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A proposito di woke e follemente corretto – La mossa di Conte

31 Agosto 2026 - di Luca Ricolfi

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Sul politicamente corretto e la cosiddetta “cultura woke” Giuseppe Conte, in un recente articolo su Repubblica, ha detto delle tardive, incomplete verità. Che la religione del politicamente corretto non possa essere il centro del programma del Campo largo, o che vi siano stati eccessi e follie è un’ovvietà. Lo sa perfettamente anche Elly Schlein. E lo ripetono da almeno dieci anni le persone libere e pensanti, di destra o di sinistra che siano.

Se non a tutti è sembrata una ovvietà è perché, negli ultimi 15 anni, ossia da quando il politicamente corretto (PC) è degenerato in follemente corretto (FC), mai l’establishment progressista italiano aveva trovato il coraggio di riconoscere gli enormi danni che il FC aveva inflitto al Paese e alla sinistra stessa. Ed è mortificante che, per svegliarsi, la sinistra – che ora finalmente si interroga sul FC – abbia dovuto attendere un segnale da oltreoceano, ovvero l’intervista televisiva (peraltro assai cauta e problematica) di Alexandria Ocasio Cortez. E dire che di segnali dall’America ve ne erano stati anche in precedenza, compreso l’avvertimento di Hillary Clinton sul rischio che l’ossessione per i temi transgender aprisse, per la seconda volta, la strada della Casa Bianca a Donald Trump (era il 2022, e forse si poteva ancora fermare Trump).

Ma perché Conte ha scelto di gettare quel sasso nello stagno del Campo largo?

Una ragione banale, e in un certo senso “altruistica”, è di allargare i consensi della coalizione di sinistra, togliendole la zavorra che da molti anni la appesantisce. Il primato dei temi gender e le campagne sul linguaggio inclusivo, infatti, hanno tolto alla sinistra più consensi (dei ceti popolari) di quanti ne hanno portati (dai “ceti medi riflessivi”). Da questo punto di vista gli alleati dovrebbero ringraziarlo, anziché arroccarsi a difesa dei dogmi del politicamente corretto.

Accanto a questa faccia altruistica, vi è naturalmente anche quella egoistica: Conte spera che i nuovi consensi, e magari anche parte di quelli che andavano a Pd e Avs,  si indirizzino verso il Movimento Cinquestelle. E ovviamente spera che questa mossa anti-woke lo rafforzi nel duello con Schlein per la leadership del Campo largo.

Il lato più significativo dell’intervento di Conte, tuttavia, non sta nel poco (e generico) che dice, ma nel molto che non dice. È alquanto significativo che, pur parlando diffusamente di disuguaglianze, fasce deboli, razzismo, discriminazioni, identità e minoranze, ben si guardi dal toccare i temi scottanti dell’immigrazione e della criminalità. E dire che avrebbe tutti i titoli per farlo: il passato dei Cinque Stelle, l’esperienza del primo governo Conte, i recenti rapporti con Sahra Wagenknecht (leader della BSW e paladina dei rimpatri),  sono costellati di atti e dichiarazioni che, in materia di immigrazione e sicurezza, non sono certo allineate ai dogmi del politicamente corretto.

Di qui la domanda: la critica di Conte alle follie woke ignora il problema migratorio perché i Cinquestelle sono diventati più politicamente corretti di un tempo (ricordate i “taxi del mare” di Di Maio?). O lo ignora per non approfondire la frattura con il Pd di Elly Schlein? O invece lo ignora perché Conte ci sta preparando una seconda puntata, in cui sarà lui a toccare il tema incandescente dell’immigrazione?

In quest’ultimo caso potremmo vederne delle belle. Perché, è vero che – se vuole vincere le elezioni – la sinistra qualcosa di concreto sull’immigrazione dovrà pur dirlo. Ma è altrettanto vero che questo qualcosa potrebbe risultare molto divisivo, specie ove fosse Conte, unilateralmente, a fare la prima mossa. Perché un conto è una svolta realista su sicurezza e immigrazione che matura entro un dibattito largo e paritario, un conto è uno strappo messo in atto da una forza politica contro o in concorrenza con le altre.

Staremo a vedere. Resta il fatto che la critica alle follie del politicamente corretto, così come formulata da Conte nel suo intervento, non tocca nessuno dei nodi cruciali: libertà di espressione, rapporti con l’Islam, conflitto fra femministe e minoranze sessuali, politiche di inclusione escludenti, abusi dei codici etici, diritti e doveri dei migranti, principi costituzionali messi a repentaglio (tema centrale del libro Il pensiero conforme, della costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni).

Conte ha fatto benissimo a scuotere la sinistra dal suo torpore. Ma il lavoro vero, di riflessione, revisione e ricostruzione, è ancora tutto da fare.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 agosto 2026]

A proposito di Trump – Follemente scorretto

2 Aprile 2025 - di Luca Ricolfi

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Stupore. Sconcerto. Incredulità. Angoscia. Disperazione. Sono i sentimenti che, non senza buone ragioni, trasudano in questi giorni dalla maggior parte dei media di fronte ai gesti di prepotenza di Trump. Non mi riferisco tanto alla intenzione di annettere agli Stati Uniti la Groenlandia o il Canada. Né alla più volte reiterata minaccia di scatenare l’inferno a Gaza o sull’Iran. E neppure al non troppo celato avvertimento verso le Repubbliche Baltiche, cui si fa intendere che potrebbero essere abbandonate dalla Nato in caso di aggressione da parte della Russia.

No, quello cui mi riferisco è lo sconcerto per l’attacco alle politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) in Europa, a ancor più per il drastico cambiamento di clima negli Stati Uniti, e in particolare nelle Università, dove sono in atto misure repressive nei confronti degli attivisti che, nei mesi scorsi, hanno partecipato alle manifestazioni pro-Palestina. In un articolo uscito su La Stampa, ad esempio, si riporta questo resoconto di Linda Laura Sabbadini, da sempre impegnata nelle battaglie femministe.

“Il clima che si vive è quello di un attacco globale ai diritti, a cominciare da quelli delle donne (…). Mi sembra che nel paese si stia sviluppando una forma di autocensura. Le persone hanno paura di dire quello che pensano. Tutti si sentono potenziali bersagli, a partire da chi si occupa di gender studies”. Di qui la considerazione finale: “Il clima dell’autocensura è tipico delle dittature. E io l’ho percepito tra i professori e nelle Ong. Sono spaventati per i loro finanziamenti. Tutto è in discussione”.

Questo resoconto mi ha molto colpito. E non perché parla di una evidente e ingiustificata limitazione della libertà di espressione, ma perché dice esattamente le stesse cose che, per almeno un decennio, hanno ripetuto quanti non erano allineati con la cultura woke. Professori sanzionati o licenziati per le loro opinioni conservatrici o tradizionaliste. Scrittori e intellettuali contestati, disinvitati, bersagliati per le loro opinioni sgradite alla cultura woke. Studenti restii a esprimersi in pubblico per timore di essere accusati di scorrettezza politica, micro-aggressioni, molestie. Femministe ostili all’utero in affitto o al self-id (autodeterminazione del genere) denigrate o messe a tacere per il loro mancato allineamento alla cultura dominante, o meglio alla cultura dell’élite progressista.

Insomma, la domanda è: ma dov’eravate, voi che denunciate la prepotenza di Trump, quando il clima di intimidazione, il chilling effect (l’auto-zittimento), si respirava ovunque, nei giornali, nei campus universitari, nelle istituzioni culturali, nel cinema, nell’arte, nelle Ong, nelle imprese più impegnate con le politiche DEI?

Quello che voglio dire, però, non è quello che forse qualcuno potrebbe pensare, e cioè che il trumpismo è il meritato contrappasso a un decennio di follie woke. No, quello che voglio dire è che cultura woke e restaurazione trumpiana sono le due facce della medesima moneta, e che quella moneta altro non è che l’incapacità delle istituzioni occidentali di assicurare una vera libertà di espressione.

Il contrario del follemente corretto che ci ha oppressi negli anni passati non è il follemente scorretto con cui Trump prova ad opprimerci ora. Le intimidazioni di cui si è macchiata la protesta progressista nei campus (ma anche nelle nostre università) non si neutralizzano con le intimidazioni di segno opposto cui assistiamo oggi. Il vero contrario del follemente corretto è la capacità di ascoltare l’altro anche quando – anzi soprattutto quando – la pensa in modo completamente diverso da noi. Il trumpismo è la negazione della tolleranza e della libertà di pensiero. Proprio come ciò che l’ha preceduto.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 1° aprile 2025]

Oltre il follemente corretto

27 Gennaio 2025 - di Luca Ricolfi

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Ormai lo riconoscono tutti: una delle ragioni fondamentali del successo di Trump, oggi come otto anni fa, sono stati gli eccessi del
politicamente corretto. O, se preferiamo, la progressiva trasformazione del politicamente corretto in “follemente corretto”, un processo che – negli Stati Uniti – è durato una decina di anni, grosso modo dal 2012 al 2022. Pilastri di questo processo sono stati la colpevolizzazione (e discriminazione) dei bianchi, la proliferazione degli staff DEI (Diversity,Equity, Inclusion) nelle imprese e nelle amministrazioni, le transizioni di genere precoci, la diffusione della gestazione per altri (utero in affitto), le limitazioni alla libertà di espressione, la diffusione della cancel culture, la politicizzazione dell’insegnamento universitario, le discriminazioni verso docenti e studiosi non allineati, l’ingresso di maschi biologici (in transizione di genere) negli spazi delle donne, incluse carceri e gare sportive.

Tutto questo aveva cominciato a scricchiolare per conto proprio già un paio di anni fa, ma oggi – dopo la vittoria elettorale di Trump – sta franando rovinosamente, travolto non solo dalla rivolta del senso comune ma, molto più concretamente, dagli “ordini esecutivi” del neo-presidente, che uno dopo l’altro stanno smontando tutti i caposaldi economici, sociali e culturali dell’ideologia woke. Apparentemente, un grandioso contrappasso collettivo, che giustamente colpisce – e punisce – gli eccessi di una parte politica, quella liberal e progressista.

Ma è solo questo che sta accadendo?

Non mi sembra. Intanto, bisogna notare che la reazione contro la cultura woke, fortissima negli Stati Uniti, robusta nel Regno Unito, agli esordi in Canada, è debolissima se non inesistente in altre parti dell’occidente, e in particolare in alcuni paesi europei. Spagna e Germania, ad esempio, hanno entrambe varato negli ultimi anni una “Ley Trans” (legge sulla transizione di genere), che rende completamente libera la scelta del genere, suscitando la vigorosa (e indignata) reazione di parte del mondo femminile. Come spesso accade, i fenomeni culturali sono sfasati nel tempo: noi europei abbiamo importato la cultura woke dal mondo anglosassone, e ce ne stiamo ancora entusiasmando nel momento in cui loro la stanno già seppellendo.

C’è però soprattutto un altro elemento che, a mio parere, complica il quadro. Quello che sta avvenendo negli Stati Uniti, e potrebbe presto arrivare anche da noi, non è semplicemente il superamento del follemente corretto, il ritorno alla normalità, il ripristino del senso comune. Quella che si sta profilando è una sorta di sanguinosa rivincita, che rischia – insieme alle degenerazioni della cultura woke – di sopprimere anche le buone ragioni che, cinquant’anni fa, ispirarono la nascita del politicamente corretto. Trattare il prossimo con rispetto, combattere l’odio, non discriminare in base al colore della pelle o altri caratteri ascritti (sesso, razza, etnia, nazionalità), tutelare le minoranze oppresse o emarginate, cercare di includere le fasce o marginali, erano ottime cause ieri ma lo sono anche oggi. Il peccato originale della cultura woke non è di avere sollevato determinati problemi, ma di aver imposto soluzioni assurde, e di averlo fatto con hybris, ovvero con fanatismo e disprezzo per i non allineati all’ortodossia progressista.

Di qui un rischio, un grande rischio: che la reazione al follemente corretto travolga anche il nucleo etico e razionale del politicamente corretto delle origini, e che – per insofferenza agli eccessi – si finisca per “gettar via il bambino con l’acqua sporca”. L’alternativa al follemente corretto non può essere il politicamente scorretto, proclamato con baldanza e spregio delle minoranze. La vera alternativa al follemente corretto è tornare alla ragionevolezza, o se preferite al sogno di Martin Luther King, quello di una società “cieca al colore” (colour-blind), una società in cui “i miei quattro figli piccoli non saranno giudicati per il colore della loro pelle ma per ciò che la loro persona contiene”.

Questo è il sogno tradito dalla cultura woke, con la sua pretesa di regolare la vita sociale in base a caratteri ascritti e identità percepite. A quel sogno occorre tornare. E l’Europa, forse più dell’America, è oggi in condizione di provarci.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 gennaio 2025]

Il Follemente corretto: dalla libertà di espressione alla società dell’omologazione – Intervista di Alessandra Ricciardi a Luca Ricolfi

1 Novembre 2024 - di Alessandra Ricciardi

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D. Siamo passati dalla schiavitù del politicamente corretto alla gabbia del follemente corretto. Professore lei quando se ne è accorto?
R. Non c’è un momento preciso, è stato un processo lento che ha avuto però un’accelerazione intorno al 2020, quando stavo iniziando a lavorare al mio libro La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra (Rizzoli). Lì ho capito che la libertà di espressione era gravemente compromessa, specie negli Stati Uniti e massimamente nelle università di quel paese, e che l’attivismo trans stava mettendo a repentaglio sia alcuni diritti delle donne, primo fra tutti quello di proteggere i propri spazi protetti nei centri anti-violenza, nelle competizioni sportive, nelle carceri e dei minorenni, sia il diritto dei minorenni a non essere manipolati e precocemente avviati a percorsi di modificazione del sesso.

D. Lei ha censito nel libro la quantità di pronomi che il follemente corretto ha imposto per le identità sessuali.  Una tale proliferazione non è in fondo la negazione stessa di una identità sessuale?
R. Sì, la tendenza è a rendere evanescenti, soggettivi, e indefinitamente riprogrammabili sia l’identità sessuale, che quella di genere (ma ci sono anche casi di cambio di razza, e persino di età). Che tutto questo non conduca, specie fra i minorenni, a gravi problemi di identità, sicurezza e autostima è tutto da dimostrare.

D. Eppure secondo le ultime ricerche i fenomeni di bullismo, in particolare a sfondo sessuale, non fanno che aumentare così come le violenze verso le donne. Si è molto attenti alle classificazioni, ma non alle parole che nella vita quotidiana si usano. Si ha la sensazione di vivere in un deserto di emozioni, in cui manca il senso dell’altro e dunque il rispetto per la persona. Come lo spiega?
R. Mutamenti così complessi non sono spiegabili con una formula. Come sociologo, qualche anno fa ho provato a leggere i fenomeni che lei richiama con il concetto di “società signorile di massa”, ma oggi sento il bisogno di arricchire quella chiave
interpretativa con altri tasselli, che vengono soprattutto dalla psicanalisi e dalla psicologia sociale. Mi riferisco, in particolare, all’evaporazione del padre e all’insofferenza per ogni limite o attesa. Checché ne dicano tante femministe, non viviamo affatto in una società patriarcale, semmai in una società maschilista che – come ha più volte spiegato Massimo Recalcati – aspira al godimento immediato, ma è incapace di desiderio, che è fatto anche di attesa, rinuncia, sacrificio, dilazione della gratificazione.

D. Il follemente corretto ha il potere di condizionare pubblicità, far ripulire opere d’arte, romanzi, film, cartoni per ragazzi. Siamo arrivati al punto di dover rinnegare la nostra storia e anche noi stessi?
R. Sì, è il grande tema del rimorso dell’occidente, ma anche del nostro nichilismo, che Nietzsche aveva capito e profeticamente descritto già 150 anni fa.

D. Utero in affitto come diritto di chi cerca la maternità, imposizione del non genere sessuale che soppianta anche il femminismo, diritti dei migranti a immigrare, alcune delle iperboli del politicamente corretto. Perché hanno così tanta presa presso le élite?
R. Le élite, proprio perché vivono molto più agiatamente delle masse popolari, hanno continuamente bisogno di mostrare la loro virtù e la loro sollecitudine nei confronti dei deboli, ma dato che occuparsi dei veri deboli e dei loro bisogni (a partire dal welfare) costerebbe uno sproposito, hanno trovato una soluzione geniale: occuparsi dei diritti LGTBT+, che costano pochissimo, e dei migranti, che costano relativamente poco in termini di accoglienza e salvataggi, e in compenso forniscono manodopera a basso costo a datori di lavoro più o meno spregiudicati. Nel mio libro sulla società signorile di massa avevo contato ben 3.5 milioni di ipersfruttati, o para-schiavi, di cui né i sindacati né le forze politiche sembrano intenzionate ad occuparsi.

D. Siamo alla contrapposizione tra classe dirigente e popolino, alla faccia dell’inclusione…
R. Sì, la classe dirigente accoglie, e il popolino spesso paga il conto, sotto forma di insicurezza e concorrenza sleale sulle paghe.

D. Lo sa che lei con questo libro ha consacrato il suo essere antiprogressista?
R. Non direi, semmai ho invitato i progressisti ad esserlo davvero, occupandosi di diritti sociali e abbandonando la zavorra del follemente corretto. I diritti civili vanno benissimo, ma solo se non sostituiscono quelli sociali e accettano dei limiti,
innanzitutto in materia di utero in affitto e di cambio di sesso dei minori.

D. Lei continua a massacrare tutti i luoghi comuni o totem della sinistra italiana.
R. È la sinistra, non solo italiana, che me li offre su un piatto d’argento.

D. Se a sinistra vige il follemente corretto, a destra vale il politicamente scorretto. Piace perché è più popolare?R. Il politicamente scorretto di una parte della destra non mi piace per niente, perché è semplicemente l’altra faccia del follemente corretto: una reazione eguale e contraria. Quel che io e tanti altri rivendichiamo è semplicemente la piena libertà di espressione, il diritto di parlare come ci pare senza subire processi sommari per le parole che usiamo.

D. Sulla gestione dei migranti, tema molto sentito sia in Europa che in Usa, capace di condizionare intere campagne elettorali anche progressiste, l’ultimo decreto del governo Meloni sugli hotspot in Albania è stato giudicato negativamente dagli italiani, stando ai sondaggi. Come lo spiega?
R. C’è stato un enorme deficit di comunicazione da parte del centro-destra.

D. Che cosa non è stato spiegato dal governo?
R. Molte cose, ma innanzitutto i costi. La gente si è fatta l’idea che i costi fossero esorbitanti, e che con quei soldi si sarebbero potuti ridurre i tempi di attesa nella sanità pubblica. La realtà è che il costo procapite (per ogni italiano) è di 2 euro all’anno, una goccia nel mare della spesa sanitaria, che è di 2300 euro procapite. Chiunque capisce che 2 euro su un budget di 2300 sono un’inezia, che non sposta minimamente le cose.

D. Diciamo che la destra è capace di andare al potere, ma ancora non riesce a comunicare?
R. Sì, la comunicazione non funziona bene. Ma non è l’unica criticità: le vicende del Ministero della cultura suggeriscono che i problemi non siano solo di comunicazione, ma più in generale di selezione e gestione della classe dirigente.

[intervista uscita su Italia Oggi il 31 ottobre 2024]

«A forza di includere tutti ci siamo esclusi noi» – Intervista di Maurizio Caverzan a Luca Ricolfi

29 Ottobre 2024 - di Luca Ricolfi

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Il politicamente corretto come isteria diffusa. Nel suo nuovo saggio il sociologo ne sfata le «follie», specialmente nella politica di una sinistra elitaria, con esempi tragicomici e paradossali. Dal banchetto Lgbtq+ alle Olimpiadi di Parigi agli abbagli del patriarcato, passando per i «sì» a prescindere con l’islam. Così un’ideologia a costo zero sostituisce persino la lotta per l’uguaglianza.

Maneggiando magistralmente il bisturi della ragione, nel suo nuovo saggio Il follemente corretto (La Nave di Teseo), Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, viviseziona la nuova patologia contemporanea: «L’inclusione che esclude» e ha portato all’«ascesa della nuova élite».

Professore, il «follemente» del titolo è sinonimo di eccentricità o di vero impazzimento, come se vivessimo in una distopia dolce?
È vero impazzimento, purtroppo, ma la distopia che ne è venuta fuori non è affatto dolce. Il follemente corretto ha le sue vittime:
la libertà di espressione, le donne, i ceti popolari.

Le propongo un gioco: dovendo comporre il podio delle «follie corrette» in cui si è imbattuto a chi assegnerebbe i primi tre posti?
Mi mette in imbarazzo, perché di follie clamorose ce ne sono almeno 10-15, su 42 episodi selezionati. L’eventuale graduatoria dipende dal criterio. Se ci interessa il grado di demenzialità, segnalerei (1) la proibizione di salutare con il «care signore e cari signori» (per non escludere chi non si sente né maschio né femmina), (2) la censura di espressioni come «elefante-nano» e «l’evoluzione è cieca» (per non offendere nani e ciechi), (3) il regolamento dell’Università di Trento che obbliga a declinare tutti i ruoli al femminile. Se invece ci interessa l’impatto sociale, ovvero la capacità di opprimere o discriminare, segnalerei (1) l’invasione degli spazi femminili nelle carceri e nello sport, (2) le persecuzioni delle donne «gender-critical», (3) le discriminazioni nei confronti dei bianchi eterosessuali nelle università e più in generale nelle politiche di assunzione.

Il follemente corretto è una fenomenologia o un’ideologia, aggiornamento del progressismo?
Il follemente corretto è tante cose, ma fondamentalmente è una forma di isteria – individuale e collettiva – che si propaga attraverso meccanismi intimidatori e ricatti morali. In un certo senso è un mix di narcisismo etico, nella misura in cui rafforza l’autostima, di esibizionismo etico, nella misura in cui viene sbattuto in faccia al prossimo, e di bullismo etico, quando si accanisce su una o più vittime. Ne abbiamo avuto un esempio recente, quando l’assessore alla cultura del Comune di Livorno, Simone Lenzi, è stato sottoposto alla gogna e costretto alle dimissioni per alcuni post ironici sugli aspetti più ridicoli della dottrina woke. Il sindaco che l’ha licenziato ha illustrato in modo mirabile che cos’è il bullismo etico: ti caccio e ti punisco per mostrare a tutti la mia superiore moralità.

Com’è capitato che l’eguaglianza, stella polare della sinistra, sia stata sostituita dall’inclusione?
La storia di questa metamorfosi non è mai stata ricostruita accuratamente. Se guardiamo alla teoria, direi che un contributo importante l’ha dato Alessandro Pizzorno, uno dei più illustri sociologi italiani, che a metà anni Novanta ha esplicitamente proposto la sostituzione della coppia uguaglianza/ disuguaglianza con la coppia inclusione/esclusione. La sua idea, energicamente e saggiamente contrastata da Norberto Bobbio, era che – con la nuova coppia – sarebbe diventato più facile per la sinistra presentarsi come paladina del bene, perché pro-inclusione, e bollare la destra come incarnazione del male, perché pro-esclusione.

È l’unica molla di questa metamorfosi?
No, se guardiamo ai meccanismi sociali, la spiegazione più convincente è di natura economica: le battaglie sui diritti delle
minoranze sessuali hanno costi bassissimi perché – a differenza di quelle per l’eguaglianza – non richiedono di cambiare la
distribuzione del reddito, e in compenso permettono di reclutare chiunque, perché a tutti piace sentirsi dalla parte del bene. Tutto
questo è diventato tanto più vero dopo il 2010, quando l’esplosione dei social ha permesso davvero a tutti di partecipare al concorso di bontà e ai riti di lapidazione del dissenso con cui i buoni rafforzano la propria autostima.

Perché, in un certo senso, la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Parigi è stata un momento di svolta nell’espressione del follemente corretto?
Per almeno due ragioni. Primo, perché ha sancito il disprezzo delle élite che controllano le istituzioni per i sentimenti del pubblico, che ovviamente non poteva essere tutto pro-woke e pro- gender. Secondo, perché ha portato anche dentro lo sport una tendenza da anni presente nell’arte, ovvero l’ambizione di indottrinare il pubblico. Con la scusa della «sensibilizzazione», da anni la letteratura sta facendo prevalere i messaggi etico-pedagogici sulla qualità artistica. Dopo Parigi sappiamo che analoga opera di snaturamento è destinata a colpire lo sport.

Chi maneggia la neolingua sono docenti, magistrati, operatori dell’industria culturale, giornalisti: in forza di cosa un’élite vuole pilotare il linguaggio comune?
In forza del suo potere e, soprattutto, della propria autoriproduzione. Esattamente come succede con la burocrazia, che proprio attraverso l’uso di una lingua specializzata e esoterica riproduce sé stessa e si immunizza rispetto a qualsiasi potere esterno. Ne sanno qualcosa i politici, i cui piani sono spesso vanificati o deviati dal controllo che i burocrati esercitano sulle procedure.

Perché siamo così preoccupati che le comunità musulmane si offendano se a scuola si fa il presepio a Natale?
Perché siamo malati di eccesso di zelo e sottovalutiamo il buon senso di tanti musulmani.

Che cosa ha causato l’inimicizia che si è instaurata fra i rappresentanti del mondo transessuale e il femminismo storico?
La prepotenza del mondo trans, o meglio delle lobby che lo hanno monopolizzato.

I casi del ministro Eugenia Roccella e dei giornalisti Maurizio Molinari e David Parenzo ai quali, in occasioni diverse, è stato impedito di presentare un libro o di parlare in università, mostrano che certi custodi del correttismo scarseggiano di basi democratiche?
Il vizietto di non lasciar parlare gli altri è, da sempre, la tentazione dell’estrema sinistra, anche quando non era woke.

Nella Carmen di Leo Muscato al Maggio fiorentino del 2018 la gitana addirittura ammazza don José perché non si perpetri un altro femminicidio. Il maschicidio è meno grave?
Agli occhi dei cultori del follemente corretto sì, a quanto pare.

Perché, come evidenziato dal silenzio sul caso di Saman Abbas, la ragazza uccisa per aver rifiutato di sposare il prescelto dal padre, le femministe tacciono sulla grave subalternità delle donne arabe?
Perché le femministe hanno riflessi condizionati di sinistra, e la sinistra –  almeno dai tempi di Bettino Craxi – ha un occhio di
riguardo per il mondo islamico.

Come si spiega il silenzio delle sigle femministe sulla pugile intersessuale Imane Khelif nel torneo femminile di boxe delle ultime Olimpiadi?
Veramente qualche femminista, per esempio Marina Terragni e il suo gruppo, non è stata in silenzio. Ma la realtà è che il femminismo classico boccheggia, sopraffatto dal cosiddetto femminismo intersezionale.

Perché si attribuiscono al patriarcato tante violenze contro le donne se il principio d’autorità e la figura del padre sono da anni realtà in via d’estinzione?
Perché uno dei tratti distintivi di larghe porzioni del femminismo è la pigrizia intellettuale, in parte dovuta alla mancanza di strumenti sociologici di tipo analitico.

Individuare la causa sbagliata della violenza sulle donne implica che tante energie per la loro la difesa sono sprecate?
In realtà, una spiegazione non fumosa e non ideologica della violenza sulle donne non esiste ancora.

Che cosa pensa della «lotta agli stereotipi» espressa dal pullulare di «mammi» negli spot pubblicitari?
Mi diverte molto, ma è un segnale che mette a nudo il conformismo dei creativi.

Perché chi va a vivere in un paesino di montagna rinuncia alla spiaggia vicina, ma molti omosessuali maschi vorrebbero piegare la legge al loro presunto diritto di avere figli?
Perché il rifiuto di ogni limite, quello che i greci chiamavano hybris, è il tratto fondamentale del nostro tempo. Un tratto che, combinato con la cultura dei diritti, genera rivendicazioni surreali; penso alla coppia gay che si sente discriminata perché
nata senza utero.

Il diffondersi della cultura woke negli Stati Uniti assomiglia a una nuova forma di maccartismo?
Sono simili, ma è come paragonare una tigre a un gatto: il wokismo è un maccartismo al cubo.

Perché la destra fatica a organizzare una resistenza efficace al follemente corretto?
La destra è minoranza nelle istituzioni fondamentali: magistratura, quotidiani, università, scuole, case editrici, associazioni e
fondazioni più o meno benefiche.

Il follemente corretto ha punti deboli che ne causeranno il declino o diventerà la religione del futuro?
Il follemente corretto dà già segni di declino, specie negli Stati Uniti. I suoi punti deboli sono l’incoerenza logica e il fatto che toglie voti alla sinistra. Kamala Harris l’ha capito, Elly Schlein no. O non ancora?

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