La grande elettrificazione è già cominciata. Ma chi pagherà il conto?

Auto elettriche, pompe di calore, idrogeno, data center: nei prossimi dieci anni una quota crescente dei consumi italiani potrebbe trasferirsi dai combustibili fossili all’elettricità. È, per certi versi, una seconda elettrificazione dell’Italia.

La prima portò l’elettricità nelle case, nelle fabbriche e nelle città. La seconda punta a farle svolgere anche compiti che oggi sono affidati direttamente a benzina, gasolio e gas naturale: muovere automobili, riscaldare edifici, alimentare processi industriali e produrre idrogeno. A tutto questo si aggiunge un nuovo grande consumatore, che con la decarbonizzazione ha poco a che fare ma condivide la stessa infrastruttura: i data center, spinti dalla crescita del cloud e soprattutto dell’intelligenza artificiale.

Negli ultimi mesi Osservatorio Energia (https://osservatorioenergia.it/) – associazione di imprese e think tank energetico indipendente – ha analizzato separatamente alcuni tasselli di questa trasformazione: gli effetti che nuovi shock dei combustibili fossili potrebbero produrre sull’economia italiana [1], il legame ancora esistente fra gas e formazione del prezzo dell’elettricità [2] e, più recentemente, la crescita potenziale dei consumi dei data center ed i relativi problemi di rete [3]. Considerati insieme, questi fenomeni suggeriscono però una questione più generale: il sistema energetico italiano sta diventando sempre più dipendente dall’elettricità proprio mentre nuovi grandi consumatori chiedono di collegarsi alla rete.

La domanda, quindi, non è soltanto se riusciremo a produrre abbastanza elettricità. È anche: quanto costerà costruire il sistema elettrico necessario e, soprattutto, chi pagherà il conto?

Da 306 a quasi 400 TWh

Le dimensioni della trasformazione emergono dagli scenari pubblicati da Terna. Nel Rapporto Adeguatezza Italia 2025, il gestore della rete considera esplicitamente lo sviluppo dei veicoli elettrici, delle pompe di calore, dei data center e dei consumi necessari alla produzione nazionale di idrogeno verde tramite elettrolisi [4]. Il fabbisogno elettrico italiano passa da un ordine di grandezza di circa 306 TWh nel 2023 a 362 TWh nel 2030 e 391 TWh nel 2035. Significa circa 85 TWh in più rispetto al 2023: un aumento prossimo al 28 per cento.

Figura 1 – Evoluzione prevista della domanda elettrica italiana. Fabbisogno annuo di energia elettrica (TWh) e picco di potenza (GW) nello scenario Terna: entrambi mostrano una crescita significativa verso il 2035. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna, Rapporto Adeguatezza Italia 2025 [4].

Ma questa è soltanto metà della storia.

Un sistema elettrico non deve infatti produrre abbastanza energia nel corso dell’anno. Deve anche essere capace di fornire, in ogni istante, la potenza richiesta. Ed è qui che compare il secondo numero importante. Terna indica un picco di carico di circa 56 GW nel 2025, destinato nello scenario considerato a salire mediamente a circa 66 GW nel 2030 e 71 GW nel 2035 [4]. Quindici gigawatt in più.

Il problema, quindi, non sono soltanto i TWh. Sono i GW.

Ottantacinque TWh aggiuntivi distribuiti uniformemente durante l’anno corrisponderebbero a una potenza media di circa 9,7 GW. Ma il sistema elettrico non funziona sulla media annuale. Deve sopportare le ore di massimo carico, le variazioni meteorologiche, l’indisponibilità di alcuni impianti, la variabilità di eolico e fotovoltaico e la distribuzione geografica della domanda.

È per questo che elettrificare non significa semplicemente costruire più impianti di generazione. Significa anche avere più rete, più trasformatori, più sottostazioni, maggiore capacità di trasporto, sistemi di accumulo, riserva e servizi di flessibilità.

Figura 2 – Non contano soltanto i TWh, ma anche i GW. Evoluzione prevista del picco di domanda elettrica italiana, da circa 56 GW nel 2025 a 66 GW nel 2030 e 71 GW nel 2035. La crescita del picco determina la potenza che il sistema deve essere in grado di soddisfare nelle ore di maggiore domanda. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna, Rapporto Adeguatezza Italia 2025 [4].

Una rete costruita per un’altra Italia

La rete elettrica italiana è il risultato di decenni di sviluppo durante i quali la domanda è cresciuta con caratteristiche molto diverse da quelle che potrebbero emergere nei prossimi anni.

Un milione di automobili elettriche, un milione di pompe di calore e un data center da un gigawatt possono consumare quantità di energia confrontabili su scala annuale, ma non producono necessariamente lo stesso effetto sulla rete.

La ricarica delle automobili può essere in parte spostata nelle ore meno congestionate. Una pompa di calore ha una domanda fortemente correlata alla temperatura esterna, quindi può contribuire ai picchi invernali. Un elettrolizzatore può, almeno tecnicamente, essere gestito con una certa flessibilità, se il modello industriale lo consente. Un grande data center, invece, concentra centinaia di megawatt in un singolo punto e tende a richiedere energia in maniera relativamente continua. Un gigawatt, insomma, non è sempre un gigawatt.

Il Piano di Sviluppo 2025 di Terna prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti nel decennio 2025–2034 [5]. Sarebbe però scorretto attribuire quei 23 miliardi alla sola elettrificazione. Il piano comprende, infatti, interventi necessari per integrare le rinnovabili, ridurre le congestioni, aumentare la capacità di scambio fra le zone e con l’estero, migliorare resilienza e sicurezza e sostituire o potenziare infrastrutture esistenti.

Il problema interessante è quindi un altro: quale parte degli investimenti futuri sarà causata o anticipata dalla crescita dei nuovi carichi elettrici?

E, una volta individuata quella parte, chi dovrebbe sostenerne il costo?

Abbiamo provato a fare i conti

Per capire almeno l’ordine di grandezza abbiamo costruito un semplice esercizio parametrico. Non è una previsione delle bollette del 2035. È uno stress test che serve a mostrare quanto il risultato dipenda da poche ipotesi fondamentali.

Partiamo dai due numeri Terna:

  • +15 GW circa di picco di domanda fra 2025 e 2035;
  • oltre 23 miliardi di investimenti nella rete di trasmissione fra 2025 e 2034.

Non sappiamo quale quota dei 23 miliardi sia realmente attribuibile alla crescita e alla trasformazione dei carichi. Consideriamo quindi tre ipotesi: 20, 40 e 60 per cento. Otteniamo rispettivamente 4,6, 9,2 e 13,8 miliardi di euro.

Per confrontare un investimento pluridecennale con costi annuali, lo annualizziamo ipotizzando – a puro scopo di scenario – una vita economica di trent’anni e un costo reale del capitale del 5 per cento. Il fattore di annualizzazione risultante è circa 6,5 per cento.

Il costo annuo equivalente della componente di rete diventa così circa:

  • 299 milioni di euro nello scenario basso;
  • 598 milioni nello scenario centrale;
  • 898 milioni nello scenario alto.

A questo aggiungiamo un secondo elemento: l’adeguatezza del sistema, cioè la capacità della rete elettrica di disporre di potenza sufficiente a soddisfare la domanda anche nelle ore più critiche. Non basta infatti produrre abbastanza elettricità nell’arco dell’anno: se il picco di domanda aumenta, occorre anche assicurarsi che in quelle poche ore siano disponibili impianti, accumuli o altre risorse capaci di fornire la potenza richiesta.

Uno degli strumenti utilizzati in Italia a questo scopo è il Capacity Market, attraverso il quale viene remunerata la disponibilità futura di capacità necessaria alla sicurezza del sistema, oltre alla normale compravendita dell’energia prodotta. Come semplice riferimento quantitativo, utilizziamo il risultato dell’asta madre del Capacity Market per il 2027: 47.000 euro per MW all’anno per la capacità nazionale esistente e per la nuova capacità autorizzata [8].

Ciò non significa che ogni MW aggiuntivo di picco al 2035 costerà 47.000 euro l’anno. Quel valore viene utilizzato esclusivamente come benchmark economico di scenario. Se ipotizziamo che soltanto il 25, il 50 o il 75 per cento dei 15 GW aggiuntivi richieda una capacità equivalente remunerata a quel benchmark, otteniamo circa 176, 353 e 529 milioni di euro l’anno.

Sommando rete e capacità, i tre scenari producono un ordine di grandezza complessivo di circa:

  • 475 milioni di euro l’anno nello scenario basso;
  • 951 milioni nello scenario centrale;
  • 1,43 miliardi nello scenario alto.

Sono numeri significativi. Ma, come vedremo, non implicano automaticamente una stangata sulle famiglie.

Socializzare il 25, il 50 o il 75 per cento cambia tutto

A questo punto entra in gioco la variabile più interessante. Non il costo tecnico: la sua allocazione.

Supponiamo che venga trasferito alla generalità degli utenti elettrici rispettivamente il 25, il 50 o il 75 per cento dei costi incrementali appena calcolati. La quota socializzata sarebbe allora circa 119 milioni, 475 milioni e 1,07 miliardi di euro l’anno.

Per trasformare questi numeri in un ordine di grandezza comprensibile, possiamo utilizzare la struttura dei consumi elettrici italiani. Secondo ARERA, nel 2024 i clienti domestici hanno acquistato circa 58,8 TWh su circa 243 TWh venduti complessivamente ai clienti finali: poco più del 24 per cento [9]. I punti di prelievo domestici erano circa 30,5 milioni.

Se, con una forte semplificazione, ipotizzassimo che la quota socializzata dei costi incrementali di rete e capacità appena stimati venga ripartita fra le diverse categorie di utenti in proporzione ai loro consumi elettrici, ai clienti domestici sarebbe attribuibile circa il 24 per cento del totale. Dividendo questa quota fra i 30,5 milioni di punti di prelievo domestici, l’effetto medio sarebbe dell’ordine di:

  • meno di 1 euro l’anno per punto di prelievo domestico nello scenario basso;
  • circa 4 euro nello scenario centrale;
  • circa 8,5 euro nello scenario alto.

È un risultato importante perché è meno “spettacolare” di quanto si potrebbe immaginare. Con le sole componenti considerate — trasmissione e un benchmark di capacità — non emerge alcuna “esplosione” della bolletta domestica. Ma “il diavolo sta nei dettagli”.

La stima che abbiamo fin qui fatto non comprende, infatti, la distribuzione locale, gli accumuli, i servizi di bilanciamento, eventuali nuovi impianti di generazione, congestioni, rinforzi specifici delle connessioni, impianti essenziali e altri costi che potrebbero emergere. Di conseguenza, il piccolo numero ottenuto dal modello semplificato qui proposto non consente affatto di concludere che l’effetto finale sulle bollette sarà piccolo.

Gli 8,5 euro dello scenario alto vanno quindi letti come un risultato parziale del modello, non certo come un limite superiore plausibile dell’impatto futuro sulla bolletta familiare.

Figura 3 – Quanto potrebbe pesare sulle famiglie la socializzazione dei costi considerando solo la rete di alta tensione, restrizione che non è rappresentativa dei costi totali reali. Gli 0,9–8,5 euro medi annui per punto di prelievo domestico non rappresentano una stima dell’aumento complessivo della bolletta domestica prodotto dalla grande elettrificazione: rappresentano soltanto l’ordine di grandezza derivante dalle componenti qui considerate, cioè una quota degli investimenti della rete di trasmissione Terna attribuita ai nuovi carichi e della quota dei costi incrementali di rete e capacità socializzata fra gli utenti. Restano fuori dal calcolo, fra l’altro, gli investimenti nelle reti di distribuzione MT/BT, che potrebbero diventare particolarmente rilevanti per carichi diffusi come auto elettriche e pompe di calore, nonché eventuali costi aggiuntivi di generazione, accumulo, bilanciamento, congestione e altri servizi di sistema. I valori rappresentano scenari esplorativi, non previsioni della bolletta futura. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna e ARERA [4, 5, 8, 9]; ipotesi e metodologia descritte nel testo.

In Virginia, ad esempio, l’analisi ufficiale della Joint Legislative Audit and Review Commission (JLARC) ha concluso che la crescita dei data center può aumentare i costi per gli altri clienti attraverso almeno due canali: necessità di costruire nuova generazione e nuova trasmissione e pressione sul costo dell’energia. Nello scenario studiato, per un cliente residenziale tipico di Dominion l’aumento dei costi di generazione e trasmissione è stato stimato nell’ordine di 14–37 dollari al mese entro il 2040, in dollari reali [16].

Il dato non è trasferibile direttamente all’Italia, dove struttura della rete, regolazione e meccanismi di allocazione dei costi sono differenti; mostra però che il risultato dipende in modo decisivo dal perimetro dei costi considerati e dalle regole con cui essi vengono attribuiti ai nuovi grandi consumatori oppure socializzati sulla generalità degli utenti.

Il caso americano, in particolare, dimostra empiricamente un punto molto importante: quando la nuova domanda elettrica richiede contemporaneamente investimenti in rete, nuova capacità di generazione e altri costi di sistema – come accade ad es. nel caso di una crescita della domanda molto rapida e geograficamente concentrata – l’effetto tariffario può essere molto maggiore di quello ottenuto considerando soltanto alcune singole componenti.

È esattamente per questo che, nel giugno 2026, la Federal Energy Regulatory Commission (FERC) – ovvero l’equivalente statunitense della nostra ARERA – è intervenuta su sei operatori regionali, ponendo esplicitamente il problema del cost shifting dei grandi carichi verso gli utenti esistenti. La FERC cita espressamente il caso in cui si costruisca infrastruttura per un data center che poi non si materializza: i clienti residenziali non dovrebbero rimanere a sostenerne il costo.

Il risultato corretto da trarre dal nostro modello non è, dunque, “l’elettrificazione costerà X euro a famiglia”. È un altro: il costo finale per gli utenti dipenderà almeno quanto dalle regole di allocazione quanto dal reale ammontare fisico degli investimenti.

Da 30 a quasi 79 GW di richieste

Il caso dei data center rende il problema particolarmente evidente. Il rapporto di Osservatorio Energia dedicato alla corsa italiana all’intelligenza artificiale ricostruisce una crescita delle richieste di connessione da circa 5 GW alla fine del 2023 a 30 GW alla fine del 2024, oltre 63 GW nell’ottobre 2025, circa 69 GW a dicembre e 78,8 GW alla fine di gennaio 2026 [3].

Ma qui occorre fare una distinzione decisiva: una richiesta di connessione non è un data center. Non è neppure un progetto autorizzato. E un progetto autorizzato non è necessariamente un progetto finanziato, costruito e infine utilizzato alla potenza richiesta.

A fine ottobre 2025 risultavano giunti alla fase di contrattualizzazione della connessione progetti per circa 1,53 GW, un valore enormemente inferiore alle decine di GW richieste [3].

Per questo il rapporto OE non utilizza i 78,8 GW come previsione di capacità futura: li considera un indicatore della pressione potenziale sul sistema e costruisce separatamente scenari di capacità effettivamente operativa.

È una distinzione fondamentale anche per il tema dei costi. Se un operatore chiede 500 MW e la rete viene potenziata per servirlo, ma il progetto viene successivamente ridimensionato o abbandonato, qualcuno deve comunque pagare le infrastrutture eventualmente già realizzate.

Ed è qui che il problema passa dall’ingegneria alla regolazione economica.

Quanto può pesare un grande carico concentrato?

Per visualizzare il problema possiamo costruire un secondo stress test. Immaginiamo che entro il 2035 vengano effettivamente collegati 10 GW di nuovi data center. Non è una previsione. È deliberatamente uno scenario di stress.

Non disponendo di un unico valore italiano sufficientemente robusto del costo incrementale di rete per kW di nuovo data center, utilizziamo tre semplici parametri di scenario: 100, 200 e 500 euro per kW. A 500 euro/kW, 10 GW richiederebbero infrastrutture incrementali per 5 miliardi di euro. Annualizzati con le stesse ipotesi precedenti, equivalgono a circa 325 milioni di euro l’anno.

Se il grande consumatore sostenesse direttamente tutto il costo, la componente da socializzare sarebbe zero. Se ne sostenesse il 75 per cento, rimarrebbero circa 81 milioni. Se ne sostenesse la metà, circa 163 milioni. Se soltanto il 25 per cento, circa 244 milioni. Se nessuna parte venisse direttamente attribuita al nuovo carico, l’intero importo — 325 milioni l’anno — dovrebbe essere recuperato in altro modo.

Applicando, ancora una volta soltanto come esercizio contabile, la quota domestica del 24 per cento, persino quest’ultimo caso corrisponderebbe mediamente a pochi euro l’anno per punto di prelievo domestico.

Ma il punto non è il singolo numero. Il punto è che la stessa infrastruttura può produrre conseguenze distributive completamente diverse a seconda di chi viene chiamato a pagarla.

Chi genera il costo deve pagarlo?

La risposta apparentemente ovvia sarebbe: chi genera il costo. Nella pratica è molto più complicato. Possiamo distinguere almeno tre casi.

Il primo è semplice: un’infrastruttura serve esclusivamente un nuovo grande consumatore. In questo caso il nesso fra domanda e investimento è relativamente evidente.

Il secondo riguarda i rinforzi della rete che diventano necessari per accogliere il nuovo carico ma che, una volta realizzati, aumentano la capacità o la resilienza del sistema anche per altri utenti.

Il terzo è ancora più ambiguo: investimenti che sarebbero stati necessari comunque, ma che l’arrivo del nuovo carico anticipa di cinque o dieci anni.

Quanto di quel costo è realmente causato dal nuovo utente? E quanto produce invece un beneficio generale? Attribuire automaticamente ogni euro al nuovo arrivato sarebbe quindi semplicistico quanto socializzarlo automaticamente.

La vera questione economica è quella che i regolatori chiamano cost causation: individuare, per quanto possibile, chi determina il costo e chi beneficia dell’investimento.

Figura 4 – Dal nuovo carico alla bolletta: come si distribuiscono i costi. Schema concettuale del percorso attraverso cui la crescita dei consumi elettrici può richiedere nuovi investimenti in rete e capacità e tradursi, a seconda dei criteri di attribuzione adottati, in costi sostenuti direttamente dai nuovi utenti oppure condivisi con la generalità dei consumatori. Fonte: elaborazione dell’autore.

Il problema dei progetti che restano sulla carta

Esiste poi un secondo problema: il rischio.

Immaginiamo due data center identici da 500 MW. Nel primo caso il progetto è finanziato, il cliente offre garanzie solide, sottoscrive impegni di lungo periodo e raggiunge rapidamente il carico previsto. Nel secondo caso la richiesta è altrettanto grande, ma il progetto è più incerto e l’utilizzo effettivo della potenza potrebbe rimanere molto inferiore alla capacità prenotata.

Dal punto di vista della rete, entrambi possono richiedere investimenti anticipati. Dal punto di vista economico, però, non sono affatto equivalenti. Se il secondo progetto non si realizza dopo che le infrastrutture sono state costruite, rimane un cosiddetto stranded asset, un investimento che qualcuno deve comunque remunerare.

Il problema non è quindi soltanto: chi paga l’infrastruttura?

È anche: chi assume il rischio che il consumo previsto non si materializzi?

Il “laboratorio” americano

Negli Stati Uniti questo problema è arrivato sul tavolo dei regolatori prima che in Europa, perché la crescita dei data center è stata più rapida e geograficamente concentrata.

Nel giugno 2026, la già citata Federal Energy Regulatory Commission ha aperto dei procedimenti nei confronti dei sei operatori regionali di rete sottoposti alla sua giurisdizione, ed ha chiesto loro di giustificare o modificare le regole applicate alla connessione dei grandi carichi [11].

Il principio non è che ogni infrastruttura debba necessariamente essere pagata integralmente dal data center. Anzi, la stessa FERC riconosce che alcuni potenziamenti della rete possono produrre benefici più generali e che parte dei network upgrades continua normalmente a entrare nelle tariffe di trasmissione.

Ma emerge con forza un altro principio: il rischio specifico generato dal grande carico non dovrebbe essere automaticamente trasferito agli utenti esistenti.

Per questo sono comparsi strumenti come i Cost Recovery Agreements, accordi destinati a garantire che i grandi consumatori sostengano una quota appropriata dei costi generati dalla loro connessione anche nel caso in cui il progetto non entri in servizio come previsto [12].

L’esempio utilizzato dalla stessa FERC è estremamente chiaro: se viene costruita nuova infrastruttura per un data center e quel data center poi non arriva, il costo non dovrebbe semplicemente ricadere sui clienti residenziali.

A questo si aggiungono strumenti quali garanzie finanziarie, obblighi minimi di pagamento, durata minima dei contratti ed exit fee [13].

Non sono dettagli contrattuali. Sono meccanismi per decidere dove collocare il rischio economico della nuova domanda elettrica.

Auto elettriche e data center non sono la stessa cosa

Questo porta a una distinzione che rischia di perdersi quando si parla genericamente di “elettrificazione”. I nuovi consumi non sono tutti uguali.

Milioni di auto elettriche costituiscono un carico distribuito e potenzialmente flessibile. Se la ricarica viene gestita intelligentemente, una parte della domanda può essere spostata nelle ore in cui la rete è meno congestionata o la produzione rinnovabile è abbondante.

Le pompe di calore sono anch’esse distribuite, ma hanno un problema differente: la loro domanda tende a crescere proprio nelle giornate più fredde, creando potenzialmente nuovi picchi invernali. Accumulo termico e gestione intelligente possono ridurre il problema, ma non eliminarlo.

Gli elettrolizzatori per produrre idrogeno presentano, almeno teoricamente, un’elevata flessibilità: possono modulare il consumo seguendo la disponibilità di energia. Nella pratica, però, la convenienza dipende dal fattore di utilizzo dell’impianto e dai processi industriali che devono alimentare.

I data center sono ancora diversi: grandi potenze concentrate, fattori di carico elevati e necessità di elevata affidabilità.

Raggruppare tutto sotto la stessa voce “nuova domanda elettrica” rischia quindi di nascondere proprio la variabile economicamente più importante: il profilo del carico.

Figura 5 – Un GW non è sempre un GW. Confronto qualitativo fra quattro tipologie di nuovi carichi elettrici: auto elettriche, pompe di calore, elettrolizzatori e data center. A parità di potenza o di energia richiesta, distribuzione geografica, profilo temporale e flessibilità dei consumi possono produrre effetti molto diversi sulla rete e sui picchi di domanda. Le caratteristiche indicate sono schematiche e possono variare in funzione delle modalità di utilizzo. Fonte: elaborazione dell’autore.

Il paradosso della grande elettrificazione

C’è un apparente paradosso.

L’elettrificazione può ridurre il consumo di energia primaria perché molte tecnologie elettriche sono più efficienti delle alternative fossili: un motore elettrico trasforma in movimento una quota dell’energia molto superiore a quella di un motore a combustione interna; una pompa di calore può trasferire tre o quattro unità di calore consumando una sola unità di elettricità.

Elettrificare non significa, quindi, necessariamente consumare più energia in senso complessivo. Ma significa quasi certamente chiedere molto di più al sistema elettrico. E questo sistema deve essere dimensionato non sull’energia primaria risparmiata, ma sui TWh elettrici da produrre e, soprattutto, sui GW da garantire nelle ore e nei luoghi in cui vengono richiesti.

A questo si aggiunge un’altra peculiarità italiana.

Il rapporto OE dedicato al rapporto fra fotovoltaico e gas mostra come, nonostante la forte crescita delle rinnovabili, il gas continui a svolgere frequentemente il ruolo di tecnologia “marginale” – come si dice in gergo – nella formazione del prezzo elettrico [2, 15].

Il termine può trarre in inganno: in questo contesto, “marginale” non significa affatto poco importante. Nel mercato elettrico indica, semplificando, la tecnologia che in una determinata ora fornisce l’ultima quantità di elettricità necessaria per soddisfare la domanda. Poiché le fonti vengono chiamate a produrre partendo generalmente da quelle con offerte più convenienti, se per coprire completamente la domanda è necessario utilizzare anche una centrale a gas, il prezzo associato all’ultima offerta accettata contribuisce a determinare il prezzo di mercato di quell’ora. È così possibile che il gas influenzi fortemente il prezzo dell’elettricità anche quando produce soltanto una parte dell’energia complessiva.

Il meccanismo di formazione del prezzo appena illustrato significa che elettrificare trasporti e riscaldamento riduce la dipendenza diretta da petrolio e gas, ma non rende automaticamente il prezzo dell’energia elettrica indipendente dai combustibili fossili. Il forte aumento delle bollette osservato durante la crisi energetica del 2021–2022 aveva del resto mostrato come il prezzo finale dell’energia dipenda dall’interazione di numerosi fattori – dal costo delle materie prime alla struttura del mercato elettrico, fino alle componenti fiscali e regolatorie – che avevo analizzato all’epoca in un precedente articolo [14]. Successivamente, avevo esaminato il possibile ruolo delle dinamiche speculative sul mercato del gas nell’amplificare le tensioni sui prezzi [16].

La riforma europea del 2024 non ha abolito il meccanismo marginalista, pur rafforzando strumenti di lungo periodo quali i PPA (Power Purchase Agreement) – contratti con cui un produttore e un acquirente concordano in anticipo la fornitura di elettricità per un periodo pluriennale a condizioni prestabilite – e i contratti per differenza (CfD), nei quali viene fissato un prezzo di riferimento: se il prezzo di mercato scende sotto tale livello il produttore riceve la differenza, mentre se lo supera restituisce la differenza secondo le regole previste dal contratto. Entrambi gli strumenti possono quindi ridurre l’esposizione dei produttori e degli acquirenti alle forti oscillazioni dei prezzi del mercato elettrico.

Il meccanismo “marginalista” di formazione del prezzo appena illustrato significa che elettrificare trasporti e riscaldamento riduce la dipendenza diretta da petrolio e gas, ma non rende automaticamente il prezzo dell’energia elettrica indipendente dai combustibili fossili.

È un aspetto particolarmente importante alla luce degli scenari di shock petrolifero analizzati da Osservatorio Energia [1]: la sostituzione tecnologica può aumentare la resilienza rispetto al petrolio, ma il beneficio dipende anche da come evolve il sistema di generazione elettrica e dalla sua esposizione al gas.

Ottantacinque TWh: mettere i miliardi nella giusta scala

C’è infine un modo utile per leggere i risultati del nostro stress test.

Gli 85 TWh aggiuntivi indicati dallo scenario Terna fra il 2023 e il 2035 equivalgono a 85 milioni di MWh. Se dividiamo i costi annualizzati di rete e capacità del nostro esercizio per questa energia incrementale, otteniamo:

  • circa 5,6 €/MWh nello scenario basso;
  • circa 11,2 €/MWh nello scenario centrale;
  • circa 16,8 €/MWh nello scenario alto.

Non sono tariffe future e non sono una previsione del costo di rete per MWh. Servono soltanto a dare una scala al problema.

Se, sempre a puro titolo illustrativo, quegli 85 TWh avessero un valore medio all’ingrosso di 100 €/MWh, la sola componente energia avrebbe un valore lordo annuo dell’ordine di 8,5 miliardi di euro. Con 70 €/MWh sarebbero circa 6 miliardi; con 130 €/MWh circa 11 miliardi.

Confrontare direttamente queste cifre con i costi di infrastruttura richiede cautela: una cosa è il valore dell’energia scambiata, un’altra è il costo annualizzato degli investimenti necessari a renderne possibile la produzione e il trasporto. Ma il confronto serve a evitare un errore frequente: presentare un miliardo di euro come una cifra enorme senza specificare il denominatore.

La grande elettrificazione muoverà inevitabilmente decine di miliardi di euro di energia e infrastrutture nel corso degli anni. Il problema interessante non è quindi scoprire che avrà un costo: è capire come quel costo sarà distribuito.

Una transizione tariffaria oltre che energetica

Da questo punto di vista, la transizione energetica è anche una transizione tariffaria.

Se una nuova pompa di calore aumenta il picco invernale, se milioni di automobili vengono ricaricate contemporaneamente alle 19, se un elettrolizzatore può interrompere il consumo nelle ore critiche o se un data center richiede 500 MW continui nello stesso nodo della rete, gli effetti economici sul sistema sono differenti.

Un sistema tariffario costruito per consumatori relativamente passivi potrebbe quindi trovarsi a gestire categorie di utenti con profili, dimensioni e capacità di flessibilità radicalmente diversi. E la questione non si riduce all’alternativa fra “pagare tutto privatamente” e “socializzare tutto”.

Occorre distinguere almeno tre componenti:

  • il costo specificamente causato dal nuovo utente;
  • il valore degli investimenti che producono benefici anche per il resto del sistema;
  • il rischio che la domanda sulla quale sono stati dimensionati gli investimenti non si realizzi.

Il caso americano mostra quanto rapidamente quest’ultima variabile possa diventare rilevante quando entrano in gioco carichi da centinaia di megawatt.

La domanda che manca nel dibattito italiano

In Italia, il dibattito sull’elettrificazione tende a concentrarsi soprattutto su quanti veicoli elettrici avremo, quante pompe di calore installeremo, quanti GW di fotovoltaico saranno necessari e quanta elettricità consumeranno i data center.

Sono domande necessarie. Ma, curiosamente, ne manca una. Forse la più importante di tutte.

Chi pagherà l’infrastruttura necessaria a rendere possibile tutto questo?

Il piccolo modello presentato in questo articolo suggerisce che non vi sono, almeno sulla base delle sole componenti considerate, ragioni per concludere che l’elettrificazione debba necessariamente provocare un forte aumento della bolletta domestica.

È forse il risultato più interessante dell’esercizio.

Ma suggerisce anche che la distribuzione dei costi può cambiare sensibilmente in funzione delle regole adottate e che il problema diventa particolarmente importante quando la nuova domanda è molto grande, concentrata geograficamente e incerta nella sua effettiva realizzazione.

Gli attuali 78,8 GW di richieste dei data center non diventeranno necessariamente 78,8 GW di data center. Probabilmente soltanto una frazione arriverà alla fase operativa. Ma proprio per questo la domanda regolatoria dovrebbe precedere gli investimenti, non seguirli.

Quando una richiesta sulla carta diventa un trasformatore, una sottostazione o una nuova linea, il costo è diventato reale.

Figura 6 – La corsa dei data center in Italia. Potenza complessiva associata alle richieste di connessione alla rete: da circa 30 GW a fine 2024 a 69,05 GW a fine 2025 e 78,79 GW a gennaio 2026, relativi a 449 richieste. Si tratta di richieste di connessione, non di capacità effettivamente realizzata: solo una parte dei progetti potrebbe arrivare alla fase operativa. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Terna e Osservatorio Energia [3, 7].

La grande elettrificazione dell’Italia non dipenderà quindi soltanto dalla capacità di produrre abbastanza energia. Dipenderà anche dalla capacità di distinguere chi genera un costo, chi beneficia di un investimento e chi deve assumere il rischio.

Perché alla fine la domanda decisiva potrebbe non essere se l’Italia abbia abbastanza elettricità per alimentare auto, pompe di calore, industria, idrogeno e intelligenza artificiale.

Potrebbe essere molto più semplice: quando arriverà il conto, sapremo stabilire quale parte appartiene davvero a ciascuno?

Riferimenti bibliografici

[1] Osservatorio Energia, “Petrolio a 150, 200 e 250 dollari al barile: scenari e possibili impatti sull’economia italiana e mondiale”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-001, 2026. https://osservatorioenergia.it/petrolio-a-150-200-250-dollari-barile-scenari-possibili-impatti-su-economia-italiana-mondiale/

[2] Osservatorio Energia, “È ancora giusto che il prezzo del fotovoltaico dipenda dal gas? Scenari per la riforma del mercato elettrico europeo e un confronto tra prezzi di mercato e valori convenzionali di riferimento delle rinnovabili nel periodo 2021–2025”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-002, 2026. https://osservatorioenergia.it/e-ancora-giusto-che-il-prezzo-del-fotovoltaico-dipenda-dal-gas/

[3] Osservatorio Energia, “Data center in Italia: quanto ci costerà la corsa all’AI? Energia, acqua, aria, campi elettromagnetici e territorio: rischi e impatti nello scenario 2030–2035”, Scenari Energetici dell’Osservatorio Energia (SEOE), Scenario n. 2026-003, 2026. https://osservatorioenergia.it/data-center-in-italia-energia-e-altri-impatti-rilevanti-della-corsa-alla-ai/

[4] Terna, “Rapporto Adeguatezza Italia 2025”, 2026.

[5] Terna, “Piano di Sviluppo 2025”, 2025.

[6] Terna, “Programmazione territoriale efficiente”, Terna, consultato nel 2026.

[7] Terna, “Da rifiuto a risorsa: la nuova sfida della transizione ecologica e digitale”, Lightbox, 16 febbraio 2026.

[8] Terna, “Rendiconto degli esiti – Asta Madre 2027”, 2025.

[9] ARERA, “Relazione annuale 2025 – Volume 1: Stato dei servizi”, 2026.

[10] ARERA, “Corrispettivi per gli utenti del dispacciamento”, ARERA, consultato nel 2026.

[11] Federal Energy Regulatory Commission (FERC), “FERC Launches Aggressive, Targeted Action to Speed Large Load Integration”, 18 giugno 2026.

[12] Rosner D., “Commissioner Rosner’s Remarks on the Large Load Show Cause Orders, E-7 to E-12 | June 18, 2026 Open Meeting”, Federal Energy Regulatory Commission (FERC), 18 giugno 2026.

[13] Wang S., Farrell T., “Understanding FERC’s Large Load Orders”, RMI, 6 luglio 2026.

[14] Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetico italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[15] Menichella M., “Perché la transizione energetica non ci fa risparmiare sulla bolletta”, Atlantico Quotidiano, 26 Agosto 2026.

[16] Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[16] Joint Legislative Audit and Review Commission (JLARC), “Data Centers in Virginia”, Commonwealth of Virginia, Report No. 598, December 2024.




“Occidente criminale?” intervista di Mario Menichella a Claudio Pini

“In tempi di menzogna universale,

dire la verità è un atto rivoluzionario”.

                                       George Orwell

“Occidente Criminale – Il volto nascosto del potere globale” è un libro destinato a far discutere e, si spera, risvegliare la classe politica italiana ed europea. Non solo per i temi affrontati, ma perché – come già accaduto con la gestione della pandemia da Covid-19 e ora con i conflitti internazionali al centro dell’attenzione mondiale – la verità può risultare scomoda, soprattutto quando si scontra con censura, narrazioni distorte e silenzi dei media occidentali.

L’autore è Claudio Pini, economista ed esperto di finanza, il quale ripercorre passo dopo passo – con tono misurato ma supportato da numerosi fatti documentati e riferimenti storici – il percorso che ha condotto alla situazione attuale: un’Europa priva di una reale autonomia politica, in larga parte subordinata agli interessi degli Stati Uniti e coinvolta in una guerra per procura che, se non risolta, potrebbe evolvere in tempi brevi in un conflitto globale aperto.

La copertina del libro di Claudio Pini, “Occidente Criminale”

L’economia, in effetti, rappresenta la vera chiave interpretativa dell’attuale ordine mondiale multipolare, poiché costituisce il motore primario che orienta le azioni degli attori globali. In questo contesto, gli Stati Uniti svolgono un ruolo centrale nell’egemonia occidentale, che si esprime in quattro dimensioni fondamentali: economico-monetaria (con il predominio del dollaro), linguistica (l’inglese come lingua globale), militare (attraverso alleanze come la NATO) e culturale (con la diffusione dell’“American way of life”).

Ciò che colpisce è la straordinaria lucidità dell’analisi di Pini, che ricorda quella dei migliori esperti di geopolitica e rende la lettura estremamente interessante e piacevole, senza richiedere conoscenze pregresse. L’Autore non è né filo-americano né filo-russo, ma semplicemente filo-italiano, come a mio avviso ogni vero cittadino e politico dovrebbe essere, non fosse altro per onorare quella patria per la quale molti nostri antenati hanno dato la vita.

Ho quindi colto l’occasione per una piacevole intervista-chiacchierata con l’Autore del libro, che vi consiglio vivamente di leggere ed è facilmente acquistabile sia nella versione cartacea che in quella digitale sulla principale piattaforma di e-commerce.

Domanda: Una delle cose che più mi ha colpito del suo libro è come una rilettura critica degli eventi storici, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad arrivare a quelli più recenti, risulti fondamentale per capire come sia stato forgiato il contesto attuale, gravido di pericoli senza precedenti. La maggior parte delle persone, non avendo questo retroterra culturale, hanno quindi difficoltà a interpretare correttamente gli eventi di questi ultimi mesi o anni, al di là dell’eventuale malafede o delle proprie idee preconcette. Quali conseguenze pratiche ha, tutto ciò, per chi ci governa?

Risposta: È proprio questo il punto da cui nasce Occidente Criminale: il fatto che la maggior parte delle persone viva immersa in un presente senza memoria, come se ogni evento fosse isolato e privo di radici. Ma la realtà è che il potere si costruisce sulla continuità, e l’Occidente – inteso come insieme di élite politiche, economiche e militari – ha saputo mantenere un controllo capillare proprio perché ha riscritto, distorto o rimosso la memoria collettiva degli ultimi settant’anni.

Quando manca questa consapevolezza storica, i governi possono manipolare con maggiore facilità il consenso, giustificare guerre, sanzioni o crisi economiche come inevitabili o “moralmente giuste”.

Il cittadino medio, privo degli strumenti per comprendere la genealogia di certi processi, finisce per accettare narrazioni semplificate: “noi i buoni, loro i cattivi”, “guerra per la libertà”, “emergenza per la sicurezza”.

In termini pratici, questo vuoto di conoscenza offre a chi governa un enorme vantaggio politico e psicologico.

Permette di orientare l’opinione pubblica secondo interessi che spesso nulla hanno a che vedere con la democrazia o con il bene comune.

E, cosa ancor più grave, legittima decisioni che in un contesto realmente informato verrebbero rifiutate dalla maggioranza dei cittadini.

In sostanza, la disinformazione storica non è un effetto collaterale, ma una strategia di potere.

Più la società dimentica, più chi governa può ripetere gli stessi errori — o meglio, gli stessi inganni — sotto nuove etichette.

D.: Nel famoso libro di Samuel P. Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” (1996), l’autore si aspettava che i futuri conflitti globali non sarebbero stati più ideologici o economici, ma culturali e civili, e che sarebbero nati lungo le linee di faglia fra le civiltà (occidentale, ortodossa, sinica, islamica, etc.). In altre parole, non più conflitti “Est vs. Ovest” o “capitalismo vs. comunismo”, ma ad esempio “Occidente vs. altre civiltà”. Cosa ne pensa?

R.: Il merito di Huntington è stato quello di cogliere, già negli anni ’90, il venir meno delle vecchie categorie ideologiche che avevano dominato la Guerra Fredda. Tuttavia, a mio avviso, il suo modello dello “scontro di civiltà” è una lettura parziale e funzionale alla narrativa occidentale.

Nel momento in cui il bipolarismo si dissolve, l’Occidente — in particolare gli Stati Uniti — ha bisogno di una nuova giustificazione per mantenere la propria egemonia globale.

Definire il mondo in termini di “noi contro loro”, “civiltà contro civiltà”, ha offerto una cornice perfetta per sostituire il vecchio nemico comunista con nuovi nemici “culturali”: l’Islam, la Russia ortodossa, e più recentemente la Cina.

In questo senso, Huntington non descrive un fenomeno naturale, ma prefigura una strategia politica. Lo “scontro di civiltà” diventa una profezia che si autoavvera, un paradigma utile a giustificare interventi militari, guerre preventive e politiche di contenimento economico.

Dietro la presunta difesa dei “valori occidentali” si cela la volontà di preservare un ordine mondiale fondato sul controllo delle risorse, dei mercati e dell’informazione.

Se guardiamo ai fatti successivi al 1996 — dalla guerra nei Balcani all’Afghanistan, dall’Iraq alla crisi ucraina — vediamo come le fratture culturali siano state spesso create o amplificate artificialmente.

Il vero scontro non è mai stato tra civiltà, ma tra poteri: da una parte, un sistema occidentale che cerca di perpetuare la propria centralità; dall’altra, realtà emergenti che rivendicano sovranità, identità e autonomia.

In altre parole, Huntington ha colto il sintomo, ma non la causa.

Le guerre del XXI secolo non nascono dalle differenze culturali, bensì dalla crisi del modello di dominio occidentale, che, non potendo più reggersi su basi economiche e morali, cerca un nuovo nemico per legittimarsi.

D.: All’inizio degli anni Novanta, come in sostanza scrive nel suo libro, “la dissoluzione dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia hanno alimentato in Occidente l’idea di ‘fine della storia’ – alimentata dal saggio omonimo del politologo americano Francis Fukuyama – secondo cui democrazia liberale ed economia di mercato costituirebbero l’approdo naturale dell’umanità”. Che cosa c’era di errato in quella visione, evidentemente miope, di un mondo unipolare?

R.: L’errore di fondo della visione proposta da Fukuyama — e condivisa da gran parte delle élite occidentali negli anni ’90 — è stato quello di scambiare una vittoria geopolitica per una verità universale.

La caduta dell’Unione Sovietica non segnava la “fine della storia”, ma soltanto la fine di un equilibrio.

L’Occidente ha interpretato il crollo del blocco orientale come la conferma definitiva della propria superiorità morale, politica ed economica, immaginando che l’intero pianeta si sarebbe spontaneamente convertito alla democrazia liberale e al libero mercato.

In realtà, quello che è accaduto è stato esattamente l’opposto: la fine dei contrappesi ha aperto la strada a un imperialismo globale, economico e culturale, che si è manifestato sotto forma di “esportazione della democrazia”, guerre umanitarie e globalizzazione finanziaria.

Privato di un antagonista ideologico, l’Occidente ha perso anche il proprio senso di limite.

Ha creduto di poter riscrivere le regole del mondo, di poter imporre ovunque il proprio modello, non accorgendosi che così facendo stava minando le basi della propria legittimità.

La “fine della storia” è stata, in realtà, l’inizio di una nuova forma di dominio, più subdola perché mascherata da progresso e libertà.

Dietro la retorica dei diritti e della democrazia si è consolidato un sistema centrato sul potere delle multinazionali, delle istituzioni finanziarie e delle alleanze militari, che hanno sostituito la sovranità dei popoli con la logica del profitto e della sicurezza globale.

A distanza di trent’anni possiamo dire che Fukuyama aveva scambiato la fine di un’epoca per l’inizio di una verità assoluta, e che quella visione unipolare è stata non solo miope, ma autodistruttiva.

Ha impedito all’Occidente di interrogarsi sui propri errori, di riformarsi, di comprendere la complessità del mondo che stava nascendo.

E oggi ne paghiamo le conseguenze: un pianeta frammentato, una fiducia collettiva erosa e una crescente ostilità verso l’arroganza di chi, proclamandosi vincitore, non ha saputo governare la propria vittoria.

D.: Il controllo della narrazione sinergico da parte dei governi e dei grandi media occidentali – social e non – nasconde la verità quando essa è scomoda –  in particolare per certi interessi economici, politici e militari – e permette oggi di orientare l’opinione pubblica, gettando discredito su chi dissente, si defila dal “mainstream” e dall’“appecoronamento” di massa. Inoltre, permette di operare una censura preventiva, con la scusa del “fact checking” o altro. Lo abbiamo visto tutti in maniera plateale nella fase pandemica. Come avviene ciò e perché è un problema estremamente serio?

R.: Il controllo della narrazione è oggi il più potente strumento di potere esistente.

Se nel Novecento le guerre si combattevano con carri armati e bombe, oggi si combattono con le parole, le immagini e le emozioni.

L’obiettivo non è più soltanto conquistare territori, ma occupare le menti, orientare il modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Negli ultimi decenni, governi, grandi media e piattaforme digitali hanno costruito una sinergia perfetta: la politica detta la linea, i media la diffondono, i social la amplificano.

Quando un’informazione contrasta con la narrativa dominante — che spesso coincide con gli interessi economici e geopolitici delle grandi potenze — essa viene delegittimata, oscurata o ridicolizzata.

Chi la diffonde diventa automaticamente “complottista”, “disinformato” o “filo-qualcosa”.

Il cosiddetto “fact checking” è il nuovo strumento di censura preventiva: in apparenza difende la verità, ma in realtà stabilisce chi può definirla.

Non esiste un organo neutrale che possa decidere, una volta per tutte, cosa è vero e cosa no — eppure oggi siamo arrivati al paradosso di affidare questa funzione a gruppi privati, finanziati spesso dagli stessi attori che controllano la comunicazione.

Durante la pandemia questo meccanismo si è mostrato in tutta la sua potenza: chi poneva domande era trattato come un nemico pubblico, e chi invitava alla prudenza o alla libertà di scelta veniva cancellato dai canali di comunicazione.

È stato un laboratorio perfetto per testare il grado di obbedienza sociale ottenibile attraverso la paura e il conformismo mediatico.

Questo è un problema gravissimo perché mina le basi stesse della democrazia.

Una società che non tollera il dissenso e non ammette la critica non è una società libera, ma una società condizionata.

Quando la verità diventa monopolio del potere, la realtà viene sostituita dalla propaganda, e l’opinione pubblica non è più in grado di distinguere ciò che accade da ciò che le viene raccontato.

Occidente Criminale nasce anche da questo: dal bisogno di restituire al lettore strumenti per pensare con la propria testa, per riconoscere i meccanismi della manipolazione e recuperare il diritto più elementare che una democrazia dovrebbe garantire — quello di cercare la verità senza essere perseguiti per averlo fatto.

D.: La NATO, scomparso il suo nemico storico – ovvero il Patto di Varsavia – anziché scomparire anch’essa, come lei osserva subisce rapidamente una metamorfosi, espandendosi geograficamente, assumendo un raggio d’azione globale e, soprattutto, passando dalla difesa collettiva alla polizia d’intervento, il che giustifica interventi ovunque nel mondo con la “scusa” che di volta in volta fa più comodo: guerra umanitaria, guerra al terrore, etc. Cosa ci può dire in proposito?

R.: La fine del Patto di Varsavia avrebbe dovuto segnare anche la fine naturale della NATO.

Nata nel 1949 come alleanza difensiva, con lo scopo dichiarato di contenere l’espansionismo sovietico, essa aveva perso la sua ragion d’essere nel momento stesso in cui l’Unione Sovietica si dissolse.

Ma anziché sciogliersi, la NATO ha cambiato pelle, trasformandosi da strumento di difesa collettiva in braccio armato della globalizzazione occidentale.

A partire dagli anni Novanta, la sua missione si è estesa ben oltre i confini europei.

Il linguaggio ufficiale è mutato: non più “difesa”, ma “stabilità”, “prevenzione”, “intervento umanitario”.

In realtà, dietro questi eufemismi si è nascosto un nuovo paradigma: l’uso della forza come mezzo di regolazione dell’ordine mondiale.

Ogni volta che una crisi minacciava gli interessi strategici dell’Occidente – dai Balcani all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia – la NATO è intervenuta invocando motivazioni “morali”, ma con esiti disastrosi per le popolazioni locali e vantaggiosi per chi deteneva il potere economico e militare.

È in quel momento che la NATO smette di essere un’alleanza e diventa una struttura politico-militare a vocazione globale, capace di agire anche senza mandato ONU e di imporre la propria agenda in nome della “sicurezza collettiva”.

Ma sicurezza per chi?

Sicuramente non per i Paesi devastati dagli interventi, né per i cittadini europei trascinati in conflitti che non li riguardavano.

La “sicurezza” di cui parla la NATO è quella del sistema economico occidentale, delle sue rotte energetiche e delle sue sfere d’influenza.

Questa metamorfosi, come scrivo in Occidente Criminale, ha avuto un costo altissimo: ha svuotato di senso il diritto internazionale e ha ridotto l’Europa a semplice teatro di strategie altrui.

Oggi la NATO è di fatto uno strumento di proiezione del potere statunitense, capace di giustificare ogni intervento – anche il più arbitrario – come “guerra preventiva” o “difesa dei valori democratici”.

In realtà, dietro queste formule si cela la logica dell’imperialismo contemporaneo: la guerra come forma di governo del mondo, in un equilibrio sempre più instabile e pericoloso.

D.: La guerra Russia-Ucraina viene spesso presentata dai media occidentali in maniera che non potrebbe essere più di parte, nascondendo una serie di fatti antecedenti ben noti solo a chi è documentato grazie a fonti che qui da noi sono censurate oppure riservate a pochi “addetti ai lavori”. Ecco perché la disinformazione ha gioco assai facile. Ci può sintetizzare qual è la successione di eventi che ha portato all’intervento russo per le inopinate scelte dell’Occidente? 

R.: La crisi ucraina non nasce nel 2022, ma affonda le sue radici in almeno trent’anni di errori strategici dell’Occidente.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, alla Russia era stata promessa — verbalmente ma in modo inequivocabile — la non espansione della NATO “neanche di un pollice a Est”.

Quella promessa è stata sistematicamente tradita: dal 1999 in poi, l’Alleanza Atlantica si è allargata fino ai confini russi, includendo Paesi dell’ex blocco sovietico e persino le repubbliche baltiche.

Nel 2014, con il colpo di Stato di Maidan, sostenuto apertamente da Stati Uniti e Unione Europea, un governo eletto ma non allineato è stato rovesciato, aprendo la strada a un esecutivo filo-occidentale e a una guerra civile interna tra Kiev e le regioni russofone del Donbass.

Per otto anni, gli accordi di Minsk — che avrebbero dovuto garantire autonomia a quelle regioni — non sono mai stati applicati, mentre la NATO continuava ad armare e addestrare l’esercito ucraino.

Quando Mosca ha visto profilarsi all’orizzonte la prospettiva di un’Ucraina pienamente integrata nella NATO, ha reagito con un intervento militare che, nel suo calcolo strategico, era difensivo, ma che l’Occidente ha interpretato come un’aggressione unilaterale.

In realtà, la guerra del 2022 è il risultato di una lunga escalation provocata da una politica occidentale di accerchiamento e provocazione, che ha trasformato l’Ucraina in un campo di battaglia per procura.

Oggi la disinformazione serve a cancellare questa memoria recente: si racconta il conflitto come se fosse esploso dal nulla, occultando le responsabilità di chi, per anni, ha giocato con il fuoco per interessi geopolitici ed economici, ignorando volutamente le conseguenze per i popoli coinvolti.

D.: Nel suo libro, sono citati alcuni esempi di eventi inventati di sana pianta dagli Stati Uniti per giustificare degli interventi militari funzionali ai loro obiettivi, un modus operandi – accompagnato da quella che lei definisce “demonizzazione selettiva dell’avversario” – che, purtroppo, getta discredito su questo attore geopolitico , quanto meno sul piano morale e se ha ancora un qualche senso parlare di moralità in politica. Ci può ricordare quali sono stati i casi più famosi in tal senso?

R.: Purtroppo, la storia recente degli Stati Uniti è costellata di episodi in cui la menzogna è stata utilizzata come strumento politico e militare.

Non si tratta di teorie, ma di fatti documentati, spesso riconosciuti dagli stessi protagonisti a posteriori.

Uno dei casi più emblematici è quello del Golfo del Tonchino (1964): un presunto attacco nordvietnamita a navi americane mai avvenuto, usato come pretesto per giustificare l’intervento diretto in Vietnam, con milioni di vittime civili e un Paese devastato.

Un altro esempio è l’invasione dell’Iraq nel 2003, basata sull’accusa – poi rivelatasi totalmente infondata – che Saddam Hussein possedesse “armi di distruzione di massa”.

Quella menzogna, amplificata da un’enorme campagna mediatica, servì a scatenare una guerra che distrusse un intero Stato, destabilizzando il Medio Oriente e alimentando il terrorismo che si diceva di voler combattere.

Possiamo citare anche il caso del Kosovo nel 1999, dove la NATO giustificò i bombardamenti sulla Serbia con accuse di “genocidio” mai dimostrate, e quello della Libia nel 2011, dove la “guerra umanitaria” per proteggere i civili si trasformò in un disastro geopolitico che ha cancellato uno dei Paesi più prosperi dell’Africa.

Il denominatore comune di questi episodi è la “demonizzazione selettiva dell’avversario”: prima si costruisce il nemico assoluto, poi si crea l’emergenza morale che rende inevitabile l’intervento.

È un modello narrativo che consente di presentare guerre di conquista come azioni di giustizia o di libertà.

Il risultato è una perdita irreversibile di credibilità morale: come si può parlare di “valori democratici” quando la menzogna diventa la premessa della politica estera?

Ed è proprio questo, oggi, il paradosso dell’Occidente: pretendere di esportare la verità, dopo aver costruito il mondo sulla manipolazione.

D.: La civiltà occidentale a guida statunitense sembra essere ormai a un bivio, a causa della crescita economica cinese e del crescente peso anche geopolitico dei BRICS, che rappresentano un’alternativa – anche come modello di riferimento – per molti paesi poveri del mondo. Quando una civiltà è conscia del proprio declino, cerca di fare di tutto per rimandarlo, compresi atti che sarebbero giudicati del tutto irrazionali in altre situazioni. È quanto mi pare vedere in quest’epoca. Mi sbaglio?

R.: No, non si sbaglia affatto.

Ci troviamo davvero davanti a un passaggio storico cruciale: il tramonto dell’egemonia occidentale così come l’abbiamo conosciuta dal 1945 in poi.

Per decenni, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dominato il pianeta attraverso il controllo delle risorse, della moneta e della narrazione politica.

Ma oggi quel modello mostra crepe profonde, perché il mondo non è più disposto ad accettare una sola visione del progresso o della libertà.

La crescita della Cina, l’espansione dei BRICS e la ricerca di autonomia da parte di molti Paesi del Sud globale rappresentano la reazione naturale di un sistema internazionale che si riequilibra dopo secoli di dominio unipolare.

Questo non significa che la nuova fase sarà priva di contraddizioni, ma certamente segna la fine del monopolio occidentale sulla storia.

Ed è qui che entra in gioco il paradosso: quando un impero percepisce il proprio declino, non cerca di adattarsi, ma di resistere, spesso con mezzi sempre più aggressivi e irrazionali.

È la logica dell’autoconservazione: guerre, sanzioni, crisi artificiali diventano strumenti per mantenere un potere che non riesce più a rinnovarsi.

Si tratta di una reazione istintiva ma pericolosa, perché ogni tentativo di rallentare il corso della storia produce solo nuovi conflitti e nuove divisioni.

In questo senso, Occidente Criminale vuole essere una riflessione e un avvertimento: il vero segno del declino non è perdere potere, ma rifiutarsi di accettare il cambiamento.

E l’Occidente, oggi, sembra disposto a tutto pur di non riconoscere che il mondo non gli appartiene più.

D.: Nel suo libro emerge come oggi nelle democrazie occidentali si stia andando verso un livello di censura, manipolazione dell’informazione e controllo della popolazione che una volta si vedeva solo nei regimi autoritari, grazie alla collaborazione di altri attori coinvolti, come ad es. i maggiori social media. Può spiegarci meglio come ciò avviene e perché è difficile opporre resistenza – fosse anche solo in un civile dibattito televisivo – al “pensiero unico” occidentale e filo-americano?

R.: È vero: nelle cosiddette democrazie occidentali si è ormai superato quel confine che un tempo separava la libertà dalla manipolazione.

Oggi il controllo dell’opinione pubblica non avviene più attraverso la censura esplicita, ma tramite meccanismi molto più raffinati e invisibili, che rendono superfluo il ricorso alla forza.

I social media, che avrebbero dovuto rappresentare il massimo strumento di libertà, si sono trasformati nel più grande apparato di condizionamento mai esistito.

Grazie agli algoritmi e alla profilazione dei dati, è possibile orientare il pensiero collettivo in modo selettivo, dosando ciò che gli utenti vedono, leggono e credono.
Le piattaforme non cancellano necessariamente le opinioni dissenzienti: le rendono invisibili, spingendole ai margini del dibattito pubblico, dove perdono rilevanza e credibilità.

A questo si aggiunge una forma di autocensura culturale, che nasce dalla paura di essere etichettati, esclusi o ridicolizzati.

In un contesto dove chi si discosta dalla linea dominante viene subito accusato di “disinformazione” o “filoputinismo”, la maggior parte delle persone preferisce tacere o conformarsi.

È un meccanismo psicologico perfetto, perché non ha bisogno di repressione, ma solo di consenso indotto.

Resistere a questo sistema è difficile proprio perché il controllo non è più verticale, ma diffuso, partecipato e interiorizzato.

Molti credono di pensare liberamente, ma in realtà si limitano a ripetere ciò che l’ambiente mediatico ha già filtrato per loro.

Così il “pensiero unico” non si impone con la forza, ma con l’abitudine, con l’illusione della libertà di scelta.

Ed è questo, forse, il tratto più inquietante della nostra epoca: una società che si crede libera, ma che ha delegato ad algoritmi e corporation la gestione della propria coscienza collettiva.

Un potere che non si vede è il più difficile da combattere, perché non si può neppure nominare.

D.: Nel 1962, in piena Guerra Fredda, con la famosa crisi dei missili di Cuba che portò a una tensione altissima fra Stati Uniti e Unione Sovietica – che stava riempiendo l’isola di testate nucleari – l’umanità è stata sull’orlo dell’abisso. Ma oggi, pur non essendoci il medesimo livello di tensione, paradossalmente siamo in realtà ancora di più a un passo da un conflitto nucleare – che non avrebbe né vincitori né vinti – per una serie di ragioni che sono molto ben illustrate nel suo libro. Ce ne può dire alcune?

R.: Sì, paradossalmente oggi il rischio di un conflitto nucleare è persino più alto che durante la crisi di Cuba.

Allora, pur nel pieno della Guerra Fredda, esisteva ancora un equilibrio del terrore: le due superpotenze si conoscevano, comunicavano, e — per quanto ostili — condividevano la consapevolezza che un passo falso avrebbe significato la distruzione reciproca.

C’era una logica, perversa ma razionale, che teneva in piedi il mondo.

Oggi quella logica è venuta meno.

Viviamo in un sistema molto più frammentato, dove le decisioni cruciali non sono più solo politiche, ma anche economiche, militari e perfino tecnologiche, e dove gli strumenti di deterrenza sono moltiplicati da armi ipersoniche, droni autonomi e sistemi digitali fuori controllo umano.

La catena decisionale si è accorciata, la comunicazione tra potenze è minima e la propaganda sostituisce la diplomazia.

Inoltre, la perdita di equilibrio geopolitico dopo il 1991 ha prodotto un’illusione pericolosa: l’idea che una sola parte — l’Occidente — possa imporre la propria volontà senza conseguenze.

Ma la Russia, la Cina e molti altri Paesi non accettano più questo paradigma.

Il mondo non è più unipolare, e chi si ostina a comportarsi come se lo fosse rischia di trascinare tutti nel baratro.

Il pericolo, oggi, non è solo nella forza distruttiva delle armi, ma nell’irresponsabilità politica e culturale di chi continua a pensare che la guerra possa essere uno strumento di ordine.

Quando l’arroganza sostituisce il dialogo e la propaganda prende il posto della diplomazia, basta un errore, un incidente, o anche solo una provocazione calcolata male, per superare un punto di non ritorno.

Ecco perché nel libro insisto su un concetto: non siamo più nell’epoca delle guerre ideologiche, ma in quella delle guerre sistemiche — guerre che nascono dal tentativo disperato di un ordine morente di sopravvivere.

Ma nessuna egemonia vale l’estinzione dell’umanità.

Il compito più urgente, oggi, è recuperare il senso del limite, quella consapevolezza che durante la crisi di Cuba, paradossalmente, aveva impedito il disastro.

D.: La ringrazio molto per questa chiacchierata che giunge in un momento storico davvero delicato, come credo sia emerso chiaramente anche dalle sue parole. Fra l’altro, non è affatto facile oggi trovare persone competenti che abbiano il coraggio di dire pubblicamente certe verità, complici il sistema ed i condizionamenti che lei ha citato. Voleva aggiungere ancora qualcosa prima di salutarci, augurandole il miglior successo per il suo libro?

R.: Sì. Credo che oggi il compito più urgente non sia scegliere da che parte stare, ma ritrovare la capacità di pensare in modo libero e critico.

La verità non appartiene mai a una sola parte, e il primo passo per evitare nuove tragedie è riconoscere le menzogne che ci hanno condotto fin qui.

Occidente Criminale nasce proprio da questo bisogno: capire il passato per non ripetere gli stessi errori, e ricordare che la pace non è un’illusione, ma una responsabilità collettiva.

 

 




Il futuro della nostra civiltà tecnologica: viaggio fra i possibili scenari

“Il dovere più importante che abbiamo

nei confronti dei nostri discendenti

è quello di sopravvivere”.

                                      (Harold W. Lewis)

 

Come scrivevo già vent’anni fa nel mio libro Mondi Futuri, “tutti noi, quotidianamente, prevediamo o tentiamo di prevedere in qualche modo il futuro. La maggior parte delle persone, però, si interessano esclusivamente ai problemi personali e si limitano a guardare verso il futuro immediato. Soltanto pochi individui si spingono più in là, occupandosi dei problemi che riguardano gli altri abitanti del pianeta e relativi a un futuro non vicino. Eppure, avere una prospettiva globale, prevedere il futuro a lungo termine della società e del mondo intero, non è per l’«Homo technologicus» attuale solo il modo per soddisfare delle curiosità innate; bensì, ora più che mai, rappresenta soprattutto un esercizio utile per la propria sopravvivenza”. Il libro in questione parlava del futuro dell’attuale stato di cose sul nostro pianeta, collocando l’argomento in un contesto via via sempre più ampio, soffermandosi sul futuro della civiltà tecnologica, su quello dell’Homo sapiens, del pianeta Terra, della Galassia e, infine, sul destino dell’intero universo. In questo articolo, però, mi limiterò ad accennare solo ai primi due, ovvero al futuro della civiltà tecnologica ed a quello della nostra specie, dato che interessano sicuramente di più il lettore.

Una chiave di lettura per comprendere il presente

All’alba del terzo millennio, l’umanità si trova, per la prima volta nella sua storia, di fronte a una serie di grandi sfide e di problemi globali emergenti – crescita della popolazione mondiale, impoverimento delle risorse naturali, deterioramento ambientale, crescente vulnerabilità alle epidemie, proliferazione delle armi di distruzione di massa e, in campo economico, degli strumenti derivati, escalation del terrorismo e delle dispute fra Paesi, aumento delle migrazioni internazionali, sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, aumento del potere delle lobby e della censura – che minacciano addirittura la sopravvivenza della civiltà tecnologica e dell’intera specie Homo sapiens sul nostro piccolo e fragile pianeta.

Sono queste, infatti, le 10 grandi tendenze globali del cambiamento che stanno plasmando il mondo e di cui ho accennato già in un precedente articolo [1] pubblicato dalla Fondazione Hume e – nel caso di 7 di esse – ancor prima, nel mio saggio Mondi futuri. Viaggio fra i possibili scenari [2], di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale della pubblicazione. Un aspetto fondamentale che va sottolineato è che ciascuna delle tendenze di cambiamento menzionate non è stata selezionata dall’Autore casualmente: ognuna di esse, infatti, reca in sé il potenziale di poter innescare, direttamente oppure indirettamente, il collasso della nostra civiltà tecnologica, ovvero del mondo come noi lo conosciamo.

Le 10 principali forze o tendenze planetarie del cambiamento che sono, a mio avviso, all’origine della maggior parte dei più seri problemi globali attuali e delle principali minacce per il futuro della nostra civiltà tecnologica, “sorprese” escluse, evidentemente.(fonte: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Ma, poiché non è possibile fermare lo sviluppo tecnologico, l’unica strada percorribile per colmare il divario oggi esistente fra ciò che bisognerebbe capire ed i mezzi concettuali necessari alla comprensione è quella di realizzare forti “iniezioni” di educazione nei sistemi umani, utilizzando tutti gli strumenti culturali disponibili. L’obiettivo principale di questo articolo è proprio quello di fornire un piccolo contributo in tale direzione, sulla falsariga di quanto feci a suo tempo con il mio libro: proporre delle semplici chiavi di lettura per capire meglio il mondo in cui viviamo e, soprattutto, il mondo verso cui stiamo andando o, peggio, potremmo andare se non riusciamo a governare quanto prima l’“astronave Terra”.

Oggi ci troviamo  in un’epoca assolutamente unica nella storia della vita, dell’uomo e della civiltà: un’epoca caratterizzata, come non mai, da grandi promesse per il futuro; ma, per la prima volta, gravida di micidiali pericoli per la nostra vita e per il nostro benessere, se non addirittura per la sopravvivenza della specie Homo sapiens sulla Terra. In particolare, attualmente stiamo vivendo in un’epoca davvero unica nella storia dell’uomo, perché solo in tempi recenti l’evoluzione culturale della nostra specie ha iniziato ad accelerare in modo straordinario, provocando un divario tecnologico, demografico ed economico senza precedenti tra paesi ricchi e paesi poveri, e una serie di problemi emergenti a livello mondiale che minacciano il nostro benessere e perfino il nostro futuro su questo nostro pianeta.

Siamo la prima specie vivente a rischio di autodistruzione

I precedenti timori sul nostro futuro non sono certamente esagerati se si considera che, a partire da 550 milioni di anni fa, quando si sono sviluppati i primi grandi organismi pluricellulari, sul nostro pianeta sono apparse miliardi di forme viventi profondamente diverse fra loro e che l’Homo sapiens rappresenta la prima e unica specie, nella lunga storia del mondo animale, ad aver raggiunto – sia pure solo negli ultimi decenni dell’attuale civiltà tecnologica – la capacità di provocare, più o meno deliberatamente, la sua stessa estinzione. Ciò è avvenuto verso la metà del secolo scorso, quando la specie umana ha acquisito, per la prima volta, la capacità di autodistruggersi grazie al controllo dell’immensa energia racchiusa nell’atomo, una conquista della nostra civiltà tecnologica ben presto impiegata dalle due superpotenze, USA e URSS, per la costruzione di migliaia di micidiali ordigni nucleari. Da allora, la spada di Damocle di una guerra termonucleare globale capace di provocare l’estinzione del genere umano pende sulle nostre teste, sebbene la fine della Guerra fredda abbia creato in molti l’illusione che il pericolo sia cessato.

Per capire l’eccezionalità dell’epoca storica in cui siamo entrati relativamente da poco, basta riflettere sul fatto che, fino a cinquant’anni fa, l’Homo technologicus – anche volendo – non avrebbe mai potuto provocare la propria estinzione: né con una guerra, né in alcun altro modo. Perfino i conflitti più violenti della storia recente sono stati, infatti, assai limitati, in termini di potenza distruttiva, rispetto a un moderno missile carico di testate nucleari. La bomba di tipo convenzionale più potente utilizzata durante la Seconda guerra mondiale aveva una potenza di circa 10 tonnellate di TNT (trinitrotoluene, ovvero tritolo), mentre tutte le bombe riversate dagli alleati sulle forze irachene durante l’intera Prima guerra del Golfo non hanno superato, complessivamente, le 85.000 tonnellate di TNT. Una testata nucleare media di un missile balistico ha invece una potenza dell’ordine del megaton, equivalente, cioè, a ben 1.000.000 di tonnellate di TNT. Inoltre, molti missili che fanno parte dell’arsenale strategico delle potenze nucleari sono a testata multipla: hanno, cioè, più testate, indirizzabili ciascuna su un obiettivo diverso.

Oggi l’umanità è costretta a passare attraverso una sorta di “collo di bottiglia” evolutivo, stretto e senza precedenti. È come se noi stessimo conducendo sulla nostra specie un gigantesco esperimento che non ammette possibilità di errore. L’unica strada per uscire davvero da questo collo di bottiglia che abbiamo appena imboccato è quella, troppo lontana nel tempo per rappresentare una soluzione realistica e pratica, di colonizzare prima lo spazio vicino alla Terra e, poi, di espandersi gradualmente nella Galassia: l’emigrazione di un cospicuo numero di persone in zone lontane del Sistema Solare, e in seguito della Via Lattea, libererebbe la specie umana dall’incombente minaccia di estinzione. Infatti, le varie colonie create nello spazio profondo dai nostri discendenti sopravviverebbero a qualsiasi catastrofe terrestre e, grazie alle enormi distanze reciproche che le renderebbero, di fatto, dei mondi isolati dal nostro pianeta e fra loro, potrebbero continuare a percorrere ciascuna una differente strada evolutiva, contro l’unica attuale.

Una rappresentazione artistica del “collo di bottiglia” evolutivo in cui si trova oggi l’umanità, realizzata dall’Autore con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Si noti come all’orizzonte incomba lo spettro di una catastrofe nucleare.

Con la trasformazione del cosmo in un nuovo e sconfinato habitat per l’uomo, il pericolo di una nostra completa estinzione potrebbe venir fugato addirittura per sempre. Ma vi è pure un’altra ragione per cui lo spazio potrebbe un giorno costituire, oltre che una garanzia di salvezza, la frontiera finale del genere umano. Il fatto è che, al ritmo di crescita degli ultimi decenni, l’aumento della popolazione, del consumo delle risorse non rinnovabili, del deterioramento ambientale ed i numerosi altri trend negativi in atto non sono sostenibili a lungo sul nostro piccolo pianeta: dunque, lo sviluppo quasi esponenziale che sta caratterizzando, qui sulla Terra, la nostra epoca sembra dover rappresentare soltanto una fase transitoria nella lunga storia dell’uomo e della civiltà. Ma che cosa potrà allora succedere all’umanità, sia nel bene che nel male, nei prossimi anni, secoli o perfino milioni di anni? Quale potrebbe essere, insomma, il futuro a breve, medio e lungo termine della nostra civiltà tecnologica e dell’intera specie umana?

La futurologia, ovvero l’arte di prevedere il futuro

Ovviamente, se ci limitiamo a estrapolare oltre il lecito le tendenze attuali, non arriviamo al futuro ma a una caricatura del presente. Per fortuna, esiste una tecnica predittiva più raffinata, applicabile anche sul medio termine e resa possibile solo in tempi relativamente recenti dall’introduzione del computer: è quella della previsione, per così dire, “scientifica” del futuro. Si tratta di una rivoluzione concettuale, perché occorre vedere tutto in termini di “sistemi”: si parla, così, di sistemi umani o socioculturali (ad es., famiglia, nazione, società mondiale), di sistemi naturali o biologici (gruppo di specie, ecosistema, biosfera) e di sistemi fisici (Sistema Solare, galassia, universo). In generale, un sistema interagisce con altri sistemi o ne fa semplicemente parte (ad es., una nazione appartiene alla società mondiale), e il suo stato è di solito descritto dal valore di alcune “variabili” o parametri, sebbene non possa essere ridotto soltanto a queste. Prevedere il futuro di un sistema, quindi, significa valutare l’andamento futuro delle sue variabili.

Ebbene, l’approccio scientifico alla predizione del futuro consiste nel compiere le estrapolazioni sulla base di un modello del sistema che ci interessa: si cerca, cioè, di trovare delle relazioni matematiche tra le diverse variabili del sistema in modo da poterlo descrivere il più fedelmente possibile e da poter poi effettuare simulazioni del suo comportamento con l’aiuto del computer. Nel caso dei sistemi fisici, spesso è la teoria stessa che fornisce, attraverso alcune leggi, la relazione matematica tra le diverse variabili: il moto dei pianeti nel Sistema Solare, per esempio, è prevedibile in modo preciso perché descritto dalla legge di gravitazione universale di Newton. Ciononostante, questo e alcuni altri sistemi fisici (e non) esibiscono un comportamento caotico: ovvero, un lieve mutamento delle condizioni iniziali conduce a grandi differenze nel risultato finale. In pratica, se un sistema è caotico, esiste una scala di tempo oltre la quale non si possono fare previsioni accurate, ma solo in termini di probabilità: ad esempio, per il sistema atmosfera – e, più in generale, in meteorologia – essa è di appena cinque giorni.

In linea di principio, il metodo dei modelli e delle simulazioni è applicabile, oltre che ai sistemi fisici, a numerose altre situazioni: economia, ecologia, politica, clima, sviluppo demografico e tecnologico sono tutti campi in cui entrano in gioco sistemi complessi e comportamenti umani che mettono alla prova le nostre capacità predittive. Tuttavia, quando c’è di mezzo l’uomo, di solito le variabili che descrivono il sistema sono tantissime e tutte collegate fra loro da complessi cicli di retroazione, il che complica enormemente qualsiasi tentativo di previsione. In tal caso i modelli, specie su tempi abbastanza lunghi, non possono prevedere quale sarà il futuro, ma consentono di pensare ad esso in modo più concreto e quantitativo. Infatti, variando le condizioni del sistema all’inizio o nel corso della simulazione, si può vedere che cosa accadrebbe sotto una varietà di ipotesi, e quindi imparare moltissimo su uno specifico argomento semplicemente analizzando quali e quanto grandi siano gli effetti prodotti da determinati cambiamenti.

La previsione del futuro diventa davvero molto difficile quando c’è di mezzo l’uomo, come mostrato in questa rappresentazione artistica realizzata dall’Autore con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Infatti, prevedere il futuro dell’umanità è incredibilmente complesso, non solo per la molteplicità di variabili in gioco – tecnologiche, ambientali, sociali e politiche – ma anche perché l’essere umano, da sempre, cerca di dare un senso al proprio destino attraverso il trascendente. Questa tensione verso qualcosa che va oltre la realtà tangibile può influenzare le nostre decisioni e visioni del futuro, rendendo ancora più difficile una previsione puramente razionale o matematica. Alla fine, quindi, il futuro dell’umanità è una sorta di combinazione di logica, caos e speranza.

Se il futuro dell’uomo e della civiltà non si può prevedere per via matematica, una tecnica relativamente recente ma ampiamente usata consente di saperne di più, anche sul lungo termine, ed è quella di “ragionare per scenari”. Si tratta di fare congetture ragionevoli e alternative fra loro sull’avvenire – gli scenari, per l’appunto – usando molta immaginazione e basandosi sulla conoscenza dei punti fermi, delle incertezze e delle tendenze principali del nostro tempo in campo sociale, economico, politico, tecnologico, eccetera. Naturalmente, se per ogni tendenza si adotta un trend estremamente positivo, si ottiene uno scenario positivo, e in effetti gli scenari più semplici da ottenere sono quelli totalmente ottimistici o pessimistici, ma si possono immaginare una serie di scenari intermedi. Dunque gli scenari permettono, più che di prevedere un ben preciso futuro, di capire meglio la situazione nella sua globalità, di valutare l’importanza di certi eventi o di loro combinazioni, nonché di fare ipotesi sui vari possibili mondi futuri tenendo conto delle “sorprese”, cioè degli eventi per loro natura imprevedibili.

Quali sono i futuri possibili per una civiltà tecnologica?

Il problema di come una generica civiltà tecnologica giunta ad uno stadio di sviluppo simile al nostro possa in seguito evolvere è stato affrontato in passato – sia pure con scopi completamente diversi – non tanto da futurologi, sociologi, economisti o storici, quanto, piuttosto, da una ristretta categoria di ricercatori: quella degli astronomi, dei fisici e degli ingegneri impegnati nella caccia a ipotetiche civiltà extraterrestri che potrebbero nascondersi nelle profondità dell’universo.

In particolare, analizzando i molteplici possibili sbocchi evolutivi futuri di una società tecnologica aliena evolutasi sulla falsariga della nostra, alcuni scienziati interessati al SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence) hanno tentato di valutare, negli ultimi quarant’anni, la durata media di una civiltà tecnologica extraterrestre. Essa, infatti, indicata di solito con la lettera L, rappresenta uno dei parametri fondamentali della famosa “equazione di Drake”, la semplice formula matematica proposta negli anni Sessanta dal radioastronomo americano Frank Drake per stimare il numero di civiltà aliene potenzialmente contattabili oggi presenti nella Galassia. In base a tale equazione, maggiore è la durata media di eventuali società tecnologiche extraterrestri in grado di inviare o ricevere segnali radio, di costruire sonde spaziali, o di manifestare in qualche modo la propria esistenza o di rilevare la presenza altrui, e maggiore è – a parità di altri fattori contemplati dalla formula di Drake – la probabilità, per la nostra giovanissima civiltà, di entrare prima o poi in contatto con delle intelligenze aliene.

Ebbene, uno dei risultati per noi più importanti di questi originali studi è che, prendendo come modello la nostra attuale società tecnologica, si possono immaginare vari tipi di scenari futuri. Il più pessimistico prevede la scomparsa definitiva della specie umana a causa di un’improvvisa e rapida autodistruzione oppure di una catastrofe di origine astrofisica: eventi che, in linea di principio, possono avvenire anche l’anno prossimo, come pure tra secoli o millenni. Invece, lo scenario più ottimistico è quello della sopravvivenza della specie umana e di un progresso tecnologico continuo o quasi-continuo: cioè, di uno sviluppo della tecnologia fino ai suoi estremi limiti, in un futuro che ha apparenti analogie con quello ipotizzato da molti scrittori di fantascienza. Tra queste due ipotesi estreme – e forse per questo, sebbene non necessariamente, meno plausibili – vi sono poi tutta una serie di possibilità intermedie, che racchiudono probabilmente l’evoluzione futura effettiva della nostra civiltà tecnologica.

I due scenari limite ottimistico e pessimistico, e quelli intermedi, possono venire visualizzati in maniera rozza – ma sicuramente assai intuitiva – su un grafico, riportando sull’asse orizzontale il tempo e su quello verticale il livello di sviluppo raggiunto dalla nostra civiltà tecnologica in funzione, appunto, del tempo. Per livello di sviluppo si intende, sostanzialmente, la capacità raggiunta fino a quel momento dall’uomo di allentare la propria dipendenza dai vincoli posti dalla natura. Nel grafico da noi proposto, tuttavia, l’andamento nel tempo del grado di sviluppo a partire dai primi Homo sapiens a oggi è rappresentato, per semplicità, con una linea quasi-retta, la quale potrebbe far pensare a un progresso lineare nel tempo; il che, ovviamente, è vero solo in primissima approssimazione, dal momento che, nella storia umana, a momenti di crescita molto rapidi si sono alternati lunghi periodi pressoché di stasi. L’andamento preciso della curva, in ogni caso, dipende da come viene misurato il livello di sviluppo raggiunto: se, ad esempio, dal grado di complessità dei manufatti prodotti, dalla quantità di informazione gestita, e così via.

Il futuro forse più realistico della nostra civiltà tecnologica, almeno sul brevissimo termine, è compreso tra i due scenari estremi: quello assai pessimistico di una rapida autodistruzione e quello, assai ottimistico, di un progresso tecnologico continuo. (fonte: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Nell’ambito degli scenari futuri intermedi, si possono immaginare innumerevoli andamenti per la curva del livello di sviluppo tecnologico, dati dalle possibili combinazioni di fasi più o meno lunghe di stagnazione, di parziali cadute, di oscillazioni, eccetera. Infatti, il progresso tecnologico praticamente continuo attuale potrebbe essere, piuttosto presto, rallentato o interrotto in modo più o meno brusco da varie cause, quali crisi ambientali, sociali, economiche, oppure distruzioni e catastrofi dovute all’azione dell’uomo o della natura. D’altra parte, se il grado di sviluppo della tecnologia umana scendesse, in seguito a tali eventi, ben al di sotto del livello odierno, si potrebbe avere la fine della civiltà tecnologica propriamente detta – magari a vantaggio di una società più simile a quella, non tecnologica, della Grecia classica – o la fine della stessa civiltà, che significherebbe precipitare in uno stato di barbarie. Almeno nel primo caso, però, una nuova civiltà potrebbe risollevarsi ai livelli di oggi e superarli; o, al contrario, non tornare a uno stadio di sviluppo tecnologico elevato, ma riuscire, in compenso, a sopravvivere più a lungo.

L’imprevedibilità del futuro: la “singolarità” e le “sorprese”

In realtà, gli scenari fortemente ottimistici – o quelli intermedi, che prevedono comunque un discreto progresso tecnologico futuro – possono essere delineati in maniera ancora abbastanza attendibile finché non si supera una certa soglia di sviluppo, oltre la quale non solo non è possibile prevedere granché di preciso, ma probabilmente non ha nemmeno troppo senso parlare di civiltà tecnologica: ad esempio, perché la società umana si sarà evoluta in qualcosa di assai differente, di cui ciò che noi oggi chiamiamo civiltà tecnologica rappresenta soltanto uno stadio di passaggio. Per lo stesso motivo, del resto, non ha granché senso parlare di società tecnologica per l’epoca degli antichi Romani, e mai quei nostri lontani progenitori si sarebbero potuti figurare la moderna società umana. La soglia oltre la quale il futuro diventerà, per definizione, qualcosa di inimmaginabile rappresenta un momento importante nell’evoluzione dell’odierna civiltà, ed è chiamata dai futurologi “singolarità”: in pratica, la si raggiungerà quando i limiti del prevedibile verranno superati in una vasta gamma di aree tecnologiche fondamentali.

A sinistra: La singolarità tecnologica impedisce, in linea di principio, la previsione di ciò che accadrà dopo di essa (qui rappresentato con l’area più scura). Il movimento filosofico e culturale del transumanesimo da una parte, e la fantascienza dall’altra, possono illuminarci su questa sorta di “zona d’ombra” del nostro futuro. A destra: il tumultuoso sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe portare a una “singolarità” (ed eventualmente a esseri “trans-umani”) molto prima di quanto si creda, impedendoci di fare previsioni sull’evoluzione successiva della nostra civiltà tecnologica. (fonte della figura di sinistra: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Non sappiamo, purtroppo, quanto la singolarità potrebbe collocarsi lontano nel futuro, come pure non abbiamo indicazioni quantitative riguardo l’ancor più importante parametro L, la durata media di una civiltà tecnologica capace almeno di inviare onde radio nello spazio e di riceverne (e dunque con un grado di sviluppo sostanzialmente uguale o anche ben superiore al nostro). Una stima pessimistica porta ad attribuire ad L un valore di poche decine di anni, pari al tempo che può trascorrere, ad esempio, dall’invenzione dei radiotelescopi a una guerra termonucleare globale che provochi una prematura autodistruzione della civiltà. Una stima ottimistica, invece, per quanto ne sappiamo, potrebbe concedere a una civiltà tecnologica una durata di milioni, o addirittura miliardi, di anni: per la verità, non conosciamo un limite superiore a tale longevità, se non quello generico – e comunque estremamente lontano nel tempo per preoccuparsene – rappresentato dal progressivo venir meno di certi requisiti di abitabilità dovuti all’invecchiamento della propria stella, della propria galassia e, infine, dell’intero universo.

Il futuro della nostra civiltà tecnologica si articola, come il passato, su diverse scale temporali, sebbene non sia possibile sapere con esattezza su quale scala si collocheranno i grandi eventi legati all’uomo o ai suoi lontani discendenti. Su una scala temporale molto breve – diciamo, di pochi anni – è ragionevole tentare di estrapolare quasi tutte le tendenze attuali ed escludere, salvo sorprese catastrofiche, cambiamenti radicali. Su una scala temporale di 100 anni, importanti accadimenti storici e rivoluzionarie scoperte scientifiche impediscono già previsioni precise dell’evoluzione successiva. Su una scala di 1.000 anni, si può assistere alla colonizzazione umana del Sistema Solare, come pure al declino della civiltà occidentale e alla comparsa di altre civiltà dominanti. Su una scala di 10.000 anni, l’uomo può scomparire per sempre, o espandersi nello spazio interstellare, magari decidendo nel frattempo di intervenire geneticamente su se stesso a livello di specie. Su una scala di 100.000 o più anni, risulta impossibile fare previsioni, ma probabilmente il nostro destino – buono o cattivo che sia – sarà già stato deciso da tempo.

In realtà, sul breve termine, questo dell’estrapolazione dal passato è un metodo che in genere funziona piuttosto bene, purché ad alterare gli sviluppi futuri non intervengano nel frattempo delle “sorprese”, cioè degli eventi inattesi in grado di modificare bruscamente i cambiamenti che i trend in corso sembrano suggerire. Si tratta di un’ipotesi di solito abbastanza ragionevole nel caso dei sistemi fisici e naturali, molto meno nella nostra società o comunque quando entrano in gioco i comportamenti umani. Per definizione stessa, le sorprese sono eventi – spesso di grande impatto e talvolta catastrofici – che non è possibile anticipare perché mai accaduti prima o perché difficilmente prevedibili: ne sono un esempio l’invenzione del transistor e la formazione del buco nell’ozono, la comparsa del morbo della mucca pazza e dell’epidemia di SARS, nonché il terribile attacco terroristico dell’11 settembre. Le sorprese rendono tipicamente poco attendibili le estrapolazioni delle tendenze umane superiori ai 10-20 anni nel futuro, e possono “mandare all’aria” anche le proiezioni a brevissimo termine.

I rischi globali terminali e quelli sopportabili

L’uomo, sin dalle sue origini, è stato esposto a varie minacce relative alla sua sopravvivenza – malattie, guerre, carestie, eccetera – ma si è sempre trattato di pericoli superabili dall’umanità nel suo insieme. Oggi, invece, per la prima volta nella Storia, sta emergendo una categoria di rischi completamente nuova: quella dei rischi globali terminali, cioè delle minacce in grado di causare la scomparsa in breve tempo dell’intero genere umano, oppure di compromettere in modo drastico e permanente il suo potenziale di sviluppo futuro. Un bang, o “botto”, che provochi l’estinzione rapida e improvvisa dell’Homo sapiens, è l’esito più ovvio e concettualmente facile da capire di un rischio globale terminale. Due modi in cui già ora il mondo potrebbe finire in un botto sono una guerra mondiale combattuta con armi termonucleari e la caduta sulla Terra di un grosso corpo asteroidale o cometario. Ma un crunch, o “lento declino”, della civiltà, come sarebbe ad es. quello provocato da un inarrestabile effetto serra a valanga, non sarebbe meno grave di un botto, se portasse la società a un arresto tecnologico senza fine.

Inoltre, mentre alcuni eventi sono in grado di spazzare direttamente via l’Homo sapiens dal pianeta, altri possono provocare “solo” il rapido collasso della moderna civiltà, in quanto almeno una piccola parte degli esseri umani riuscirebbe a sopravvivere. È il caso, ad esempio, di un’epidemia assai diffusa e letale, di una guerra termonucleare dagli effetti limitati, o magari della caduta di un corpo extraterrestre dalle dimensioni non troppo grosse. Ora, però, non è detto che, una volta collassata, la civiltà possa risorgere e superare i livelli di sviluppo pre-crisi, anche se la specie umana dovesse sopravvivere ancora a lungo. Noi potremmo, ad esempio, aver già esaurito o consumato troppe delle risorse facilmente disponibili di cui una società tornata a vivere alle condizioni dell’età della pietra avrebbe bisogno per raggiungere il nostro livello di tecnologia. Per di più, una razza umana precipitata in uno stato primitivo sarebbe vulnerabile ai processi naturali di estinzione né più né meno di qualsiasi altra specie animale.

I rischi terminali vanno poi ben distinti dai rischi globali sopportabili, cioè quelli che non provocano né l’estinzione dell’umanità, né il suo retrocedere permanente a uno stato di barbarie o a un livello (più basso rispetto all’attuale) di civiltà “quasi non tecnologica”. Questo tipo di rischi include, ad esempio, una recessione economica mondiale senza precedenti, un riscaldamento globale moderato, una consistente perdita della biodiversità planetaria, una guerra su larga scala combattuta con armi convenzionali. Purtroppo, la soglia critica che, per un dato tipo di evento, separa le conseguenze terminali da quelle sopportabili – cioè che distingue un botto “finale” da uno che non lo è – risulta sempre assai difficile da determinare. Naturalmente, il fatto che un rischio globale sia sopportabile non significa che sia accettabile o non particolarmente serio, ma solo che l’umanità può alla fine riprendersi e che gli effetti, per quanto gravi, sono da considerarsi transitori. D’altra parte, è anche vero che un rischio globale sopportabile potrebbe costituire un rischio terminale per molti individui o, localmente, per intere popolazioni.

I rischi globali terminali e i rischi globali sopportabili, in effetti, non sono altro che due delle categorie in cui si possono classificare qualitativamente i rischi. In base alle conseguenze dell’evento e alla sua portata, cioè alle dimensioni del gruppo di persone minacciate, distinguiamo difatti 6 diversi tipi di rischi, come nella tabella qui sotto: i rischi “sopportabili” (che possono essere personali, locali o globali) ed i rischi “terminali” (personali, locali o globali). “Globale” significa che il rischio riguarda l’intero genere umano ed i suoi discendenti; “personale” o “locale” che riguarda, rispettivamente, il singolo individuo o un gruppo circoscritto di persone. Per ogni classe di rischio è riportata in tabella una conseguenza tipica: a livello personale, ad esempio, la morte – ma pure un danno fisico permanente o una condanna al carcere a vita – sono eventi terminali, perché precludono all’individuo la possibilità di vivere il tipo di vita a cui aspira. Infine, un ulteriore parametro che caratterizza ogni rischio è, ovviamente, la sua probabilità di verificarsi: a parità di altri fattori, una minaccia è tanto più seria quanto maggiori probabilità ha di concretizzarsi.

Tabella che mostra una semplice classificazione qualitativa dei diversi tipi di rischi in base alle conseguenze dell’evento e alla portata della minaccia. (fonte della tabella: M. Menichella, “Mondi futuri”)

Il mondo sta andando verso uno schianto…

Lo sviluppo tecnologico della nostra civiltà è diventato ormai rapidissimo e, col suo stesso realizzarsi, fornisce all’uomo mezzi di distruzione sempre più potenti. Se non saremo in grado di controllare la nostra tecnologia, potremmo arrivare ad autodistruggerci all’improvviso e in un tempo relativamente breve: noi chiameremo “schianto” (bang), o “botto”, questa possibile fine della civiltà o dell’intera umanità.

In effetti, la rapida catastrofe associata a uno schianto può, a seconda delle caratteristiche specifiche dell’evento scatenante, provocare varie conseguenze immediate sul genere umano. La peggiore eventualità è rappresentata dall’estinzione della nostra specie, l’Homo sapiens: si tratterebbe, ovviamente, della prima irreparabile crisi della nostra civiltà tecnologica, fatale a tal punto che rimarrebbe anche l’unica, perché non riusciremmo a superarla. Ma se una piccola parte dell’umanità sopravvivesse al disastro, i danni dello schianto si limiterebbero, almeno inizialmente, al repentino collasso dell’attuale civiltà tecnologica, o della civiltà tout court. Un simile esito potrebbe costituire solo una fase transitoria, che non inibirebbe una successiva crescita della civiltà umana oltre i livelli di sviluppo finora raggiunti; o, al contrario, potrebbe compromettere in modo drastico e permanente il potenziale di sviluppo futuro della nostra civiltà tecnologica, che pertanto non ritornerebbe mai più nemmeno ai livelli pre-crisi. In quest’ultimo caso, un’umanità divenuta vulnerabile potrebbe anche finire per estinguersi prematuramente.

Pertanto, si può immaginare l’esistenza di due “soglie” importanti in relazione al livello di sviluppo tecnologico a cui precipita la civiltà immediatamente dopo il botto. Esse permetterebbero di separare i tre possibili esiti finali dello schianto: una prima soglia separerebbe l’esito finale dell’estinzione dell’uomo dal collasso permanente della civiltà tecnologica al di sotto dei livelli pre-crisi; mentre una seconda soglia, più alta, separerebbe tale collasso permanente da un collasso solo temporaneo della nostra civiltà. Il grado di sviluppo tecnologico post-bang corrispondente a ciascuna soglia, però, non è definito da un valore preciso, bensì da un ampio intervallo di valori, perché l’esito finale di uno schianto può variare col tempo trascorso dal botto. Infatti, più questo è lungo, maggiore è la probabilità che la popolazione sopravvissuta al collasso della civiltà si possa, nel frattempo, estinguere. E, nello stesso arco di tempo, una civiltà che all’inizio sembrava incapace di “risollevarsi” dal collasso potrebbe invece risorgere; mentre, al contrario, una ritenuta in grado di superare lo schianto, potrebbe non recuperare.

A sinistra, un libro dell’amico Roberto Vacca, futurologo, che affrontava (in maniera alquanto sommaria) il tema della degradazione dei grandi sistemi. A destra, una figura da me realizzata oltre vent’anni fa per affrontare in maniera più analitica l’argomento del futuro della nostra civiltà tecnologica e dei vari scenari possibili. Essa mostra le due importanti soglie nel livello di sviluppo post-bang che separano i tre possibili esiti di uno schianto, o bang, della nostra civiltà tecnologica. Esse dipendono dal tempo T al quale si valutano tali esiti. In particolare, per la soglia 2, che separa il collasso permanente sotto i livelli pre-crisi dal collasso solo temporaneo, esiste un intero intervallo di valori di soglia che diventa sempre più ampio al crescere di T. (fonte: figura di destra adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Può essere, quindi, assai difficile stabilire a priori se le conseguenze di un evento che provochi uno schianto dalla prevedibile portata immediata collochino questo al di sopra o al di sotto delle due soglie critiche – e, nel senso appena illustrato, ambigue – che determinano se si avrà poi, sul lungo termine, un certo esito piuttosto che uno del tutto diverso. Un semplice esempio è rappresentato dalla collisione contro la Terra di un asteroide vagante nello spazio, i cui effetti dipendono, in primo luogo, dalle dimensioni del proiettile cosmico. Se quest’ultimo fosse un asteroide del diametro di 100 chilometri, l’estinzione del genere umano, a causa delle catastrofi che conseguenze climatiche innescate dall’impatto, sarebbe assicurata: cioè l’evento si collocherebbe al di sotto di entrambe le precedenti soglie critiche. Se il diametro dell’asteroide fosse di appena 100 metri, al contrario, le conseguenze dell’urto sarebbero locali e limitate, e l’evento si collocherebbe al di sopra di entrambe le soglie. Non è invece nota la posizione rispetto alle due soglie di un evento intermedio, quale l’impatto con un corpo largo pochi chilometri.

La soglia che separa un crollo improvviso e permanente della civiltà quale noi la conosciamo da un collasso e un ritorno solo temporaneo al livello di una civiltà primitiva rappresenta, già di per sé, una vera e propria incognita. Difatti, la nostra moderna società, che soprattutto nei paesi avanzati è basata sul perfetto funzionamento di grandi strutture e organizzazioni, nonché di grandi sistemi tecnologici, risulta particolarmente fragile e vulnerabile a eventi catastrofici di eccezionale portata che ne riducano in modo rapido e massiccio la popolazione. D’altra parte, la capacità di recupero di una società sottoposta a una rapidissima degradazione dei propri sistemi sociali e tecnologici è proprio uno degli elementi fondamentali che non conosciamo bene. Sui relitti di una civiltà crollata e frazionata in molte piccole realtà indipendenti, autarchiche e arretrate potrebbe in seguito nascere, da qualche isola di ordine sociale magari posta in aree del mondo oggi in via di sviluppo, una nuova civiltà tecnologica; o, diversamente, potrebbero regnare sempre più incontrastati il caos e la barbarie: semplicemente, non lo sappiamo.

Vi sono almeno tre modi noti in cui l’attuale società tecnologica potrebbe già oggi crollare prematuramente in uno schianto come spiacevole risultato del suo stesso sviluppo. Una possibilità ovvia è una guerra nucleare globale seguita da un fallout devastante, che provocherebbe l’estinzione della specie Homo sapiens e di gran parte della vita presente sulla Terra. Come nei quarant’anni di Guerra Fredda, questo tipo di schianto sembra oggi diventato di nuovo probabile, mentre è in diminuzione – grazie ai vaccini a mRNA – il grado di rischio di una pandemia naturale altamente letale, che non potrebbe provocare l’estinzione della nostra specie ma una sua significativa riduzione numerica: evento in teoria sufficiente a far collassare la nostra civiltà. Il terzo e ultimo pericolo mortale, che al contrario si va facendo più probabile con il passare degli anni, è rappresentato dalla messa a punto, in qualche laboratorio, di una micidiale arma genetica, una sorta di “arma finale”: un patogeno in grado di sterminare l’intero genere umano o quasi, e che potrebbe venire impiegato in maniera deliberata o sfuggire al controllo dei suoi ideatori.

…o verso una lenta crisi su scala globale?

L’altro modo in cui la nostra civiltà tecnologica potrebbe regredire rispetto al livello di sviluppo attuale è quello non di un crollo improvviso, bensì di un ben più lento “lamento”: un declino, insomma, assai più graduale – riguardante una scala temporale di decenni, invece che di settimane o mesi – dovuto ai crescenti stress esercitati dall’attività dell’uomo sui sistemi naturali e sui sistemi umani medesimi, e destinati a diventare, oltre una certa soglia, insostenibili.

Il crescente impatto dell’uomo sull’ambiente non sarebbe un problema se non fosse per il fatto che il nostro pianeta ha – globalmente e localmente – una limitata “capacità di carico” o di sostentamento della popolazione, che dipende sia dalla quantità di risorse non rinnovabili di cui esso dispone, sia dalla capacità dell’ambiente di sostenerne le attività. In ecologia, la capacità di carico è definita come “il massimo numero di esemplari di una data specie che un determinato habitat è in grado di sostentare indefinitamente”: quando tale livello massimo viene superato – magari per una crescita eccessiva, non “sostenibile”, appunto, della popolazione – inizia il declino delle risorse, cui farà poi seguito il declino della popolazione stessa. Ad esempio, nel caso di una popolazione batterica che si moltiplica in laboratorio nel mondo limitato di una capsula di Petri, la crescita non è sostenibile proprio a causa della capacità di carico: prima o poi, i batteri consumano tutte le risorse disponibili e vengono sommersi dai propri rifiuti, o “inquinamenti”, estinguendosi, una fine certamente non bella.

Naturalmente, le interazioni umane con l’ambiente sono molto più complesse di quelle dei batteri e una fine simile, per l’uomo, sembrerebbe improponibile. Tuttavia, nella storia della nostra specie esiste un “fresco” precedente, riguardante l’isola di Pasqua, che dovrebbe farci riflettere. Milleseicento anni fa, quando venne colonizzata dai polinesiani, l’isola era un vero paradiso, ricco di foreste, di animali e di terra fertile. Dopo secoli di pace e di prosperità in cui i colonizzatori crearono una società sofisticata dal punto di vista economico, politico e culturale – testimoniata anche dalle famose statue giganti – per la crescita della popolazione gli alberi vennero tagliati a un ritmo superiore a quello di rigenerazione. La conseguente scarsità di legna per le imbarcazioni ridusse la quantità del pescato, costringendo a una caccia intensiva, mentre l’erosione del suolo dovuta alla deforestazione provocò la diminuzione dei raccolti. A causa della fame così sopraggiunta, si scatenarono gravi disordini; e, quando gli europei arrivarono sull’isola, nel 1772, i pochi superstiti vivevano ormai in uno stato di cannibalismo e di violenza su una distesa sterile e desolata.

Un’immagine realizzata dall’Autore, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di come verosimilmente appariva l’Isola di Pasqua dopo che i suoi abitanti avevano dissennatamente esaurito le risorse che garantivano il loro sostentamento, costringendoli al cannibalismo. Donde l’importanza del concetto di “capacità di carico”, che rappresenta il numero di persone che possono essere supportate in una determinata area entro i limiti delle risorse naturali, senza degradare l’ambiente naturale, sociale, culturale ed economico per le generazioni presenti e future.

Come ci insegna il semplice ma istruttivo esempio dell’isola di Pasqua, infatti, il vero guaio rappresentato dal superamento della capacità di carico a causa dell’eccessivo impatto dell’attività umana sull’ambiente e sugli ecosistemi, è che ciò può provocare, attraverso una fitta rete di rapporti causali tra le varie componenti in gioco, un forte impatto anche sulla società e sui suoi vari sistemi sociali, economici e politici. In altre parole, un impatto crescente dell’uomo sui sistemi naturali, oltrepassata una determinata soglia critica, produrrebbe un notevole impatto – con esito potenzialmente catastrofico – anche sui sistemi umani. Qualora la pressione sui sistemi naturali diventasse insostenibile, si avrebbe un lento declino della società, poiché si innescherebbe un processo di instabilità che porta a un deterioramento irregolare ma relativamente continuo della condizione umana; e, se il sistema è del tutto isolato e in balìa di se stesso, la popolazione e la sua crescita tenderebbero a ridursi a valori molto più bassi di quelli massimi pre-crisi.

Poiché non abbiamo ancora colonizzato lo spazio, la Terra rappresenta di fatto un habitat isolato, sebbene di gran lunga più vasto e complesso della remota e sperduta isola di Pasqua. Ora, fino a un paio di secoli fa, la popolazione umana e i relativi consumi erano così limitati che la capacità di carico poteva essere superata giusto su un’isola. Oggi, però, le tre maggiori “correnti” del cambiamento – crescita della popolazione, sviluppo tecnologico e aumento del benessere economico – sono tali che l’impatto dell’attività umana sui sistemi naturali è rilevante sia per valori assoluti sia per ritmo di incremento. Il rischio è dunque che la capacità di carico venga oltrepassata, un giorno probabilmente non troppo lontano, anche a livello planetario, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. Estrapolando su scala globale gli esempi precedenti, il timore è che non soltanto singoli paesi sottosviluppati, ma addirittura il mondo nella sua interezza e le sue istituzioni, entrino in gravissima crisi quando gli eccessivi tassi di crescita attuali portino al superamento della capacità di carico della Terra.

L’interazione fra i trend e le soglie critiche dei sistemi socio-politico-economici

Inoltre, capita di rado che gli attuali trend in materia di popolazione-risorse-ambiente agiscano da soli: il più delle volte, interagiscono con le altrettanto preoccupanti tendenze in tema di malattie, migrazioni, armi di distruzione di massa e terrorismo. In altre parole, l’inquinamento dell’ambiente globale ed i livelli intollerabili di consumo delle risorse sono soltanto due variabili di una serie di fattori politici, economici, sociali ed ecologici in grado di generare direttamente disordini o crisi, soffocando lo sviluppo di un paese o di un’intera società. Il crescente impatto dell’uomo sui sistemi umani non sarebbe tuttavia così temibile se questi ultimi non avessero, come i sistemi naturali, delle soglie critiche e instabili – poco o per niente conosciute – che potrebbero venire, prima o poi, raggiunte e oltrepassate a causa degli stress sempre maggiori a cui le strutture socio-politico-economiche sono sottoposte. A rischio, in particolare, risulta l’equilibrio geopolitico tra alcune superpotenze nucleari, come pure quello fra il Nord del mondo, ricco e industrializzato (con l’Europa e gli Stati Uniti in testa), e il Sud povero ed in via di sviluppo.

L’Occidente, in effetti, si rende conto che la sua sicurezza e il suo benessere, per la prima volta, sono messi in forse da minacce non più solo di tipo militare, che provengono soprattutto dal Sud economico del pianeta e risultano difficili da tenere sotto controllo. Esse sono, da una parte, quelle dirette, rivolte agli interessi vitali e all’integrità territoriale delle nostre nazioni: parliamo del rischio di attentati o, addirittura, di attacchi missilistici con armi di distruzione di massa, scatenati da gruppi terroristici internazionali o da Stati-canaglia. Invece, le minacce indirette, non militari, alla sicurezza e al benessere occidentale provenienti dal Sud del mondo sono quelle derivanti dal degrado dell’ambiente globale, dal rapido esaurimento delle risorse planetarie, dall’emergere di nuove malattie e dal rischio di immigrazioni massicce: tutti fenomeni che nascono, di solito, nei paesi in preda all’esplosione demografica, e sono resi ancor più inquietanti dal sorgere di movimenti radicali islamici, dall’allargarsi del divario economico Nord-Sud e dalla sempre più iniqua distribuzione mondiale di risorse primarie e di tecnologie.

Già solo il divario demografico e tecnologico sempre più ampio fra il Nord ricco e il Sud povero del mondo potrebbe portarci sul medio termine – cioè nei prossimi decenni, e forse secoli – allo stesso risultato di una catastrofe ben più spettacolare e repentina. Questo perché gli attuali andamenti in tema di popolazione-ambiente-risorse e di epidemie-armamenti-migrazioni-terrorismo, che derivano in ultima analisi dal suddetto divario, sono sempre più fonte di povertà, malattie, degrado ambientale, conflitti, violenze e imbarbarimento. Al ritmo di crescita degli ultimi anni, quindi, i trend odierni non sono sostenibili a lungo sul nostro pianeta, a causa della crescente pressione esercitata sui sistemi naturali e umani che potrebbe presto superare la soglia di guardia. Si potrebbe, a quel punto, innescare su scala mondiale una spirale molto pericolosa, che porterebbe verso una situazione esplosiva di instabilità internazionale, di grave crisi ecologica e di maggiore conflittualità fra gli stati, alimentando un circolo vizioso assai difficile da interrompere e, dunque, creando una seria minaccia alla sicurezza e al benessere globali.

Il superamento di soglie critiche poco conosciute e studiate potrebbe causare, molto prima di quanto comunemente si pensi, il collasso dei sistemi socio-politico-economici anche nei paesi del Nord ricco e industrializzato del mondo, come raffigurato in questa immagine drammatica creata dall’Autore con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Si prospettano, in effetti, più che una serie di crisi limitate e in teoria superabili dovute ad un solo fattore – un effetto serra galoppante, una guerra per l’acqua, un attentato terroristico devastante – crisi di più vasta portata causate da una concomitanza di fattori o di eventi sottovalutati. Esse potrebbero dare il via, con l’eventuale crollo dell’ordine sociale che ne seguirebbe soprattutto nei paesi ricchi e industrializzati – più vulnerabili per la sofisticata organizzazione sociale ed i grandi e complessi sistemi economici e tecnologici che li sostengono – a un processo catastrofico in grado di paralizzare il funzionamento delle società più sviluppate e di condurre alla morte migliaia o milioni di persone. Si preannuncia, quindi, un lento deterioramento del tenore di vita attuale nel mondo occidentale, ed è a rischio addirittura la sopravvivenza di una civiltà tecnologica e dell’uomo sulla Terra, dal momento che il decadimento della società potrebbe far crescere, di pari passo, la probabilità che si possa arrivare a un collasso improvviso della civiltà o a una fine dell’umanità nella follia o nella disperazione di uno schianto.

Desidero dedicare questo articolo, non senza una grande nostalgia nonostante il tempo trascorso dalla sua scomparsa, alla memoria dell’amico e maestro Paolo Farinella (1953-2000), che mi incoraggiò ad affrontare tematiche così importanti fin dai tempi dell’Università. Se ho sviluppato una passione per i temi interdisciplinari, lo devo anche a lui. Ho inoltre un enorme debito nei confronti di Luciano Anselmo (già CNR, Pisa) per i preziosi consigli ricevuti nella fase finale di revisione del testo. Naturalmente, la responsabilità di ogni eventuale errore residuo è esclusivamente dell’Autore.

Mario Menichella (fisico e divulgatore) – m.menichella@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Le 10 grandi tendenze planetarie che più influenzano il nostro futuro”, Fondazione Hume, 3 febbraio 2025.

[2]  Menichella M., “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari”, Scibooks Edizioni, 2005.

Il libro è liberamente scaricabile dal mio sito web personale (http://www.menichella.it) all’indirizzo: http://www.menichella.it/MONDI%20FUTURI.pdf




Le 10 grandi tendenze planetarie che più influenzano il nostro futuro

“Chi non pensa al futuro, non ne avrà uno”

John Galsworthy

Una ventina d’anni fa usciva il mio libro “Mondi futuri. Viaggio fra i possibili scenari”, che affrontava il tema delle reciproche interconnessioni fra i problemi globali, le minacce emergenti e le grandi forze del cambiamento che plasmano lo sviluppo della nostra civiltà tecnologica. Accanto a scenari ottimistici, si prospettavano catastrofi che avrebbero potuto mettere a rischio il futuro del mondo. Oggi questi ultimi scenari sembrano essere quelli più vicini a realizzarsi e il libro pare rivelarsi profetico. La strada per migliorare le condizioni del nostro mondo passa attraverso l’individuazione dei problemi realmente importanti e la successiva ricerca di soluzioni interdisciplinari e condivise. L’uomo, con i suoi comportamenti, le sue conoscenze, la sua coscienza e responsabilità può agire positivamente, sia nei diversi campi a cui è chiamato ad impegnarsi che sul proprio territorio di appartenenza. Ma tutto parte da una chiara consapevolezza di quella che è l’evoluzione in atto e degli enormi rischi ad essa connessi, che sono spesso sottovalutati o per ignoranza o perché – erroneamente – ritenuti improbabili.

L’importanza di una visione d’insieme che oggi manca

Se vi chiedessi all’improvviso di elencare le 10 principali forze di cambiamento che stanno maggiormente influenzando il presente e il prossimo futuro della nostra civiltà tecnologica, è probabile che fatichereste a trovare una risposta completa (ma, anche solo per curiosità, chiudete un attimo gli occhi e provateci per davvero): forse ne individuereste alcune, ma dubito che riuscireste a identificarne più di 6 o 7, anche concedendovi un’ora di tempo per rifletterci.

La ragione principale risiede nel fatto che, in una società così complessa e interconnessa, manca una visione d’insieme, quello che mi piace definire “il guardare la foresta invece dei singoli alberi”. Il sistema scolastico e universitario, infatti, forma nella maggior parte dei casi degli specialisti che, proprio a causa di una eccessiva specializzazione, finiscono col sapere – passatemi l’espressione un po’ tranchant – “tutto di nulla”, dato che il loro campo di approfondimento è assai ristretto. Ciò porta a una grave carenza di veri scienziati o esperti in grado di cogliere i collegamenti fra discipline diverse.

Occorre, in altre parole, avere la capacità di cogliere le connessioni invisibili fra problemi, fenomeni, avvenimenti e aree del sapere all’apparenza distanti fra loro. E non è solo una questione teorica: basti pensare a come la pandemia di COVID-19 abbia mostrato quanto siano fragili e interdipendenti le nostre strutture sanitarie, economiche e sociali su scala globale. Oppure come l’innovazione tecnologica accelerata dall’intelligenza artificiale stia ridefinendo non solo il lavoro, ma anche le nostre relazioni sociali, politiche e culturali. Siamo, insomma, soggetti a potenti forze del cambiamento ed ai relativi rischi.

Questo è stato uno dei motivi, insieme alla mia curiosità e alla passione per le tematiche interdisciplinari, che mi spinsero, 26 anni fa, a intraprendere un’approfondita analisi dei problemi globali e delle loro interconnessioni. Questo percorso mi portò, sette anni più tardi, a scrivere e pubblicare il libro “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari” (oggi non più in commercio, ma scaricabile gratuitamente dal mio sito web personale: trovate il link nella bibliografia in fondo a questo articolo), che è stato definito da molti lettori  un saggio sorprendentemente attuale e, in certi aspetti, quasi “profetico”.

Tuttavia, considerando che nel frattempo la situazione è evoluta e sono emerse nuove minacce per l’umanità, ho ritenuto opportuno aggiornare quell’analisi. Ho presentato per la prima volta una sintesi di questo aggiornamento durante una conferenza pubblica tenutasi circa un anno fa presso la splendida Biblioteca Comunale di Pistoia. L’evento faceva parte di una serie di incontri-dibattito intitolata “Dal Macro al Micro“, organizzata dall’associazione culturale Orizzonte Green (https://www.orizzontegreen.it/), fondata principalmente grazie all’iniziativa dell’ing. Marco Bresci.

Le 10 principali forze del cambiamento nella civiltà attuale

Considerando la vastità dell’argomento trattato nel mio libro, in questo articolo mi concentrerò su uno degli aspetti a mio avviso fondamentali: le grandi tendenze a breve ed a medio termine. Queste tendenze sono, da un lato, la causa dei problemi immediati che l’umanità deve affrontare e, dall’altro, rappresentano minacce future già visibili o che potrebbero emergere nel lungo periodo.

Una mia illustrazione grafica della relazione fra 1. Tendenze, 2. Problemi attuali e 3. Minacce future. In primo piano la copertina del libro “Mondi futuri”, da cui la figura è tratta.

Un esempio concreto è l’epidemia di SARS-CoV-2, che possiamo considerare quello che io chiamo “un problema immediato” (almeno lo è stato fino a poco tempo fa), derivante da una tendenza più ampia: la “crescente vulnerabilità alle epidemie”. Questa tendenza racchiude in sé minacce per il futuro potenzialmente ancora più gravi, come quella descritta nel mio libro: un virus ingegnerizzato in laboratorio che combini la letalità del virus Ebola, il lungo periodo di incubazione dell’HIV e la facilità di trasmissione dell’influenza. Un virus del genere potrebbe avere una letalità vicina al 100%!

Non stiamo quindi parlando affatto di questioni marginali, bensì di tematiche fondamentali per il futuro della nostra civiltà su questo pianeta. Ma andiamo al sodo: in questa slide, tratta dalla mia conferenza, è riportato l’elenco delle 10 grandi tendenze di cui ho parlato in apertura. Le prime 7 erano già presenti nel mio libro “Mondi futuri”, mentre le ultime 3 rappresentano, purtroppo, delle nuove e sgradite “new entry”.

Le 10 grandi tendenze del cambiamento che sono, a mio avviso, all’origine della maggior parte dei più seri problemi globali attuali e delle principali minacce per il futuro della nostra civiltà tecnologica.

Come si può notare, le aree trattate spaziano dalla demografia all’ecologia, dalla genetica alla fisica, dalla geopolitica all’antropologia, dall’economia all’intelligenza artificiale, solo per citare alcune delle macro-discipline coinvolte in questa analisi. Naturalmente, non intendo qui approfondire ciascuna di queste tendenze, molte delle quali sono illustrate dettagliatamente nel mio libro. Il mio obiettivo è piuttosto quello di far comprendere l’importanza di adottare una visione globale e sistemica del mondo.

All’inizio di questo articolo ho citato un aforisma del romanziere inglese John Galsworthy: “Chi non pensa al futuro non ne avrà uno”. Questo aforisma sembra voler sottolineare l’importanza, valida anche per la nostra civiltà tecnologica, di pianificare e riflettere sul futuro. Se non ci si preoccupa delle scelte che si fanno oggi e di come queste possano influenzare il domani, si rischia di non avere un futuro soddisfacente o, peggio, di non averlo affatto! È come dire che le azioni di oggi determinano il nostro domani: se non ci si prepara, il futuro potrebbe risultare fortemente problematico o assolutamente buio e incerto.

Le connessioni tra le problematiche e il fattore “imprevisti”

Un aspetto fondamentale che desidero sottolineare è che ciascuna delle tendenze di cambiamento menzionate non è stata selezionata casualmente: ognuna di esse ha il potenziale di innescare, direttamente o indirettamente, il collassodella nostra civiltà tecnologica. Si tratta quindi di questioni di massima rilevanza, che devono essere considerate all’interno di un quadro complessivo più ampio e che ci invitano a prendere responsabilità per le decisioni presenti, affinché possano guidarci verso un domani migliore.

Il punto centrale è che molte delle 10 tendenze descritte sono strettamente interconnesse. Per esempio, la carenza di determinate risorse può sfociare in conflitti armati; il cambiamento climatico può provocare migrazioni su larga scala; e l’incremento demografico può intensificare sia il consumo di risorse che il degrado ambientale. Non sorprende, dunque, che nel mio libro abbia incluso un grafico delle interconnessioni tra i vari “problemi”, “minacce” e “tendenze” (intese/i nel senso illustrato in precedenza), elaborato durante i sette anni di preparazione del testo e di ricerca di informazioni presso le più prestigiose biblioteche italiane (all’epoca Internet era ancora agli inizi, non ricco di materiali come oggi).

Nonostante l’analisi delle connessioni tra le sfide attuali e le minacce future aiuti a immaginare i possibili scenari futuri, esistono sempre dei fattori imprevedibili, che nel mio libro definisco “imprevisti”. Due esempi emblematici risalenti agli anni Ottanta sono la scoperta, nel 1985, del buco dell’ozono stratosferico (causato dai clorofluorocarburi rilasciati dall’uomo nell’atmosfera attraverso le bombolette spray, gli agenti refrigeranti, etc.) e, l’anno seguente, l’identificazione del morbo di Creutzfeldt-Jacob – noto come la “mucca pazza” – dovuto ai prioni.

In ambito economico, questi eventi imprevisti e negativi sono spesso denominati “cigni neri”. Un “cigno nero” rappresenta un evento estremamente improbabile ma dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Un esempio potrebbe essere l’impiego (da parte di qualsivoglia soggetto e per qualsivoglia ragione) di una bomba atomica tattica, che potrebbe rapidamente degenerare in un conflitto termonucleare globale, come ipotizzato in alcuni celebri film del passato (The Day After, Wargames, ecc.).

Un “cigno nero” è un evento che esula dalle aspettative convenzionali, il quale solitamente quanto più ha un impatto significativo e può cambiare l’attuale stato delle cose, tanto più è ritenuto improbabile.

La durata tipica di una civiltà tecnologica

Una delle motivazioni principali che mi spinsero a scrivere Mondi futuri fu la mia curiosità generale e, in particolare, l’interesse verso la durata di una civiltà tecnologica. Già qualche anno prima, infatti, avevo affrontato questo tema nel libro A caccia di E.T.: La ricerca di vita e intelligenza nello spazio, seguendo le orme di Piero Angela, che lo aveva esplorato agli inizi della sua carriera di divulgatore.

Escludendo l’ipotesi che la nostra civiltà sia un caso unico nell’Universo, è logico supporre che nella nostra galassia si siano sviluppate altre civiltà tecnologiche. Il loro numero può essere stimato, seppur in modo approssimativo, tramite la piuttosto nota “equazione di Drake”, formulata dall’astronomo americano Frank Drake. Questa equazione considera diversi fattori: il tasso medio di formazione di stelle simili al Sole, la frazione di queste stelle con sistemi planetari, e così via. L’ultimo termine dell’equazione è rappresentato da L, ovvero la durata di una civiltà tecnologica capace di comunicare, cioè in grado di emettere onde radio e segnali ottici nello spazio.

Slide che mostra l’astronomo Frank Drake e la sua famosa equazione per stimare il numero di civiltà galattiche comunicative. In primo piano, il mio libro “A caccia di E.T.”, con prefazione di Margherita Hack.

Il problema è che disponiamo di un solo esempio concreto di civiltà tecnologica: la nostra. Siamo diventati una civiltà comunicativa poco più di un secolo fa e potremmo autodistruggerci in qualsiasi momento. Questo pensiero mi ha spinto a esplorare il futuro e la possibile fine del mondo, dell’Universo, del pianeta Terra e della specie Homo sapiens. Era un tema che nessuno aveva mai analizzato in modo sistematico e interdisciplinare come tentai di fare nel mio saggio, nonostante fosse principalmente un’opera divulgativa.

Il mondo, così come lo conosciamo oggi, potrebbe finire, come già suggeriva il poeta Thomas S. Eliot, con un “botto” improvviso o con un “laménto”, intendendo con quest’ultimo semplicemente un lento declino. Per determinare la durata tipica di una civiltà tecnologica come la nostra, è necessario analizzare a fondo le possibili strade che conducono al declino o al collasso, sia totale che parziale. Questo è un tema affascinante che offre molte scoperte davvero interessanti durante il percorso.

La crisi di “intelligibilità” e le sfide attuali

Già vent’anni fa, nella prefazione del mio libro Mondi futuri, scrivevo che “avere una prospettiva globale e prevedere il futuro a lungo termine della società e del mondo intero non è, per l’Homo technologicus attuale, solo un modo per soddisfare una curiosità innata; rappresenta soprattutto un esercizio utile per la propria sopravvivenza. Oggi, infatti, ci troviamo in una crisi di ‘intelligibilità’: si è creato uno scarto profondo tra ciò che bisognerebbe comprendere e i mezzi concettuali necessari alla comprensione, dovuto alla differente velocità di crescita tra tecnologia e cultura”.

Nella stessa prefazione, rileggendola oggi, si possono trovare previsioni che si sono rivelate sorprendentemente accurate, come quelle relative alle epidemie e alle migrazioni di massa: “All’alba del terzo millennio, l’umanità si trova, per la prima volta nella sua storia, di fronte a una serie di grandi sfide e problemi globali emergenti che minacciano non solo la sicurezza e il benessere dei paesi più ricchi e industrializzati (come l’Europa e gli Stati Uniti), ma anche la sopravvivenza della civiltà tecnologica e dell’intera specie Homo sapiens sul nostro sempre più piccolo e fragile pianeta”.

Oggi è evidente a chiunque che ci troviamo sull’orlo di potenziali catastrofi in diversi ambiti. Tuttavia, la tendenza a concentrarsi sui singoli problemi, piuttosto che avere una visione d’insieme, rende difficile per i cittadini comuni e per i leader politici stabilire una gerarchia chiara dei rischi e delle priorità da affrontare (un esempio di problema assai serio ma largamente sottovalutato per la disinformazione alimentata dalle lobby è la crescita esponenziale dell’inquinamento elettromagnetico, ma questo è un tema che merita un articolo a sé). Dunque è come navigare a vista in un mare pieno di pericoli, senza un radar, proprio come fece il Titanic meno di un secolo fa… e sappiamo tutti come è andata a finire!

Se siete arrivati a leggere fino a qui, comprenderete meglio cosa intendevo quando affermavo, un po’ brutalmente, che la nostra società forma persone che sanno “tutto di nulla”: si approfondisce la conoscenza in settori molto ristretti a scapito di una visione globale e interdisciplinare, quella che servirebbe ai decisori politici. Paradossalmente, le uniche figure che mantengono una visione più ampia sono scrittori e giornalisti, che però oggi si trovano sempre più limitati dall’aumento della censura e dell’auto-censura, fenomeni legati al crescente potere delle lobby (la già citata tendenza n°10).

L’ultima slide della mia conferenza, dedicata proprio al tema della censura, purtroppo sempre più di attualità. Nella foto, l’ing. Marco Bresci, organizzatore dell’evento.

Esiste, è vero, la cosiddetta “teoria dei sistemi”, una disciplina interdisciplinare che analizza come le parti di un sistema complesso interagiscono fra loro per formare un sistema coerente. La teoria dei sistemi si occupa di studiare i modelli complessi e le interconnessioni fra i diversi elementi in vari ambiti, come la biologia, la sociologia, l’ecologia e la filosofia. Ma ciò non basta minimamente per avere una visione dei problemi globali presenti e futuri e delle loro interconnessioni, tant’è che nel mio libro essa rappresenta una parte piccolissima – seppure molto interessante e originale – delle tematiche trattate.

Quel “vuoto” che va colmato quanto prima

All’epoca della stesura del mio libro a mia conoscenza non esistevano, a livello mondiale, istituzioni accademiche che si interessassero di problemi globali in maniera interdisciplinare: una organizzazione internazionale – peraltro privata – che mi viene a mente è il “Club di Budapest”, fondato dal filosofo e sistemologo Ervin Laszlo, che si occupa(va) di promuovere la consapevolezza globale e il cambiamento sociale sostenibile. Per il resto, gli unici modesti tentativi di interpretazione delle complesse interazioni fra le varie tendenze planetarie erano i lacunosi studi “Global Trends” della CIA.

Perfino l’utile serie dei famosi libri Vital Signs, editi dal prestigioso Worldwatch Institute, che ha fornito annualmente analisi dettagliate su tendenze globali in ambiti quali energia, ambiente, economia e società (insieme ai volumi, altrettanto preziosi, del rapporto State of the World), è andata avanti dal 1992 fino al 2015 (data dell’ultimo volume pubblicato, il numero 22), poiché questo Istituto – fondato nel 1974 dall’economista Lester R. Brown, un pioniere della ricerca sulle questioni ambientali e sulla sostenibilità globale – ha purtroppo cessato la sua attività nel 2017, ovvero ben otto anni fa.

Purtroppo, la “colpa” – se naturalmente di colpa si può parlare – di queste poche istituzioni (mi sono limitato a citarne due fra le più famose a livello mondiale) che si sono interessate di problemi globali in maniera interdisciplinare è quella di non aver lasciato un’“eredità”, intesa sia in termini di continuità operativa sia di una vera e propria “scuola” (come si direbbe in ambito accademico). Sebbene Brown e Laszlo siano ancora vivi e rimangano figure rispettate, oggi sostanzialmente dietro di loro c’è il “vuoto”, complici anche i cambiamenti degli ultimi vent’anni nel panorama della comunicazione.

Infatti, l’ascesa di nuove piattaforme digitali, dei social media e di forme di comunicazione “dal basso”, delle “fake news” e di quant’altro hanno reso più difficile perfino a istituzioni e personaggi autorevoli e già affermati mantenere la loro posizione centrale nel dibattito globale. Inoltre, le organizzazioni no profit e di ricerca affrontano notoriamente problemi legati ai finanziamenti – indispensabili per conservare la propria indipendenza – specialmente in un contesto in cui le priorità politiche e sociali possono cambiare. Il risultato è che oggi viviamo in un “deserto” di ricerca e comunicativo su questioni chiave.

Mario Menichella (fisico e divulgatore) – m.menichella@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari”, Scibooks Edizioni, 2005.

Il libro è liberamente scaricabile dal mio sito personale (http://www.menichella.it) all’indirizzo: http://www.menichella.it/MONDI%20FUTURI.pdf




L’ing. Mirko Sitta ci svela i segreti del mercato dell’energia e la “formula Sagme”

Negli ultimi anni, ho avuto più volte modo di illustrare nei miei articoli per la Fondazione Hume quali sono molte delle problematiche italiane in campo energetico, le quali fanno sì che i costi di approvvigionamento per i clienti finali siano fra i più alti d’Europa, sia per l’energia elettrica che per il gas metano [1, 2, 3, 4].

Questa volta vorrei andare ancora più a fondo alla questione con l’aiuto di uno dei maggiori esperti italiani dell’argomento: l’ingegnere Mirko Sitta, fondatore di società per azioni nel campo delle forniture luce e gas – sto parlando di Energetic, Duferco Energia e Compagnia Energetica Italiana – ma oggi schierato totalmente “dall’altra parte della barricata”, a difendere con passione e con successo i diritti e gli interessi dei consumatori e dei clienti finali, siano essi industrie, aziende, condomìni o semplici famiglie.

Ciò viene realizzato attraverso la sua ultima creatura, Sagme (www.sagme.it), una piccola società specializzata nella gestione personalizzata di utenze luce e/o gas – nonché nella consulenza in caso di problemi o controversie con fornitori o distributori di energia – che costituisce attualmente un unicum assoluto a livello italiano, in quanto fra l’altro del tutto indipendente dai fornitori, dai quali non percepisce alcun tipo di “gettone” o commissione, a differenza di quanto succede con le agenzie di vendita.

L’ingegner Mirko Sitta, esperto indipendente di gestione delle forniture di energia elettrica e gas.

MARIO MENICHELLA: Ing. Sitta, lei mi sembra un po’ una sorta di Robin Hood dell’energia, il mitico personaggio che rubava ai ricchi per donare ai poveri. Si riconosce in questa metafora?

MIRKO SITTA: Se devo essere onesto, no. Anche perché dalla prima Rivoluzione industriale in poi ci sono stati tanti esempi di persone e di personaggi che hanno provato a impersonare in qualche modo Robin Hood e purtroppo le loro iniziative sono sempre fallite. Noi di Sagme, invece, vogliamo che la nostra iniziativa non fallisca, e che rappresenti sul mercato un indirizzo di correttezza e di valori. Quindi a questo, sì, ci teniamo. Perciò non rubiamo a nessuno e non doniamo a nessun altro. In particolare, noi non vogliamo rubare i soldi ai fornitori e non vogliamo fare in modo che ci siano dei soldi che vengono donati ai poverelli, ma semplicemente che ci sia un equilibrio e un sistema di valori che viene espresso in quello che è senza dubbio uno dei rami industriali più importanti per la nostra nazione: il ramo energetico.

Io sostengo che una società di vendita debba guadagnare perché acquista bene e perché vende bene: “vende bene” nel senso che riesce a fare prezzi concorrenziali sul mercato; “acquista bene” nel senso che ha le competenze e le opportunità per creare economie anche in tutto quello che è l’acquisto e in tutte quelle che sono le operazioni prima della consegna del bene al proprio cliente finale. Invece purtroppo, nel nostro mercato energetico, dal 2004-2005 in poi si sono succeduti tanti esempi di operatori che non si sono preoccupati di vendere bene, cioè in maniera concorrenziale rispetto agli altri,  bensì di andare a creare più margine possibile sul proprio cliente, a scapito evidentemente di quest’ultimo.

Le società di vendita di cui parlo hanno operato nascondendo delle informazioni o discutendo delle loro offerte in maniera non corretta con i clienti, che pertanto non hanno compreso quanto veniva loro propinato ed hanno firmato con fiducia, ma poi si sono trovati prezzi piuttosto alti, con la conseguenza che i loro risparmi sono stati ridotti. Pertanto, non definirei l’operazione di Sagme un’operazione che toglie i soldi a qualcuno per donarli a qualcun altro, ovvero che toglie soldi ai ricchi per darli ai poveri; ma direi che Sagme sta facendo un’operazione che ha un proprio valore di correttezza e, diciamo, di stimolo del mercato energetico. Infatti, secondo me gli operatori che devono andare avanti sono quelli che, piccoli o grandi che siano, sanno mantenere una competenza al loro interno che è propria del ramo di cui si occupano: l’energia. Gli operatori, le società di vendita devono sapere cosa stanno facendo: non possono improvvisare un acquisto e una vendita “al contatore” senza creare valore in quello che fanno poi dal lato cliente. Dall’altra parte, il cliente non può improvvisare un acquisto senza dotarsi dei giusti mezzi.

MM: Ci racconta in due parole ciò di cui si è occupato prima di fondare Sagme, la sua creatura attuale?

MS: Ho cominciato la mia carriera acquistando il gas metano dalle cosiddette “cabine di REgolazione e MIsura (o REMI)” dei vari comuni delle città italiane, quindi era semplicemente una trattativa su una quantità di gas da fornire in un anno in un certo punto della rete di trasporto. Poi mi sono arrampicato sempre di più sul mercato: prima sono passato a trattare al punto di scambio virtuale ed a fare le programmazioni di stoccaggio nazionali; in seguito, ho avuto la possibilità di andare ad acquistare dai mercati internazionali quello che si chiama il baseload, ovvero una “base” costante di energia, ed inoltre di gestire il baseload ed i picchi di approvvigionamento. Ciò perché il consumo di gas metano e di energia elettrica non sono costanti nel tempo, neanche all’interno di una singola giornata, in quanto hai il momento freddo e quello meno freddo, il momento in cui usi di più il condizionatore e quello in cui lo usi di meno. Un operatore che va ad acquistare, dunque, deve acquistare la capacità costante, il baseload appunto, e la copertura degli eventuali picchi di consumo.

Schema di sintesi di come il gas naturale arriva nelle nostre case e nelle nostre aziende. (fonte: Sagme)

Io sono andato ad acquistare il gas – ci tengo a precisarlo – alle cosiddette cabine REMI, quindi non al contatore del cliente finale. Quello lo fanno i reseller. Fortunatamente, ho avuto sempre la possibilità di far parte di società che hanno dato un valore al sistema, mentre dico sempre con forza che chi acquista al contatore e vende allo stesso contatore a spese del cliente finale di valore concreto non ne dà. E io dal 2003 al 2008 mi sono occupato di approvvigionamenti alla cabina REMI, che nel ramo gas non è altro che la cabina di riconsegna dalla rete di trasporto regionale o nazionale al distributore locale. A quel punto mi sono occupato di tutta la parte distribuzione locale e della consegna del bene al cliente finale, che inizialmente era il Comune di Livorno. Poi allargammo i confini della nostra società di vendita – Asatrade, che oggi è nel gruppo Eni – anche in Campania. In seguito, con la Compagnia Energetica Italiana prima e con Duferco Energia dopo, mi sono mosso soprattutto negli approvvigionamenti nazionali, acquistando gas al PSV e facendo gli acquisti anche per lo stoccaggio e il bilanciamento dei consumi.

MM: Ma come è nata l’idea di creare una società unica nel suo genere quale è Sagme?

MS: È nata perché anche io nella mia storia professionale ho fatto una scelta importante: sono venuto via da società di cui ero socio fondatore in quanto non ero più d’accordo con certe linee commerciali. Io mi occupavo degli approvvigionamenti energetici, ma vedevo che si andava in una direzione che non poteva che essere a costo per il cliente finale. Questo perché, nel periodo 2010-2014, le società fornitrici di una certa dimensione hanno diviso le unità che si occupano degli approvvigionamenti dalle unità che si occupano della vendita, e addirittura oggi è come se ci fosse un percorso di acquisto e di vendita con marginalità all’interno delle stesse società e all’interno delle stesse divisioni. Ciò non può che portare a un aumento del costo dell’energia per chi paga questa elettricità e questo gas, ovvero il cliente finale.

Questi sono gli esempi che ho incontrato in quella fase della mia carriera, dopodiché ne ho incontrato uno direttamente nel mio ambito più familiare. Mi riferisco a quando, nel 2014, mio padre ricevette da una società di vendita importante la fattura per i consumi del proprio negozio. In questa fattura erano contenute voci di costo che non dovevano essere inserite su quel profilo di cliente. E allora intervenni in prima persona, scrivendo sia alla società fornitrice sia all’allora Autorità per l’Energia Elettrica e Gas (AEEG, oggi ARERA), chiedendo chiarimenti riguardo quelle voci. E la società di vendita rispose dicendo: “effettivamente ha ragione, quelle voci non devono essere caricate su questo cliente”. Bene, mio padre quelle voci dopo non le ha pagate, ma sono sicuro che tanti altri clienti, purtroppo, non avendo la stessa preparazione che ha trovato a disposizione mio padre, queste voci le hanno pagate eccome.

MM: Dunque ha scoperto l’esistenza di un nuovo tipo di problema, quello della scarsa o nulla conoscenza del settore energetico da parte del cliente finale, e ci ha preso gusto a risolverlo…

MS: Sì, in seguito ho visto che questi esempi si ripetevano continuamente e quindi da lì ha preso le mosse la nostra iniziativa, che all’inizio – cioè nel 2015-16 – parte in realtà a livello sperimentale, cercando di posizionare su un migliore contratto di fornitura i nostri primi 100 clienti, giusto per vedere gli effetti. E abbiamo visto che questi clienti hanno effettivamente avuto un ritorno positivo dalla nostra azione di gestione delle utenze luce e gas, dello scegliere i fornitori sul mercato e dell’andare a dire ai fornitori “guarda, questi costi non vanno bene” o “queste letture non sono corrette”. Perché ricordiamoci che noi non siamo fornitori: noi scegliamo l’opportunità per il cliente, proprio essendo indipendenti dai fornitori, quindi andiamo a giudicare il mercato per conto dei nostri clienti. Ma la nostra azione non finisce qui…

Infatti, se il fornitore si fa prendere la mano, diciamo così, e inserisce degli extra-costi non giustificati noi lo vediamo sulle fatture che vengono da noi ricalcolate secondo i parametri contrattuali, ed a quel punto interveniamo a difesa dei nostri clienti, per cui il cliente è effettivamente tutelato, in quanto ha la sicurezza di pagare quello che era previsto da contratto e non un centesimo di più. In altre parole, noi facciamo anche il controllo puntuale delle fatture: in pratica, andiamo a quantificare tutte le voci che stanno in una fattura e che sarebbero dovute venir fuori con quei determinati consumi in base al contratto sottoscritto. E, dove questo controllo non dà rispondenza tra il totale fatturato dal fornitore e quello calcolato dal nostro software che contiene i tanti parametri stabiliti da ARERA, interveniamo sul fornitore perché tutto venga allineato.

MM: In che senso la sua società di consulenza, Sagme, non si può definire broker energetico? Qual è la differenza e, soprattutto, quali sono oggi le figure che operano sul mercato energetico?

MS: Nel mercato energetico ci sono, come figure di riferimento: i grandi player nazionali (che sono anche grandi società di vendita), le piccole società di vendita e – ad un livello più alto – i cosiddetti trader, cioè le società specializzate nell’acquistare e vendere grandi quantità di gas ed energia elettrica. Le società di vendita che acquistano da questi vanno a rivendere l’energia ai clienti finali attraverso reti di agenti o agenzie strutturate; hanno anche dei nuclei di venditori interni, ma in realtà questi oggi vengono più utilizzati come key account manager che hanno rapporti con le agenzie di cui parlavo. Dunque, il soggetto con cui l’uomo della strada ha a che fare, in pratica, è l’agenzia o l’agente, il quale porta il contratto alla firma, mentre il fornitore è quello che ti dà l’energia elettrica o il gas. Coloro che si occupano della vendita per le società di vendita – quindi gli agenti e le agenzie – sono dunque dei venditori puri: non si occupano né di trading né, tanto meno, di fornitura o di trasporto dell’energia e, soprattutto, non sono soggetti indipendenti dai fornitori, ovvero dalle società di vendita.

Schema sintetico dei principali “attori” del mercato dell’energia. Il costo dell’energia aumenta muovendosi dall’alto in basso lungo la filiera, poiché ogni attore deve avere un margine di guadagno. (fonte: elaborazione dell’Autore)

Perciò, la prima cosa che dobbiamo dire è che, quando un venditore si presenta come consulente, in realtà dice il falso, in quanto un consulente per accezione è indipendente dal sistema che poi dopo ti viene a fornire il bene. Ecco quindi che un consulente che in realtà rappresenta una società di vendita non è affatto un consulente, bensì un venditore sotto mentite spoglie. Dall’altra parte, invece, abbiamo il broker, che nell’accezione – potremmo dire, internazionale – è quell’operatore indipendente che può fare la scelta di mercato. Il problema è che, prima che definirsi consulenti, tanti venditori si sono definiti broker, ed effettivamente l’attività di brokeraggio la fanno perché magari nella loro agenzia hanno 2-3 persone con partite Iva che hanno sottoscritto accordi con altrettante società di vendita, per cui poi al loro interno fanno passare i clienti da un fornitore a un altro, guadagnando ogni volta un lauto gettone ed in barba a tutti i vincoli che ogni società di vendita cerca di porre per evitare la concorrenza.

Perciò, non è che noi non siamo broker o che noi non siamo consulenti. Ma noi non possiamo “targarci” nello stesso modo che cercano di usare queste grandi super-agenzie quando devono andare a convincere un cliente e che lavorano – evidentemente – sulla quantità e non sulla qualità, a scapito del cliente finale. Perciò cerchiamo di dire al mercato che noi non siamo né broker, né consulenti, ma intendendo nell’accezione usata sul mercato italiano. In realtà noi siamo totalmente indipendenti dai fornitori. Abbiamo i mezzi e le conoscenze per analizzare e giudicare il mercato. Quindi siamo consulenti a tutto tondo e siamo anche dei broker, perché andiamo a interrogare tutto il mercato in maniera indipendente, non nell’accezione usata tipicamente in Italia. E forniamo consulenza avanzata sulle utenze luce e gas.

MM: La proliferazione delle agenzie di vendita separate dalle società di vendita ha portato, mi immagino, a un aumento dei costi per il consumatore. È davvero così?

MS: Sì, ciò ha portato, a partire dal 2016 in poi, a una deviazione rilevante di questo mercato. Infatti, amministratori, direttori e funzionari che fanno parte delle società di vendita hanno messo su delle loro agenzie, che ovviamente vengono premiate con gettoni e premi di fine periodo alti quando portano nuovi clienti. Tali agenzie riescono a posizionarsi bene sul mercato della commercializzazione dei prodotti perché hanno avuto alle spalle qualcuno che ha favorito il loro sviluppo in quanto non è parte della stessa, pur essendo all’interno della società di vendita. Pertanto un’altra agenzia di vendita piccolina, che vuole cominciare con i propri mezzi economici a lavorare partendo da zero, in maniera indipendente dalle relazioni interne con i fornitori, ovviamente nel tempo viene schiacciata dalle “super-agenzie” nate in questo modo. Infatti, l’amministratore della società di vendita avrà il faro puntato solo verso la grande agenzia, a cui vengono destinati premi.

Quindi, quella che le ho appena illustrato è una deviazione di mercato importante, che porta a un’ulteriore rialzo dei prezzi per il cliente finale, ovvero delle condizioni tecnico-economiche di un fornitore, perché è un andare a pagare sempre di più chi sta nel mezzo del rapporto tra cliente finale e società di vendita ed allunga la filiera; e ciò indipendentemente dall’andamento dei prezzi di mercato dell’energia, che costituisce un capitolo a parte. Addirittura, le dico che io tempo fa sono venuto via da una società di vendita nella quale tre persone di alto livello si erano spartite aree di mercato con l’obiettivo di andare ad aprire delle agenzie di vendita in quelle aree di mercato proprie, facendo parte dello stesso gruppo societario. È come dire, allora, che io società non ho più la mia forza di vendita perché privatamente i miei dipendenti se ne sono fatti una propria. Questi sono un po’ “giochi al massacro” per l’organizzazione aziendale.

MM: Ci può spiegare meglio quel che succede e perché è il cliente finale a pagare?

MS: Volentieri! Quel che succede è che nell’agenzia di vendita nata dal nulla ho tre soggetti: A, B e C. A stabilisce rapporti con una determinata società di vendita, B con una seconda e C con una terza. Tutti e tre sanno che il livello di gettoni e premi garantito dalle tre scelte è abbastanza allineato. E tutti e tre sanno che, quando si porta il cliente sulla società di vendita di A, quel cliente dà all’agenzia una remunerazione, che viene revocata se porto quel cliente su una nuova società di vendita nei primi 4-6 mesi. Perciò, trascorsi questi mesi, portano il cliente presso il secondo fornitore di energia, B, in modo da guadagnare altri gettoni e altri premi. E così via, per “mungere” più soldi… Evidentemente, i soggetti A, B e C che ho citato hanno una propria società, cioè si sono messi in società fra loro nel fare questo “rigirìo” di clienti fra un fornitore e l’altro. Ma le società di vendita, ovvero i fornitori, questa cosa non la approfondiscono, non gli fa comodo. Ecco che si trovano in certi momenti ad acquisire tantissimi clienti nuovi in poco tempo: circa il 60% dei clienti, infatti, firmano il contratto con loro, mentre sei mesi prima tali clienti avevano il contratto con un altro fornitore.

Come funziona una tipica “superagenzia” di vendita. A rimetterci è sempre il cliente finale, che nei passaggi da un fornitore all’altro assai raramente va a guadagnarci. (fonte: elaborazione dell’Autore)

Evidentemente, il cliente finale non ha benefici, e ciò per due ragioni. La prima è che sia il fornitore A che il fornitore B, avendo capito questo gioco sul mercato, calcolano che il margine che gli deve venir fuori per un anno di fornitura su 100 clienti in realtà deve essere ripreso su 40, che sono quelli che gli rimangono effettivamente per un anno; e quindi i 100 clienti devono per forza pagare di più l’energia. Dunque, questo è il primo sovracosto. Il secondo sovracosto è dovuto al fatto che questi tre soggetti (A, B e C), per effetto anche di quello che abbiamo detto prima, hanno una potenza di fuoco importante e quindi sono continuamente a giocare al rialzo verso le società di vendita. Consideri che una società di vendita oggi spende dai 120 ai 150 € per punto di fornitura domestico – quindi che sia o gas o luce – per acquisire in fornitura quel punto; e questi costi li paga solo il cliente nella bolletta, sebbene non lo sappia perché crede che il cambio di fornitore sia del tutto gratuito come gli viene raccontato dagli agenti. Il costo di questa pratica supera i 350 €/anno per cliente e per punto di fornitura.

MM: Lei con Sagme fornisce consulenza avanzata sulle utenze luce e gas a tutte le tipologie di clienti, dagli industriali ai domestici, permettendo loro di risparmiare parecchi soldi. Qual è il suo segreto?

MS: Il segreto è costituito semplicemente da due elementi: la conoscenza del mercato e la competenza. E, aggiungerei, la voglia continua di non farsi prendere dalla fame di queste grandi remunerazioni che girano sul mercato dell’energia e di cui ho appena parlato. Noi abbiamo voglia di creare una struttura stabile perché poi bisogna anche dire che queste super-agenzie che si “palleggiano” i clienti, dopo 3-5 anni cambiano nome, cambiano clienti, cambiano tutto perché – appunto – ogni volta che fanno le migrazioni che le ho descritto il 30-40% dei loro clienti lo lasciano per la strada. Quindi, che cosa succede? Noi abbiamo ideato un modo completamente diverso di stare nel mercato, e cioè non prendendo alcun tipo di remunerazione dai fornitori, ovvero dalle società di vendita. Abbiamo cercato di costruire un sistema di analisi del mercato che ci deve portare al nostro obiettivo, che è quello di giudicare il mercato per conto del nostro cliente e quindi dirgli: “guarda, in questo momento il fornitore Pippo è meglio del fornitore Paperino. Fra 4, 12, 18 mesi, se assistiamo a dei cambiamenti di mercato repentini, non abbiamo problemi a dire che Paperino è migliore di Pippo, in quanto non prendiamo gettoni o premi dai fornitori”.

Per fare questo, abbiamo messo su un modello di business un pochino più avanzato, cioè noi andiamo a fare delle vere e proprie gare tra i fornitori sul portafoglio di clienti in nostro possesso, quindi su coloro che hanno firmato un contratto di consulenza con la nostra società. E raccogliamo le offerte, le varie opportunità, che ovviamente sono migliori già solo per il fatto che nel nostro caso non contengono i cosiddetti “costi di commercializzazione”. Infatti, normalmente una società di vendita, come ho detto prima, paga agli agenti delle agenzie dei gettoni e dei premi. Alcuni fornitori hanno capito questo nostro diverso approccio e hanno abbassato le tariffe delle loro offerte commerciali, eliminando quindi tali costi, che per un cliente finale sono anche abbastanza alti nell’arco di un anno. Ecco, ciò che le ho descritto è il vero modo di differenziare e di giudicare i fornitori e noi lo usiamo quando facciamo le nostre gare. A quel punto abbiamo dei fornitori che sono magari in questa fase più attivi e altri fornitori che invece sono più statici: quelli magari non riescono ancora ad avere da noi assegnazioni di pacchetti di clienti.

Inoltre, abbiamo sviluppato anche, in funzione del nostro lavoro, una piattaforma di analisi dei mercati, di previsione degli indici energetici che formano i prezzi, la quale è condivisa con le più importanti piattaforme di analisi in ambito europeo. Ciò deriva dalla mia storia diretta, in cui ho fatto anche operazioni di trading di carattere internazionale usando proprio questo tipo di piattaforme. In pratica, sono semplicemente degli analisti di alto livello che ci danno l’indirizzo: quindi ci dicono dove andranno a finire i prezzi giorno per giorno sui vari panieri. Perché poi bisogna considerare che non esiste – come erroneamente viene detto in televisione e forse anche nella politica più alta – un unico prezzo del gas, un unico prezzo della luce, ma ce ne sono più di uno. Quindi lì sopra possiamo andare a differenziare il modo di acquistare per i nostri clienti. Adesso stiamo facendo anche delle operazioni molto evolute, e direi innovative per il sistema energetico italiano, sui clienti industriali più grandi, ma non abbastanza grandi da avere delle opportunità legate a proprie società di vendita o, quanto meno, di approvvigionamento energetico.

MM: Lei in passato ha acquistato il gas sulle borse europee per la sua Società e per tante aziende gasivore. Ègiusto che il costo del gas per gli Italiani sia legato al prezzo di borsa al TTF?

MS: No. Il TTF, o Title Transfer Facility, era stato preso come riferimento da ARERA per formare i prezzi del gas sui clienti domestici in regime di Maggior Tutela. Ma ho sempre giudicato questa scelta un pochino superficiale perché, avendo operato anche al TTF, ho sempre visto che c’è comunque una sorta di TTF “italiano”. In altre parole, gli operatori stranieri ben conoscono il livello di prezzo della materia prima acquistata dal cliente finale ed al fine di non lasciare marginalità nella filiera a valle regolano le transazioni su opportuni valori di costo. Ecco quindi che quando si vende dal TTF – o da qualunque altro hub – verso l’Italia, lo si fa sapendo il prezzo del gas che c’è in Italia, quindi è un po’ inutile andare a fare riferimento a un mercato estero. Queste decisioni prese a volte “a tavolino”, senza sapere come funzionano realmente le cose, rischiano solo di drogare quel mercato estero verso l’Italia, in una direzione che normalmente è verso l’alto per quanto riguarda i prezzi. E ciò è quanto è successo nel 2022. Nel periodo successivo, gli indici del TTF e quello del PSV si sono mossi proprio con curve di prezzi diverse: in pratica, uno è salito e l’altro è sceso, alternativamente nei periodi successivi. Quindi il grado di parentela fra i due mercati in certi periodi c’è stato, ma bisogna sempre giudicare quanto un mercato è fluido rispetto all’altro.

Il prezzo all’ingrosso del gas naturale in Italia (media mensile dell’indice del Mercato del Giorno Prima al PSV) a partire da ottobre 2023 fino a febbraio 2024. (fonte: elaborazione Sagme su dati di ARERA)

Questa mia opinione critica sulla scelta del TTF come riferimento preso da parte dell’Authority non è certamente campata in aria ma deriva, appunto, dall’esperienza che mi sono fatto nel corso del tempo. Infatti, nelle mie precedenti “esistenze” lavorative, ho avuto modo di trattare la materia prima anche sugli altri mercati, per conto delle società di vendita per le quali ho lavorato o per le società di vendita che ho contribuito a far nascere proprio come socio fondatore. Mi sono occupato anche delle gare di approvvigionamento dai più importanti punti di scambio internazionali europei, come ad esempio il Trans Austria Gasleitung (meglio noto come TAG) – che si trova poco sopra Tarvisio ed è un punto di scambio importante per l’Italia, la Francia, la Germania – ed il TTF, dove si vede bene anche tutta l’interazione con la parte del Regno Unito. E ciò ha contribuito a fornirmi oggi delle capacità di giudizio sul mercato e, soprattutto, la capacità di poter leggere gli andamenti di mercato.

MM: E come ha sfruttato questa esperienza per aiutare a far risparmiare, al di là del sistema della gare accennato prima, i clienti di Sagme per i quali gestisce le utenze gas e luce?

MS: Il baseload deve essere poi tramutato, con tanti algoritmi, nel consumo vero e proprio di un cliente finale. Perciò, quando si va a operare sulle borse del gas, bisogna riflettere in maniera diversa rispetto a quando si va a vendere ad un cliente finale, che sia domestico, partita Iva o industriale. Avere la capacità – come quella che abbiamo noi di Sagme – di orientare il contratto che un fornitore fa verso un cliente su un consumo vero che il cliente fa del gas o dell’energia elettrica porta economie a questo fornitore, che poi possono essere condivise con il mercato, compreso il cliente finale. Ciò è un altro aspetto importante che cerchiamo in qualche modo di mettere all’interno della nostra “formula Sagme”, cioè della nostra operazione: informare il fornitore, con dati il più possibile strutturati e approfonditi, sulla modalità di consumo del nostro cliente, in maniera che lui sia in grado di andare a acquistare le quantità giuste, dovendo sostenere minori costi, che si chiamano “costi di bilanciamento della materia prima”.

Il consumatore oggi ha soltanto un modo per difendersi dalle fregature: affidarsi a consulenti veri che, mettendoci della competenza vera che hanno sviluppato nel mercato, hanno la conoscenza per poter dire “la tua fattura è corretta” o “la tua fattura non è corretta”. A tale proposito mi viene in mente una cosa importante. Purtroppo, da qualche mese il Governo italiano ha dato il via a un’ultima parte dell’operazione di liberalizzazione del mercato, quella del Mercato di Tutela dei clienti domestici gas, fra l’altro scioccamente partendo dal mercato del gas durante il periodo di maggior consumo per i clienti domestici: l’inverno. L’Italia avrebbe dovuto porre in essere questo strumento già da quando è stata avviata la liberalizzazione dei mercati energetici, ovvero – se non ricordo male – dal 2007. Mi meraviglia molto questa impostazione, perché intanto non si è pensato a creare dei soggetti che potessero essere di supporto ai clienti finali, ma si fa riferimento a un unico soggetto che è ARERA e ad un unico strumento di supporto che è il Portale Offerte dell’Acquirente Unico. Molte volte abbiamo cercato anche lì sopra delle offerte per vedere se ce ne erano di interessanti e c’è anche capitato di vedere che quelle offerte che erano prime in classifica poi, cliccandoci sopra, scoprivamo essere dedicate a un numero limitato di contratti o, addirittura, dopo un po’ di tempo ti portavano automaticamente su un’altra offerta del fornitore molto più cara.

MM: Sappiamo che sul mercato libero gli inganni o, in certi casi, perfino le truffe sono spesso dietro l’angolo. Il povero consumatore come può sperare di potersi difendere da solo?

MS: Un piccolo consumatore, con tutto il rispetto, non ha minimamente la competenza per poter giudicare se una voce di costo in bolletta gli viene imputata in maniera corretta o meno, perché l’insieme di regole e gli aggiornamenti che queste regole subiscono periodicamente sono talmente numerosi che a volte mi meravigliano anche le società di gestione del calore – le quali sono più di stampo tecnico – che invece vogliono avere qualcuno che senza conoscere l’abc di questo mercato si butti a interpretare le tabelle e le regole dell’Autorità. Non è una cosa facile, ogni voce di servizio riportata in bolletta, infatti, ha dietro di sé 24 macro-tabelle nel caso del gas e 27 in quello dell’energia elettrica. Queste macro-tabelle hanno poi, a loro volta, altre sotto-tabelle con altre voci di costo e altri dettagli. E ogni dettaglio viene aggiornato con periodicità differente: cioè, c’è un dettaglio che viene aggiornato mensilmente, un altro ogni tre mesi, uno ogni sei mesi, uno ogni anno e così via. Quindi ci vuole una vita professionale dedicata completamente a questi temi per poter andare a capire quale voce di una fattura luce o gas è corretta e quale invece non lo è.

Inoltre, quale voce vado a mettere nel budget della mia azienda perché comporrà il costo della materia prima del contratto luce o gas che ho firmato? È per quello che dico che molte volte tanti commerciali o tanti personaggi che si atteggiano ad Energy manager in realtà guardano soltanto il prezzo della materia prima che c’è all’interno di una proposta contrattuale e non vanno ad approfondire più di tanto. Alla fine, queste persone non portano un vero valore al mercato, non danno la possibilità al cliente di giudicare se quell’offerta è buona o non è buona e, soprattutto, se quelle fatture sono corrette o non corrette. L’assurdo lo abbiamo trovato proprio da un nostro cliente – ma ce ne sono un milione di altri casi simili in Italia – che fiero ci mostrò all’inizio che quanto sostenevamo noi era sbagliato perché il suo fornitore gli stava inserendo in fattura lo stesso costo della materia prima che aveva da contratto. Ed io gli dissi: “bene, siccome questo fornitore ti sta inserendo 50 €/MWh di costo dell’energia e il mercato oggi quota 74 €/MWh, ma secondo te il fornitore è in rimessa di 24 €/MWh?”. E inizialmente non capì…

Il prezzo di acquisto all’ingrosso dell’elettricità sulla Borsa elettrica italiana nella principale fascia di consumo (F1) a partire da gennaio 2019 fino al mese di febbraio 2024. (fonte: elaborazione Sagme su dati GME)

Poi gli feci vedere l’evoluzione di quella sua fattura dell’energia elettrica che, se fosse stata fatta a 50 €/MWh, avrebbe portato un costo finale di un certo tipo; mentre la sua fattura reale ne riportava un altro, molto più alto. E allora venne fuori che il suo fornitore l’energia non la fatturava a 50 €/MWh, bensì la fatturava a 94 €/MWh, quindi ben 20 € sopra il prezzo di mercato. Ovviamente quel cliente, per quanto evoluto – perché si parlava di un’industria – non aveva avuto il mezzo o i mezzi per poter approfondire la sua conoscenza su tutte le altre voci di costo di una bolletta e quindi, guardando semplicemente la rispondenza tra quello che era scritto nel contratto e ciò che era scritto nella fattura, era tranquillo. Ma in realtà stava pagando molto di più. Può quindi immaginare che cosa accade agli utenti domestici, di cui nessuno controllerà mai la bolletta, a parte noi se è un nostro cliente. Ma siamo un unicum in Italia.

MM: Come possono, oggi, un padre o una madre di famiglia orientarsi nella giungla dei contratti dei fornitori che c’è sul mercato libero? Esiste una sorta di bussola?

MS: Come abbiamo detto prima. Il Governo e l’Authority hanno pensato che il Portale Offerte dell’Acquirente Unico – che è attivo dal 2018 – fosse lo strumento principe per far orientare i clienti finali sul mercato libero. In realtà, non tutti i fornitori pubblicano le loro offerte sul Portale dell’Acquirente Unico. Ma, soprattutto, i fornitori fanno offerte differenziate ed a volte succede che si trovano offerte più convenienti dallo stesso fornitore se ci si dialoga in maniera diversa, cioè in maniera diretta, come capita nel nostro caso. In effetti, su alcuni fornitori abbiamo avuto questa opportunità di dialogo diretta e ci vengono fatte delle offerte commerciali – dette “in convenzione” – che non contengono certi parametri di costo e certi parametri di rischio, perché il fornitore ha capito come lavora Sagme e, di conseguenza, in queste offerte a noi dedicate si trovano costi più bassi, e tali offerte non si trovano sul Portale dell’Acquirente Unico.

Inoltre, non è così facile andare sul Portale Offerte dell’Acquirente Unico e poi cliccare su un’offerta e andare a firmare effettivamente quell’offerta. Quindi l’inghippo è dietro l’angolo, anche usando quello strumento. Senza contare che la quantità di persone che hanno fatto contratti online, nel nostro mercato, è veramente bassa rispetto al totale dei consumatori: cioè non si parla di gas e luce come di un prodotto che può essere acquistato attraverso Amazon. Sono infatti situazioni completamente diverse e il valore di ogni transazione, nel caso di gas e luce, è molto più alto di quello di un oggettino che si possa andare acquistare sulle piattaforme di e-commerce, ciò sia se si parla di un cliente domestico, sia – a maggior ragione – se si parla di un cliente industriale o di una piccola-media partita Iva. A mio avviso, il consumatore finale se non lavora nel settore non ha le competenze per poter giudicare veramente la bontà di un’offerta. La “bontà” non significa solo che questa offerta è quella che poi veramente mi verrà messa in fattura e che veramente poi ho, ma è l’andare a misurare, ovvero confrontare, quell’offerta rispetto all’universo del mercato.

Consideriamo che sul nostro mercato ci sono circa 700 fornitori e che tanti di questi 700 fornitori hanno almeno 3-4 offerte aperte in un certo periodo, ma c’è chi ne ha anche 10, chi ne ha una sola, come ad esempio i fornitori più piccoli; mentre quelli più grandi, che hanno l’agenzia Tizio, l’Agenzia Caio, l’agenzia Sempronio, a volte fanno n offerte solo per quelle tre agenzie. Quindi è difficilissimo per un consumatore, per un buon padre di famiglia, orientarsi all’interno di questo mercato. A mio avviso, è importante far nascere, nel nostro mercato, figure simili alla nostra, che hanno come preoccupazione primaria quello di andare a trovare opportunità vere all’interno del mercato per conto di un cliente.

Il numero di operatori autorizzati sul mercato elettrico italiano dalla liberalizzazione del mercato a oggi. (fonte: ARERA)

Per fare questo lavoro, però, queste società di consulenza devono essere dotate di professionisti competenti nel settore (non basta essere ingegneri, fisici, matematici o economisti, bisogna anche averci lavorato!) che non abbiano l’intenzione di costituire la forza di vendita per il fornitore, ma che vogliano stare dalla parte del cliente finale, del consumatore. Bene inteso, queste società non dovranno puntare al risultato di breve periodo, perché con i clienti finali si guadagna meno che con i fornitori! E, soprattutto, dovranno fare ciò conoscendo il mercato, non facendo i venditori di società di vendita, magari spacciandosi pure per consulenti quando in realtà non lo si è affatto. È un mestiere non facile, il nostro, perché richiede competenze e investimenti in piattaforme informatiche; ma forniamo consigli preziosi ai clienti, un po’ come quando si vanno a rivolgere a un dottore che sa lavorare bene per loro.

MM: Cosa ne pensa dei comparatori online, che illudono le persone sulla possibilità del fai-da-te nella scelta del fornitore? Molte offerte lì sono attraenti solo per il prezzo dell’energia: dov’è l’inganno?

MS: I comparatori online hanno solitamente un insieme di fornitori molto limitato, perché in realtà – non voglio fare qui nomi e cognomi – sono delle agenzie di vendita mascherate. Quindi ti mettono lì un insieme ristretto di offerte, che sono le offerte dei fornitori che a loro (o con loro) hanno sottoscritto un certo contratto che possiamo chiamare “di servizio”. Ma è un certo tipo di contratto, quindi sui loro portali questi comparatori non danno tutte le offerte di quel fornitore e tanto meno danno tutte le offerte di tutti i fornitori: semplicemente ne comparano 10, 20 e quindi ciò è estremamente limitante, soprattutto nel mercato dei clienti domestici e delle piccole partite IVA. Inoltre, spesso, in un certo periodo orientano il navigatore che incappa nel loro portale verso un solo fornitore, il che secondo me è già abbastanza indicativo del tipo di lavoro che stanno portando avanti, per cui non aggiungo altro.

Il fatto, poi, che di solito il comparatore online vada a comparare solo il costo della materia prima è lo strumento astuto per realizzare l’obiettivo: perché se poi quel fornitore inserisce – come verifichiamo facilmente analizzando le fatture di dettaglio con i nostri software specializzati – dei costi aggiuntivi, ad esempio, per la modulistica o costi sui servizi previsti per il trasporto e la distribuzione che sono diversi da quelli definiti da ARERA, nessuno lo va a vedere perché c’è la fiducia “cieca” – in senso letterale – nel comparatore famoso. E quindi il comparatore fa un’analisi sul costo della materia prima, ma poi alla fine chi consuma va a pagare un “totale fattura” che in realtà si sviluppa in maniera diversa rispetto a quel costo prospettato di tot euro per la materia prima. Perciò, posso dire che questi portali non danno un reale vantaggio ai clienti finali, anzi sono una sorta di raggiro del consumatore.

MM: Veniamo al problema della mancata informazione al cliente. Le “bollette 2.0” lanciate da alcuni anni riportano i dati necessari per un vero confronto fra le offerte di fornitori diversi?

MS: No. Un cliente finale è una persona che tipicamente non lavora nel settore energetico, settore complesso per il numero di norme e di loro aggiornamenti. Una persona non addetta ai lavori, anche se attrezzata dal punto di vista della capacità di analizzare numeri, non riesce a fare una comparazione completa fra le offerte di due diversi fornitori basandosi sui 5 dati di sintesi che compaiono in una fattura normalmente inviata ad un cliente. Parlo quindi della cosiddetta “fattura sintetica”, ma si riesce difficilmente a fare un confronto pure disponendo della “fattura di dettaglio”, perché quest’ultima contiene lo sviluppo accorpato in 8-9 macro-voci, ma in realtà le macro-tabelle di ARERA che stanno dietro una fattura luce o gas sono molte di più. Quindi è difficile che perfino il consumatore più attento, o quella persona che più ha voglia di approfondire l’argomento, riesca ad orientarsi bene sui vari costi. Nelle fatture energetiche ci sono sempre quelle voci con costi “zero virgola qualcosa” che magari nel consumo di un cliente domestico potrebbero essere giudicate trascurabili, ma che non lo sono per chi ha i grandi consumi, come tanti clienti aziendali o industriali.

Ci sono addirittura voci di costo chiare che vengono accorpate all’interno della materia prima ma che, se uno va a vedere le tabelle definite dalla stessa ARERA, sono voci di costo separate: per esempio, mi viene in mente la componente CCR – o Copertura dei Rischi Commerciali – che può valere anche 4-5 centesimi di euro al metro cubo, quindi non è trascurabile su un costo complessivo di 30 cent/mc. Stiamo parlando, infatti, di un 15% circa. Perciò, secondo me, chi fa le verifiche delle fatture e chi fa le comparazioni delle offerte – che sono due lavorazioni differenti fra di loro – deve essere qualcuno che ha a disposizione tutti gli strumenti software per farlo, con tutti i numeri puntualmente aggiornati delle varie singole voci, le quali possono essere caricate sul cliente A ma magari non sul cliente B perché hanno profili di consumo con volumi diversi. Oggi per un consumatore questa analisi è difficile – per non dire impossibile – per quanto attento e volenteroso di approfondire, ma sarebbe possibile se ARERA volesse.

Un’analisi, effettuata dal software sviluppato dalla Sagme, della bolletta luce di un utente domestico, volta a evidenziare gli extra-costi introdotti dal fornitore, altrimenti “invisibili” per l’utente finale. (fonte: Sagme)

Infatti attualmente, anziché andare verso una semplificazione della fatturazione, da parte dell’Authority si va esattamente nella direzione opposta. Stanno difatti crescendo di numero le tabelle e le micro-voci che ARERA continua a mettere per l’elaborazione dei costi. Per semplificare, dovremmo ridurre le voci nelle varie tabelle. Posso capire che ARERA abbia necessità di creare dei fondi di compensazione per i bonus sociali o dei fondi di compensazione per la morosità. Va tutto bene, ma ciò può essere tranquillamente fatto in un altro modo. Questi importi, infatti, possono essere tranquillamente inseriti da ARERA all’interno di determinate voci di costo che verrebbero poi scorporate all’interno di fondi stabiliti da ARERA stessa sulla base delle analisi di fatturazione che l’Authority esegue sui fatturati delle società di vendita.

Gli operatori, dal canto loro, non dovrebbero avere la possibilità di introdurre nuove voci di costo nelle sezioni individuate da ARERA per la determinazione del valore di una fattura di energia. La conseguenza di questa “impostazione” che io caldeggio sarebbe che una società di vendita dovrebbe inserire  in maniera esplicita gli extra-costi che applica su un cliente finale, rendendo così il cliente più consapevole di quello che sta pagando. In conclusione, la fattura sintetica è in realtà un danno per il cliente finale, e lo è anche la fattura di dettaglio, sempre che sia effettivamente disponibile per il cliente finale, perché entrambe non riescono ad essere comprensibili per un cliente.

MM: Cosa ne pensa, infine, del “turismo energetico”? Conviene stare fermi sul mercato o muoversi?

MS: Chi sta fermo spesso non ha la possibilità di cogliere le opportunità, quindi io non consiglio di stare fermi. Noi di Sagme esistiamo e lavoriamo perché siamo convinti che nel mercato ci si debba muovere andando a cogliere l’opportunità, talvolta da una parte e talvolta dall’altra. Quando sento citare l’espressione “turismo energetico”, la interpreto con un’accezione positiva: cioè la possibilità di un cliente di andare a scegliere un fornitore oggi e poi cambiarlo domani, se le condizioni di mercato sono diverse. E questo per me è corretto, ed è parte del nostro importante lavoro. Purtroppo, invece, nell’accezione che viene usata nel mercato e dalla stessa ARERA, il concetto del turismo energetico è inteso in maniera diversa: cioè è il cambio fornitore che viene attuato dal cliente che non paga il fornitore precedente. E questo, ovviamente noi non lo alimentiamo in alcun modo. Anzi, nei contratti che noi facciamo scriviamo chiaramente che un cliente che non paga il fornitore non viene più seguito dalla nostra società. Ciò rientra sempre in quel discorso valoriale a cui facevamo cenno all’inizio dell’intervista.

Per noi il turismo energetico sarebbe da prendere in un’accezione propositiva e nel rispetto delle parti.
Il cliente deve poter liberamente scegliere il fornitore più conveniente per la propria capacità di consumo, per le proprie necessità; quindi dovrebbe essere possibile anche per i clienti industriali, sui quali invece siamo ancora fermi a contratti di durata annuale, ma ci sono altri paesi – che fanno parte dell’Unione europea – dove addirittura sono ancora fermi ai contratti biennali. Vede, alla fine uno pensa spesso al cliente domestico, al piccolo negozietto sotto casa, però poi ci sono le grandi industrie che hanno avuto grossi problemi in questi ultimi 2-3 anni: importanti fornitori, per non accollarsi rischi, hanno d’improvviso chiuso loro i rubinetti, mentre altri hanno chiesto loro delle fidejussioni estremamente onerose come garanzia delle forniture. Quindi, per queste realtà il turismo energetico è stato – ed è – spesso addirittura una questione di sopravvivenza, considerato che per un’industria subito dopo i costi della materia prima per realizzare i prodotti vengono i costi energetici, che in Italia sono notoriamente fra i più alti d’Europa.

Pertanto è fondamentale che questa materia venga affrontata con una certa competenza e, a volte, rimango disarmato quando, entrando nelle industrie, vedo da una parte dei dirigenti che fanno dei piani di produzione e, dall’altra, enormi sprechi energetici. Perfino gli Energy manager che operano nelle aziende energivore sono, nel migliore dei casi, ingegneri che si buttano tipicamente sull’efficientamento fisico, che comporta investimenti rilevanti, trascurando i controlli sui consumi e sulle utenze energetiche, che comporterebbero investimenti assai inferiori ma di maggior valore per quell’azienda. Infine, la mancanza di una programmazione nelle varie fasce di consumo all’interno delle aziende, spesso legata ai contratti con il personale, comporta che il nostro imprenditore è vincolato a rimanere fermo su un vecchio modo di consumare e dunque spende cifre enormi, quando magari già poteva evitare un 25% dei costi energetici con opportune programmazioni, come quelle che suggeriamo ai nostri clienti industriali.

Bibliografia

[1]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetico italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[2]  Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[3]  Menichella M., “Le possibili soluzioni del problema del caro-bollette per evitare il ‘lockdown energetico’”, Fondazione David Hume, 9 maggio 2022.

[4]  Menichella M., “Perché per quest’autunno-inverno si prospetta un ‘lockdown energetico’ ed i rischi per l’Italia”, Fondazione David Hume, 12 settembre 2022.