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Il Muro di Teheran

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

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Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.

Il mito dei “due popoli, due stati”

25 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Due notizie, negli ultimi giorni, hanno monopolizzato l’attenzione riguardo a Israele. Da un lato, la decisione, non condivisa dai vertici dell’esercito, di completare l’occupazione di Gaza entrando a Gaza City, nella speranza di assestare il colpo finale a Hamas e nella presunzione (a mio parere poco fondata) che questo possa favorire la liberazione degli ostaggi. Dall’altro, il via libera a nuovi insediamenti in Cisgiordania, in un territorio (la cosiddetta zona E1) la cui occupazione farebbe crescere ulteriormente la frammentazione della Cisgiordania, rendendo materialmente impossibile la costituzione di uno Stato Palestinese.

La maggior parte dei governi europei, compreso il nostro, ha condannato entrambe le decisioni, invitando Israele a fermarsi. Complessivamente, l’umore delle opinioni pubbliche europee volge sempre più a sfavore di Israele e pro-Palestinesi, costringendo i governi europei a prendere le distanze dal governo Netanyahu, considerato come l’ostacolo che rende impraticabile la soluzione “due Popoli due Stati”, unica via di pacificazione fra i due popoli. Di qui l’idea, agitata per parare le accuse di antisemitismo, secondo cui si dovrebbe distinguere fra popolo israeliano (buono) e Netanyahu (cattivo), così come sarebbe necessario distinguere fra popolo palestinese (buono) e Hamas (cattivo). Insomma: i due popoli non hanno colpe, i veri nemici sono i loro governanti.

Questa narrazione del conflitto ha un suo potere persuasivo, e rende molti buoni servigi a chi desidera manifestare il suo sdegno per le atrocità commesse a Gaza dall’esercito israeliano ma vuole sfuggire all’accusa di antisemitismo. Ma si può dire che sia fondata?

A metterne crudamente in dubbio la plausibilità è intervenuto pochi giorni fa lo scrittore ebreo americano Nathan Thrall, che vive a Gerusalemme Est (possibile capitale di un futuro Stato palestinese). In un’intervista a Repubblica, ha fatto notare diverse cose dimenticate dalle narrazioni prevalenti in Europa. Primo, il 79% degli ebrei israeliani “non è disturbato dalla fame a Gaza”, e i cittadini israeliani “non si stanno ribellando alle uccisioni dei civili a Gaza”. Secondo, l’opposizione all’ingresso a Gaza City è dettata dal timore di compromettere la sorte degli ostaggi, non certo da remore per i costi umani della “soluzione finale” nei confronti di Hamas. Quel che l’opinione pubblica davvero desidera è l’annientamento di Hamas, però non prima di aver recuperato gli ostaggi. Terzo, i progressisti europei si raccontano una bugia quando affermano che il problema è la destra israeliana: “due anni e mezzo fa avevamo un governo guidato dal centrista Likud e da Bennet, e le politiche nei confronti dei palestinesi non erano diverse, hanno costruito persino più insediamenti [in Cisgiordania] dei predecessori”.

Ed eccoci al punto. Oggi, a dar retta ai discorsi prevalenti in Europa, parrebbe che la strada per la pace sia non occupare Gaza City e bloccare il piano di nuovi insediamenti nella zona E1, confinante con Gerusalemme Est. Ma si sorvola sul fatto che, anche se il governo Netanyahu obbedisse pienamente alle ingiunzioni dei governi europei e delle Nazioni Unite, l’agognata soluzione dei “due Popoli, due Stati” resterebbe del tutto impraticabile, anzi per certi versi ancora più impraticabile di prima. Perché, da vent’anni, i due principali ostacoli a quella soluzione restano la sopravvivenza di Hamas e la colonizzazione della Cisgiordania (ovvero della terra fin dal 1947 destinata ai Palestinesi). Una colonizzazione che nessun governo israeliano ha ostacolato, ed ora sta lì come un macigno, e tale resterebbe se domani Netanyahu cadesse e il suo posto venisse preso da un premier di altro colore politico.

Sarò forse un po’ drastico, ma mi pare troppo comodo fare la voce grossa con Israele solo ora, dopo un ventennio in cui si è assistito senza fiatare alla crescita di Hamas a Gaza (alimentata anche dai soldi dell’Europa) e ben poco si è tentato per contrastare la proliferazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È allora che l’Europa avrebbe dovuto far sentire la sua voce, senza aspettare il dramma umanitario di Gaza per trovare il coraggio di criticare Israele. Perché quella palestinese è una questione politica, che in termini politici – piuttosto che in termini umanitari – avrebbe dovuto essere affrontata. Porre quella questione ora che i buoi sono scappati può lavare le coscienze, ma difficilmente toglierà Palestinesi e Israeliani dal dramma in cui sono precipitati.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 agosto 2025]

Tre domande su Israele

13 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Dopo una lunga stagione di incertezze, ora anche il governo italiano pare essersi deciso a prendere posizione contro il piano di occupazione di Gaza City annunciato da Netanyahu, ma osteggiato dall’esercito israeliano. A differenza di altri paesi, tuttavia, l’Italia non ha sospeso gli accordi di cooperazione con Israele, non ha riconosciuto lo Stato palestinese, né ha annunciato di volerlo fare a breve termine (come invece ha fatto la Francia).

Le ragioni della svolta si comprendono facilmente: i media occidentali e l’opinione pubblica sono schierati senza incertezze con i Palestinesi, visti come vittime innocenti della crudeltà di Netanyahu. In questa situazione, per qualsiasi governo europeo occidentale, non condannare la nuova operazione militare israeliana equivarrebbe a un suicidio politico (una situazione simile, mutatis mutandis, a quella del 1992, quando era impossibile non stare con Mani Pulite contro i politici corrotti). Di qui la corsa a schierarsi con i deboli (palestinesi) contro i forti (israeliani).

Se sul piano comunicativo il gioco è chiaro, e fin troppo scoperto, non così sul piano politico-militare. Chi, come la maggior parte dei governi europei, sostiene il riconoscimento dello stato di Palestina e la soluzione “due popoli, due Stati”, si guarda bene dal rispondere ad alcune domande cruciali.

Prima domanda: qual è il governo che i paesi europei vorrebbero riconoscere? È il governo di Gaza, anti-democratico e in mano ai terroristi? O è la debole e corrotta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che governa una piccola porzione della Cisgiordania? O il riconoscimento è una finzione, che non si rivolge a nessun governo, e serve semplicemente a rabbonire le sensibili opinioni pubbliche europee?

Seconda domanda: qual è il territorio su cui dovrebbe sorgere il nuovo Stato Palestinese? Se è Gaza, è una presa in giro, visto che la Striscia è un cumulo di macerie. Se è la Cisgiordania, c’è un piccolo inconveniente: per cederla interamente ai Palestinesi occorrerebbe sgomberarla da centinaia di migliaia di coloni e soldati israeliani, che controllano interamente la zona C (59% del territorio), hanno il controllo militare della zona B (24% del territorio), e con innumerevoli posti di blocco sorvegliano tutti gli spostamenti fra le oltre 200 aree separate che costituiscono le zone A e B in cui vivono la maggior parte dei Palestinesi.

Terza domanda: esiste un percorso politico-diplomatico-militare che ha ragionevoli possibilità di imporre la soluzione dei due Stati?

Quel che voglio dire è che è troppo comodo lavarsi la coscienza con l’atto puramente simbolico di riconoscere lo Stato palestinese, senza specificare quali sono i territori che gli israeliani dovrebbero sgomberare, qual è l’autorità di governo che siamo disposti a riconoscere, qual è il processo che può condurre alla meta.

Da questo punto di vista, l’Europa non è certo senza peccato. Dov’eravamo quando, specie sotto Netanyahu, i governi israeliani permettevano la frantumazione della Cisgiordania in innumerevoli enclave? Che cosa abbiamo fatto per impedire gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania, una terra che l’Onu fin dal 1947 aveva assegnato ai Palestinesi? Come abbiamo fatto a chiudere gli occhi di fronte all’uso che, per ben due decenni, Hamas ha fatto dei miliardi di aiuti concessi dall’Europa?

Sono tutti interrogativi cui nessun governo europeo, finora, ha avuto il coraggio di rispondere. Perché se provasse a farlo, dovrebbe scoprire che il male è stato fatto ben prima dell’invasione di Gaza, e in quel male anche noi abbiamo avuto una parte. Oggi ci commuoviamo per le sofferenze del popolo palestinese e invochiamo una soluzione – due popoli, due Stati – che con la nostra indifferenza passata abbiamo contribuito a rendere (quasi) impossibile.

[articolo inviato alla Ragione il 10 agosto 2025]

Requiem per il mito dei due Stati

31 Luglio 2025 - di Luca Ricolfi

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Non bastavano le divisioni su tutto il resto. Ora, grazie alla mossa di Macron (annuncio che a settembre la Francia riconoscerà lo stato di Palestina), l’Europa è ancora più divisa di prima pure sulla Palestina. Fino a pochi mesi fa nessuno dei grandi paesi europei riconosceva lo Stato palestinese, ora Spagna e Francia controbilanciano le posizioni più prudenti (o timide, secondo i critici) di Germania, Italia, Regno Unito. Su una cosa, tuttavia, la maggior parte dei governi europei (e più in generale di quelli occidentali) pare essere d’accordo: in prospettiva, la soluzione non può che essere quella dei “due Popoli, due Stati”. Anche l’Italia è su questa linea. In un’intervista a Repubblica la premier si è spinta a formulare il dubbio che “il riconoscimento dello Stato di Palestina, senza che ci sia uno Stato della Palestina, possa addirittura essere controproducente” in quanto distoglierebbe l’attenzione dal vero problema, che è di renderlo effettivamente possibile, uno Stato palestinese.

E tuttavia anche questa posizione, e a maggior ragione quella dei critici di Giorgia Meloni, mi sembra eludere il problema preliminare: quali dovrebbero essere i confini di questo fantomatico Stato di Palestina?

Alcuni parlano dei confini stabiliti dall’ONU nel 1947 (un po’ meno del 50% della Palestina storica ai Palestinesi), confini che già nel conflitto del 1948 Israele aveva modificato  a ulteriore proprio favore. Altri parlano dei “confini del 1967”, intendendo quelli anteriori alla “Guerra dei 6 giorni”, ovvero i confini emersi alla fine del conflitto del 1948, particolarmente favorevoli a Israele. Altri ancora si accontenterebbero di assegnare allo Stato di Palestina la striscia di Gaza e l’intera Cisgiordania (la cosiddetta West Bank), oggi quasi interamente (per più dell’80%) controllata da Israele. Senza parlare dello spinosissimo problema di Gerusalemme, che Israele si è annessa ma che l’Onu avrebbe voluto sotto controllo internazionale.

Tutti però sembrano ignorare che ciascuna di queste soluzioni, compresa l’ultima – la più favorevole a Israele – è di fatto impraticabile. Gli Israeliani non possono cedere di nuovo Gaza (da cui si erano ritirati nel 2005) senza la previa distruzione di Hamas. Quanto alla Cisgiordania, troppo spesso si dimentica che è un labirinto controllato dall’esercito israeliano (la zona A, l’unica interamente soggetta all’autorità palestinese, è puntiforme, completamente priva di continuità territoriale, e copre meno del 20% del territorio). Se davvero volesse cedere l’intera Cisgiordania ai palestinesi, Israele dovrebbe convincere centinaia di migliaia di coloni, blanditi negli ultimi decenni a fini elettorali, ad abbandonare terre che ormai considerano loro.

Insomma, vie di uscita ragionevoli e praticabili non se ne vedono. Anche se l’intera comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, fosse favorevole alla soluzione dei “due Popoli, due Stati”, resterebbero il dato di fatto che, a dispetto dei molti crimini di guerra commessi, Israele non è stata in grado di cancellare Hamas, e il dato di realtà per cui, anche senza Netanyahu, sarà difficilissimo estirpare i coloni israeliani dalla Cisgiordania.

Ecco perché baloccarsi con la formula “due Popoli, due Stati”, pur ragionevole in linea di principio, è una ipocrisia. Il vero dramma dei due popoli che si contendono la Palestina sono i governanti che si sono scelti e che, soprattutto negli ultimi 20 anni, hanno fatto deragliare il processo di pace, già molto fragile dopo gli accordi di Oslo (1993). La striscia di Gaza sarebbe un posto fiorente se i miliardi dollari che la comunità internazionale le ha destinato negli ultimi 20 anni fossero stati usati per il benessere dei suoi abitanti anziché per rimpinguare gli arsenali di armi contro Israele. La Cisgiordania sarebbe oggi pronta per far nascere lo Stato palestinese se dopo gli accordi di Oslo gli israeliani vi avessero progressivamente ridotto i propri insediamenti, anziché moltiplicarli.

Ora Gaza è distrutta, e la Cisgiordania è ipotecata. Noi continuiamo a parlare dei due Stati, della crudeltà di Israele, del dramma dei palestinesi. Ma nessuno osa ammettere che nessuna vera soluzione è alle porte e che, anche se Hamas si arrendesse e Netanyahu andasse in prigione, la loro eredità è così pesante da ipotecare il futuro prossimo. Speriamo non anche il futuro remoto.

[articolo uscito sulla Ragione il 30 luglio 2025]

Quando l’egualitarismo diventa nichilismo

22 Luglio 2025 - di Dino Cofrancesco

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Intervistato sul raid israeliano  che ha colpito la Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza (3 morti, 11 feriti) Antonio Padellaro, un giornalista che ho sempre stimato, al di là delle diverse opinioni politiche, ha  chiesto perché i tre morti in chiesa abbiano suscitato uno scalpore mediatico che non ci sarebbe stato se le vittime palestinesi si fossero trovate in casa. Le considerazioni di Padellaro, a ben riflettere, sono il tristissimo segno di un’epoca in cui “uno vale uno” e qualsiasi vita equivale a quella di un altro. Agli occhi di Dio è così ma noi poveri mortali sappiamo bene che le civiltà si costruiscono sui simboli e sulle differenze. Se Albert Einstein fosse perito in un attentato terroristico, Dio non avrebbe fatto differenza tra la sua anima e quella di un sicario di Al Capone ma la storia umana avrebbe avuto un altro corso. L’orrore suscitato (in Occidente, beninteso) dall’episodio di Gaza non riguarda il conteggio delle vittime ma il fatto che si sia colpito un simbolo della civiltà cristiana. Il nichilismo dell’epoca della secolarizzazione –come la chiamò Augusto Del Noce—sta nel togliere valore a ogni distinzione tra individui, comunità, culture  sicché non si riesce  più a spiegare, se non con l’ipocrisia, l’indignazione generale per la violazione di un luogo di culto..

Diversi anni fa, una carissima amica e collega demoproletaria e radical chic, se la prese con Paolo VI che aveva detto di ’aspettare Giuseppe Prezzolini’. Perché la conversione di Prezzolini era considerata dal pontefice più importante di quella di un bracciante pugliese? Ancora una volta, per Dio non c‘era differenza ma per noi italiani—atei o credenti—il ritorno alla fede di un ‘prince de l’esprit’, come Prezzolini, sarebbe stato motivo di profonda riflessione, in un senso o nell’altro. La democrazia ha eliminato le aristocrazie del sangue ma non quelle dell’arte, della scienza, della giurisprudenza, dell’economia, della politica. Nella mente dei fanatici dell’apocalisse egualitaria c’è, forse inconsapevolmente, la Cina di Mao, dove tutti erano vestiti allo stesso modo, ma volerci tutti uguali è eliminare la nostra individualità fatta di qualità che ci differenziano dagli altri e che fondano superiorità e inferiorità, in democrazia sempre mobili.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria martedì 22 luglio 2025]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinoicofrancesco.it

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