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Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…

4 Marzo 2022 - di Mario Menichella

EconomiaIn primo piano

         “È molto più facile ingannare la gente,

         che convincerla che è stata ingannata”.

                                                       Mark Twain

In un mio articolo sulle cause del caro-bollette in Italia pubblicato a gennaio [1], avevo individuato quelle che ritenevo le 10 principali, fra cui: mix squilibrato delle fonti di generazione elettrica, quasi totale dipendenza dall’estero per il gas, peso assai elevato degli oneri di sistema e delle imposte, obbligo di passaggio al mercato libero, riforma delle tariffe elettriche per gli utenti domestici, morosità crescenti, meccanismo di formazione del prezzo sulla Borsa elettrica, etc. Di fatto, però, queste sono tutte concause preesistenti, su cui fin troppo si concentra l’attenzione della politica, mentre i problemi vanno affrontati alla radice, individuando e rimuovendo le vere cause. L’approfondita analisi effettuata – partendo da dati di pubblico dominio e quindi facilmente verificabili – da un mio caro amico e grande esperto di indici economici-finanziari e di bilanci aziendali, e generosamente messa a mia disposizione, getta finalmente luce sulle reali ragioni del caro-bollette, e verrà perciò illustrata in forma sintetica nel presente articolo, integrata da alcune considerazioni personali e da quelle di altri amici operanti nel settore da me consultati. 

Innanzitutto, occorre comprendere che il “motore” di tutti gli aumenti delle bollette sta nel prezzo del gas. Un rapporto di fine anno dell’OCSE [2], l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raggruppa 38 paesi membri per la gran parte europei, ha evidenziato come l’incremento dei costi energetici – sia del gas che dell’energia elettrica – sia dovuto all’aumento (oserei dire “vertiginoso”) dei prezzi della componente gas, che in Italia contribuisce alla produzione nazionale di energia elettrica per circa il 50%.

Nel Rapporto in questione, pubblicato da qualche settimana, troviamo il seguente grafico con l’evoluzione dei prezzi dei tre prodotti energetici base (petrolio, gas naturale e carbone), a partire dal giugno 2020. Si noti che, per il gas naturale, il valore rappresentato è il prezzo dei futures giornalieri al TTF, un punto di negoziazione per il gas naturale che si trova nei Paesi Bassi, mentre per il petrolio è rappresentato il prezzo “spot” (detto anche cash o “a pronti”) del greggio Brent (cioè del Mare del Nord).

Per chi fosse a digiuno di nozioni in materia di investimenti finanziari, ricordo che i prezzi spot del gas rappresentano il costo per l’acquisto o la vendita di gas in un preciso istante, ovvero “on the spot”, anziché in una data futura. Pertanto, i prezzi spot si riferiscono al valore in quel preciso momento. I prezzi future, invece, rappresentano il valore del gas previsto alla scadenza del contratto future. Dunque, il prezzo dei futures al TTF rappresenta le “aspettative” degli investitori. Ciò è importante da capire.

Ebbene, nell’arco temporale di circa un anno e mezzo coperto dal grafico dell’OCSE, se si guardano i picchi massimi raggiunti, si vede che il prezzo del petrolio è raddoppiato, il prezzo del carbone è quadruplicato, mentre il prezzo del gas naturale è aumentato di ben 18 (sì, diciotto) volte! Un aumento “senza senso”, come si vede già solo dal confronto con le altre due fonti energetiche (giova ricordare che, all’interno dei giacimenti, il petrolio – da cui si ricavano i carburanti – e il gas naturale sono associati).

Il disallineamento dei prezzi sui vari mercati: il “segnale” di fenomeni speculativi

Però, come ha fatto notare l’economista industriale e data scientist Luigi Bidoia in un suo eccellente articolo sull’argomento [3], l’assurdità di questo aumento è ancora più evidente se si confronta il prezzo del gas naturale al TTF con il prezzo del gas naturale “doganale”, cioè che arriva attraverso metanodotti o in forma liquida (Liquid Natural Gas, o LNG) attraverso metaniere. Dal grafico seguente, tratto dal suo lavoro, risulta evidente l’anomalia senza precedenti che si è verificata alla fine dello scorso anno.

Le cose che invito a notare in questo grafico sono due: (1) il fatto che mai, negli ultimi 20 anni, si fosse verificato uno scostamento significativo fra i tre prezzi del gas (secondo l’Authority, ARERA, la correlazione fra i tre prezzi aveva raggiunto valori superiori a 0,95), mentre dalla scorsa estate il prezzo spot del gas TTF ha iniziato a distaccarsi in modo abnorme dai prezzi doganali; (2) il repentino crollo del prezzo TTF che si è avuto a fine dicembre (nonostante i “venti di guerra” in Ucraina sempre maggiori), il che suggerisce quanto poco solidi fossero i fattori che avevano portato al prezzo abnorme sul mercato TTF.

L’assurdità dell’aumento del prezzo europeo del gas è ancora più chiara se si fa un confronto con i prezzi del gas in altri Paesi (Stati Uniti, Giappone, etc.), dove non si è osservato nulla del genere. Pertanto, quanto successo all’indice TTF a dicembre non pare dipendere – come invece dovrebbe essere in un mercato sano e trasparente – dalla legge della domanda e dell’offerta, ma piuttosto, come conclude Bidoia, pare dovuto a operazioni speculative e di arbitraggio da parte di grandi operatori energetici.

Per chi non lo sapesse, un’operazione di arbitraggio è un’operazione che consiste nell’acquistare un bene (in questo caso il gas) su un mercato rivendendolo su un altro mercato, sfruttando le differenze di prezzo al fine di ottenere un profitto. Naturalmente, le condizioni di disallineamento dei prezzi che danno origine alle opportunità di arbitraggio sono destinate a durare soltanto per breve tempo, poichè l’attività degli arbitraggisti tende a riportare velocemente i prezzi verso livelli di equilibrio.

È interessante notare, come evidenziato da Bidoia, che anche per quanto riguarda i tre principali mercati mondiali del gas (Nord America, Europa e Asia) le differenze di prezzo sono sempre state contenute: prima del 2008, perché il prezzo del gas era fortemente legato a quello del petrolio; e, negli ultimi 5 anni, il differenziale di prezzi fra le varie regioni del mondo “non ha mai superato i 30 €/MWh”, poiché lo sviluppo del trasporto di gas liquido (LNG) ha creato vincoli sempre più forti tra i mercati regionali.

La rilevanza, per il nostro Paese, del prezzo TTF è che esso permette una speculazione abnorme fatta letteralmente sulla pelle degli Italiani, e che in passato non era possibile. Poiché nei prossimi mesi i prezzi del gas potrebbero mantenersi su livelli molti elevati e/o potrebbe ripetersi l’incredibile anomalia verificatasi alla fine dello scorso anno, occorre capire come funziona il mercato del gas e perché quanto verificatosi richiederebbe misure strutturali, ben diverse da quelle adottate dal Governo.

Per comprendere la situazione, bisogna capire innanzitutto la diversa tipologia di contratti e le differenti motivazioni che guidano gli operatori delle due tipologie di mercati: da un lato (quello dei gas “doganali”), vi sono contratti relativi a consegne “fisiche” che coprono periodi anche lunghi di fornitura (pluriennali) ed esigenze reali di vendita od acquisto di gas; dall’altro (mercato spot TTF), si tratta invece di contratti a breve termine guidati da obiettivi di rendimento, in altre parole da pura speculazione.

La maggior parte del gas viene importato in Italia da 3 player (ENI la maggior parte, Enel e Edison, e lo impiegano tutti e tre anche per la produzione di energia elettrica), tramite contratti pluriennali (fino a 30 anni), stipulati per garantire gli investimenti di ricerca dei pozzi e la realizzazione dei gasdotti. I relativi prezzi di acquisto sono “blindati” e secretati dallo Stato. Sono comunque espressi in via di larga massima dai prezzi doganali. Una parte minima del gas viene acquistata da questi player sul mercato libero, dove il prezzo corrente (spot) e quello a tre mesi (future) si formano giornalmente.

L’importanza per l’Italia del prezzo del gas sul mercato TTF risiede, innanzitutto, nel fatto che il mercato TTF rappresenta, in sostanza, un benchmark – ovvero un mercato di riferimento – anche per il mercato italiano “spot” del gas, noto come Punto di Scambio Virtuale (PSV), in quanto si tratta di un “punto virtuale situato tra i Punti di Entrata e i Punti di Uscita della Rete Nazionale di Gasdotti”. Il risultato è che il prezzo spot del gas nel punto di prelievo italiano (PSV) è, in pratica, sostanzialmente sovrapponibile a quello nel punto di prelievo olandese (TTF) ed a quello nel punto di prelievo del Regno Unito (NBP).

 

Le importazioni del gas e come l’ENI trae enormi profitti dalle differenze di prezzo

Se si va a vedere il bilancio dello scorso anno nella banca dati del Ministero dell’Economia [4], si scopre che le importazioni di gas dall’estero (valori del 2021) che incidono di più sono quelle da: Tarvisio (Russia, gasdotto TAG, che passa per Slovenia e Austria): 40%; Mazara del Vallo (Algeria, gasdotto Transmed): 29%; Melendugno (Azerbaigian, gasdotto TAP, che passa per Turchia e Grecia): 10% per ora, in quanto nuovo gasdotto in funzione solo dal 2021; Cavarzere (Egitto e Qatar, piattaforma marina): 10%; Passo Gries (Svizzera, gasdotto Transitgas che si connette al gasdotto Trans Europa Naturgas Pipeline): 3%.

Sempre secondo i dati ministeriali, nel dicembre 2021 l’Italia ha importato dall’estero 7,1 miliardi di Smc di gas ed ha utilizzato scorte di gas (il nostro Paese dispone di 3 rigassificatori) per 2,5 miliardi di Smc. Il consumo totale di gas in quel mese è stato di 9,7 miliardi di Smc; di questi, il 71% è derivato dalle importazioni fatte attraverso metanodotti (essenzialmente, quelli illustrati in precedenza), il 26% dal GNL trattato nei rigassificatori (in realtà in quel mese solo Cavarzere, nulla da quelli di Panigaglia e di Livorno) e appena il 3% (pari a 287 milioni di Smc) è derivato dalla produzione nazionale.

Per quanto riguarda, invece, i contratti relativi alle importazioni nazionali di gas, secondo i dati forniti da ARERA [5], nel 2020 solo il 22,5% delle forniture si trovava nel periodo di programmazione 1-5 anni, il resto era governato da contratti da 5 a 30 anni, cioè a lungo o lunghissimo termine. Solo il 15% dei contratti erano inferiori a 1 anno. E anche per la durata residua dei contratti che erano in essere nel 2020 si avevano gli stessi numeri, per cui circa il 77% avevano una durata residua superiore a 5 anni.

Secondo ARERA [5], il mercato del gas dell’ultimo anno disponibile (2020) mostra che l’ENI si approvvigiona di gas per il 61% del suo fabbisogno dalle importazioni e per circa il 32% con acquisti del gas trattato al mercato PSV (che, come visto, “replica” quello olandese, il TTF). Viceversa, gli altri grandi operatori italiani del mercato all’ingrosso del gas si approvvigionano prevalentemente al mercato PSV (82%) e solo in minima parte (13%) attraverso le importazioni, mentre i piccolissimi operatori si approvvigionano di gas prevalentemente (52%) acquistandolo da operatori italiani più grandi (ad es. ENI).

In sintesi, la tabella mostra che le importazioni (per l’ENI) e gli acquisti al PSV (per gli operatori grandi, medi e piccoli) sono risultate le modalità più frequenti con cui i grossisti di gas italiani si approvvigionano della materia prima che poi rivendono. Occorre poi considerare che la sola ENI – di cui lo Stato è azionista al 30% attraverso Cassa Depositi e Prestiti ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze – importa, secondo ARERA, quasi la metà (precisamente, il 47,6% nel 2020) del gas estero che entra nel mercato italiano.

Poiché nel 2021 le importazioni di gas dell’Italia sono state di circa 71 miliardi di Smc, si può stimare che l’ENI abbia importato nel 2021 circa il 47,6% di questa cifra, pari a 33,8 miliardi di Smc. Tenuto inoltre conto che il 31,6% degli approvvigionamenti dell’ENI è effettuato tramite acquisti sul mercato spot PSV, cioè a prezzi di speculazione, il restante 68,4% – pari a circa 23,1 miliardi di Smc – dovrebbe essere acquistato a prezzi doganali, che in sostanza riflettono i prezzi medi dei contratti pluriennali. In altre parole, ENI acquista circa 2/3 del gas di cui si approvvigiona a prezzi “bassi” e circa 1/3 a prezzi “alti”.

Di tutto il gas di cui si è approvvigionata, l’ENI (secondo i dati di ARERA [5]) rivende poi ad altri rivenditori sul territorio nazionale (tramite il PSV) circa il 77%, mentre vende ai propri clienti finali solo il 10,5%; il restante 12% va in autoconsumi, verosimilmente per la produzione elettrica. In altre parole, l’ENI vende oltre 2/3 del gas di cui si è approvvigionata a prezzi “alti”, per cui (sia nel caso di vendita a utilizzatori finali, sia ad altri rivenditori e grossisti) ha un guadagno notevole, dato in sostanza dalla differenza fra i prezzi del gas sul mercato spot-PSV (in pratica, TTF) ed i prezzi, ben più bassi, dei contratti a lungo termine.

Supponiamo, ad esempio, che la differenza fra i due prezzi sia di 25 cent/Smc, allora la plusvalenza è data da 0,25 € x 23 miliardi di Smc = 5,7 miliardi di euro! Di questi enormi guadagni si avvantaggia indirettamente lo Stato (grazie alla sua partecipazione nell’azienda) con i dividenti incassati, che ammortizzerebbero almeno una parte delle elargizioni di svariati miliardi di euro fatte dal Governo in questi ultimi mesi per “tamponare” il caro-bollette (per cui è una sorta di “partita di giro”).

Lo stoccaggio del gas e una possibile spiegazione della grande anomalia del prezzo TTF

Per quanto riguarda, invece, lo stoccaggio di gas naturale – da non confondersi con i 3 rigassificatori (che riportano allo stato di gas il gas naturale liquido (GNL), trasportato via nave), in Italia esso è svolto grazie a 15 concessioni statali [5]: 10 appartengono alla società Stogit, interamente posseduta dal gruppo Snam, le altre sostanzialmente al Gruppo Edison. Tutti i siti di stoccaggio attivi sono realizzati in corrispondenza di giacimenti di gas esausti, iniettando il gas (tipicamente proveniente da metanodotti) nella roccia porosa, e riportando quindi il giacimento, in una certa misura, al suo stato originario.

Nella rete nazionale del gas, lo stoccaggio consente di poter compensare le differenza fra domanda e offerta di gas, e quindi garantire continuità di fornitura alle reti di distribuzione locale e alle grandi utenze industriali e termoelettriche. Come mostrato da ARERA [5], lo stoccaggio di gas nel nostro Paese riguarda circa 18 miliardi di Smc, di cui la maggior parte destinata alle fluttuazioni stagionali od annuali e meno di 1/3 (precisamente, 4,6 miliardi di Smc) tenuta come riserva strategica (ad es. in caso di conflitti).

Tenendo conto dei consumi nazionali medi di 5,9 miliardi di Smc al mese (con punte oltre i 7 miliardi in inverno), il meccanismo attuale di fissazione trimestrale del prezzo da parte di ARERA dovrebbe poter disporre di una riserva strategica per la copertura del rischio di almeno 3 mesi invernali, pari a circa 20 miliardi di Smc: in pratica, l’intera capacità di stoccaggio attuale. Ci si può quindi legittimamente domandare: come mai lo Stato non usa adeguatamente le scorte di gas – o non le aumenta – per mitigare le ondate speculative come quella a cui abbiamo assistito (e che è ancora in corso)?

In teoria una buona capacità di stoccaggio, oltre a costituire una riserva di sicurezza (la riserva strategica può essere immessa in rete solo con l’autorizzazione del Mise), consente di avere un mercato meglio funzionante, permettendo agli operatori di sfruttare le differenze tra i prezzi nelle diverse stagioni per aumentare la concorrenza tutto l’anno. In un mercato funzionante, lo stoccaggio consente di abbassare i prezzi per i consumatori finali, sfruttando la stagionalità dei prezzi della materia prima.

Ma, nel sistema degli stoccaggi italiani, praticamente appena tre soggetti operano in una situazione quasi monopolista. In pratica, al grido di “stoccare, che passione”, c’è chi stocca incassando laute royalties per il servizio [11]. Dobbiamo, infine, chiederci: perché abbiamo orientato l’Italia a fare l’hub europeo, la cui forza strategica dovevano essere gli stoccaggi, ma nel 2020 non abbiamo investito per caricare tutti i nostri spazi (e magari anche qualcosa di più) in base ai prezzi spot del periodo del lockdown?

Dunque, riassumendo, l’ENI importa circa la metà del gas naturale importato dall’Italia in un anno, e su circa 2/3 di questo gas può lucrare enormi profitti grazie al fatto che il prezzo di riferimento per la sua vendita a terzi (clienti finali e altri fornitori nazionali) è quello spot-PSV (TTF). Ciò vale, a maggior ragione, per i clienti (famiglie e piccole PMI) che hanno un prezzo del gas fissato ogni 3 mesi dall’Authority (ARERA) in quanto sono sul mercato a Maggior Tutela (dove potranno rimanervi fino al 31/12/23, mentre le PMI più grandi sono state già obbligate a passare al mercato libero dal 1° gennaio 2021).

Tutti gli altri grossisti – che vendono la massima parte del loro gas agli utenti finali – comprano da ENI o da altri grandi importatori EU, sostanzialmente al prezzo del mercato spot di Rotterdam (TTF). Dunque, ENI lucra da novembre scorso l’enorme differenza tra i prezzi spot incassati dai grossisti a cui rivende il gas ed i prezzi contrattuali pluriennali pagati all’import. Storicamente i prezzi doganali (contratti pluriennali) e quelli spot viaggiavano, da oltre 20 anni, di conserva, con scostamenti minimi. La “domanda delle cento pistole” è quindi: chi/cosa c’è dietro l’aumento spropositato (da novembre) dei prezzi sul mercato TTF?

In effetti, con la fiammata di novembre-dicembre il prezzo spot TTF è salito sino a 180 €/MWh, contro i 40 €/MWh del prezzo doganale. Nelle settimane seguenti è sceso sui 75 €, meno che a metà novembre. Nessuno sa realmente il perché, e la situazione geopolitica non è in grado di giustificarlo. In un mercato non “manipolato”, il prezzo è guidato dalle aspettative degli operatori finanziari che vi operano, cioè dei trader e dei grossi investitori, fra cui vi possono naturalmente essere le stesse aziende energetiche che poi guadagnano attraverso il meccanismo delle plusvalenze in precedenza illustrato.

Occorre notare che, se l’aumento assurdo del prezzi spot TTF fosse legato alla crisi ucraina, non solo si sarebbe riflesso anche su altri mercati extra UE, ma soprattutto non ci sarebbe stato un repentino crollo proprio quando la suddetta crisi era ancora in una fase iniziale che poi è andata, nelle settimane successive, decisamente peggiorando. Quello osservato non è l’andamento dei prezzi che ci si aspetta di vedere in tale situazione (che semmai è riflesso dal prezzo del petrolio e di altre materie prime, in lento ma costante aumento: v. figura). Dunque, la situazione geopolitica potrebbe essere solo una “foglia di fico”.

C’è forse stata qualche manovra dei big player europei del settore? Beh, secondo la mia fonte – e altri esperti consultati in ambito bancario – l’ipotesi è che alcuni potrebbero aver fatto “cartello”, intervenendo come “mani forti” con acquisti sul mercato TTF, facendo così salire vertiginosamente il prezzo della materia prima (lucrando così poi su quella acquistata con contratti pluriennali low-cost). Il possibile “movente”? Ripianare le perdite (ad es. ENI aveva chiuso il bilancio 2020 con perdite pari a 8,5 miliardi di euro [7]) e speculare. Si tratta solo di una ipotesi ma, come si dice, “a pensar male si fa peccato…”.

Non stupisce, quindi, che il 2021 sia stato l’anno della ripresa per il gruppo ENI, dopo i mesi bui del 2020. I profitti netti consolidati del sono stati di 2,11 miliardi di euro nel trimestre terminato a dicembre contro i 50 milioni di un anno prima, e con un incremento del 47% rispetto al terzo trimestre 2021. Il confronto con i corrispondenti reporting period 2020 evidenzia recuperi di ampie proporzioni: +2,1 miliardi e +5,5 miliardi, rispettivamente, rispetto al quarto trimestre e all’esercizio 2020, afferma l’ENI stessa [10].

I meccanismi usati dall’Authority per fissare il prezzo dell’energia e perché vanno rivisti

Il meccanismo di legge usato dall’Authority (ARERA) per “costruire” i prezzi di vendita del gas agli italiani che hanno contratti in regime a Maggior Tutela si basa sul prezzo del mercato spot all’hub TTF di Rotterdam (v. pag. 12 di [8]), a causa dell’insufficiente grado di sviluppo della liquidità delle negoziazioni al PSV; per cui la determinazione trimestrale del prezzo sino al 31 marzo 2022 praticato a questo tipo di clienti (che sono i più “fragili”, essendo famiglie e piccole attività ignoranti in materia) è stata elaborata sulla base delle previsioni di dicembre scorso, al momento dell’esplosione del prezzo su tale mercato.

Non solo. Il prezzo di vendita dell’energia elettrica in regime di Maggior Tutela fissato da ARERA ha come riferimento le previsioni dei prezzi nel mercato all’ingrosso: in pratica sulla Borsa elettrica, dove si forma il prezzo di circa i 2/3 dell’elettricità venduta in Italia. Su questa Borsa, da circa 20 anni le offerte di energia elettrica vengono accettate in ordine di prezzo crescente, fino a quando la loro somma in termini di kWh arriva a soddisfare la domanda, dopodiché il prezzo del kWh dell’ultimo offerente accettato (quindi quello più alto) viene attribuito a tutte le offerte: è il cosiddetto criterio del marginal price [14].

 

Il prezzo a MWh dipende quindi, a causa di questo perverso criterio, dalla fonte più cara selezionata. Così non stupisce che in Italia, dove gli impianti a ciclo combinato alimentati a gas naturale rappresentano la tecnologia marginale in circa il 50% delle ore, il prezzo spot dell’energia elettrica, nel 2021, si sia attestato a 125,5 €/MWh (era di 38,9 €/MWh nel 2020). Perciò, anche in questo caso i consumatori finali sono danneggiati dal metodo di calcolo del prezzo del MWh elettrico, che è legato alle sole tecnologie inquinanti e costose (già incentivate in bolletta negli oneri di sistema come fonti “assimilate” alle rinnovabili).

L’impatto devastante sulle famiglie e le imprese PMI di aumenti violenti del prezzo del gas ed, a cascata, dell’energia elettrica – a quanto pare non limitati nel tempo, giacché i prezzi del TTF si sono ora assestati su livelli molto elevati – deve essere quindi da forte monito per rivedere urgentemente, in Italia, tutta la materia, e magari reintrodurre nei calcoli elementi essenziali di verità ed equilibrio. Occorre infatti sottolineare che, mentre l’elettricità può essere fornita anche da fonti rinnovabili, moltissimi stabilimenti necessitano di gas naturale (non sostituibile) per i loro processi produttivi.

In pratica, nel calcolo del costo medio atteso dell’approvvigionamento per il trimestre successivo, si potrebbero inserire anche i dati – più importanti in termini di volumi – relativi alle importazioni con contratti di lungo termine, sebbene questi prezzi (essendo secretati) non siano attualmente noti neppure all’Authority (ARERA). Se poi l’attuale meccanismo di determinazione dei prezzi fosse il frutto di accordi e/o di indicazioni date a livello europeo, si dovrebbe procedere alle necessarie riforme degli accordi.

Viceversa, la decisione del Governo di aumentare da subito l’estrazione di gas nazionale (da anni in calo), essendo ENI il beneficiario del relativo sfruttamento si tradurrà in ulteriori profitti per quest’azienda, e solo in minima parte in tariffe ridotte per i consumatori, proprio in virtù del fatto che i prezzi di vendita sono sempre “agganciati” a quelli del benchmark olandese. Dunque, finché non si rivede alla radice tale meccanismo per tenere conto dei prezzi reali di approvvigionamento dei fornitori, tutto il resto rischia di essere solo propaganda e presa per i fondelli dei cittadini (come già accaduto con il Green Pass).

Oltre a modificare i criteri attuali per la fissazione trimestrale dei prezzi calcolando la componente “costo di acquisizione del gas naturale” ponderandola tra i reali costi di approvvigionamento – dunque tenendo conto anche dei costi medi di acquisizione del gas attraverso contratti pluriennali – si dovrebbero aumentare le scorte strategiche e utilizzarle per ridurre il ricorso al mercato spot, assai “surriscaldato” (se non lo si fa ora che siamo in emergenza, quando lo si fa?). Ma, di nuovo, in assenza di un diverso sistema di determinazione del prezzo da parte di ARERA, il risparmio non arriverebbe al cliente finale.

Inoltre, si dovrebbe incentivare l’acquisto del gas con contratti “Take or Pay”, termine che indica una clausola applicata ai contratti di fornitura di lungo periodo, la quale implica un impegno da parte della compagnia acquirente a prelevare un certo quantitativo di gas naturale in un certo lasso di tempo. Basti pensare che, all’indomani dell’apertura del mercato spot nel gas metano, il costo della materia prima quasi raddoppiò. Per poter fare questo, però, vanno semplificate le procedure e gli obblighi da parte degli importatori, che molto rischiano nelle transazioni fisiche di import ed export.

Se l’acquirente non ritira la quantità di gas concordata, con il Take or Pay la paga ugualmente. Per questa ragione, già nel 2012 l’ENI considerava questo tipo di accordi di medio-lungo periodo (con i produttori di gas che assicurano gran parte delle forniture al nostro Paese) troppo onerosi; ma, siccome sono strategici per la sicurezza energetica nazionale, pretendeva che a farsene carico fossero lo Stato e i cittadini, attraverso le bollette [11]. L’Authority rimandava la questione all’allora Governo Monti, forse dimenticando il conflitto di interessi della società, che controlla gli stoccaggi di gas, e quindi il mercato.

Un’altra strada per poter migliorare il posizionamento dei clienti italiani rispetto al costo del gas è anche quella di ammettere che l’Italia non può avere solo un grande importatore, ma occorrerebbe dividere il mercato dell’importazione su decine di operatori. In questo modo, il rischio di errori nelle contrattazioni bilaterali si ridurrebbe enormemente sul sistema Italia. Sarebbe inoltre opportuno che il sistema finanziario italiano fosse in grado di difendere con maggior forza gli investimenti delle proprie società che approvvigionano e scambiano la materia prima dall’estero verso l’Italia.

Analogamente, andrebbero rapidamente rivisti i meccanismi adottati per la fissazione dei prezzi dell’energia sulla Borsa elettrica, giacché tali prezzi sono basati sulla sola produzione elettrica con impianti a gas naturale e non, come sarebbe logico, tenendo conto anche del costo di funzionamento delle altre fonti più economiche la cui energia è venduta sulla Borsa elettrica, che nel caso delle rinnovabili (fotovoltaico, eolico idroelettrico, etc.) è quasi nullo. Tutto ciò garantisce lauti guadagni a chi produce energia con tali fonti [6], che si ripercuotono però – ora più che mai – sulle tasche degli Italiani.

L’assurdità dell’attuale meccanismo di fissazione del prezzo sulla Borsa elettrica è evidente se si considera che, perfino se avessimo – in un dato momento – il 99,9% dell’elettricità venduta sulla Borsa elettrica prodotta con fonti rinnovabili (quindi a costo quasi zero), l’“ultimo kWh” prodotto con il gas la farebbe costare tutta come se fosse prodotta con il gas. Una vera presa in giro per gli Italiani che oggi, in una situazione di emergenza di questo tipo, non è più tollerabile. D’altra parte, la questione non può essere risolta con interventi “tampone”, che rischiano di essere addirittura un boomerang.

A fine febbraio, ad esempio, il Governo Draghi ha annunciato la decisione di effettuare una sorta di “prelievo” dai profitti degli impianti fotovoltaici di potenza superiore a 20 kW per attenuare gli effetti del rincaro delle bollette energetiche. Così il gas, principale responsabile dell’aumento dei prezzi dell’energia elettrica, viene premiato, mentre le rinnovabili – fonti pulite a cui implicitamente si riconosce una maggiore convenienza rispetto alle fonti fossili e inquinanti (dato che il Governo parla di “extra-profitti”) – vengono punite. In altre parole, è come se si stesse realizzando una “transizione energetica al contrario”.

In pratica, come osserva Davide Bartesaghi su una rivista del settore solare [12], «lo spazio lasciato libero dalle fonti più inquinanti in nome della transizione energetica è stato preso dal gas. E questa operazione è stata fatta anche con una giustificazione ideologica: “Bisogna rafforzare gli impianti a gas per accelerare il passaggio alle rinnovabili”. Che sarebbe come se trent’anni fa avessero detto: bisogna aumentare le cabine telefoniche per sostenere la diffusione dei cellulari. Metafora eccessiva?». Direi di no, perché in Italia siamo in attesa degli accumuli elettrici (2025) e dell’eolico off-shore, ma c’è un limite alla decenza.

Al contrario, la soluzione per aumentare l’indipendenza energetica e ridurre la bolletta elettrica è l’installazione di 60 GW di nuovi impianti da fonti rinnovabili nei prossimi tre anni, come spiegato [13] dal presidente di Elettricità Futura, Agostino Re Rebaudengo, il quale chiede al Governo di «autorizzare entro giugno 60 GW di nuovi impianti da rinnovabili, pari a solo un terzo delle domande di allaccio già presentate a Terna. Essi faranno risparmiare 15 miliardi di Smc di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato».

Questi 60 GW di nuove installazioni – che darebbero un contributo oltre sette volte superiore rispetto a quanto il Governo stima di ottenere con l’aumento dell’estrazione di gas nazionale – potrebbero provenire per 12 GW da eolico, idroelettrico e bioenergie e per 48 GW da fotovoltaico. Se per ipotesi i 48 GW di fotovoltaico fossero tutti realizzati su superficie agricola, si utilizzerebbe appena lo 0,3% della superficie totale, oppure l’1,3% della superficie agricola già oggi abbandonata. Peraltro, gli impianti agrovoltaici previsti non sottrarrebbero neanche un metro quadrato di terreno.

Inoltre, una domanda importante da porsi è la seguente: perché il Governo in questi anni sta spostando l’utilizzo del vettore energetico dal gas metano all’energia elettrica? Perché tutti i provvedimenti fatti anche in ambito edilizio portano all’utilizzo di generatori di calore elettrici? Come in ogni trasformazione fisica, anche nel passaggio da gas metano ad energia elettrica, così come viene realizzato nelle centrali termoelettriche, c’è un fattore di rendimento, che sottende pertanto un concetto di perdita.

Nel caso specifico, la creazione di energia elettrica dal gas metano comporta un rendimento intorno al 60% nelle centrali più avanzate a ciclo combinato, ovvero per un 40% quell’energia viene persa. Quindi ogni volta che 1 kWh di gas metano viene usato per produrre energia elettrica, si producono al massimo 0,6 kWh elettrici. Ciò permette di fare una riflessione di mercato, poiché 1 Smc di gas metano equivale ad una quantità di energia pari a 10,69 kWh elettrici (consideriamo la conversione a 38,52 MJ/Smc).

In pratica, se il gas metano ha un costo che oscilla tra 0,7 e 0,88 €/Smc (costo materia prima attuale), il costo dello stesso kWh elettrico dovrebbe oscillare tra 0,0659 e 0,079 €. Dunque, 1 MWh elettrico dovrebbe costare (agli alti prezzi di oggi) al massimo 79,19 € per poter dire che conviene produrre il calore con l’energia elettrica piuttosto che con il gas. In realtà, oggi l’elettricità costa in Borsa fino a 246 €/MWh, ed al cliente finale arriva a costare anche più di 300 €/MWh (come sola materia prima), ma a -10 °C il COP di una pompa di calore aria-acqua è di 3,0 e di appena 2,5 se il riscaldamento è ad alta temperatura.

Ma, secondo voi, le Authority stanno dalla parte dei cittadini o delle lobby?

Premetto che condivido quanto dichiarato davanti alle Commissioni parlamentari riunite dal Ministro della Transizione Ecologica, il fisico Cingolani, lo scorso 14 dicembre [6]: “è opportuno ribadire con fermezza e convinzione anche in questa sede come la transizione ecologica non sia il problema ma la soluzione. La crescita del peso delle fonti rinnovabili, con una penetrazione attesa nel settore elettrico al 65% secondo i target nel 2030 o al 90% nel 2050, consentirà in prospettiva di ridurre sia il peso del gas nel mix energetico sia il grado di dipendenza energetica dall’estero e, non da ultimo, il prezzo dell’energia”.

Ma questa è una soluzione a medio-lungo termine, mentre all’Italia servono ora soluzioni (possibilmente a costo zero) a breve termine, anzi per l’immediato. Inoltre, a differenza di altri paesi europei (come ad es. la Francia), che nella fase di transizione al rinnovabile continueranno a fare affidamento sulla generazione di energia da fonte nucleare, il gas naturale manterrà una importante funzione per lo meno per i prossimi dieci anni, per cui sarà necessario gestire gli effetti – in termini di volatilità del prezzo e delle forniture – del ricorso al gas come una fonte di flessibilità per il sistema energetico.

A fronte di tale criticità, tra le misure che già nello scorso ottobre la Comunicazione della Commissione UE su tale argomento [9] ha inserito nel toolbox a disposizione degli Stati membri, sono inclusi anche interventi di carattere istituzionale, consistenti nella riforma dei meccanismi di funzionamento dei mercati all’ingrosso dell’energia elettrica e del gas. Si tratta, evidentemente, di questioni molto delicate che attengono all’assetto istituzionale del mercato dell’energia europeo come si è sviluppato negli ultimi venti anni e che necessitano di essere affrontati con grande attenzione ma anche con estrema rapidità.

Per un chiarimento più efficace della situazione – e di ciò che si dovrebbe fare, ma che la stessa Authority sulla concorrenza si precipita a ostacolare con “fantasiose” argomentazioni – basta fare riferimento al testo di un intervento [6] fatto in sede di audizione nella Commissione Parlamentare Industria del Senato svoltosi il 10 febbraio, cioè appena poche settimane fa. In esso, il Capo di Gabinetto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Cons. Maria Tuccillo, è stata molto chiara sulla questione:

«Nell’attuale dibattito sull’incremento dei prezzi dell’energia da più parti si argomenta che, per un’area come quella europea dipendente dalle importazioni (in prevalenza dalla Russia) per l’approvvigionamento di gas naturale, aver perseguito un assetto di mercato basato su mercati a pronti (c.d. hub) sui quali scambiare il gas su base giornaliera sia stato un grave errore strategico (rispetto al passato regime di negoziazioni bilaterali basantesi su contratti di lungo periodo di tipo ‘take or pay’.

Tale giudizio negativo giunge ora ed a seguito dell’eccezionale incremento dei prezzi del gas sui principali mercati europei (TTF, PSV ecc.), incremento che si è ribaltato integralmente sugli utilizzatori, che l’hanno a loro volta passato sui prezzi praticati (ad esempio, il prezzo dell’energia elettrica sulla borsa italiana). Un possibile intervento per calmierare il prezzo del gas sarebbe dunque rappresentato, seguendo tale critica, da qualche forma di ritorno ad un sistema di contratti a lungo termine, abbandonando il massiccio ricorso alle contrattazioni spot sviluppatosi negli ultimi anni.

Ovviamente è necessario, alla luce di quanto sta avvenendo, rafforzare la resilienza del sistema rispetto a impennate inflazionistiche come l’attuale e dunque appare utile, anche nell’ottica di proteggersi da una eccessiva variabilità delle quotazioni, associare alle negoziazioni sui mercati liquidi anche una quota di contratti di lungo termine che possano contribuire alla stabilità delle quotazioni».

Dunque, l’esponente dell’Authority sostiene, né più né meno, quanto siamo andati fin qui illustrando.  Quello che però poi, all’atto pratico, propone sembra la classica “montagna che partorisce il topolino”, o meglio, nel caso specifico non viene partorito un bel niente! Ecco, infatti, per la classica serie “predicare bene ma razzolare male”, come esordisce a riguardo sui due argomenti clou:

«Reagire ad una fase eccezionale come quella attuale con una modifica così importante del disegno di mercato europeo, che avrebbe costi significativi sotto il profilo concorrenziale, richiederebbe in primo luogo quantomeno di verificare se le attuali tendenze rialziste siano durature o meramente congiunturali…». E, in merito alla riforma del mercato elettrico: «L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, almeno in prima battuta si permette di esprimere alcune perplessità in merito al superamento del metodo del System Marginal Price per la remunerazione dell’offerta sul mercato elettrico all’ingrosso…».

Cioè si aspetta che siano prima fallite intere filiere dell’industria manifatturiera nazionale per poi (forse) intervenire “a babbo morto”? Sembra incomprensibile che l’Autorità, in pieno svolgimento di una crisi di tale portata, continui a difendere il “Mercato” e lo status quo. Come al solito – quanto accaduto con l’AIFA nella pandemia sembra tristemente ripetersi – la parola d’ordine è la stessa: “Lasciate che il medico che vi ha fatto ammalare continui a curarvi!”. Lascio quindi al lettore la risposta alla domanda se le authority che dovrebbero tutelare i cittadini lo facciano davvero o tutelino, invece, le lobby.

Nel momento dei ringraziamenti, vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte le persone che hanno collaborato alla realizzazione di questo articolo, fornendo materiali, commenti o anche solo spunti di riflessione. Un estratto di questo articolo è stato pubblicato su Atlantico Quotidiano il 1° marzo.

Mario Menichella – Fisico e science writer  (e-mail: m.menichella@gmail.com)

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Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetica italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[2]  “A Balancing Act – OECD Economic Outlook”, oecd.org, dicembre 2021.

[3]  Bidoia L., “Le speculazioni che hanno stravolto il mercato del gas europeo”, pricepedia.it, 31 dicembre 2022.

[4]  “Bilancio mensile del gas naturale”, file Excel scaricabile, dgsaie.mise.gov.it, dicembre 2021.

[5]  ARERA, “Relazione annuale – Stato dei servizi 2020”, Volume 1, arera.it, 21 aprile 2021.

[6]  “Audizione del Capo di Gabinetto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Cons. Maria Tuccillo, in merito alla Comunicazione COM (2021)660 final della Commissione Europea in materia di prezzi dell’energia”, senato.it, 10 febbraio 2022.

[7]  “Eni, perdita netta di 8 miliardi nel bilancio del 2020. Ma è confermata la proposta di dividendo”, repubblica.it, 19 febbraio 2021.

[8]  “Testo integrato delle attività di vendita al dettaglio di gas naturale e di gas diversi dal gas naturale distribuiti a mezzo di reti urbane (TIVG)”, autorita.energia.it, valido dal 1° gennaio 2022.

[9]  Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni “Risposta all’aumento dei prezzi dell’energia: un pacchetto di misure d’intervento e di sostegno”, COM (20321) 660 final, eur-lex.europa.eu, 13/10/2021.

[10]  Bruschi G., “Eni, l’utile 2021 è il più alto degli ultimi 10 anni: pronta la quotazione di Plenitude. Tutti i dati di bilancio”, firstonline.info, 18 febbraio 2022.

[11]  Dommarco P., “L’Eni e l’affare dei contratti “Take or Pay” (e degli stoccaggi)”, altraeconomia.it, 29 novembre 2012.

[12]  Bartesaghi D., “La transizione energetica al contrario”, Solare B2B, n°1-2, gennaio-febbraio 2022.

[13]  “Re Rebaudengo (Elettricità Futura) sul caro bollette: ‘Il Governo autorizzi 60 GW di nuovi impianti da FER entro giugno 2022’”, Solare B2B, 28 febbraio 2022.

[14]  Zorzoli G.B., “La formazione del prezzo dell’elettricità e le rinnovabili”, qualenergia.it, 18 febbraio 2021.

[15]  “Environment at A Glance Indicators”, libro dell’OCSE, oecd.org, 14 febbraio 2022.

Gli effetti della pandemia economica in Italia: perché la “variante imprese” rischia di dilagare

10 Febbraio 2022 - di Mario Menichella

SocietàSpeciale

“È una persona rara chi vuole ascoltare

ciò che non vuole ascoltare”.

Dick Cavett

 

In questo articolo ho cercato di analizzare, sia pure solo in modo semi-quantitativo, l’impatto sull’economia italiana – e in particolare sulle imprese e sulle attività commerciali – dei 10 principali fattori endogeni ed esogeni che in questi due anni di pandemia le hanno messe a durissima prova, avviando una sorta di processo di “estinzione di massa” riguardante interi settori di attività: il lockdown fisico, la concorrenza dell’e-commerce (Amazon), lo smart working, l’aumento dei prezzi delle materie prime, i ritardi nelle consegne delle merci, il Super Green Pass, l’inflazione e il calo dei consumi, il lockdown “burocratico”, il caro-bollette e il caro-carburanti. Il mio non è un puro esercizio accademico, ma una necessità che qualsiasi decisore politico dovrebbe avvertire. Infatti, aspettare di vedere i numeri in materia forniti dai rapporti ufficiali, fra 1 o 2 anni – letteralmente “a babbo morto” – non ci sarà molto utile: è ora che ci serve capire quanto, come e perché la situazione economica dell’Italia è grave. Vi sono forti indizi del fatto che si vada, nel giro di qualche trimestre, verso un calo del PIL (le stime di crescita per quest’anno sono già state fortemente riviste al ribasso), una stagnazione dell’economia, una crescita del numero dei fallimenti, dei disoccupati e della povertà, nonché verso il nuovo massimo storico del debito pubblico (per di più con crescenti pericoli per la stabilità del sistema bancario), nonostante la pressione fiscale sia ormai da record. Ma temo che questi segnali ben evidenti non saranno presi in considerazione dalla politica, poiché presto i partiti saranno di nuovo impegnati, gli uni contro gli altri, in una lunga campagna elettorale.

La mancanza di un’analisi rischi-benefici e il flop delle misure “cura Italia”

Quando, all’inizio del 2020, la pandemia ha iniziato a fare capolino nel nostro Paese, istintivamente la mia preoccupazione non fu tanto per gli aspetti sanitari dell’epidemia (l’avevo già seguita da mesi in Cina e sapevo che le vittime erano prevalentemente anziani e persone con una o più comorbidità), bensì per il possibile impatto sull’economia. Infatti non era difficile capire, già all’epoca, che il numero di vittime sarebbe stato una frazione non significativa della popolazione (all’esame di laboratorio di fisica, ci insegnavano di considerare come non significativa una percentuale inferiore al 5%), mentre i danni del lockdown avrebbero impattato fortemente sul PIL, e quindi sull’intera popolazione.

A quel tempo, non avevo i dati necessari per fare calcoli precisi (non sapevamo ad es. il tasso di letalità reale, cioè considerando gli asintomatici), ma i conti della serva che facevo con le informazioni all’epoca disponibili (ipotizzando una letalità dell’ordine dell’8% e crolli del PIL a due cifre) confermavano le mie preoccupazioni. Da allora, vi sono stati numerosi DPCM che hanno imposto alle persone, alle imprese e in particolare alle attività commerciali chiusure e/o restrizioni fortissime, senza mai – che io sappia – fare, o anche solo tentare, un’analisi preventiva del rapporto rischi-benefici di ogni singola misura, cioè l’impatto economico vs. quello sanitario, come ci si aspetterebbe in un mondo razionale.

Nei primi momenti ciò poteva apparire in parte comprensibile, dato che le decisioni dovevano essere prese rapidamente e che non esisteva una struttura interdisciplinare medico-economica in grado di effettuare in modo approfondito il tipo di conti che io avevo cercato di fare in maniera grossolana. Ma, a partire dalla fine della prima ondata, questa giustificazione non valeva più. Infatti, l’emergenza – intesa nel senso etimologico di “circostanza imprevista”, “affioramento di qualcosa di nuovo” – non era più tale, e c’era tutto il tempo per fare le analisi del caso in preparazione delle possibili ondate successive, puntualmente poi arrivate cogliendo il Governo sempre impreparato e incline all’improvvisazione.

Inoltre, nella mente del decisore politico c’era probabilmente l’idea che le misure economiche via via adottate – i cosiddetti “ristori” alle aziende e alle partite Iva in crisi di fatturato, la cassa integrazione, il blocco dei licenziamenti, le garanzie pubbliche sui prestiti alle PMI, le garanzie di SACE per i prestiti dedicati alle imprese più grandi, il bonus “vacanza” (fino a 500 euro da spendere in strutture alberghiere e per viaggi), il bonus per bici e monopattini, il superbonus del 110%, etc. – avrebbero rappresentato un argine sufficiente ad arrestare la slavina di debiti che altrimenti si sarebbe riversata sulle imprese e sulle famiglie. E, sulla carta, la “potenza di fuoco” messa in campo dal Governo Conte sembrava notevole.

Tuttavia, le cose non sono andate esattamente come previsto. Vediamo brevemente perché. I ristori sono lo strumento che il Governo Conte ha introdotto dal decreto “rilancio” del maggio 2020, ma poi utilizzato anche per ristorare le attività economiche chiuse con le zone rosse-arancioni-gialle nel successivo autunno e inverno. Di 32 miliardi di euro del Decreto Sostegni (marzo 2021), il governo ha deciso di destinare come aiuti alle attività economiche piegate dalla pandemia 11 miliardi [10]. Una goccia in mezzo al mare di fronte agli oltre 420 miliardi di perdita di fatturato stimata per le PMI nel 2020. In pratica, un calo del fatturato del 50% ha corrisposto a indennizzi/ristori medi di circa 3.000 euro.

«Nel decreto Sostegni è stata finalmente eliminata l’iniquità dei codici Ateco ma, che siano 2.500 o 3500 euro quelli che riceverà la platea di oltre 3 milioni di beneficiari, stiamo parlando di cifre tra i 4 e gli 8mila euro tra il 2020 e il 2021 che non coprono nemmeno il 5% dei costi fissi di coloro che sono stati costretti a chiudere per periodi prolungati», denunciò Confassociazioni [10]. E con Draghi le cose sono andate ben peggio. Il suo Governo non farà nuovo deficit, né per ristorare né per rifinanziare la Cassa integrazione Covid. Il no è tanto più netto, quanto più alto è il pressing della politica. Ma intanto lo stato di emergenza è stato prorogato fino alla fine di marzo, per la serie “due pesi e due misure” [11].

La cassa integrazione è stata, all’inizio, un esempio di bonus mal riuscito per combattere la crisi pandemica [9]. Inaugurata con grandi ritardi, in particolare quella in deroga per cui è richiesto anche l’intervento burocratico degli uffici delle regioni, ha recuperato solo in parte con il tempo. E, se a luglio 2020 quasi in 200.000 lavoratori ancora aspettavano l’assegno da più di un mese, in seguito le cose sono in parte migliorate. Con la causale “Covid 19”, introdotta dal Decreto “Cura Italia” di Conte, il raggio di azione della cassa integrazione, ordinaria e in deroga, si è esteso coinvolgendo un’ampia platea di datori di lavoro [12]. Ma il decreto Ristori-ter di novembre scorso non ha rinnovato questa “Cassa Covid”.

Inoltre, nonostante l’importo assai rilevante dei prestiti garantiti dallo Stato alle imprese, le banche ne hanno approfittato largamente per aggiustare i propri bilanci e quindi molti, in realtà, sono crediti già esistenti che sono stati ristipulati per godere delle garanzie, e dunque non sono aggiuntivi. Nel caso dei bonus vacanza, infine, la domanda è stata minore alle attese: ci si aspettava di raggiungere fino a 4,8 milioni di famiglie sotto i 40.000 euro di Isee, ma in realtà i bonus utilizzati sono stati 755.000 [9]. C’è poi un bonus che ancora non si sa se sarà un successo o meno, il superbonus del 110% per le ristrutturazioni edilizie: dipenderà tutto da se si eviterà il blocco della cessione del credito alle imprese [15].

Come avviene l’estinzione in natura: un insegnamento da tenere ben presente

Uno dei libri più istruttivi che io abbia mai letto è “L’estinzione. Cattivi geni o cattiva sorte?”, del noto paleontologo americano David Raup. Sebbene il libro si riferisca allo studio dell’estinzione delle specie animali sulla Terra, in realtà – mutatis mutandis – i suoi insegnamenti sono assai utili per capire i rischi di estinzione della civiltà tecnologica (in fondo, siamo probabilmente alle soglie di una guerra nel cuore dell’Europa) e perfino, assai più modestamente, i rischi di “estinzione” delle imprese italiane (schiacciate da crollo dei consumi, rincari delle materie prime, ritardi nelle consegne, caro-bollette, boom dell’e-commerce, inflazione, etc.). Il libro in questione risulta quindi di estrema attualità.

 

Va premesso che l’estinzione è un fenomeno che fa parte dell’ordine naturale delle cose, per cui il nostro pianeta certamente sopravviverà alla specie umana – come ho illustrato a suo tempo nel mio libro “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari” [14] – perfino nel caso di un’Apocalisse nucleare: sopravviverebbero, infatti, i batteri, gli animali acquatici, le piante, etc. Viceversa, credo di potere dire tranquillamente che la Banca d’Italia ed io non siamo sicuri che tutte le banche italiane sopravviverebbero indenni all’“estinzione” scomposta di altre svariate centinaia di migliaia fra attività e piccole e medie imprese italiane, dopo le 300.000 già chiuse nel 2020 e quelle, non ancora quantificate, chiuse nel 2021.

Ma veniamo al bellissimo saggio citato. «Ciò che predispone una specie all’estinzione», spiega Raup basandosi su numerosi esempi, «è la sua rarità, cioè una scarsa diffusione geografica accompagnata da una popolazione formata da un numero ridotto di individui. Quando le condizioni ambientali si fanno biologicamente o fisicamente difficili, infatti, una specie rara corre davvero grossi rischi: predatori e specie rivali, malattie epidemiche, incendi, violente variazioni climatiche e – se la popolazione è assai piccola – anche il semplice accoppiamento tra consanguinei possono darle l’irrimediabile “colpo di grazia”». In effetti gli animali sperimentano varie “catastrofi”, ma l’uomo moderno, in realtà, molte di più.

«I virus letali sono comuni anche fra gli animali», osserva Raup, «tuttavia non si sono mai registrati casi di una specie ampiamente diffusa estintasi ad opera di un agente patogeno. Le malattie sono in grado solo di spingere una specie verso l’estinzione, riducendone drasticamente la popolazione e la distribuzione geografica, dando cioè il cosiddetto “primo colpo”. A quel punto, per eliminare le specie più diffuse occorrono comunque una serie di avversità che completino l’opera: un’intensa predazione, inverni particolarmente rigidi, incendi di foreste, accoppiamento fra consanguinei, caccia da parte dell’uomo, eccetera». Non so se nel frattempo vi si sia accesa nel cervello qualche lampadina…

L’insegnamento che possiamo trarre dal libro – che può essere applicato facilmente al caso delle imprese italiane e, più in generale, alla nostra civiltà tecnologica – è che anche i sistemi più resilienti, esattamente come le specie biologiche, sono molto più fragili dopo un “primo colpo” violento (come ad es. l’impatto economico della pandemia, con i suoi lockdown ed i risibili ristori) e possono, a quel punto, facilmente soccombere se questo è seguito da violenti colpi successivi (ad es. il caro-bollette, i rincari delle materie prime, etc.) che rappresentano il “colpo di grazia”. Insomma, una sorta di uno-due (o, in qualche caso, di uno-due-tre) micidiale da KO pugilistico. Ma il pugile è qui un’impresa, o un sistema Paese.

L’impatto economico (diretto e indiretto) della pandemia in Italia nel 2020

Limitiamoci, per intanto, alle imprese. In una recente nota del 24 gennaio [1], la Banca d’Italia ha riconosciuto che nel 2020 la pandemia ha avuto un impatto notevole sul PIL italiano, causandone una riduzione intorno al 9%. Dopodiché, gli autori del rapporto si compiacciono del fatto che, a dispetto delle attese, «il numero dei fallimenti e quello delle uscite dal mercato sono stati nel 2020 inferiori a quelli del 2019, rispettivamente del 33 e 27 percento. Ciò suggerisce che le risorse stanziate per il supporto alle imprese siano state utilizzate nei settori produttivi che ne avevano maggiormente bisogno, contribuendo a una valutazione positiva dell’efficacia delle misure nel contenere le crisi di impresa».

Ma, come ho illustrato in dettaglio in un mio precedente articolo [28] e mostrato numeri alla mano nella tabella che realizzai (le due righe rosse), nel 2020 i soldi della Legge di Bilancio e dei vari scostamenti di bilancio con indebitamento netto (deficit) da parte dello Stato soltanto all’apparenza hanno compensato il crollo del PIL avutosi. Infatti, in realtà non è così, perché essi sono stati impiegati per il Fondo di garanzia per i finanziamenti delle banche alle PMI (ne sono stati usati 83 miliardi), per pagare la cassa integrazione Covid (16 miliardi anticipati dall’INPS) e per numerose altre cose (a cominciare dall’acquisto di materiali sanitari, il cash-back, il Superbonus 110%, etc.). Il risultato è che le imprese più colpite, in quell’anno, hanno ricevuto fra il 2% e il 5% del fatturato perso: in pratica “briciole”. Oggi, peraltro, neppure quelle.

Mi domando quindi se gli autori del citato rapporto vivano su Marte oppure su qualche altro pianeta. Fra l’altro, anche uno studente del liceo capirebbe che “c’è qualcosa che non torna”. Infatti, se le cose fossero così positive come le vuol vedere la Banca d’Italia, allora ci sarebbe quasi da augurarsi di vivere in una eterna pandemia, visto che così avremmo un numero di fallimenti e di uscite dal mercato ben inferiore al normale! Evidentemente, augurarsi questo sarebbe un’idiozia, ma ragionare per paradossi in questo caso aiuta a capire cosa è che gli autori del rapporto di Bankitalia non sembrano comprendere o, peggio, non vogliono comprendere, probabilmente per elogiare l’operato dell’ex governatore Draghi.

Se torniamo da Marte sulla Terra, ci accorgiamo che, come riportato dall’Ufficio Studi Confcommercio nella sua analisi [40] sulle chiusure delle attività nel 2020, «l’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di qualcosa come 120 miliardi di euro rispetto al 2019, sì avete proprio capito bene) porta a stimare la chiusura definitiva di oltre 390.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, fenomeno non compensato dalle 85.000 nuove aperture. La riduzione del tessuto produttivo nei settori considerati ammonterebbe a quasi 305.000 imprese (-11,3%). Di queste, 240.000 esclusivamente a causa della pandemia». Insomma, un vero e proprio disastro.

Per di più, nel 2020 non hanno chiuso tanto start-up o aziende traballanti, come avveniva negli anni precedenti, ma soprattutto aziende e attività che erano sane, ed in molti casi esistenti da generazioni (alcune avevano resistito persino alla Seconda guerra mondiale). In pratica, l’emergenza sanitaria, con tutte le conseguenze che ne sono derivate – restrizioni e chiusure obbligatorie incluse – ha acuito drasticamente il tasso di mortalità delle imprese che, rispetto al 2019, è risultato quasi raddoppiato per quelle del commercio al dettaglio (dal 6,6% all’11,1%) e addirittura più che triplicato per i servizi di mercato (dal 5,7% al 17,3%) [40]. Per non parlare dei 200.000 professionisti lavoratori autonomi “spariti”.

Fra l’altro, questo dilapidare ricchezze, beni e attività che si trasmettevano da una generazione all’altra, pone anche i semi per una frattura profonda fra le nuove generazioni – già costrette a lavoretti precari e malpagati – e quelle più vecchie, più tutelate e meglio pagate. Infatti, in un bel saggio uscito oltre 20 anni fa, un economista universitario di Genova e un giornalista si chiesero perché in Italia non si assisteva a una rottura del “patto generazionale” fra le generazioni dei genitori, che avevano vissuto il “boom economico” e goduto di pensioni e privilegi oggi impensabili, e quelle dei loro figli, non altrettanto fortunati. La loro risposta fu che ciò si doveva alle eredità, al trasmettersi della ricchezza dai padri ai figli.

Secondo una stima della CGIA di Mestre, nel 2020 a causa del Covid sono stati bruciati circa 150 miliardi in termini di ricchezza Paese, intesi come perdita del Prodotto Interno Lordo [2]. Ma una cifra verosimilmente monstre, sebbene difficile da quantificare, è stata bruciata da molte delle aziende e attività commerciali penalizzate dai lockdown per tenersi in piedi in attesa di tempi migliori (in ossequio al famoso “andrà tutto bene”), dato che affitti, bollette energetiche e tassa sui rifiuti non si erano nel frattempo fermati. Nel lockdown fisico, sono anche iniziati a crollare i consumi delle famiglie, che costituiscono la componente più importante del PIL (circa il 60%), in parte intercettati dalla nota piattaforma di e-commerce.

Durante il lockdown, la domanda di e-commerce è infatti aumentata in modo esponenziale. La pandemia ha già avuto conseguenze devastanti su gran parte dell’economia e ha accelerato tendenze a lungo termine che concentreranno il potere nelle mani di alcune grandi aziende multinazionali. La crisi ha inoltre consolidato il ruolo dell’e-commerce, in quanto molti punti vendita hanno chiuso i battenti e si prevede che una parte delle abitudini di acquisto spostate online rimarranno tali, modificando il quadro urbano di tutte le città del mondo. Fra il 18 marzo e il 17 giugno 2020, il patrimonio del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, è passato da 113 miliardi a 156,8 miliardi di dollari [3], il che dà un’idea dell’entità del fenomeno.

Amazon controlla già il 50% del settore del commercio elettronico negli Stati Uniti, e durante la crisi dovuta al Covid-19 il traffico sul sito Amazon.com è incrementato del 20%, mentre la domanda di taluni servizi, come la consegna di generi alimentari a domicilio, è cresciuta del 90% quando i punti vendita sono stati temporaneamente chiusi in molti Paesi. Parecchi negozi tradizionali non possono permettersi di restare chiusi per diversi mesi e alcuni – anche per questa concorrenza che fa presa sulle generazioni più giovani ma anche sulle persone di mezza età – potrebbero non riaprire mai più, con una conseguente riduzione della concorrenza per l’e-commerce, alimentando in questo modo un ciclo perverso.

In piena pandemia, il Governo Conte ha poi introdotto lo “smart working”: in pratica, ha deciso che il lavoro agile costituisse la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni, prescindendo dagli accordi individuali e dagli obblighi informativi previsti dalla legge. L’accelerazione applicativa dell’istituto imposta dall’emergenza ha consentito l’avvio, e in alcuni casi l’implementazione, di un processo di cambiamento nella gestione delle risorse umane. Le recenti parole del ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, sintetizzano il dubbio successo dell’iniziativa: «Vaccini e basta far finta di lavorare!» [7]. E spiegano il suo stop allo smart working.

Da quando c’è lo smart working, alle immagini spettrali delle città deserte durante le pandemia si sono sostituite quelle di città assai meno affollate e ben più silenziose del solito, mettendo ancora più in crisi numerose attività. Come osservato dal Sole 24 Ore, gli effetti sull’indotto sono stati dirompenti [8]: “Trasporti locali, mense aziendali, manutentori, addetti alle pulizie, magazzinieri. Per questi comparti la crisi generata dal lockdown è stata solo l’inizio: l’estrema prudenza con cui continueranno a essere gestiti i rientri nei luoghi di lavoro sarà, di fatto, una minaccia per la continuità dei conti di queste aziende, tranne per chi non ha saputo radicalmente rinnovare il proprio business”. E farlo alla svelta.

La pandemia ha cambiato l’economia favorendo la decentralizzazione e la digitalizzazione, ma al contempo ciò ha avuto conseguenze non secondarie sull’indotto. Alla fine del 2020, almeno 3,5 milioni di persone ancora lavoravano da casa, e anche ora che la Pubblica amministrazione ritorna pian piano sui suoi passi, probabilmente molte aziende – che si sono abituate al new normal – continueranno pure in futuro a utilizzare questa forma di lavoro agile, flessibile. A pagare grandi conseguenze saranno, senza ombra di dubbio, il mercato immobiliare, il mondo dei trasporti, ma anche bar, ristoranti e attività varie dei centri direzionali delle grandi città, che vivevano soprattutto grazie a quel tipo di clientela.

Peraltro, proprio nei giorni scorsi è arrivato, come una doccia gelata per chi ha pagato dazio per il lockdown, uno studio prodotto da ricercatori della prestigiosa Johns Hopkins University che, analizzando una serie di altri studi relativi alla pandemia negli USA e in Europa, conclude [16] che «i lockdown in Europa e negli USA hanno ridotto la mortalità da Covid-19 in media solo dello 0,2%». E gli autori aggiungono: «Ancorché questa meta-analisi concluda che i lockdown hanno avuto effetti minimi o nulli sulla salute pubblica, hanno però imposto enormi costi economici e sociali laddove sono stati adottati. Di conseguenza, le politiche diretta a contrastare la pandemia attraverso l’uso dei lockdown sono infondate».

Secondo i ricercatori Steve Hanke, uno dei fondatori della Johns Hopkins School of Applied Economics, Jonas Herby e Lars Jonung, economista svedese, a fronte di benefici “al massimo marginali” ci sono stati “effetti devastanti” sull’economia e sulla società. Le chiusure «hanno contribuito a ridurre l’attività economica, aumentare la disoccupazione, ridurre l’istruzione, causare disordini politici, contribuire alla violenza domestica e minare la democrazia liberale». Senza contare gli “effetti collaterali”: l’aumento dei decessi per overdose di droga, degli incidenti di violenza domestica, del tasso di disoccupazione. Dunque, «i lockdown dovrebbero essere respinti a priori come strumento politico per la pandemia».

L’impatto economico della pandemia nel 2021-22 e perché il sistema ha “tenuto botta”

Anche i dati sul 2021 emersi dall’analisi sui fallimenti delle aziende italiane di CRIBIS, aggiornati al 30 settembre scorso, parlano chiaro: nei primi nove mesi del 2021 sono state 6.761 le imprese italiane che hanno dichiarato fallimento, in aumento del 43,6% rispetto allo stesso periodo del 2020, quando si sono registrati 4.709 fallimenti e l’attività dei tribunali era ferma per effetto del Covid. Per quanto riguarda i settori, fra gennaio e settembre 2021 è il commercio ad aver fatto segnare il maggior numero di fallimenti aziendali (1.955), seguito dai servizi (1.659), dall’edilizia (1.235) e dall’industria (1.084). Il dato, tuttavia, è al di sotto (del 15,9%) dei livelli pre-pandemia, cioè dello stesso periodo del 2019.

Il motivo per cui non si è (ancora) assistito allo tsunami di chiusure temuto è che i titolari di molte imprese e attività, in tutti questi due anni, hanno creduto al classico “adda passà ‘a nuttata”, immaginando ad esempio che, con l’arrivo dei vaccini e poi del Green Pass, si sarebbe presto tornati alla normalità. Ma questa speranza è andata presto delusa per una serie di cause endogene (in primis, la narrativa del terrore alimentata dal Governo e dal Green Pass stesso, i ristori simbolici per il lockdown, lo smart working, etc.) ed esogene (l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei semilavorati, l’allungamento a dismisura dei tempi di consegna dei fornitori, l’aumento dei costi energetici, il boom di Amazon, etc.).

L’atroce meccanismo che ha “intrappolato” tanti imprenditori ed esercenti italiani fino ad arrivare al “punto di non ritorno” è il ben noto principio della “rana bollita” descritto dal filosofo Noam Chomsky [6]: «Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. La temperatura sale, finché è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°C avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone e si sarebbe salvata».

E ciò che le “rane imprenditrici” italiane hanno dovuto sopportare è andato davvero al di là di ogni ragionevole limite. Basti pensare, solo per evidenziare la mancanza di rispetto da parte del Governo per il lavoro altrui, alla totale assenza di programmazione, ed in particolare alle decisioni su chiusure e altre limitazioni prese ad es. pochi giorni prima di importanti festività, quando molte attività avevano già fatto acquisti di merci deperibili. Per non parlare delle varie attività a cui sono state imposte delle costosissime misure (separatori in plexiglass, igienizzazione dei locali, dispositivi di protezione individuale, etc.), rispettate scrupolosamente le quali non è stato consentito loro di stare aperte.

Un altro meccanismo che ha impedito a molti imprenditori di limitare il danno economico è quello stesso che frena psicologicamente i trader dilettanti dal chiudere una posizione quando vanno in perdita, per cui si insegna loro di fissare sempre uno “stop loss” protettivo. Si tratta di accettare una piccola perdita certa per evitarne una ben più grande in futuro, ma ciò richiede un grande autocontrollo e autostima. Inoltre, per un imprenditore non era facile fare previsioni sull’evoluzione della pandemia e sulle conseguenti misure che sarebbero state prese dal Governo, per cui si trattava di partecipare a quello che in teoria dei giochi si chiama un “gioco con informazione incompleta”. Insomma, roba da professionisti.

Il motivo per cui anche i numeri sulla disoccupazione prodotta dal Covid sono stati (finora) più bassi di quel che ci poteva aspettare è stato, invece, il blocco dei licenziamenti imposto dal governo. Questa misura è stata introdotta originariamente tramite l’articolo 41 del D.L. 18/2020  (Decreto “Cura Italia”) e prevedeva il divieto per 60 giorni (dalla data di pubblicazione del decreto, 17 marzo, e fino al 16 maggio 2020). Il fine era quello di preservare il livello occupazionale, vietando di procedere a licenziamenti per giustificato motivo. In seguito non sono mancate numerose proroghe, parallelamente al rinnovo dello stato di emergenza; e, per le grandi aziende, il blocco licenziamenti è stato prorogato fino al 31 dicembre 2021.

Tuttavia, la Legge di Bilancio 2022 ha introdotto un’ulteriore proroga per le aziende con almeno 250 dipendenti: (almeno) fino ad aprile 2022, “al fine di salvaguardare il tessuto occupazionale e produttivo” italiano [4]. La norma si riferisce solo a quelle imprese che intendono “procedere alla chiusura di una sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomi situato sul territorio nazionale” e intendono licenziare almeno 50 dipendenti. A oggi, il blocco dei licenziamenti ha evitato la perdita di circa 440.000 posti di lavoro nel 2020 ma è stato stimato che nello stesso anno si siano persi 935.000 posti di lavoro, nonostante un blocco dei licenziamenti che, di fatto, è riuscito nel suo intento solo parzialmente [5].

Il cercare di “tenere botta”, però, è costato in questi due anni a tante imprese e attività il dover bruciare enormi quantità di ricchezza – in molti casi i risparmi di una vita – per cercare di salvare l’azienda ereditata, magari, dai propri genitori, se non attiva da generazioni. L’alternativa era spesso rappresentata dallo svendere e materializzare comunque una perdita pesantissima, come ad esempio nel caso di hotel chiusi e contattati da “squali” e speculatori che vorrebbero acquistarli a prezzi stracciati. Dunque, i fallimenti e le chiusure a cui si è assistito finora rappresentano, assai verosimilmente, soltanto la cosiddetta “punta dell’iceberg”. E non capire questo vuol dire non saper (o non voler) leggere la realtà.

Lo dimostra, ad esempio, il Rapporto 2021 dell’Istat sulla competitività dei settori produttivi pubblicato lo scorso aprile [41], da cui emergeva un dato allarmante che sembra essere stato ignorato dal Governo: a causa della pandemia (il “primo colpo”, nella metafora delle estinzioni), il 45% delle piccole e medie imprese italiane è strutturalmente a rischio, cioè non sono in grado di resistere a una seconda grave crisi esogena (il famoso “colpo di grazia”), poiché subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività. Ma, per ovvie ragioni di date, il rapporto non teneva conto né del caro-bollette, manifestatosi negli ultimi mesi, nè del lockdown di fatto (o “burocratico”) verificatosi nelle ultime settimane.

In Italia, infatti, per il Covid-19 vi sono delle regole che sostanzialmente ci costringono ad un lockdown burocratico. Non stiamo parlando solo dei non vaccinati, che ormai tra Green Pass base, obblighi vaccinali e Super Green Pass non possono fare praticamente nulla. Parliamo anche di chi due dosi di vaccino se l’è fatte, ma non è ancora riuscito a sottoporsi al booster. Se hai la sfortuna di essere il ‘contatto stretto’ di un positivo, anche se asintomatico e con tampone negativo, finisci col doverti fare 5 o 10 giorni di quarantena oppure sei costretto a girare per tutto il giorno con la mascherina Ffp2. Un ‘lockdown burocratico’ di fatto che, nelle scorse settimane, ha letteralmente paralizzato il nostro Paese.

Abbiamo tutti visto, di persona o in televisione, le immagini di “desertificazione” che a molti hanno ricordato il “lockdown” del marzo 2020, quando il Covid, nella sua fase più acuta, mise in ginocchio l’Italia; ma con la differenza che questa volta non ci sono misure economiche rilevanti poste ad arginare l’impatto su imprese e attività commerciali. A Milano, Roma, Venezia, poche persone in strada, turisti quasi zero, traffico “ai minimi storici”, alberghi che chiudono o semplicemente continuano a rimanere chiusi, bar, ristoranti e negozi semivuoti e sempre più a rischio “crac” [13]. I saldi di fine stagione, come era facile aspettarsi in tale situazione, sono stati un flop e gli esercenti lanciano l’allarme.

Prigionieri di Omicron, i cittadini sono rimasti serrati in casa, in permesso per malattia o in smart working, per quarantena, autosorveglianza, ma anche paura di contagiarsi. «Su tutto pesa una cappa di timore e incertezza, un fattore psicologico che certo non invoglia a riappropriarsi della normalità e non incentiva i consumi» osserva Carlo Massoletti, vicepresidente vicario di Confcommercio Lombardia [13]. A certificare invece la crisi del turismo e del settore ricettivo è Federalberghi Roma: «È un cataclisma. Veniamo contattati giornalmente da nuove imprese che ci chiedono come effettuare le procedure di chiusura. Il turismo romano è ormai in cortocircuito e sono migliaia i lavoratori a rischio».

Non è difficile capire perché in parte ciò continuerà a succedere nonostante l’attenuarsi dei contagi. Faccio l’esempio di una coppia di insegnanti che, pur di avere uno stipendio, sono in regola con il Green Pass ma la loro figlia 16-enne non lo possiede in quanto non vuole vaccinarsi essendo stata positiva a dicembre (scelta corretta, poiché è ben noto che, se si vaccinasse, correrebbe un rischio di effetti avversi ben maggiore). Ebbene, ristoranti, terme, alberghi, musei, etc. saranno evitati da quella famiglia. Inoltre, molti Paesi cominciano a sconsigliare apertamente i viaggi in Italia per i disagi (finanche 20 o 30 controlli al giorno per un turista che fa shopping!) a cui andrebbero incontro i turisti stranieri a causa del Green Pass.

Gli aumenti dei prezzi di materie prime, energia, carburanti ed i ritardi nelle consegne  

Il 21 aprile dell’anno scorso, nel mio articolo Il “boom” dei prezzi e l’impatto del lockdown: l’Italia rischia ora la “tempesta perfetta” [28], scrivevo che «quella che incombe sull’Italia è la “tempesta perfetta”, combinazione tra: (1) effetti della pandemia sulle attività commerciali, (2) forte ascesa dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dei trasporti che impatta su industrie e famiglie, e (3) ritardi nella campagna vaccinale italiana rispetto agli altri Paesi industrializzati». Oggi la campagna vaccinale è stata ultimata, sebbene con risultati inferiori alle attese poiché i vaccini anti-Covid attuali sono “leaky” e proteggono dall’infezione solo per circa 5 mesi [29], ma per il resto la “tempesta perfetta” è rimasta.

Infatti, l’aumento dei costi delle materie prime e delle tariffe di trasporto ha iniziato a trasferirsi al consumatore, producendo un effetto al rialzo sui prezzi al consumo. Gli aumenti si concentrano – oltre che sui costi dei carburanti e dell’energia – principalmente sul costo delle materie prime e delle merci importate, e in particolare di quelle che hanno costi di trasporto più alti. L’impatto sui prezzi alla produzione, per un Paese come l’Italia che dipende quasi totalmente dall’estero per materie prime e merci, sta diventando quindi notevole. Inoltre, con le molte partenze annullate delle navi merci e per la carenza di container, le scorte sono diminuite drasticamente, provocando problemi ai produttori.

Le interruzioni della cosiddetta “catena di approvvigionamento” sono diventate una sfida importante per l’economia globale dall’inizio della pandemia. A causa delle chiusure di stabilimenti in Cina all’inizio del 2020, dei lockdown in diversi paesi del mondo, della carenza di manodopera, della forte domanda di beni commerciabili, delle interruzioni delle reti logistiche, i tempi di consegna dei fornitori nell’Unione Europea e negli Stati Uniti hanno raggiunto, negli scorsi mesi, dei livelli record. Per rendersene conto, basta guardare il seguente impressionante grafico, pubblicato a ottobre dal Fondo Monetario Internazionale [26], che riflette la crescente entità dei ritardi nella catena di approvvigionamento di beni e prodotti.

Il recente forte calo dell’indice dei tempi di consegna riflette l’aumento della domanda, i diffusi vincoli dell’offerta o una combinazione di entrambi. Durante tali periodi, i fornitori di solito hanno un maggiore potere di determinazione dei prezzi, causando un aumento dei prezzi. Inoltre, questi ritardi nella catena di approvvigionamento possono ridurre la disponibilità di beni intermedi che, combinati con la carenza di manodopera, possono rallentare la produzione e la crescita della produzione. Via via che i nuovi casi di Covid diminuiranno, i vincoli di capacità e la carenza di manodopera dovrebbero allentarsi, eliminando parte della pressione dalle catene di approvvigionamento e dai tempi di consegna.

Tuttavia è improbabile che si assista a un rapido e significativo calo dei prezzi delle materie prime, data la richiesta del mercato ancora molto elevata, i sempre più numerosi eventi meteorologici estremi (nel caso delle materie prime alimentari) e la crescita sui mercati finanziari mondiali della speculazione, favorita dai nuovi strumenti di investimento sempre più diffusi: mi riferisco sia agli ETF (Exchange Traded Funds), fondi a gestione passiva che trattano anche singole materie prime (ad es. petrolio, rame, grano, etc.) e non riservati più ai soli professionisti, sia a strumenti più professionali come i contratti futures, usati anche da molte aziende per ridurre l’esposizione ai costi crescenti (ad es. del carburante) [27].

La ripresa dell’economia cinese e mondiale ha fatto impennare anche i prezzi delle materie prime energetiche, come ho illustrato nel caso cinese (v. mio articolo del 25/10/21 [30]) e in quello italiano (v. articolo del 10 gennaio [31]). Per quanto riguarda il discorso dei crescenti costi energetici, la situazione a livello europeo e mondiale non è purtroppo per nulla rappresentativa dello stato attuale in cui si trova il nostro Paese, il quale, come già scrissi lo scorso aprile, «presenta delle peculiarità notevoli e tutti gli ingredienti per una “tempesta perfetta” sul breve o medio termine. Insomma, dopo essere stato l’“ombelico” del Covid in Europa, l’Italia rischia di esserlo anche della crisi post-Covid».

Infatti, il nostro sistema Paese è messo in ginocchio dal caro-bollette – con filiere produttive che si sono bloccate (per ora temporaneamente) per non produrre in perdita – perché sconta gli effetti di scelte a dir poco miopi e spesso guidate dalla “manina” delle lobby. Inoltre: (1) l’Italia è fra i Paesi d’Europa con elettricità e gas più cari; (2) l’Italia ha il prezzo del carburante fra i più cari d’Europa; (3) i pedaggi delle autostrade italiane sono i più alti in Europa; (4) L’Italia è ai primi posti nel trasporto su gomma in Europa (secondo i dati forniti da Eurostat, nel 2017 in Italia circa il 60% delle merci totali, e ben l’80% di quelle movimentate su terra, erano veicolate da camion). È evidente che così non si va lontano.

C’è poi il problema del caro-carburanti, con i prezzi alla pompa che anche in questo caso stanno raggiungendo livelli sempre più elevati, influenzati da una parte dal rialzo dei prezzi del petrolio, dato che c’è troppa domanda e non abbastanza offerta, dall’altra dal fatto che le nazioni e le organizzazioni produttrici di petrolio – come l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) – non vogliono rifornire troppo il mercato e far precipitare nuovamente il prezzo. Il risultato è che la benzina è oramai a quota 1,80 euro al litro ed il gasolio va verso la soglia di 1,70 euro; rispetto ai prezzi alla pompa del 2002, si tratta di un +99,4% (quasi il doppio) per il gasolio e di un +81,1% per la benzina [37].

Tuttavia, per una corretta interpretazione della realtà, occorre anche tener conto delle previsioni a breve e medio termine. Fare previsioni non è mai facile, come ben so, visto che il mio Mondi futuri è un saggio di futurologia. Ma ora ci troviamo in una situazione abbastanza prevedibile. In questo momento 6 navi da sbarco della flotta russa del Mar Baltico sono nel Mediterraneo, probabilmente dirette nel Mar Nero. Intanto, l’Ucraina è completamente circondata dalle truppe russe, che hanno finito di montare gli ospedali di campo. Una volta schierate le ultime navi, Putin avrà una breve “finestra di opportunità” per invadere l’Ucraina senza che l’Europa possa muovere un dito sotto il ricatto delle forniture di gas.

Storicamente, le guerre sono uno dei driver dell’aumento dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali. D’altra parte, come dimostrato anni fa da due ricercatrici italiane, il prezzo del petrolio e quello del gas sono debolmente co-integrati, per cui un aumento del primo alla lunga causa un aumento del secondo. In ogni caso, anche se non vi fosse una guerra, il trend secolare – cioè la variazione di lungo periodo, non periodica – dei prezzi del petrolio e del gas naturale è da decenni una crescita, in quanto sono risorse non rinnovabili, ed in quanto tali soggette a un depauperamento. Inoltre, il gas naturale viene usato da sempre più paesi al posto del carbone e dell’olio combustibile per la transizione energetica.

Infine, secondo molti esperti, siamo all’inizio di un cosiddetto “superciclo” delle materie prime (di cui quelle energetiche sono un importante sottoinsieme), come quello che nel 2008 portò il prezzo del petrolio al record di 147 $ al barile, causando scioperi e proteste di autotrasportatori e pescatori. In ogni caso, non vi sono ragioni per ritenere – come alcuni erroneamente pensano – che l’impennata dei prezzi dell’energia sia dovuta a dinamiche congiunturali anziché strutturali. Certo, il rimbalzo della domanda dovuto alla ripresa post-pandemia si può considerare congiunturale, ma tutto il resto no. Quindi il non affrontare il problema energetico italiano alle radici, intervenendo sulle sue molteplici cause, è delittuoso.

Il fortissimo rincaro dell’energia e delle altre materie prime sta frenando la produzione industriale italiana. Secondo il Centro studi di Confindustria [34], dopo il calo dello 0,7% di dicembre, in gennaio la caduta è stata dell’1,3% per effetto di aumenti dell’elettricità (+450% su gennaio 2021) e delle altre commodity, che «comprimono i margini delle imprese e, in diversi casi, stanno rendendo non più conveniente produrre». Per viale dell’Astronomia «a questo si sommano le persistenti strozzature lungo le catene globali del valore e la dinamica mette a serio rischio il percorso di risalita del PIL, avviato lo scorso anno». Il rallentamento, peraltro, non potrà non impattare sul mercato del lavoro, già piagato dai contratti a termine.

Se si considera che per l’industria manifatturiera il prezzo di un prodotto è composto da cinque elementi fondamentali – (1) il costo delle materie prime e/o dei componenti utilizzati, (2) il costo dell’energia usata per la lavorazione, (3) il costo del trasporto per consegnare il prodotto al cliente, (4) costi di manodopera, spese fisse, tasse, etc., (5) il margine di guadagno – è evidente che, poiché i costi dei prime tre fattori sono in aumento e, molto verosimilmente, destinati a crescere ulteriormente nei prossimi mesi, il margine di guadagno per aziende già colpite dalla pandemia si riduce di parecchio e il mix può facilmente risultare “letale”. Le attività più piccole, pertanto, sono soltanto le prime ad andare in crisi.

Gli incrementi di tariffe energetiche e carburanti stanno avendo ripercussioni pesantissime anche per i consumatori, per le PMI e per le attività in ogni settore, determinando un forte rialzo dei prezzi al dettaglio, con l’inflazione che a gennaio è balzata al +4,8% [35]. L’impennata dell’inflazione (si tratta del tasso di inflazione più alto degli ultimi 13 anni) sta determinando, a sua volta, un calo dei consumi che impatta soprattutto sul commercio, sulle imprese manifatturiere e sull’economia del “superfluo” (viaggi, cinema, etc.). Il combinato bollette-inflazione, secondo le stime effettuate dal Codacons, potrebbe costare oltre 1.100 euro annui a famiglia, con una contrazione di spesa pari a -3.850 euro a nucleo [36].

A tutto ciò vanno aggiunti fattori ulteriori che rischiano di mettere in ginocchio settori importanti, come ad esempio l’edilizia e l’automotive. Nel primo caso, a seguito delle nuove norme anti-frode sul Superbonus del 110% [38], che secondo le imprese bloccheranno il boom dell’edilizia – che ha trainato la ripresa del 2021 [39] – e l’intera filiera del Superbonus (installatori di impianti idrotermosanitari, efficientamento energetico, etc.). Nel caso dell’industria automobilistica, invece, si sommano gli effetti dello stop alla vendita di auto diesel prevista entro il 2035, che mette a rischio il lavoro di oltre 70.000 operai in tutta Italia, e della carenza di microprocessori, necessari per produrre nuove auto.

Il possibile superamento di “soglie critiche” ed i settori dell’economia più colpiti

Come in tutti i sistemi, esistono delle soglie critiche superate le quali i sistemi stessi “saltano”, con conseguenze solitamente catastrofiche. il problema è che i politici e le autorità di controllo non sembrano minimamente in grado di fare previsioni sulle soglie critiche: ad esempio, riguardo i prezzi dell’energia che porterebbero intere filiere produttive o interi settori di attività a chiudere. Ma il fatto di non avere questa capacità previsionale – come del resto già dimostrato con il Covid, dai ristori inadeguati fino all’assenza di qualsiasi valutazione rischi-benefici dei vaccini – non significa certo che le soglie non esistano e che quindi non verranno superate se si continuano a curare i sintomi e non le cause della malattia.

Tuttavia, i diversi settori dell’economia italiana verranno impattati in misura diversa dai vari fattori avversi fin qui illustrati. Dato che è interessante provare a capire quali siano i più a rischio “estinzione”, ho cercato di evidenziare semi-quantitativamente le differenze – sia pure senza troppe pretese – nella tabella che segue. Chiaramente, quelli più colpiti risultano essere i settori su cui impattano un numero maggiore di fattori e per più tempo; per cui, il prevedibile permanere per le ragioni già illustrate del caro-bollette (complice anche l’obbligo di passaggio al mercato libero scattato per le PMI il 1° gennaio 2021), del caro-carburanti e di misure come Green Pass e smart working può dar loro il “colpo di grazia”.

Si noti come le due misure che hanno impattato sul maggior numero di settori siano state proprio quelle imposte dal governo negli ultimi due anni, ovvero il Green Pass e il lockdown “burocratico” di queste ultime settimane, dovuto a quarantene largamente anacronistiche con “tamponamenti” multipli. Ma il settore che esce più con le ossa rotte – e che rischia una sorta di “estinzione di massa” se non si interviene nell’abolire queste misure e nel limitare l’impatto del caro-bollette – è senza dubbio quello del commercio, colpito da tutti e 10 i fattori considerati dalla mia analisi. Esso è seguito, nella graduatoria dei settori impattati da più fattori, da piccola manifattura e ristorazione (7) e da industria e trasporti (6).

La pandemia economica, come il virus, colpisce là dove vi sono delle debolezze. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese manifatturiere, quelle più sul filo del rasoio si concentrano soprattutto nei settori a basso contenuto tecnologico e di conoscenza [41]. Se si tiene conto dell’impatto economico, gli effetti più devastanti riguardano le attività legate alla ristorazione (già secondo il citato rapporto Istat era a rischio chiusura il 95,5% di esse), al turismo (oltre il 73% delle agenzie di viaggio a rischio chiusura), alle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (fra il 60% e l’85% a rischio). E nel comparto industriale risaltano le difficoltà della filiera della moda: abbigliamento (oltre 50%), pelli (44%), tessile (35%).

Non si tratta di numeri campati in aria. Nel 2020, delle 240.000 imprese “sparite” dal mercato, fra i settori più colpiti, nell’ambito del commercio, vi sono stati abbigliamento e calzature (-17,1%), ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%); nei servizi di mercato le maggiori perdite di imprese si sono registrati, invece, per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%). C’è poi tutta la filiera del tempo libero che, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, nel 2020 ha fatto registrare complessivamente un vero e proprio crollo, con la sparizione di un’impresa su tre. Non è quindi difficile immaginare quali possano essere i numeri del 2021 e quelli dell’anno corrente.

Sul settore ristorazione, abbiamo dati completi e affidabili relativi agli ultimi 2 anni che forniscono uno spaccato di ciò che sta realmente accadendo, ed è stata una vera e propria ecatombe. I dati della Fipe [42], la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, parlano di ben 45.000 imprese scomparse nel giro di due anni, e di ben 300.000 lavoratori che hanno perduto il proprio impiego, determinando una perdita di competenze essenziali e professionali difficilmente recuperabile. Dal 2019, ci sono state perdite per oltre 566 miliardi: i consumi nella ristorazione sono calati del 37,4% nel 2020 e del 28% nel 2021, rispetto ai livelli del 2019. Altre centinaia di migliaia di realtà sono oggi oberate dai debiti per far fronte alla crisi.

Per quanto riguarda, invece, l’impatto del caro-bollette, esso è naturalmente maggiore per le attività più energivore, ma con rilevanti differenze sulla base delle dimensioni delle imprese e dell’incidenza dei costi energetici sul fatturato. In pratica, sono in difficoltà (con il rischio di interrompere le produzioni, cosa che in alcuni casi si è già verificata, sia pure temporaneamente) le industrie energivore dei settori ceramica, vetro, gomma e plastica, tre settori che occupano circa 210.000 lavoratori. Ma anche il settore ristorazione (bar, gelaterie, ristoranti) e ad es. le lavanderie sono pesantemente colpiti, insieme a tutte le PMI che non hanno l’expertise necessaria per districarsi nella scelta dei contratti di fornitura energetica.

A differenza di quanto succede negli altri Paesi, però, in Italia il danno maggiore sembra essere stato prodotto da scelte scellerate della politica: di quella energetica, fatte nel passato (che causano il caro-bollette), e di quella sanitaria (lockdown, Green Pass, tamponi a go-go, etc.) fatte invece dagli ultimi due governi. Il Green Pass, la burocrazia anti-Covid e lo smart working, unite alla liturgia della paura promossa da Speranza e dai suoi sodali, stanno producendo un lockdown mascherato, desertificando le città turistiche, bloccando il Paese, frenando i consumi. Il gongolarsi di molti media per il “rimbalzo del gatto morto” dell’economia italiana vuol dire non capire nulla di ciò che sta accadendo.

In questo scenario, le risorse del PNRR non sembrano poter fare la differenza nel breve periodo,  ammesso che si riescano a mandare in porto i 100 obiettivi e target in agenda per quest’anno. Un’indagine dell’Istat pubblicata a inizio febbraio mostra che per circa la metà delle imprese questi non hanno “nessuna” rilevanza come fattore di sostegno e di traino dell’attività nel primo semestre 2022. La rilevazione ha interessato un campione di 90.461 imprese con oltre tre addetti attive nell’industria, nel commercio e nei servizi, rappresentative di un gruppo di circa 970.000 aziende che producono il 93,2% del valore aggiunto nazionale e impiegano il 75,2% degli addetti (13,1 milioni) e il 95,5% dei dipendenti [36].

Inoltre, come mostrerò in un futuro articolo, i 17.000 morti Covid ufficiali di questo autunno-inverno (dal 1° settembre al 5 febbraio) sono del tutto simili alle stime dei morti reali per influenza in epoca pre-pandemica (quando i tassi di occupazione delle terapie intensive d’inverno raggiungevano picchi da allarme rosso). E questo senza tener conto del fatto che: (1) oggi il 40% degli ospedalizzati lo è con il Covid e non per il Covid [21]; (2) i morti realmente per Covid sono assai meno di quelli che finiscono nelle statistiche ufficiali, vuoi perché così prevedono i moduli di referto attuali [23], vuoi perché c’è un forte interesse economico in tal senso negli ospedali, che così ricevono rimborsi più alti dal SSN [22].

In realtà, come dichiarato il 3 febbraio da un governatore USA nell’annunciare la fine di ogni restrizione, «l’influenza è parte delle nostre vite quotidiane e il coronavirus può essere gestito allo stesso modo». Questa incapacità delle nostre autorità politiche e sanitarie nel “leggere” i numeri e nel fornirli è grave: sia sui positivi, sia sugli ospedalizzati sia sui morti Covid i dati vengono forniti sempre e soltanto in forma aggregata (impedendo di distinguere ad es. i tamponi multipli, gli ospedalizzati per gambe rotte, i falsi morti Covid, etc.) – al fine di alimentare la paura e difendere la scelta scellerata del Governo di puntare, nella mitigazione dell’epidemia, praticamente tutto e solo su chiusure prima e vaccini poi.

Un virus è “semplicemente una brutta notizia racchiusa in delle proteine”, scrissero i biologi Jean e Peter Medawar nel 1977. Ma, come abbiamo visto, le cattive notizie che arrivano dall’economia reale superano di gran lunga, per il Paese, quelle che arrivano dagli ospedali per il Covid; pure un orbo se ne accorgerebbe. Ma ciò che più dovrebbe preoccupare è il fatto che almeno 6 o 7 dei fattori riportati nella mia tabella permarranno almeno nel prossimo futuro (e potrebbero salire a 8 o perfino di nuovo a 10 se in autunno dovesse arrivare una variante che costringesse di nuovo a lockdown fisici e/o burocratici e allo smart working). Ed a questi si vanno aggiungendo, come visto, fattori ulteriori in settori specifici.

L’inadeguatezza del Governo Draghi ed i possibili rischi sistemici

Il Green Pass ha un impatto negativo sull’economia senza fornire alcuna contropartita, giacché sappiamo ormai che è un “lasciapassare” per il virus [29] e in molti Paesi europei che l’hanno adottato ha spinto meno alla vaccinazione [33], alimentando l’avversione dei dubbiosi ai vaccini e le divisioni sociali fra vaccinati e non. Impedire a intere fasce della popolazione di accedere alla stragrande maggioranza dei negozi e delle attività commerciali vuol dire, in molti casi, condannarli a morte a favore degli ipermercati, dell’e-commerce di Amazon o, in alternativa, alimentare l’illegalità. Per non parlare dell’impatto sull’intero settore turistico, poiché ristoranti e hotel non possono accettare famiglie con un non vaccinato.

Inoltre, per agevolare i turisti che arrivano nel nostro Paese, l’esecutivo ha deciso – nei loro riguardi – di uniformarsi alle regole vigenti oltre i confini nazionali. Questo vuol dire che i turisti che arrivano da Paesi con regole vaccinali diverse dal nostro potranno accedere a tutti i servizi ed attività (alberghi, trasporti, ristoranti, etc.) con il Green Pass base (che viene rilasciato con un semplice tampone), mentre gli Italiani sono obbligati ad avere il Green Pass “rafforzato”. Quello che è ancora più folle è che siamo gli unici al mondo ad essere ridotti così. Anzi, come ha osservato qualcuno, «l’Italia è l’unica nazione, in tutta la Storia, in cui i propri cittadini hanno meno diritti degli stranieri». Un’ingiustizia davvero palese.

Il paradosso è che, ad esempio, un sardo può prendere con un semplice tampone l’aereo per Parigi o per un’altra città europea, ma se non ha il super Green Pass non può prendere un aereo o una nave per raggiungere l’Italia continentale. Analogamente, un lombardo può andare in Svizzera e fare una vita quasi normale, ma in Italia se non è vaccinato non può prendere neppure un treno (peraltro, gli Eurostar viaggiano ora quasi vuoti) o un autobus. Il risultato di tutto ciò è che, da una parte, si è messo in ginocchio il turismo (il 40% degli hotel di una città come Venezia sono oggi chiusi) e, dall’altra, molti giovani (e non solo) stanno lasciando il Paese, ma così si ipoteca ancor più il futuro della nazione.

Ma non si può tacere, riguardo la modalità a mio parere vigliacca con la quale in Italia si è costretta la popolazione a vaccinarsi, la mancanza di humanitas dimostrata, poiché moltissime persone, a causa dell’obbligo del Super Green Pass sul posto di lavoro, non possono ora sfamare i propri figli; mentre altre non possono raggiungere i propri cari lontani, non potendo più prendere un treno. Ma la mancanza di rispetto per i cittadini di questo Governo si è manifestata pure in altre forme. Qui mi limiterò a citare la polizia, che di recente ha picchiato dei giovani che manifestavano [19]. Non è accettabile che un Presidente del Consiglio di un Paese che, sulla carta, è ancora democratico permetta queste cose.

Questo per tacere del fatto che la Costituzione, art. 2 comma 2, dice «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona». Non parliamo poi del fatto di come siano state calpestate anche le leggi ordinarie dello Stato, giacché lo stato di emergenza non può prolungarsi oltre i 24 mesi, come spiegato da esperti in campo legale [20]. Infine, nessuno sembra aver realizzato che, se si tiene conto degli immunizzatisi naturalmente nella recente ondata di Omicron (v. figura), pari a circa il 10% della popolazione italiana, si scopre che addirittura il 99% degli over 12 è ora immunizzato (e l’immunità naturale è ben più ampia e duratura di quella da vaccino!). Dunque, il Green Pass non è più giustificato [25].

Un leader “furbo”, poi, è chiusurista al momento giusto e aperturista al momento giusto, come Boris Johnson nel Regno Unito. Il Governo Draghi, invece, abusando della vile arma della paura e del ricatto, ha dilaniato – e sta tuttora dilaniando – sia il tessuto sociale (dividendo il Paese con discriminazioni assurde e inaccettabili anziché compattarlo contro il nemico comune) sia il tessuto economico delle imprese e delle attività commerciali, dilapidando un patrimonio che nessuno restituirà più al Paese e riducendo vaste fasce di popolazione in povertà. Alcuni hanno sottolineato come il freddo burocrate, all’epoca alla BCE, ebbe un ruolo importante anche nella Trojka che nel 2015 affossò la Grecia e la sua economia [18].

Per chi non lo ricordasse, quell’anno la BCE decise di togliere al governo greco una delle sue principali linee di credito: le banche greche non avrebbero più potuto accedere alla “normale” liquidità della BCE. Da quel momento in poi, le banche avrebbero dovuto fare affidamento sul più costoso Emergency Liquidity Assistance (ELA). Questa decisione dette alla Grecia pochi giorni di vita se non fosse stato raggiunto, in appena tre settimane, un nuovo accordo con i creditori. Iniziò un’estenuante trattativa che ebbe una svolta negativa il 28 giugno del 2015, quando la BCE rifiutò alla Banca centrale greca il diritto di aumentare la propria liquidità nel quadro dell’ELA. Draghi pose così un macigno sulle spalle della Grecia.

Il pragmatismo di Johnson è sembrato mancare del tutto al Governo Draghi, che con la complicità del CTS e dell’ISS ha raccontato agli Italiani bugie su bugie [17] (ad es. sull’immunità di gregge, sulla non contagiosità dei vaccinati, sulla sicurezza garantita dal Green Pass, etc.), nascondendo i dati sui morti realmente per Covid, sugli effetti avversi dei vaccini, ed il fatto che, se il Sistema Sanitario va in crisi con il 17% di terapie intensive occupate è perché: (a) molti medici e infermieri sono stati sospesi perché non vaccinati; (b) in tutti questi anni la politica ha tagliato posti letto nella Sanità, che non portano voti. Ed i nuovi tagli di 6 miliardi imposti da Draghi [24] andranno a danneggiare ulteriormente il nostro SSN.

Insomma, ora si rischia sul serio un’“estinzione di massa” come quelle che si sono verificate alcune volte sulla Terra, portando alla scomparsa di una frazione rilevante delle specie animali del pianeta. Ma, nel caso dell’Italia, il danno non si fermerebbe alle estinzioni in sé di imprese e attività commerciali (ed alla perdita di occupazione associata), bensì si accompagnerebbe a maggiori rischi sistemici e ad una maggiore povertà. Infatti, i sussidi del Governo Conte alle imprese hanno comportato un enorme aumento del debito pubblico e, al tempo stesso, i prestiti garantiti dallo Stato hanno prodotto un forte aumento del debito privato. È l’alto costo economico di questa pandemia, senza contare l’impatto sulle diseguaglianze.

Per quanto riguarda il debito pubblico, soprattutto a causa del deficit per gli “scostamenti” è passato dal 135% del PIL del 2019 a circa il 160%, ed è ora di circa 2.670 miliardi [43]. Fra l’altro molti Paesi europei, tra cui la stessa Italia, non hanno ancora ratificato il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) [32], per cui in questo momento non c’è un “paracadute” per i paesi della zona euro (e per i loro sistemi bancari) che si trovassero a dover affrontare gravi difficoltà finanziarie. Il che non è uno scenario da fantascienza: per chi non se ne fosse accorto, lo spread BTP-Bund dalla fine di settembre sta salendo in modo prepotente, segno che i mercati non credono a Draghi, e direi che la mia precedente analisi dà loro ragione.

Quel che potrebbe accadere nei prossimi mesi o 1-2 anni non sembra così imprevedibile né così improbabile. Già a ottobre 2020 il Governatore della Banca d’Italia Visco metteva in guardia gli Istituti di credito dalla nuova ondata di credi deteriorati: “Questo shock senza precedenti della crisi COVID potrebbe causare qualche vittima fra le banche” [46]. Ed a novembre 2020 la BCE dichiarava: “Probabili fallimenti bancari dopo la pandemia”. Ma l’Europa è ancora una volta in ritardo, perché nel frattempo non ha varato veicoli appositi per gestire i crediti non deteriorati né ha modificato le norme sul tema. Già a gennaio 2021 nelle banche italiane c’erano circa 70 miliardi di crediti deteriorati a causa della pandemia.

Come Andrea Muratore ha molto ben illustrato nei suoi articoli [49, 50], “il rischio di fallimenti a catena di imprese e di istituti bancari è tutt’altro che irrealistico, e un ulteriore shock bancario e creditizio sarebbe per l’Italia insostenibile”. Il successivo downgrade del rating dei Titoli di Stato italiani potrebbe completare l’opera, poiché sarebbe di fatto come il crollo di una diga. E infine, come ricordava Il Sole 24 Ore: “Rimuovere troppo presto gli aiuti potrebbe avere l’effetto collaterale di provocare un aumento dei crediti deteriorati nei bilanci bancari. Nonché problemi per gli stessi governi a cui gli istituti potrebbero escutere le garanzie pubbliche che i governi hanno stanziato in abbondanza durante la crisi sanitaria”.

Secondo quanto emerso da un’analisi della Fabi, sono stati 311 miliardi gli aiuti pubblici ai prestiti bancari garantiti per fronteggiare la pandemia (con oltre 2,5 milioni di domande presentate), che si aggiungono a sostegni per quasi 100 miliardi. Nel panorama europeo, l’Italia non solo si distingue – insieme alla Spagna – per la percentuale di ricorso ai finanziamenti assistiti da garanzia pubblica (circa il 5% di quelli in essere nel sistema bancario), ma fa registrare il primato del grado di copertura più elevato, con un 85% medio. Così, ora tutto il sistema produttivo e finanziario converge nelle richieste di allungare i sostegni e le garanzie statali a crediti e simili “fino alla fine della pandemia”. Occorre chiedersi: basterà?

La “nottata” del Covid-19 è ormai quasi passata, complice anche l’acclarata semi-innocuità della variante Omicron (circa 10 volte meno letale della Delta), ma il ritorno alla normalità non è ancora arrivato, anzi non appare neppure all’orizzonte, dove si vanno al contrario addensando varie nubi che non lasciano presagire nulla di buono. «Il pericolo oggi è la rassegnazione delle persone, il pessimismo che hanno. E questo lo vedo ogni giorno, pochi che viaggiano o vanno al cinema e al teatro. L’Italia è depressa psicologicamente, non è tutto finito ma dobbiamo uscire dall’emergenza». E a dirlo non è “uno che passa di lì per caso” o un no-vax, ma il prof. Matteo Bassetti. Il Governo lo ascolti e tolga il Green Pass, o si rischia il “Game over”.

Mario Menichella – Fisico e science writer

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Riferimenti bibliografici

[1]  Banca d’Italia, “L’impatto del Covid-19 sui fallimenti e le uscite dal mercato delle imprese italiane”, bancaditalia.it, 24 gennaio 2022.

[2]  Mancini F., Pil: causa Covid bruciati 160 miliardi di ricchezza”, fondionline.it, 27 ottobre 2020.

[3]  UNI Global Union, “Amazon e la crisi dovuta al Covid-19”, uniglobalunion.org, 2021.

[4]  Tesone C., “Blocco dei licenziamenti: cosa prevede la legge di bilancio 2022?”, fiscomania.com, 26 dicembre 2021.

[5]  Redazione, “Come funziona il blocco licenziamenti e fino a quando dura”, quifinanza.it, 23 dicembre 2021.

[6]  Giuliano F., “La pandemia Covid-19 e il «principio della rana bollita» di Noam Chomsky”, news-24.it, 5 dicembre 2020.

[7]  Redazione economia, “Smart working, lo stop di Brunetta: ‘Vaccini e basta far finta di lavorare’”, ilcorriere.it, 3 febbraio 2021.

[8]  Muratore A., “Le conseguenze economiche dello smart working”, InsideOver, 3 settembre 2020.

[9]  Borga L., “Bonus top e flop 2020, quali aiuti del governo hanno funzionato e quali no”, tg24.sky.it, 1° gennaio 2021.

[10]  Malito R., “Partite Iva in rivolta. Altro che ristori, è l’elemosina di Draghi. Venerdì i ristoratori in piazza”, lanotiziagiornale.it, 23 marzo 2021.

[11]  Conte V. & Mania R., “Deficit, bollette e ristori, Draghi e Franco frenano: ‘Prudenza sui conti’” , repubblica.it, 12 gennaio 2022.

[12]  D’Elia R., “Cassa integrazione 2021, come funziona e quali datori di lavoro possono beneficiarne?”, informazionefiscale.it, 18 febbraio 2021.

[13]  Fulvi F. & Marcelli M., “Covid. Milano e Roma in lockdown, senza traffico e senza turisti”, avvenire.it, 14 gennaio 2022.

[14]  Menichella M., “Mondi futuri. Viaggio fra i possibili scenari”, SciBooks, 2005.

[15]  Garau F., “La ‘bomba’ che può far saltare il Superbonus”, ilgiornale.it, 3 febbraio 2022.

[16]  Herby J. et al., “A Literature Review And Meta-Analysis Of The Effects Of Lockdowns On Covid-19 Mortality”, Johns Hopkins Institute for Applied Economics, 2022.

[17]  Storace F., “Le cinque bugie di Draghi. Vaccini, contagi, green pass… Quanti errori nella lotta al Covid”, iltempo.it, 7 gennaio 2022.

[18]  Manfrin M., “6 anni fa Draghi guidava la repressione della democrazia in Grecia”, lindipendente.online, 6 luglio 2021.

[19]  Colonnello P., “Erri De Luca: ‘Picchiare i giovani è una vigliaccata. Gli infiltrati? Devono dirci chi sono’” , lastampa.it, 4 febbraio 2022.

[20]  Menichella M., “Dal Green-pass alla ‘normazione di emergenza’: vera libertà o ‘sgambetto’ alla Costituzione?”, Fondazione David Hume, 2 agosto 2021.

[21]  Redazione, “Covid, il report Fiaso: “Ricoverati sono in calo del 3,3%. Nei reparti quasi il 40% è ‘con’ il virus. Ora ripensare l’organizzazione ospedaliera”, ilfattoquotidiano.it, 2 febbraio 2022.

[22]  Mainardi A., “Giro di soldi negli ospedali sui morti Covid? L’inchiesta della Rai”, startmag.it, 28 gennaio 2022.

[23]  Redazione, “Bassetti: “Da due mesi nel mio reparto nessuno è morto per Covid. Il sistema delle quarantene è medievale”, lastampa.it, 27 gennaio 2022.

[24]  De Luca R., “La pandemia cambia tutto tranne il liberismo: Draghi taglia 6 miliardi alla sanità”, lindipendente.online, 14 ottobre 2021.

[25]  Re S., “Ormai siamo al 90% di vaccinati, stop a obbligo e Green pass”, tio.ch, 2 febbraio 2022.

[26]  Kamali P., “Longer Delivery Times Reflect Supply Chain Disruptions”, blogs.imf.org, 25 ottobre 2021.

[27]  AA.VV., “Fuel hedging”, Wikipedia, visitato il 5 febbraio 2022.

[28]  Menichella M., “Il ‘boom’ dei prezzi e l’impatto del lockdown: l’Italia rischia ora la ‘tempesta perfetta’”, Fondazione David Hume, 21 aprile 2021.

[29]  Becchi P. & Menichella M., “Parlano i dati: il green pass è un lasciapassare solo per il virus”, nicolaporro.it, 17 dicembre 2021.

[30]  Menichella M., “Come (e perché) la Cina può mettere a rischio la nostra economia e la pace mondiale”, Fondazione David Hume, 25 ottobre 2021.

[31]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetica italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[32]  Giulisano A., “La ratifica della riforma del MES torna sul tavolo dell’Eurogruppo”, Quotidiano dei contribuenti, 5 febbraio 2022.

[33]  Becchi P. & Menichella M., “Il green pass non ha spinto le vaccinazioni”, nicolaporro.it, 9 dicembre 2021.

[34]  “Ripresa a rischio, Confindustria: ‘A gennaio produzione in forte calo causa rincari dell’energia’”. E metà delle imprese non si aspetta nulla dal Recovery plan, Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2022.

[35]  Ricco I., “Stangata bollette: scatta il maxi-ricorso”, ilgiornale.it, 5 febbraio 2022.

[36]  “Inflazione, Associazioni dei consumatori: ‘Rischio Caporetto dei consumi: in fumo 100 miliardi nel 2022’”, finanza.lastampa.it, 15 dicembre 2021.

[37]  Garau F., “Scatta l’allarme sulla benzina: quanto ci costa adesso”, ilgiornale.it, 5 febbraio 2022.

[38]  Capozzi F., “Superbonus, le truffe a danno delle casse pubbliche che mettono a rischio tutto il settore. Un euro ogni cinque da opere fasulle”, Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2022.

[39]  Melis V., “Il lavoro cresce nelle costruzioni. Nuovi ristori ai settori in crisi”, Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2022.

[40]  Confcommercio nazionale, “Nel 2020 ‘sparite’ oltre trecentomila imprese”, Confcommercio Vicenza, 29 dicembre 2020.

[41]  Redazione, “Istat, il 45% delle piccole e medie aziende a rischio fallimento. Gravi pericoli per le banche in caso di ondata di insolvenze”, Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2021.

[42]  AGI, “Il settore ristorazione di nuovo in piena emergenza. Scomparse 45 mila imprese”, agi.it, 13 gennaio 2022.

[43]  Redazione, “Italia: debito pubblico sotto i 2.700 mld, ma tornerà a crescere. Le stime”, bluerating.com, 10 gennaio 2022.

[44]  Muratore A., “Lo Tsunami bancario che può travolgere l’Europa”, InsideOver, 30 gennaio 2021.

[45]  Muratore A., “La marea crescente del debito privato ci sommergerà”, InsideOver, 14 gennaio 2021.

[46]  Scorzoni M.T., “Visco: “Covid, shock senza precedenti: farà qualche vittima tra le banche”, First online, 22 ottobre 2020.

Le 10 cause del caro-bolletta energetica italiano: anatomia di un disastro

10 Gennaio 2022 - di Mario Menichella

EconomiaFact and figuresIn primo piano

Il bordello è l’unica istituzione italiana

dove la competenza è premiata

e il merito riconosciuto”.

                                       Indro Montanelli

Soltanto nelle prossime settimane, quando riceveranno le bollette della luce e del gas relative al picco di consumi e di prezzi invernale, famiglie e imprese italiane avranno piena contezza della tempesta che si sta per abbattere sui loro conti economici, già fortemente colpiti dagli effetti della mala gestio dell’epidemia di Covid. Ma, come cercherò di illustrare dettagliatamente in questo articolo, in Italia il problema energetico è stato gestito addirittura peggio dell’emergenza coronavirus, se si confrontano i risultati ottenuti. Se infatti si vuole fare un discorso serio e non limitarsi a discorsi qualitativi “da bar” come quelli che si sentono in televisione, i dati “cantano”, o meglio contano, perché permettono di confrontarsi con gli altri paesi d’Europa. Vedremo che ci sono almeno 10 cause diverse per il caro-bolletta italiano, che vanno ricercate soprattutto in una serie di leggi, normative, riforme, interventi del Ministero competente e del regolatore. Ma, soprattutto, sarà sorprendente notare – nell’analisi impietosa ma istruttiva che vi sottopongo – le analogie fra alcuni errori marchiani fatti dal nostro Paese nella lotta al Covid e quelli fatti in questi decenni di politica energetica scellerata (e che si perpetuano ancor oggi). Uno di questi è il guardare solo “ai singoli alberi e non alla foresta”, cioè il non avere una visione d’insieme né, tanto meno, a lungo termine. Per non parlare del peso delle lobby, che da sempre affligge le scelte della politica. Capire quali sono tutte le cause del caro-bolletta che hanno più pesato in passato, quali quelle che più pesano oggi e che più peseranno in futuro è il primo passo per poter effettuare i necessari interventi correttivi, poiché non servirà a molto intervenire soltanto su una o due di esse. Ciò è tanto più importante considerato che – al di là di alcuni aspetti contingenti che hanno anticipato ed esacerbato il problema – le ragioni della situazione attuale sono, come vedremo, strutturali e si sommano alla tendenza di fondo dell’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche, che in realtà è dovuto solo in parte alla famosa “transizione energetica”.

Quando politici, media e “virostar” tolgono spazio ai veri problemi    

Sono passati ormai due anni dall’inizio della pandemia – o meglio, da quando l’OMS “se ne è accorta” – e poco meno da quando l’Italia ha realizzato che non era solo un problema di altri Paesi. Questa emergenza non sarebbe però più tale se si fossero adottate le strategie opportune, mentre le scelte sbagliate fatte (unite all’“appecoronamento” dei media al Governo) pongono il virus ancora sulle prime pagine dei giornali e nelle aperture dei telegiornali, distogliendo insieme ai politici e alle “virostar” da salotto l’attenzione degli italiani e delle Autorità da altri problemi diventati nel frattempo più importanti.

Già, perché non è che in questi due anni gli altri problemi siano spariti; anzi, si sono aggravati e ne sono emersi di nuovi. Alcuni di essi riguardano tanti Paesi, ma alcuni sono una peculiarità italiana. Il problema di cui vorrei parlare in questo articolo è quello dell’energia: all’apparenza il nostro Paese è colpito dall’aumento dei prezzi energetici come tanti altri Paesi europei, e quindi si potrebbe pensare il classico “mal comune mezzo gaudio”. Un retropensiero nascosto in tale atteggiamento è che, in fondo, siamo “nella stessa barca” degli altri Paesi europei, e che quindi ce la caveremo o affonderemo, ma tutti insieme.

L’andamento, alla Borsa di New York, dei prezzi dei futures dei tre principali combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone) negli ultimi 5 anni, fino alla data del 27 dicembre. Si noti come, a salire enormemente rispetto alla media degli anni precedenti, siano stati solo il gas naturale e il carbone se si guardano i picchi massimi toccati, ma tutti e tre se si guardano i trend (retta aggiunta). L’impatto è quindi enorme sia sugli utenti di gas domestici e industriali sia sulla bolletta elettrica di quei Paesi – come purtroppo l’Italia – che d’inverno hanno ancora un contributo modesto da parte delle fonti rinnovabili (fonte: Trading Economics)

Questa analisi iper-semplicistica, che sembra trasparire dal modo superficiale in cui questo argomento viene affrontato sui quotidiani e dai media in generale, è però del tutto errata per le ragioni che cercherò di spiegare quantitativamente in questo articolo. Infatti, come dico sempre: (1) è solo passando da un’analisi qualitativa a un’analisi quantitativa che si può capire la reale portata di un problema; e (2) il diavolo è nei dettagli. Già, perché per capire la situazione reale non solo è necessario, come al solito, cercare di ricostruire il puzzle mettendo insieme le varie tessere, ma bisogna notare i dettagli importanti.

Sono ormai quasi 15 anni che seguo, fra le altre cose, il settore energetico per quanto riguarda le tecnologie green altamente innovative (quelle, per intendersi, che avrebbero una portata più o meno rivoluzionaria ma che non sono ancora sul mercato, e che probabilmente vi arriveranno troppo tardi per poter disinnescare i rischi di cui parlerò) e per la previsione dei prezzi delle materie prime energetiche (petrolio, gas naturale, etc.) ed il loro impatto sui prezzi dell’elettricità e del gas sia per i grandi consumatori (industrie e aziende energivore) sia per piccole e medie imprese (PMI) e famiglie.

Purtroppo, devo dire subito che esiste uno stretto parallelismo fra la mala gestio della pandemia da SARS-CoV-2 in Italia e la pessima gestione della problematica energetica negli ultimi quarant’anni da parte dei Governi che si sono via via succeduti. Il risultato, come vedremo, è che ora il nostro Paese – a differenza di altri – si trova stretto nella morsa di una doppia emergenza, ed entrambe hanno ricadute economiche enormi, potenzialmente molto più grandi di quanto si pensi. Ma, per rendersene conto, sarà necessario affrontare la questione passando ai fatti, ai numeri e immaginando scenari realistici.

La politica energetica italiana: miope come quella sanitaria anti-Covid    

Negli ultimi anni, la politica energetica italiana è stata sostanzialmente – inutile girarci intorno – “senza né capo né coda”. Si sono infatti susseguite tante novità, incentivi, riforme, ma come vedremo il risultato finale è stato, proprio all’opposto dei “desiderata” ufficiali, un aumento: (1) dei costi dell’energia per la famiglia media italiana e per le piccole attività; (2) dell’inquinamento dell’aria, con conseguente crescita dei morti per cancro e per varie patologie respiratorie o cardiache legate alle sostanze tossiche immesse nell’atmosfera dalla combustione del biogas e delle biomasse, i cui impianti sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi 15 anni, arricchendo pochissimi ma danneggiando molti.

Eppure, non erano queste le promesse che erano state fatte dai politici e dai regolatori alle persone. Dal 1° luglio 2007, infatti, il mercato italiano dell’energia è completamente liberalizzato, perché ciò avrebbe dovuto in teoria garantire concorrenza e prezzi migliori. Ciò vuol dire che le famiglie (come prima già poteva avvenire per le imprese) possono scegliere liberamente da quale fornitore – ed a quali condizioni – acquistare l’elettricità o il gas (sebbene debbano guardarsi da offerte che si rivelano spesso assai ingannevoli): possono farlo, in pratica, optando per un fornitore del cosiddetto “Mercato Libero”.

Il vecchio mercato vincolato, o “di maggior tutela”, si applica ancora – ma solo fino al 31 dicembre 2022, salvo eventuali proroghe – alle famiglie che non hanno voluto cambiare fornitore tenendosi quindi stretto il vecchio (ad es. l’Enel, che ora si chiama “Enel Servizio Elettrico Nazionale” sul mercato a maggior tutela, mentre sul mercato libero si chiama “Enel Energia”); e ad essi è garantita la fornitura di energia ai prezzi molto bassi stabiliti dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (che ora si chiama Arera), l’organismo che in Italia ha le funzioni di controllo e regolamentazione del mercato elettrico.

Quando si parla di politica energetica, è inoltre fondamentale tenere a mente i seguenti eventi, con le rispettive date: (1) il referendum sul nucleare a fissione (1987), che ha sancito la rinuncia del nostro Paese a questa fonte di energia; (2) la liberalizzazione del mercato dell’energia (1999) con il decreto Bersani, che ha avviato lo smantellamento del monopolio esistente nel campo dell’energia elettrica, facendo entrare in tale mercato altri operatori; (3) il Conto Energia per l’incentivazione del fotovoltaico (durato dal 2005 al 2013); (4) nel 2007 nascono la Borsa elettrica e quella del gas e, tramite il decreto Bersani bis, viene previsto un passaggio graduale dal Servizio a Maggior Tutela al mercato libero (obbligatorio, dopo vari rinvii: dal 1° gennaio 2021, per imprese e PMI e, dal 1° gennaio 2024, anche per tutte le famiglie italiane e le microimprese); (5) il referendum sulle trivelle (2016), che ha fermato le trivellazioni e l’estrazione di petrolio e gas in mare entro il limite di 12 miglia nautiche che definisce le acque territoriali.

Il referendum sul nucleare e quello sulle trivelle hanno dunque impedito al nostro Paese di diversificare l’approvvigionamento energetico, una strategia miope non meno di quanto non lo sia l’usare contro il Covid i soli vaccini. La diversificazione è importante perché diminuisce il rischio. Lo sanno bene gli investitori ed i trader. In quest’ottica, sarebbe stato anche opportuno dotarsi di più rigassificatori, in modo da avere uno stoccaggio adeguato di gas naturale facendo rifornimento via nave quando i prezzi sono più bassi. Invece, l’Italia ne ha solo tre, mentre la Spagna ne ha ben sei e la Croazia, qualche anno fa, ha ottenuto due co-finanziamenti europei per realizzarne uno ed affrancarsi dal monopolio russo del metano [1].

Il nostro Paese, peraltro, all’epoca del referendum aveva un know-how tecnologico in campo nucleare di altissimo livello, che è andato inevitabilmente perso in virtù del timore dei cittadini di un incidente tipo quello di Chernobyl ai nostri reattori;  ma l’Italia è circondata da Paesi che hanno reattori nucleari e potrebbe quindi essere ugualmente investita da un fallout radioattivo. Non amo particolarmente il nucleare a fissione, tuttavia è indubbio che sarebbe stato prezioso in una transizione energetica dai combustibili fossili alle rinnovabili, che inevitabilmente necessita di molti anni per realizzarsi effettivamente (sempre che non vi siano imprevisti che impediscano di rispettare la road map ipotizzata dal Governo).

L’Italia brucia circa 70-75 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Nel sottosuolo sotto i piedi degli italiani riposano indisturbati almeno 90 miliardi di metri cubi di metano, il meno inquinante tra i combustibili fossili. Tuttavia, le stime delle riserve italiane di gas pubblicate conteggiano i giacimenti accertati e non possono immaginare quelli ancora da cercare. Ma i nuovi giacimenti ora non li si cercano più: dopo il referendum, gli investimenti delle compagnie sono fermi. Quello italiano è metano il cui costo di estrazione si aggira sui 5 centesimi al metro cubo. Invece, il prezzo di mercato del gas che l’Italia importa da Paesi remotissimi si aggira fra i 50 e i 70 centesimi al metro cubo, ovvero più di 10 volte tanto [2].

Meno del 5% del gas metano che utilizziamo arriva dai giacimenti in Pianura Padana e dai grandi giacimenti dell’Adriatico, in Basilicata e, in misura contenuta, in Sicilia. Le importazioni vengono soprattutto da Russia, Algeria, via nave al rigassificatore di Rovigo e dal nuovo metanodotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che ci porta il gas di un giacimento off-shore azero sito nel Mar Caspio. Insomma, per il gas dipendiamo soprattutto dall’estero, il che comporta prezzi molto più elevati di questa materia prima. Inoltre, dipendere fortemente dal gas proveniente dall’estero – si è visto anche negli ultimi mesi – significa che, quando crescono le quotazioni del gas, cresce il prezzo dell’energia elettrica e del riscaldamento delle case. Quindi sarebbe importante avere un più ampio mix energetico e una maggiore produzione nazionale.

Il mix energetico italiano e la nostra dipendenza dall’estero 

La produzione di energia elettrica, in Italia, avviene a partire dall’utilizzo di fonti energetiche non rinnovabili (i combustibili fossili quali gas naturale, carbone e petrolio, in gran parte importati dall’estero) e, in misura sempre più rilevante, con fonti rinnovabili (come lo sfruttamento dell’energia geotermica, dell’energia idroelettrica, dell’energia eolica, delle biomasse e dell’energia solare); il restante fabbisogno elettrico (il 12,8% dei consumi totali nel 2017, e superiore al 10% anche negli anni successivi) viene soddisfatto con l’acquisto di energia elettrica dall’estero, trasportata attraverso elettrodotti dai Paesi confinanti.

A seguito di valutazioni economiche dettate dal costo delle materie petrolifere, dai costi sociali nell’uso del carbone e dall’abbandono del nucleare, le politiche perseguite in Italia sono state essenzialmente due:

  • la sostituzione del petrolio con il gas naturale come combustibile delle centrali termoelettriche, considerato un combustibile con oscillazioni di prezzo inferiori, maggiore disponibilità e provenienza da aree politicamente meno instabili;
  • è stata ulteriormente perseguita la politica di importazione di energia dall’estero, in particolare dalla Francia e dalla Svizzera, nazioni che durante la notte (periodi off-peak) hanno forti eccedenze di produzione che svendono a basso prezzo.

Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) annualmente aggiorna i dati sulla composizione del mix energetico nazionale, come richiesto dal Decreto ministeriale del 31 luglio 2009. La nuova pubblicazione, uscita a settembre, mostra il mix energetico iniziale per l’elettricità immessa in rete nel 2019 (dati a consuntivo) e per il 2020 (dati provvisori), a livello nazionale (lo possiamo vedere in dettaglio nella tabella seguente). Ai dati della produzione nazionale da fonti rinnovabili e da combustibili fossili, si aggiungono, ovviamente, i dati Eurostat per l’energia elettrica netta importata.

Nel 2019, il mix energetico nazionale mostrava un 41,74% di rinnovabili tra le fonti primarie, seconde solo alla quota del gas naturale (43,20%); nel 2020, complice la pandemia e il calo dei consumi, le rinnovabili hanno alzato il tiro raggiungendo “sulla carta” (pre-consuntivo) un buon 45,04% [3]. In effetti, nel 2020 in Italia si è avuto un calo record in tempo di pace per fabbisogno di energia ed emissioni di CO2, in conseguenza del crollo del PIL, della produzione industriale e della mobilità. Si è trattato del calo maggiore registrato in tempi di pace, superato solo dai cali del 1943-44, mentre nell’anno della crisi del 2009 la domanda di energia si ridusse del 5,7%, in perfetto allineamento con la caduta del PIL [4].

Il mix energetico nazionale. Si noti come oltre il 42% dell’elettricità sia prodotta usando il gas naturale, come ben circa altrettanta derivi dalle rinnovabili (non programmabili) e solo il 3,5% circa dal nucleare (di importazione). Si osservi anche la quota tuttora rilevante prodotta con l’economico ma inquinante carbone.

Il mix energetico dell’elettricità venduta da Enel Energia sul mercato libero. Si noti come l’Enel privilegi più il gas e il carbone rispetto al “mix nazionale”, il che è già un buon motivo per evitarla. Ogni fornitore è tenuto a indicare il mix delle fonti utilizzate. Pertanto, se gli italiani scegliessero fornitori magari piccoli e poco noti ma che privilegiano molto di più le rinnovabili, da una parte spenderebbero meno in bolletta e, dall’altra, favorirebbero la transizione energetica. Ma quanti consumatori ne sono consapevoli?

Nonostante la domanda primaria di energia si sia contratta in Italia del 9,2% nel corso del 2020, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, il 73,4% del nostro fabbisogno energetico è stato soddisfatto solo grazie alle importazioni nette. Complessivamente, per coprire una domanda energetica primaria totale (comprensiva dell’uso per i trasporti, per il riscaldamento, etc.) pari a 143,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ci siamo affidati ad un approvvigionamento energetico per il 40% dal gas naturale, per il 33% dal petrolio e solo per il 20% dalle fonti energetiche rinnovabili [5].

La domanda del gas in Italia, nel 2020, è stata complessivamente pari a 71,3 miliardi di metri cubi, in riduzione di 3,2 miliardi di metri cubi (-4.3%) rispetto all’anno precedente; la copertura della domanda è stata garantita in gran parte dalle importazioni (per il 93%) e solo in piccola parte dalla produzione nazionale (per il 7%), che come abbiamo visto garantirebbe prezzi della materia prima molto più bassi. Dunque, per quanto riguarda il gas naturale, la nostra dipendenza dall’estero è oggi elevatissima.

Il fabbisogno energetico primario italiano (considerando anche trasporti, riscaldamento, etc.) è soddisfatto per il 40% dal gas naturale, per il 30% dal petrolio e appena per il 20% dalle rinnovabili. Il motivo è che i veicoli usano ancora derivati del petrolio e le rinnovabili italiane sono in gran parte fotovoltaico, che d’inverno dà un contributo relativamente modesto (i Paesi nordici privilegiano perciò l’eolico).

L’Italia è fra i Paesi dell’Unione Europea che pagano di più l’energia  

Dalle iniziative legislative prese in questi anni e dalla propaganda del Governo, potrebbe quindi sembrare che tutto vada bene e che gli italiani possano dormire sonni tranquilli. Se ci pensate, è quel che accade anche con il Covid: abbiamo il vaccino e il Green Pass, per cui l’Italia, ci dicono, “è un modello da seguire”. Peccato, però, che nel caso del Covid non siamo affatto un’isola felice ma, come mostrato dal prof. Luca Ricolfi [6], siamo a metà classifica fra i Paesi europei in quanto a morti per abitante; mentre, in campo energetico, già da molti anni siamo ai primissimi posti fra i Paesi UE che pagano l’energia (luce e gas) più cara, con ovvie conseguenze sia per le famiglie sia per l’industria e le piccole e medie imprese (PMI).

Infatti, come si vede dai grafici seguenti forniti da Eurostat [7], il nostro Paese è al primo posto fra i paesi dell’Unione Europea con il prezzo a kWh dell’elettricità più alto per i clienti non domestici (i prezzi – comprensivi di imposte e oneri vari – sono relativi alla prima metà del 2019, dunque al periodo pre-pandemia); mentre risulta essere al 6° posto per quanto riguarda il prezzo pagato dai clienti domestici, grazie alla presenza del Mercato a Maggior Tutela con le tariffe ultra-calmierate stabilite dall’Authority (ma anche questi clienti dovranno passare al mercato libero dal 1° gennaio del 2024, e allora verosimilmente, come vedremo più avanti, verranno raggiunte le primissime posizioni anche in questa classifica).

I Paesi UE che pagano di più l’elettricità – Clienti non domestici, come ad es. le industrie. (fonte: Eurostat)

I Paesi UE che pagano di più l’elettricità – Clienti domestici, cioè le famiglie. (fonte: Eurostat)

Per quanto riguarda, invece, il prezzo del gas naturale (sempre relativo al primo semestre 2019 e comprensivo di imposte e oneri vari), l’Italia è all’11° posto per il prezzo pagato dai clienti non domestici (in pratica, le industrie, le piccole e medie imprese, le attività commerciali, le partite Iva) ed al 4° posto per quanto riguarda il prezzo pagato dai clienti domestici (le famiglie) [8]. Insomma, siamo riusciti a far molto peggio rispetto a quanto fatto contro il Covid, se si considera che l’obiettivo principale della politica energetica di un Paese dovrebbe essere quello di far pagar meno l’energia alle famiglie e alle imprese, per ridurre la “mortalità” di queste ultime o comunque garantire una miglior “salute” sia alle attività che alle famiglie. Ma quali sono le ragioni di questi prezzi così esorbitanti?

I Paesi UE che pagano di più il gas naturale – Clienti domestici, cioè le famiglie. (fonte: Eurostat)

Va premesso che, come ben illustra l’istogramma mostrato di seguito, la distanza del prezzo dell’energia elettrica in Italia dal prezzo europeo (media EU28) per le piccole, medie e grande imprese è andata progressivamente riducendosi a partire dal secondo semestre del 2012. Il gap di prezzo fra l’Italia e altri Paesi dell’UE è in parte diminuito, negli ultimi anni, perché nel 2016 problemi di sicurezza hanno costretto a chiudere, per controlli, diversi reattori nucleari francesi, per cui la Francia ha smesso di esportare in mezz’Europa la corrente a basso costo e ha dovuto importare da mezz’Europa corrente ad alto costo. Gli effetti sui prezzi europei del kWh si sono subito fatti sentire con forti rincari.

Differenze di prezzo dell’elettricità fra l’Italia e l’UE. Il 2012 corrisponde al differenziale più alto dei prezzi dell’energia elettrica pagati dalle imprese italiane nel periodo considerato (2010-2017). (fonte: ENEA)

Le ragioni strutturali per cui l’Italia paga una bolletta energetica salatissima sono numerose, ma le più note sono due: la scarsa diversificazione degli approvvigionamenti (per fonti e Paesi) e il peso delle imposte e, soprattutto, degli “oneri” in bolletta. Infatti, nel caso della generazione elettrica non possiamo contare sul nucleare e, se non in minima parte, sul gas nostrano, mentre per le importazioni siamo costretti – evidentemente – a fornirci dai paesi confinanti. Nel caso del gas, grazie alla presenza di più gasdotti e dei rigassificatori (che accolgono gas proveniente anche da Paesi non confinanti) possiamo avere una maggiore scelta e spuntare quindi prezzi all’ingrosso più bassi, donde il miglior posizionamento in graduatoria.

Come si può vedere dai grafici sottostanti, l’Italia è: al 2° posto nell’UE per la quota delle imposte e degli oneri non recuperabili sul prezzo totale dell’energia elettrica per i consumatori non domestici; al 6° posto per quanto riguarda, invece, quelli domestici. Mentre, per quanto riguarda la quota delle imposte e degli oneri non recuperabili dai consumatori non domestici sul prezzo totale del gas naturale, il nostro Paese si pone a metà classifica; ma è al 4° posto, invece, per i consumatori domestici. Le posizioni italiane nella classifica UE per quanto riguarda il peso di imposte e oneri risultano, quindi, simili a quelle del prezzo totale, il che indica come la ragione principale della cattiva posizione sia proprio il peso di imposte ed oneri.

Percentuale di imposte e oneri nelle bollette elettriche dei Paesi UE – Clienti non domestici. (fonte: Eurostat)

Percentuale di imposte e oneri nelle bollette elettriche dei Paesi UE – Clienti domestici. (fonte: Eurostat)

Percentuale di imposte e oneri nelle bollette del gas dei Paesi UE – Clienti domestici. (fonte: Eurostat)

Riassumendo, industrie e PMI italiane pagano carissima l’elettricità, mentre le famiglie italiane pagano già ora molto cara sia luce che gas: infatti, industrie e PMI pagano per l’elettricità dei prezzi che sono da anni ben al di sopra la media dell’Unione Europea (UE), nonostante le nostre oltre 500 aziende di vendita dell’energia sul mercato libero. Viceversa, le famiglie con consumi medio-bassi pagano (per ora) un po’ meno della media dell’UE. Inoltre, in Italia si è generato un gap rilevante tra i prezzi pagati dai consumatori finali nei mercati al dettaglio ed i corsi delle relative materie prime sui mercati all’ingrosso.

Da cosa dipende il prezzo dell’elettricità alla Borsa elettrica?  

Per capire le altre cause dell’alto prezzo della bolletta energetica italiana, occorre entrare nel “sancta sanctorum” del mercato energetico italiano. Ma niente paura, tutto può essere spiegato in poche parole. Il cosiddetto “Prezzo Unico Nazionale” (PUN) è il prezzo di riferimento dell’energia elettrica rilevato sulla Borsa elettrica italiana. La formazione di tale prezzo è complessa, ma si può presumere che, al crescere della penetrazione delle fonti rinnovabili, il prezzo di vendita in Borsa dell’energia elettrica si ridurrà, con un vantaggio anche per il consumatore. Tuttavia, non si ridurrà quanto si può pensare a prima vista.

Infatti, alla Borsa elettrica – dove si forma il prezzo di circa i due terzi dell’energia elettrica venduta in Italia e grosso modo i tre quarti di quella destinata ai clienti a maggior tutela (i piccoli consumatori) – le offerte di energia elettrica vengono accettate in ordine di merito economico, cioè in ordine di prezzo crescente, fino a quando la loro somma in termini di kWh arriva a soddisfare la domanda. Il prezzo del kWh dell’ultimo offerente accettato (quindi quello più alto) viene attribuito a tutte le offerte (criterio del marginal price).

Il PUN è importante perché fa da riferimento alle tariffe elettriche proposte mensilmente dai fornitori ai clienti o potenziali tali. In pratica, il fornitore di energia guadagna perché al prezzo del PUN aggiunge un differenziale, o spread. In particolare, alcuni contratti con tariffa variabile offrono come, possibile tariffa, il “PUN + spread”. Ad esempio, uno “spread su PUN” di 0,0135 €/kWh vuol dire che devo aggiungere tale valore al PUN (espresso però in €/kWh!) per sapere la tariffa proposta per la componente energia.

In altre parole, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) rilevato sulla Borsa elettrica è il risultato di aste che coprono la richiesta di energia prevista, ora per ora, con l’elettricità offerta da vari operatori (Enel Energia, A2A, Acea, Sorgenia, etc.). Nelle aste si accetta, cioè si “dispaccia”, prima l’offerta più economica e poi, via via, i “pacchetti” più cari, fino a coprire tutto il fabbisogno. A determinare il prezzo orario che si applica a tutti gli impianti è però la fonte più cara selezionata. Le rinnovabili non programmabili, come solare ed eolico, sono offerte a prezzo zero, così da non rischiare di non essere selezionate: ciò avviene in accoglimento di una direttiva europea, ma in realtà non lo rischierebbero comunque, in quanto vento, sole, acqua, e fluido geotermico sono fonti energetiche a costo di funzionamento quasi nullo.

Pertanto, il meccanismo usato nella Borsa elettrica (e nelle borse europee) per fissare ogni giorno il costo dell’elettricità è uno dei veri colpevoli del caro-bolletta, sebbene sia uno dei più sconosciuti al grande pubblico. Poiché il meccanismo delle Borse elettriche prevede che il prezzo di vendita dell’energia sia determinato dall’impianto meno efficiente con cui si satura la domanda, se nell’esempio in figura una quota dell’offerta non venisse dall’eolico, per soddisfare tutta la domanda bisognerebbe ricorrere a impianti a combustibili fossili ancora più costosi, facendo salire il prezzo di vendita dei kWh [33]. Per sterilizzare questi effetti che accrescono il prezzo a MWh, bisognerebbe puntare ad es. su aste e su contratti a lungo termine con fonti rinnovabili (i cosiddetti Power Purchase Agreement, o PPA).

Il perverso criterio del prezzo marginale nella formazione del prezzo giornaliero alla Borsa elettrica, che fa piacere ai produttori ma molto meno al consumatore finale (fonte: G.B. Zorzoli / Quale Energia)

Nel frattempo, il prezzo del gas naturale determina (e determinerà ancora in futuro) il “fattore di carico” con cui la generazione a gas può essere (e verrà) utilizzata. Anche il numero dei rigassificatori presenti giocherà un ruolo. D’altra parte, il gas naturale è usato come fonte per la generazione di picco di energia elettrica al fine di soddisfare i carichi di raffreddamento in estate e quelli di riscaldamento in inverno. Dunque è importante cercare di stabilire dei solidi modelli di analisi dei possibili prezzi futuri a MWh dell’elettricità basati sulla cosiddetta “co-integrazione” dei due prezzi (vedremo più avanti cosa esattamente significa) come strumenti decisionali anche per lo scambio di materie prime energetiche.

Quali sono le cause del prezzo così alto dell’elettricità in Italia?  

Le cause che influiscono sul prezzo elevato dell’energia elettrica nel nostro Paese sono, come dicevamo, numerose. Ora le analizzerò brevemente, sebbene non necessariamente in ordine di importanza. La prima causa è il mix squilibrato e limitato delle fonti energetiche disponibili, poiché in Italia esso è giocoforza limitato per l’assenza del nucleare e, d’altro canto, le fonti fossili (sostanzialmente il gas naturale) sono ancora molto rilevanti nel mix energetico nazionale e contribuiscono oggi alla formazione del prezzo sulla Borsa elettrica nonostante la crescente quota delle rinnovabili.

Inoltre, a causa del riscaldamento globale che ha portato a temperature più alte, vi è stata negli ultimi anni una minore disponibilità della generazione idroelettrica nazionale, sostituita dalla più costosa produzione delle centrali a gas, i cui costi sono molto legati all’andamento del mercato del metano ed a fattori geopolitici. Così l’aumento autunnale dei prezzi all’ingrosso del gas in tutta Europa dovuto alla domanda per il riscaldamento spinge ogni anno a far innalzare stagionalmente i prezzi elettrici. Una tendenza al rialzo su cui si innesta quella a più lungo termine dovuta all’uso crescente del gas per la transizione energetica.

La seconda causa, come abbiamo visto in precedenza, è la dipendenza dall’estero per quanto riguarda le materie prime energetiche: gas naturale, carbone, petrolio, etc. (ricordo che il petrolio viene usato per produrre i carburanti e, soprattutto in passato, veniva usato nella produzione termoelettrica tramite un suo noto distillato, l’olio combustibile). Inoltre, circa il 90% dell’elettricità consumata nel nostro Paese è di produzione nazionale, ma la restante parte arriva dalla Svizzera, dalla Francia e, in misura minore, da Slovenia e Austria. Si noti che, eccetto l’Austria, tutti questi Paesi posseggono centrali nucleari.

La terza causa – ma, come abbiamo visto dai dati di Eurostat, in realtà fino a qualche anno fa la prima per importanza fra tutte – è rappresentata dal peso elevato delle imposte e degli oneri non recuperabili. Questi ultimi, in particolare, sono una zavorra notevolissima nella nostra bolletta energetica. Si tratta di alcune componenti addizionali previste per legge, il cui gettito è destinato a finalità particolari. Sono i cosiddetti “oneri di sistema”, che incidono per una parte assai rilevante del costo totale lordo di un utente.

Andamento semestrale del peso delle 4 componenti della bolletta elettrica delle piccole imprese italiane nel periodo 2013-2017. Si noti come la componente energia (in colore azzurro) sia inclusa, nelle nuove bollette, nei cosiddetti “servizi di vendita” (in colore viola). La componente A3 è a copertura degli incentivi alle fonti rinnovabili ed a quelle “assimilate”, che sono non rinnovabili e inquinanti. Come si vede, gli “oneri” nel loro complesso (oggi indicati con una marea di nuove sigle per confondere ulteriormente il povero consumatore) pesano sempre più sulla bolletta elettrica delle piccole imprese. (fonte: ENEA)

Essi compaiono sotto varie forme in una bolletta elettrica, essendo composti da: una quota energia (euro/kWh), una quota potenza (euro/kW/anno), ed una quota fissa (euro/anno). La percentuale della spesa per gli oneri di sistema in una bolletta della luce è molto aumentata negli ultimi 15 anni, fino ad arrivare in certi periodi al 25% della spesa totale e ad attestarsi, ad oggi, intorno al 20%.

Gli oneri di sistema sono la somma di numerosi componenti: oneri per il decommissioning delle centrali nucleari; incentivi alle fonti rinnovabili (Conto Energia, “tariffa onnicomprensiva”, etc.); agevolazioni tariffarie per il settore ferroviario; ricerca di sistema; agevolazioni alle industrie energivore; oneri per il bonus elettrico; imprese elettriche minori; promozione dell’efficienza energetica (ad es. attraverso il meccanismo dei Certificati Verdi); enti locali che ospitano impianti nucleari. Insomma, una varietà di voci da retribuire lautamente che ricalca vagamente lo schema delle accise sulla benzina.

La più consistente di queste componenti è quella destinata a promuovere la produzione di energia da fonti rinnovabili e “assimilate”. Oltre agli oneri generati direttamente dagli incentivi statali, questa componente serve a coprire anche i costi di funzionamento del Gestore dei Servizi Energetici (GSE, anche se poi contattarlo per avere delle informazioni è una vera impresa), per la copertura dei costi per i Certificati Verdi, di quelli per le agevolazioni per le connessioni alla reti di distribuzione, etc.

In realtà, però, gran parte di questa componente non è stata usata per compensare i produttori di rinnovabili, bensì per pagare i produttori di energia da fonti “assimilate” non rinnovabili e inquinanti (facendo dunque un grosso favore all’ex monopolista, l’Enel, che come visto in precedenza ha nel suo mix energetico tali fonti): oggi centrali elettriche a ciclo combinato alimentate con il metano o il gas ottenuto dalla gassificazione dei residui di raffineria, termovalorizzatori connessi agli inceneritori di rifiuti, etc. Perciò, l’Italia è stata sottoposta a procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea e condannata, per cui ognuno può oggi chiedere la restituzione di tale somma illecitamente pagata. Naturalmente, va da sé che in un Paese “normale” la restituzione sarebbe automatica, ma non è il caso nostro.

Per dare un’idea migliore di questa situazione scandalosa che perpetua un andazzo, in voga in Italia da tempo, di elargire benefici sostanzialmente “ad aziendam”, posso citare una rivista di settore, Quale Energia, che nell’articolo “Tutto per Enel il ‘regalo’ alle centrali a olio combustibile” [32] sintetizza così la sostanza dell’ennesimo “favore” all’epoca concretizzatosi: “Circa 250 milioni di euro prelevati (in modo spalmato) dalle bollette degli italiani per rendere solo disponibili dal 1° gennaio al 31 marzo 2013, e con un preavviso di 48 ore, la produzione di vecchie e inquinanti centrali a olio combustibile, ormai obsolete. Obiettivo ufficiale è ‘fronteggiare un’eventuale emergenza gas’ (come quella verificatasi nell’inverno 2011). Dall’elenco dell’Authority, però, risulta che il ‘monopolista’ di questi impianti è Enel”.

Una vecchia centrale a olio combustibile dell’Enel, usata in emergenza per alleggerire il peso sulle scorte di gas nel periodo invernale. Dal 1° settembre 2017, gli impianti termici civili a olio combustibile sono fuorilegge, perché dannosi per la salute (sebbene lo siano pure quelli a carbone, di cui l’Enel ne possiede ancora diversi), oltre ad avere – in tempi “normali” – un costo di esercizio più alto rispetto al gas naturale.

Ogni eventuale parallelo fra questo regalo fatto alle lobby del petrolio e dell’energia con i più recenti “favori” fatti dal Governo alle lobby farmaceutiche – miliardi e miliardi spesi per i vaccini anti-Covid, indicazione persistente della tachipirina (che guarda caso era già prima il farmaco più venduto in Italia) nelle linee guida nonostante sia ormai noto dalla letteratura che è controindicata per il Covid, pressione per l’acquisto di costosissimi anticorpi monoclonali che poi non sono stati utilizzati, autorizzazione di antivirali dal costo esorbitante quando sarebbero disponibili principi attivi economici che in studi controllati randomizzati hanno funzionato meglio, etc. – è il classico “a pensar male si fa peccato ma…”.

Altre cause che influiscono sull’elevato prezzo dell’elettricità in Italia sono le seguenti: (1) il fatto che alcune aziende elettriche lavorino in modo speculativo su un mercato derivato dell’elettricità; (2) gli sconti in bolletta per l’industria “interrompibile” per la sicurezza del sistema elettrico; (3) la crescita dei costi di produzione delle centrali elettriche che devono marciare anche se inefficienti o vecchie perché ritenute indispensabili per garantire la sicurezza del sistema in determinate aree del Paese.

Inoltre, in Italia abbiamo elettrodotti inefficienti che contribuiscono a rendere l’energia elettrica più cara. I “no” dei comitati Nimby contro la posa di nuove infrastrutture e ricorsi ai TAR paralizzano molti investimenti di Terna sulle linee di alta tensione. Ciò costringe buona parte del sistema elettrico a funzionare con vecchie reti inadeguate, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Al tempo stesso, lo sviluppo di reti elettriche più “smart” delle attuali comporterà investimenti e conseguenti oneri tariffari aggiuntivi.

Infine, il mercato libero in questi anni non ha fatto calare le bollette delle famiglie italiane, anzi per queste ha causato esattamente l’effetto opposto; e pure per le industrie italiane la situazione è pessima, visto che nonostante il mercato libero pagano ancora l’elettricità più cara che il resto d’Europa. Anche le piccole imprese italiane hanno, da anni, l’elettricità più cara d’Europa. In particolare, l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata periodicamente dall’ENEA illustra bene il differenziale storico del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia rispetto ai principali Paesi europei nel periodo 2010-17.

Le piccole imprese italiane (curva tratteggiata) hanno da anni l’elettricità più cara d’Europa. (fonte: ENEA)

La liberalizzazione del mercato non ha migliorato la situazione per famiglie, partite Iva e PMI  

Dal 1° luglio 2007, in Italia il mercato dell’energia è completamente liberalizzato, e ciò – secondo le dichiarazioni dell’epoca che accompagnarono il decreto Bersani, che introdusse tale liberalizzazione – avrebbe dovuto favorire la concorrenza e, di conseguenza, il calo dei prezzi. Ciò, però, in generale non è avvenuto, come vedremo, nonostante non vi fosse ancora l’obbligo del passaggio al mercato libero, e quindi vi fosse un forte stimolo, per i fornitori, a offrire ai clienti tariffe convenienti.

Come evidenziato già nel prezioso documento del 2015 “Monitoraggio Retail: Rapporto annuale 2012-13” redatto dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (all’epoca chiamata AEEGSI, oggi ARERA) – ovvero dal massimo organismo pubblico in materia esistente in Italia – nel settore delle utenze elettriche domestiche il Mercato Libero è risultato essere molto più caro di quello a Maggior Tutela, cioè con tariffe fissate dall’Autorità: infatti, già nel periodo 2012-13, per i clienti domestici il Mercato Libero costava, in media, il 15-20% in più del Mercato tutelato, e una situazione simile si è riscontrata per le piccole attività.

Il citato Rapporto dell’Autorità per l’energia sintetizza, per gli anni 2012 e 2013, gli esiti dell’attività di monitoraggio della clientela di massa (“retail”) svolta da tale organismo nell’ambito dell’attività di regolare e sistematica osservazione delle condizioni di funzionamento del mercato della vendita al dettaglio di energia elettrica e di gas naturale. Le evidenze riscontrate in materia di struttura dell’offerta e dinamiche concorrenziali nel settore della vendita alla clientela di massa hanno indicato che “la maturità e la concorrenzialità del mercato ha raggiunto livelli disomogenei nei due settori – elettricità e gas – e, nell’ambito di ciascun settore, difformi per tipologia di cliente”.

In particolare, nel settore elettrico, l’analisi ha evidenziato “condizioni concorrenziali uniformi sul territorio nazionale ma assai disomogenee per le varie tipologie di clienti”. Infatti, l’attività di vendita ai clienti in “Media Tensione altri usi” – cioè ai clienti più energivori, come l’industria e le grandi e medie imprese – è risultata caratterizzata da condizioni di effettiva concorrenza, come desumibile dagli indici di concentrazione e dalla frequenza con cui i clienti cambiano fornitore (cioè fanno il cosiddetto “switch”). Inoltre, come evidenzia il rapporto dell’Autorità per l’energia, la dinamicità dei clienti in “Media Tensione altri usi” è risultata essere più intensa rispetto agli altri clienti analizzati: nel solo 2013, i passaggi tra modalità di fornitura operati da tali clienti sono stati pari a circa il 27,3% del totale.

Dal citato rapporto dell’Authority sono emerse invece indicazioni di segno opposto circa il grado di concorrenzialità nell’attività di vendita ai clienti connessi in Bassa Tensione (BT), che comprendono i clienti domestici ma anche le piccole imprese e partite Iva (ovvero i clienti cosiddetti, in gergo, “Bassa Tensione altri usi”). In particolare, secondo il rapporto, i risultati dell’analisi svolta dall’Autorità circa le condizioni di fornitura di energia elettrica ai clienti domestici possono essere sintetizzate come segue:

  • In primo luogo, il servizio di Maggior tutela costituiva la modalità di fornitura prevalente per tale tipologia di clienti finali: il 75% dei clienti domestici, nel 2013, preferiva tale modalità di approvvigionamento rispetto alle alternative disponibili sul mercato libero;
  • In secondo luogo, il fenomeno dei rientri nel servizio di Maggior Tutela, da parte di clienti finali che in precedenza si approvvigionavano sul mercato libero, presenta dimensioni non trascurabili: per ogni 7 clienti domestici che hanno lasciato il servizio di Maggior Tutela nel 2013, uno vi è rientrato;
  • In terzo luogo, gli esercenti del servizio di Maggior Tutela apparivano ancora godere, rispetto ai loro concorrenti, di un certo vantaggio nel “convincere” i clienti domestici a rifornirsi alle loro condizioni nel mercato libero. Infatti, il rapporto evidenzia che quasi il 60% dei clienti che rinunciano al servizio di Maggior Tutela in favore della fornitura sul mercato libero sceglie di approvvigionarsi dal venditore che in precedenza forniva il servizio di Maggior Tutela (o da un venditore appartenente al gruppo societario del medesimo esercente).
  • In quarto luogo, si è osservato che il primo operatore del settore elettrico deteneva, relativamente al biennio analizzato, una quota di mercato prossima al 50% delle vendite a clienti finali domestici del mercato libero ed i principali tre operatori detenevano una quota superiore al 70%. “Tali livelli di concentrazione (v. la tabella seguente)”, spiegava il rapporto dell’Authority, “qualora trovassero conferma anche a seguito della progressiva riduzione del numero di clienti forniti nel servizio di Maggior Tutela, potrebbero risultare critici con il dispiegarsi di una effettiva concorrenza”.

  • Infine, secondo il rapporto dell’Authority vi sono evidenze che, in media, i clienti elettrici domestici che si approvvigionano sul mercato libero pagano un prezzo di fornitura maggiore di quello che pagherebbero nel regime di Maggior Tutela. Nel 2013, i prezzi medi rilevati nel mercato libero, con riferimento alla sola quota relativa ai costi di approvvigionamento, vendita e margine di commercializzazione, risultavano superiori a quelli del servizio di Maggior Tutela di un intervallo compreso tra il 15% e il 20%. Evidentemente, una pessima notizia!

Differenza di costi dell’elettricità fra mercato libero e in Maggior Tutela per i clienti domestici a 5-6 anni di distanza dalla liberalizzazione: il mercato libero è risultato essere del 15-20% più caro. (fonte: Arera)

Una situazione simile a quella riscontrata per il mercato elettrico al dettaglio si è osservata anche per il gas naturale, dove: (1) i clienti domestici ed i condomini sono risultati pagare il gas in media di più sul mercato libero che non su quello a maggior tutela (v. figura seguente); si nota una elevata concentrazione della clientela presso pochissimi fornitori (peraltro in parte diversi da quelli dominanti nel caso dell’energia elettrica, come si può notare confrontando le due tabelle).

Perché l’obbligo del passaggio al mercato libero peggiorerà la situazione

Riassumendo, la stessa Authority per l’energia ha trovato (e dunque ammesso) che i clienti domestici, le partita Iva e le PMI che passano al mercato libero finiscono per pagare luce e gas di più rispetto al mercato a maggior tutela. E non è che per le industrie e le grandi imprese energivore la situazione sia in realtà molto più rosea. Me ne accorsi qualche anno fa, quando grazie a un amico potei disporre delle bollette elettriche di numerose SpA e grosse Srl del settore manifatturiero grandi consumatrici di elettricità.

Le sottoposi quindi a un’analisi comparata (vedi tabella), misurando lo spread da loro pagato rispetto al prezzo dell’elettricità sulla Borsa elettrica (nel mese al quale la singola bolletta si riferisce). Ciò che scoprii, come mostrato chiaramente dalla figura, è che vi è una differenza enorme nello spread pagato dalle varie aziende. In un caso, l’azienda pagava il 42% in più rispetto al prezzo della Borsa elettrica, in un altro il 36% di più, e così via. Solo 4 aziende su 10 pagavano uno spread inferiore all’11%! Il che la dice lunga sulla (in)capacità anche delle grosse aziende di scegliere il fornitore e il tipo di contratto giusti.

I prezzi pagati per l’elettricità da 10 aziende italiane energivore a confronto (i nomi di aziende e fornitori luce sono stati omessi per ovvie ragioni di riservatezza). Il PUN (Prezzo Unico Nazionale) è il prezzo di riferimento dell’energia elettrica rilevato sulla borsa elettrica italiana (IPEX, Italian Power Exchange). (fonte: elaborazione dell’Autore su dati forniti dalle aziende stesse attraverso le bollette)

In realtà, per un non esperto è assai difficile effettuare confronti tra i fornitori, o anche solo “leggere fra le righe” di un’offerta luce o gas, per non parlare del relativo contratto da firmare con le clausole scritte in piccolo. Così, scoprire le informazioni nascoste, quelle ingannevoli e le cose che non vanno può, perfino per un ingegnere (figure di cui molte delle aziende da me analizzate erano “imbottiti”), risultare assai arduo, se egli non è addentro a tali tematiche e non ha la necessaria esperienza.

Poche persone – al di là degli “addetti ai lavori”, ovviamente – sanno che il confronto fra due o più fornitori di luce (o, analogamente, di gas) si può fare solo se: (1) le loro offerte hanno lo stesso tipo di indicizzazione (ad es. sono tutte indicizzate al PUN); (2) si conoscono i costi fissi mensili applicati da ciascuno di essi, che comprendono, nel caso dell’energia elettrica, il Prezzo di Commercializzazione e Vendita (PCV) stabilito dall’Authority (una componente tariffaria che copre le spese di gestione commerciale dei clienti), a cui si possono sommare altri costi fissi, questa volta stabiliti dal fornitore, magari con una certa “fantasia” (ad es. “energia con garanzia d’origine green”, con riferimento alle fonti rinnovabili).

Dunque, in pratica un primo fornitore luce (A) potrebbe offrire, ad esempio, l’elettricità a 230 €/MWh (ovvero equivalente a 0,23 €/kWh) più un costo fisso mensile pari a 12 €/mese, mentre un secondo fornitore (B) potrebbe offrirla a 0,30 €/kWh più un costo fisso mensile pari a 6 €/mese. Quale dei due fornitori è più conveniente per la famiglia media (2.700 kWh annui), A o B? Beh, se si fanno tutti i conti (v. figura), si scopre che il fornitore B risulta “a sorpresa” di circa il 15% più economico rispetto al fornitore A, nonostante il prezzo della materia prima fosse ben più alto rispetto a quello applicato dal fornitore A! Quindi, vi ho svelato uno dei tanti ed efficaci trucchi usati dai fornitori per ingannare il consumatore.

In realtà – e qui arriviamo a un altro punto chiave della questione – il mercato libero non è sempre meno conveniente rispetto al mercato tutelato. Infatti, sul mercato libero il consumatore è libero di scegliere un prezzo fisso (sia pure per la sola componente energia) piuttosto che un prezzo variabile (ad es. indicizzato al PUN più uno spread diverso da fornitore a fornitore) e viceversa, a seconda delle proprie esigenze di consumo (un po’ come succede con i mutui, dove si può scegliere fra tasso fisso o tasso variabile, ovvero indicizzato all’Euribor più uno spread); mentre nel mercato a Maggior tutela c’è solo il prezzo variabile.

Di conseguenza, quando i prezzi dell’energia scendono, la Maggior tutela risulta più conveniente del mercato libero: viceversa, in caso di salita dei prezzi, si avvera esattamente il contrario. Le offerte luce e gas a prezzo fisso sono dunque di solito dedicate alle utenze alimentate in bassa e media tensione dei clienti che vogliono pagare sempre lo stesso prezzo coprendosi dal rischio di rialzi, ad es. come conseguenza dell’aumento del prezzo del gas sui mercati internazionali.

La prima schermata di un comparatore di offerte luce realizzato dall’Autore con un foglio Excel. Nel caso di offerte biorarie o multiorarie il confronto è un po’ più laborioso, ma occorre sempre tener conto sia del costo della componente energia nelle varie fasce sia dei costi fissi mensili (che invece molti ignorano!).

Tuttavia, questa possibilità di scelta – e di conseguente risparmio – è vera solo sulla carta, perché il cliente medio (in particolare quasi tutte le famiglie e le piccole attività, ma anche molte PMI) non ne è, in generale, a conoscenza (gli agenti dei fornitori guadagnano pochi euro a contratto, sono formati con corsi di 2 ore e tendono a perdere meno tempo possibile con i clienti), né è minimamente in grado di fare delle previsioni sui prezzi futuri dell’energia, che oltretutto presentano una forte componente stagionale, la quale falsa la percezione e si riflette nel prezzo fisso offerto nel mese della stipula, che rimane “blindato” per tutta la durata della fornitura (tipicamente annuale, ma può essere anche per 24 mesi, cioè 2 anni).

Con un prezzo fisso, il cliente si mette al riparo dalle oscillazioni dei prezzi all’ingrosso dell’energia. D’altra parte, le offerte indicizzate al PUN (+ spread) sono “di base” più economiche di quelle a prezzo fisso non solo perché il venditore non deve aggiungere al prezzo dell’energia un extra-margine per accollarsi il rischio di oscillazione dei prezzi, ma anche perché acquistare energia quotata al PUN non richiede che intermediari finanziari si collochino nel mezzo, cosa non possibile nel caso di quotazioni a prezzo fisso (o di altri tipi di indici), dove gli intermediari finanziari elaborano appositi strumenti per bloccare il prezzo.

Per esempio, in un’offerta indicizzata uno “spread su PUN” di 0,0135 €/kWh vuol dire che devo aggiungere tale valore al PUN (in €/kWh!) per sapere la tariffa proposta dal fornitore per la (sola) componente energia della bolletta. Supponiamo ad es. che il PUN in un determinato mese sia di 55,32 €/MWh. Per conoscere il suo valore espresso in €/kWh, lo dividiamo per 1000, ottenendo 0,05532 €/kWh (che è pari a 5,53 centesimi a kWh). Pertanto, nell’esempio suddetto, la tariffa in bolletta per la componente energia sarà uguale a Pe = 0,05532 + 0,0135 = 0,06882 €/kWh (pari, evidentemente, a 6,88 centesimi a kWh).

Sebbene ormai, dopo la riforma tariffaria, la componente energia pesi per meno del 50% sul totale fatturato in bolletta, la scelta tra prezzo fisso e prezzo variabile è una scelta difficile ma importante per ogni consumatore, tanto più se energivoro. Per non parlare della scelta fra tariffe monorarie, biorarie e multiorarie rese possibili dai contatori elettronici di ultima generazione, che rendono le decisioni del consumatore in tema di contratto luce e gas difficili quasi quanto il superare un esame scolastico, specie se si è in presenza di venditori scorretti, disinformati o poco professionali.

Pertanto, l’abolizione del mercato a maggior tutela non potrà fare altro che peggiorare le cose sia per le famiglie (che saranno costrette a passare al mercato libero entro il 1° gennaio 2024) sia per le “piccole attività” (PMI con un numero di dipendenti inferiore a 50 e un fatturato annuo di massimo 10 milioni di euro), che invece avevano come scadenza per il passaggio il 1° gennaio 2021. Infatti, senza più il mercato a maggior tutela con le tariffe fissate dall’Authority, i fornitori del mercato libero possono avere “campo libero” sulle tariffe, sapendo che pure i clienti più recalcitranti non avranno purtroppo alternative.

L’obbligo del passaggio al mercato libero vs. l’obbligo vaccinale tramite Green Pass

Forse i lettori più attenti si staranno chiedendo perché mai imporre l’obbligo del passaggio al mercato libero per famiglie, partite Iva e PMI, dal momento che loro non ne beneficiano (verosimilmente perché non hanno le competenze necessarie per scoprire gli innumerevoli tranelli posti loro dai fornitori). Ebbene, non ho una risposta, poiché qualsiasi persona sana di mente (e non in conflitto di interessi) sulla base delle evidenze rinuncerebbe ad imporre l’obbligo a queste categorie, mantenendo lo status quo, cosa peraltro fatta in passato su richiesta del M5S “di non esporre le famiglie al rischio di un incontrollato aumento dei prezzi”. In fondo, chi vuole passare al mercato libero può già farlo, perché obbligarci?

Inoltre, è interessante notare che si può fare una sorta di parallelo fra l’obbligo del passaggio al mercato libero di queste categorie (“deboli” per la loro incapacità di scelta) e l’obbligo surrettizio alla vaccinazione rappresentato dal Green Pass (anch’esso rivolto a categorie “deboli”, ma nel senso che non hanno scelta). In entrambi i casi, le intenzioni iniziali erano buone, sembravano strumenti saggi. Poi, però, in ambedue i casi i fatti hanno smentito le dichiarazioni delle Autorità, ma nessuno ha avuto il coraggio non dico di fare retromarcia, ma anche solo di applicare delle restrizioni, di alimentare un serio dibattito pubblico sul tema valutando quantitativamente rischi e benefici sui vari versanti (salute, economia, psiche, etc.)

Nel caso del Green Pass, sappiamo che ha tre grossi punti deboli: (1) induce un falso senso di sicurezza, che porta le persone ad allentare le normali precauzioni; (2) non spinge a vaccinarsi, ma anzi sembra avere l’effetto opposto, se si fa un confronto a livello europeo [3]; (3) è epidemiologicamente pericoloso, in quanto è un vero e proprio “lasciapassare” per il virus, dato che i vaccinati sono meno infettivi dei vaccinati solo per 4 mesi e mezzo (v. la parte più chiara del grafico), mentre per la restante metà dei 9 mesi di validità del Green Pass – che per questo motivo è stata, alcuni giorni fa, tardivamente portata a 6 – i vaccinati infettano più (o almeno quanto) i non vaccinati [23]; [4] impatta molto sugli under 50, la popolazione in età lavorativa che non contribuisce quasi per nulla all’“emergenza”, poiché oltre il 99% dei morti per Covid sono – in assenza di vaccinazione – over 50, di cui per la maggior parte anziani con una o più comorbidità.

L’efficacia del vaccino Pfizer (contro l’infezione) nei vaccinati rispetto ai non vaccinati, come trovata dallo studio di Chemaitelly et al. [26]. L’asse orizzontale mostra i 9 mesi di durata del Green Pass, quale era fino a pochissimo tempo fa (per molto tempo è stata addirittura di 12 mesi). Come si vede, i vaccinati sono meno infettivi dei vaccinati per 4 mesi e mezzo (parte più chiara del grafico), mentre per la restante metà della validità del Green Pass i vaccinati infettano più (o almeno quanto) i non vaccinati, come mostrato dalla parte più scura del grafico. I dati relativi ai mesi 8 e 9 sono una estrapolazione ottimistica, poiché quei mesi non sono analizzati dallo studio. (fonte: elaborazione dell’Autore su dati della Tabella S11 [26]) 

La verità è che la “caccia alle streghe” ai non vaccinati ha distratto dalle vere priorità. Un recente report dell’Università Cattolica stima che oltre 3 ricoveri su 4 tra i vaccinati (il 76%) e addirittura 7 su 10 in terapia intensiva si sarebbero potuti evitare se le persone vaccinate da oltre 5 mesi avessero ricevuto la terza dose [31]. Un ritardo, evidentemente, che non si può che definire “colpevole”. In altre parole, le Autorità – forse per una scarsa competenza matematica – ancora una volta non hanno saputo capire quali erano i fattori più importanti su cui agire e quale fosse il timing giusto per farlo. Ciò era già accaduto nella prima fase della pandemia, come spigato nel libro La notte delle ninfee [27], ed era costato forse ancora più morti.

Quindi uno si aspetterebbe che, preso atto della realtà dei fatti, il Green Pass venisse abolito, o quanto meno non imposto ai giovani, che ormai secondo numerose analisi indipendenti risultano avere un rapporto rischi-benefici sfavorevole con i vaccini anti-Covid attuali [24, 25]. Analogamente, uno si aspetterebbe che si rinunciasse all’obbligo del passaggio al mercato libero per famiglie, partite IVA e PMI, visto che per questi soggetti non vi sono vantaggi, se non – evidentemente – per le lobby dell’energia, che a parità di consumi potranno far pagare di più alla maggior parte dei clienti, che sono del tutto inesperti.

Lascio al lettore l’ulteriore analogia fra gli interessi in gioco per la vaccinazione di massa e quelli per il passaggio al mercato libero. Nel primo caso, l’autorità (AIFA, Ministero della Salute) che dovrebbe essere indipendente sembra comportarsi come il miglior rappresentante delle case farmaceutiche, senza peraltro che ve ne sia alcun motivo apparente, visto che le altre “armi” disponibili contro il Covid sarebbero parecchie, se solo si fosse voluto prenderle in considerazione; nel secondo caso, invece, sono l’Authority dell’energia e il Ministero dello Sviluppo Economico che sembrano non fare gli interessi di cittadini e delle piccole attività e imprese. Insomma, in entrambi i casi le Autorità si sono intestardite passando, di fatto, dalla ragione al torto e, nel primo caso, si sono separate dalla scienza, nel secondo dalla logica.

Sia nel caso dell’obbligo surrettizio alla vaccinazione tramite Green Pass sia in quello dell’obbligo al passaggio libero, l’impatto su larghe fasce della popolazione italiana è enorme: di natura economica, sociale e psichica nel primo caso, soltanto (si fa per dire) economica nel secondo. Inoltre, sia nella lotta contro il Covid sia in quella contro il caro-bollette si è sempre alla ricerca di un capro espiatorio, individuato – rispettivamente – nei non vaccinati ed in cause “esogene”, magari definite contingenti; ma i dati mostrano che i maggiori “untori” in Italia, in questo momento, sono i vaccinati per i quali sono passati più di 5 mesi dalla seconda dose, mentre il caro-bollette italiano dipende da scelte errate della politica e del regolatore, per cui ora il “conto” da pagare (ad es. per i risultati dei referendum su nucleare e trivelle e per la mancanza di una politica energetica seria e, per molti anni, perfino di un Piano energetico) è davvero salato.

La riforma delle tariffe elettriche: una stangata per le famiglie passata sotto silenzio 

La liberalizzazione del mercato dell’energia non è stata, però, l’unica idea partorita dalle Autorità ad avere appesantito il bilancio economico annuale delle famiglie italiane, già svantaggiate dalle tariffe fra le più alte d’Europa. Infatti, non tutti i lettori sono probabilmente al corrente della più che discutibile riforma delle tariffe elettriche, che ha interessato i circa 30 milioni di utenti elettrici domestici italiani, e che ha previsto tre step progressivi – partiti il 1° gennaio 2016 – per arrivare il 1° gennaio 2019:

  • alla totale eliminazione della “progressività” (che permetteva in precedenza a chi consumava meno di pagare di meno, logica alla base del risparmio energetico);
  • allo spostamento degli oneri di rete e di sistema dalla parte variabile della bolletta a quella fissa, cioè che non varia in base al consumo, con grave penalizzazione per i bassi consumi e per le seconde case (oltre che per le rinnovabili).

La riforma delle tariffe elettriche per gli utenti domestici, partita il 1° gennaio del 2016, è stata attuata dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (oggi Arera, all’epoca AEEGSI) come recepimento della Direttiva Europea 2012/27/UE sull’efficienza energetica. Essa prevedeva, entro il 31 dicembre 2017, il completo superamento della “struttura progressiva” della tariffa per il trasporto dell’energia elettrica, la gestione del contatore e degli oneri di sistema che troviamo nelle nostre bollette.

La “struttura progressiva” era stata introdotta negli anni ’70, in periodo di “austerity”, e prevedeva un costo unitario dell’energia elettrica che aumentava per scaglioni all’aumentare dei consumi; ciò ha consentito, a suo tempo, di stimolare un’ampia diffusione degli elettrodomestici essenziali per il benessere delle famiglie e di disincentivare gli sprechi di energia elettrica, ed oggi – secondo la “scusa” ufficiale o ufficiosa con cui l’ha giustificata il regolatore – poteva essere ostacolo all’uso delle più moderne soluzioni per la climatizzazione ambiente e per la ricarica delle auto elettriche.

Le vecchie tariffe D1, D2 e D3. Si noti la progressività con i consumi della vecchia tariffa D2, che incentivava il risparmio. Ai clienti domestici erano applicate le tariffe D2 (se gli utenti erano residenti e la potenza contrattuale non era superiore a 3 kW) e la tariffa D3 (applicata alle “seconde case” ed a chi aveva un contatore di potenza superiore a 3 kW). La D1 era riservata alle utenze domestiche con pompe di calore.

L’idea dietro la riforma era che le soluzioni tecnologiche innovative – quali le pompe di calore elettriche e le auto elettriche – comportano grandi benefici in termini di incremento della sostenibilità ambientale (riduzione dei consumi di energia primaria, riduzione dell’inquinamento, aumento del peso delle fonti rinnovabili, etc.), ma in passato sono risultate economicamente non competitive per via della tariffazione progressiva che produceva incrementi molto rilevanti nella spesa energetica.

In pratica, a fronte di una netta riduzione dei consumi di energia primaria (23-25%) ottenuta con l’uso di queste nuove tecnologie, la tariffazione progressiva produceva incrementi molto rilevanti nella spesa energetica totale in Euro (34-53%), rendendole palesemente antieconomiche. La soluzione adottata dall’Unione Europea e recepita dall’Italia, tuttavia, penalizza fortemente le famiglie più povere, che sono sostanzialmente quelle che non possono né permettersi le nuove tecnologie (per gli elevati costi di installazione) né spese più elevate per via dei loro bassi consumi (al fine di risparmiare).

In pratica, con la riforma scattata nel gennaio 2017 (delibera 582/2015/R/eel), l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha stabilito una nuova tariffa TD per i servizi di rete, quindi relativi al trasporto e alla distribuzione dell’energia elettrica, spostati sulla parte fissa: quello che comporta la riforma è dunque che i costi di rete risultano pagati semplicemente per la potenza impegnata e non più in base ai kWh consumati dal cliente. Un’assurdità evidente e di fatto un fardello ulteriore per molti, ma così è.

Gli effetti per gli utenti domestici della riforma delle tariffe elettriche. Come si vede, con la riforma chi ci ha rimesso di più sono i soggetti che consumano poco: poveri, single, proprietari di seconde case, etc.

Pertanto, da gennaio 2017 non esistono più le vecchie tariffe D2 e D3, ma si ha un’unica tariffa TD per i servizi di rete: la TD si applica a tutti i clienti domestici, eliminando la distinzione tra clienti residenti e non residenti ed abolendo gli scaglioni di consumo. In precedenza, invece, erano previste delle “tariffe” (cioè costi non fissi bensì variabili e proporzionali al consumo) regolate dall’Autorità più alte per le seconde case rispetto a quelle per gli immobili dove l’intestatario della bolletta era residente.

Perché la riforma è stata fatta nel modo sbagliato e favorendo le lobby  

L’effetto esplosivo della riforma in questione sulla spesa di una famiglia – riforma che avrebbe avuto un senso se fosse stata attuata tutelando le fasce deboli della popolazione, cosa che non è affatto successa! – lo si vede già particolarmente bene sulle seconde case, tipicamente caratterizzate da bassi consumi perché abitate solo per poco tempo nell’arco dell’anno, e che oltretutto difficilmente userebbero le pompe di calore per il riscaldamento invernale, quand’anche fossero case di montagna.

Infatti, come previsto dalla riforma decisa dall’Autorità per l’energia, dal 1° gennaio 2017 i clienti domestici non residenti devono pagare circa 20 euro al mese di base, anche senza avere consumi, come di solito si verifica per gran parte dell’anno nelle seconde case, spesso abitazioni al mare o in montagna. Così non stupisce che un utente abbia segnalato di aver notato un aumento di ben 135 euro all’anno, nel 2017, nella bolletta elettrica per la seconda casa, nonostante i relativi consumi fossero stati bassissimi.

La portata dell’aumento è inversamente proporzionale ai consumi: chi consuma poco o niente nota un forte aumento, chi consuma molto (più di 2500 kWh/anno) ha pagato di meno nel 2017 rispetto al 2016. Tuttavia, è ovvio che nel caso delle seconde case i consumi annuali sono solitamente molto bassi, per cui la novità si traduce in un vero e proprio salasso e le bollette nei periodi in cui la casa è disabitata possono aumentare tranquillamente del 200% (cioè raddoppiare), e in molti casi addirittura di più!

Il cosiddetto “break even point”, o punto di pareggio, si collocava all’epoca intorno a un consumo totale annuo tra i 2.000 e i 2.500 kWh. In pratica, chi ha pagato circa 600 € totali nel 2016 (corrispondenti appunto a un consumo compreso tra 2.000 e 2.500 kWh) si è trovato a pagare grosso modo la stessa cifra anche nel 2017; chi invece ha consumato di meno, ha registrato un aumento rispetto al 2016, mentre chi ha consumato di più rispetto agli ipotizzati 2.000-2.500 kWh annui ha notato un certo risparmio (sempre, ovviamente, nel caso che i consumi del 2017 siano stati pari a quelli del 2016).

L’impatto tipico della riforma delle tariffe elettriche sulle seconde case poco prima (2016) e dopo (2017) la sua introduzione. Come si vede, si è trattato sostanzialmente di un raddoppio dell’importo della bolletta. Quello sulle prime case è stato analogo in termini assoluti, ma viene “nascosto” dai consumi.

Evidentemente, il forte incremento delle quote fisse colpisce gli utenti con i consumi energetici più bassi, e in particolare quelli con i consumi pari o prossimi a zero. Perciò, vi sono state in Rete molte segnalazioni di lettori con la cifra ricorrente di 47,92 €, che corrisponde alla tipica bolletta bimestrale del 2017 per le utenze domestiche non residenti con consumi pari a zero, una bolletta che fino al 2016 ammontava a circa 23 €. Vi è quindi stato un incremento di circa 25 € nel 2017: praticamente è raddoppiata!

La riforma della tariffa elettrica degli utenti domestici, inoltre, ha tagliato le gambe a fotovoltaico, risparmio elettrico e cogenerazione, rendendo così anche indirettamente più salata la bolletta per gran parte delle famiglie con consumi piccoli e medi. Infatti, spostare i costi verso la parte fissa compromette il mercato del fotovoltaico e delle altre tecnologie per risparmiare o autoprodurre elettricità, disincentivandone l’adozione da parte dei privati, che trovano così assai meno conveniente adottarle.

La riforma delle tariffe elettriche ha penalizzato (e tuttora penalizza) molto fortemente il fotovoltaico e, più in generale, le fonti rinnovabili e l’autoproduzione dell’energia. Un vero e proprio favore alle “solite” lobby!

Non è difficile dunque capire che questa riforma attuata con questa modalità a dir poco scellerata è stata un vero e proprio favore fatto alle lobby dell’energia (i grandissimi produttori), che hanno interesse nel cercare di impedire la transizione alle rinnovabili e all’autoconsumo dei clienti domestici e, più in generale dei piccoli clienti, rendendo meno conveniente l’investimento in questo tipo di energie pulite e virtuose. D’altra parte, aumentando a dismisura i costi fissi, le lobby dell’energia pongono le basi affinché i propri clienti si stacchino del tutto dalla rete in futuro, appena sarà loro (prima o poi) possibile.

Anche in questo caso, è evidente il parallelismo fra il potere delle lobby in campo farmaceutico, che si è manifestato in modo abnorme nel caso del Covid e il potere delle lobby in campo energetico. Qui “a fare il bello e il cattivo tempo” sono da decenni le due major: rispettivamente l’Enel per quanto riguarda l’elettricità e l’Eni per il gas naturale. Naturalmente, anche qui, ufficialmente, le lobby non compaiono e le decisioni all’apparenza sono prese dalle Autorità in totale indipendenza. Ma chi segue questo settore sa che perfino il 5° Conto Energia per il fotovoltaico è stato scritto, in realtà, direttamente da un dipendente dell’Enel, smascherato grazie alla propria “firma” dimenticata sulle bozze in formato Word [9].

Le crescenti morosità e l’impatto su famiglie e fornitori di energia  

Come se non bastasse la batosta per i consumatori del passaggio al mercato libero e della ingiustificabile riforma delle tariffe elettriche appena illustrata, chi è in regola con le bollette elettriche deve ora coprire alcuni buchi lasciati dai morosi: si tratta del cosiddetto “Cmor” o “corrispettivo morosità”. È questo, in sintesi, il contenuto di una delibera, la 50/2018, emanata dall’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), che il 1° febbraio 2018 ha emanato un provvedimento che assegna ai consumatori – e non ai fornitori dell’energia – l’onere di rifondere i debiti per gli oneri generali di sistema accumulati dai morosi verso le aziende di distribuzione a partire dal 1° gennaio 2016.

Gli oneri di sistema devono sempre essere pagati dai distributori di energia elettrica all’Autorità che li ha decisi, anche sulle bollette non pagate. Per ora, l’Autorità ha deciso di accollare a tutti i consumatori solo una parte degli oneri non pagati, pari a 200 milioni. E quindi, su bollette elettriche già cariche di oneri, si è aggiunto un nuovo prelievo a carico di chi paga regolarmente. Secondo gli esperti, invece, l’Autorità dovrebbe porre delle nuove regole per evitare l’arrivo sul mercato di venditori inaffidabili.

Fatto sta che le famiglie italiane e le piccole attività hanno sempre più difficoltà a pagare le bollette di luce e gas, perché i “bonus” per le famiglie più povere sono – di fatto – soltanto un’elemosina, una sorta di goccia nel mare (né più nè meno, del resto, di quello che sono stati per le imprese italiane i famosi “ristori” per i lockdown imposti dal Governo in piena pandemia). Il risultato è che si creano nuove morosità che vanno ad aumentare la bolletta energetica del resto della popolazione attraverso il Cmor. Di conseguenza si alimenta, potenzialmente, una sorta di circolo vizioso che non può che peggiorare le cose.

Ma se, a causa delle crescenti morosità, dal lato clienti le cose vanno male, esse non vanno molto meglio per i fornitori di luce e gas, almeno da quando è scoppiata la pandemia e si sono avuti i lockdown. Infatti,   come spiegava bene in un’intervista [10], nel novembre 2020, Diego Pellegrino, CEO di Eroga Energia (società che vende energia alle partite Iva) e portavoce di Arte, associazione di 110 aziende che forniscono gas ed elettricità a circa un milione di clienti (con 2,5 miliardi di incasso): “Subito dopo il periodo di lockdown, le punte degli insoluti da parte degli utenti riguardo la fornitura di energia sono state del 40%, il trend sta continuando ed è ipotizzabile che peggiorerà con l’aggravarsi dell’emergenza”.

“Nei mesi di marzo e aprile, quando le attività erano chiuse per il lockdown”, spiega ancora Pellegrino per dare la misura di ciò che si è verificato, “le imprese hanno ricevuto le bollette relative ai mesi di gennaio e di febbraio, durante i quali vi erano stati consumi. Quindi durante la chiusura le attività si sono viste recapitare fatture con importi non gestibili durante quel periodo di stop loro imposto. Il fatto è che, a differenza di quanto è avvenuto all’estero, il Governo da un lato ha bloccato i distacchi per morosità ma dall’altro non ha previsto fondi per aiutare un settore, quello dell’erogazione di energia, in cui i capitali coinvolti sono interamente privati. Ma con il 40% di insoluti e senza aiuti pubblici dove si va?”.

“Noi, come tutti, abbiamo visto crollare le marginalità che sono necessarie per mantenerci in vita e assicurare lo stipendio ai nostri dipendenti”, sottolinea Pellegrino, lanciando un grido di allarme. “Inoltre va sottolineato che svolgiamo un servizio di incasso non remunerato per conto dello Stato, privo di princìpi di solidarietà e condivisione del rischio di impresa. Siamo gli ‘esattori dello Stato’ per più del 90% di quello che fatturiamo. E se gli utenti sospendono i pagamenti delle bollette o si permettono di pagare anche con 5 mesi di ritardo, noi abbiamo comunque l’obbligo di adempiere puntualmente a tutte le scadenze con lo Stato. In questa situazione di emergenza è un meccanismo che non può funzionare. Perciò, se il governo continua a tenere la testa sotto la sabbia finirà in tragedia”.

Insomma, i fornitori di luce e gas vengono usati dal Governo come ammortizzatori sociali (con capitali privati) per sopperire ai mancati pagamenti dei clienti, e non succede solo da noi. Non meraviglia, quindi, che da quando è scoppiata la pandemia, già solo nel Regno Unito e in Cina (solo per citare due Paesi che ho seguito più in dettaglio) siano falliti numerosi fornitori di energia. Ad esempio, nel 2021, nel Regno Unito quasi 30 società energetiche hanno cessato l’attività, lasciando oltre 2 milioni di clienti dipendenti dalla rete di sicurezza fornita dal regolatore del mercato (Ofgem), per mantenere le proprie forniture e proteggere i propri saldi creditori mentre vengono spostati verso un nuovo fornitore [11].

I fallimenti aziendali del Regno Unito sono attribuiti all’aumento dei prezzi all’ingrosso, in particolare per il gas naturale, che è aumentato di oltre il 300% dall’inizio dell’anno. Grazie al limite di Ofgem (l’equivalente della nostra Authority Arera) su quanto i fornitori possono addebitare per l’energia che vendono, le aziende britanniche sono infatti obbligate a fissare prezzi al di sotto di quanto costa loro l’acquisto all’ingrosso di gas ed elettricità. Il risultato è stato che molti fornitori hanno operato effettivamente in perdita. Tuttavia, è innegabile che da noi l’impatto delle morosità su fornitori e clienti finali non possa venire ignorato.

Come si effettuano le previsioni sul prezzo futuro dell’elettricità   

La fine del regime di maggior tutela prevista, per le famiglie e le microimprese, a partire dal 1° gennaio 2024 – e che rappresenta, di fatto, anch’essa uno straordinario favore fatto alle lobby – porrà, dunque, milioni di italiani di fronte alla necessità di passare al mercato libero, in quanto chi non passa al mercato libero si ritroverà in un nuovo mercato transitorio, come successo già alle piccole imprese (10-50 dipendenti e fatturato annuo di 2-10 milioni di euro) e alle microimprese (meno di 10 dipendenti e fatturato annuo inferiore a 2 milioni di euro) che al 1° gennaio 2021 non erano passate al mercato libero [12].

La prospettiva di dover passare al mercato libero, tuttavia, non è allettante per i clienti domestici (e neppure per le piccole attività, che non hanno in genere le competenze necessarie in materia), dovendosi effettuare delle scelte con informazioni scarse o comunque spesso incomplete: insomma, per molti sarà come tentare la sorte. Pertanto, è utile spiegare brevemente e sapere – almeno a grandi linee – come i professionisti fanno la previsioni sul prezzo futuro dell’elettricità, altrimenti la scelta fra il prezzo fisso e il prezzo variabile in un contratto con un fornitore di energia equivale al giocare alla roulette russa.

Vi sono un certo numero di studi nella letteratura che indagano sulla relazione tra prezzo del gas naturale e altri prezzi dell’energia, come petrolio ed elettricità. L’interesse dei ricercatori era quello di determinare se i prezzi di due serie qualsiasi sono “co-integrati”, nel senso che le due serie rimangono insieme e non divergono nel tempo. Qualsiasi divergenza è, in questo caso, a breve termine e alla fine le due serie tornano insieme. Se due serie sono co-integrate, allora sono considerate accoppiate.

In altre parole, due variabili di serie temporali sono co-integrate se possiedono una relazione di equilibrio di lungo periodo. Inoltre, due serie che sono co-integrate possono essere o non essere correlate nel breve periodo. Il combustibile con l’impatto più diretto sul prezzo dell’elettricità è il gas naturale, poiché la generazione di gas naturale in Italia spesso determina il prezzo dell’elettricità nel mercato. Invece, il prezzo del petrolio e quello del gas sono stati tradizionalmente considerati debolmente co-integrati.

Il nesso di causalità che lega i tre prezzi energetici più importanti. Il legame fra prezzo del gas naturale e prezzo dell’elettricità è più forte del legame fra prezzo del petrolio e prezzo del gas. Pertanto, le previsioni del prezzo dell’elettricità effettuate dai professionisti sono basate, sul breve termine, sull’andamento del prezzo del gas naturale, mentre sul più lungo termine tengono conto anche dell’andamento e delle previsioni relative al prezzo del petrolio. (fonte: elaborazione dell’Autore)

La debole co-integrazione tra il prezzo del petrolio e quello del gas era giustificata dal fatto che solo in aree limitate di utilizzo dell’energia – come il riscaldamento residenziale e commerciale – c’è una reale competizione tra petrolio e gas. Al contrario, il prezzo del gas e quello dell’elettricità sono più fortemente co-integrati. Tale co-integrazione può essere dovuta al fatto che il gas naturale viene usato sia per il riscaldamento residenziale sia per la generazione di energia elettrica per uso residenziale.

Una delle migliori analisi del legame reale fra prezzi del petrolio greggio, del gas naturale e dell’elettricità è stata effettuata da Bencivenga e Sargenti [25], due ricercatrici le quali nel 2010, nell’ambito del dottorato in Economia svolto all’Università di Roma La Sapienza, hanno considerato separatamente gli andamenti dei relativi mercati europei (Brent, BNP, EEX) e statunitensi (WTI, HH, PJM), confrontando i grafici dei prezzi giornalieri di queste tre commodity relativamente al periodo Ottobre 2001-Marzo 2009.

La tabella seguente riassume le correlazioni incondizionali fra i prezzi trovate dai due autori. Nel caso europeo, fra petrolio e gas vi è una discreta correlazione complessiva, pari a 0,677 (e 0,800 nel caso degli Stati Uniti), mentre tra i prezzi del gas e dell’elettricità vi è una correlazione totale pari a 0,622 (e 0,813 nel caso statunitense). Dinamiche simili sono state trovate per la relazione elettricità / petrolio, con una correlazione globale pari a 0,613 (e 0,749 nel caso americano).

Il seguente grafico analizza l’andamento dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale in Italia rilevato nelle rispettive borse energetiche (PUN e PSV). Esso parte necessariamente dal 2010, anno di nascita della Borsa del gas italiana. La scelta di graficare il prezzo medio annuo, anziché quello mensile, permette di evidenziare il fatto che, tranne che in un caso (fra il 2014 e il 2015), ogni anno in cui il prezzo del gas cresce anche il prezzo dell’elettricità in Italia (espresso dal PUN sulla Borsa elettrica) aumenta, e viceversa. Ciò significa che, sul medio e lungo termine, il trend del prezzo del gas è un buon indicatore del trend del costo dell’elettricità nel nostro Paese, e può dunque essere utilizzato per delle previsioni in tal senso.

Il prezzo medio annuo dell’elettricità in Italia (espresso dal PUN, in €/MWh) e il prezzo del gas naturale sulla Borsa del gas italiana (PSV, in €/MWh) dal 2010 al 2016. (fonte: elaborazione dell’Autore)

L’aumento dei prezzi dell’energia a livello internazionale: trend e cause

I prezzi del gas naturale in tutto il mondo sono aumentati parecchio negli ultimi mesi, raggiungendo in alcuni luoghi livelli record. In Europa e in Asia, i prezzi si sono aggirati intorno a più di quattro volte le loro medie a lungo termine ed equivalenti a oltre 200 dollari al barile di greggio. Sia i consumatori che le imprese hanno notato aumenti dei prezzi, in particolare verso la stagione del riscaldamento invernale, quando la domanda di gas naturale raggiunge tradizionalmente il suo picco.

La rapida crescita della domanda globale di gas naturale negli ultimi dieci anni – dunque iniziata ben prima e indipendentemente dalla pandemia – è stata guidata dalla sua versatilità [13]: possiede attributi unici per la generazione di energia, vantaggi come combustibile per riscaldamento e cottura e riveste un ruolo chiave nella produzione di cemento, fertilizzante, vetro e molti altri processi. Il gas naturale ha un profilo di emissioni relativamente basso, con circa la metà delle emissioni di anidride carbonica del carbone. L’utilizzo del gas naturale al posto del carbone favorisce riduzioni ancora maggiori di ossido di azoto, anidride solforosa e particolato. Per tutti questi motivi, il gas naturale è molto richiesto.

Ci sono molte ragioni per le quali in questi mesi i prezzi del gas naturale stanno aumentando a livello globale, e diverse regioni del mondo hanno diversi fattori dominanti. Ciò che abbiamo visto negli ultimi tempi è una rara confluenza di eventi che potrebbe essere considerata una “tempesta perfetta” nell’esercitare una pressione al rialzo sui prezzi globali del gas naturale. Peraltro, pure in Cina si è verificata nella seconda metà del 2021 una “tempesta perfetta”, che ha portato a grossa carenza di elettricità ed a pesanti blackout elettrici; ma, come ho illustrato in un mio precedente articolo [14], le cause della crisi energetica cinese sono state molteplici (v. figura), non si limitano all’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche (in quel caso, del carbone, da cui la Cina ancora fortemente dipende).

Schema riassuntivo delle cause della carenza di elettricità in Cina nel 2021. (fonte elaborazione dell’Autore)

Come spiega Dustin Meyer, vice-presidente del Mercato gas naturale dell’American Petroleum Institute (API): “Quello che abbiamo visto di recente è che la domanda globale del gas naturale è aumentata insieme alla ripresa economica dalla pandemia. Dopo un 2020 anomalo, il 2021 ha rappresentato il ritorno a un trend storico decennale di forte crescita della domanda globale di gas. Tuttavia, mentre la domanda è aumentata, l’offerta globale di gas naturale è rimasta sostanzialmente piatta, il che esercita naturalmente una pressione al rialzo sui prezzi. E in quasi tutte le regioni della domanda, una serie di fattori individuali si sono combinati per lasciare i mercati globali piuttosto carenti di offerta”.

“Guardiamo la Cina”, spiega ancora Meyer, “da tempo il più grande motore al mondo per la crescita della domanda di gas naturale. Quest’anno la domanda di gas naturale in Cina è aumentata di circa il 20% su base annua, il che è sorprendente. In Sud America, la bassa produzione di energia idroelettrica ha portato a un aumento della domanda regionale di gas ed a una maggiore pressione al rialzo sui prezzi. Nell’Europa nordoccidentale, la produzione eolica offshore inaspettatamente bassa ad agosto e settembre ha aumentato la domanda di gas nel settore energetico, esercitando pressioni al rialzo sui prezzi” [13].

Inoltre, il gas naturale spesso compete nella produzione di energia con il carbone, a cui alcune regioni tornano quando i prezzi del gas aumentano. Tuttavia, anche i prezzi globali del carbone sono aumentati notevolmente quest’anno. L’aumento dei prezzi di luce e gas e dei carburanti è dovuto, quindi, all’aumentare della domanda internazionale di gas, petrolio e suoi derivati, ed è accentuata dalla speculazione da parte degli investitori finanziari che non sono interessati alla consegna “fisica” e che sfruttano il cosiddetto “contango” (che permette ad alcuni investitori di acquistare petrolio oggi, immagazzinarlo, bloccare quel prezzo e venderlo mesi dopo con un enorme profitto).

La situazione complessiva sottolinea l’importanza del rimanere indipendenti dal punto di vista energetico anziché fare affidamento sulle importazioni. Non è passato molto tempo da quando si prevedeva che gli Stati Uniti sarebbero stati il più grande importatore di gas al mondo, ma la situazione è cambiata radicalmente negli ultimi 10 anni grazie alla rivoluzione dello scisto (in realtà ora gli Stati Uniti sono tra i più grandi esportatori di gas al mondo). L’Italia, invece, ha puntato forte sul gas da importazione per la transizione energetica verso le rinnovabili e ora paga un conto salato, anche perché nel frattempo altri Paesi hanno avuto la stessa idea per la transizione e quindi i prezzi di questa materia prima saranno sempre più alti per la concorrenza nella domanda (a prescindere, dunque, dalla speculazione finanziaria).

E non pare trattarsi di una situazione contingente. I prezzi delle materie prime hanno storicamente eseguito cicli che spesso si svolgono nel mondo di un determinato mercato – il prezzo del petrolio greggio, ad esempio, può aumentare mentre quello del mais crolla – ciascuno per ragioni separate. Ma cosa succede se un gruppo di materie prime si unisce alla festa nello stesso momento? Ciò è chiamato un “superciclo” delle materie prime e vari professionisti del mercato ritengono che ora ne siamo all’inizio [28, 29]. Ciò, non sarebbe una novità, poiché ciò è già successo dopo la SARS del 2003, culminando con la grande crisi finanziaria del 2008, anno in cui il prezzo del greggio toccò la cifra record di 147 $ al barile.

Andamento storico dell’indice dei prezzi delle materie prime (include sia carburanti che metalli e altri tipi di commodities). Si vede molto bene il “superciclo” iniziato proprio dopo l’epidemia di SARS del 2003 e culminato nel 2008, quando il petrolio (e altre materie prime) erano “alle stelle”, a seguito della grossa crisi bancaria innescata da quella dei mutui sub-prime, avvenuta nel 2007 negli Stati Uniti.

I dati, d’altra parte, sembrano parlare chiaro. Il rame e altri metalli industriali sono già aumentati enormemente di prezzo, così come i semi di soia. Pare che la crescente domanda globale di cibo, petrolio e metalli, così come la domanda di automobili e cibo in Cina, stiano guidando un nuovo superciclo che potrebbe durare nel tempo, con tutte le conseguenze del caso [30]. Infatti, oggi non è necessario scambiare fisicamente materie prime per trovare opportunità in un superciclo, ovvero per fare speculazione, ma ciò non fa altro che incrementare ulteriormente il problema, come avvenne già nel periodo 2003-2008.

Perché la bolletta energetica può dare il “colpo di grazia” a famiglie ed imprese

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per poter capire quali sono le cause dell’aumento della bolletta energetica degli italiani e per poter fare delle valutazioni qualitative e (volendo) quantitative. In pratica, le cause possono essere riassunte – essenzialmente – nelle seguenti:

  1. mix squilibrato delle fonti disponibili (largamente pesato sul gas naturale), aggravato dal riscaldamento globale (minore disponibilità di generazione idroelettrica);
  2. dipendenza dall’estero per materie prime (gas, petrolio) e, in misura minore, energia elettrica, in conseguenza dei referendum sulle trivelle (2016) e sul nucleare (1987);
  3. peso elevato delle imposte (sul valore aggiunto, o IVA) e delle accise (imposta erariale di consumo), e molte attività non sanno di aver diritto ad accise del gas ridotte [21];
  4. peso assai elevato degli oneri di sistema (dismissione centrali nucleari; incentivi a rinnovabili e “assimilate”; oneri per il bonus elettrico; promozione efficienza energetica, etc.);
  5. passaggio al mercato libero, per di più reso (senza alcuna ragione valida) obbligatorio, cosa che ha fatto (e farà ancora) aumentare le bollette di famiglie e piccole attività / PMI;
  6. riforma delle tariffe elettriche per gli utenti domestici, che ha colpito pesantemente le famiglie che consumavano meno (che in genere sono le più povere), sfavorendo le rinnovabili;
  7. crescente morosità dovuta ai costi sempre più insostenibili, ma che è pagata in bolletta dagli altri utenti, innescando un pericoloso circolo vizioso che impatta su clienti e fornitori;
  8. il meccanismo di formazione del prezzo sulla Borsa elettrica, che usa la fonte di generazione più cara per determinare il prezzo da applicare a tutti gli altri impianti, rinnovabili comprese;
  9. costi di produzione delle centrali elettriche che devono marciare anche se inefficienti, vecchie e più inquinanti per garantire la sicurezza del sistema in determinate aree del Paese;
  10. elettrodotti inefficienti, con i “no” dei comitati Nimby contro la posa di nuove infrastrutture ed i ricorsi ai TAR che rallentano l’installazione di nuove linee.

Si noti che tutte queste cause si possono senz’altro definire strutturali, non congiunturali. Dunque, se si eccettua la variazione stagionale nel corso dei 12 mesi dell’anno e alcune specifiche situazioni contingenti legate alla ripartenza post-pandemia, il trend a lungo termine dei prezzi dell’energia è chiaro e il destino delle nostre bollette future segnato, se non si procede a una revisione globale della politica energetica, dal Piano energetico nazionale alla tariffazione di luce e gas, che con il peso esagerato degli oneri di sistema (per cui la componente energia pesa meno del 50% in bolletta) non incentiva di certo l’adozione di fonti rinnovabili e dunque la tanto sbandierata “transizione energetica”.

Gli oneri di sistema sono stati negli ultimi anni la zavorra più rilevante delle bollette luce e gas degli italiani. La stessa cosa, peraltro, accade con i carburanti, dove le imposte di scopo si chiamano semplicemente “accise” (e sono ben 17). Ad essi si sommano altri fattori destinati a diventare da quest’anno più rilevanti, come il mix energetico nazionale troppo squilibrato sul gas e l’eccessiva dipendenza dalle importazioni.

Se poi, a tutto ciò, si sommano i fattori più o meno congiunturali – impatto economico del Green Pass e della “politica del terrore” contro il Covid, la crisi energetica cinese, il boom dei prezzi dei carburanti, le ricadute sui prezzi di semi-lavorati e prodotti finiti, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’inflazione (favorita dal permanere del Quantitative easing [16]) – il mix diventa potenzialmente esplosivo per le tasche di famiglie e imprese italiane. Ho scritto “più o meno congiunturali” perché la sensazione di vari esperti indipendenti (e anche del sottoscritto) è che, per una varietà di motivi, in realtà non si tratti di situazioni così transitorie come si potrebbe pensare o si vorrebbe far credere.

In pratica, in soggetti già economicamente stremati (e con il patrimonio sempre più eroso dall’inflazione), come sono milioni tra famiglie ed imprese italiane, la “variabile impazzita” rappresentata dai costi dell’energia in forte e incontrollabile ascesa – complice peraltro proprio l’obbligo del passaggio al mercato libero – può dare il colpo di grazia definitivo, che per un’attività può tradursi nel fallimento, ovvero nella chiusura, e per una famiglia a reddito medio-basso vuol dire scivolare verso la soglia di povertà o finirvi al di sotto, dato che il “paracadute” ordinario (cioè il “bonus” luce e gas) è assente al di sopra di un certo Isee e comunque insufficiente per cambiare le cose anche per chi ne ha diritto.

Per alcune attività particolarmente energivore (ad es. aziende del vetro, della carta, della ceramica, del cemento, della plastica, dell’alimentazione, della chimica, etc.), il mix “minori entrate + maggiore spesa in bolletta” è più insostenibile che per altre, e queste sono di solito le prime imprese a fermarsi o a cessare di esistere, per cui rappresentano il classico “canarino del minatore”, ma il Governo non sembra darvi la necessaria attenzione. Eppure è evidente che, se i costi dell’energia aumenteranno ancora nei prossimi anni (come è facilmente prevedibile per le ragioni che verranno illustrate in dettaglio in un futuro articolo) e la mala gestio della pandemia continuerà a impattare sull’economia (in assenza di un “cambio di paradigma” nelle strategie), le famiglie e le imprese messe in ginocchio saranno ben più numerose.

Inoltre, quest’inverno l’Unione Europea si è trovata con le scorte di gas naturale ai minimi storici (-25% rispetto al 2020). Ma, soprattutto, queste scorte si stanno esaurendo – anzi “consumando” – ad un ritmo più elevato rispetto alla media degli ultimi anni, tanto da aver dovuto riattivare anche in Italia vecchie e inquinanti centrali a carbone per la produzione elettrica. Ciò non sarebbe accaduto se all’inizio della stagione fredda si fossero fatti i “compiti a casa”, riempiendo i serbatoi. Ma la crisi delle materie prime e la tensione estiva sui mercati non hanno permesso di farlo, aprendo così a mesi complicati in cui occorre solo sperare che non faccia troppo freddo. Insomma, per famiglie e imprese c’è pure il rischio di blackout.

Stando al database AGSI che traccia quotidianamente il livello delle riserve di gas naturale per ciascun Paese europeo, nel 2021 si è partiti con meno riserve e, come se non bastasse, le si stanno consumando più rapidamente: la quantità di metano nelle disponibilità del continente europeo è passata da un picco di circa il 77% della capacità totale lo scorso 20 ottobre al 69,9% del 27 novembre. Una caduta di oltre il 7% in meno di quaranta giorni e ad un livello relativamente allarmante e ben inferiore a quello a cui i singoli Stati erano abituati nell’ultimo decennio [17]. (fonte: Aggregate Gas Storage Inventory)

Perché le contromisure del Governo non risolvono affatto i problemi di fondo

Nel 2022, l’anno appena iniziato, il gas dovrebbe arrivare a costare 1,55 euro al metro cubo, facendo registrare un +61%, e l’energia elettrica dovrebbe toccare i 43,8 centesimi al chilowattora, aumentando del 48%. Sono i dati allarmanti snocciolati da Nomisma Energia già nelle scorse settimane che avvisavano i consumatori dell’arrivo di un anno catastrofico dal punto di vista economico. E, in effetti, gli aumenti del primo trimestre di quest’anno (che partono ora, da gennaio) decisi dall’Authority per gli utenti del mercato a Maggior tutela saranno del +55% per l’elettricità e +41,8% del gas.

Non sono dunque poche le famiglie e le attività che avranno serie difficoltà a pagare le bollette. Questi soggetti, in altre parole, rischiano di scivolare nella cosiddetta “povertà energetica”, espressione con cui si intende l’incapacità da parte di famiglie o individui di acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici, con conseguenze sul loro benessere. Un adeguato riscaldamento, raffreddamento ed illuminazione delle abitazioni, la possibilità di accedere all’energia, sono servizi essenziali necessari per garantire uno standard di vita adeguato e la salute dei cittadini, oltre che per facilitare l’inclusione sociale.

Un emendamento del Governo italiano alla Legge di Bilancio 2022 prevede che alle famiglie sarà data la possibilità di pagare gli importi delle bollette di luce e gas emesse tra gennaio e aprile 2022 in 10 rate senza l’applicazione di interessi. L’Arera è stata chiamata a definire, entro il miliardo di euro, tutti gli anticipi in denaro da dare alle imprese fornitrici di luce e gas per compensare i pagamenti rateizzati, così da consentire il recupero per la “Cassa per i servizi energetici e ambientali” e applicare la nuova norma.

Ovviamente, però, questa misura è solo un trucco contabile, una sorta di maquillage, poiché con essa l’importo annuo pagato dai consumatori non cambierà di un centesimo. Anche Assoutenti, l’Associazione di consumatori, in considerazione dei rincari già scattati nel 2021 e di quelli che colpiranno luce e gas nel 2022, ritiene che il periodo di rateizzazione di 10 mesi sia una misura insufficiente: sarebbe stato meglio 24 mesi. Questo “perchè avremo davanti una crisi che ci accompagnerà per molto tempo e si deve sostenere, e proteggere le famiglie in difficoltà, le fasce deboli e garantire liquidità alle aziende”.

L’aumento impressionante del prezzo dell’elettricità e del gas in Italia negli ultimi mesi, all’interno di un arco di due anni a cui i grafici si riferiscono. In figura sono riportati i prezzi medi mensili degli indici delle rispettive Borse, ovvero l’Ipex per la Borsa elettrica e il PSV (che sta per “Punto di Scambio Virtuale”) per quella del gas. (fonte: elaborazione dell’Autore su dati del Gestore dei Mercati Energetici)

Inoltre, per le famiglie (o clienti domestici) e per le microimprese con potenza impegnata inferiore a 15 kW – oppure con meno di 10 dipendenti o meno di 2 milioni di euro di fatturato – la scadenza del servizio di Maggior tutela nel mercato energetico era prevista, fino a qualche settimana fa, per il 31/12/2022, con il passaggio obbligato al mercato libero dal 1° gennaio dell’anno successivo. Ma il Decreto Milleproroghe 2021, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31/12/2021, l’ha rinviato ancora di un anno, al 1° gennaio 2024. E un emendamento al Decreto sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnnr), firmato dal capogruppo M5S alla Camera Davide Crippa, e riformulato nel corso dell’esame in Commissione Bilancio e approvato nella seduta del 15/12/21, ha impostato un regime transitorio che permetterà a tutti gli utenti (non solo quelli vulnerabili e in povertà energetica) di rimanere nella fascia tutelata fino al 2024.

Il Governo ha infine deciso di contenere gli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico confermando, per il primo trimestre 2022, una analoga iniziativa attuata nel trimestre precedente, che agevola – con 912 milioni di euro – i clienti domestici economicamente svantaggiati (cioè con Isee fino a 8.265 euro) o in gravi condizioni di salute. Mentre, per le altre famiglie, gli incrementi delle bollette saranno in parte assorbiti dai provvedimenti di fiscalizzazione: circa 1,8 miliardi andranno ad annullare gli oneri di sistema per le utenze non domestiche in bassa tensione, per altri usi, con potenza disponibile fino a 16,5 kW e ridurranno parzialmente i medesimi oneri per le restanti utenze elettriche non domestiche; 600 milioni per abbassare l’aliquota Iva per il gas metano per usi civili e industriali al 5%; 480 milioni per azzerare gli oneri di sistema sul gas delle utenze domestiche e non [20].

Tuttavia, il Governo si è dimenticato delle imprese che hanno i consumi energetici più alti e, dunque, pagano una bolletta salatissima per mandare avanti la propria attività. Le imprese in difficoltà, infatti, da una parte non possono beneficiare di una rateizzazione delle bollette luce e gas e, dall’altra, per le utenze elettriche sopra i 16,5 kW gli oneri di sistema tolti (l’Asos, che finanzia l’incentivazione delle rinnovabili) hanno un peso davvero irrisorio. Va detto anche che si tratta di un terreno assai delicato, su cui peraltro sono puntati anche i riflettori di Bruxelles, che mal digerisce misure settoriali [18].

Insomma, questi del Governo sono solo i classici “pannicelli caldi” che non risolvono i problemi di fondo. Esattamente come la strategia italiana contro il Covid culminata con il Green Pass si è rivelata un disastro economico e sociale e ora si richiede un razionale “cambiamento di paradigma” [19], analogamente la politica energetica italiana degli ultimi decenni si è rivelata un fallimento di cui ora stiamo cominciando a pagare un conto assai pesante (e questa che vediamo ora è soltanto la “punta dell’iceberg”, cioè il peggio deve ancora venire). Pure in questo caso appare dunque necessario, dopo una riflessione approfondita, intervenire su tutti i 10 fattori causa del caro-bollette, non soltanto su 1 o 2.

Non basta, quindi, da sola la transizione alle rinnovabili, così come non basta da sola una riforma strutturale della bolletta che vada a toccare gli oneri generali di sistema. Proprio come contro il Covid è necessario un approccio “multi-arma” perché nessuna, da sola, può essere risolutiva, anche qui è necessario mettere in atto tutta una serie di riforme e di strategie, alcune delle quali attuabili sul breve termine, altre sul medio termine e altre ancora sul lungo termine. Tuttavia, come abbiamo visto, anche in campo energetico la politica italiana sembra mancare di quella visione e concretezza di altri Paesi dell’UE, e si continuano di fatto a favorire le lobby, non ponendo l’interesse del cittadino al primo posto.

Mario Menichella – Fisico e science writer

 

Riferimenti bibliografici

[1]  Giliberto J., “Croazia batte Italia con il rigassificatore di Veglia”, Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2017.

[2]  Giliberto J., “Trivellazioni in Adriatico ferme ma il gas italiano costa un decimo”, Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2021.

[3]  Gestore dei Servizi Energetici, “Fuel mix. Determinazione del mix energetico per gli anni 2019-2020”, gse.it, 6 settembre 2021.

[4]  ENEA, “Analisi trimestrale del sistema energetico italiano – Anno 2020”, enea.it, marzo 2021.

[5]  L.A., “Ecco da dove arriva l’energia che consumiamo in Italia”, greenreport.it, 23 luglio 2021.

[6]  Ricolfi L., “Vaccinare non basta”, Fondazione David Hume, 7 dicembre 2021.

[7]  EuroStat, “Statistiche sul prezzo dell’energia elettrica”, ec.europa.eu, 25 giugno 2020.

[8]  EuroStat, “Statistiche sul prezzo del gas naturale”, ec.europa.eu, 28 gennaio 2020.

[9]  Croce P., “Quinto Conto Energia: la bozza è stata scritta da ENEL?”, greenstyle.it, 26 marzo 2021.

[10]  Valentini C., “Il 40% non paga le bollette”, Italiaoggi.it, 3 novembre 2011.

[11]  Cyrus C., “Failed UK Energy Suppliers Update”, Forbes, 1° dicembre 2021.

[12]  ARERA, “Il Servizio a Tutele Graduali”, arera.it, 2020.

[13]  Green M., “Q&A: What’s Up with Natural Gas Prices?”, American Petroleum Institute, 3 novembre 2021.

[14]  Menichella M., “Come (e perché) la Cina può mettere a rischio la nostra economia e la pace mondiale”, Fondazione David Hume, 25 ottobre 2021.

[15]  European Commission, “Third energy package”, ec.europa.eu, 21 maggio 2019.

[16]  Rajan R.G., “I Pericoli di un Quantitative Easing Senza Fine”, Project Syndacate, 2 agosto 2021.

[17]  “Le riserve di gas per l’inverno si stanno svuotando rapidamente”, liberta.it, 30 novembre 2021.

[18]  Dominelli C., “Bollette, in arrivo 3,8 miliardi: tutte le misure anti-rincari allo studio del Governo”, Il Sole 24 Ore, 11 dicembre 2021.

[19]  Becchi P. & Menichella M., “Ecco qual è l’alternativa al green pass”, nicolaporro.it, 23 dicembre 2021.

[20]  Redazione, “Bollette luce e gas: la legge di Bilancio 2022 prevede riduzioni”, fiscoetasse.com, 31 dicembre 2021.

[21]  “Accise agevolate gas metano: come funzionano”, energia-lowcost.com, 2018.

[22]  AEEG, “Monitoraggio Retail: Rapporto annuale 2012 e 2013”, 5 febbraio 2015.

[23]  Becchi P. & Menichella M., “Parlano i dati: il green pass è un lasciapassare solo per il virus”, nicolaporro.it, 17 dicembre 2021.

[24]  Menichella M., “Una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici”, Fondazione David Hume, 9 novembre 2021.

[25]  Bencivenga & Sargenti, “Crucial relationship among energy commodity prices”, Working Papers 5, Doctoral School of Economics, Sapienza University of Rome, 2010.

[26]  Chemaitelly H. et al., “Waning of BNT162b2 Vaccine Protection against SARS-CoV-2 Infection in Qatar”, The New England Journal of Medicine, 6 ottobre 2021.

[27]  Ricolfi L., “La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia”, La nave di Teseo, 2021.

[28]  Blythe B., “COVID-19 Recovery May Be Driving New Commodity Supercycle”, The Ticker Tape, 22 marzo 2021.

[29]  Wallace P., “The Winners and Losers From Surging Oil and Commodity Prices”, Bloomberg.com, 11 marzo 2021.

[30]  Menichella M., “Il ‘boom’ dei prezzi e l’impatto del lockdown: l’Italia rischia ora la ‘tempesta perfetta’”, Fondazione David Hume, 21 aprile 2021.

[31]  Cicchetti A. et al., “Analisi dei modelli organizzativi di risposta al Covid-19”, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari, 16 dicembre 2021.

[32]  Redazione, “Tutto per Enel il ‘regalo’ alle centrali a olio combustibile”, qualenergia.it, 8 gennaio 2013.

[33]  Zorzoli G.B., “La formazione del prezzo dell’elettricità e le rinnovabili”, qualenergia.it, 18 febbraio 2021.

Una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici

9 Novembre 2021 - di Mario Menichella

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In questo articolo vengono analizzate e confrontate fra loro – che io sappia per la prima volta in modo così ampio – le informazioni sugli effetti avversi post-vaccino (in gergo, AEFI) contro il Covid provenienti da una quantità di fonti diverse, fra cui: i database sugli effetti avversi di vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Italia, etc.), che rappresentano una forma di farmacosorveglianza passiva; alcuni studi di sorveglianza attiva presenti nella letteratura scientifica; gli studi clinici controllati randomizzati pre- e post-autorizzazione al commercio dei vaccini a mRNA; i primi studi epidemiologici relativi ad alcune singole patologie legate ai vaccini; le prime analisi sulla variazione della mortalità della popolazione più giovane nel periodo della sua vaccinazione; i dati storici e recenti sull’eccesso di mortalità nei Paesi d’Europa nelle varie classi di età; i risultati di alcune autopsie, etc.

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