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La frattura tra ragione e realtà 12 / (Dis)connessi da morire

3 Febbraio 2026 - di Paolo Musso

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C’è una cosa nella tragedia di Crans Montana che mi ha colpito in modo particolare: vedere che diversi ragazzi all’interno del locale quando è iniziato l’incendio, anziché correre subito fuori, si sono messi a filmarlo con i cellulari mentre continuavano a ballare, come se si trattasse di un effetto speciale o di una curiosità da mostrare agli amici.

Il fatto è stato così impressionante che stavolta l’hanno notato anche molti opinionisti, solitamente troppo persi nelle loro sofisticate teorie per guardare la volgare realtà. Nessuno però ha voluto approfondire, per paura di “colpevolizzare” i ragazzi morti o comunque di “profanarne” in qualche modo la memoria. Eppure, è un discorso che va fatto.

Questo, infatti, non è solo l’ennesimo caso in cui la disconnessione dal mondo reale causata dall’eccesso di connessione col mondo virtuale produce gravi danni o addirittura la morte. Stavolta c’è di più, perché fuggire davanti al fuoco è un istinto primordiale, profondamente radicato nella natura di tutti gli esseri senzienti.

Che molti ragazzi oggi rimangano apatici davanti agli stimoli esterni, che rinuncino a socializzare, che non capiscano l’importanza di studiare anziché farsi fare i compiti da ChatGPT, che fatichino a distinguere tra finzione e realtà per quel che riguarda il sesso, la violenza, il bullismo o la disonestà – tutto ciò è indubbiamente grave, ma ci si può ancora illudere che si possa rimediare insegnando loro a “usare bene” la tecnologia digitale.

Ma quando la disconnessione dalla realtà arriva al punto di anestetizzare addirittura l’atavica paura del fuoco e l’istinto di conservazione, fattori così basilari per la sopravvivenza che li condividiamo perfino con gli animali, significa che l’alienazione da smartphone sta cominciando a modificare la nostra stessa biologia. E questa non è più una cosa che si possa risolvere solo a parole: non certo con i predicozzi o i “corsi di educazione a…” che infestano la scuola (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/), ma nemmeno con una autentica educazione, che pure è necessaria, ma non basta.

Come ha detto lo psicologo Alberto Pellai in un’intervista che gli ho fatto un anno fa a margine di una tavola rotonda tanto bella quanto inquietante (Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart, https://www.youtube.com/watch?v=Pt89jIehTCE): «Si può educare a gestire bene una dipendenza? La risposta è no: la dipendenza va curata, non può essere educata» (https://www.ilsussidiario.net/news/scienzscuola-non-cosi-smart-tutti-i-danni-dellinternet-precoce/2833991/). E per curare una dipendenza il primo passo è sempre l’astinenza da ciò che la causa: in questo caso, lo smartphone.

Ciò però non significa affatto colpevolizzare i nostri ragazzi perché lo usano troppo. Infatti, per dirla con una delle più grandi pensatrici del Novecento, Jessica Rabbit, “loro non sono cattivi, è che li disegnano così”. O meglio: è che li disegniamo così, perché questo è il mondo che noi gli abbiamo costruito.

Se vogliamo renderlo migliore, per loro e anche per noi, dobbiamo quindi innanzitutto capire che non sempre basta “usare bene” la tecnologia.

O, se preferite, che in certi casi usarla bene significa non usarla affatto.

La frattura tra ragione e realtà 11 / Gli Oracoli – Da Hiroshima a Crans Montana, le vittime hanno sempre ragione?

23 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Nel nostro tempo c’è una tendenza sempre più diffusa a considerare le vittime di una tragedia o un’ingiustizia di qualsiasi tipo come “buone” a prescindere, cioè semplicemente in quanto vittime (purché “politically correct”), indipendentemente da tutto ciò che dicono e fanno. Spesso si arriva addirittura a considerarle delle specie di “Oracoli”, le cui idee devono essere ritenute “giuste” a prescindere, come se la disgrazia avesse conferito loro una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali. Questo fenomeno è parte della più generale (e pericolosissima) tendenza odierna che porta a usare come criterio di giudizio l’emotività anziché la ragione.

Ormai da tempo è in atto in tutto l’Occidente un curioso quanto preoccupante fenomeno che tende a trasformare le vittime di qualsiasi tragedia o ingiustizia in una sorta di “Oracoli”, come se il fatto stesso di essere vittime (purché, ovviamente, “politically correct”) conferisse loro l’accesso a una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali.

Le motivazioni di tale tendenza sono essenzialmente due. La prima ha più di un secolo e consiste nel pregiudizio ideologico, di origine marxista, per cui bisogna stare sempre dalla parte del più debole, indipendentemente da come agisce (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). La seconda è più recente e perfino più pericolosa: si tratta della tendenza a usare come criterio di giudizio l’emotività invece della ragione. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi. Qui ne menzionerò solo alcuni, particolarmente eclatanti.

1) I sopravvissuti della Bomba

Qualche mese fa ho avuto modo di ascoltare dal vivo la testimonianza di due Hibakusha, come vengono chiamati i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki: Toshiyuki Mimaki e Masao Tomonaga, entrambi medici. Gli Hibakusha da decenni portano la loro testimonianza di quella tragedia in tutto il mondo, insieme a un messaggio di perdono e di riconciliazione sicuramente ammirevole. Ma purtroppo non è tutt’oro quel che luccica.

Il problema è che ormai da tempo stiamo assistendo a una loro acritica “beatificazione in blocco”, semplicemente in quanto vittime, come dicevo prima, indipendentemente da tutto ciò che hanno detto e fatto nella loro vita. Eppure, sappiamo che non tutti erano buoni.

Paolo Takashi Nagai, medico cattolico di Nagasaki, pioniere dell’uso dei raggi X, di cui è in corso la causa di beatificazione, nella sua autobiografia (Ciò che non muore mai, che consiglio a tutti, perché è davvero una storia straordinaria) racconta che, al suo ritorno da una spedizione in Cina come medico militare, cercò di spiegare ai suoi connazionali che quella guerra non solo era ingiusta, ma anche stupida, perché l’avrebbero persa. Ma nessuno gli diede ascolto. Anzi, quando le cose si misero male, migliaia di giapponesi si trasformarono in kamikaze. E molti di più erano pronti a diventarlo, anche a Hiroshima e Nagasaki.

È proprio per questo che gli americani decisero di sganciare le atomiche. Eppure, neanch’esse sarebbero bastate, se l’imperatore, in un tardivo soprassalto di coscienza, non avesse imposto la resa all’esercito e alla popolazione, che la accettarono a malincuore solo perché lo ritenevano un Dio.

Fu questo che pose fine alla folle mentalità militarista che allora permeava il Giappone a tutti i livelli, avviando il processo che gli permise di diventare un paese normale. Tanto che, se io fossi un giapponese, chiederei che l’anniversario di Hiroshima e Nagasaki diventasse l’equivalente del nostro 25 aprile, cioè la Festa della Liberazione, anch’essa ottenuta grazie alle bombe americane (in questo caso convenzionali, ma non meno letali delle due atomiche giapponesi), anche se noi preferiamo dimenticarlo e dare tutto il merito alla Resistenza, che da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Ma di tutto ciò non si parla mai. E, avanti di questo passo, gli americani finiranno presto per essere considerati i veri “cattivi”. Cosa a cui anche gli Hibakusha stanno contribuendo.

Per esempio, il dottor Mimaki ha parlato sempre e solo delle sofferenze dei giapponesi, affermando che la decisione di scatenare la guerra fu presa «dall’ex-esercito giapponese e da alcuni politici». Vi immaginate cosa succederebbe se un tedesco parlasse così delle responsabilità della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale? Ma se lo fa una vittima della Bomba, niente: soltanto applausi.

Il dottor Mimaki ha anche raccontato di come sia «scappato fuori con il cuore spezzato» da un memoriale dedicato alle vittime dei lager nazisti. Neanche una parola, però, sul fatto che i giapponesi erano alleati di chi ha commesso quegli orrori, né sugli orrori che essi stessi hanno commesso nei loro campi di prigionia, dove facevano “esperimenti” sui prigionieri non meno efferati di quelli compiuti ad Auschwitz dal famigerato dottor Mengele. Eppure, di nuovo applausi scroscianti.

Considerando che Mimaki parlava davanti a un pubblico, quello del Meeting di Rimini, che certamente non è antioccidentale, è evidente che qui non si tratta solo di ideologia, ma anche e soprattutto dell’emotività irrazionale per cui consideriamo le armi nucleari l’incarnazione del Male e, di conseguenza (benché in realtà non sia affatto una conseguenza), le loro vittime, chiunque esse siano, l’incarnazione del Bene.

Né si tratta solo della distorsione della verità storica. Anche oggi, infatti, qualsiasi cosa gli Hibakusha dicano o facciano viene considerata buona e giusta a prescindere.

Per esempio, essi si battono per l’abolizione totale delle armi nucleari nel mondo. Ciò è comprensibile, data la loro storia, ma irrealistico (infatti non hanno ancora ottenuto nulla) e, paradossalmente, anche pericoloso (vedi https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/). Eppure, nel 2024 per questo hanno ricevuto il Premio Nobel (alle intenzioni, evidentemente, come Obama).

Peggio ancora, vorrebbero perfino l’abolizione del nucleare civile, ritenuto addirittura «incompatibile con l’esistenza dell’umanità», il che è una vera idiozia (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/). Eppure, di nuovo, ogni volta che lo dicono, giù applausi.

Quanto a Tomonaga, continua a studiare ossessivamente gli effetti a lungo termine delle radiazioni atomiche, il che, di nuovo, si può capire considerando la sua storia. Ma pretendere, come fa lui, di avere dimostrato l’esistenza di conseguenze non solo fisiche, ma addirittura psicologiche sui loro discendenti, quando sappiamo che già a distanza di qualche anno perfino sulle vittime dirette delle bombe si trovano variazioni statistiche così piccole che potrebbero benissimo essere casuali (https://thebulletin.org/2020/08/counting-the-dead-at-hiroshima-and-nagasaki/), dovrebbe essere considerato, appunto, nient’altro che questo: un’ossessione. E invece no: tutti lo prendono per oro colato.

2) I morti di Gaza

Un altro esempio clamoroso è quello di Gaza, dove qualsiasi affermazione di parte palestinese, comprese quelle provenienti direttamente da Hamas, viene considerata attendibile a prescindere.

Anche qui, benché il pregiudizio ideologico sia evidente (e pesante), il ruolo decisivo è giocato dalle immagini, perché quelle delle 1200 persone assassinate da Hamas non sono mai state mostrate sulle televisioni occidentali. “Per rispetto”, ci hanno detto. Non si capisce, però, perché lo stesso “rispetto” non abbia impedito alle stesse televisioni di mostrarci tutti i giorni, per due anni, i corpi dei palestinesi uccisi dagli israeliani, senza censurare, ma anzi enfatizzando perfino i dettagli più orribili. E ancor meno è giustificabile il fatto che si parlasse (e che ancor oggi si parli) sempre e solo dei palestinesi e mai di tutte le altre persone che vivono in zone di guerra, che sono mille volte di più.

Essendo un convinto anticomplottista non penso che ciò sia intenzionale. Ma non è nemmeno credibile che sia puramente casuale. Credo piuttosto che ci sia una sorta di riflesso condizionato, per cui ci tratteniamo di fronte alle tragedie a cui riteniamo di dover reagire in modo “responsabile”, mentre questi freni vengono meno di fronte a quelle per cui pensiamo di doverci “indignare”, distinzione che, una volta di più, non si basa su motivazioni razionali, bensì ideologiche ed emotive.

Un esempio ancor più chiaro è che tutti in Occidente considerano la guerra di Israele a Gaza unicamente come una reazione al massacro del 7 ottobre (rispetto a cui sarebbe effettivamente sproporzionata) e non anche al fatto che per vent’anni, ogni giorno che Dio mandava in terra, i palestinesi mandavano decine di missili da Gaza contro Israele, mirando sempre e intenzionalmente a obiettivi civili, con il chiaro intento di sterminare tutti gli ebrei, come dice lo Statuto di Hamas (https://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm).

Anche qui, il motivo fondamentale è l’assenza di immagini, dovuta al sistema antimissile (quasi) insuperabile di Israele, per cui non ci sono (quasi) state vittime. Per chiunque usi la ragione, infatti, è evidente che, se io cerco di ammazzarti, ma non ci riesco perché tu ti difendi bene, io resto comunque un criminale. Ma l’emotività non funziona così: se non vede il sangue, non si attiva. Giungiamo così al paradosso che nel mondo di oggi chi viene aggredito, se vuole avere la solidarietà dell’opinione pubblica, deve avere l’amabilità di lasciarsi prima massacrare. Peccato solo che, quando sei morto, la solidarietà dell’opinione pubblica non ti serve più a molto…

3) I parenti degli ostaggi israeliani

Ma anche da parte israeliana le uniche voci che ci venivano fatte ascoltare erano quelle dei parenti degli ostaggi, che, in quanto vittime, avevano diritto di parola anche se facevano parte dei “cattivi”.

E poiché loro perlopiù volevano trattare con Hamas, così si è creata la falsa impressione che la guerra fosse voluta esclusivamente da Netanyahu e dalla sua cerchia, mentre in realtà aveva il consenso della grande maggioranza della popolazione, compreso quello di molti oppositori di Netanyahu e perfino di una parte degli stessi parenti degli ostaggi (guidati da Zvika Mor), che ritenevano che solo con la forza si poteva costringere Hamas a liberarli.

A questi ultimi, però, non è mai stata data la parola, nemmeno dopo che i fatti hanno dato ragione a loro (e a Netanyahu). Eppure, anche loro erano vittime. Ma politically incorrect…

4) Oracoli criminali

Un altro esempio, questo preso da casa nostra, è la legittima difesa, che in Italia di fatto non esiste. Ogni volta che qualcuno si difende con le armi da una rapina, infatti, prima scatta l’ideologia, per cui il rapinatore viene visto come “povero” (altrimenti non ruberebbe) e quindi, per definizione, “più debole” (anche se non lo è affatto). Poi entra in gioco l’emotività, che porta a considerare sempre e comunque “vittima” chi è stato ucciso, anche se in realtà era l’aggressore. E peggio ancora va quando è coinvolta la polizia, perché in tal caso entra in gioco anche il “potere” che essa rappresenta e che oggi viene visto sempre come qualcosa di negativo.

Ovviamente gli abusi, se ci sono, vanno puniti: lo Stato di diritto è caratterizzato proprio dal fatto che si devono rispettare i diritti di tutti, anche dei criminali. Ma ciò non significa che un criminale, solo perché ha subito un’ingiustizia, non sia più un criminale e men che meno che debba essere considerato un “martire”, se non addirittura un Oracolo, come invece troppo spesso accade.

Un esempio abbastanza noto è quello di Ilaria Cucchi, semplice geometra eletta da un giorno all’altro Senatrice grazie al suo impegno per far luce sulla morte del fratello Stefano, arrestato per spaccio di droga e morto in seguito a un pestaggio da parte di due carabinieri (poi condannati a 12 anni di carcere). Ovviamente, la sua è stata una battaglia sacrosanta. Ma ciò non fa di suo fratello un eroe né di lei una personalità politica autorevole, come invece i due vengono regolarmente presentati.

Ancor più clamoroso è il caso di Ilaria Salis, militante di estrema sinistra che nel febbraio 2023 si era recata in Ungheria con la dichiarata intenzione di aggredire i partecipanti a una manifestazione neonazista, certo ripugnante, ma tuttavia pacifica. Arrestata (giustamente) per essere riuscita nel suo intento, menando tre ragazzi, la Salis è stata portata (meno giustamente) in tribunale con le catene a polsi e caviglie.

Per sottrarla a questa “inaccettabile violazione dei diritti umani”, peraltro più grave nella forma che nella sostanza, Alleanza Verdi e Sinistra l’ha fatta eleggere al Parlamento Europeo, facendola così scarcerare grazie all’immunità parlamentare (che la sinistra demonizza sempre, tranne quando le fa comodo).

Questo, comunque, ci può ancora stare. Però sarebbe almeno opportuno tenere un basso profilo. E invece no: da allora la Salis viene regolarmente presentata come un Oracolo e non perde occasione per comportarsi come tale, dandoci lezioni di democrazia e tolleranza (!), salvo poi dichiararsi a favore di Maduro, che tanto democratico non è. Ma, si sa, gli Oracoli non badano a questi dettagli…

5) Gli Oracoli senza qualità

Lo stesso fenomeno si verifica anche con persone qualunque, che vengono improvvisamente trasformate in Oracoli da qualche tragedia.

Un caso clamoroso, ai limiti dell’incredibile, è quello di Patrick Zaki, che oggi sarebbe un perfetto sconosciuto, preoccupato solo di come sbarcare il lunario con la sua laurea in Letterature Moderne Comparate Postcoloniali, se non fosse stato ingiustamente arrestato e processato in Egitto da un regime “fascista” (anche se col fascismo Al-Sisi non c’entra nulla; ma essendo un militare alleato dell’Occidente è fascista per definizione). Così, invece, è diventato improvvisamente un Oracolo, continuamente invitato a eventi culturali di ogni genere, benché in realtà non abbia nulla di interessante da dire.

Qualcosa di simile è successo anche all’Oracolo Piagnone, ovvero Domenico Quirico, onesto cronista di guerra assurto improvvisamente a questo “status” superiore dopo essere stato sequestrato da un gruppo jihadista e poi liberato dopo alcuni mesi di prigionia. La differenza rispetto a Zaki è che Quirico, almeno, qualcosa di interessante da dire ce l’ha. Ma forse è più corretto dire che ce l’aveva, perché un po’ alla volta ha smesso di parlarci di ciò che conosceva davvero (le guerre in Africa) per mettersi a scrivere articoli sempre più oracolari anche nel tono (i richiami alla mitologia greca sono spesso più frequenti delle argomentazioni razionali) su cose che non conosce e non capisce e che conclude sempre allo stesso modo: l’Occidente sta sbagliando tutto e perciò deve cambiare tutto, ma anche se lo facesse continuerebbe inesorabilmente a sbagliare tutto.

L’esempio più comune è quello di chi è colpito da qualche crimine o da qualche calamità naturale. Un caso recentissimo è quello dei parenti delle vittime dell’incendio di Crans Montana, indignati perché i proprietari del bar Le Constellation non erano stati subito arrestati. È evidente che, come sempre accade in questi casi, l’arresto non è stato richiesto per il rischio di fuga o di inquinamento delle prove (come prescrive la legge), ma come una sorta di “pena anticipata”, il che è comprensibile in chi ha subito un trauma così grave, ma non ha nessun fondamento legale.

Eppure, la loro richiesta ha avuto subito l’appoggio, totale quanto acritico, non solo dei giornalisti, ma anche dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. E, guarda caso, subito dopo queste reazioni indignate in mondovisione, i magistrati svizzeri hanno improvvisamente cambiato opinione, disponendo l’arresto dei coniugi Moretti. Intendiamoci, magari il rischio di fuga c’era davvero. Però è difficile credere che queste reazioni non abbiano avuto un peso. Che non avrebbero dovuto avere.

Anche le denunce contro l’immancabile “tragedia che si poteva evitare” e l’altrettanto immancabile “giustizia che non è stata fatta” vengono sempre considerate verità indiscutibili, benché spesso sia evidente che sono dettate solo dal dolore. E ciò causa anche problemi pratici, prolungando all’infinito inchieste che in realtà hanno già accertato da tempo tutte le responsabilità (o almeno tutte quelle che potevano essere accertate). Purché, anche qui, le vittime siano politically correct: avete mai visto una sola manifestazione in cui si chiedesse che “venga finalmente accertata tutta la verità” sui crimini delle Brigate Rosse, come accade regolarmente ogni anno per le stragi di matrice neofascista?

Ciò è confermato anche dal recentissimo caso di Alberto Trentini, arrestato e detenuto illegalmente per oltre un anno in Venezuela. Certamente le iniziative per la sua liberazione erano sacrosante, ma è invece vergognoso che non si parlasse mai degli altri italiani che erano nella stessa situazione. E, peggio ancora, quando finalmente i primi sono stati liberati di loro si è parlato sempre e solo come segno che stava per essere liberato anche Trentini, come se fosse lui l’unico che contava. È difficile considerare casuale il fatto che Trentini è membro della organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, quindi “buono” per definizione, mentre gli altri sono imprenditori, quindi per definizione “cattivi” o quantomeno “non buoni”. E, ovviamente, nessuno si è sognato di ringraziare Trump, benché sia evidente che la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela è dovuta solo ed esclusivamente al suo blitz contro Maduro. Ma Trump è per definizione uno dei “cattivi” e quindi se da ciò che fa ne scaturisce qualcosa di buono è, sempre per definizione, puramente casuale…

6) Tornare alla ragione

Come ho detto (e cercato di dimostrare, spero in modo convincente), in questo fenomeno c’è senza dubbio una forte componente ideologica, ma ancor più preoccupante è quella emotiva.

L’ideologia, infatti, cerca di giustificarsi attraverso argomentazioni che si rivolgono alla ragione dell’interlocutore, rischiando di metterla in moto e di finire così per ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, creando involontariamente i suoi propri anticorpi. L’emotività, invece, è molto più facile da manipolare: basta usare certe parole che provocano reazioni quasi automatiche nelle persone oppure mostrare loro certe immagini e non certe altre e il gioco è fatto. Perfino l’arte, una delle espressioni più alte dell’umanità, può contribuire a questo, se ci spinge a entusiasmarci per cause sbagliate, il che oggi accade spesso, particolarmente con il cinema e con la musica.

In un mondo in cui tutto spinge in questa pericolosissima direzione è urgente fare qualcosa. La soluzione, però, non sta nel continuare a sommergere la scuola con nuovi corsi di (ri)educazione a questo e a quello, che non convincono nessuno (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/). Al contrario, bisognerebbe aiutarla a tornare a fare il suo mestiere, cioè educare i giovani a fare buon uso della propria ragione.

Ma per questo occorre che noi adulti per primi torniamo a basarci sulla ragione anziché sull’emotività, altrimenti non saremo credibili.

Siamo disposti a farlo?

Wikipedia, l’enciclopedia (poco) libera

15 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Qualche giorno addietro ho fatto una cosa che mai mi ero azzardato a tentare prima: ho corretto alcune imprecisioni (che in alcuni casi erano vere e proprie falsità) in due voci di Wikipedia.

Il motivo per cui non ci avevo mai provato è che ero convinto che non avrebbero resistito a lungo, perché qualcun altro sarebbe presto intervenuto a “ri-correggerle” in un senso più accettabile per il politically correct che palesemente domina anche l’autoproclamata “enciclopedia libera”.

Stavolta avevo deciso di tentare perché, conoscendo bene l’argomento (le disavventure giudiziarie del presidente brasiliano Lula legate allo scandalo Odebrecht), ero sicuro di quel che dicevo e inoltre trovavo particolarmente irritante la sfacciata faziosità con cui la vicenda era presentata. Poi, già che c’ero, ho anche fatto una piccola modifica alla voce sulla battaglia di Stalingrado.

Voglio precisare che nel farlo mi sono attenuto rigorosamente ai criteri indicati da Wikipedia: non ho scritto, come invece scrivo qui ora, che Lula (e non Trump) è l’unico vero “criminale condannato” attualmente alla guida di uno Stato, né che la voce su Stalingrado è stata chiaramente scritta da qualche storico comunista (benché sia difficile dire quale, visto che in Italia gli storici sono quasi tutti comunisti). Mi sono invece limitato, come richiesto dalle linee guida, a citare dati di fatto indiscutibili, supportati da riferimenti, con tanto di link, a fonti attendibili e verificabili.

Su Lula, che veniva presentato come vittima di una condanna politica da cui poi sarebbe stato completamente assolto e riabilitato, ho anzitutto fatto notare che l’assoluzione, decisa dalla Corte Suprema brasiliana dopo che la condanna era già diventata esecutiva e Lula si trovava già in carcere da un anno e mezzo, si basava su un cavillo puramente formale (la presunta incompetenza del tribunale che l’aveva condannato).

Nel merito, ho aggiunto che la magistratura peruviana aveva ritenuto attendibile la deposizione di Marcelo Odebrecht, titolare della omonima impresa costruttrice protagonista del più grande episodio di corruzione della storia umana (quasi un miliardo di dollari di tangenti pagate nel corso di vent’anni a centinaia di persone in almeno 12 paesi dell’America Latina), in cui egli affermava che Lula aveva addirittura la firma sul conto dei fondi neri della Odebrecht, che aveva usato per finanziare illegalmente le campagne di diversi candidati di sinistra in vari paesi sudamericani. E che in base a tale deposizione, nonché a vari riscontri oggettivi (altre testimonianze, intercettazioni, verifiche sui conti bancari, ecc.), nel 2025 Ollanta Humala, insieme a sua moglie Nadine Heredia è stato condannato a 15 anni di carcere per avere ricevuto da Lula, tramite Odebrecht, ben 3 milioni di dollari di finanziamenti illegali per la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2011.

Le altre accuse non sono state provate, perché tutti gli altri paesi hanno preferito insabbiare lo scandalo (e probabilmente hanno fatto bene, visto che in Perù le indagini anziché alla scomparsa della corruzione, che oggi è ancor peggiore di prima, ha portato alla scomparsa dei partiti, ridotti ormai a meri comitati elettorali). Ma resta il fatto che nel 2024 la Corte Suprema brasiliana ha fatto cadere tutte le accuse anche nei confronti dello stesso Marcelo Odebrecht, benché reo confesso, il che è davvero difficile da spiegare e giustifica il sospetto che si sia trattato di una sentenza politica, visto che condannarlo per le stesse vicende per cui Lula era stato prima condannato e poi riabilitato sarebbe stato troppo imbarazzante, sia per lui che per la stessa Corte Suprema.

Quanto a Stalingrado, che veniva presentata con eccessiva enfasi, come se l’Unione Sovietica avesse qui determinato, da sola, la sconfitta della Germania nazista, mi ero limitato a notare che, per quanto si sia trattato certamente di una vittoria decisiva, era stata resa possibile dall’ingresso in guerra degli Stati Uniti, che, rovesciando gli equilibri sul fronte occidentale, aveva impedito a Hitler di mandare rinforzi al generale Paulus e alle armate tedesche impegnate in Russia. Non è certo un caso che, come riconosceva la stessa pagina di Wikipedia, fino all’ottobre del 1942 i nazisti stavano vincendo e che la situazione a Stalingrado si sia rovesciata proprio in coincidenza della disfatta tedesca ad El Alamein, che apriva agli Alleati la via dell’Italia.

Pur essendo un dilettante in questo tipo di cose, sono certo di non aver commesso errori: ho controllato bene, sia alla fine del processo di inserimento sia qualche ora dopo, e le mie integrazioni erano lì, ben visibili a tutti.

Un paio di giorni dopo, però, erano completamente scomparse, senza che ne restasse la minima traccia e senza che vi fosse nessun commento in merito nella relativa pagina di discussione.

Era semplicemente come se non fossero mai esistite.

Ora, una cosa del genere si spiega soltanto in un modo: evidentemente, ci sono persone o (più probabilmente) gruppi di persone che monitorano costantemente le pagine il cui contenuto è giudicato “sensibile” e addirittura tengono sul proprio computer la versione “correct” delle suddette pagine. Se così non fosse, infatti, non si spiega come le due pagine siano state riportate a una versione non semplicemente simile a quella precedente, ma identica fino all’ultima virgola. E il fatto che sia accaduto contemporaneamente e con la stessa rapidità, radicalità e sistematicità in due pagine senza nessuna correlazione fra loro dimostra che non si tratta di un caso isolato.

Certo, nessuno mi impedisce di inserire di nuovo le mie integrazioni, ma ciò mi costringerebbe a impegnarmi in una “guerra di revisione” che finirei inevitabilmente per perdere, perché non posso occuparmene a tempo pieno come invece evidentemente fanno queste persone. E se anche lo facessi, non potrei comunque vincere, ma al massimo “pareggiare”, riducendo le voci suddette a una situazione di instabilità endemica, la cui versione cambierebbe continuamente.

Il punto è che ciò non dovrebbe accadere. Secondo le regole di Wikipedia, i cambiamenti introdotti devono essere ideologicamente “neutrali” e basarsi su fatti sostenuti da fonti verificabili. Quello che io mi aspettavo era che qualcun altro contestasse la rilevanza delle vicende e l’affidabilità delle fonti che avevo citato, magari introducendone altre che puntavano in senso contrario. Ma che fatti e fonti siano stati semplicemente cancellati è segno di un atteggiamento totalmente ideologico, mentre il fatto di aver ripristinato integralmente la versione precedente dà molto la sensazione di un “avvertimento”, non dico proprio mafioso, ma quasi: è come dire “guarda che è inutile che ci riprovi, tanto noi siamo più forti e tu non puoi farci niente”.

Certo, per poter trarre conclusioni più generali e più solide ci vorrebbe una verifica ben più sistematica, che da tempo ho in mente di fare. Ma, non avendo né il tempo né la capacità né – soprattutto – la voglia di farla personalmente, vorrei affidarla come tesi a qualche mio studente più “digitale” di me. Ora questa sgradevole vicenda mi motiverà a perseguire l’obiettivo con maggior decisione.

Nel frattempo, sarà bene tener presente che Wikipedia è certamente uno strumento utile, ma non è affidabile, per cui le sue informazioni, specialmente quando coinvolgono questioni “politicamente sensibili”, devono sempre essere sottoposte a verifiche incrociate con altre fonti.

E, soprattutto, sarà bene tener presente che Wikipedia sarà anche un’enciclopedia libera, ma alcuni suoi utenti sono più liberi degli altri.

Pax trumpiana ter – La vera guerra ibrida di Putin sono le false trattative

8 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Mentre tutti gli esperti o presunti tali si affannano a discutere su ogni minimo dettaglio delle trattative sulla pace in Ucraina, nessuno sembra rendersi conto che in realtà non è in corso una vera trattativa, bensì un gioco delle parti, in cui Putin tenta di guadagnare tempo, nella speranza di guadagnare anche terreno, mentre Zelensky tenta di costringere Putin a rompere per primo, nella speranza che Trump finalmente si stufi di farsi prendere in giro e si decida a colpirlo. Nel frattempo, l’Europa non ci capisce nulla e continua a dare la colpa di tutto a Trump per sfuggire alle proprie responsabilità.

Stupefatto. L’Europa, da trenta mesi a questa parte, mi lascia stupefatto.

Mi perdonerà Ricolfi se gli ho “rubato”, parafrasandolo, il celebre incipit del suo libro La mutazione, ma davvero non saprei esprimere meglio ciò che mi suscita l’incredibile comportamento dei leader politici e intellettuali europei rispetto alle vicende ucraine. Dopo la reazione (relativamente) decisa del primo anno e mezzo, infatti, la loro capacità di comprendere ciò che sta accadendo e, di conseguenza, di agire in modo efficace è in costante (e preoccupante) declino. E questa tendenza si è ulteriormente aggravata dopo l’elezione di Donald Trump.

Ma, prima di proseguire, voglio essere molto chiaro su un punto, visto che oggi è di moda dare sempre la colpa di tutto ai politici: questi hanno senz’altro le loro responsabilità, ma non dimentichiamo che in democrazia i politici hanno non solo l’interesse, ma anche il dovere di ascoltare l’opinione pubblica. Giornalisti e intellettuali invece no: perciò non hanno alcuna scusante quando mentono per compiacerla (il che, per quanto appena detto, finisce poi inevitabilmente per orientare nella direzione sbagliata anche la politica).

Ciò detto, veniamo al dunque. E cominciamo proprio da Trump.

1) Perché l’Europa non capisce Trump

Gli europei non capiscono Donald Trump. Questo è assodato, tant’è vero che spesso lo ammettono essi stessi. Il vero problema è perché.

Certamente, Trump è un tipo bizzarro e volubile, ma non bisogna esagerare, perché c’è del metodo nella sua follia e basta osservarlo attentamente (sport oggi non molto di moda) per accorgersi che è molto più prevedibile di quel che sembra. I veri motivi della nostra incomprensione sono fondamentalmente due, strettamente connessi fra loro ed entrambi di natura culturale.

Anzitutto, Trump è un uomo d’affari americano e come tale ragiona, anche da leader politico. Ciò ha dei pro e dei contro, ma questa mentalità ci è così estranea che noi tendiamo a vedere solo i secondi.

A ciò si aggiunge il pregiudizio negativo, sostenuto soprattutto dalla sinistra, ma condiviso da tutta l’area “liberal” (che va dall’estrema sinistra fino al centro e a volte perfino al centrodestra moderato), per cui Trump sarebbe un “fascista”, fondamentalmente perché ha osato dare voce alla crescente protesta contro la violenza e l’intolleranza del politically correct (non parlo di ideologia woke non perché non esista, ma per sottolineare che essa non è altro che la logica e coerente evoluzione del politically correct, che è stato violento e intollerante fin dall’inizio).

La combinazione di questi due pregiudizi ha portato le classi dirigenti europee ad attribuire a Trump colpe inesistenti e a non vedere invece i suoi veri difetti, finendo così per adottare regolarmente l’approccio sbagliato nei suoi confronti.

Per quanto riguarda la questione ucraina, l’errore più grave è l’aprioristica convinzione che Trump “deve” essere amico di Putin, anch’egli considerato dai liberal un “fascista”, benché sia un vecchio arnese del KGB che ha come obiettivo dichiarato restaurare la potenza della “gloriosa” Unione Sovietica, al punto che l’ha perfino fatto scrivere nei nuovi libri di scuola che ha imposto in tutta la Russia, nonché sulla maglietta del suo servo sciocco Lavrov al vertice di Anchorage.

Eppure, questa idea si è diffusa ben oltre la sinistra, che non può accettare (e meno ancora far accettare al proprio elettorato) l’idea di combattere un comunista. Perfino un moderato come Bruno Vespa è arrivato a parlare nel suo ultimo libro (Finimondo) di un vero e proprio «innamoramento» di Trump per Putin. Per non parlare di Goffredo Buccini, editorialista del Corriere della Sera, che continua da tempo a sostenere (senza peraltro mai darne la minima prova) che il Presidente americano sarebbe addirittura «tenuto in pugno» da Putin.

Perfino quando Trump colpisce un alleato storico di Putin come il dittatore venezuelano Nicolás Maduro molti giornalisti e intellettuali (tra cui, ahimè, anche Vittorio Emanuele Parsi, che finora era stato una delle poche voci ragionevoli) si arrampicano sugli specchi per “dimostrare” che in realtà questo sarebbe un “messaggio” a Putin per dirgli che in Ucraina può fare quello che vuole.

Ma questa nostra convinzione è totalmente falsa.

Anzitutto, Trump è un narcisista patologico, che ama soltanto sé stesso. Inoltre, fino ad oggi non ha mai fatto nessun favore a Putin: neanche uno, né in questo nuovo mandato né durante il precedente. Del resto, se fosse accaduto, tutti ne parlerebbero: siccome non ne parla nessuno, significa che non è accaduto.

Quanto al suo presunto “disimpegno” dalla NATO, con il presunto intento di spartirsi il mondo con Putin, qui andiamo dal surreale al grottesco passando per il ridicolo. A parte che in genere si (s)ragiona come se Trump fosse eterno, mentre fra tre anni ci sarà già un altro al suo posto, magari democratico (sempre che i democratici riescano a trovare un candidato decente…), quando “The Donald” vuole “disimpegnarsi” da qualcosa non lo dice: lo fa.

Riteneva l’Accordo di Parigi sul clima una cialtronata (giustamente, non perché il problema non esista, ma perché i “rimedi” ivi proposti sono deleteri) e se n’è tirato fuori. Giudicava l’OMS un’organizzazione nefasta (di nuovo giustamente, almeno per com’è attualmente gestita) e l’ha lasciata. Giudicava penalizzanti (qui non so se giustamente o meno) gli accordi commerciali con gli altri paesi e ha introdotto i dazi.

Ma dalla NATO non si è mai sognato di uscire e finché ci resta è vincolato dal famoso Articolo 5 a intervenire in difesa di qualsiasi paese membro, da chiunque venga attaccato, Putin compreso. L’unica cosa che non Trump, ma gli Stati Uniti chiedono all’Europa, da oltre vent’anni, (il primo fu Clinton), è che la smetta di scaricare su di loro i costi della propria difesa. Quindi di che cosa stiamo parlando?

Quanto al fare affari, per quanto a Trump interessi anche questo (non ho mai conosciuto nessun ricco a cui non piaccia diventare ancora più ricco), non è la sua motivazione principale. Dopotutto, la sua avidità è già stata abbastanza soddisfatta, mentre ad essere rimasta insoddisfatta – profondamente insoddisfatta – fino ad oggi è la sua vanità. Ciò che “The Donald” sta disperatamente cercando di ottenere non sono soldi, ma riconoscimento.

Trump, infatti (in questo molto simile a Berlusconi), è stufo marcio di essere considerato un paria dai “salotti buoni” e dai giornali “che contano”, i quali rispettano solo i figli e i nipoti delle grandi dinastie, benché lui sia molto più ricco di tutti loro messi insieme. Per questo si è messo in testa di diventare Presidente del paese più potente del mondo, ci è riuscito contro le previsioni di tutti (compresa la mia: ed è stata l’unica volta che ho sbagliato il pronostico di un’elezione), eppure nemmeno questo è bastato. Ci ha riprovato, ci è riuscito di nuovo e nemmeno questo è bastato. Così ora ha deciso di puntare al Nobel per la pace, che, nella sua testa, gli assicurerebbe un posto nella storia, dimostrando la falsità di tutte le critiche che gli vengono rivolte.

Ora, Trump sa perfettamente che per questo occorre una pace che sia davvero tale, cioè accettabile anche per gli ucraini. Il fatto che periodicamente attacchi Zelensky fa parte del suo modo di trattare, per cui usa un po’ il bastone e un po’ la carota. Ma il pregiudizio che Trump “deve” essere amico di Putin ci porta a enfatizzare oltre misura gli attacchi rivolti al leader ucraino e a considerare puramente di facciata quelli (in realtà non meno violenti) rivolti al dittatore russo, creando la falsa impressione che stia più dalla parte di quest’ultimo.

Del resto, lo stesso si diceva anche dopo l’incontro in Alaska. Tempo due giorni e Trump riceveva con tutti gli onori Zelensky e i leader europei. Tempo due mesi e il presunto “amico di Putin” si dichiarava «molto deluso» da lui e imponeva dure sanzioni sulle vendite indirette di petrolio e gas russo a India e Cina (che, se funzioneranno, avranno effetti molto più pesanti di quelle europee) e giungeva a un passo dal vendere a Zelensky i temibili missili Tomahawk a lungo raggio, cosa che avrebbe avuto un effetto ancor più devastante delle sanzioni (e che gli europei, invece, pur sostenendo di appoggiare l’Ucraina molto più di lui, non vogliono nemmeno prendere in considerazione). Ora si sta semplicemente ripetendo la stessa storia, ma sembra che nessuno se ne renda conto.

L’unica idea giusta fra le tante sballate che abbiamo in testa è che Trump, da buon capitalista yankee, è convinto che fare affari favorisca la pace (“fate gli affari, non fate la guerra”). Il problema è che in noi europei, tutti più o meno inconsciamente condizionati dal moralismo comunista che li vede come una cosa intrinsecamente “sporca” (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/), questo suscita un istintivo disprezzo. Invece, volesse il cielo che anche Putin la pensasse così! Allora sì che sarebbe possibile una vera trattativa, perché l’essenza degli affari è il compromesso.

Il vero problema è che a Putin degli affari non gliene potrebbe fregar di meno.

2) Perché l’Europa non capisce Putin

E qui entra in ballo la nostra incapacità di capire Putin, dovuta anch’essa a un’idea di chiara origine marxista (vedi l’articolo di cui sopra, punto 8): quella per cui tutte le azioni dei politici hanno motivazioni razionali, che, ultimamente, sarebbero di natura economica. Tuttavia, per quanto ormai condivisa da quasi tutti in Occidente, anche questa nostra seconda convinzione è totalmente falsa.

Se osserviamo la storia senza paraocchi ideologici, è del tutto evidente che i politici agiscono spesso per motivi che non hanno nulla a che fare con l’economia e che molte volte sono del tutto irragionevoli, quando non addirittura irrazionali. Le guerre, in particolare, contrariamente a ciò che crediamo, danneggiano sempre l’economia (vedi ancora lo stesso articolo, punto 12), per cui, se le loro motivazioni fossero davvero economiche, in realtà non si farebbero mai. I loro veri motivi sono principalmente il potere, la gloria, la mania di grandezza, la vendetta, la sicurezza nazionale, più raramente il sostegno a un alleato, spesso la pura e semplice stupidità.

Un esempio chiarissimo è il Medio Oriente, che da quando gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica non è più per loro un’area di particolare importanza strategica. Se prima erano disposti a combattere per il petrolio arabo era perché, essendone dipendenti, dovevano impedire che cadesse in mano a regimi ostili, benché di fatto ciò coincidesse con la difesa degli interessi delle grandi compagnie petrolifere a stelle e strisce. Ma nessun Presidente americano è mai stato disposto a entrare in guerra solo per far fare più soldi ai petrolieri, che rappresentano appena il 5% dell’economia statunitense, rischiando di danneggiare il restante 95%.

Anche nell’attuale crisi col Venezuela il petrolio non c’entra nulla, così come la droga, anche se è vero che Maduro ha trasformato il paese in un narcostato. Ma la vera motivazione di Trump è ristabilire il predominio statunitense sull’America Latina, fermando la penetrazione russa e, soprattutto, cinese, a cui gli ultimi Presidenti (lui compreso, durante il suo primo mandato) avevano scelleratamente permesso di crescere a dismisura.

Ora, questo è ancor più vero per i dittatori, che o sono degli psicopatici fin dall’inizio o finiscono per diventarlo col tempo: il potere, infatti, alla lunga dà sempre alla testa e il potere assoluto ancor di più. E il peggio è che, una volta iniziata una guerra, un dittatore non può più fermarsi, neanche se si mette male: anzitutto perché è incapace di ammettere, anzitutto di fronte a sé stesso, di aver fallito e poi perché farlo porterebbe quasi certamente alla sua caduta e probabilmente anche alla sua morte.

Ma, obietterete, Putin sta trattando. Quindi come si concilia questo con ciò che ho appena affermato? Ebbene, eccovi un vero scoop: in realtà nessuno sta trattando.

Non è certo un caso che Putin si sia detto disposto a trattare giusto pochi giorni dopo le dure sanzioni americane sul suo petrolio e pochi giorni prima dell’incontro fra Trump e Zelensky, in cui il primo doveva decidere se fornire al secondo i Tomahawk. “The Donald”, infatti, vedendo il suo Premio Nobel riapparire all’orizzonte, ha subito ammorbidito la propria posizione, rinunciando, almeno per ora, all’invio dei missili (benché non alle sanzioni), nell’ingenua convinzione che ciò favorisca le trattative. Poi ha ripetuto esattamente lo stesso schema dell’Alaska, evidentemente ignorando l’aforisma di Einstein per cui «soltanto uno stupido fa di nuovo la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso».

Anzitutto, ha elaborato una proposta iniziale molto appiattita sulle posizioni di Putin perché questi non chiudesse le trattative prima ancora che fossero cominciate. Quindi ha premuto su Zelensky per indurlo ad accettare il più possibile delle richieste russe. Infine, quando ha visto che col bastone non poteva ottenere di più, è passato alla carota, elogiando «il coraggio degli ucraini» e cominciando a includere nel piano di pace anche le loro richieste. Che però Putin, contrariamente a quanto lui e noi ingenuamente speriamo, non accetterà mai.

Tutti i presunti “passi avanti” su cui stiamo dibattendo all’infinito non significano infatti nulla, dato che a restare irrisolto è il problema centrale, cioè la pretesa di Putin di annettersi tutto il Donbass, che l’Ucraina non può accettare, non solo perché sarebbe un’ingiustizia nonché un pericolosissimo precedente, ma soprattutto perché, cedendo ai russi le sue principali fortificazioni, spianerebbe la strada a una futura invasione.

Se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole, puntare a risolvere prima i problemi minori per spingere le parti a mettersi d’accordo anche su quello principale sarebbe una strategia sensata. Ma purtroppo dall’altra parte non c’è un interlocutore ragionevole, bensì uno psicopatico, costitutivamente incapace di fare una qualsiasi concessione, perfino quando gli converrebbe.

Del resto, quando dice che «non siamo mai stati così vicini alla pace» Putin si riferisce sempre (l’ha detto esplicitamente più volte) alla prima versione dell’accordo, quella che considerava solo le richieste russe, mentre tutte le modifiche successive, cioè i presunti “passi avanti” che tanto ci fanno sperare, per lui sono «tentativi di sabotare il piano di pace da parte dell’Ucraina e dell’Europa», ovvero passi indietro.

Circa nove mesi fa, il 18 marzo 2025, avevo scritto su questo sito che «la prima vera proposta è stata appena concordata fra Trump e Zelensky (che sono gli unici che finora si sono parlati) e da loro proposta a Putin. Che, prevedibilmente, la rigetterà o (che è lo stesso) ne condizionerà l’approvazione a una serie di diktat inaccettabili, come ha sempre fatto finora e come sempre farà anche in futuro, oppure fingerà di accettarla e poi la violerà ad ogni occasione, cercando di dare la colpa agli ucraini» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Ciascuno valuti se non è esattamente ciò che è accaduto. Ed è anche esattamente ciò che sta accadendo (e continuerà ad accadere) in questi giorni. Perciò, di nuovo, di che cosa stiamo parlando?

La verità è che questo falso negoziato altro non è che un aspetto (e purtroppo di gran lunga il più efficace) della “guerra ibrida” che Putin sta da tempo conducendo contro l’Europa. Lo psicopatico del Cremlino, che è pazzo ma non è stupido, sa infatti benissimo quanto viziati e perciò paurosi e condizionabili siano diventati i popoli dell’Europa occidentale e come basti far balenare davanti ai loro occhi l’illusione della pace perché il loro già incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina si faccia ancora più incerto e inadeguato. Come infatti sta accadendo.

E questo è il suo vero scopo, perché gli permette di mantenere l’iniziativa, benché i progressi siano minimi e le perdite spaventose. Ma a livello di immagine funziona: e l’immagine, purtroppo, conta, soprattutto oggi.

A ciò si aggiunge poi il tentativo di far ricadere la colpa del fallimento della trattativa sull’Ucraina. Non è certo un caso che proprio in questo momento Putin abbia cominciato a tirare fuori accuse palesemente inventate contro l’Ucraina (prima il presunto attacco alla sua residenza, poi la presunta strage di civili russi), sperando che Trump decida di abbandonarla al suo destino, benché ciò non sembri troppo probabile. Ma, come scrivevo ancora nell’articolo di cui sopra, «il vero problema è quanto ci metterà Trump a rendersi conto che Putin lo sta prendendo in giro, perché nel frattempo potrebbero prodursi danni non più rimediabili». A quanto pare, dopo 9 mesi è ancora così.

Di tutto ciò è invece ben consapevole Zelensky (l’unico vero leader che ha oggi l’Europa, non mi stancherò mai di ripeterlo), che sta perciò mostrando la massima disponibilità, in modo che nessuno possa accusarlo di essere lui a non volere la pace. Ma soprattutto sta cercando di portare la trattativa il più avanti possibile, cosicché, quando Putin rovescerà il tavolo, la delusione di Trump per il suo rifiuto di una pace che sembrava ormai a un passo sia tale da indurlo finalmente a lasciar perdere la carota e ad usare, da lì in poi, soltanto il bastone.

Il problema, però, è che noi, nel frattempo, continuiamo a rivendicare quella «pace giusta e duratura» che ci fa sentire tanto superiori al “cinico” Trump, ma non facciamo nulla di ciò che sarebbe necessario per ottenerla davvero, complicando così ulteriormente il già abbastanza difficile compito di Zelensky, che a parole diciamo di voler aiutare.

E con questo siamo arrivati al terzo e più grave fraintendimento: quello dell’Europa verso sé stessa.

3) Perché l’Europa non capisce sé stessa

Oltre a non capire Trump e Putin, infatti, l’Europa si sta dimostrando incapace di capire perfino sé stessa, nel senso che nessuno, dai leader politici agli intellettuali fino ai semplici cittadini, sembra ormai comprendere quali sono le implicazioni logiche (e perciò inevitabili) delle proprie stesse prese di posizione.

Ciò è vero un po’ in tutti gli ambiti, ma per quel che riguarda in particolare l’Ucraina il problema di fondo è quello di illudersi che per fare andare a buon fine le trattative bastino le parole. E la cosa più paradossale è che tale convinzione è più forte a sinistra, cioè tra quelli che meno si fidano di Trump, accusandolo di essere un cinico che bada solo ai rapporti di forza. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che, così stando le cose, per arrivare a una pace davvero “giusta e duratura” bisogna innanzitutto cambiare i rapporti di forza, il che significa: dare all’Ucraina armi più numerose e, soprattutto, più potenti. Eppure, a sinistra nessuno ne vuole sentir parlare, nemmeno nel PD, che pure continua a proclamarsi il suo più deciso difensore.

D’altronde, anche il governo italiano, come del resto tutti gli altri governi europei, continua palesemente a puntare sulla “pace per reciproca stanchezza” (https://www.fondazionehume.it/politica/trump-vs-musk-le-due-lezioni-che-non-impareremo/), come si è lasciato sfuggire Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, a “TG2 Post” del 10 dicembre scorso («se è possibile, come noi auspichiamo, raggiungere la pace è perché sul campo c’è una situazione il più possibile di stallo»). Ancora una volta, questo approccio avrebbe senso se dall’altra parte ci fosse un interlocutore ragionevole. Ma così non è, per cui insistere su questa strada è assurdo. Eppure, insistiamo…

Per onestà, va detto che qualcosina della situazione reale, sia nei dibattiti televisivi che sulle riviste specializzate, comincia finalmente a venir fuori.

Per esempio, sia a “In mezz’ora” del 14 dicembre scorso che a “Porta a porta” del 16 è stato detto chiaramente che la presunta avanzata russa avviene in realtà al ritmo di pochi metri al giorno e con perdite gravissime e che i russi avevano annunciato mesi fa la conquista di diverse località da cui invece sono ancor oggi lontani chilometri.

Sempre nella stessa edizione di “Porta a porta” Bruno Vespa ha mostrato una tabella (fig. 1) da cui si vede come gli aiuti militari elargiti all’Ucraina in questi 4 anni dai 5 più grandi paesi europei (Germania, Inghilterra, Francia, Italia, Spagna, in ordine decrescente di contribuzione) sono quasi dieci volte inferiori rispetto a quelli forniti dai 4 paesi nordici (Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, sempre in ordine decrescente di contribuzione), benché il lor PIL totale sia quasi dieci volte superiore. Si noti, in particolare, lo scarto impressionante tra le roboanti dichiarazioni di Macron in favore dell’Ucraina e il risibile contributo che le ha finora dato.

Figura 1. La verità sugli aiuti militari dell’Europa all’Ucraina (da “Porta a porta” del 16/12/2025).

Inoltre, sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs negli ultimi mesi sono usciti vari articoli che documentano come le conquiste territoriali russe siano in realtà molto limitate, così come le sue risorse, sia umane che economiche. Le perdite sono così gravi che comincia ad essere difficile rimpiazzare i caduti solo con i poveracci delle province, senza chiamare alle armi anche i figli della borghesia delle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, cosa fin qui evitata come la peste da Putin perché rischierebbe di rendere esplosiva la situazione interna. Quanto al versante economico, i costi della guerra, uniti alle sanzioni, stanno portando il paese vicino al collasso.

Il problema, però, è che nessun politico o intellettuale europeo sembra disposto a prendersi le responsabilità che da queste considerazioni logicamente conseguono, cercando di scaricarle tutte su Trump. Che certamente ne ha, ma questo non ci assolve dalle nostre.

Per esempio, chi è che, negli ultimi 30 mesi (durante 20 dei quali Trump non era ancora Presidente), si è fatto portavoce delle menzogne sulle presunte conquiste russe e sulla loro “inarrestabile” avanzata, fino a creare la convinzione generalizzata che l’Ucraina stia perdendo la guerra, anzi, l’abbia già persa o comunque non la possa vincere? La risposta è facile: i giornalisti e gli intellettuali europei, compresi, ahimé, molti docenti universitari. Cioè, gli stessi che ora accusano Trump di aver creduto alle balle da loro stessi raccontate. Di chiedere scusa, invece, e soprattutto di cominciare finalmente a dire la verità, manco a parlarne.

Perfino una persona intelligente come Cofrancesco pochi giorni fa, su questo stesso sito, si preoccupava per «la censura del dibattito pubblico, come se già fossimo in guerra contro Putin e tenuti, quindi, a non consentire che la propaganda, le menzogne, le falsità del nemico raggiungano gli italiani» (https://www.fondazionehume.it/politica/guerra-e-retoriche/). Ora, a parte che con Putin noi siamo in guerra, anche se non formalmente dichiarata, il problema è esattamente l’opposto: sono i pochi che tali menzogne cercano di smascherare a non avere quasi nessuno spazio nel “dibattito pubblico”.

E comunque, guerra o non guerra, perché mai dovremmo permettere alle menzogne di Putin (o di chiunque altro) di “raggiungere gli italiani” e addirittura contribuire attivamente a ciò? Perché certamente è giusto riferire ciò che dice Putin, ma ciò è ben diverso dal mettere le sue affermazioni sullo stesso piano di quelle di governanti democraticamente eletti. Ciò non significa affatto tenere i fatti separati dalle opinioni, bensì distorcerli. Il fatto stesso di chiamarlo “presidente” anziché “dittatore” è già una (grave) distorsione della realtà (il che, per inciso, vale anche per gli altri dittatori che infestano il mondo, come per esempio Maduro o Erdogan, come disse pure Mario Draghi).

A volte ho l’impressione che Cofrancesco, così come molti altri, confonda la tolleranza con il relativismo, mentre si tratta di due cose completamente diverse. La tolleranza, infatti, consiste nel riconoscere a tutti il diritto di dire ciò che pensano anche se lo riteniamo sbagliato. Il relativismo, invece, consiste nel negare a tutti il diritto di dire che riteniamo sbagliato ciò che gli altri pensano. Perciò la tolleranza presuppone il diritto di dire che gli altri sbagliano (posto che gli permettiamo ugualmente di parlare), mentre il relativismo è intrinsecamente intollerante verso chiunque non accetti di dire che tutto è uguale a tutto.

Anche le accuse, pur vere, mosse a Trump per aver ridotto gli aiuti all’Ucraina troppo spesso vengono usate strumentalmente per nascondere il fatto che noi, lungi dall’esserci svenati, le abbiamo finora dato soltanto «briciole», come ha commentato sconcertato Bruno Vespa davanti alla tabella che abbiamo appena visto.

Ancora più incredibile è stata la recente vicenda dei famosi “asset” russi in Europa (parolone con cui i giornalisti amano riempirsi la bocca, ma che in sostanza significa soldi e beni di valore). Fin qui solo “congelati”, prima temporaneamente, di 6 mesi in 6 mesi, da qualche giorno sono stati finalmente bloccati a tempo indeterminato. Ma per farne che? L’ipotesi iniziale era di usarli come garanzia per fare un prestito all’Ucraina, mossa così “audace” che alla fine i nostri grandi leader non hanno osato compierla, temendo di subire chissà quali rappresaglie da parte della magistratura russa se non rispettiamo rigorosamente il diritto internazionale!

Ora, dei leader sani di mente e con gli attributi al loro posto avrebbero immediatamente sequestrato (e non semplicemente congelato) i beni russi presenti nei loro paesi, eventualmente facendo una legge per autorizzarli a prendere provvedimenti di tal fatta, in modo da evitare che qualche magistrato pazzo (di cui c’è purtroppo abbondanza, non solo in Italia) potesse prendere sul serio i ricorsi russi. Dopodiché avrebbero regalato (e non semplicemente prestato) i soldi all’Ucraina perché ne facesse ciò che voleva, cioè per comprare le armi di cui aveva bisogno. E tutto ciò all’inizio della guerra, non dopo quasi 4 anni.

Invece, i nostri eroici leader hanno preferito farle un prestito di 90 miliardi, che, oltre ad essere meno della metà del valore dei beni russi, stimato in 212 miliardi, grava interamente sulle nostre tasche, aumentando ulteriormente il già insostenibile debito pubblico, che rappresenta una minaccia ben più grave dei droni di Putin (ne parleremo presto).

È triste che il governo italiano sia stato tra quelli che più ha spinto per questa scellerata soluzione e che non solo lo stralunato Tajani, ma anche la solitamente realista Giorgia Meloni l’abbiano definita «una vittoria del buon senso», quando invece a vincere sono state la stupidità e la vigliaccheria. E ancor più grave è che questo atteggiamento sia stato tenuto proprio da chi in altri campi è sempre pronto a denunciare (giustamente) le indebite interferenze della magistratura nella politica. Per non parlare della vergognosa ipocrisia di Salvini, che sta cercando di strumentalizzare gli episodi di corruzione che hanno coinvolto alcuni collaboratori di Zelensky per giustificare la sua renitenza a mandargli aiuti militari, che ha ben altre e meno confessabili motivazioni, cioè la “caccia” all’elettorato filoputiniano.

Quanto ai partiti di opposizione, si sono comportati perfino peggio. Non solo, infatti, hanno condiviso l’ingiustificata soddisfazione del governo, ma, pur essendo sempre pronti ad accusarlo, perlopiù a sproposito, di sprecare il denaro pubblico, per una volta che l’accusa sarebbe stata pienamente giustificata si sono ben guardati dal muoverla.

L’unico che ha avuto il coraggio di dire chiaramente che siamo tutti impazziti è stato Goffredo Buccini, a cui va riconosciuto, al netto delle sue demenziali teorie complottiste su Trump, che almeno ha chiaro che Putin non farà mai la pace e che quindi dobbiamo prepararci ad aiutare l’Ucraina a continuare la guerra. E l’unico modo di farlo senza svenarci è usare i beni russi congelati.

Ma in questo stato confusionale, purtroppo, non si trova solo l’Italia. Come ha detto Federico Rampini intervenendo ai “Cinque minuti” di Bruno Vespa lo scorso 11 dicembre, questa «è un’Europa che finisce sempre per assomigliare alla brutta caricatura di sé che spesso ne fanno gli Stati Uniti».

E la colpa non è di Trump.

Pax trumpiana bis – Verso la pace… o la guerra?

25 Agosto 2025 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma un’intensificazione del conflitto, che potrebbe metterci davanti a scelte difficili già nel giro di poche settimane. Ma la colpa non è di Trump, bensì dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto di non voler fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. Se però, come tutto lascia credere, le trattative falliranno, il problema non potrà più essere evitato. Cosa farà allora Trump? Ma, soprattutto, cosa farà l’Europa?

Un accordo che non c’è

Ci sono articoli che scrivo sperando di aver ragione e altri che scrivo sperando di aver torto. Questo appartiene alla seconda categoria (ultimamente mi sta succedendo un po’ troppo spesso e non è un buon segno).

Lo scorso 18 marzo, a conclusione di un articolo sugli inizi a dir poco problematici delle trattative di pace sull’Ucraina condotte da Donald Trump, avevo scritto quanto segue: «Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte […]. Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/).

Purtroppo, temo che questa sia ancora la migliore descrizione di ciò che sta accadendo. Siccome però cerco sempre di guardare la realtà prima di parlarne, non posso negare che ci siano alcuni segni che autorizzano a sperare in un miracolo. Su tutti, il fatto che Zelensky si sia dichiarato «molto soddisfatto» dell’incontro con Trump.

Ciò detto, le probabilità che la sua iniziativa possa avere successo restano bassissime. E anche la ragione è sempre la stessa: «Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta» (vedi ancora l’articolo di cui sopra). E l’incontro di Anchorage l’ha confermato.

Trump, infatti, gli aveva dato esattamente ciò che voleva davvero quando aveva iniziato la guerra: non l’Ucraina, ma il rispetto. Quel rispetto che l’Occidente gli aveva tolto da un pezzo e che aveva trovato espressione emblematica il 25 marzo 2014 nella infelicissima uscita di Barack Obama (almeno in politica estera il peggior Presidente USA della storia, tant’è vero che tutte le crisi internazionali che oggi ci affliggono sono iniziate durante il suo mandato) secondo cui la Russia era ormai soltanto «una potenza regionale» e non più una delle due massime superpotenze del pianeta, che decideva i destini del mondo insieme agli USA.

È per avere di nuovo questo ruolo che Putin ha deciso di passare dalla nostalgia (mai sopita) per la gloriosa Unione Sovietica al tentativo di ricostruirla, come ha pure fatto scrivere esplicitamente nei libri di storia che ha imposto in tutte le scuole russe (e come la sua propaganda è riuscita a far riportare, in tono favorevole, anche in molti libri usati nelle scuole italiane, il che è molto inquietante: https://www.istitutogermani.org/wp-content/uploads/2025/05/Di-Pasquale-Kashchey-Narrazioni-strategiche-russe-nei-libri-di-testo-delle-scuole-secondarie-di-primo-grado-italiane-Paper-Maggio-2025-Istituto-Germani.pdf).

E di certo non è né un caso né un dettaglio che il suo tirapiedi Lavrov sia arrivato ad Anchorage indossando una maglietta con la scritta CCCP, cioè URSS in cirillico (a proposito, adesso come la mettiamo con l’immaginario Putin “fascista” inventato dal PD per non dover ammettere con i suoi membri e il suo elettorato, entrambi in gran parte ancora comunisti, che stava sostenendo la guerra contro un comunista, quale Putin sempre è stato e sempre sarà?).

Ora, proprio questo rispetto Trump gli aveva offerto, accogliendolo con tutti gli onori: una cosa di per sé disgustosa, ma che obiettivamente era l’unica strategia che poteva funzionare. Ma Putin, purtroppo, ha dimostrato ancora una volta di essere uno psicopatico incapace di dominare le proprie ossessioni. Infatti, nella conferenza stampa finale, dopo avere descritto per alcuni minuti l’antica amicizia (in realtà mai esistita) tra USA e URSS e il mondo meraviglioso che la sua nuova URSS avrebbe costruito insieme ai nuovi USA trumpiani, gli restava solo una cosa da fare per rendere quel sogno realtà: presentare al mondo una proposta di pace decente.

Invece, come un bambino capriccioso (o, appunto, uno psicopatico) che non sa rinunciare a nulla, neanche in cambio di qualcosa di meglio, di colpo, cambiando faccia e tono, come se fosse scattato in lui un interruttore, il dittatore russo ha cominciato a ripetere per l’ennesima volta la lezioncina sulla necessità di «rimuovere le cause profonde della guerra» e «ascoltare le ragioni della Russia» (cioè, tradotto dal putinese, ridurre l’Ucraina a Stato vassallo di Mosca). Dopodiché ha minacciato l’Europa, ha rifiutato il cessate il fuoco e ha continuato a bombardare l’Ucraina.

Che non ci fosse nessun accordo era così evidente che l’hanno riconosciuto perfino i nostri giornali (tranne i soliti mentitori seriali e filoputiniani del Fatto Quotidiano). Ma allora perché entrambi continuano a comportarsi come se ci fosse?

Una rischiosa partita a poker

Per quel che riguarda Putin la risposta è semplice: come ho già detto, finge di trattare per guadagnare tempo e per cercare di dare la colpa all’Ucraina e all’Europa quando farà fallire le trattative.

Quanto a Trump, stavolta credo che un piano ce l’abbia, ma resta da vedere se è attuabile e temo di no. La mia convinzione, infatti, è che “The Donald” abbia deciso di giocare una difficilissima e rischiosa partita a poker, in cui non ha realmente in mano tutte le carte che dice di avere. In particolare, non credo che Putin gli abbia mai detto che avrebbe accettato uno scambio di territori e ancor meno un contingente di pace europeo e/o americano, come lui invece sostiene.

Credo quindi che Trump stia bluffando, dicendo a Zelensky che Putin è disposto ad accettare queste condizioni, in modo da ottenere da lui la disponibilità a fare un certo numero di concessioni, con la speranza che, a fronte di esse, Putin si convinca ad accettare davvero le condizioni di cui sopra. È un gioco molto azzardato, ma con una sua logica e d’altronde dopo il pessimo risultato dell’incontro in Alaska non c’erano alternative. Tuttavia, le possibilità che abbia successo sono pochissime.

 

Lo scambio secondo Putin

Contrariamente a quanto continuano a dire esperti e mass media (Wikipedia inclusa, che su questo è piena di errori e omissioni), dopo la vittoriosa controffensiva ucraina del settembre 2022 non c’è mai stata un’avanzata russa altrettanto significativa.

Nel 2023 le posizioni sono rimaste sostanzialmente immutate e nel 2024 i russi hanno conquistato, allo spaventoso prezzo di oltre 100.000 uomini tra morti e feriti, appena 4000 chilometri quadrati (https://www.ilpost.it/2025/05/30/dati-soldati-russi-uccisi-ucraina/), equivalenti allo 0,6% del territorio ucraino: un po’ meno della provincia di Grosseto e molto meno di quello che gli ucraini avevano riconquistato nel 2022. Dato che il fronte è lungo quasi 1000 chilometri, ciò significa che i russi sono avanzati di 4 km in un anno, cioè di appena 10 metri al giorno. Di questo passo, per occupare tutto il Donbass ci metterebbero 5 anni, perdendo almeno mezzo milione di soldati.

È falsa anche l’altra affermazione, che tutti ripetono senza verificare (tanto ormai è un’abitudine generale…), che i russi controllino oltre il 20% del territorio ucraino. Questa percentuale corrisponde effettivamente alla somma degli Oblast di Crimea, Kherson, Zaporizia, Donetsk e Lugansk (gli ultimi due formano il famoso Donbass). Ma i russi non controllano completamente nessuno di essi, a parte la Crimea, che peraltro è il più piccolo di tutti. La percentuale vera, pertanto, è intorno al 17%, di cui quasi la metà (tutta la Crimea e una parte del Donbass) era stata occupata già nel 2014. Perciò i territori conquistati dai russi dall’inizio della guerra non superano il 10% del territorio ucraino e sono complessivamente inferiori a quelle in loro possesso prima della controffensiva del 2022.

La situazione sarebbe insoddisfacente per chiunque e a maggior ragione per uno come Putin, che è incapace di riconoscere i propri limiti. Per questo è altamente improbabile che sia disposto a cedere anche solo un centimetro quadrato dei territori che controlla: per lui “scambio” vuol dire che gli ucraini devono cedergli la parte del Donbass ancora in loro possesso senza avere in cambio niente.

Ma altrettanto improbabile è che un simile “scambio” possa essere accettato dagli ucraini. Anche perché, come ha ben spiegato al TG3 (purtroppo a notte fonda) Nona Mikhelidze, una delle poche voci sensate ascoltate in questi giorni, la parte del Donetsk rivendicata da Putin non è una zona qualsiasi, poiché lì ci sono le fortificazioni che proteggono tutto il nord dell’Ucraina. Accontentarlo, quindi, sarebbe un po’ come dare a un ladro le chiavi di casa nostra in cambio della promessa che non le userà per derubarci.

L’ipotesi di gran lunga più probabile, pertanto, è che Zelensky (che non è affatto il sempliciotto che credono i nostri spocchiosi intellettuali, ma è molto intelligente, oltre che molto coraggioso) si sia messo anche lui a bluffare, fingendo di essere disposto a discuterne perché è sicuro che Putin non accetterà mai l’altra condizione e così sarà lui a fare la parte del “cattivo” che ha rovesciato il tavolo.

Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto

Quando andavo a scuola c’era un modo di dire molto popolare tra gli studenti: “Articolo Quinto: chi ha i soldi in mano ha vinto”. Visto che si sta considerando di garantire la futura sicurezza dell’Ucraina con l’estensione ad essa della stessa tutela dell’Articolo Quinto della NATO, proposta da Giorgia Meloni, potremmo parafrasarlo così: “Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto”.

Infatti, il “tabù” di uno scontro diretto fra superpotenze nucleari fa sì che la prima che schiera i suoi uomini in un determinato territorio se lo aggiudica, perché l’altra non oserà mai attaccarli. Per questo, se si dovesse davvero fare un accordo del genere, oltre al trattato sulla carta sarebbe necessario avere anche gli uomini sul terreno, come del resto succede in tutti i paesi della NATO, dove ci sono sempre basi militari in cui sono presenti soldati dei paesi alleati, a cominciare dagli americani. Altrimenti, se Putin invadesse di nuovo l’Ucraina non credo proprio che avremmo il coraggio di sparare per primi contro i russi.

Ma, allo stesso modo, se lì ci fossero soldati europei (e, a maggior ragione, americani) ben difficilmente Putin avrebbe il coraggio di sparargli contro per primo. Proprio per questo, però, non ne vuol sapere, il che svuota di significato la sua (supposta) accettazione dell’estensione dell’Articolo Quinto. E sarà difficile fargli cambiare idea.

La peggior pace possibile

Non basta. Anche se, per miracolo, Trump dovesse avere successo, l’unico aspetto positivo sarebbe la fine del massacro. Da qualsiasi altro punto di vista, questa sarebbe la peggior pace possibile.

Infatti, come avevo scritto 3 anni fa, subito dopo la vittoriosa controffensiva ucraina di settembre, «anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare […] non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo» (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/).

E ciò vale a maggior ragione oggi, visto che nel frattempo Putin dagli annunci è passato ai fatti, trasformando l’economia russa in un’economia di guerra, dedicata quasi esclusivamente alla produzione di armi, anche a costo di affamare il suo popolo, di cui non gli è mai importato nulla.

La balla cosmica della guerra-che-non-si-può-vincere

Chiarito ciò, bisogna però aggiungere che se ci troviamo in questa pessima situazione la colpa non è di Trump, che è al potere da pochi mesi e che comunque almeno un tentativo di sistemare le cose lo sta facendo. La colpa è dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto che non si devono fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. In una trattativa, infatti, per definizione si devono fare delle concessioni e se hai un esercito nemico che occupa parte del tuo territorio è inevitabile che gliene dovrai concedere almeno una parte. Se non vuoi farlo, non devi trattare, ma buttarlo fuori a calci.

La contraddizione è così clamorosa che, se i nostri leader politici e intellettuali sono in buona fede, allora significa che sono una massa di stupidi. Temo però che siano invece una massa di ipocriti.

La giustificazione standard che di tale ingiustificabile comportamento viene in genere data è infatti l’insopportabile ritornello della “guerra-che-non-si-può-vincere”. Va perciò detto chiaro e tondo che questa è UNA BALLA COSMICA e che chi continua a ripeterla o non sa quello che dice o mente sapendo di mentire. E su questo le responsabilità di esperti e intellettuali vari, compresi molti miei colleghi docenti universitari, sono perfino più gravi di quelle dei politici.

A questi sapientoni bisognerebbe regalare un bel cartello, da appendere davanti alla propria scrivania, con su scritto “73Easting”. È il nome, poco affascinante ma non per questo meno importante, della più grande battaglia di carri armati della storia, combattuta il 26 e 27 febbraio 1991 durante la Guerra del Golfo, in cui gli Abrams americani affrontarono i vecchi T-72 iracheni di fabbricazione sovietica, gli stessi che stanno usando i russi in Ucraina. Numericamente le forze in campo erano all’incirca pari, ma gli iracheni persero 1350 carri armati, mentre gli americani appena 4.

La morale è semplice: nella guerra moderna la superiorità numerica non conta nulla, di fronte alla superiorità tecnologica. E questo si è visto chiaramente anche in Ucraina nell’unica occasione in cui le abbiamo fornito delle armi davvero avanzate: i micidiali missili Himars, che hanno permesso la spettacolare controffensiva dell’autunno 2022, in cui i russi furono ricacciati indietro di centinaia di chilometri in appena 4 giorni (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/). Eppure, l’unico che ha avuto il coraggio di dirlo è stato l’ex-sindaco di Milano Gabriele Albertini (a 4 di sera news del 18 agosto; naturalmente, nessuno gli ha fatto caso).

Non volete credere a me? Ascoltate allora cosa ha scritto Federico Rampini nel suo ultimo libro Grazie, Occidente! (che parla anche di molte altre cose e che consiglio vivamente a tutti di leggere):

«L’Unione Europea aveva promesso un milione di munizioni di artiglieria. Prima che mantenesse l’impegno, con grave ritardo, la Corea del Nord aveva già fornito altrettante munizioni alla Russia. Che un piccolo paese sull’orlo della carestia come la Corea del Nord riesca a produrre più munizioni e più velocemente di un gigante ricco come l’Unione Europea dà l’idea dello stato di disarmo in cui il Vecchio Continente si trova. Perfino gli Stati Uniti hanno un’industria bellica sottodimensionata e un altro dato lo conferma: nella Russia di Putin le industrie fabbricano munizioni in quantità sette volte superiore alla produzione dell’intero Occidente. […] Noi occidentali non abbiamo cambiato quasi nulla delle nostre abitudini e priorità: stiamo facendo finta di appoggiare l’Ucraina, purché questo significhi zero sacrifici. […] Di fronte all’aggressione di Putin in Ucraina, il presidente americano [Biden] non ha mai “aizzato” gli ucraini, non li ha affatto usati in una “guerra per procura”. Prima ha proposto a Zelensky di fuggire in esilio. Poi ha proclamato urbi et orbi i due principi fondamentali che avrebbero guidato l’azione di Washington: “Mai scarponi americani sul terreno, mai un confronto diretto con la Russia”. Le armi all’Ucraina, quando arrivavano, erano sempre in ritardo, sempre in quantità e qualità inferiori rispetto alle necessità, a lungo vincolate da restrizioni pesanti» (pp. 145 e 185, corsivi miei).

Tuttavia, se all’inizio ciò poteva dipendere dal sottodimensionamento della nostra industria bellica giustamente denunciato da Rampini, dopo tre anni e mezzo questa motivazione non vale più. È certo molto più difficile creare da zero un nuovo vaccino che aumentare la produzione di armi già esistenti, eppure, la prima cosa l’abbiamo fatta (in poco più di un anno), mentre la seconda no (dopo oltre tre anni), il che evidentemente significa che non abbiamo voluto farla. E lo confermano le idiozie continuamente ripetute dai nostri leader sulle armi “solo difensive” (che semplicemente non esistono), poco nobile sport in cui si sono particolarmente distinti i nostri ministri Tajani e Crosetto.

Ma la prova più chiara che la guerra si poteva (e quindi si doveva) vincere già due anni fa è il fatto stesso che non sia ancora finita e che, dopo tre anni e mezzo, sia ancora in sostanziale equilibrio. È evidente che questo significa che sarebbe bastato un piccolo sforzo in più per far pendere la bilancia dalla parte dell’Ucraina. Perciò, di nuovo, se non l’abbiamo fatto, è perché non abbiamo voluto farlo.

Del resto, già due anni fa, in occasione del famoso scherzo dei due comici russi che si erano fatti passare per un politico africano, Giorgia Meloni aveva praticamente ammesso che i governi europei non puntavano alla vittoria, ma allo stallo e alla conseguente “pace per stanchezza”: una strategia tanto cinica quanto stupida, perché è da stupidi pensare che uno come Putin, che nella violenza ci sguazza da sempre come un pesce nell’acqua, possa stancarsi della guerra.

Morale della favola: contrariamente a quanto si continua a ripetere, non è il tempo che gioca a favore dei russi, ma il tempo perso dall’Occidente nell’armare adeguatamente gli ucraini. Eppure, tutti continuano a parlare della “situazione sul campo” come se fosse un fenomeno naturale che sfugge al loro controllo e non invece l’esito delle loro scelte miopi, che pertanto poteva (e potrebbe ancor oggi, benché con più difficoltà) essere ribaltata da scelte più lungimiranti.

La doppia ipocrisia della sinistra

Ciò però non giustifica affatto gli attacchi della sinistra, in particolare di quella italiana, che accusa l’odiato Trump di voler imporre una pace iniqua al “povero” Zelensky (questa falsa compassione è quasi peggiore degli attacchi aperti) e anzi quasi spera, cinicamente, che lo faccia davvero, pur di poter continuare ad attaccarlo. E ciò benché sia evidente già da un po’ che il suo atteggiamento è molto cambiato, anche grazie alla lezione che il “povero” Zelensky gli aveva dato nel precedente incontro del 28 febbraio alla Casa Bianca (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Al contrario: l’ipocrisia della sinistra è addirittura doppia.

In primo luogo, infatti, anch’essa, quando è stata al governo, ha condiviso l’atteggiamento ambiguo degli altri leader italiani ed europei verso l’Ucraina. Inoltre, da quando non sono più al governo, 5 Stelle e PD (in particolare da quando è guidato da Elly Schlein) ripetono ossessivamente ad ogni occasione che l’attuale governo è disposto a spendere solo “per le armi”, affermazione volutamente generica e che non viene mai precisata, perché altrimenti dovrebbero ammettere che le armi che contestano sono proprio quelle destinate all’Ucraina o comunque alla difesa in funzione anti-russa.

Se si dovesse decidere oggi sulle armi all’Ucraina, sia i 5 Stelle che il PD voterebbero certamente contro e a maggior ragione se si trattasse di armi più potenti, con funzione chiaramente offensiva. Eppure, ipocritamente (appunto), continuano a presentarsi come i suoi unici veri difensori.

Che farai, Europa?

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma il suo esatto opposto, cioè l’intensificazione del conflitto. E ciò potrebbe costringerci a prendere delle difficili decisioni al riguardo, non fra mesi o anni, ma già entro poche settimane.

Se infatti, come è assai probabile, alla fine Putin manderà tutto a monte, questa sarà la pietra tombale su ogni tentativo di soluzione diplomatica, cosicché tutti i comodi sotterfugi dietro i quali ci siamo fin qui nascosti non saranno più praticabili e resteranno soltanto due alternative: la vittoria o la resa.

Cosa farà Trump in tal caso? Con ogni probabilità andrà su tutte le furie e cercherà di punire severamente l’ex-amico, ma solo con sanzioni economiche, che non sono inutili come molti affermano, ma non sono decisive e comunque di certo non sul breve periodo. Difficilmente invece manderà armi all’Ucraina, perché il suo elettorato è fortemente contrario. Forse potrebbe farlo usando l’escamotage (già ventilato) di venderle anziché regalarle, ma anche così l’Ucraina non ce la farà mai a comprarne in quantità sufficiente senza un sostanziale aiuto dell’Europa.

Così in ogni caso ci troveremo di fronte a una drammatica decisione: o abbandonare l’Ucraina al suo destino o prenderci finalmente le nostre responsabilità e aiutarla a vincere.

L’ultima volta che l’Europa ha dovuto fare una scelta simile fu nel 1938, quando Adolf Hitler pretese il riconoscimento dell’annessione dell’Austria e di gran parte della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista. I leader politici di allora lo accontentarono, sperando che si sarebbe fermato lì, nonostante il profetico avvertimento di Winston Churchill: «Dovevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete anche la guerra».

Aveva ragione. Hitler non si fermò, invase la Polonia e scatenò la Seconda Guerra Mondiale.

Neanche Putin si fermerà, se gli daremo ciò che vuole. E potrebbe scatenare la Terza, per esempio attaccando i Paesi Baltici, che fanno parte della NATO. Perché gli psicopatici non si fermano mai da soli: devono essere fermati.

Avremo il coraggio di essere più saggi, se ci toccherà la stessa scelta?

Cominciamo a pensarci, perché è probabile che ci resti molto meno tempo di quel che ci piace credere.

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