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Le complesse stime sul referendum. Vincerà il NO?

13 Marzo 2026 - di Paolo Natale

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Siamo in periodo di blackout, per quanto riguarda le rilevazioni demoscopiche sui risultati referendari. Il che significa, come è noto, che tutti i sondaggi che vengono realizzati in questi giorni non potranno essere resi pubblici in alcun modo lecito; poi ci sono come al solito i modi illeciti, le gare di cavalli, il conclave per eleggere il papa, le finte partite di calcio, che in qualche modo ci raccontano gli sviluppi delle previsioni di voto….

Le stime che riguardano i referendum sono in generale un pochino più complicate rispetto a quelle relative al consenso per i partiti, per il semplice motivo che nel voto politico, o amministrativo, esiste una base di riferimento certa, vale a dire il voto passato. È infatti a partire dal comportamento elettorale delle precedenti elezioni che si elaborano le nuove stime; queste ultime, pur con gli ovvi margini di incertezza legati tra l’altro all’incessante incremento dell’astensionismo, sono sicuramente più attendibili avendo un solido ancoraggio nel recente passato.

Nel caso di referendum, questi ancoraggi sono molto più deboli, soprattutto nel caso in cui il tema di riferimento sia piuttosto trasversale tra le diverse forze politiche. Il caso del referendum costituzionale di Renzi nel 2016 è esemplare dello scompaginamento delle precedenti affiliazioni partitiche, con una parte dello stesso Pd e gran parte della sinistra che votò contro le riforme renziane. Le stime demoscopiche del tempo fallirono nell’identificare correttamente lo scarto tra NO e SI: pur avendo correttamente previsto la larga vittoria del NO (di circa 8 punti), sottostimarono nettamente il distacco, che fu alla fine di dieci punti superiore (oltre il 18%).

Nel referendum odierno, la differenza tra le fazioni in campo è maggiormente solida: il campo delle opposizioni in favore del NO, quello del governo in favore del SI, pur con qualche differenziazione che vedremo. Si aggiunge però in questo caso il problema del livello di partecipazione, che può diventare un elemento di importanza cruciale per l’esito del referendum.

Cosa dicono dunque queste previsioni effettuate appunto prima del blackout? Le valutazioni di tutti i più accreditati istituti di ricerca raccontano, a due settimane dal voto, di un vantaggio tra i 3 e i 5 punti a favore della fazione del NO, contraria alle modifiche costituzionali: in media, le stime parlano di un risultato pari al 52% per il NO contro un 48% per il SI.

Una situazione che appare a prima vista abbastanza contro-intuitiva. Vediamone le ragioni. Tra gli elettori di centro-destra, da chi tifa Vannacci fino a quelli legati a Forza Italia, la tendenza è piuttosto omogenea: la quasi totalità tra loro voterebbe in maniera compatta per il SI, per la conferma della riforma costituzionale. Viceversa, tra l’elettorato di opposizione, dal centro-sinistra alla sinistra più estrema, i dubbi paiono significativamente più presenti: il 20% almeno dei pentastellati opterebbe per il SI, così come una quota intorno al 10% degli elettori del Pd, unitamente a parecchi renziani e a molti sostenitori di Calenda.

Dunque, dal momento che allo stato attuale le scelte elettorali nei confronti dei partiti di governo eguagliano grossomodo quelle per l’opposizione, e dato che sono questi ultimi elettori quelli che manifestano i maggiori dubbi, ci aspetteremmo di conseguenza una significativa ipotetica vittoria del SI. Ma così non è. O meglio, così ci dicevano le indagini demoscopiche dall’inizio del percorso referendario fino a circa un mese fa.

Poi qualcosa è cambiato, qualcosa è venuto alla luce in maniera evidente, e riguarda il livello di partecipazione dei differenti elettorati, causato dal livello di interesse per questa riforma costituzionale. Gli elettori vicini al centro-destra non paiono infatti molto interessati né a questa riforma né di conseguenza a partecipare alla consultazione relativa. Sono in particolare i cittadini vicino alla Lega e a Forza Italia coloro che meno si sentono coinvolti da questo referendum e da questa riforma costituzionale, mentre un po’ più di adesioni si manifestano tra chi si sente vicino a Fratelli d’Italia.

Al contrario, l’elettorato di opposizione presenta tassi di partecipazione nettamente superiori, di oltre il 15% più elevati dell’elettorato di governo. Una tendenza che si è venuta manifestando poco alla volta ma in maniera significativamente costante nel corso delle ultime settimane, fino alla situazione attuale.

Dunque, nonostante esista nell’area di opposizione una quota di “dissidenti” dall’opzione di voto del proprio partito di riferimento, questa quota non è numericamente sufficiente a compensare la maggiore astensione nell’elettorato di centro-destra.

Cosa potrà cambiare in questi ultimi giorni che ci dividono dalle due giornate di voto, il 22 e 23 marzo? Due cose sono possibili: da un lato un ulteriore incremento dei cosiddetti “dissidenti”, presenti come si è detto soprattutto nel Movimento 5 stelle e nel Partito Democratico, i cui elettori sono peraltro quelli più propensi ad andare a votare; dall’altro, una pervasiva comunicazione da parte di Giorgia Meloni che inviti ad andare alle urne. In questo ultimo caso, non si tratta nemmeno di sollecitare espressamente gli elettori più vicini al centro-destra, una manovra che in caso di sconfitta finale potrebbe risultare una sorta di boomerang; basta invece un monito generico a non disertare il proprio diritto di voto, in una consultazione così importante legata alla modifica della Costituzione.

Un invito semplice e perfino credibile, che sottolinea l’importanza e la correttezza di esprimere il proprio pensiero da parte del maggior numero possibile di italiani, sicuramente condivisibile da tutte le forze politiche e dallo stesso Presidente Mattarella. Ma che andrebbe a motivare maggiormente quella parte di elettorato, di centro-destra, ancor’oggi più restia alla partecipazione e che esprimerebbe quasi sicuramente un voto a favore della riforma costituzionale.

Sapremo tra pochi giorni se questa sarà la scelta del capo del Governo o se, al contrario, in un clima di guerra diffusa, il referendum passerà definitivamente in secondo piano nei pensieri degli italiani.

I potenziali consensi per il Futuro Nazionale di Vannacci

13 Febbraio 2026 - di Paolo Natale

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Come sempre, quando si affaccia alla ribalta una nuova forza politica, si vuole conoscere al più presto quanto potrà valere in termini di consenso elettorale, per iniziare a prefigurare un ipotetico parlamento futuro e le possibili alleanze tra questo novello partito e quelli già presenti nell’arena politica.

Le prime indagini demoscopiche, che testano il favore dei cittadini nei suoi confronti, restano ovviamente molto imprecise: gli elettori non sanno molto bene, e a volte non sanno per nulla, la materia su cui vengono interrogati. Rispondono giusto perché interrogati, un pochino superficialmente, magari per non sembrare digiuni di informazione. Ma le loro risposte aggregate, diffuse dai media, tendono a fornire i primi risultati del potenziale di quella nuova forza politica, creando talvolta false aspettative.

È capitato quindici anni orsono con Gianfranco Fini, reduce dal litigioso divorzio con Berlusconi (quel “che fai, mi cacci?” rimasto famoso), che uscì dal PdL e fondò un suo partito, Futuro e Libertà (FLI). I primi mesi successivi alla scissione, al FLI vennero accreditati consensi vicini al 4-5%, grazie ad una quota significativa di coloro che avevano votato Alleanza Nazionale prima della unificazione con Forza Italia. Ma alle successive elezioni amministrative e soprattutto alle politiche del 2013 il partito di Fini non arrivò nemmeno allo 0,5% dei voti, sciogliendosi dunque poco dopo e decretando la fine politica dello stesso Fini.

L’attuale situazione che riguarda Roberto Vannacci ha dei tratti simili a quella che ha caratterizzato il FLI di allora: rottura con il proprio partito di provenienza, accusato di non agire politicamente come aveva dichiarato di fare, e fondazione di una nuova formazione politica (Futuro Nazionale-Vannacci) per ora “indecisa” se stare dentro o fuori dal perimetro governativo, formazione che in Parlamento ha per ora l’appoggio di tre deputati.

Ma i cittadini, ci si chiede, cosa pensano di questa nuova forza della destra italiana? Le recenti indagini demoscopiche ci informano innanzitutto che il livello di conoscenza spontaneo di questi accadimenti è ristretto a non più del 25-30% della popolazione. Se sollecitati, gli intervistati dichiarano di prendere in considerazione Futuro Nazionale alle prossime consultazioni per un 10-15% del campione.

Infine, il dato che più sta a cuore ai politici tutti: quanto prenderebbe in termini di voti reali? E quanto toglierebbe alle attuali forze politiche? Qui, ovviamente, occorre andare con i piedi di piombo nel fornire qualche cifra attendibile. Scarsa conoscenza, come abbiamo visto, attesa di quali possano essere le mosse future di Vannacci: corsa autonoma o pungolo interno alla coalizione di centro-destra? Alternativa completa alla Lega o possibile coabitazione su alcuni punti?

Tanti punti interrogativi, che non permettono stime molto attendibili, ma che possono darci già un quadro di massima, con il rischio capitato al partito di Fini. Con una differenza: le elezioni nel suo caso avvennero ben tre anni dopo la nascita di FLI, mentre oggi sono molto più vicine, tra circa un anno. La cosa migliore per Vannacci sarebbe stata quella di attendere ancora qualche mese, per essere maggiormente a ridosso della consultazione elettorale.

Le profezie dei diversi Istituti di ricerca sul risultato di Futuro Nazionale si situano oggi tra un minimo del 2% ed un massimo di poco più del 4%. Diciamo 3%. Ma da dove provengono i suoi voti potenziali? Per quasi la metà da ex-elettori di Fratelli d’Italia, per un altro 25% dalla Lega e per il resto da astensionisti e altre forze politiche.

Con due possibili conseguenze: se Vannacci decidesse di correre separatamente, il quadro generale per il centro-destra non sarebbe positivo, perché perderebbe come abbiamo visto una buona fetta di consensi; se al contrario rimanesse all’interno della coalizione, non sarebbe invece negativo, quanto meno dal punto di vista meramente elettorale, perché amplierebbe la propria offerta politica anche ad una fascia di elettorato più simile alla destra estrema di Casa Pound o di Vox, che oggi non si identifica nel governo Meloni, troppo europeista.

Quest’ultima soluzione sarebbe peraltro politicamente piuttosto problematica poiché spingerebbe troppo in direzione di quella svolta sovranista che, in questi anni, Meloni ha cercato di evitare, per non inimicarsi i partner europei.

Un’altra opzione aperta, per l’attuale governo, per “rimpiazzare” i voti dei neo-Vannacciani, sarebbe quella di aprire al partito di Calenda, che attualmente vale più o meno quello di Vannacci. Una soluzione che spingerebbe la coalizione verso un’area più centrista, tagliando i ponti con le ali più nostalgiche, e che probabilmente le permetterebbe di vincere più facilmente le prossime elezioni politiche del 2027, oltre ad essere un buon viatico per arrivare ad un’alleanza più solida con i popolari europei.

Staremo a vedere gli sviluppi futuri, per capire meglio l’evoluzione di un centro-destra ancora in cerca della sua maturità politica.

Impossibile stimare il risultato del referendum: troppi caveat!

15 Gennaio 2026 - di Paolo Natale

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L’appuntamento referendario si avvicina. Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per dare la loro approvazione o per bocciare la riforma della magistratura e questo, ovviamente, ha fatto incrementare il numero di sondaggi che cercano di identificare la migliore previsione del loro voto futuro. Un compito parecchio arduo per diversi motivi, che qui andremo ad analizzare, che non permettono di arrivare a conclusioni del tutto credibili, anzi: tutti i risultati delle indagini demoscopiche che prefigurano lo scenario finale referendario non fanno altro che scontare una sostanziale impossibilità di tratteggiare contorni affidabili.

Meglio astenersi, dunque, che divulgare oracoli in luogo di numeri seri e ponderati. Vediamo nello specifico quali sono i problemi che deve affrontare il sondaggista serio, quello che vuole produrre stime significative, senza ricorrere a percentuali casuali, e quali i motivi per cui è meglio non fidarsi troppo.

Primo motivo: il livello di conoscenza del quesito referendario. È ovviamente il cuore del problema, dal momento che la materia in discussione è particolarmente complessa, e oltretutto la divisione delle carriere dei magistrati appassiona certo meno di qualsiasi altra materia anche politica, per non parlare di calcio o delle imminenti olimpiadi. Le ultime rilevazioni ci dicono che si dichiara ferrato sul tema meno del 10% della popolazione. Molto probabile che, avvicinandosi alla data di fine marzo, questa quota si incrementi in maniera significativa e, quindi, molti di quelli che oggi sanno poco o nulla saranno più capaci di formulare un giudizio informato, cambiando anche – nel caso – la propria scelta.

Secondo motivo: il livello di coinvolgimento per la materia. Abbiamo appena visto che il tema non è particolarmente appassionante, ma certo con l’aumento dei dibattiti online oppure offline questo livello di interesse (oggi stimabile intorno al 20%), se non per la materia in sé almeno per il referendum, sicuramente aumenterà. Che sia legato all’appartenenza politica, alla possibile scelta di un voto anti-governativo o pro-governo, o perfino alla tematica specifica, resta il fatto che tra un mese molti media parleranno delle conseguenze del risultato referendario: e i cittadini, o almeno molti di loro, dovranno interessarsene per forza. E potrebbero, ancora una volta, cambiare la propria scelta.

Terzo motivo: la quota di astenuti. Come ben sappiamo e come ho più volte ribadito (anche nel libro “Schede bianche” che ho scritto con due colleghi qualche tempo fa), la tendenza nel nostro paese è quella di disertare sempre più le urne, in maniera sempre più massiccia, sia per consultazioni politiche che ancor di più per quelle referendarie. Bene: dal momento che in questa occasione il quorum del 50% non è necessario, è probabile che la diserzione potrebbe essere anche maggiore del solito, a meno di una forte politicizzazione dell’evento. Attualmente, chi dichiara che andrà sicuramente a votare si aggira intorno al 35% degli italiani, ma non è detto che non possa aumentare, o perfino diminuire, paradossalmente…

Elencati dunque i problemi inerenti al voto, appare evidente come le stime dei risultati siano molto correlati con le risposte non soltanto al quesito referendario ma soprattutto ai “quesiti” qui enunciati. Dipendono, cioè, dal livello di conoscenza della materia, dall’interesse e soprattutto dalla quantità degli italiani che vorranno partecipare alla consultazione referendaria, ivi compreso il livello di incertezza sulla stessa scelta di voto.

Se ad esempio prendiamo in considerazione tutto l’elettorato nel suo complesso, le stime odierne ci dicono che vincerà il SI di oltre una decina di punti (più o meno 56 a 44); se consideriamo però solo coloro che si dichiarano interessati ai temi referendari la quota di favorevoli alla legge diminuisce di 2-3 punti (53 a 47 per il SI); se poi teniamo in considerazione solamente coloro che sono sicuri di andare a votare, il distacco tende quasi ad annullarsi, avvicinandosi alla parità (51 a 49, sempre per il SI), con una situazione dunque parecchio indecisa. Da cui possono essere adottati comportamenti comunicativi piuttosto differenti: i fautori del SI hanno grande interesse a veder aumentare la partecipazione, laddove i fautori del NO dovrebbero vedere di buon occhio una forte defezione elettorale, evitando paradossalmente di fare campagna elettorale.

Infine, le dichiarazioni di voto degli elettori vicini ai partiti di governo appaiono quasi tutte a favore del SI, mentre quelli di opposizione sono più incerti, molto meno convinti cioè della scelta del NO, in particolare i pentastellati, ma anche una parte significativa di votanti Pd (circa il 15%).

Come si può facilmente comprendere, l’incertezza regna oggi sovrana e di fatto siamo incapaci di ipotizzare un risultato senza nutrire grossi dubbi in merito. Mentre ci avviciniamo al fatidico giorno, vedremo come si evolveranno le stime e le relative dichiarazioni degli italiani.

Prodi superstar?

18 Novembre 2025 - di Paolo Natale

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In tempo di vacche magre per la sinistra italiana, torna di moda il fattore-Prodi, l’unico leader (leggendario) che è stato in grado di vincere le elezioni contro il centro-destra e, in particolare, “il solo capace di sconfiggere Berlusconi per ben due volte”. Così è passato alla storia, come racconta buon ultimo anche Pierferdinando Casini nel suo libro recentemente pubblicato, il ricordo di quanto è avvenuto nel ventennio berlusconiano.

Che continua: “ci è riuscito per via di un suo carisma personale che gli ha permesso di intercettare e convincere una parte dell’elettorato moderato a considerarlo un’alternativa credibile”.

La leggenda rimane tale, ovviamente, perché il risultato è di fatto quello che viene citato. Nessun dubbio su questo. Ma ciò che viene sottaciuto è forse ancora più importante per comprendere fino in fondo le ragioni che hanno permesso questa duplice vittoria. Ragioni che non vanno certo a detrimento della persona di Romano Prodi, ma ci permettono di far luce sulle condizioni che hanno consentito di vincere e che, probabilmente, avrebbero funzionato anche con qualsiasi altro personaggio “credibile” al suo posto.

Detto in altre parole: l’elemento-chiave della vittoria non è stato tanto la presenza di Prodi, quanto piuttosto la particolare configurazione della competizione elettorale. È importante ribadirlo, in un momento di evidente problematicità per le opposizioni e per la sinistra in particolare, perché sottolinea la cronica difficoltà di quest’area politica di diventare maggioranza nel nostro paese.

Ma poi, furono davvero reali vittorie?

Nella prima occasione, quella del 1996, il centro-destra si era presentato privo di quell’alleato che sarebbe divenuto storico nel corso degli anni, cioè la Lega (allora solo Nord) che in quella sola occasione aveva optato per la corsa solitaria, dopo gli screzi tra Bossi e Berlusconi (definito da Bossi stesso in quegli anni “il mafioso di Arcore”). Prodi – investito della leadership della coalizione progressista – si presentò a quelle elezioni come capofila di un maxi-partito in cui erano presenti i popolari, i repubblicani, Unione Democratica e perfino i sudtirolesi; il suo risultato non fu certo eclatante: ottenne infatti soltanto un misero 6% di voti, una quota piuttosto minoritaria di quel 35% dell’intera coalizione dell’Ulivo.

D’altra parte, occorre evidenziare il fatto che nel voto per i partiti, nella parte proporzionale, furono quelli di centro-destra ad ottenere il maggior consenso – senza la Lega, come ho sottolineato – battendo quelli dell’Ulivo di circa otto punti percentuali. Soltanto sommando anche Rifondazione Comunista, che si era presentata separatamente peraltro, si arrivava ad un sostanziale pareggio.

Insomma, il primo esecutivo dell’Ulivo sarebbe restato in piedi soltanto con l’appoggio esterno di Bertinotti, il quale però, dopo molte ripetute minacce quasi giornaliere, quell’appoggio lo tolse, provocando le dimissioni dello stesso Prodi, dopo solo due anni di governo.

 

 

La seconda “vittoria” di Prodi avvenne nel 2006, dopo cinque anni di governo Berlusconi che avevano provocato il costante deterioramento della fiducia in lui da parte degli italiani: a gennaio 2006 l’apprezzamento nei confronti del leader di Forza Italia era dell’ordine del 20% circa, il più basso indice di gradimento nei suoi confronti nella sua intera storia elettorale e il più basso tra tutti i Presidenti del Consiglio uscenti in tutta la Seconda Repubblica.

E fu in questa condizione, di enorme vantaggio competitivo, che Prodi si presentò all’elezione come leader dell’Unione, in cui erano confluiti praticamente tutti i partiti che non stavano con Berlusconi, dal centro fino all’estrema sinistra, da Mastella a Bertinotti, dai pensionati fino alla lista dei consumatori.

Nonostante questa lunga lista di partiti e un livello di consenso per Berlusconi ai minimi termini, al Senato la coalizione guidata da Prodi perse in valore assoluto di circa 400mila voti, mentre alla Camera riuscì a strappare la vittoria (e quindi il premio di maggioranza) con uno scarto di appena 25mila voti, pari allo 0,07% dei voti validi.

L’esecutivo successivo fu ovviamente quasi catastrofico dal punto di vista della possibilità concreta di governare il paese, considerata l’estrema varietà dei partiti presenti e la scarsa omogeneità delle proposte e delle direzioni politiche. Dopo costanti tribolazioni, distinguo e minacce di abbandono, Prodi si vide costretto a rassegnare le proprie dimissioni dopo nemmeno due anni dal suo insediamento, verso nuove elezioni politiche.

Alla luce di questa breve disamina, si comprende meno il motivo per cui Romano Prodi viene ricordato come l’unico vero antagonista del centro-destra, l’unico capace di portare l’alleanza progressista al successo elettorale. Molti commentatori hanno addirittura sottolineato come l’Ulivo prima e l’Unione poi abbiano vinto “nonostante” Prodi, e come altri candidati avrebbero potuto far sicuramente meglio di lui nella performance elettorale, portando alla coalizione un valore aggiunto sicuramente superiore.

 

 

Come dire: Prodi è riuscito a vincere di misura in due occasioni “facili” dove altri leader, come Rutelli o Veltroni, avrebbero portato ad un successo più significativo e ad un successivo governo con una maggioranza più schiacciante, con maggiori possibilità di manovra e riforme politiche meno frutto di compromessi con gli alleati.

Ma le (comunque indubitabili) vittorie di Prodi vengono utilizzate oggi con il chiaro e specifico obiettivo di dimostrare come il fronte progressista possa battere il suo avversario solo con un occhio privilegiato al riformismo liberal-democratico più centrista rappresentato dallo stesso Prodi. Forse, la cosa più corretta da fare sarebbe quella di proporre una propria linea politica, senza addentrarsi troppo in analisi o costrutti teorici che, come ho cercato di mostrare, sono in parte privi di fondamento storico.

Gradimento di Sindaci e Governatori: le classifiche in-credibili

10 Luglio 2025 - di Paolo Natale

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Il rapporto tra media e istituti demoscopici pare ormai essere diventato una sorta di gioco di ruolo: alcuni (non tutti, per fortuna!) sondaggisti spacciano determinati (inaffidabili) risultati con l’obiettivo di fare parlare di sé, mentre i media che li ospitano accolgono ben volentieri l’invito a veicolarli affinché si parli anche di loro, di chi li ospita, con tanto di successivo dibattito, tra gli esperti della materia, i politici e i commentatori.

Un circuito virtuoso, si diceva una volta; oggi potremmo parlare al contrario di circuito vizioso che si alimenta vicendevolmente. Chi ci va di mezzo sono soprattutto gli italiani, destinatari di informazioni a volte fallaci e, sebbene con meno evidenza o forse con meno interesse mediatico, il sapere e la scienza statistica.

Non occorre ricordare ancora una volta, biasimandolo, il consueto balletto delle stime sull’orientamento di voto: con cadenza settimanale, i quotidiani o i programmi televisivi parlano di grandi miglioramenti o peggioramenti per partiti che guadagnano o perdono 0,2-0,3 punti percentuali, quando nella realtà statistica si tratta di incrementi o decrementi inesistenti, una o due persone in più o in meno per quel partito.

Battaglia persa, me ne rendo conto, ma quanto meno i dati presentati, loro sì, sono corretti. È la loro amplificazione apodittica che è quantomeno fastidiosa alle orecchie di un metodologo o di uno statistico…

Abitudine diffusa, peraltro. Ricordo un uomo politico che, di fronte ad un sondaggio pre-elettorale che dava i due contendenti distanziati di 0,2%, ebbe il coraggio di chiedermi: sì, ma per chi?

A volte però capita qualcosa di più che fastidioso, che veicola informazioni approssimative e non attendibili, sulle quali si aprono dibattiti piuttosto surreali anche tra i partiti politici, basati sul nulla, o quasi. L’ultimo esempio in ordine di tempo di questo “fenomeno” è il sondaggio pubblicato dal Sole24ore lunedì 7 luglio, l’annuale rilevazione “Governance Poll”, in cui veniva presentato un dato chiamato “indice di gradimento” per 97 sindaci di capoluoghi di provincia e 18 Presidenti regionali.

Iniziamo proprio da questo indice, come viene appunto definito. Cos’è esattamente? Non è ben chiaro. Nella esaustiva scheda tecnica (troppo esaustiva, purtroppo per l’Istituto responsabile dell’indagine, sarebbe stato forse meglio restare sul vago…) viene correttamente riportata la domanda posta agli intervistati: “Le chiedo un giudizio complessivo sull’operato del sindaco (o del presidente della regione). Se domani ci fossero le elezioni comunali (o regionali), lei voterebbe a favore o contro l’attuale sindaco (o presidente della regione)?”

Tralasciamo qui, per non appesantire il discorso, il fatto che molti dei sindaci o presidenti sono al secondo mandato e quindi non possono essere più votati. Ma in questo caso il senso è comunque chiaro…

Quello che invece non funziona è invece il fatto che questo è un tipo di domanda che, nei manuali delle survey, viene etichettata come “double-barreled”, vale a dire una doppia domanda con una sola possibile risposta. Qui le domande sono appunto due: la prima riguarda il giudizio sull’operato, la seconda l’orientamento di probabile voto. Se sono un cittadino veneto vicino al centro-sinistra, posso anche essere abbastanza soddisfatto di come ha governato Zaia ma certamente non lo voterei. O viceversa, se fossi un cittadino di centro-destra in Campania. Quindi: a quale domanda rispondo? Non si sa.

Viene poi presentato un approfondimento, anch’esso alquanto singolare: si confronta in maniera puntuale questo fantomatico indice di gradimento con il risultato fatto registrare da ciascun sindaco (o governatore) alle elezioni in cui è stato eletto! Sì, avete letto bene: come si diceva alle elementari, si paragonano le mele con le pere. Cosa possa c’entrare il gradimento attuale con la scelta elettorale di qualche anno addietro non è chiarissimo.

La competizione elettorale, inutile soffermarci più di tanto, ha delle dinamiche sue proprie e dipende spesso dai contendenti in lizza; ha poco a che vedere con questo indice di gradimento, oltretutto perché il confronto viene fatto non con il risultato del primo turno, che porrebbe tutti allo stesso livello, ma con quello che ha determinato la vittoria.

Un esempio chiarisce il punto: il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha ottenuto il 48% al primo turno (con 4 candidati) ed è stato eletto al ballottaggio con oltre il 70%, quando i contendenti erano ovviamente soltanto due.

Nella tabellina pubblicata, Leccese risulta in deficit di gradimento di quasi 10 punti, avendo ottenuto un indice di 61, ma se l’avessimo confrontato con il dato del primo turno, risulterebbe più “gradito” di ben 12 punti. Il risultato al ballottaggio è sempre ovviamente più alto del primo turno: ne risultano svantaggiati, in questo particolare (e poco sensato) procedimento, coloro che sono stati eletti al secondo turno.

Una distorsione che, per fortuna, non sussiste almeno per le elezioni regionali, dove il turno è stato unico dovunque e quindi da questo punto di vista il paragone è corretto.

Fin qui dunque le distorsioni nel merito del sondaggio effettuato. Veniamo ora al metodo, che certamente richiede un surplus di fiducia nei confronti dell’Istituto di ricerca che ne è responsabile.

Partiamo dalla numerosità campionaria, che viene indicata in 1000 individui intervistati nelle regioni e in 600 nei capoluoghi. Possiamo supporre, benché in questo caso non ci venga fornito il dato puntuale (che sarebbe obbligatorio inserire nella scheda metodologica, peraltro non presente nell’apposito sito “Sondaggi

politico-elettorali”), che le non-risposte siano – per difetto – nell’ordine del 15%. Le interviste valide sarebbero 500 circa per comune, da Milano fino ad Enna.

Il famoso “intervallo di confidenza”, cioè il margine di errore delle stime presentate, è dell’ordine di +/- 4%. Se ottengo una stima del 51%, il risultato “vero” si situa dunque in un intervallo compreso tra il 47% e il 55%.

Se andiamo a controllare la tabella pubblicata, possiamo notare facilmente come tutte le stime di gradimento dei 97 sindaci (tranne in 12 casi) sono comprese proprio tra i 47 e i 55 punti percentuali. Il che significa, in parole semplici, che possiamo essere certi solamente dell’eccellenza dei primi 7 e della relativa insufficienza degli ultimi 5 in classifica.

Di tutti gli altri sappiamo poco di più, al di là di quell’intervallo di valori possibili. Certo, se un sindaco o un governatore ottiene un punteggio di 55 e un altro quello di 47, possiamo correttamente pensare che il primo stia molto probabilmente davanti al secondo, ma non sappiamo esattamente di quanto. Così alla fine la cosa più corretta da fare sarebbe quella di presentare una classifica “senza” il dato puntuale, ma soltanto con un raggruppamento in classi, tipo “tra 45 e 50, tra 50 e 55”, e così via. Non si perderebbero informazioni essenziali mentre si eliminerebbero quelle imprecise od erronee.

Ma è l’ultimo elemento di questo sondaggio che rende perplessi tutti gli osservatori neutrali: l’elevatissimo costo dell’intera operazione. Vediamo brevemente in cosa consistono le perplessità: come riportato, sono stati intervistati 600 individui in 97 comuni e altri 1000 nelle 18 regioni, per un totale di 76.200 casi, in parte online (web survey) in parte al telefono (Cati).

Normalmente, il costo di ognuna delle interviste, in media tra i due metodi, è stimabile in almeno 4 euro l’una. Senza voler fare i conti in tasca né al committente né all’Istituto che ha realizzato le interviste, se tutte le interviste sono state effettivamente effettuate, si tratta di un costo complessivo di almeno 300mila euro. Liberi di credere se questo sia stato un investimento, chiaramente in perdita, oppure no.

Università degli Studi di Milano

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