l’autenticità di capolavori classici: se un software di verifica asserisce che Il vecchio e il mare (romanzo di Hemingway) è opera dell’AI, come si fa a usare quel software (o software analoghi) per escludere un concorrente da un premio letterario? E se non esiste un modo di sapere se un’opera è autenticamente umana oppure no, che senso hanno ancora i premi all’autore?

Che fare, dunque?

Al momento si stanno delineando due linee di risposta, entrambe a danno esclusivo degli autori (peraltro già vessati dalla pirateria digitale e dai saccheggi dell’AI). La prima è di pretendere che l’autore consegni alla casa editrice non solo il testo finale, ma le tracce informatiche e non informatiche dell’intero processo creativo (appunti, modifiche, consultazioni dell’AI). La seconda è di inserire nei contratti clausole di non ricorso o ricorso limitato all’AI, con obbligo di restituzione dell’anticipo nel caso successivamente emerga il mancato rispetto della clausola di autenticità.

L’unica alternativa finora emersa a queste linee di risposta anti-autori pare essere quella – corporativa – dell’associazione degli scrittori americani, che vorrebbe istituire un registro pubblico di autori “puri” (che non ricorrono all’AI), con conseguente bollino da applicare sulle copertine dei libri.

La mia impressione, però, è che queste siano reazioni a caldo, e che prima o poi a prevalere sarà l’idea che il ricorso all’AI è normale e inevitabile, sia nella saggistica sia nella letteratura. Perché, in fondo, al pubblico interessa che l’opera funzioni, e agli editori che venda, non che sia creata da un essere umano. Con il tempo le case editrici si accorgeranno che il bollino di autenticità appassiona solo una minoranza dei lettori (come già oggi succede con l’informazione cartacea), e che si possono benissimo concedere generosi anticipi sulla sola base delle vendite attese, senza sindacare troppo su chi sia il “vero” autore dell’opera.

Ci piace, che le cose vadano così?

A me non tanto, anzi per niente. Ma con i progressi dell’intelligenza artificiale sarebbe saggio non illuderci troppo e adottare una prospettiva realistica. Fra le innumerevoli sue conseguenze, alcune positive altre catastrofiche, è il caso di annoverare la crisi del talento intellettuale, messo fuori gioco dalla enorme, accresciuta, difficoltà di valutarlo. Ballerini, cantanti, calciatori, attori sono ancora in grado di far valere i propri talenti mettendoli in scena, come in modo pirotecnico accade nei talent show. Così, più sobriamente, riescono ancora a farsi valere scultori, pittori, musicisti, atleti.

Scrittori, scienziati, studiosi, letterati, critici, intellettuali invece no, o sempre di meno: per millenni sono stati valutati attraverso le loro opere, oggi solo dal vivo possiamo essere certi che a parlare siano loro, e non il software che ne ha preso il posto.

Poco male, si potrebbe pensare, stiamo parlando di minoranze più o meno elitarie. Ma non è così, o meglio è solo apparentemente così. Lo sviluppo e la valutazione del talento intellettuale sono sempre stati la stella polare dell’insegnamento, nella scuola come nell’università. Così come sono stati uno dei principali strumenti di avanzamento sociale, a dispetto dei privilegi del ceto e dell’origine.

Con l’avvento dell’AI tutto è cambiato. La possibilità di ricorrere all’Intelligenza artificiale rende del tutto inutile, e spesso terribilmente fuorviante, la valutazione mediante prove scritte, e meno che mai mediante testi composti a casa, in solitudine. Il talento intellettuale, che tipicamente si manifestava in opere scritte, è diventato intrinsecamente non riconoscibile, a tutto danno di chi nel proprio talento aveva uno dei pochi strumenti di emancipazione.

La vicenda del premio Goncurt è stata solo un assaggio.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 ottobre 2026]




La grande elettrificazione è già cominciata. Ma chi pagherà il conto?

Auto elettriche, pompe di calore, idrogeno, data center: nei prossimi dieci anni una quota crescente dei consumi italiani potrebbe trasferirsi dai combustibili fossili all’elettricità. È, per certi versi, una seconda elettrificazione dell’Italia.

La prima portò l’elettricità nelle case, nelle fabbriche e nelle città. La seconda punta a farle svolgere anche compiti che oggi sono affidati direttamente a benzina, gasolio e gas naturale: muovere automobili, riscaldare edifici, alimentare processi industriali e produrre idrogeno. A tutto questo si aggiunge un nuovo grande consumatore, che con la decarbonizzazione ha poco a che fare ma condivide la stessa infrastruttura: i data center, spinti dalla crescita del cloud e soprattutto dell’intelligenza artificiale.

Negli ultimi mesi Osservatorio Energia (https://osservatorioenergia.it/) – associazione di imprese e think tank energetico indipendente – ha analizzato separatamente alcuni tasselli di questa trasformazione: gli effetti che nuovi shock dei combustibili fossili potrebbero produrre sull’economia italiana [1], il legame ancora esistente fra gas e formazione del prezzo dell’elettricità [2] e, più recentemente, la crescita potenziale dei consumi dei data center ed i relativi problemi di rete [3]. Considerati insieme, questi fenomeni suggeriscono però una questione più generale: il sistema energetico italiano sta diventando sempre più dipendente dall’elettricità proprio mentre nuovi grandi consumatori chiedono di collegarsi alla rete.

La domanda, quindi, non è soltanto se riusciremo a produrre abbastanza elettricità. È anche: quanto costerà costruire il sistema elettrico necessario e, soprattutto, chi pagherà il conto?

Da 306 a quasi 400 TWh

Le dimensioni della trasformazione emergono dagli scenari pubblicati da Terna. Nel Rapporto Adeguatezza Italia 2025, il gestore della rete considera esplicitamente lo sviluppo dei veicoli elettrici, delle pompe di calore, dei data center e dei consumi necessari alla produzione nazionale di idrogeno verde tramite elettrolisi [4]. Il fabbisogno elettrico italiano passa da un ordine di grandezza di circa 306 TWh nel 2023 a 362 TWh nel 2030 e 391 TWh nel 2035. Significa circa 85 TWh in più rispetto al 2023: un aumento prossimo al 28 per cento.

Figura 1 – Evoluzione prevista della domanda elettrica italiana. Fabbisogno annuo di energia elettrica (TWh) e picco di potenza (GW) nello scenario Terna: entrambi mostrano una crescita significativa verso il 2035. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna, Rapporto Adeguatezza Italia 2025 [4].

Ma questa è soltanto metà della storia.

Un sistema elettrico non deve infatti produrre abbastanza energia nel corso dell’anno. Deve anche essere capace di fornire, in ogni istante, la potenza richiesta. Ed è qui che compare il secondo numero importante. Terna indica un picco di carico di circa 56 GW nel 2025, destinato nello scenario considerato a salire mediamente a circa 66 GW nel 2030 e 71 GW nel 2035 [4]. Quindici gigawatt in più.

Il problema, quindi, non sono soltanto i TWh. Sono i GW.

Ottantacinque TWh aggiuntivi distribuiti uniformemente durante l’anno corrisponderebbero a una potenza media di circa 9,7 GW. Ma il sistema elettrico non funziona sulla media annuale. Deve sopportare le ore di massimo carico, le variazioni meteorologiche, l’indisponibilità di alcuni impianti, la variabilità di eolico e fotovoltaico e la distribuzione geografica della domanda.

È per questo che elettrificare non significa semplicemente costruire più impianti di generazione. Significa anche avere più rete, più trasformatori, più sottostazioni, maggiore capacità di trasporto, sistemi di accumulo, riserva e servizi di flessibilità.

Figura 2 – Non contano soltanto i TWh, ma anche i GW. Evoluzione prevista del picco di domanda elettrica italiana, da circa 56 GW nel 2025 a 66 GW nel 2030 e 71 GW nel 2035. La crescita del picco determina la potenza che il sistema deve essere in grado di soddisfare nelle ore di maggiore domanda. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna, Rapporto Adeguatezza Italia 2025 [4].

Una rete costruita per un’altra Italia

La rete elettrica italiana è il risultato di decenni di sviluppo durante i quali la domanda è cresciuta con caratteristiche molto diverse da quelle che potrebbero emergere nei prossimi anni.

Un milione di automobili elettriche, un milione di pompe di calore e un data center da un gigawatt possono consumare quantità di energia confrontabili su scala annuale, ma non producono necessariamente lo stesso effetto sulla rete.

La ricarica delle automobili può essere in parte spostata nelle ore meno congestionate. Una pompa di calore ha una domanda fortemente correlata alla temperatura esterna, quindi può contribuire ai picchi invernali. Un elettrolizzatore può, almeno tecnicamente, essere gestito con una certa flessibilità, se il modello industriale lo consente. Un grande data center, invece, concentra centinaia di megawatt in un singolo punto e tende a richiedere energia in maniera relativamente continua. Un gigawatt, insomma, non è sempre un gigawatt.

Il Piano di Sviluppo 2025 di Terna prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti nel decennio 2025–2034 [5]. Sarebbe però scorretto attribuire quei 23 miliardi alla sola elettrificazione. Il piano comprende, infatti, interventi necessari per integrare le rinnovabili, ridurre le congestioni, aumentare la capacità di scambio fra le zone e con l’estero, migliorare resilienza e sicurezza e sostituire o potenziare infrastrutture esistenti.

Il problema interessante è quindi un altro: quale parte degli investimenti futuri sarà causata o anticipata dalla crescita dei nuovi carichi elettrici?

E, una volta individuata quella parte, chi dovrebbe sostenerne il costo?

Abbiamo provato a fare i conti

Per capire almeno l’ordine di grandezza abbiamo costruito un semplice esercizio parametrico. Non è una previsione delle bollette del 2035. È uno stress test che serve a mostrare quanto il risultato dipenda da poche ipotesi fondamentali.

Partiamo dai due numeri Terna:

  • +15 GW circa di picco di domanda fra 2025 e 2035;
  • oltre 23 miliardi di investimenti nella rete di trasmissione fra 2025 e 2034.

Non sappiamo quale quota dei 23 miliardi sia realmente attribuibile alla crescita e alla trasformazione dei carichi. Consideriamo quindi tre ipotesi: 20, 40 e 60 per cento. Otteniamo rispettivamente 4,6, 9,2 e 13,8 miliardi di euro.

Per confrontare un investimento pluridecennale con costi annuali, lo annualizziamo ipotizzando – a puro scopo di scenario – una vita economica di trent’anni e un costo reale del capitale del 5 per cento. Il fattore di annualizzazione risultante è circa 6,5 per cento.

Il costo annuo equivalente della componente di rete diventa così circa:

  • 299 milioni di euro nello scenario basso;
  • 598 milioni nello scenario centrale;
  • 898 milioni nello scenario alto.

A questo aggiungiamo un secondo elemento: l’adeguatezza del sistema, cioè la capacità della rete elettrica di disporre di potenza sufficiente a soddisfare la domanda anche nelle ore più critiche. Non basta infatti produrre abbastanza elettricità nell’arco dell’anno: se il picco di domanda aumenta, occorre anche assicurarsi che in quelle poche ore siano disponibili impianti, accumuli o altre risorse capaci di fornire la potenza richiesta.

Uno degli strumenti utilizzati in Italia a questo scopo è il Capacity Market, attraverso il quale viene remunerata la disponibilità futura di capacità necessaria alla sicurezza del sistema, oltre alla normale compravendita dell’energia prodotta. Come semplice riferimento quantitativo, utilizziamo il risultato dell’asta madre del Capacity Market per il 2027: 47.000 euro per MW all’anno per la capacità nazionale esistente e per la nuova capacità autorizzata [8].

Ciò non significa che ogni MW aggiuntivo di picco al 2035 costerà 47.000 euro l’anno. Quel valore viene utilizzato esclusivamente come benchmark economico di scenario. Se ipotizziamo che soltanto il 25, il 50 o il 75 per cento dei 15 GW aggiuntivi richieda una capacità equivalente remunerata a quel benchmark, otteniamo circa 176, 353 e 529 milioni di euro l’anno.

Sommando rete e capacità, i tre scenari producono un ordine di grandezza complessivo di circa:

  • 475 milioni di euro l’anno nello scenario basso;
  • 951 milioni nello scenario centrale;
  • 1,43 miliardi nello scenario alto.

Sono numeri significativi. Ma, come vedremo, non implicano automaticamente una stangata sulle famiglie.

Socializzare il 25, il 50 o il 75 per cento cambia tutto

A questo punto entra in gioco la variabile più interessante. Non il costo tecnico: la sua allocazione.

Supponiamo che venga trasferito alla generalità degli utenti elettrici rispettivamente il 25, il 50 o il 75 per cento dei costi incrementali appena calcolati. La quota socializzata sarebbe allora circa 119 milioni, 475 milioni e 1,07 miliardi di euro l’anno.

Per trasformare questi numeri in un ordine di grandezza comprensibile, possiamo utilizzare la struttura dei consumi elettrici italiani. Secondo ARERA, nel 2024 i clienti domestici hanno acquistato circa 58,8 TWh su circa 243 TWh venduti complessivamente ai clienti finali: poco più del 24 per cento [9]. I punti di prelievo domestici erano circa 30,5 milioni.

Se, con una forte semplificazione, ipotizzassimo che la quota socializzata dei costi incrementali di rete e capacità appena stimati venga ripartita fra le diverse categorie di utenti in proporzione ai loro consumi elettrici, ai clienti domestici sarebbe attribuibile circa il 24 per cento del totale. Dividendo questa quota fra i 30,5 milioni di punti di prelievo domestici, l’effetto medio sarebbe dell’ordine di:

  • meno di 1 euro l’anno per punto di prelievo domestico nello scenario basso;
  • circa 4 euro nello scenario centrale;
  • circa 8,5 euro nello scenario alto.

È un risultato importante perché è meno “spettacolare” di quanto si potrebbe immaginare. Con le sole componenti considerate — trasmissione e un benchmark di capacità — non emerge alcuna “esplosione” della bolletta domestica. Ma “il diavolo sta nei dettagli”.

La stima che abbiamo fin qui fatto non comprende, infatti, la distribuzione locale, gli accumuli, i servizi di bilanciamento, eventuali nuovi impianti di generazione, congestioni, rinforzi specifici delle connessioni, impianti essenziali e altri costi che potrebbero emergere. Di conseguenza, il piccolo numero ottenuto dal modello semplificato qui proposto non consente affatto di concludere che l’effetto finale sulle bollette sarà piccolo.

Gli 8,5 euro dello scenario alto vanno quindi letti come un risultato parziale del modello, non certo come un limite superiore plausibile dell’impatto futuro sulla bolletta familiare.

Figura 3 – Quanto potrebbe pesare sulle famiglie la socializzazione dei costi considerando solo la rete di alta tensione, restrizione che non è rappresentativa dei costi totali reali. Gli 0,9–8,5 euro medi annui per punto di prelievo domestico non rappresentano una stima dell’aumento complessivo della bolletta domestica prodotto dalla grande elettrificazione: rappresentano soltanto l’ordine di grandezza derivante dalle componenti qui considerate, cioè una quota degli investimenti della rete di trasmissione Terna attribuita ai nuovi carichi e della quota dei costi incrementali di rete e capacità socializzata fra gli utenti. Restano fuori dal calcolo, fra l’altro, gli investimenti nelle reti di distribuzione MT/BT, che potrebbero diventare particolarmente rilevanti per carichi diffusi come auto elettriche e pompe di calore, nonché eventuali costi aggiuntivi di generazione, accumulo, bilanciamento, congestione e altri servizi di sistema. I valori rappresentano scenari esplorativi, non previsioni della bolletta futura. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna e ARERA [4, 5, 8, 9]; ipotesi e metodologia descritte nel testo.

In Virginia, ad esempio, l’analisi ufficiale della Joint Legislative Audit and Review Commission (JLARC) ha concluso che la crescita dei data center può aumentare i costi per gli altri clienti attraverso almeno due canali: necessità di costruire nuova generazione e nuova trasmissione e pressione sul costo dell’energia. Nello scenario studiato, per un cliente residenziale tipico di Dominion l’aumento dei costi di generazione e trasmissione è stato stimato nell’ordine di 14–37 dollari al mese entro il 2040, in dollari reali [16].

Il dato non è trasferibile direttamente all’Italia, dove struttura della rete, regolazione e meccanismi di allocazione dei costi sono differenti; mostra però che il risultato dipende in modo decisivo dal perimetro dei costi considerati e dalle regole con cui essi vengono attribuiti ai nuovi grandi consumatori oppure socializzati sulla generalità degli utenti.

Il caso americano, in particolare, dimostra empiricamente un punto molto importante: quando la nuova domanda elettrica richiede contemporaneamente investimenti in rete, nuova capacità di generazione e altri costi di sistema – come accade ad es. nel caso di una crescita della domanda molto rapida e geograficamente concentrata – l’effetto tariffario può essere molto maggiore di quello ottenuto considerando soltanto alcune singole componenti.

È esattamente per questo che, nel giugno 2026, la Federal Energy Regulatory Commission (FERC) – ovvero l’equivalente statunitense della nostra ARERA – è intervenuta su sei operatori regionali, ponendo esplicitamente il problema del cost shifting dei grandi carichi verso gli utenti esistenti. La FERC cita espressamente il caso in cui si costruisca infrastruttura per un data center che poi non si materializza: i clienti residenziali non dovrebbero rimanere a sostenerne il costo.

Il risultato corretto da trarre dal nostro modello non è, dunque, “l’elettrificazione costerà X euro a famiglia”. È un altro: il costo finale per gli utenti dipenderà almeno quanto dalle regole di allocazione quanto dal reale ammontare fisico degli investimenti.

Da 30 a quasi 79 GW di richieste

Il caso dei data center rende il problema particolarmente evidente. Il rapporto di Osservatorio Energia dedicato alla corsa italiana all’intelligenza artificiale ricostruisce una crescita delle richieste di connessione da circa 5 GW alla fine del 2023 a 30 GW alla fine del 2024, oltre 63 GW nell’ottobre 2025, circa 69 GW a dicembre e 78,8 GW alla fine di gennaio 2026 [3].

Ma qui occorre fare una distinzione decisiva: una richiesta di connessione non è un data center. Non è neppure un progetto autorizzato. E un progetto autorizzato non è necessariamente un progetto finanziato, costruito e infine utilizzato alla potenza richiesta.

A fine ottobre 2025 risultavano giunti alla fase di contrattualizzazione della connessione progetti per circa 1,53 GW, un valore enormemente inferiore alle decine di GW richieste [3].

Per questo il rapporto OE non utilizza i 78,8 GW come previsione di capacità futura: li considera un indicatore della pressione potenziale sul sistema e costruisce separatamente scenari di capacità effettivamente operativa.

È una distinzione fondamentale anche per il tema dei costi. Se un operatore chiede 500 MW e la rete viene potenziata per servirlo, ma il progetto viene successivamente ridimensionato o abbandonato, qualcuno deve comunque pagare le infrastrutture eventualmente già realizzate.

Ed è qui che il problema passa dall’ingegneria alla regolazione economica.

Quanto può pesare un grande carico concentrato?

Per visualizzare il problema possiamo costruire un secondo stress test. Immaginiamo che entro il 2035 vengano effettivamente collegati 10 GW di nuovi data center. Non è una previsione. È deliberatamente uno scenario di stress.

Non disponendo di un unico valore italiano sufficientemente robusto del costo incrementale di rete per kW di nuovo data center, utilizziamo tre semplici parametri di scenario: 100, 200 e 500 euro per kW. A 500 euro/kW, 10 GW richiederebbero infrastrutture incrementali per 5 miliardi di euro. Annualizzati con le stesse ipotesi precedenti, equivalgono a circa 325 milioni di euro l’anno.

Se il grande consumatore sostenesse direttamente tutto il costo, la componente da socializzare sarebbe zero. Se ne sostenesse il 75 per cento, rimarrebbero circa 81 milioni. Se ne sostenesse la metà, circa 163 milioni. Se soltanto il 25 per cento, circa 244 milioni. Se nessuna parte venisse direttamente attribuita al nuovo carico, l’intero importo — 325 milioni l’anno — dovrebbe essere recuperato in altro modo.

Applicando, ancora una volta soltanto come esercizio contabile, la quota domestica del 24 per cento, persino quest’ultimo caso corrisponderebbe mediamente a pochi euro l’anno per punto di prelievo domestico.

Ma il punto non è il singolo numero. Il punto è che la stessa infrastruttura può produrre conseguenze distributive completamente diverse a seconda di chi viene chiamato a pagarla.

Chi genera il costo deve pagarlo?

La risposta apparentemente ovvia sarebbe: chi genera il costo. Nella pratica è molto più complicato. Possiamo distinguere almeno tre casi.

Il primo è semplice: un’infrastruttura serve esclusivamente un nuovo grande consumatore. In questo caso il nesso fra domanda e investimento è relativamente evidente.

Il secondo riguarda i rinforzi della rete che diventano necessari per accogliere il nuovo carico ma che, una volta realizzati, aumentano la capacità o la resilienza del sistema anche per altri utenti.

Il terzo è ancora più ambiguo: investimenti che sarebbero stati necessari comunque, ma che l’arrivo del nuovo carico anticipa di cinque o dieci anni.

Quanto di quel costo è realmente causato dal nuovo utente? E quanto produce invece un beneficio generale? Attribuire automaticamente ogni euro al nuovo arrivato sarebbe quindi semplicistico quanto socializzarlo automaticamente.

La vera questione economica è quella che i regolatori chiamano cost causation: individuare, per quanto possibile, chi determina il costo e chi beneficia dell’investimento.

Figura 4 – Dal nuovo carico alla bolletta: come si distribuiscono i costi. Schema concettuale del percorso attraverso cui la crescita dei consumi elettrici può richiedere nuovi investimenti in rete e capacità e tradursi, a seconda dei criteri di attribuzione adottati, in costi sostenuti direttamente dai nuovi utenti oppure condivisi con la generalità dei consumatori. Fonte: elaborazione dell’autore.

Il problema dei progetti che restano sulla carta

Esiste poi un secondo problema: il rischio.

Immaginiamo due data center identici da 500 MW. Nel primo caso il progetto è finanziato, il cliente offre garanzie solide, sottoscrive impegni di lungo periodo e raggiunge rapidamente il carico previsto. Nel secondo caso la richiesta è altrettanto grande, ma il progetto è più incerto e l’utilizzo effettivo della potenza potrebbe rimanere molto inferiore alla capacità prenotata.

Dal punto di vista della rete, entrambi possono richiedere investimenti anticipati. Dal punto di vista economico, però, non sono affatto equivalenti. Se il secondo progetto non si realizza dopo che le infrastrutture sono state costruite, rimane un cosiddetto stranded asset, un investimento che qualcuno deve comunque remunerare.

Il problema non è quindi soltanto: chi paga l’infrastruttura?

È anche: chi assume il rischio che il consumo previsto non si materializzi?

Il “laboratorio” americano

Negli Stati Uniti questo problema è arrivato sul tavolo dei regolatori prima che in Europa, perché la crescita dei data center è stata più rapida e geograficamente concentrata.

Nel giugno 2026, la già citata Federal Energy Regulatory Commission ha aperto dei procedimenti nei confronti dei sei operatori regionali di rete sottoposti alla sua giurisdizione, ed ha chiesto loro di giustificare o modificare le regole applicate alla connessione dei grandi carichi [11].

Il principio non è che ogni infrastruttura debba necessariamente essere pagata integralmente dal data center. Anzi, la stessa FERC riconosce che alcuni potenziamenti della rete possono produrre benefici più generali e che parte dei network upgrades continua normalmente a entrare nelle tariffe di trasmissione.

Ma emerge con forza un altro principio: il rischio specifico generato dal grande carico non dovrebbe essere automaticamente trasferito agli utenti esistenti.

Per questo sono comparsi strumenti come i Cost Recovery Agreements, accordi destinati a garantire che i grandi consumatori sostengano una quota appropriata dei costi generati dalla loro connessione anche nel caso in cui il progetto non entri in servizio come previsto [12].

L’esempio utilizzato dalla stessa FERC è estremamente chiaro: se viene costruita nuova infrastruttura per un data center e quel data center poi non arriva, il costo non dovrebbe semplicemente ricadere sui clienti residenziali.

A questo si aggiungono strumenti quali garanzie finanziarie, obblighi minimi di pagamento, durata minima dei contratti ed exit fee [13].

Non sono dettagli contrattuali. Sono meccanismi per decidere dove collocare il rischio economico della nuova domanda elettrica.

Auto elettriche e data center non sono la stessa cosa

Questo porta a una distinzione che rischia di perdersi quando si parla genericamente di “elettrificazione”. I nuovi consumi non sono tutti uguali.

Milioni di auto elettriche costituiscono un carico distribuito e potenzialmente flessibile. Se la ricarica viene gestita intelligentemente, una parte della domanda può essere spostata nelle ore in cui la rete è meno congestionata o la produzione rinnovabile è abbondante.

Le pompe di calore sono anch’esse distribuite, ma hanno un problema differente: la loro domanda tende a crescere proprio nelle giornate più fredde, creando potenzialmente nuovi picchi invernali. Accumulo termico e gestione intelligente possono ridurre il problema, ma non eliminarlo.

Gli elettrolizzatori per produrre idrogeno presentano, almeno teoricamente, un’elevata flessibilità: possono modulare il consumo seguendo la disponibilità di energia. Nella pratica, però, la convenienza dipende dal fattore di utilizzo dell’impianto e dai processi industriali che devono alimentare.

I data center sono ancora diversi: grandi potenze concentrate, fattori di carico elevati e necessità di elevata affidabilità.

Raggruppare tutto sotto la stessa voce “nuova domanda elettrica” rischia quindi di nascondere proprio la variabile economicamente più importante: il profilo del carico.

Figura 5 – Un GW non è sempre un GW. Confronto qualitativo fra quattro tipologie di nuovi carichi elettrici: auto elettriche, pompe di calore, elettrolizzatori e data center. A parità di potenza o di energia richiesta, distribuzione geografica, profilo temporale e flessibilità dei consumi possono produrre effetti molto diversi sulla rete e sui picchi di domanda. Le caratteristiche indicate sono schematiche e possono variare in funzione delle modalità di utilizzo. Fonte: elaborazione dell’autore.

Il paradosso della grande elettrificazione

C’è un apparente paradosso.

L’elettrificazione può ridurre il consumo di energia primaria perché molte tecnologie elettriche sono più efficienti delle alternative fossili: un motore elettrico trasforma in movimento una quota dell’energia molto superiore a quella di un motore a combustione interna; una pompa di calore può trasferire tre o quattro unità di calore consumando una sola unità di elettricità.

Elettrificare non significa, quindi, necessariamente consumare più energia in senso complessivo. Ma significa quasi certamente chiedere molto di più al sistema elettrico. E questo sistema deve essere dimensionato non sull’energia primaria risparmiata, ma sui TWh elettrici da produrre e, soprattutto, sui GW da garantire nelle ore e nei luoghi in cui vengono richiesti.

A questo si aggiunge un’altra peculiarità italiana.

Il rapporto OE dedicato al rapporto fra fotovoltaico e gas mostra come, nonostante la forte crescita delle rinnovabili, il gas continui a svolgere frequentemente il ruolo di tecnologia “marginale” – come si dice in gergo – nella formazione del prezzo elettrico [2, 15].

Il termine può trarre in inganno: in questo contesto, “marginale” non significa affatto poco importante. Nel mercato elettrico indica, semplificando, la tecnologia che in una determinata ora fornisce l’ultima quantità di elettricità necessaria per soddisfare la domanda. Poiché le fonti vengono chiamate a produrre partendo generalmente da quelle con offerte più convenienti, se per coprire completamente la domanda è necessario utilizzare anche una centrale a gas, il prezzo associato all’ultima offerta accettata contribuisce a determinare il prezzo di mercato di quell’ora. È così possibile che il gas influenzi fortemente il prezzo dell’elettricità anche quando produce soltanto una parte dell’energia complessiva.

Il meccanismo di formazione del prezzo appena illustrato significa che elettrificare trasporti e riscaldamento riduce la dipendenza diretta da petrolio e gas, ma non rende automaticamente il prezzo dell’energia elettrica indipendente dai combustibili fossili. Il forte aumento delle bollette osservato durante la crisi energetica del 2021–2022 aveva del resto mostrato come il prezzo finale dell’energia dipenda dall’interazione di numerosi fattori – dal costo delle materie prime alla struttura del mercato elettrico, fino alle componenti fiscali e regolatorie – che avevo analizzato all’epoca in un precedente articolo [14]. Successivamente, avevo esaminato il possibile ruolo delle dinamiche speculative sul mercato del gas nell’amplificare le tensioni sui prezzi [16].

La riforma europea del 2024 non ha abolito il meccanismo marginalista, pur rafforzando strumenti di lungo periodo quali i PPA (Power Purchase Agreement) – contratti con cui un produttore e un acquirente concordano in anticipo la fornitura di elettricità per un periodo pluriennale a condizioni prestabilite – e i contratti per differenza (CfD), nei quali viene fissato un prezzo di riferimento: se il prezzo di mercato scende sotto tale livello il produttore riceve la differenza, mentre se lo supera restituisce la differenza secondo le regole previste dal contratto. Entrambi gli strumenti possono quindi ridurre l’esposizione dei produttori e degli acquirenti alle forti oscillazioni dei prezzi del mercato elettrico.

Il meccanismo “marginalista” di formazione del prezzo appena illustrato significa che elettrificare trasporti e riscaldamento riduce la dipendenza diretta da petrolio e gas, ma non rende automaticamente il prezzo dell’energia elettrica indipendente dai combustibili fossili.

È un aspetto particolarmente importante alla luce degli scenari di shock petrolifero analizzati da Osservatorio Energia [1]: la sostituzione tecnologica può aumentare la resilienza rispetto al petrolio, ma il beneficio dipende anche da come evolve il sistema di generazione elettrica e dalla sua esposizione al gas.

Ottantacinque TWh: mettere i miliardi nella giusta scala

C’è infine un modo utile per leggere i risultati del nostro stress test.

Gli 85 TWh aggiuntivi indicati dallo scenario Terna fra il 2023 e il 2035 equivalgono a 85 milioni di MWh. Se dividiamo i costi annualizzati di rete e capacità del nostro esercizio per questa energia incrementale, otteniamo:

  • circa 5,6 €/MWh nello scenario basso;
  • circa 11,2 €/MWh nello scenario centrale;
  • circa 16,8 €/MWh nello scenario alto.

Non sono tariffe future e non sono una previsione del costo di rete per MWh. Servono soltanto a dare una scala al problema.

Se, sempre a puro titolo illustrativo, quegli 85 TWh avessero un valore medio all’ingrosso di 100 €/MWh, la sola componente energia avrebbe un valore lordo annuo dell’ordine di 8,5 miliardi di euro. Con 70 €/MWh sarebbero circa 6 miliardi; con 130 €/MWh circa 11 miliardi.

Confrontare direttamente queste cifre con i costi di infrastruttura richiede cautela: una cosa è il valore dell’energia scambiata, un’altra è il costo annualizzato degli investimenti necessari a renderne possibile la produzione e il trasporto. Ma il confronto serve a evitare un errore frequente: presentare un miliardo di euro come una cifra enorme senza specificare il denominatore.

La grande elettrificazione muoverà inevitabilmente decine di miliardi di euro di energia e infrastrutture nel corso degli anni. Il problema interessante non è quindi scoprire che avrà un costo: è capire come quel costo sarà distribuito.

Una transizione tariffaria oltre che energetica

Da questo punto di vista, la transizione energetica è anche una transizione tariffaria.

Se una nuova pompa di calore aumenta il picco invernale, se milioni di automobili vengono ricaricate contemporaneamente alle 19, se un elettrolizzatore può interrompere il consumo nelle ore critiche o se un data center richiede 500 MW continui nello stesso nodo della rete, gli effetti economici sul sistema sono differenti.

Un sistema tariffario costruito per consumatori relativamente passivi potrebbe quindi trovarsi a gestire categorie di utenti con profili, dimensioni e capacità di flessibilità radicalmente diversi. E la questione non si riduce all’alternativa fra “pagare tutto privatamente” e “socializzare tutto”.

Occorre distinguere almeno tre componenti:

  • il costo specificamente causato dal nuovo utente;
  • il valore degli investimenti che producono benefici anche per il resto del sistema;
  • il rischio che la domanda sulla quale sono stati dimensionati gli investimenti non si realizzi.

Il caso americano mostra quanto rapidamente quest’ultima variabile possa diventare rilevante quando entrano in gioco carichi da centinaia di megawatt.

La domanda che manca nel dibattito italiano

In Italia, il dibattito sull’elettrificazione tende a concentrarsi soprattutto su quanti veicoli elettrici avremo, quante pompe di calore installeremo, quanti GW di fotovoltaico saranno necessari e quanta elettricità consumeranno i data center.

Sono domande necessarie. Ma, curiosamente, ne manca una. Forse la più importante di tutte.

Chi pagherà l’infrastruttura necessaria a rendere possibile tutto questo?

Il piccolo modello presentato in questo articolo suggerisce che non vi sono, almeno sulla base delle sole componenti considerate, ragioni per concludere che l’elettrificazione debba necessariamente provocare un forte aumento della bolletta domestica.

È forse il risultato più interessante dell’esercizio.

Ma suggerisce anche che la distribuzione dei costi può cambiare sensibilmente in funzione delle regole adottate e che il problema diventa particolarmente importante quando la nuova domanda è molto grande, concentrata geograficamente e incerta nella sua effettiva realizzazione.

Gli attuali 78,8 GW di richieste dei data center non diventeranno necessariamente 78,8 GW di data center. Probabilmente soltanto una frazione arriverà alla fase operativa. Ma proprio per questo la domanda regolatoria dovrebbe precedere gli investimenti, non seguirli.

Quando una richiesta sulla carta diventa un trasformatore, una sottostazione o una nuova linea, il costo è diventato reale.

Figura 6 – La corsa dei data center in Italia. Potenza complessiva associata alle richieste di connessione alla rete: da circa 30 GW a fine 2024 a 69,05 GW a fine 2025 e 78,79 GW a gennaio 2026, relativi a 449 richieste. Si tratta di richieste di connessione, non di capacità effettivamente realizzata: solo una parte dei progetti potrebbe arrivare alla fase operativa. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna e Osservatorio Energia [3, 7].

La grande elettrificazione dell’Italia non dipenderà quindi soltanto dalla capacità di produrre abbastanza energia. Dipenderà anche dalla capacità di distinguere chi genera un costo, chi beneficia di un investimento e chi deve assumere il rischio.

Perché alla fine la domanda decisiva potrebbe non essere se l’Italia abbia abbastanza elettricità per alimentare auto, pompe di calore, industria, idrogeno e intelligenza artificiale.

Potrebbe essere molto più semplice: quando arriverà il conto, sapremo stabilire quale parte appartiene davvero a ciascuno?

Riferimenti bibliografici

[1] Osservatorio Energia, “Petrolio a 150, 200 e 250 dollari al barile: scenari e possibili impatti sull’economia italiana e mondiale”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-001, 2026. https://osservatorioenergia.it/petrolio-a-150-200-250-dollari-barile-scenari-possibili-impatti-su-economia-italiana-mondiale/

[2] Osservatorio Energia, “È ancora giusto che il prezzo del fotovoltaico dipenda dal gas? Scenari per la riforma del mercato elettrico europeo e un confronto tra prezzi di mercato e valori convenzionali di riferimento delle rinnovabili nel periodo 2021–2025”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-002, 2026. https://osservatorioenergia.it/e-ancora-giusto-che-il-prezzo-del-fotovoltaico-dipenda-dal-gas/

[3] Osservatorio Energia, “Data center in Italia: quanto ci costerà la corsa all’AI? Energia, acqua, aria, campi elettromagnetici e territorio: rischi e impatti nello scenario 2030–2035”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-003, 2026. https://osservatorioenergia.it/data-center-in-italia-energia-e-altri-impatti-rilevanti-della-corsa-alla-ai/

[4] Terna, “Rapporto Adeguatezza Italia 2025”, 2026.

[5] Terna, “Piano di Sviluppo 2025”, 2025.

[6] Terna, “Programmazione territoriale efficiente”, Terna, consultato nel 2026.

[7] Terna, “Da rifiuto a risorsa: la nuova sfida della transizione ecologica e digitale”, Lightbox, 16 febbraio 2026.

[8] Terna, “Rendiconto degli esiti – Asta Madre 2027”, 2025.

[9] ARERA, “Relazione annuale 2025 – Volume 1: Stato dei servizi”, 2026.

[10] ARERA, “Corrispettivi per gli utenti del dispacciamento”, ARERA, consultato nel 2026.

[11] Federal Energy Regulatory Commission (FERC), “FERC Launches Aggressive, Targeted Action to Speed Large Load Integration”, 18 giugno 2026.

[12] Rosner D., “Commissioner Rosner’s Remarks on the Large Load Show Cause Orders, E-7 to E-12 | June 18, 2026 Open Meeting”, Federal Energy Regulatory Commission (FERC), 18 giugno 2026.

[13] Wang S., Farrell T., “Understanding FERC’s Large Load Orders”, RMI, 6 luglio 2026.

[14] Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetico italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[15] Menichella M., “Perché la transizione energetica non ci fa risparmiare sulla bolletta”, Atlantico Quotidiano, 26 Agosto 2026.

[16] Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[16] Joint Legislative Audit and Review Commission (JLARC), “Data Centers in Virginia”, Commonwealth of Virginia, Report No. 598, December 2024.




Quello che i sondaggi non dicono – La partita a scacchi elettorale

Non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà, ma già impazzano le previsioni sull’esito del voto. Una quindicina di istituti sfornano a getto continuo stime dei consensi che le varie forze politiche, e soprattutto le possibili coalizioni, otterrebbero se si votasse oggi. Trasmissioni televisive e talk show si beano di uno 0.2 per cento in più o in meno, fingendo di credere che davvero “nell’ultima settimana” qualcosa si sia mosso, come non sapessero perfettamente che qualche decimale in più o in meno non significa nulla, essendo ampiamente compreso entro il margine di errore statistico. In questa situazione, le uniche informazioni attendibili vengono dalla super-media dei sondaggi periodicamente calcolata da YouTrend (che neutralizza parte dell’errore statistico), e dai cambiamenti di medio periodo nei casi in cui sono di almeno 1-2 punti percentuali. E il riassunto è presto fatto: dall’inizio dell’anno due partiti (Fratelli d’Italia e Lega) hanno perso circa 3 punti ciascuno, Forza Italia ne ha perso 1, e buona parte del bottino totale è andato a Futuro nazionale, il nuovo partito di Vannacci, che ora veleggia fra il 7 e l’8% dei consensi. Sul fronte del centro-sinistra calma piatta, salvo una lieve riduzione della distanza fra Pd e Cinquestelle, a favore di questi ultimi. Quanto alle coalizioni classiche (centro destra di governo e Campo largo), si sono indebolite entrambe: di circa 7 punti quella governativa, di circa 1 punto quella dell’opposizione. Di qui la deduzione, da parte di numerosi osservatori, che in caso di elezioni a vincerle e acchiappare il premio di maggioranza sarebbe l’opposizione di sinistra. Risultato che si ribalterebbe nel caso il centro-destra imbarcasse il generale Vannacci e il suo partito.

Ma sono realistiche queste previsioni?

No, non lo sono per niente. E questo per una ragione tecnica ben precisa: i sondaggi su cui sono basate rilevano la domanda politica (a chi vanno le simpatie degli elettori) ma ignorano del tutto l’offerta politica, e cioè con quali alleanze i vari partiti andranno al voto. È come se gli istituti di sondaggio, in mancanza di coalizioni già formate e ben definite, assumessero uno scenario di tipo proporzionale, in cui l’elettore deve semplicemente scegliere un partito. Ma la legge elettorale che il Parlamento si accinge ad approvare non è di tipo proporzionale, dal momento che prevede un premio di maggioranza che inevitabilmente spinge a formare coalizioni ampie. E il voto di molti elettori non dipende solo da quale partito preferiscono, ma anche dalla coalizione di cui il partito fa parte e – nel caso del centro sinistra – da chi sarà il candidato premier.

A quanto ne so, nessun sondaggio ha ancora provato a sottoporre all’elettorato scenari di offerta politica alternativi e completi, per testare come la struttura dell’offerta politica modificherebbe i comportamenti elettorali. E se ne capisce anche la ragione: allo stato attuale gli scenari logicamente possibili sono ben 8, che diventano 16 se si considera l’eventualità di un quinto polo di estrema sinistra (partito di Di Battista, o rassemblement dei partitini comunisti).

Insomma, nessuno sa che cosa cambierebbe se Vannacci stesse fuori o dentro la coalizione di destra, che cosa cambierebbe se Renzi stesse fuori o dentro il Campo largo, che cosa cambierebbe se a guidare il centro-sinistra fosse Schlein oppure Conte. Soprattutto, nessuno sa come reagirebbe l’elettorato di destra nel caso Giorgia Meloni non si alleasse con Vannacci e facesse appello al voto utile. E meno che mai sappiamo quanto astensionismo in più o in meno, e a spese di chi, le varie possibili offerte politiche trascinerebbero con sé.

Forse dovremmo cominciare a pensare che l’esito del voto – come quasi sempre è stato nella seconda Repubblica – dipende più dall’offerta che dalla domanda politica. Le elezioni sono sempre un esercizio di democrazia, ma – con le leggi elettorali che ci siamo dati fin qui – il loro esito assomiglia più a quello di una partita a scacchi che a quello di una consultazione popolare.

[articolo uscito sul Messaggero il 28 settembre 2026]




Su Becchi, sul premio di maggioranza e, soprattutto, su Norberto Bobbio

Intervenendo sul tema Democrazia e premio di maggioranza il filosofo del diritto, Paolo Becchi, se la prende col «premio di maggioranza», a suo avviso «in contrasto con l’art. 48 (secondo comma) della Costituzione che afferma che ogni voto deve avere uguale valore». «La democrazia rappresentativa, scrive, si fonda su un principio molto semplice ‘una testa, un voto’. Questo significa non solo che ciascun cittadino ha un voto a disposizione, ma che il suo voto conta come qualsiasi altro voto, per l’esito delle elezioni». Il discorso è ineccepibile però proprio Becchi, uno dei maggiori esperti italiani di Hegel, dovrebbe sapere che la rappresentatività è un valore che fa capo alla forma di governo democratica ma che, accanto, se non al di sopra delle forme di governo, ci sono gli Stati, che debbono tener conto, se liberali, delle opinioni di tutti i cittadini ma non possono dimenticare che se la rappresentatività è un valore, la governabilità è poi, ciò che tiene unite le comunità politiche. «Tot capita, tot sententiae», sì, ma quando è in gioco la ‘salus rei publicae’, le opinioni, i pareri, le idee non possono venir messi tutti sullo stesso piano, col risultato di impedire, ritardare, o arrivare a decisioni pasticciate. Occorre che a deliberare sia la maggioranza degli eletti dal popolo sovrano e che la soluzione sia abbastanza rapida, coerente, corrispondente a un progetto politico che, se impegnativo, non può essere condiviso da tutti. Il problema aperto è come assicurarsi la formazione di una maggioranza determinata: e, storicamente, alcuni hanno ritenuto di potersi affidare al collegio uninominale (corretto dalla fissazione di un quorum), altri di potersi fidare del sistema proporzionale (corretto dalla soglia del 5% che non consentirebbe ai partiti che non l’abbiano raggiunta di ottenere un seggio parlamentare).

Non entro nel merito della legge elettorale voluta dal Governo Meloni ma vorrei ricordare due eventi storici. In Italia, com’è noto, il sistema proporzionale, unito al voto universale, fu un autentico disastro nel 1919 e tra le cause di una instabilità istituzionale che avrebbe spianato la strada al fascismo. Il premio di maggioranza, invece, proposto da Alcide De Gasperi, nel 1953, respinto (anche da alcune formazioni liberali) e ‘diffamato’ come ‘legge truffa’ non passò ma avrebbe potuto assicurare una stabilità da cui il paese, uscito diviso e stremato dalla guerra, avrebbe tratto non poco beneficio.

Uno dei più profondi analisti politici italiani del secondo dopoguerra, Giuseppe Maranini, nella sua magistrale Storia del potere in Italia 1848-1967, sosteneva – lo ricorda Sergio Romano – che «la legge proporzionale servì soprattutto agli apparati dei partiti ed ebbe l’effetto di trasformare l’Italia in una democrazia pseudoparlamentare dove le Camere registrano, con qualche sporadico dissenso, le decisioni concordate fra le segreterie delle maggiori forze politiche nazionali. Per spezzare l’egemonia dei partiti sul Paese occorrono ‘leggi elettorali che affranchino i parlamentari dalla dipendenza degli apparati’».

Becchi, stranamente, si richiama, per la sua tesi, all’autorità di Norberto Bobbio. Dico stranamente perché il filosofo del diritto e della politica torinese – a differenza di altri importanti teorici del Partito d’Azione da cui proveniva – fu sempre insensibile alla necessità di conferire un potere reale all’esecutivo, a garanzia della stabilità e della governabilità dello Stato; un potere reale reso possibile, in Francia, dalle riforme istituzionali di De Gaulle, che decise di abolire il sistema proporzionale (in vigore nella Quarta Repubblica), considerandolo «il principale responsabile della frammentazione politica, del proliferare di piccoli partiti e dell’estrema instabilità dei governi dell’epoca», e sostituendolo col sistema maggioritario uninominale a doppio turno».

In realtà, Bobbio era sostanzialmente estraneo, per formazione filosofica e culturale, alla democrazia nel senso dei suoi grandi teorici ottocenteschi (da Jules Michelet a Giuseppe Mazzini): il suo illuminismo, cartesiano ed egualitario, conosceva solo gli individui – titolari, per nascita, di diritti civili e politici – e i loro bisogni – i diritti sociali cui avrebbe dovuto provvedere lo stato liberalsocialista. Per lui, non solo la parola nazione ma, altresì, la parola popolo erano sospette, sapevano di prefatio ad faschismum: non esistono i popoli, esistono, appunto, solo gli individui hic et nunc le cui voci vanno ascoltate e considerate come uguali. Scriveva su ‘il Viesseux’– nell’articolo La Rivoluzione francese e i diritti dell’uomo (6 gennaio 1989) – «‘Popolo’ è un concetto ambiguo, di cui si sono servite anche tutte le dittature moderne. È un’astrazione talora ingannevole: quanta parte degli individui che vivano su un territorio il termine ‘popolo’ comprenda non è chiaro. […] Potrà sembrare ostico a chi non può pensare alla società se non come un organismo, ma, piaccia o non piaccia, la società democratica non è un corpo organico ma è una società di individui». Il principio ‘una testa, un voto’ indubbiamente si trova in linea con questo stile di pensiero così nettamente antiorganicista da non riconoscere che gli individui sono ‘persone’ reali e concrete, non esseri astraibili da famiglia, tradizioni, costumi,  e che ad essi potrebbe stare più  a cuore la salvaguardia del loro protetto spazio comunitario che non un conteggio di voti che li ponga – solo teoricamente, peraltro – tutti sullo stesso piano e indebolisca le risorse del potere preposto a  quella salvaguardia.

F.A. Hayek in Individualismo e ordine economico, contrappone lo pseudo-individualismo illuministico «che assume che la Ragione, con la R maiuscola, sia sempre completamente e ugualmente disponibile a tutti gli essere umani e che qualsiasi cosa che l’uomo abbia raggiunto sia soggetta al controllo della ragione individuale, essendone il risultato diretto», al vero individualismo liberale (di Burke, di Tocqueville) definito come  «‘approccio anti-razionalistico’, che considera l’uomo non come un essere estremamente razionale ed intelligente, ma come un essere molto irrazionale e fallibile, i cui errori individuali sono corretti solo nel corso di un processo sociale, e che punta a tirare fuori il meglio da un materiale alquanto imperfetto».

Con questi rilievi, non intendo certo perorare la causa del sistema uninominale o del ‘premio di maggioranza’ ma solo ricordare che, in questo dibattito storico e teorico, dovrebbe tenersi in somma considerazione il problema della governabilità che è affare di ragion politica non di ragion giuridica.

Personalmente credo che il sistema proporzionale abbia bisogno di grosse e sostanziali correzioni (che magari non saranno quelle che ha in mente il centro-destra). Nella Prima Repubblica, un partitino appena al disopra del 2%, poteva ottenere anche le più alte cariche di governo se sceglieva di schierarsi con la coalizione di centro piuttosto che con quella di sinistra. Ero tra quelli che non riuscivano a rassegnarsi al vantaggio conferito a piccole formazioni di essere il ‘peso determinante’ nella costituzione di un governo. Eppoi non ero affatto convinto che l’Italia di minoranza fosse l’Italia della ragione.

(22 Settembre 2026)