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Il riequilibrio dei poteri – Perché votare SÌ al referendum

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

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Parlare dell’imminente referendum sulla giustizia non è molto originale, ma è molto importante, perché in gioco c’è ben più del suo contenuto esplicito. Il suo significato profondo, infatti, è politico: si tratta di ristabilire il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, che da trent’anni in qua è stato gravemente alterato, a tutto vantaggio della magistratura, che ne ha approfittato per invadere sempre più spesso ambiti che per loro natura non competono ad essa, bensì alla politica.

1. Non separazione, ma equilibrio dei poteri

Prima di entrare nel merito del quesito referendario va chiarito un punto fondamentale, che viene continuamente frainteso (nel migliore dei casi) o addirittura intenzionalmente mistificato (nel peggiore): la democrazia non si basa affatto sulla separazione dei poteri, bensì sul loro equilibrio.

Con questo non sto certo negando che la separazione sia importante, ci mancherebbe. Ma essa è importante solo come mezzo rispetto a un fine. E il vero fine è, per l’appunto, l’equilibrio dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Di conseguenza, la separazione va mantenuta – e anzi difesa a spada tratta – nella misura in cui aiuta (non in astratto, ma nella situazione concreta in cui ci si trova) a mantenere tale equilibrio. Tuttavia, essa non solo può, ma anzi deve essere almeno in parte corretta qualora cominciasse invece a generare uno squilibrio. E che oggi uno squilibrio ci sia e che sia tutto dal lato della magistratura, che ne approfitta per prevaricare sempre più spesso sulla politica, invadendo ambiti che per loro natura non le competono, mi pare un dato di fatto difficile da negare.

Il motivo è che la magistratura ha la possibilità di influire sulla politica in due modi: con le inchieste, che possono colpire sia singoli individui che interi partiti; e con le sentenze della Corte Costituzionale, che ha il compito di abrogare le leggi contrarie alla Costituzione. La politica, a sua volta, influisce sulla magistratura attraverso l’attività legislativa, che di per sé è prerogativa del Parlamento, ma di fatto è esercitata indirettamente anche dall’esecutivo, per mezzo dei decreti e delle proposte di legge, nonché del dialogo interno ai partiti.

Il sistema di per sé funziona, ma ha un punto debole: a controllare che la magistratura si attenga alla legge (come è suo dovere, ma come non sempre accade) è la magistratura stessa.

In condizioni normali questo non è un problema, perché, se i casi di interpretazione arbitraria della legge sono pochi, essi vengono corretti dai meccanismi di controllo interni all’ordinamento giudiziario. Ma se a deviare è una parte consistente o addirittura maggioritaria della magistratura, non c’è molto che la politica possa fare per ricondurla all’ordine. Cambiare le leggi non basta, perché i magistrati possono continuare a interpretarle in maniera distorta e la Corte Costituzionale può abrogarle anche se non sono realmente anticostituzionali, non essendoci nessuno al di sopra di essa che possa correggerne le decisioni L’unica soluzione è una legge costituzionale, a cui anche la Consulta deve inchinarsi.

Questo è esattamente ciò che ha fatto il governo ed è il motivo per cui domenica andremo a votare.

2. La posta in gioco

Qualche giorno fa Luca Ricolfi ha spiegato da par suo (cioè numeri alla mano) perché, nonostante il SÌ sia ampiamente maggioritario nel paese, rischi di non esserlo nelle urne. I favorevoli, infatti, essendo prevalentemente di destra e di centro, sono meno inclini a mobilitarsi rispetto ai contrari, che, essendo prevalentemente di sinistra, per tradizione tendono maggiormente all’impegno politico (https://www.fondazionehume.it/politica/le-complesse-stime-sul-referendum-vincera-il-no/).

Ciò è sicuramente vero, ma vorrei aggiungere che c’è un altro fattore che potrebbe giocare in tal senso. Infatti, il fronte del NO sta cercando di politicizzare al massimo il voto, per trasformarlo di fatto in un referendum pro o contro il governo, mentre i sostenitori del SÌ, per la stessa ragione, cercano di evitarlo, insistendo prevalentemente sugli aspetti tecnici della riforma, evidentemente memori dell’autorottamazione di Matteo Renzi, che aveva legato il suo futuro politico all’esito del referendum sulla sua riforma costituzionale.

Ciò è comprensibile, ma il calcolo rischia di essere sbagliato, perché potrebbe accentuare ulteriormente il gap di motivazione fra i due elettorati. E non solo perché l’appello a “difendere la democrazia in pericolo” è emotivamente più coinvolgente, per quanto vecchio di 60 anni (durante i quali la democrazia italiana ha continuato ad essere viva e vitale, benché un po’ acciaccata), ma perché almeno su una cosa i sostenitori del NO hanno ragione: la posta in gioco non è tecnica, ma politica.

Dal punto di vista del contenuto, infatti, non c’è dubbio che le obiezioni alla riforma siano del tutto infondate, spesso assurde e a volte addirittura deliranti, giacché in essa non c’è nulla (ma proprio nulla) che porti verso un maggiore controllo della magistratura da parte della politica.

In particolare non si capisce perché il sorteggio dei membri del CSM dovrebbe avere conseguenze apocalittiche, giacché qualsiasi magistrato deve essere in grado di giudicare i suoi colleghi, esattamente come giudica i comuni cittadini.  L’obiezione che così non si sceglierebbero i migliori è risibile, dato che il sorteggio è stato introdotto proprio di fronte all’evidenza che ormai da tempo con l’elezione non si sceglievano i più bravi, ma i più servili verso le varie correnti.

Quanto alla separazione delle carriere, in realtà non c’è, dato che anche la riforma Cartabia del 2022 ha lasciato la possibilità di passare dall’una all’altra, anche se solo una volta (il solito vecchio vizio italiano di non abolire mai una norma, ma solo di “migliorarla”). Comunque, qualsiasi cosa se ne pensi è irrilevante, perché è un punto che la nuova legge non tocca.

Insomma, se la riforma ha un difetto, non è certo che è troppo drastica, ma semmai che non lo è abbastanza.

Tuttavia, è vero che una vittoria del NO incoraggerebbe i magistrati politicizzati a continuare a comportarsi come stanno facendo. Al contrario, una vittoria del SÌ darebbe un forte segnale politico (appunto), certificando che la maggioranza degli italiani è scontenta dell’andazzo attuale e chiede un cambiamento, il che potrebbe indurli a una maggiore prudenza.

Quindi su questo i fautori del NO hanno ragione: il referendum ha un fine politico, che è davvero il ridimensionamento del potere dei magistrati. Dove sbagliano è nel ritenere che ciò sia un male, mentre al contrario è cosa buona e giusta.

3. Lo strapotere della magistratura

È semplicemente un fatto che non esiste oggi (e forse non è mai esistito nemmeno in passato) un solo paese al mondo in cui i magistrati in generale e i PM in particolare godano dello strapotere che hanno in Italia. In nessun altro paese, infatti, si danno tutte insieme le seguenti circostanze:

1) non c’è una separazione completa delle carriere;

2) PM e giudici sono sottoposti allo stesso organo di autogoverno (il CSM), che è formato da rappresentanti di entrambi i gruppi;

3) PM e giudici vengono nominati a vita tramite un concorso pubblico, che in teoria è meritocratico, ma di fatto è una cooptazione mascherata, dato che 20 membri su 28 della commissione giudicatrice, cioè oltre il 70%, sono magistrati;

4) PM e giudici sono completamente indipendenti dal potere politico;

5) non esiste l’immunità parlamentare, che obbliga a richiedere l’autorizzazione a procedere per indagare o processare parlamentari e ministri (è stata abolita nel 1993, sull’onda di Mani Pulite), che è necessaria solo per il loro arresto.

Poiché ho detto che la questione è politica, non discuterò questi punti nei dettagli, che peraltro ciascuno può facilmente approfondire da sé con una semplice ricerca su Internet. Mi limiterò a tre esempi, che dovrebbero bastare a far capire quanto sia grave l’anomalia italiana.

a) In tutto il mondo anglosassone, che rappresenta una buona parte dell’Occidente e non è certo retto da dittature fasciste, i PM non solo hanno una carriera separata dai giudici, ma non sono nemmeno magistrati: sono avvocati (gli avvocati dell’accusa) e negli Stati Uniti vengono addirittura eletti dal popolo (in genere ogni 4 anni, come i membri del Congresso). Non dico che quel sistema sia necessariamente migliore del nostro, ma di certo non è palesemente peggiore e non ha portato ad alcun asservimento della magistratura al potere politico.

b) In Francia i PM dipendono dal Ministro della Giustizia, che può emanare direttive contenenti linee guida vincolanti per la loro attività e trasferirli in qualsiasi momento anche senza il loro consenso, il che di fatto significa togliergli l’indagine che stanno conducendo. Immaginatevi cosa succederebbe se qualcuno volesse fare lo stesso da noi! Eppure, per quel che ne so neanche la Francia è una dittatura fascista e neanche questo sistema ha determinato l’asservimento della magistratura alla politica, tant’è vero che perfino un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, è stato indagato, processato, condannato e mandato in carcere.

c) In quasi tutti i paesi civili, con le uniche eccezioni di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda, per indagare o processare uno dei suoi membri o un membro del governo è necessaria l’autorizzazione del Parlamento, che può essere negata qualora si ravvisi un atteggiamento persecutorio o comunque non obiettivo da parte del PM. E ciò vale anche per il Parlamento Europeo, di cui l’Italia fa parte.

È vero che la riforma proposta dal governo Meloni non tocca nessuno di questi punti (e per questo ho detto che se ha un difetto è di non essere abbastanza incisiva). Ma non c’è dubbio che la sua vittoria al referendum favorirebbe un riequilibrio dei poteri dello Stato italiano, mentre una sua sconfitta accentuerebbe ancor di più il loro attuale squilibrio.

Il Muro di Teheran

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

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Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.

La frattura tra ragione e realtà 12 / (Dis)connessi da morire

3 Febbraio 2026 - di Paolo Musso

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C’è una cosa nella tragedia di Crans Montana che mi ha colpito in modo particolare: vedere che diversi ragazzi all’interno del locale quando è iniziato l’incendio, anziché correre subito fuori, si sono messi a filmarlo con i cellulari mentre continuavano a ballare, come se si trattasse di un effetto speciale o di una curiosità da mostrare agli amici.

Il fatto è stato così impressionante che stavolta l’hanno notato anche molti opinionisti, solitamente troppo persi nelle loro sofisticate teorie per guardare la volgare realtà. Nessuno però ha voluto approfondire, per paura di “colpevolizzare” i ragazzi morti o comunque di “profanarne” in qualche modo la memoria. Eppure, è un discorso che va fatto.

Questo, infatti, non è solo l’ennesimo caso in cui la disconnessione dal mondo reale causata dall’eccesso di connessione col mondo virtuale produce gravi danni o addirittura la morte. Stavolta c’è di più, perché fuggire davanti al fuoco è un istinto primordiale, profondamente radicato nella natura di tutti gli esseri senzienti.

Che molti ragazzi oggi rimangano apatici davanti agli stimoli esterni, che rinuncino a socializzare, che non capiscano l’importanza di studiare anziché farsi fare i compiti da ChatGPT, che fatichino a distinguere tra finzione e realtà per quel che riguarda il sesso, la violenza, il bullismo o la disonestà – tutto ciò è indubbiamente grave, ma ci si può ancora illudere che si possa rimediare insegnando loro a “usare bene” la tecnologia digitale.

Ma quando la disconnessione dalla realtà arriva al punto di anestetizzare addirittura l’atavica paura del fuoco e l’istinto di conservazione, fattori così basilari per la sopravvivenza che li condividiamo perfino con gli animali, significa che l’alienazione da smartphone sta cominciando a modificare la nostra stessa biologia. E questa non è più una cosa che si possa risolvere solo a parole: non certo con i predicozzi o i “corsi di educazione a…” che infestano la scuola (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/), ma nemmeno con una autentica educazione, che pure è necessaria, ma non basta.

Come ha detto lo psicologo Alberto Pellai in un’intervista che gli ho fatto un anno fa a margine di una tavola rotonda tanto bella quanto inquietante (Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart, https://www.youtube.com/watch?v=Pt89jIehTCE): «Si può educare a gestire bene una dipendenza? La risposta è no: la dipendenza va curata, non può essere educata» (https://www.ilsussidiario.net/news/scienzscuola-non-cosi-smart-tutti-i-danni-dellinternet-precoce/2833991/). E per curare una dipendenza il primo passo è sempre l’astinenza da ciò che la causa: in questo caso, lo smartphone.

Ciò però non significa affatto colpevolizzare i nostri ragazzi perché lo usano troppo. Infatti, per dirla con una delle più grandi pensatrici del Novecento, Jessica Rabbit, “loro non sono cattivi, è che li disegnano così”. O meglio: è che li disegniamo così, perché questo è il mondo che noi gli abbiamo costruito.

Se vogliamo renderlo migliore, per loro e anche per noi, dobbiamo quindi innanzitutto capire che non sempre basta “usare bene” la tecnologia.

O, se preferite, che in certi casi usarla bene significa non usarla affatto.

La frattura tra ragione e realtà 11 / Gli Oracoli – Da Hiroshima a Crans Montana, le vittime hanno sempre ragione?

23 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Nel nostro tempo c’è una tendenza sempre più diffusa a considerare le vittime di una tragedia o un’ingiustizia di qualsiasi tipo come “buone” a prescindere, cioè semplicemente in quanto vittime (purché “politically correct”), indipendentemente da tutto ciò che dicono e fanno. Spesso si arriva addirittura a considerarle delle specie di “Oracoli”, le cui idee devono essere ritenute “giuste” a prescindere, come se la disgrazia avesse conferito loro una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali. Questo fenomeno è parte della più generale (e pericolosissima) tendenza odierna che porta a usare come criterio di giudizio l’emotività anziché la ragione.

Ormai da tempo è in atto in tutto l’Occidente un curioso quanto preoccupante fenomeno che tende a trasformare le vittime di qualsiasi tragedia o ingiustizia in una sorta di “Oracoli”, come se il fatto stesso di essere vittime (purché, ovviamente, “politically correct”) conferisse loro l’accesso a una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali.

Le motivazioni di tale tendenza sono essenzialmente due. La prima ha più di un secolo e consiste nel pregiudizio ideologico, di origine marxista, per cui bisogna stare sempre dalla parte del più debole, indipendentemente da come agisce (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). La seconda è più recente e perfino più pericolosa: si tratta della tendenza a usare come criterio di giudizio l’emotività invece della ragione. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi. Qui ne menzionerò solo alcuni, particolarmente eclatanti.

1) I sopravvissuti della Bomba

Qualche mese fa ho avuto modo di ascoltare dal vivo la testimonianza di due Hibakusha, come vengono chiamati i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki: Toshiyuki Mimaki e Masao Tomonaga, entrambi medici. Gli Hibakusha da decenni portano la loro testimonianza di quella tragedia in tutto il mondo, insieme a un messaggio di perdono e di riconciliazione sicuramente ammirevole. Ma purtroppo non è tutt’oro quel che luccica.

Il problema è che ormai da tempo stiamo assistendo a una loro acritica “beatificazione in blocco”, semplicemente in quanto vittime, come dicevo prima, indipendentemente da tutto ciò che hanno detto e fatto nella loro vita. Eppure, sappiamo che non tutti erano buoni.

Paolo Takashi Nagai, medico cattolico di Nagasaki, pioniere dell’uso dei raggi X, di cui è in corso la causa di beatificazione, nella sua autobiografia (Ciò che non muore mai, che consiglio a tutti, perché è davvero una storia straordinaria) racconta che, al suo ritorno da una spedizione in Cina come medico militare, cercò di spiegare ai suoi connazionali che quella guerra non solo era ingiusta, ma anche stupida, perché l’avrebbero persa. Ma nessuno gli diede ascolto. Anzi, quando le cose si misero male, migliaia di giapponesi si trasformarono in kamikaze. E molti di più erano pronti a diventarlo, anche a Hiroshima e Nagasaki.

È proprio per questo che gli americani decisero di sganciare le atomiche. Eppure, neanch’esse sarebbero bastate, se l’imperatore, in un tardivo soprassalto di coscienza, non avesse imposto la resa all’esercito e alla popolazione, che la accettarono a malincuore solo perché lo ritenevano un Dio.

Fu questo che pose fine alla folle mentalità militarista che allora permeava il Giappone a tutti i livelli, avviando il processo che gli permise di diventare un paese normale. Tanto che, se io fossi un giapponese, chiederei che l’anniversario di Hiroshima e Nagasaki diventasse l’equivalente del nostro 25 aprile, cioè la Festa della Liberazione, anch’essa ottenuta grazie alle bombe americane (in questo caso convenzionali, ma non meno letali delle due atomiche giapponesi), anche se noi preferiamo dimenticarlo e dare tutto il merito alla Resistenza, che da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Ma di tutto ciò non si parla mai. E, avanti di questo passo, gli americani finiranno presto per essere considerati i veri “cattivi”. Cosa a cui anche gli Hibakusha stanno contribuendo.

Per esempio, il dottor Mimaki ha parlato sempre e solo delle sofferenze dei giapponesi, affermando che la decisione di scatenare la guerra fu presa «dall’ex-esercito giapponese e da alcuni politici». Vi immaginate cosa succederebbe se un tedesco parlasse così delle responsabilità della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale? Ma se lo fa una vittima della Bomba, niente: soltanto applausi.

Il dottor Mimaki ha anche raccontato di come sia «scappato fuori con il cuore spezzato» da un memoriale dedicato alle vittime dei lager nazisti. Neanche una parola, però, sul fatto che i giapponesi erano alleati di chi ha commesso quegli orrori, né sugli orrori che essi stessi hanno commesso nei loro campi di prigionia, dove facevano “esperimenti” sui prigionieri non meno efferati di quelli compiuti ad Auschwitz dal famigerato dottor Mengele. Eppure, di nuovo applausi scroscianti.

Considerando che Mimaki parlava davanti a un pubblico, quello del Meeting di Rimini, che certamente non è antioccidentale, è evidente che qui non si tratta solo di ideologia, ma anche e soprattutto dell’emotività irrazionale per cui consideriamo le armi nucleari l’incarnazione del Male e, di conseguenza (benché in realtà non sia affatto una conseguenza), le loro vittime, chiunque esse siano, l’incarnazione del Bene.

Né si tratta solo della distorsione della verità storica. Anche oggi, infatti, qualsiasi cosa gli Hibakusha dicano o facciano viene considerata buona e giusta a prescindere.

Per esempio, essi si battono per l’abolizione totale delle armi nucleari nel mondo. Ciò è comprensibile, data la loro storia, ma irrealistico (infatti non hanno ancora ottenuto nulla) e, paradossalmente, anche pericoloso (vedi https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/). Eppure, nel 2024 per questo hanno ricevuto il Premio Nobel (alle intenzioni, evidentemente, come Obama).

Peggio ancora, vorrebbero perfino l’abolizione del nucleare civile, ritenuto addirittura «incompatibile con l’esistenza dell’umanità», il che è una vera idiozia (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/). Eppure, di nuovo, ogni volta che lo dicono, giù applausi.

Quanto a Tomonaga, continua a studiare ossessivamente gli effetti a lungo termine delle radiazioni atomiche, il che, di nuovo, si può capire considerando la sua storia. Ma pretendere, come fa lui, di avere dimostrato l’esistenza di conseguenze non solo fisiche, ma addirittura psicologiche sui loro discendenti, quando sappiamo che già a distanza di qualche anno perfino sulle vittime dirette delle bombe si trovano variazioni statistiche così piccole che potrebbero benissimo essere casuali (https://thebulletin.org/2020/08/counting-the-dead-at-hiroshima-and-nagasaki/), dovrebbe essere considerato, appunto, nient’altro che questo: un’ossessione. E invece no: tutti lo prendono per oro colato.

2) I morti di Gaza

Un altro esempio clamoroso è quello di Gaza, dove qualsiasi affermazione di parte palestinese, comprese quelle provenienti direttamente da Hamas, viene considerata attendibile a prescindere.

Anche qui, benché il pregiudizio ideologico sia evidente (e pesante), il ruolo decisivo è giocato dalle immagini, perché quelle delle 1200 persone assassinate da Hamas non sono mai state mostrate sulle televisioni occidentali. “Per rispetto”, ci hanno detto. Non si capisce, però, perché lo stesso “rispetto” non abbia impedito alle stesse televisioni di mostrarci tutti i giorni, per due anni, i corpi dei palestinesi uccisi dagli israeliani, senza censurare, ma anzi enfatizzando perfino i dettagli più orribili. E ancor meno è giustificabile il fatto che si parlasse (e che ancor oggi si parli) sempre e solo dei palestinesi e mai di tutte le altre persone che vivono in zone di guerra, che sono mille volte di più.

Essendo un convinto anticomplottista non penso che ciò sia intenzionale. Ma non è nemmeno credibile che sia puramente casuale. Credo piuttosto che ci sia una sorta di riflesso condizionato, per cui ci tratteniamo di fronte alle tragedie a cui riteniamo di dover reagire in modo “responsabile”, mentre questi freni vengono meno di fronte a quelle per cui pensiamo di doverci “indignare”, distinzione che, una volta di più, non si basa su motivazioni razionali, bensì ideologiche ed emotive.

Un esempio ancor più chiaro è che tutti in Occidente considerano la guerra di Israele a Gaza unicamente come una reazione al massacro del 7 ottobre (rispetto a cui sarebbe effettivamente sproporzionata) e non anche al fatto che per vent’anni, ogni giorno che Dio mandava in terra, i palestinesi mandavano decine di missili da Gaza contro Israele, mirando sempre e intenzionalmente a obiettivi civili, con il chiaro intento di sterminare tutti gli ebrei, come dice lo Statuto di Hamas (https://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm).

Anche qui, il motivo fondamentale è l’assenza di immagini, dovuta al sistema antimissile (quasi) insuperabile di Israele, per cui non ci sono (quasi) state vittime. Per chiunque usi la ragione, infatti, è evidente che, se io cerco di ammazzarti, ma non ci riesco perché tu ti difendi bene, io resto comunque un criminale. Ma l’emotività non funziona così: se non vede il sangue, non si attiva. Giungiamo così al paradosso che nel mondo di oggi chi viene aggredito, se vuole avere la solidarietà dell’opinione pubblica, deve avere l’amabilità di lasciarsi prima massacrare. Peccato solo che, quando sei morto, la solidarietà dell’opinione pubblica non ti serve più a molto…

3) I parenti degli ostaggi israeliani

Ma anche da parte israeliana le uniche voci che ci venivano fatte ascoltare erano quelle dei parenti degli ostaggi, che, in quanto vittime, avevano diritto di parola anche se facevano parte dei “cattivi”.

E poiché loro perlopiù volevano trattare con Hamas, così si è creata la falsa impressione che la guerra fosse voluta esclusivamente da Netanyahu e dalla sua cerchia, mentre in realtà aveva il consenso della grande maggioranza della popolazione, compreso quello di molti oppositori di Netanyahu e perfino di una parte degli stessi parenti degli ostaggi (guidati da Zvika Mor), che ritenevano che solo con la forza si poteva costringere Hamas a liberarli.

A questi ultimi, però, non è mai stata data la parola, nemmeno dopo che i fatti hanno dato ragione a loro (e a Netanyahu). Eppure, anche loro erano vittime. Ma politically incorrect…

4) Oracoli criminali

Un altro esempio, questo preso da casa nostra, è la legittima difesa, che in Italia di fatto non esiste. Ogni volta che qualcuno si difende con le armi da una rapina, infatti, prima scatta l’ideologia, per cui il rapinatore viene visto come “povero” (altrimenti non ruberebbe) e quindi, per definizione, “più debole” (anche se non lo è affatto). Poi entra in gioco l’emotività, che porta a considerare sempre e comunque “vittima” chi è stato ucciso, anche se in realtà era l’aggressore. E peggio ancora va quando è coinvolta la polizia, perché in tal caso entra in gioco anche il “potere” che essa rappresenta e che oggi viene visto sempre come qualcosa di negativo.

Ovviamente gli abusi, se ci sono, vanno puniti: lo Stato di diritto è caratterizzato proprio dal fatto che si devono rispettare i diritti di tutti, anche dei criminali. Ma ciò non significa che un criminale, solo perché ha subito un’ingiustizia, non sia più un criminale e men che meno che debba essere considerato un “martire”, se non addirittura un Oracolo, come invece troppo spesso accade.

Un esempio abbastanza noto è quello di Ilaria Cucchi, semplice geometra eletta da un giorno all’altro Senatrice grazie al suo impegno per far luce sulla morte del fratello Stefano, arrestato per spaccio di droga e morto in seguito a un pestaggio da parte di due carabinieri (poi condannati a 12 anni di carcere). Ovviamente, la sua è stata una battaglia sacrosanta. Ma ciò non fa di suo fratello un eroe né di lei una personalità politica autorevole, come invece i due vengono regolarmente presentati.

Ancor più clamoroso è il caso di Ilaria Salis, militante di estrema sinistra che nel febbraio 2023 si era recata in Ungheria con la dichiarata intenzione di aggredire i partecipanti a una manifestazione neonazista, certo ripugnante, ma tuttavia pacifica. Arrestata (giustamente) per essere riuscita nel suo intento, menando tre ragazzi, la Salis è stata portata (meno giustamente) in tribunale con le catene a polsi e caviglie.

Per sottrarla a questa “inaccettabile violazione dei diritti umani”, peraltro più grave nella forma che nella sostanza, Alleanza Verdi e Sinistra l’ha fatta eleggere al Parlamento Europeo, facendola così scarcerare grazie all’immunità parlamentare (che la sinistra demonizza sempre, tranne quando le fa comodo).

Questo, comunque, ci può ancora stare. Però sarebbe almeno opportuno tenere un basso profilo. E invece no: da allora la Salis viene regolarmente presentata come un Oracolo e non perde occasione per comportarsi come tale, dandoci lezioni di democrazia e tolleranza (!), salvo poi dichiararsi a favore di Maduro, che tanto democratico non è. Ma, si sa, gli Oracoli non badano a questi dettagli…

5) Gli Oracoli senza qualità

Lo stesso fenomeno si verifica anche con persone qualunque, che vengono improvvisamente trasformate in Oracoli da qualche tragedia.

Un caso clamoroso, ai limiti dell’incredibile, è quello di Patrick Zaki, che oggi sarebbe un perfetto sconosciuto, preoccupato solo di come sbarcare il lunario con la sua laurea in Letterature Moderne Comparate Postcoloniali, se non fosse stato ingiustamente arrestato e processato in Egitto da un regime “fascista” (anche se col fascismo Al-Sisi non c’entra nulla; ma essendo un militare alleato dell’Occidente è fascista per definizione). Così, invece, è diventato improvvisamente un Oracolo, continuamente invitato a eventi culturali di ogni genere, benché in realtà non abbia nulla di interessante da dire.

Qualcosa di simile è successo anche all’Oracolo Piagnone, ovvero Domenico Quirico, onesto cronista di guerra assurto improvvisamente a questo “status” superiore dopo essere stato sequestrato da un gruppo jihadista e poi liberato dopo alcuni mesi di prigionia. La differenza rispetto a Zaki è che Quirico, almeno, qualcosa di interessante da dire ce l’ha. Ma forse è più corretto dire che ce l’aveva, perché un po’ alla volta ha smesso di parlarci di ciò che conosceva davvero (le guerre in Africa) per mettersi a scrivere articoli sempre più oracolari anche nel tono (i richiami alla mitologia greca sono spesso più frequenti delle argomentazioni razionali) su cose che non conosce e non capisce e che conclude sempre allo stesso modo: l’Occidente sta sbagliando tutto e perciò deve cambiare tutto, ma anche se lo facesse continuerebbe inesorabilmente a sbagliare tutto.

L’esempio più comune è quello di chi è colpito da qualche crimine o da qualche calamità naturale. Un caso recentissimo è quello dei parenti delle vittime dell’incendio di Crans Montana, indignati perché i proprietari del bar Le Constellation non erano stati subito arrestati. È evidente che, come sempre accade in questi casi, l’arresto non è stato richiesto per il rischio di fuga o di inquinamento delle prove (come prescrive la legge), ma come una sorta di “pena anticipata”, il che è comprensibile in chi ha subito un trauma così grave, ma non ha nessun fondamento legale.

Eppure, la loro richiesta ha avuto subito l’appoggio, totale quanto acritico, non solo dei giornalisti, ma anche dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. E, guarda caso, subito dopo queste reazioni indignate in mondovisione, i magistrati svizzeri hanno improvvisamente cambiato opinione, disponendo l’arresto dei coniugi Moretti. Intendiamoci, magari il rischio di fuga c’era davvero. Però è difficile credere che queste reazioni non abbiano avuto un peso. Che non avrebbero dovuto avere.

Anche le denunce contro l’immancabile “tragedia che si poteva evitare” e l’altrettanto immancabile “giustizia che non è stata fatta” vengono sempre considerate verità indiscutibili, benché spesso sia evidente che sono dettate solo dal dolore. E ciò causa anche problemi pratici, prolungando all’infinito inchieste che in realtà hanno già accertato da tempo tutte le responsabilità (o almeno tutte quelle che potevano essere accertate). Purché, anche qui, le vittime siano politically correct: avete mai visto una sola manifestazione in cui si chiedesse che “venga finalmente accertata tutta la verità” sui crimini delle Brigate Rosse, come accade regolarmente ogni anno per le stragi di matrice neofascista?

Ciò è confermato anche dal recentissimo caso di Alberto Trentini, arrestato e detenuto illegalmente per oltre un anno in Venezuela. Certamente le iniziative per la sua liberazione erano sacrosante, ma è invece vergognoso che non si parlasse mai degli altri italiani che erano nella stessa situazione. E, peggio ancora, quando finalmente i primi sono stati liberati di loro si è parlato sempre e solo come segno che stava per essere liberato anche Trentini, come se fosse lui l’unico che contava. È difficile considerare casuale il fatto che Trentini è membro della organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, quindi “buono” per definizione, mentre gli altri sono imprenditori, quindi per definizione “cattivi” o quantomeno “non buoni”. E, ovviamente, nessuno si è sognato di ringraziare Trump, benché sia evidente che la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela è dovuta solo ed esclusivamente al suo blitz contro Maduro. Ma Trump è per definizione uno dei “cattivi” e quindi se da ciò che fa ne scaturisce qualcosa di buono è, sempre per definizione, puramente casuale…

6) Tornare alla ragione

Come ho detto (e cercato di dimostrare, spero in modo convincente), in questo fenomeno c’è senza dubbio una forte componente ideologica, ma ancor più preoccupante è quella emotiva.

L’ideologia, infatti, cerca di giustificarsi attraverso argomentazioni che si rivolgono alla ragione dell’interlocutore, rischiando di metterla in moto e di finire così per ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, creando involontariamente i suoi propri anticorpi. L’emotività, invece, è molto più facile da manipolare: basta usare certe parole che provocano reazioni quasi automatiche nelle persone oppure mostrare loro certe immagini e non certe altre e il gioco è fatto. Perfino l’arte, una delle espressioni più alte dell’umanità, può contribuire a questo, se ci spinge a entusiasmarci per cause sbagliate, il che oggi accade spesso, particolarmente con il cinema e con la musica.

In un mondo in cui tutto spinge in questa pericolosissima direzione è urgente fare qualcosa. La soluzione, però, non sta nel continuare a sommergere la scuola con nuovi corsi di (ri)educazione a questo e a quello, che non convincono nessuno (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/). Al contrario, bisognerebbe aiutarla a tornare a fare il suo mestiere, cioè educare i giovani a fare buon uso della propria ragione.

Ma per questo occorre che noi adulti per primi torniamo a basarci sulla ragione anziché sull’emotività, altrimenti non saremo credibili.

Siamo disposti a farlo?

Wikipedia, l’enciclopedia (poco) libera

15 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Qualche giorno addietro ho fatto una cosa che mai mi ero azzardato a tentare prima: ho corretto alcune imprecisioni (che in alcuni casi erano vere e proprie falsità) in due voci di Wikipedia.

Il motivo per cui non ci avevo mai provato è che ero convinto che non avrebbero resistito a lungo, perché qualcun altro sarebbe presto intervenuto a “ri-correggerle” in un senso più accettabile per il politically correct che palesemente domina anche l’autoproclamata “enciclopedia libera”.

Stavolta avevo deciso di tentare perché, conoscendo bene l’argomento (le disavventure giudiziarie del presidente brasiliano Lula legate allo scandalo Odebrecht), ero sicuro di quel che dicevo e inoltre trovavo particolarmente irritante la sfacciata faziosità con cui la vicenda era presentata. Poi, già che c’ero, ho anche fatto una piccola modifica alla voce sulla battaglia di Stalingrado.

Voglio precisare che nel farlo mi sono attenuto rigorosamente ai criteri indicati da Wikipedia: non ho scritto, come invece scrivo qui ora, che Lula (e non Trump) è l’unico vero “criminale condannato” attualmente alla guida di uno Stato, né che la voce su Stalingrado è stata chiaramente scritta da qualche storico comunista (benché sia difficile dire quale, visto che in Italia gli storici sono quasi tutti comunisti). Mi sono invece limitato, come richiesto dalle linee guida, a citare dati di fatto indiscutibili, supportati da riferimenti, con tanto di link, a fonti attendibili e verificabili.

Su Lula, che veniva presentato come vittima di una condanna politica da cui poi sarebbe stato completamente assolto e riabilitato, ho anzitutto fatto notare che l’assoluzione, decisa dalla Corte Suprema brasiliana dopo che la condanna era già diventata esecutiva e Lula si trovava già in carcere da un anno e mezzo, si basava su un cavillo puramente formale (la presunta incompetenza del tribunale che l’aveva condannato).

Nel merito, ho aggiunto che la magistratura peruviana aveva ritenuto attendibile la deposizione di Marcelo Odebrecht, titolare della omonima impresa costruttrice protagonista del più grande episodio di corruzione della storia umana (quasi un miliardo di dollari di tangenti pagate nel corso di vent’anni a centinaia di persone in almeno 12 paesi dell’America Latina), in cui egli affermava che Lula aveva addirittura la firma sul conto dei fondi neri della Odebrecht, che aveva usato per finanziare illegalmente le campagne di diversi candidati di sinistra in vari paesi sudamericani. E che in base a tale deposizione, nonché a vari riscontri oggettivi (altre testimonianze, intercettazioni, verifiche sui conti bancari, ecc.), nel 2025 Ollanta Humala, insieme a sua moglie Nadine Heredia è stato condannato a 15 anni di carcere per avere ricevuto da Lula, tramite Odebrecht, ben 3 milioni di dollari di finanziamenti illegali per la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2011.

Le altre accuse non sono state provate, perché tutti gli altri paesi hanno preferito insabbiare lo scandalo (e probabilmente hanno fatto bene, visto che in Perù le indagini anziché alla scomparsa della corruzione, che oggi è ancor peggiore di prima, ha portato alla scomparsa dei partiti, ridotti ormai a meri comitati elettorali). Ma resta il fatto che nel 2024 la Corte Suprema brasiliana ha fatto cadere tutte le accuse anche nei confronti dello stesso Marcelo Odebrecht, benché reo confesso, il che è davvero difficile da spiegare e giustifica il sospetto che si sia trattato di una sentenza politica, visto che condannarlo per le stesse vicende per cui Lula era stato prima condannato e poi riabilitato sarebbe stato troppo imbarazzante, sia per lui che per la stessa Corte Suprema.

Quanto a Stalingrado, che veniva presentata con eccessiva enfasi, come se l’Unione Sovietica avesse qui determinato, da sola, la sconfitta della Germania nazista, mi ero limitato a notare che, per quanto si sia trattato certamente di una vittoria decisiva, era stata resa possibile dall’ingresso in guerra degli Stati Uniti, che, rovesciando gli equilibri sul fronte occidentale, aveva impedito a Hitler di mandare rinforzi al generale Paulus e alle armate tedesche impegnate in Russia. Non è certo un caso che, come riconosceva la stessa pagina di Wikipedia, fino all’ottobre del 1942 i nazisti stavano vincendo e che la situazione a Stalingrado si sia rovesciata proprio in coincidenza della disfatta tedesca ad El Alamein, che apriva agli Alleati la via dell’Italia.

Pur essendo un dilettante in questo tipo di cose, sono certo di non aver commesso errori: ho controllato bene, sia alla fine del processo di inserimento sia qualche ora dopo, e le mie integrazioni erano lì, ben visibili a tutti.

Un paio di giorni dopo, però, erano completamente scomparse, senza che ne restasse la minima traccia e senza che vi fosse nessun commento in merito nella relativa pagina di discussione.

Era semplicemente come se non fossero mai esistite.

Ora, una cosa del genere si spiega soltanto in un modo: evidentemente, ci sono persone o (più probabilmente) gruppi di persone che monitorano costantemente le pagine il cui contenuto è giudicato “sensibile” e addirittura tengono sul proprio computer la versione “correct” delle suddette pagine. Se così non fosse, infatti, non si spiega come le due pagine siano state riportate a una versione non semplicemente simile a quella precedente, ma identica fino all’ultima virgola. E il fatto che sia accaduto contemporaneamente e con la stessa rapidità, radicalità e sistematicità in due pagine senza nessuna correlazione fra loro dimostra che non si tratta di un caso isolato.

Certo, nessuno mi impedisce di inserire di nuovo le mie integrazioni, ma ciò mi costringerebbe a impegnarmi in una “guerra di revisione” che finirei inevitabilmente per perdere, perché non posso occuparmene a tempo pieno come invece evidentemente fanno queste persone. E se anche lo facessi, non potrei comunque vincere, ma al massimo “pareggiare”, riducendo le voci suddette a una situazione di instabilità endemica, la cui versione cambierebbe continuamente.

Il punto è che ciò non dovrebbe accadere. Secondo le regole di Wikipedia, i cambiamenti introdotti devono essere ideologicamente “neutrali” e basarsi su fatti sostenuti da fonti verificabili. Quello che io mi aspettavo era che qualcun altro contestasse la rilevanza delle vicende e l’affidabilità delle fonti che avevo citato, magari introducendone altre che puntavano in senso contrario. Ma che fatti e fonti siano stati semplicemente cancellati è segno di un atteggiamento totalmente ideologico, mentre il fatto di aver ripristinato integralmente la versione precedente dà molto la sensazione di un “avvertimento”, non dico proprio mafioso, ma quasi: è come dire “guarda che è inutile che ci riprovi, tanto noi siamo più forti e tu non puoi farci niente”.

Certo, per poter trarre conclusioni più generali e più solide ci vorrebbe una verifica ben più sistematica, che da tempo ho in mente di fare. Ma, non avendo né il tempo né la capacità né – soprattutto – la voglia di farla personalmente, vorrei affidarla come tesi a qualche mio studente più “digitale” di me. Ora questa sgradevole vicenda mi motiverà a perseguire l’obiettivo con maggior decisione.

Nel frattempo, sarà bene tener presente che Wikipedia è certamente uno strumento utile, ma non è affidabile, per cui le sue informazioni, specialmente quando coinvolgono questioni “politicamente sensibili”, devono sempre essere sottoposte a verifiche incrociate con altre fonti.

E, soprattutto, sarà bene tener presente che Wikipedia sarà anche un’enciclopedia libera, ma alcuni suoi utenti sono più liberi degli altri.

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