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Politica

Verso le elezioni europee – Il dilemma migratorio

12 Settembre 2023 - di Luca Ricolfi

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Di elezioni europee si parla ancora poco, almeno in modo esplicito. Ma sottotraccia è lì che vanno la mente e le mosse dei politici, che già pensano come posizionarsi in vista del voto di giugno 2024. Fra i temi di cui non si parla ancora in modo esplicito, ma che pendono come una spada di Damocle su tutti, c’è sicuramente lo spinosissimo nodo dell’immigrazione illegale in Europa. Un nodo che in Italia si presenta con tre facce: sbarchi a Lampedusa e negli altri porti del Sud, ingressi a Trieste dalla rotta balcanica, respingimenti francesi a Ventimiglia.

È interessante il fatto che, rispetto a questo problema, le forze politiche siano sostanzialmente mute. Non nel senso che non ne parlino, ma nel senso che non parlano delle soluzioni.

Il centro-destra pare ormai rassegnato a considerare ineluttabile il flusso di migranti dalla rotta centrale del mediterraneo, almeno finché l’Europa non batterà un colpo (ma quale colpo? più soldi all’Italia? pattugliamenti di Frontex davanti alle coste della Tunisia e della Libia?). Quanto alla rotta balcanica, alla pressione su Trieste e le altre città del Friuli, se ne parla poco perché qualsiasi soluzione si scontra con l’ostilità dei cittadini, spaventati dall’arrivo di centinaia di stranieri collocati in un limbo incapace di accoglierli e di integrarli.

Quanto al centro-sinistra, l’impegno maggiore non è a prospettare soluzioni che vadano oltre il “più soldi ai sindaci per gestire l’accoglienza”, bensì a denunciare le promesse tradite di Giorgia Meloni, a partire da quella di fermare gli sbarchi con il “blocco navale”.

Insomma, sia la destra sia la sinistra paiono a corto di idee, o meglio di idee nuove, per affrontare il prossimo appuntamento europeo. Con ogni probabilità, il Pd si presenterà con il consueto schema: i migranti non sono il problema, i migranti sono la soluzione (ai bisogni di manodopera delle imprese). E magari aggiungeranno: in passato abbiamo sbagliato, è tempo che il Pd cancelli Marco Minniti e le sue politiche di contenimento dei flussi, come già sta cancellando Renzi e il suo sciagurato Jobs Act.

E il partito di Giorgia Meloni? A giudicare dalla cautela con cui si sta muovendo sul terreno migratorio, si direbbe che l’incapacità di fermare gli sbarchi, combinata con i drammatici problemi delle imprese che non trovano forza lavoro, possa condurre a una riconsiderazione del problema dell’immigrazione. I cui termini essenziali sono abbastanza chiari, se non ci si lascia offuscare dal velo dell’ideologia.

Il dilemma in cui qualsiasi governo è destinato ad incappare discende dal sistema di incentivi che regola i flussi migratori. Se l’immigrazione irregolare in Europa viene ostacolata e criminalizzata, i numeri diventano più gestibili, ma cresce la quota di stranieri che non si possono integrare, e con essa il senso di insicurezza dei nativi (a partire dai ceti popolari). Se viceversa l’immigrazione viene liberalizzata, allargando le maglie anche a chi non ha diritto all’asilo, il flusso è destinato a diventare presto ingestibile, con benefici tangibili per le imprese (più manodopera, salari più bassi), ma costi drammatici per i ceti popolari (dumping salariale, disordine urbano). Detto per inciso, è questo il motivo per cui un comunista come Marco Rizzo, ma anche altri esponenti della sinistra, si oppone all’aumento dei flussi migratori.

Il tutto complicato da una circostanza spesso dimenticata: l’affanno delle imprese non riguarda solo la mancanza di manodopera a bassa qualificazione, ma anche – se non prevalentemente – la mancanza di forza lavoro qualificata: elettricisti, meccanici, fonditori, saldatori, fabbri, tecnici informatici e così via. Pensare che questa lacuna possa essere colmata lasciando via libera agli sbarchi e allentando la sorveglianza ai confini con la Slovenia è perlomeno ingenuo.

Ecco perché, quello dell’immigrazione, è un problema vero, che richiederebbe un approccio analitico, attento ai costi e ai benefici delle varie politiche, senza scorciatoie ideologiche. Non sembra che, con l’approssimarsi dell’appuntamento europeo, tale consapevolezza si stia facendo strada, né a sinistra né a destra.

È un peccato, perché i problemi veri meritano di essere affrontati a viso aperto, non elusi a colpi di slogan e ideologia.

Vannacci, che brutta figura i grandi media!

11 Settembre 2023 - di Luca Ricolfi

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(Intervista di Alessandra Ricciardi a Luca Ricolfi, uscita il 7 settembre su “Italia Oggi”).

  • Professore, il generale Vannacci ha trovato un editore per il suo libro, dopo aver stravenduto con l’edizione on line. È nata una stella?

Le stelle brillano in cielo da milioni di anni, quella di Vannacci non si sa ancora quanto durerà. Però, fin da quando è uscito, non ho condiviso la supponente profezia dei commentatori politici: “dal 1° settembre non se ne parlerà più”. Mi aspettavo una tenuta, anche per ragioni tecniche: il file in pdf del libro sta girando vorticosamente su internet, le copie vendute da Amazon sono solo una frazione del circolante.

  • Lei lo ha letto il libro?

Dalla prima riga all’ultima, ero troppo incuriosito.

  • E non ha trovato che alcune tesi su gay e donne siano politicamente scorrette se non discriminatorie?

Attenzione: quasi tutto quel che una persona normale pensa e dice è considerato politicamente scorretto dalle guardie rosse del pensiero. E, nel mondo inquinato dai social, è impossibile esprimere un’idea senza che qualcuno si senta offeso, poco rispettato, discriminato, deriso, eccetera.

Ma non voglio sfuggire alla domanda. È vero, nel libro di Vannacci si trovano frasi ironiche sui gay e sulle femministe (ad esempio “moderne fattucchiere”), ma nulla che possa essere interpretato come razzismo, sessismo, o giustificazione di pratiche discriminatorie. Quel che mi colpisce, semmai, è un’altra cosa…

  • Quale?

Il quasi completo disinteresse dei media, degli studiosi, degli intellettuali per il contenuto delle proposte del Generale, alcune delle quali sono più che ragionevoli, o comunque difendibili. Sul clima e sull’ambiente, ad esempio, Vannacci espone – con molto maggiore dovizia di argomenti statistici – una tesi difesa pochi anni fa da Jonathan Franzen in un apprezzato libretto pubblicato da Einaudi (E se smettessimo di fingere?) dove sosteneva che fosse meglio concentrare gli investimenti sul contenimento dei danni del riscaldamento piuttosto che puntare su un’utopistica riduzione della temperatura globale. La realtà, purtroppo, è che sul Mondo al contrario i media considerati più autorevoli hanno dato una drammatica prova di mancanza di professionalità. La sistematica deformazione del pensiero di un autore, e soprattutto il silenzio totale sulle sue proposte, sulle sue analisi e sulla sua visione del mondo, sono segnali molto preoccupanti.

  • Così la pensano anche alcuni esponenti della destra però.

Sì, ho letto ad esempio la recensione negativa di Franco Cardini. Ma la sua è una reazione da professore universitario a professore. Non c’è alcuno sforzo di entrare nel punto di vista (e nel linguaggio!) dell’interlocutore, che invece è la cosa più interessante di fronte a un unicum come il libro di Vannacci. Lo dico come sociologo: il mero fatto che un libro autoprodotto venda più di 100 mila copie in poche settimane, superando di gran lunga tutti i “venerati maestri” che si contendono l’attenzione del pubblico, è un fatto che già solo per questo merita una riflessione scientifica. Tanto più che il libro non usa nessuna delle armi improprie del nostro tempo: volgarità, sesso, pornografia, violenza verbale, promesse di salute, felicità o autorealizzazione.

  • Il ministro della difesa Crosetto ha rivendicato in queste ore la scelta di averlo destituito, “sono stato più militare di lui”, ha detto. Un militare in quella posizione può dire tutto come potrebbe fare un altro comune cittadino? Non ritiene che la libertà di espressione abbia dei limiti?

Le rispondo con una certa sofferenza, perché ho grande stima (e simpatia) per Guido Crosetto. Ebbene, penso anch’io che la libertà di espressione abbia dei limiti. Ma sono quelli fissati dalla Costituzione e dalla legge, non dall’opportunità politica.

  • A quali limiti si riferisce?

Innanzitutto all’articolo 21, secondo cui “sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. E in secondo luogo al codice (penale e civile) che stabilisce in modo piuttosto preciso i casi nei quali un’opinione diventa illecita (calunnia, diffamazione, ingiuria, minaccia, vilipendio, apologia di reato, incitamento alla discriminazione). Nel libro di Vannacci non ci sono né offese al buon costume (semmai critiche a chi lo offende), né tracce dei reati previsti dal codice penale. E non si può neppure dire, come ha incautamente affermato il Generale Camporini, che l’articolo 98 della Costituzione preveda limiti alla libertà di espressione di magistrati, militari di carriera, agenti di polizia. L’articolo 98 si limita a dire che, per tali categorie, la legge può “stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici”.

Insomma, come liberale, trovo semmai che le norme attuali siano eccessivamente limitative della libertà di manifestazione del pensiero.

  • E quindi ci sono temi di destra di cui Vannacci diventa paladino e che la destra di governo, Fdi e Lega, non rappresenta più?

Secondo me è un errore collocare Vannacci sullo spettro politico, o confrontarne le posizioni con quelle dei partiti di destra. Certo, la maggior parte delle idee di Vannacci sono discutibili, conservatrici, e spesso nostalgiche. Ma il suo libro è la descrizione di uno stato d’animo, non un manifesto politico.

  • Può nascere altro a destra? O Vannacci sarà assorbito nella destra di governo?

Io mi auguro che Vannacci non entri direttamente in politica, ma continui a fare – in modo meno rozzo – quel che ha fatto finora: dare voce a un segmento importante della società italiana.

  • La solita “maggioranza silenziosa”?

Direi di no. La maggioranza silenziosa rappresentava solo ed essenzialmente una richiesta di ordine. Nel Mondo al contrario c’è di più e di meno: la nostalgia per un mondo più ordinario, non semplicemente più ordinato. Un mondo più aderente al senso comune, più tradizionalista, meno ostaggio delle minoranze organizzate. È il mondo della maggioranza? Credo di no. Quella di Vannacci a me pare una silenziosa minoranza di massa. Che in lui sta trovando un modo di far sentire la sua voce.

È il mondo della maggioranza? Credo di no. Quella di Vannacci, a me pare una cospicua minoranza silenziosa. Che in lui sta trovando un modo di far sentire la sua voce.

Immigrazione ed elezioni europee – Perché la destra è in pole position

6 Settembre 2023 - di Luca Ricolfi

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Mancano 9 mesi alle prossime elezioni Europee, e si sente dire che la relativa campagna elettorale è già iniziata. Non mi sembra esatto, almeno in Italia. Quel che si osserva, negli ultimi mesi, è semmai un penoso tentativo dei partiti (specie quelli di governo) di differenziarsi sulla politica interna, mentre quasi nulla sulle grandi tematiche europee – dal patto di stabilità all’immigrazione – né sul problema politico fondamentale: con quale maggioranza la Commissione europea governerà il Vecchio continente?

Eppure questo è il punto cruciale. Accade infatti che, per la prima volta dal 1979 (primo Parlamento Europeo), esiste la concreta possibilità che l’alleanza Popolari-Liberali-Socialisti, che ci ha governati per 45 anni, non abbia più i numeri per governare.  È tutt’altro da escludere, infatti, che i due raggruppamenti di destra (Identità e Democrazia, Conservatori e Riformisti), che attualmente occupano il 18% dei seggi, si rafforzino al punto da rendere numericamente possibile una maggioranza con i Popolari, attualmente al 25%: lo spostamento elettorale necessario per tale ribaltamento è dell’ordine di 7 punti percentuali, che sono tanti ma non tantissimi. Questa eventualità, più che regalarci un governo di destra (impraticabile finché il Partito Popolare manterrà lo sbarramento contro l’estrema destra), si tradurrebbe in una fortissima instabilità, fino alla sostanziale paralisi delle istituzioni europee. Una prospettiva non proprio esaltante.

Ma che cosa rende verosimile l’ipotesi di un successo delle destre in Europa?

Fondamentalmente il combinato disposto di due circostanze: l’aggravamento del problema migratorio, particolarmente acuto in Italia; la rimozione del problema da parte dei maggiori partiti progressisti europei.

Che il problema migratorio sia in cima alle preoccupazioni di alcune opinioni pubbliche europee si indovina dai risultati elettorali e dai sondaggi più recenti, che segnalano il rafforzamento dei partiti ostili all’immigrazione. Oltre al recente successo della coalizione di destra guidata da Giorgia Meloni, si debbono ricordare: l’avanzata di Alternative für Deutschland in Germania (elezioni politiche e sondaggi), il rafforzamento del Rassemblement National in Francia (elezioni legislative), le recenti clamorose vittorie delle destre in Svezia, Finlandia, Grecia. In apparente controtendenza, i risultati elettorali in Spagna (dove il partito xenofobo Vox ha perso colpi) e in Danimarca (dove la premier socialdemocratica Mette Frederiksen è tornata a guidare il paese).  Dico “apparente” controtendenza perché sia in Spagna sia in Danimarca il consenso elettorale complessivo ai partiti di destra e centro-destra è in realtà aumentato, sia pure di poco.

Il caso danese merita una speciale attenzione. In Danimarca i socialdemocratici, con il 27.5% dei consensi, hanno ottenuto il miglior risultato di sempre, e hanno scelto di formare un governo di grande coalizione (“né rossa né blu”, secondo la premier) con gli altri due maggiori partiti, ossia liberali e i moderati. Il punto interessante, però, è con che tipo di messaggio i socialdemocratici hanno affrontato – e vinto – la prova elettorale. Per mesi, al centro del dibattito politico danese vi è stata la proposta, caldeggiata dai socialdemocratici stessi, di collocare in Rwanda o in qualche territorio straniero una parte dei migranti.

Ed ecco il punto chiave: anche se con ogni probabilità la proposta non sarà attuata, o sarà annacquata in qualcosa d’altro, il fatto è che i socialdemocratici hanno riconquistato la fiducia dell’elettorato mostrando che prendono sul serio il problema dell’immigrazione. Una sorta di variante nordica della “linea Minniti”, che in Italia ebbe breve durata, almeno a sinistra.

Nulla di tutto ciò pare muoversi nelle altre socialdemocrazie europee. Anzi, l’atteggiamento della Commissione è di “comprendere” l’esistenza del problema, ma di essere decisa a non far nulla prima del rinnovo del Parlamento europeo, il prossimo giugno. Ecco perché penso che i partiti di destra, radicale o estrema, abbiamo ottime possibilità di fare un grosso risultato alle prossime elezioni europee. Negare o sottovalutare il problema dei migranti è il più grande regalo che i partiti di sinistra possano fare alle forze politiche di destra.

Al coro del politicamente corretto s’è unita la voce di Maurizio Ferrera

6 Settembre 2023 - di Dino Cofrancesco

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‘La libertà non è una clava’ è il titolo di un editoriale di Maurizio Ferrera pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ del 23 agosto. “Il discorso di odio, vi si legge, agisce come un sasso nello stagno, attiva una spirale di polarizzazione di gruppo, di radicalizzazione dei disaccordi e dei conflitti.” E ancora “anche a prescindere dai suoi contenuti, il discorso d’odio erode il terreno comune e trasforma un’idea (un punto di vista, una visione della società, una identità in una credenza assoluta, irri- ducibile, spesso ‘tribale’. “La libertà di espressione diventa una clava che frantuma le basi del regime – liberale e democratico – che rende possibile l’esercizio di quella libertà”. Quante volte ho pensato la stessa cosa leggendo le omelie degli opinion makers di ’Repubblica’, del ‘Fatto quotidiano’, di ‘Domani’, de ‘La Stampa’ etc. C’è un’Italia che viene letteralmente criminalizzata se non condivide ‘tutti’ i valori che stanno a fondamento della Costituzione antifascista e l’universalismo illuministico e cosmopolitico che ormai domina incontrastato nelle scuole italiane e nei mass media(anche quelli di Mediaset) e per il quale tutto ciò che si oppone al ‘pensiero egemone’ va stanato e denunciato. In  qualche caso, forse sotto la suggestione del fascistometro escogitato da Michela Murgia (parce sepultae), si sono proposti attestati ufficiali a dimostrazione di stare dalla parte giusta (v. la dichiarazione di antifascismo sulla carta d’identità proposta da un sindaco del Grossetano).Non sto rigirando la frittata. Il lettore sa bene che i casi da me citati non sono quelli ai quali si riferisce Ferrera, che pensava al libro di Roberto Vannacci e, soprattutto, alle “categorie più bersagliate dai discorsi d’odio” “i migranti in particolare, in particolare se musulmani e/o di pelle scura, gli ebrei, la comunità Lgbtq*” I pronunciamenti pubblici di disprezzo verso queste categorie, scrive tendono a sfuggire alle statistiche, ma costituiscono il retroterra dei veri e propri crimini d’odio”. Mi è difficile trovare un esempio di ‘pronunciamento pubblico’ e di implicito invito all’aggressione  nei vari periodici di area moderata, liberale, conservatrice e persino ‘nostalgica’ che mi capitano tra le mani; anche se non esito ad ammettere che nei bar dello sport disseminati nella penisola discorsi come quello di Vannacci trovano molti consensi: Ma questo poi cosa significa: che una visione tradizionalista della famiglia, dei generi sessuali, delle autorità laiche e religiose va considerata una ‘malattia’ da debellare al più presto? Sono d’accordo che “il valore del nostro modello di società dipende dalla misura in cui sapremo rendere ’normale’ la diversità nel discorso e nelle interazioni pubbliche”. Mi chiedo, però, quali diversità vadano riconosciute e chi debba decidere in merito. Come è stato detto da un giovane, brillante, studioso di Isaiah Berlin, il pluralismo esaltato nella retorica nazionale sono le tonalità diverse di uno stesso colore. Non sembra entrare nella nostra political culture il principio che il ‘diverso’ che legge i libri di Julius Evola e fonda un’associazione culturale intitolata a Ezra Pound va rispettato come il ‘normale’ che colleziona gli scritti di Antonio Gramsci. A Genova, ad es., un sindaco di sinistra ha capeggiato un corteo ANPI che chiedeva di allontanare dalla città i neofascisti (!) di Casa Pound.

In realtà, si dovrebbe prendere atto che   un paese non è una lavagna su cui elencare la parte buona e la parte cattiva, i giusti e i reprobi, i fascisti e gli antifascisti, gli amici dell’Occidente e gli amici di Putin. Ma per averne consapevolezza sarebbe necessario riconoscere l’aria di famiglia che in un conflitto politico, sociale e culturale caratterizza i partiti (in senso lato) in competizione. Non c’è comunità nazionale, oggi come ieri, in cui i modi di pensare, gli atteggiamenti verso la vita, i pregiudizi, le sentimentalità non si ripartiscono   equamente tra i vari piani dell’edificio sociale. In parole povere, la sinistra e la destra quasi sempre presentano lo stesso volto sia pure diversamente tatuato e colorato. Alle violenze degli anni venti contro gli agrari – cui non fu estraneo Giacomo Matteotti – corrispondono quelle delle squadre d’azione di Italo Balbo e di Renato Ricci, alla violenza dell’Inquisizione spagnola corrisponde l’efferatezza con cui gli anarchici irrompevano nei conventi, spesso profanandovi le tombe. La ‘manifestazione pubblica di odio’ nei confronti delle classi dirigenti e dei loro intellettuali, è quasi sempre  una reazione (certo inaccettabile) che nasce da quanti si sentono da esse  umiliati e trattati come sudditi di cui vergognarsi. L’idea che ci siano italiani proiettati nella modernità e altri ancorati a pregiudizi del passato circola da secoli nella ‘repubblica delle lettere’ come circola l’altra che ci siano italiani legati alle ‘buone tradizioni’ del tempo che fu e altri malati di novismo e di nichilismo. Ne è derivata la figura dell’intellettuale ‘bonificatore’ incaricato di metter il giardino in ordine, eliminandovi le sterpaglie e i parassiti di piante e animali. Sì, ha ragione Ferrera, “il terreno culturale che favorisce la democrazia è fragile e fatica a tenere il passo con i mutamenti sociali, fra cui l’emergenza di nuove sensibilità e domande di riconoscimento pubblico”. Tale riconoscimento, però, è possibile solo se si viene incontro all’altro, se se ne comprendono i valori profondi, se gli si garantisce che nessuno intende rifargli l’anima. Ma questo comporta – prendendo sul serio il pensiero di J.S.Mill – la rimozione del peccato capitale dell’ideologia italiana, quello di fondare l’identità su una contrapposizione assoluta e radicale invece che su valori positivi intesi a costituire un idem sentire de re publica. Ne rappresenta un esempio da manuale quella che Renzo De Felice chiamava la ‘vulgata antifascista’ e che da settant’anni è stata il fondamento indiscusso della retorica nazionale creando spaccature anacronistiche nel paese e stigmatizzando quanti non si riconoscevano nella retorica ufficiale e anpista. E non vi si riconoscevano non solo per aver letto analisi pacate del famigerato ventennio—quelle di storici come lo stesso De Felice, ma anche di Roberto Vivarelli, di Massimo L. Salvadori etc.—ma anche per esperienza personale, avendo conosciuto bene  persone (familiari e amici) che non corrispondevano affatto allo stereotipo creato dall’antifascismo di regime.

Nell’editoriale di Ferrera non c’è neppure il sospetto che certe reazioni—sicuramente deprecabili—possano essere dettate non da una malattia morale, da ignoranza, da atavismi tribali ma dall’oggettiva complessità dei problemi. Si prenda il caso dell’emigrazione. E’ una colpa temere che un’emigrazione incontrollata possa riversare sulle nostre rive fiumane di ‘desperados’ che potrebbero alterare i paesaggi materiali e spirituali nei quali siamo vissuti per secoli? Per l’abitante del quartiere povero la paura di aggressioni da parte di gente che non ha né un tetto né un lavoro non va tenuta in debito conto? E dobbiamo proprio mettere alla gogna Andrea Gianbruno per aver affermato ciò che ogni buon padre di famiglia non fa che ripetere alle figlie: ‘vai pure a ballare, ma ricordati che alcool e droga ti espongono a brutti incontri?’

Forse Ferrera, difensore (giustamente) dei diritti della comunità Lgbtq* dovrebbe riflettere su quanto ha scritto il filosofo Simone Regazzoni, allievo di Jacques Derrida, “In questi anni il discorso della sinistra non si è semplicemente focalizzato sui diritti delle minoranze. Ha fatto due cose, pessime, il cui risultato è una destra sempre più forte in Italia.

  1. Ha affermato, nella prassi e nella teoria, che qualsiasi riconoscimento dei diritti delle minoranze deve passare da una radicale messa in discussione critica e una colpevolizzazione morale di ciò che si presenta, e che la maggioranza delle persone vive, come la norma. Vuoi riconoscere i diritti della famiglia queer? Devi dire che la famiglia tradizionale è il male. Vuoi riconoscere diritti alla genitorialità delle coppie omosessuali? Devi dire che i termini mamma e papà sono formule da non usare. Vuoi riconoscere i diritti a quanti percepiscono la propria sessualità di genere diversa dal sesso biologico? Devi dire che esiste solo la sessualità di genere, che il sesso è un costrutto culturale e che maschile e femminile sono costruzioni oppressive.  Devi riconoscere il diritto a essere a pieno Italiani ai figli di immigrati? Devi dire che non esiste un’identità italiana.
  2. Queste tesi non vengono presentate come ipotesi da discutere in un contesto filosofico o culturale, ma come dogmi di una nuova religione che non possono essere messi in discussione, pena la scomunica morale. Per questo nello stesso spazio intellettuale che le sottoscrive pubblicamente molti sentono il bisogno, in privato, di prendere una distanza ironica da questa neoreligione a tratti kitsch con i suoi santoni e le sue vestali. Immaginiamo quale effetto possa avere questa neoreligione sulle masse… quello di vedere un libro rabberciato e mediocre come un grido liberatorio del tipo: “il re è nudo!”.

Oltretutto comprendere chi sta dall’altra parte non è qualcosa che riguardi solo lo scienziato politico o il filosofo morale ma è, soprattutto, un imperativo politico. Si prevale solo sull’avversario che si conosce.

“Lo Zar è autentico oppure no?” – Sulla morte di Evgenij Prigozhin

28 Agosto 2023 - di Paolo Musso

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La morte (ampiamente annunciata) di Evgenij Prigozhin, avvenuta mercoledì 23 agosto, ha riproposto tutti gli interrogativi sulla sua apparentemente incomprensibile rivolta e la sua ancor più incomprensibile resa.

Almeno una, fra le tante ipotesi avanzate, cioè quella complottista, per cui sarebbe stata tutta una farsa, orchestrata di comune accordo con Putin per far “venire allo scoperto” i potenziali traditori, dovrebbe essere stata spazzata via, visto che il suo presunto complice l’ha appena fatto fuori (anche se i suoi fautori difficilmente se ne daranno per intesi, dato che per loro non vale né il principio di realtà né quello di non contraddizione).

Ma se questa ipotesi è certamente sbagliata, è difficile dire quale sia invece quella giusta, anche perché il fallimento della rivolta ha impedito di cogliere appieno l’enormità dell’evento, che appare invece in tutta la sua imponenza se si pensa a cosa sarebbe successo se la Wagner fosse arrivata a Mosca e Prigozhin avesse preso il potere, come a un certo punto è sembrato perfettamente possibile. Si sarebbe infatti trattato del primo colpo di Stato riuscito in Russia dopo quello della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, oltre un secolo fa, nonché dell’unico finora verificatosi in una moderna superpotenza.

Tenendo presente questo, i fatti, già di per sé sconcertanti, diventano quasi incomprensibili, a cominciare da quale fosse il vero obiettivo della rivolta.

È difficile credere che Prigozhin volesse davvero prendere d’assalto la capitale del più grande Paese del mondo con appena ventimila mercenari e senza nessun appoggio evidente da parte di altri poteri dello Stato. Ma è almeno altrettanto difficile credere che abbia intrapreso un’azione così dirompente e senza ritorno solo per qualche rivendicazione “sindacale” (il non assorbimento della Wagner nell’esercito russo) o politica (la testa dei suoi nemici Shoigu e Gerasimov).

E poi, altre domande. Come è stato possibile che la Wagner abbia potuto penetrare come un coltello nel burro per centinaia di chilometri nel territorio della seconda superpotenza del mondo, che per giunta si trovava già da tempo in stato di mobilitazione generale a causa della guerra? E perché la rivolta di Prigozhin ha avuto un così entusiastico sostegno popolare? Chi l’ha fermato e come, se fino a quel momento nessuno aveva mosso un dito? O, se si è fermato da solo, perché l’ha fatto, sapendo perfettamente che con ciò avrebbe firmato la sua condanna a morte?

Alcune risposte sensate sono state date, ma mi sono sempre sembrate insufficienti.

Sul primo punto, per esempio, Lucio Caracciolo aveva sostenuto che ciò era dipeso dal fatto che Putin ha mandato in Ucraina tutti i soldati che ha potuto, lasciando quasi completamente sguarnito il territorio del suo immenso paese, il che sembra plausibile (benché contraddica l’altra tesi dello stesso Caracciolo secondo cui la Russia sarebbe in grado di continuare la guerra praticamente all’infinito; ma questo è un altro discorso, che prima o poi riprenderò).

Ciò però non spiega perché da parte dell’esercito russo non ci sia stata la benché minima reazione all’avanzata della Wagner  (un paio di aerei militari abbattuti e una dozzina di soldati uccisi non indicano certo una resistenza organizzata, ma piuttosto delle sporadiche iniziative individuali, verosimilmente non autorizzate). E ciò benché il suo primo passo sia stato occupare il centro di comando di Rostov che presiedeva all’intera “Operazione Speciale”, cioè il luogo meglio difeso di tutta la Russia.

Quanto al perché Prigozhin si sia fermato, il mistero è ancor più fitto. Uno dei nostri generali a riposo che collaborano come esperti con le televisioni (non mi ricordo più chi, forse Angioni) aveva detto che la Wagner non poteva essere già arrivata così vicino a Mosca come Prigozhin sosteneva, perché i mezzi militari non si muovono così rapidamente. Anche questo sembra plausibile, ma, di nuovo, non spiega granché. Infatti, quando pure gli ci fosse voluto ancora un giorno o due per raggiungere la capitale, non sarebbe cambiato molto, dato che nessuno sembrava volersi muovere per difenderla.

Personalmente, ho sempre pensato che Prigozhin si sia fermato di sua iniziativa, semplicemente perché non c’è il minimo indizio che sia stato fermato da qualcun altro. Ma perché mai abbia deciso di farlo e di cercare un accordo con Putin pur sapendo perfettamente che era un suicidio, questo davvero non riuscivo a capirlo.

Poi giovedì scorso, proprio il giorno dopo la sua morte, ho ascoltato una lettura “alternativa” di questi eventi fatta dal grande scrittore russo dissidente Mikhail Shishkin che ho trovato molto convincente e che perciò qui vi ripropongo.

Intervenendo alla tavola rotonda Tra democrazia e autocrazia: il destino della libertà nell’ambito del 44° Meeting di Rimini, Shishkin ha spiegato che in Occidente abbiamo un’idea dei russi basata essenzialmente sulla loro grande letteratura, che si interroga continuamente sul male, sulla colpa, sulla responsabilità, ecc. Ma in realtà questo modo di pensare è limitato a una ristretta élite di persone istruite, mentre alla grandissima maggioranza dei russi di tutte queste grandi domande non importa nulla, essendo ancora legati a una concezione della politica di tipo zarista.

Per loro la vera questione da porsi «era ed è e resta tuttora: “Lo Zar è autentico oppure no?” Questa è la principale domanda russa, perché se lo Zar è autentico, allora ci sarà l’ordine, se invece lo Zar è falso, allora ci sarà l’anarchia, i torbidi, il caos». E l’unico modo per capire se lo Zar è autentico oppure no è vedere se vince.

Per questo Stalin, che ha ucciso milioni di persone, ma ha vinto la guerra contro Hitler, è ancor oggi amatissimo dal popolo, mentre Gorbacev, che ha cercato di modernizzare il paese, ma ha perso la guerra in Afghanistan e la guerra fredda contro l’Occidente, è generalmente disprezzato.

Sempre per questo, mi permetto di aggiungere (perché di questo Shishkin non ha parlato, ma mi sembra coerente con la sua logica), è un errore di prospettiva pensare, come molti fanno, che il tentativo di democratizzare la Russia sia fallito quando Boris Eltsin prese a cannonate il Parlamento che gli si era ribellato (peraltro ancora dominato dai comunisti irriducibili che avevano tentato il golpe contro Gorbacev, quindi non esattamente dei campioni della democrazia). Al contrario: ciò agli occhi del popolo avrebbe dovuto legittimare Eltsin come “autentico Zar”, il che semmai lo avrebbe aiutato a continuare il processo di democratizzazione. A impedirglielo (oltre alla vodka…) fu la crisi cecena, che non riuscì a domare e che pertanto lo delegittimò.

E infatti il suo successore Putin, che da ex ufficiale del KGB conosceva bene i meccanismi del potere in Russia, iniziò la sua carriera politica promettendo di vincere la guerra in Cecenia con qualsiasi mezzo («inseguiremo i terroristi dovunque si nascondano, anche dentro il cesso»). Avendo mantenuto la promessa, pur usando una brutalità inaudita, venne accettato da tutti come autentico Zar. E ancor più lo divenne nel 2014, con l’annessione della Crimea e di parte del Donbass.

A questo punto qualcuno potrebbe osservare che tutti i regimi usano le guerre per rafforzarsi, in modo da unire il popolo contro il nemico esterno e sviare la sua attenzione dai problemi interni. Questo è certamente vero, ma non è esattamente la stessa cosa. Secondo Shishkin, infatti, in Russia il semplice richiamo patriottico all’unità contro il nemico esterno non basta, perché se il popolo ha la sensazione che lo Zar non sia in grado di vincere perderà la fiducia in lui e non sarà più disposto a seguirlo, nonostante la minaccia incombente.

Non è che il patriottismo per i russi non conti: conta moltissimo, invece. Però non c’entra nulla con la loro concezione del potere, che è pragmatica fino alla brutalità e non contiene alcun elemento di idealismo. La vittoria dello Zar non ha (non primariamente, almeno) lo scopo di garantire il bene della patria e del popolo, bensì quello di dimostrare la sua forza e la sua capacità di imporsi a tutti. Perciò lo Zar non deve necessariamente fare la guerra, ma, se la inizia, deve necessariamente vincerla (il che, fra parentesi, significa che è illusorio sperare che Putin si decida a trattare: sa bene, infatti, che se lo fa è morto).

Per questo, secondo Shishkin, Putin è ormai da tempo considerato un falso Zar e tutti stanno aspettando che ne sorga un altro che possa prendere il suo posto. Prigozhin aveva le caratteristiche giuste: era forte; era spietato (caratteristica negativa per un leader occidentale, ma non per uno Zar); era l’unico che era riuscito a vincere (a Bakhmut) da quando Putin aveva iniziato a perdere; era l’unico che aveva osato denunciare pubblicamente la debolezza del falso Zar; e infine aveva avuto l’ardire supremo di muovere in armi contro di lui.

Quindi l’azione di Prigozhin era davvero ciò che sembrava: un tentativo di colpo di Stato. E, a dispetto delle apparenze, non era affatto campato in aria, ma poteva davvero riuscire. Il motivo per cui nessuno l’ha appoggiato apertamente, ma nessuno l’ha nemmeno ostacolato, infatti, è che erano tutti in attesa di vedere che cosa avrebbe fatto. Se fosse andato fino in fondo, sarebbe stata la prova che era proprio lui il vero Zar che aspettavano e allora tutti l’avrebbero seguito.

Ma perché Prigozhin invece si è fermato?

Perché, ha risposto Shishkin, mentre «tutta la popolazione era pronta ad accettare il fatto che lui potesse diventare il nuovo Zar della Russia, l’unico a metterlo in dubbio era lo stesso Prigozhin, che psicologicamente si è dimostrato non pronto a prendere il potere, che avrebbe avuto ai suoi piedi».

Quella esitazione è stata fatale. Una volta fermatosi, Prigozhin non poteva più ripartire: per tutti, ormai, compresi i suoi stessi uomini, era diventato anche lui un falso Zar. E a quel punto non gli restava che sforzarsi di credere alle promesse di Putin, pur sapendo benissimo che erano false.

A chi ha una concezione razionalista della storia, per cui il suo svolgersi è il prodotto di cause sempre perfettamente logiche e perfettamente coerenti, questa spiegazione apparirà di sicuro insoddisfacente. A chi, come me, è invece convinto che la storia non è fatta da forze impersonali, ma dagli esseri umani, che non agiscono solo in base alla ragione, ma anche alle emozioni, dovrebbe sembrare molto plausibile.

D’altronde, tante volte abbiamo visto campioni affermati e blasonati giungere a un passo dal trionfo agognato per tutta la vita e poi farsi prendere dal panico e fallire proprio quando bastava allungare la mano per raccoglierlo – o meglio, proprioperché bastava allungare la mano per raccoglierlo. E se succede nello sport, dove in fondo è in gioco solo la gloria o al massimo i quattrini, perché mai non dovrebbe accadere anche in situazioni ben più drammatiche, in cui è in gioco la vita, propria e altrui, e magari anche il destino del mondo?

Inoltre, la lettura di Shishkin ha anche un altro punto a suo favore: è l’unica (almeno fra quelle fin qui proposte) che si accordi con tutti i fatti attualmente noti. Magari un giorno verranno alla luce altri fatti che la smentiranno, ma per ora le cose stanno così. E ciò non è poco.

Resta però ancora una domanda: cosa succederà adesso?

Secondo Shishkin, anche se per il momento Putin è rimasto al potere, la sua condizione non è cambiata, perché non è lui che ha vinto, ma Prigozhin che ha perso, mentre la situazione in Ucraina resta critica. Di conseguenza, tutti continuano provvisoriamente ad ubbidire all’attuale Zar, ma continuano a considerarlo delegittimato e perciò continuano ad aspettare che sorga un nuovo pretendente a cui non tremino il cuore e la mano nel momento supremo.

Shishkin ritiene che ciò accadrà molto presto, perché è convinto che Putin sia gravemente malato e che quello che si vede in pubblico sia ormai da tempo un suo sosia. In ogni caso, quando ciò accadrà, sia domani o più tardi, chiunque prenda il suo posto metterà subito fine alla guerra, esattamente come avrebbe fatto Prigozhin se avesse avuto successo.

Non ho elementi per dire se la prima convinzione di Shishkin sia giustificata, anche se lo spero, ma almeno la seconda mi sembra plausibile, posto (ovviamente) che la sua chiave di lettura sia corretta.

La ragione, infatti, è sempre la stessa: per legittimarsi lo Zar deve vincere e in Ucraina, ormai, ciò non è più possibile. Prigozhin lo sapeva bene, avendo visto con i suoi occhi la situazione sul campo e i cadaveri dei suoi uomini, che aveva perfino mostrato in diretta televisiva al “falso Zar” che intendeva spodestare. Ma nessuno che aspiri al ruolo di “autentico Zar” di tutte le Russie può permettersi di cominciare il suo regno facendosi logorare dal terribile tritacarne ucraino.

Perciò, chiunque sarà il successore di Putin, secondo Shishkin per prima cosa cercherà di chiudere quella nefasta partita il più presto possibile, riconoscendo la sconfitta, ma dandone la colpa al “falso Zar” appena abbattuto, per poi cercare la sua definitiva legittimazione attraverso una vittoria di altro tipo, presumibilmente contro i suoi nemici interni.

Non resta che augurarci che abbia ragione.

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