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Impossibile stimare il risultato del referendum: troppi caveat!

15 Gennaio 2026 - di Paolo Natale

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L’appuntamento referendario si avvicina. Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per dare la loro approvazione o per bocciare la riforma della magistratura e questo, ovviamente, ha fatto incrementare il numero di sondaggi che cercano di identificare la migliore previsione del loro voto futuro. Un compito parecchio arduo per diversi motivi, che qui andremo ad analizzare, che non permettono di arrivare a conclusioni del tutto credibili, anzi: tutti i risultati delle indagini demoscopiche che prefigurano lo scenario finale referendario non fanno altro che scontare una sostanziale impossibilità di tratteggiare contorni affidabili.

Meglio astenersi, dunque, che divulgare oracoli in luogo di numeri seri e ponderati. Vediamo nello specifico quali sono i problemi che deve affrontare il sondaggista serio, quello che vuole produrre stime significative, senza ricorrere a percentuali casuali, e quali i motivi per cui è meglio non fidarsi troppo.

Primo motivo: il livello di conoscenza del quesito referendario. È ovviamente il cuore del problema, dal momento che la materia in discussione è particolarmente complessa, e oltretutto la divisione delle carriere dei magistrati appassiona certo meno di qualsiasi altra materia anche politica, per non parlare di calcio o delle imminenti olimpiadi. Le ultime rilevazioni ci dicono che si dichiara ferrato sul tema meno del 10% della popolazione. Molto probabile che, avvicinandosi alla data di fine marzo, questa quota si incrementi in maniera significativa e, quindi, molti di quelli che oggi sanno poco o nulla saranno più capaci di formulare un giudizio informato, cambiando anche – nel caso – la propria scelta.

Secondo motivo: il livello di coinvolgimento per la materia. Abbiamo appena visto che il tema non è particolarmente appassionante, ma certo con l’aumento dei dibattiti online oppure offline questo livello di interesse (oggi stimabile intorno al 20%), se non per la materia in sé almeno per il referendum, sicuramente aumenterà. Che sia legato all’appartenenza politica, alla possibile scelta di un voto anti-governativo o pro-governo, o perfino alla tematica specifica, resta il fatto che tra un mese molti media parleranno delle conseguenze del risultato referendario: e i cittadini, o almeno molti di loro, dovranno interessarsene per forza. E potrebbero, ancora una volta, cambiare la propria scelta.

Terzo motivo: la quota di astenuti. Come ben sappiamo e come ho più volte ribadito (anche nel libro “Schede bianche” che ho scritto con due colleghi qualche tempo fa), la tendenza nel nostro paese è quella di disertare sempre più le urne, in maniera sempre più massiccia, sia per consultazioni politiche che ancor di più per quelle referendarie. Bene: dal momento che in questa occasione il quorum del 50% non è necessario, è probabile che la diserzione potrebbe essere anche maggiore del solito, a meno di una forte politicizzazione dell’evento. Attualmente, chi dichiara che andrà sicuramente a votare si aggira intorno al 35% degli italiani, ma non è detto che non possa aumentare, o perfino diminuire, paradossalmente…

Elencati dunque i problemi inerenti al voto, appare evidente come le stime dei risultati siano molto correlati con le risposte non soltanto al quesito referendario ma soprattutto ai “quesiti” qui enunciati. Dipendono, cioè, dal livello di conoscenza della materia, dall’interesse e soprattutto dalla quantità degli italiani che vorranno partecipare alla consultazione referendaria, ivi compreso il livello di incertezza sulla stessa scelta di voto.

Se ad esempio prendiamo in considerazione tutto l’elettorato nel suo complesso, le stime odierne ci dicono che vincerà il SI di oltre una decina di punti (più o meno 56 a 44); se consideriamo però solo coloro che si dichiarano interessati ai temi referendari la quota di favorevoli alla legge diminuisce di 2-3 punti (53 a 47 per il SI); se poi teniamo in considerazione solamente coloro che sono sicuri di andare a votare, il distacco tende quasi ad annullarsi, avvicinandosi alla parità (51 a 49, sempre per il SI), con una situazione dunque parecchio indecisa. Da cui possono essere adottati comportamenti comunicativi piuttosto differenti: i fautori del SI hanno grande interesse a veder aumentare la partecipazione, laddove i fautori del NO dovrebbero vedere di buon occhio una forte defezione elettorale, evitando paradossalmente di fare campagna elettorale.

Infine, le dichiarazioni di voto degli elettori vicini ai partiti di governo appaiono quasi tutte a favore del SI, mentre quelli di opposizione sono più incerti, molto meno convinti cioè della scelta del NO, in particolare i pentastellati, ma anche una parte significativa di votanti Pd (circa il 15%).

Come si può facilmente comprendere, l’incertezza regna oggi sovrana e di fatto siamo incapaci di ipotizzare un risultato senza nutrire grossi dubbi in merito. Mentre ci avviciniamo al fatidico giorno, vedremo come si evolveranno le stime e le relative dichiarazioni degli italiani.

I referendum della discordia

19 Maggio 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Quasi certamente le prossime elezioni politiche si terranno intorno al mese di giugno del 2027, anche se – in teoria – la legislatura dovrebbe durare fino al mese di settembre del medesimo anno. Mancano dunque più di due anni al prossimo appuntamento elettorale. A dispetto di ciò, le forze politiche si stanno muovendo come se le elezioni fossero alle porte. Giorgia Meloni ha già chiarito che si ricandiderà. Elly Schlein e Maurizio Landini, a loro volta, hanno già aperto la campagna elettorale brandendo i 5 referendum, nella convinzione che la mobilitazione sui quesiti referendari possa rinvigorire l’opposizione.

Personalmente ne dubito fortemente, per vari motivi. Il primo è che tutti i sondaggi prevedono che il quorum non verrà raggiunto: con ogni probabilità circa 2 italiani su 3 non andranno a votare. Difficile, a quel punto, cantare vittoria solo perché nella minoranza che è andata al voto sono prevalsi i sì. È facile prevedere che la destra ritorcerà sulla sinistra il ragionamento con cui tante volte, in questi due anni e mezzo, ha cercato di delegittimare il voto a Giorgia Meloni (che ha raccolto sì il 26% dei consensi, ma sul 64% dei votanti: quindi solo 1 italiano su 6 la ha scelta). Ora sentiremo ripetere infinite volte che il 70 o 80% di consenso su un determinato quesito referendario rappresenta solo il 15% (o 20%, o 25 %) dell’elettorato complessivo.

Il secondo motivo di perplessità è che i 5 referendum non sono solo un’occasione di visibilità per l’opposizione: sono anche una formidabile opportunità, per il governo, di mostrare le divisioni del cosiddetto campo largo. L’unica forza di opposizione che voterà sì a tutti i referendum è AVS (Alleanza Verdi Sinistra). La segretaria del Pd Elly Schlein vorrebbe che lo stesso facessero i suoi, ma incontra il dissenso di molti membri della minoranza interna, che sono perplessi sui quesiti che, di fatto, rinnegano la stagione renziana e il Jobs Act: molti di loro voteranno sì solo ad alcuni dei referendum che riguardano il mercato del lavoro, ciascuno secondo le proprie sensibilità politiche personali. Riccardo Magi, leader di +Europa, pare intenzionato a votare sì solo a due referendum, quello sulla responsabilità delle imprese appaltanti e quello (promosso da lui stesso) che dimezza i tempi necessari per ottenere la cittadinanza italiana. Questo referendum, a sua volta, dovrà fare i conti con le perplessità dei Cinque Stelle, da sempre critici con l’immigrazione irregolare (Giuseppe Conte ha lasciato libertà di coscienza). Quanto a Renzi e Calenda, voteranno no a 4 referendum su 5 (tutti quelli sul mercato del lavoro).

E qui veniamo alla mia ultima perplessità, la più importante. Il fatto che non esista nemmeno un referendum su cui siano d’accordo tutte le forze del costituendo “campo largo” non si limita a mostrare che l’opposizione è ultra-divisa, ma suggerisce una considerazione più ampia: i temi scelti per i referendum sono palesemente controversi, visto che rispetto a ciascuno di essi vi è almeno una forza politica di sinistra che li considera sbagliati.

Ciò apre un interrogativo molto serio sul futuro dell’opposizione. Anch’io, come Romano Prodi e tanti altri, penso che una coalizione progressista abbia qualche possibilità di sfidare vittoriosamente Giorgia Meloni solo se dismette la battaglia per la leadership, che oggi impegna Schlein, Conte e (di nascosto) Landini, e punta tutte le sue carte sulla elaborazione di un programma comune (come fece il centro-sinistra prodiano nel 2006). Ma non posso non chiedermi: se nemmeno sui referendum sono stati capaci di mettere a punto una linea comune, come potranno riuscirci quando si tratterà di formulare un programma di governo che convinca la maggioranza degli italiani?

Una risposta possibile è che non ci riusciranno e andranno al voto più o meno divisi, come l’ultima volta. L’altra risposta possibile è che sottoscriveranno un programma comune monstre, ottenuto sommando gli opposti estremismi delle cultura progressista. Ovvero: sulla politica economico-sociale la linea Landini-Schlein (salario minimo legale e patrimoniale permanente), sui diritti la linea di Magi-Bonino (ius soli, Ddl Zan, Green Deal). Il che, in sostanza, significa sposare la linea politica di AVS, ossia della più estrema delle forze di sinistra, come certifica il fatto che sia l’unica a votare convintamente sì a tutti e 5 i referendum.

[articolo uscito sulla Ragione il 15 maggio 2025]

Il referendum del 29 marzo

2 Marzo 2020 - di Luca Ricolfi

Politica

Fra chi segue settimanalmente i sondaggi si sta facendo strada una sensazione, se non una previsione: il Pd gode di una discreta salute, i Cinque Stelle stanno perdendo consensi settimana dopo settimana, al punto che – a breve – potrebbero essere sorpassati da Fratelli d’Italia, l’unico partito in costante ascesa da mesi.   Leggi di più

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