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Società

Cari antisovranisti dimenticatevi di Bobbio

30 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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Anche  studiosi  di cui condivido (quasi sempre) idee e posizioni politiche, hanno contratto la pessima abitudine di usare termini come sovranismo, nazionalismo, populismo in senso denigratorio, come infezioni della critica della ragion politica. Dire che una iniziativa, una proposta di legge, un’opinione è sovranista significa chiudere il discorso giacché, nel dibattito pubblico serio, possono entrare solo vedute e disegni che si ispirano alla democrazia liberale e ai suoi valori e tutto ciò che ne fuoriesce non è degno di rispetto. A mio avviso, siamo in presenza della versione civile di quello ‘stile di pensiero’, al quale si ispirano l’Anpi e gli epigoni dei quel gramsciazionismo, che procede a colpi di fascistizzazione dell’avversario.

A scanso di equivoci, non poche misure proposte da sovranisti e nazionalisti mi trovano in disaccordo ma il problema vero è un altro: si tratta di misure che si ispirano a interessi e ideali in contrasto con lo spirito della democrazia costituzionale e che, pertanto, perdono il diritto di ascolto o, più semplicemente, di programmi di azione che non condividiamo perché ‘apparteniamo a un’altra parrocchia’?

Norberto Bobbio, nel  Discorso sulla resistenza (1972) (ora in Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999), a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino 2015),davanti al ‘fascismo che avanza’ ammoniva:

«Che abbia il coraggio di chiamarsi ’destra nazionale’ un movimento che vuol mettere il nostro paese al seguito della Spagna dei generali e della Grecia dei colonnelli, cioè vuol degradarlo al piú basso livello civile e politico in cui si trovano alcuni Paesi europei, significa che la spudoratezza non ha limiti. Il vero nome che gli compete è quello di destra antinazionale. Non c’è nulla che meriti il nome di antinazionale piú di un movimento che si richiama come a propria ispirazione a quel regime che già una volta ha distrutto la nazione. Non c’inganni l’appello che risuona in quelle bocche alla legalità e all’ordine. Sappiamo che significano legalità e ordine per i fa-scisti: la loro legalità è lo strumento per soffocare ogni voce di dissenso, per stroncare le lotte operaie: il loro ordine è l’ordine delle caserme o peggio dei campi di concentramento e di sterminio».

Ma nello stesso tempo invitava a non perdersi d’animo:

«Ho ancora ferma fiducia che il popolo italiano respinga il fascismo democraticamente, cioè con un libero voto. Dipende anche da noi, da tutti noi, dal nostro atteggiamento di fermezza, d’intransigenza’ verso gli ideali della guerra di liberazione, che la prova dello scontro frontale col fascismo non avvenga mai piú, né oggi né domani. Ma sia ben chiaro che se saremo nuovamente chiamati non ci tireremo indietro».

Bobbio chiedeva fermamente il rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista. In sostanza, a suo avviso, doveva vietarsi ai fascisti di disporre di un partito di ‘destra (anti)nazionale’ e, soprattutto, di apparire nei media. Occor-reva  prendere sul serio, una buona volta, la ‘XII Disposizione Transitoria e Finale’ della nostra Magna Carta ovvero la norma che vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. «Coi fascisti concludeva, non si discute. Non ci si scambiano parole piú o meno cortesi alla tele-visione. Coi fascisti si scende in campo e si combatte». Durante una sua lezione all’Università di Torino, del resto, avendo capito che uno studente , che gli rivolgeva una domanda era di destra, si era rifiutato di rispondere. ”Con voi, aveva detto, abbiamo fatto già i conti a Piazzale Loreto!”. (A raccontarmi l’episodio, è stato uno scienziato politico di grande prestigio che, come me, non nascondeva quanto dovesse, per la sua formazione intellettuale al Bobbio ‘professore‘ e fine commentatore dei classici del pensiero giuridico e politico e quanto, invece, fosse lontano dal Bobbio ministro di culto antifascista).

La  messa fuori legge, nell’attuazione del dettato costituzionale, della destra non è riuscita alla sinistra militante antifascista ma, in cambio, si è assistito a un fenomeno per certi aspetti ancora più inquietante: dal momento che i governi della Repubblica non osano sciogliere l’altro ieri l’ MSI-DN ,ieri AN e oggi FdI, tocca alla pars sanior della ‘società civile’ costituirsi in suprema autorità morale e tenere sempre accesa la fiaccola dell’antifascismo. E’ un antico ‘costume di casa’ che oppone all’Italia dei governi—il paese legale—l’Italia del popolo –il presunto paese reale–in cui i miti di fondazione—come la Resistenza– non si traducono in fredde cerimonie commemorative all’Altare della Patria ma richiamano alla vigilanza costante, alle antenne sempre alzate in grado di percepire il riemergere, sotto diverse forme, del nero mostro infernale. L’Anpi non è un’associazione di reduci (tra l’altro, in via di estinzione): è un sacerdozio laico che svolge funzioni pedagogiche e politiche che spetterebbero allo Stato ma che quest’ultimo–a cominciare dai primi ministeri democristiani–si rifiuta  o non è in grado di assolvere. Se, però, i governi non rendono illegale il partito neo-fascista, saranno i nuovi partigiani a scomunicarlo e a condannarlo alla Geenna: la chiesa anpista non può mettere in galera i peccatori ma può—e deve—additarli alla comunità politica come nemici mortali dello spirito democratico e resistenziale.

Non vorrei che i democratici liberali, diffidenti e per diverse buone ragioni, nei confronti della Trimurti post-fascista Nazionalismo/Populismo/Sovranismo, ripercorressero queste orme. E non solo per ragioni di opportunità (il centro-destra se vuol vincere deve tenere unite, quanto più è possibile, tutte le sue anime) ma per ragioni legate alla filosofia stessa della democrazia che vive della dialettica tra progresso e conservazione, tra destra e sinistra, tra difesa del passato e proiezione verso l’avve-nire. Se uno dei due contendenti viene squalificato e delegittimato, se con i sovranisti/nazionalisti/ populisti ‘non si parla’ vuol dire che ’c’è qualcosa che non va’ nel nostro modo di concepire il governo del popolo.

Criticare la Trimurti N/P/S, in nome del liberalismo, è ‘cosa buona e giusta’ ma bisogna sempre specificare come, quando, perché. In politica interna, come in politica estera, si possono avere posizioni molto diverse, tutte legittime sotto il profilo costituzionale ed è per questo che si ha il dovere di precisare, di volta in volta, quali sono e da quale punto di vista ci ritroviamo nelle une piuttosto che nelle altre. Le condotte, che non ci piacciono, violano il dettato costituzionale o semplicemente si rifanno a valori che non sentiamo o che non consideriamo prioritari? Le porte spalancate all’immigrazione, ad es., rientrano sicuramente nell’universalismo illuministico e cristiano (e, aggiungerei, mercatista) ma chi vi si oppone, in nome di altre idealità —la difesa dell’identità nazionale–, non ha diritto di dire la sua e di farla valere, se può contare su una maggioranza parlamentare? Una politica estera che guardi più all’interesse nazionale che a scelte di campo altruistiche che ci porterebbero alla rottura con dittature, che  ci ripugnano ma con cui si possono fare buoni affari–per quanto riguarda le materie prime vitali per il nostro apparato industriale–,va considerata contraria alla Costituzione e i suoi fautori bollati come sovranisti, se non come fascisti?

Forse le democrazie sono in crisi perché non tutti gli interessi e valori a confronto vengono tenuti in considerazione e quanti si sentono discriminati non vanno più a votare o, peggio, tornano alle urne solo se un leader populista riesce a mobilitarli.

 

[Articolo uscito su Paradoxa-Forum il 28 aprile]

Autoritarismo elettorale e balla spaziale

22 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

Sul forum on line di ‘Paradoxa’, la bella  rivista diretta da Laura Paoletti, Giuseppe Ieraci, scienziato politico dell’Università di Trieste, ha pubblicato un post , ‘Autoritarismo elettorale, Freedom House e ‘balle spaziali’, in cui, commentando la sconfitta di Victor Orban, ha rilevato che “nella tradizione procedurale, al centro della definizione di democrazia non starebbe ciò che i governanti fanno (o dovrebbero fare) ma semplicemente il modo come questi sono selezionati”. Il governo di Orban, pertanto, può dirsi ‘responsabile’, “nel senso minimo di un potere che periodicamente si sottopone alla competizione elettorale |…| Ha formulato politiche, le ha sottoposte all’elettorato, che le ha a lungo approvate  e infine rigettate”. Agli intellettuali di sinistra Orban non piaceva, come non piaceva a Ieraci, che non per questo ne condivide la delegittimazione:  il demos, nel loro stile di pensiero– lontano anni luce sia dal liberalismo che dalla democrazia–, è “un’entità sacrale portatrice di eticità”

e se non ha votato come auspicavano gli intellettuali progressisti,” ci dev’essere sotto qualche artificio” che trasforma il popolo , fulcro della democrazia, in ‘popolo bue’.

Ieraci ha visto  assai bene la metastasi ideologica annidata nella mente dell’intellighèntsia italiana (e, forse, non soltanto italiana), per la quale solo a sinistra si trovano  interessi e valori positivi  mentre, a  destra, albergano pulsioni tribali, qualunquismi, ignoranza, paure e fobie che ritardano la marcia del progresso. Opportunamente, nel post, ricorda il ‘fascismo eterno’ di Umberto Eco e il fascisto-metro di Michela Murgia. Purtroppo, la fascistizzazione di chi non la pensa come noi ormai è divenuto il ‘costume di casa’ di giornali, media, case editrici. Lo si è visto nel dibattito pubblico sulla ‘separazione delle carriere’ dove le ragioni del ‘sì’—alle quali si potevano contrapporre beninteso, e legittimamente, le ragioni del no—sono state liquidate come un attentato alla Costituzione e alla Resistenza antifascista.

Tutto questo, però, dimostra che la democrazia procedurale non basta, se manca una ‘comunità politica’, radicata nella storia e nelle tradizioni, che si riconosca in valori condivisi. E’ la lezione ignorata dei due più grandi storici italiani del secondo Novecento, Rosario Romeo e Renzo De Felice.

[articolo uscito su Giornale del Piemonte e della Liguria il 21 aprile]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Abbiamo davvero pochi laureati?

21 Aprile 2026 - di Marco Seeber

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In Italia è diffusa l’idea che il numero di laureati sia insufficiente. Ma è davvero così?

A sostegno di questa tesi si cita spesso il fatto che la quota di persone con un livello di istruzione elevato sia tra le più basse d’Europa. Tuttavia, questo confronto è in parte fuorviante: molti paesi europei raggiungono percentuali elevate affiancando alle università altre istituzioni di istruzione superiore, spesso a orientamento tecnico-professionale. Inoltre, non è detto che ciò che fa la maggioranza dei paesi rappresenti necessariamente la soluzione migliore, né in generale né per l’Italia.

Alcuni dati aiutano a inquadrare meglio la questione. In primo luogo, il divario con gli altri paesi europei si è quasi del tutto azzerato negli ultimi decenni. La figura sottostante riporta tre serie storiche: (i) immatricolati per anno, (ii) laureati per anno (triennali, a ciclo unico e del vecchio ordinamento) e (iii) numero di neo-diciottenni. Emergono alcuni trend di lungo periodo: nonostante il calo dei diciottenni per oltre quarant’anni, il numero di immatricolati è cresciuto o è rimasto stabile, grazie all’aumento progressivo del tasso di accesso. Oggi circa la metà dei diplomati si iscrive all’università, un valore in linea con la media europea. La quota di studenti che consegue una laurea si aggira intorno all’80%, mentre circa un terzo dei 25-34enni possiede un titolo universitario; questa percentuale è destinata a salire fino al 40%, allineandosi alla media europea.

Figura 1 – Evoluzione temporale nel numero di immatricolati, laureati e neo diciottenni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È utile interrogarsi sul «valore» generato dall’istruzione superiore. Da un lato, essa contribuisce ad accrescere le competenze — in senso ampio — producendo un beneficio evidente per la società e gli individui. Dall’altro, secondo la teoria economica, la laurea svolge anche una funzione di segnale: consente di individuare individui più capaci e motivati, ai quali affidare compiti più complessi e maggiori responsabilità.

Tuttavia, il titolo di studio è spesso richiesto come requisito formale o legale per l’accesso a determinate posizioni, non sempre con solide giustificazioni pratiche. In questi casi può trasformarsi in un costo per la collettività. Numerosi studiosi hanno infatti evidenziato fenomeni di «inflazione dei titoli dei studio» e «overqualification», per cui si investono risorse crescenti in una costosa “gara di titoli”, con effetti complessivamente assimilabili a un gioco a somma zero. Come osserva la filosofa Agnes Heller, nelle società moderne «si è assistito a una crescente tendenza a vincolare molti impieghi e posizioni lavorative al possesso di una laurea (…): diverse occupazioni oggi non possono essere esercitate senza tale requisito, benché questi titoli non dimostrino necessariamente una maggiore capacità. Molti giovani, hanno semplicemente bisogno di un pezzo di carta per essere assunti».

L’espansione dell’istruzione superiore può dipendere anche da una sottovalutazione dei suoi costi. Per lo Stato, uno studente universitario comporta una spesa annua di circa 8-10 mila euro, a cui si aggiungono 3-4 mila euro di mancato gettito fiscale. Dal punto di vista individuale, il costo include circa 1 mila euro di tasse e 12-15 mila euro di reddito non percepito. Nel complesso, il costo — pubblico e privato — di una laurea triennale si aggira intorno agli 80-90 mila euro, mentre con una laurea magistrale 130-150 mila euro. Non è scontato che i maggiori livelli di produttività associati al titolo riescano, nel corso della vita lavorativa, a compensare pienamente questo investimento, soprattutto nei casi in cui la laurea rappresenta soprattutto un requisito formale o legale.

La crescita del numero di laureati è stata a lungo un pilastro delle politiche dei paesi occidentali — e non solo — fondata sull’assunto che l’innalzamento del livello di istruzione sia una leva fondamentale per lo sviluppo economico. In questa visione vi è certamente un fondo di verità. Tuttavia, è plausibile che oltre una certa soglia si rischi di invertire il rapporto tra mezzi e fini, mettendo il carro davanti ai buoi.

Un’espansione dell’istruzione superiore non accompagnata da un’adeguata capacità del sistema produttivo di mettere a frutto competenze elevate può generare inefficienze sul piano collettivo — proprio come un motore non riesce a sfruttare efficacemente un eccesso di carburante — e frustrazione su quello individuale, spingendo molti giovani a cercare opportunità all’estero. In questo contesto è particolarmente preoccupante l’aumento del numero di giovani laureati che lasciano il Paese, quasi triplicato nell’arco di un decennio. Negli ultimi anni, i laureati hanno rappresentato oltre la metà degli emigrati in questa fascia d’età.

Figura 2- Movimenti migratori con l’estero dei giovani italiani laureati di 25-34 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla luce di questi dati, si può formulare un interrogativo controcorrente: il numero di studenti universitari e’ davvero insufficiente?

Il persistente fenomeno della “fuga dei cervelli” segnala come insistere esclusivamente sull’aumento dei numeri – come fatto gli ultimi trent’anni – potrebbe non solo rivelarsi inefficace, ma persino contribuire ad aggravare il problema.

La figura 1, richiamata in precedenza, mostra come a partire dal 2028 il numero di neo-diciottenni sia destinato a diminuire di circa un terzo nell’arco di un decennio. È plausibile che anche le immatricolazioni tenderanno a ridursi, soprattutto nelle aree del Paese più colpite dall’emigrazione, a meno di un sensibile aumento della quota di diplomati che proseguono gli studi universitari. Ma non è detto che questa sia la direzione auspicabile. Al contrario, la contrazione demografica potrebbe rappresentare un’opportunità per ripensare almeno in parte il sistema: riducendo il carico didattico, migliorando e diversificando l’offerta e le istituzioni di istruzione superiore, direzionando maggiori risorse a ricerca e innovazione.

Adolescenti su internet – Si muove l’Europa

20 Aprile 2026 - di Luca Ricolfi

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Age verification, verifica dell’età. Di questo si parla insistentemente da un po’ di tempo, e si parlerà ancora a lungo: è di pochi giorni fa, infatti, il lancio della European Verification App, uno strumento informatico di verifica dell’età, pensato per limitare l’accesso degli adolescenti  alle piattaforme digitali, e in particolare ai social.

L’idea ovviamente non è di rendere impossibile l’accesso ai social degli under-16 (o under-15, non è ancora stato deciso), ma di renderlo molto più complicato di oggi, nella speranza di limitare i danni alla salute mentale di ragazzi e ragazze. Il sistema europeo, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe violare la privacy, in quanto basato sulla concessione di “gettoni” di accesso anonimi.

Il decollo di questo progetto non ha mancato di suscitare polemiche, riattivando l’antica disfida fra proibizionisti (rassicurati dai controlli) e anti-proibizionisti (spaventati dall’ingerenza dei poteri pubblici). Un recente sondaggio sembra indicare che la maggior parte dei genitori vedono con favore norme che impediscano (o subordinino al consenso dei genitori) l’accesso ai social prima di una determinata età. D’altra parte una lettera aperta firmata da centinaia di esperti ha recentemente lanciato l’allarme sui rischi per la privacy che le procedure di age verification produrrebbero.

C’è una novità importante, tuttavia, rispetto ai dibattiti classici – come quello sulla legalizzazione degli stupefacenti – fra proibizionisti e anti-proibizionisti. Tradizionalmente, le posizioni proibizioniste attirano soprattutto l’elettorato conservatore, e quelle anti-proibizioniste l’elettorato progressista. In questo caso no, le cose sono molto più articolate.

In campo conservatore, l’istinto proibizionista entra in conflitto con la difesa della libertà di espressione, che da diverso tempo è entrato nell’agenda della destra, giustamente inorridita dalle tentazioni censorie del follemente corretto.

Ancora più complicate le cose in campo progressista: il riflesso antiproibizionista (vietato vietare!) si scontra con l’interventismo in campo sociale, che prescrive di prevenire il disagio sociale. Quello della app europea è uno dei rari casi in cui la dottrina progressista (prevenire anziché reprimere) si trova di fronte una situazione in cui reprimere un comportamento (l’esposizione ai social) è il modo più logico per prevenire un rischio sociale (il disagio mentale). In altre parole, ai progressisti risulta arduo ricorrere alla solita contrapposizione fra la prevenzione (buona) e la repressione (cattiva), perché – in questo caso – per prevenire occorre reprimere.

Che fare, dunque?

Questo lo deciderà la politica, come quasi sempre avviene. Quello che noi cittadini possiamo fare è cercare di non vedere solo una faccia del problema, e non farci accecare dalle nostre pulsioni proibizioniste o anti-proibizioniste.

Chi propende per controlli severi non dovrebbe nascondersi alcuni fatti fondamentali. Primo, i controlli sono quasi sempre aggirabili, come dimostra la severissima Australia dove 2 adolescenti su 3 hanno continuato a stare sui social nonostante il divieto introdotto. Secondo, la necessità di sottoporsi a frequenti verifiche dell’età aumenterà, innanzitutto per gli adulti, i rischi di furti di identità e truffe (come già sta avvenendo da tempo con le app bancarie e le bollette). Senza contare i danni in temini di efficienza e rapidità della navigazione in rete.

Chi non vorrebbe divieti non dovrebbe sottovalutare il fatto che, per un genitore che desidera proteggere i figli dai rischi di internet, è molto più facile vietare qualcosa se anche la legge la vieta (un ragionamento che, forse, andrebbe considerato anche nel caso degli stupefacenti). Soprattutto, chi tiene alla salute mentale dei propri figli non dovrebbe lasciarsi ingannare da quanti sostengono che gli esperti siano divisi, e che non ci siano prove definitive dei danni prodotti dai social. No, questo non è vero: studiosi come Joan Twenge e Jonathan Haidt (l’autore del La generazione ansiosa) hanno portato prove schiaccianti sui danni mentali prodotti da social, videogiochi e pornografia. Sono i negazionisti del nesso fra social e disagio mentale a non aver portato prove convincenti della loro tesi.

C’è, infine, una considerazione politica, che dovrebbe fare riflettere soprattutto la sinistra: è verosimile che lasciare le cose come stanno possa aumentare le diseguaglianze sociali. Fateci caso, ma a dedicare le maggiori energie a limitare, filtrare, indirizzare la vita su internet dei figli sono i ceti più istruiti, ben consapevoli dei danni – e quindi dei futuri svantaggi sociali – che l’esposizione eccessiva può provocare. È un caso che tutti i maggiori inventori delle tecnologie della rete, da Steve Jobs (Apple) a Bill Gates (Microsft), abbiano cercato di tenere lontani dagli schermi i loro figli?

[articolo uscito sul Messaggero il 19 aprile 2026]

La folgorante ascesa di Silvia Salis – Tempo di Salis?

16 Aprile 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so voi, ma io non ricordo, in decenni e decenni di prima e seconda Repubblica, un solo caso di uomo o donna politica che – come la sindaca di Genova Silvia Salis – sia passata quasi istantaneamente dal quasi-anonimato allo status di possibile candidato alla Presidenza del Consiglio. Certo, si potrebbe citare il caso di Antonio Di Pietro, che nel momento di massimo splendore e follia di Tangentopoli molti elettori (il 71% secondo un sondaggio dell’epoca) avrebbero voluto nientemeno che alla presidenza della Repubblica. Ma sarebbe un paragone inappropriato: quando raggiunse quei livelli di consenso Di Pietro aveva alle spalle due anni di inchieste giudiziarie sensazionali, e poteva presentarsi come l’eroe che aveva reso giustizia agli italiani depredati dalla voracità dei partiti.

Silvia Salis no. È appena agli inizi della sua avventura politica, e i soli titoli che può vantare sono alcuni notevoli successi come atleta nel lancio del martello, nonché una carriera di dirigente sportiva. Eppure un recentissimo sondaggio BiDiMedia rivela che, al momento, è l’unica esponente del centro-sinistra che riscuote un consenso paragonabile a quello di Giorgia Meloni. La sindaca di Genova già oggi potrebbe arrivare al 48.9% (a soli 2 punti dal 51.1% di Meloni), mentre Conte dovrebbe accontentarsi del 46.4% e Schlein del 45.5%.

Come si spiega?

Non credo vi sia una ragione unica o dominante, anzi penso che questo sia un perfetto esempio di causalità multipla. Se il vento soffia nelle vele di Silvia Salis è perché, all’improvviso, più ragioni si sono allineate fra loro come pianeti. Una ragione fondamentale è che sia Schlein sia Conte non piacciono a una frazione non trascurabile dell’elettorato progressista, e pure a una parte degli indecisi o astenuti. Silvia Salis è nuova, e può approfittare della preferenza degli elettori per le novità: non è mai successo, nella storia della seconda Repubblica, che il voto premiasse un governo uscente.

Un altro elemento che favorisce Salis è la sua appartenenza alla componente moderata e riformista del campo largo. È vero che il suo moderatismo può alienarle le simpatie della base più estremista del campo progressista, ma è difficile pensare che i voti perduti per l’astensione degli estremisti spossano essere più numerosi dei voti riconquistati grazie alla mobilitazione dell’elettorato riformista (a partire da quello che guarda al partito di Calenda). E il fatto di non essere iscritta ad alcun partito, paradossalmente, la rende più e non meno forte, perché disinnesca la ridda delle rivalità fra le varie componenti del campo largo.

C’è poi il fattore donna, che gioca a favore di Salis non solo contro Conte, ma pure contro Schlein, che molti elettori non percepiscono precisamente come una Meloni di sinistra.

C’è infine una ragione politica fondamentale: Silvia Salis è probabilmente l’unica candidata alla presidenza del Consiglio in grado di evitare una sanguinosa e catastrofica lotta per la leadership fra i leader dei due maggior partiti, Pd Cinque Stelle.

C’è un “però”, tuttavia, di cui occorre tenere conto. Silvia Salis ha detto di essere contraria alle primarie in quanto divisive, e che se la vogliono come candidata-premier, devono chiederglielo tutte le componenti del campo largo. Ma è realistico pensare che, già divisi oggi fra “contiani” e “schleiniani”, i maggiorenti del campo largo non finiscano domani per sbranarsi fra paladini della lanciatrice di martello e tenaci difensori delle prerogative dei partiti?

Già oggi, nel centro-sinistra, sono in corso manovre e calcoli per definire chi in futuro potrà occupare le due caselle fondamentali (presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica). Una candidatura Salis alla presidenza del Consiglio toglierebbe dal tavolo una delle due caselle, lasciando ben pochi margini per le negoziazioni sulla casella rimasta. Questo, forse, è il vero ostacolo all’ascesa del nuovo astro della politica italiana.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 aprile 2026; battute: circa 4000]

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