Le complesse stime sul referendum. Vincerà il NO?

Siamo in periodo di blackout, per quanto riguarda le rilevazioni demoscopiche sui risultati referendari. Il che significa, come è noto, che tutti i sondaggi che vengono realizzati in questi giorni non potranno essere resi pubblici in alcun modo lecito; poi ci sono come al solito i modi illeciti, le gare di cavalli, il conclave per eleggere il papa, le finte partite di calcio, che in qualche modo ci raccontano gli sviluppi delle previsioni di voto….

Le stime che riguardano i referendum sono in generale un pochino più complicate rispetto a quelle relative al consenso per i partiti, per il semplice motivo che nel voto politico, o amministrativo, esiste una base di riferimento certa, vale a dire il voto passato. È infatti a partire dal comportamento elettorale delle precedenti elezioni che si elaborano le nuove stime; queste ultime, pur con gli ovvi margini di incertezza legati tra l’altro all’incessante incremento dell’astensionismo, sono sicuramente più attendibili avendo un solido ancoraggio nel recente passato.

Nel caso di referendum, questi ancoraggi sono molto più deboli, soprattutto nel caso in cui il tema di riferimento sia piuttosto trasversale tra le diverse forze politiche. Il caso del referendum costituzionale di Renzi nel 2016 è esemplare dello scompaginamento delle precedenti affiliazioni partitiche, con una parte dello stesso Pd e gran parte della sinistra che votò contro le riforme renziane. Le stime demoscopiche del tempo fallirono nell’identificare correttamente lo scarto tra NO e SI: pur avendo correttamente previsto la larga vittoria del NO (di circa 8 punti), sottostimarono nettamente il distacco, che fu alla fine di dieci punti superiore (oltre il 18%).

Nel referendum odierno, la differenza tra le fazioni in campo è maggiormente solida: il campo delle opposizioni in favore del NO, quello del governo in favore del SI, pur con qualche differenziazione che vedremo. Si aggiunge però in questo caso il problema del livello di partecipazione, che può diventare un elemento di importanza cruciale per l’esito del referendum.

Cosa dicono dunque queste previsioni effettuate appunto prima del blackout? Le valutazioni di tutti i più accreditati istituti di ricerca raccontano, a due settimane dal voto, di un vantaggio tra i 3 e i 5 punti a favore della fazione del NO, contraria alle modifiche costituzionali: in media, le stime parlano di un risultato pari al 52% per il NO contro un 48% per il SI.

Una situazione che appare a prima vista abbastanza contro-intuitiva. Vediamone le ragioni. Tra gli elettori di centro-destra, da chi tifa Vannacci fino a quelli legati a Forza Italia, la tendenza è piuttosto omogenea: la quasi totalità tra loro voterebbe in maniera compatta per il SI, per la conferma della riforma costituzionale. Viceversa, tra l’elettorato di opposizione, dal centro-sinistra alla sinistra più estrema, i dubbi paiono significativamente più presenti: il 20% almeno dei pentastellati opterebbe per il SI, così come una quota intorno al 10% degli elettori del Pd, unitamente a parecchi renziani e a molti sostenitori di Calenda.

Dunque, dal momento che allo stato attuale le scelte elettorali nei confronti dei partiti di governo eguagliano grossomodo quelle per l’opposizione, e dato che sono questi ultimi elettori quelli che manifestano i maggiori dubbi, ci aspetteremmo di conseguenza una significativa ipotetica vittoria del SI. Ma così non è. O meglio, così ci dicevano le indagini demoscopiche dall’inizio del percorso referendario fino a circa un mese fa.

Poi qualcosa è cambiato, qualcosa è venuto alla luce in maniera evidente, e riguarda il livello di partecipazione dei differenti elettorati, causato dal livello di interesse per questa riforma costituzionale. Gli elettori vicini al centro-destra non paiono infatti molto interessati né a questa riforma né di conseguenza a partecipare alla consultazione relativa. Sono in particolare i cittadini vicino alla Lega e a Forza Italia coloro che meno si sentono coinvolti da questo referendum e da questa riforma costituzionale, mentre un po’ più di adesioni si manifestano tra chi si sente vicino a Fratelli d’Italia.

Al contrario, l’elettorato di opposizione presenta tassi di partecipazione nettamente superiori, di oltre il 15% più elevati dell’elettorato di governo. Una tendenza che si è venuta manifestando poco alla volta ma in maniera significativamente costante nel corso delle ultime settimane, fino alla situazione attuale.

Dunque, nonostante esista nell’area di opposizione una quota di “dissidenti” dall’opzione di voto del proprio partito di riferimento, questa quota non è numericamente sufficiente a compensare la maggiore astensione nell’elettorato di centro-destra.

Cosa potrà cambiare in questi ultimi giorni che ci dividono dalle due giornate di voto, il 22 e 23 marzo? Due cose sono possibili: da un lato un ulteriore incremento dei cosiddetti “dissidenti”, presenti come si è detto soprattutto nel Movimento 5 stelle e nel Partito Democratico, i cui elettori sono peraltro quelli più propensi ad andare a votare; dall’altro, una pervasiva comunicazione da parte di Giorgia Meloni che inviti ad andare alle urne. In questo ultimo caso, non si tratta nemmeno di sollecitare espressamente gli elettori più vicini al centro-destra, una manovra che in caso di sconfitta finale potrebbe risultare una sorta di boomerang; basta invece un monito generico a non disertare il proprio diritto di voto, in una consultazione così importante legata alla modifica della Costituzione.

Un invito semplice e perfino credibile, che sottolinea l’importanza e la correttezza di esprimere il proprio pensiero da parte del maggior numero possibile di italiani, sicuramente condivisibile da tutte le forze politiche e dallo stesso Presidente Mattarella. Ma che andrebbe a motivare maggiormente quella parte di elettorato, di centro-destra, ancor’oggi più restia alla partecipazione e che esprimerebbe quasi sicuramente un voto a favore della riforma costituzionale.

Sapremo tra pochi giorni se questa sarà la scelta del capo del Governo o se, al contrario, in un clima di guerra diffusa, il referendum passerà definitivamente in secondo piano nei pensieri degli italiani.




Referendum e bambini nel bosco

Sembra incredibile, ma vicende come quella di Garlasco e quella dei “bambini nel bosco” continuano a occupare una quota sproporzionata dell’attenzione pubblica sui giornali, sulle tv, sui siti. Siamo sull’orlo di una catastrofe geopolitica, ma la gente continua a appassionarsi a queste due vicende.

C’è una differenza importante, tuttavia. La vicenda di Garlasco ripropone un tema arcinoto e arcivecchio, quello degli errori giudiziari, purtroppo frequenti e quasi sempre impuniti.  Quella dei bambini nel bosco, trascinati con la forza in una “residenza protetta”, pone invece un problema relativamente nuovo: quello dell’intromissione dei poteri pubblici nella vita privata delle famiglie. L’elemento comune fra le due vicende è che entrambe chiamano in causa la magistratura, accusata nel primo caso di non aver svolto le indagini (e analizzato le prove) con il dovuto scrupolo e la dovuta perizia, e nel secondo di avere provocato un danno psicologico ed esistenziale ben più grave del danno che l’allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco (e dai genitori) si prefiggeva di evitare.

Solo il tempo ci dirà – forse – che cosa è veramente successo nei due casi. Quello che però forse possiamo ipotizzare fin da ora è che queste due vicende, ben più di centinaia di altre meno note vicende di non-giustizia, un impatto politico finiranno per averlo. Entrambe, infatti, gettano discredito sull’operato dei magistrati. E non si può pensare che il discredito del sistema giudiziario, specie se attizzato da vicende coinvolgenti e ad alto tasso di copertura mediatica, sia privo di effetti politici.

Un effetto ovvio, anche se non immediato, è quello di rafforzare il racconto di Giorgia Meloni e delle forze di governo in materia di criminalità e immigrazione. Fondate o no che siano, le accuse ai magistrati di remare contro gli sforzi delle forze dell’ordine non possono non entrare in risonanza con le evidenti anomalie emerse nei casi Garlasco e bambini nel bosco. Tanto più se si pensa che quelle anomalie, lungi dall’essere un’eccezione amplificata dal circo mediatico, sono semmai la punta dell’iceberg, come ha ben documentato Stefano Zurlo nel suo ultimo libro (Senza giustizia, Baldini e Castoldi).

Ma forse l’effetto più importante (e immediato!) potrebbe essere quello di contribuire all’esito del referendum sulla separazione delle carriere. Come i sondaggisti hanno ben spiegato negli ultimi due mesi, l’esito del referendum dipenderà dal tasso di partecipazione. La chiamata alla mobilitazione da parte della sinistra ha già convinto l’elettorato progressista ad andare a votare, e a votare no. L’elettorato conservatore,  invece, è meno mobilitato, sia perché Giorgia Meloni non è ancora scesa in campo, sia perché in generale il popolo di destra ha una visione scettica e disincantata della competizione politica, e perciò stesso è meno sensibile agli appelli e alle “chiamate alle armi”. E poiché l’elettorato di destra è nettamente schierato per il sì (più di quanto quello di sinistra lo sia per il no), è al suo comportamento – astensionista o partecipativo – che è appeso l’esito del referendum.

Se una quota significativa degli indecisi di destra si astenesse, la vittoria potrebbe arridere al no. Se la maggior parte di coloro che non hanno ancora deciso se votare andassero al voto, prevarrebbe nettamente il sì. Infine, se solo una parte degli indecisi di destra si recasse al voto, l’esito si deciderebbe sul filo di lana.

È uno degli aspetti curiosi di questo referendum: il riesplodere, a pochi giorni dal voto, della vicenda dei bambini nel bosco, con il suo strascico di decisioni tanto crudeli quanto incomprensibili all’opinione pubblica, potrebbe risultare la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

[articolo inviato alla Ragione l’8 marzo 2026]




Perché voto sì

Al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia di fine marzo io voto Sì. Ecco le ragioni.

1) È necessario separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici. Il giudice deve essere equidistante tra l’accusa e la difesa, come avviene in tutti gli altri ordinamenti democratici (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, ecc.). Solo il nostro paese fa eccezione, essendo fermo all’impostazione inquisitoria del codice Rocco emanato sotto il fascismo. È una garanzia di civiltà che protegge tutti i cittadini dagli abusi. Il giudice è un arbitro, non può essere più vicino ad una parte rispetto all’altra. In aggiunta, rendendo più specifico il ruolo del pubblico ministero, questo sarebbe più adatto a svolgere le attività di indagine in collaborazione con le forze di polizia.

2) È opportuno che i nuovi organi di cd. autogoverno – sia dei giudici che dei pubblici ministeri – siano composti da membri nominati per sorteggio rispettivamente tra i giudici e i pubblici ministeri, e non eletti da questi. È un principio fondamentale. Nel nostro ordinamento, anche dopo la riforma tutti i magistrati saranno selezionati mediante concorso sulla base della loro competenza tecnica, senza passare tramite elezioni e senza quindi una legittimazione popolare. Il CSM dev’essere un organismo tecnico, non politico. Chi vuole fare politica si candida alle elezioni. La sovranità è una prerogativa del Parlamento, dove si approvano le leggi, mentre i giudici le leggi le applicano. Adesso il CSM è una sorta di parlamentino dei magistrati, e gli incarichi vengono assegnati più per logiche di appartenenza che per merito. E spesso – è purtroppo difficile sostenere il contrario – i magistrati fanno politica, sostituendosi ai partiti e a chi è stato eletto per governare e amministrare la comunità.

3) Infine, è utile avere un’Alta Corte dove si eserciti il potere disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano. Attualmente, i procedimenti disciplinari davanti al CSM non danno sufficienti garanzie, essendo affidati all’autoreferenzialità dell’organo di autogoverno dei magistrati. È invece importante introdurre finalmente il principio di responsabilità anche in questo ambito, così delicato per la vita di tutti noi.




Impossibile stimare il risultato del referendum: troppi caveat!

L’appuntamento referendario si avvicina. Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per dare la loro approvazione o per bocciare la riforma della magistratura e questo, ovviamente, ha fatto incrementare il numero di sondaggi che cercano di identificare la migliore previsione del loro voto futuro. Un compito parecchio arduo per diversi motivi, che qui andremo ad analizzare, che non permettono di arrivare a conclusioni del tutto credibili, anzi: tutti i risultati delle indagini demoscopiche che prefigurano lo scenario finale referendario non fanno altro che scontare una sostanziale impossibilità di tratteggiare contorni affidabili.

Meglio astenersi, dunque, che divulgare oracoli in luogo di numeri seri e ponderati. Vediamo nello specifico quali sono i problemi che deve affrontare il sondaggista serio, quello che vuole produrre stime significative, senza ricorrere a percentuali casuali, e quali i motivi per cui è meglio non fidarsi troppo.

Primo motivo: il livello di conoscenza del quesito referendario. È ovviamente il cuore del problema, dal momento che la materia in discussione è particolarmente complessa, e oltretutto la divisione delle carriere dei magistrati appassiona certo meno di qualsiasi altra materia anche politica, per non parlare di calcio o delle imminenti olimpiadi. Le ultime rilevazioni ci dicono che si dichiara ferrato sul tema meno del 10% della popolazione. Molto probabile che, avvicinandosi alla data di fine marzo, questa quota si incrementi in maniera significativa e, quindi, molti di quelli che oggi sanno poco o nulla saranno più capaci di formulare un giudizio informato, cambiando anche – nel caso – la propria scelta.

Secondo motivo: il livello di coinvolgimento per la materia. Abbiamo appena visto che il tema non è particolarmente appassionante, ma certo con l’aumento dei dibattiti online oppure offline questo livello di interesse (oggi stimabile intorno al 20%), se non per la materia in sé almeno per il referendum, sicuramente aumenterà. Che sia legato all’appartenenza politica, alla possibile scelta di un voto anti-governativo o pro-governo, o perfino alla tematica specifica, resta il fatto che tra un mese molti media parleranno delle conseguenze del risultato referendario: e i cittadini, o almeno molti di loro, dovranno interessarsene per forza. E potrebbero, ancora una volta, cambiare la propria scelta.

Terzo motivo: la quota di astenuti. Come ben sappiamo e come ho più volte ribadito (anche nel libro “Schede bianche” che ho scritto con due colleghi qualche tempo fa), la tendenza nel nostro paese è quella di disertare sempre più le urne, in maniera sempre più massiccia, sia per consultazioni politiche che ancor di più per quelle referendarie. Bene: dal momento che in questa occasione il quorum del 50% non è necessario, è probabile che la diserzione potrebbe essere anche maggiore del solito, a meno di una forte politicizzazione dell’evento. Attualmente, chi dichiara che andrà sicuramente a votare si aggira intorno al 35% degli italiani, ma non è detto che non possa aumentare, o perfino diminuire, paradossalmente…

Elencati dunque i problemi inerenti al voto, appare evidente come le stime dei risultati siano molto correlati con le risposte non soltanto al quesito referendario ma soprattutto ai “quesiti” qui enunciati. Dipendono, cioè, dal livello di conoscenza della materia, dall’interesse e soprattutto dalla quantità degli italiani che vorranno partecipare alla consultazione referendaria, ivi compreso il livello di incertezza sulla stessa scelta di voto.

Se ad esempio prendiamo in considerazione tutto l’elettorato nel suo complesso, le stime odierne ci dicono che vincerà il SI di oltre una decina di punti (più o meno 56 a 44); se consideriamo però solo coloro che si dichiarano interessati ai temi referendari la quota di favorevoli alla legge diminuisce di 2-3 punti (53 a 47 per il SI); se poi teniamo in considerazione solamente coloro che sono sicuri di andare a votare, il distacco tende quasi ad annullarsi, avvicinandosi alla parità (51 a 49, sempre per il SI), con una situazione dunque parecchio indecisa. Da cui possono essere adottati comportamenti comunicativi piuttosto differenti: i fautori del SI hanno grande interesse a veder aumentare la partecipazione, laddove i fautori del NO dovrebbero vedere di buon occhio una forte defezione elettorale, evitando paradossalmente di fare campagna elettorale.

Infine, le dichiarazioni di voto degli elettori vicini ai partiti di governo appaiono quasi tutte a favore del SI, mentre quelli di opposizione sono più incerti, molto meno convinti cioè della scelta del NO, in particolare i pentastellati, ma anche una parte significativa di votanti Pd (circa il 15%).

Come si può facilmente comprendere, l’incertezza regna oggi sovrana e di fatto siamo incapaci di ipotizzare un risultato senza nutrire grossi dubbi in merito. Mentre ci avviciniamo al fatidico giorno, vedremo come si evolveranno le stime e le relative dichiarazioni degli italiani.




I referendum della discordia

Quasi certamente le prossime elezioni politiche si terranno intorno al mese di giugno del 2027, anche se – in teoria – la legislatura dovrebbe durare fino al mese di settembre del medesimo anno. Mancano dunque più di due anni al prossimo appuntamento elettorale. A dispetto di ciò, le forze politiche si stanno muovendo come se le elezioni fossero alle porte. Giorgia Meloni ha già chiarito che si ricandiderà. Elly Schlein e Maurizio Landini, a loro volta, hanno già aperto la campagna elettorale brandendo i 5 referendum, nella convinzione che la mobilitazione sui quesiti referendari possa rinvigorire l’opposizione.

Personalmente ne dubito fortemente, per vari motivi. Il primo è che tutti i sondaggi prevedono che il quorum non verrà raggiunto: con ogni probabilità circa 2 italiani su 3 non andranno a votare. Difficile, a quel punto, cantare vittoria solo perché nella minoranza che è andata al voto sono prevalsi i sì. È facile prevedere che la destra ritorcerà sulla sinistra il ragionamento con cui tante volte, in questi due anni e mezzo, ha cercato di delegittimare il voto a Giorgia Meloni (che ha raccolto sì il 26% dei consensi, ma sul 64% dei votanti: quindi solo 1 italiano su 6 la ha scelta). Ora sentiremo ripetere infinite volte che il 70 o 80% di consenso su un determinato quesito referendario rappresenta solo il 15% (o 20%, o 25 %) dell’elettorato complessivo.

Il secondo motivo di perplessità è che i 5 referendum non sono solo un’occasione di visibilità per l’opposizione: sono anche una formidabile opportunità, per il governo, di mostrare le divisioni del cosiddetto campo largo. L’unica forza di opposizione che voterà sì a tutti i referendum è AVS (Alleanza Verdi Sinistra). La segretaria del Pd Elly Schlein vorrebbe che lo stesso facessero i suoi, ma incontra il dissenso di molti membri della minoranza interna, che sono perplessi sui quesiti che, di fatto, rinnegano la stagione renziana e il Jobs Act: molti di loro voteranno sì solo ad alcuni dei referendum che riguardano il mercato del lavoro, ciascuno secondo le proprie sensibilità politiche personali. Riccardo Magi, leader di +Europa, pare intenzionato a votare sì solo a due referendum, quello sulla responsabilità delle imprese appaltanti e quello (promosso da lui stesso) che dimezza i tempi necessari per ottenere la cittadinanza italiana. Questo referendum, a sua volta, dovrà fare i conti con le perplessità dei Cinque Stelle, da sempre critici con l’immigrazione irregolare (Giuseppe Conte ha lasciato libertà di coscienza). Quanto a Renzi e Calenda, voteranno no a 4 referendum su 5 (tutti quelli sul mercato del lavoro).

E qui veniamo alla mia ultima perplessità, la più importante. Il fatto che non esista nemmeno un referendum su cui siano d’accordo tutte le forze del costituendo “campo largo” non si limita a mostrare che l’opposizione è ultra-divisa, ma suggerisce una considerazione più ampia: i temi scelti per i referendum sono palesemente controversi, visto che rispetto a ciascuno di essi vi è almeno una forza politica di sinistra che li considera sbagliati.

Ciò apre un interrogativo molto serio sul futuro dell’opposizione. Anch’io, come Romano Prodi e tanti altri, penso che una coalizione progressista abbia qualche possibilità di sfidare vittoriosamente Giorgia Meloni solo se dismette la battaglia per la leadership, che oggi impegna Schlein, Conte e (di nascosto) Landini, e punta tutte le sue carte sulla elaborazione di un programma comune (come fece il centro-sinistra prodiano nel 2006). Ma non posso non chiedermi: se nemmeno sui referendum sono stati capaci di mettere a punto una linea comune, come potranno riuscirci quando si tratterà di formulare un programma di governo che convinca la maggioranza degli italiani?

Una risposta possibile è che non ci riusciranno e andranno al voto più o meno divisi, come l’ultima volta. L’altra risposta possibile è che sottoscriveranno un programma comune monstre, ottenuto sommando gli opposti estremismi delle cultura progressista. Ovvero: sulla politica economico-sociale la linea Landini-Schlein (salario minimo legale e patrimoniale permanente), sui diritti la linea di Magi-Bonino (ius soli, Ddl Zan, Green Deal). Il che, in sostanza, significa sposare la linea politica di AVS, ossia della più estrema delle forze di sinistra, come certifica il fatto che sia l’unica a votare convintamente sì a tutti e 5 i referendum.

[articolo uscito sulla Ragione il 15 maggio 2025]