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“Occidente criminale?” intervista di Mario Menichella a Claudio Pini

4 Novembre 2025 - di Mario Menichella

In primo pianoPoliticaSocietà

In tempi di menzogna universale,

dire la verità è un atto rivoluzionario”.

                                       George Orwell

“Occidente Criminale – Il volto nascosto del potere globale” è un libro destinato a far discutere e, si spera, risvegliare la classe politica italiana ed europea. Non solo per i temi affrontati, ma perché – come già accaduto con la gestione della pandemia da Covid-19 e ora con i conflitti internazionali al centro dell’attenzione mondiale – la verità può risultare scomoda, soprattutto quando si scontra con censura, narrazioni distorte e silenzi dei media occidentali.

L’autore è Claudio Pini, economista ed esperto di finanza, il quale ripercorre passo dopo passo – con tono misurato ma supportato da numerosi fatti documentati e riferimenti storici – il percorso che ha condotto alla situazione attuale: un’Europa priva di una reale autonomia politica, in larga parte subordinata agli interessi degli Stati Uniti e coinvolta in una guerra per procura che, se non risolta, potrebbe evolvere in tempi brevi in un conflitto globale aperto.

L’economia, in effetti, rappresenta la vera chiave interpretativa dell’attuale ordine mondiale multipolare, poiché costituisce il motore primario che orienta le azioni degli attori globali. In questo contesto, gli Stati Uniti svolgono un ruolo centrale nell’egemonia occidentale, che si esprime in quattro dimensioni fondamentali: economico-monetaria (con il predominio del dollaro), linguistica (l’inglese come lingua globale), militare (attraverso alleanze come la NATO) e culturale (con la diffusione dell’“American way of life”).

Ciò che colpisce è la straordinaria lucidità dell’analisi di Pini, che ricorda quella dei migliori esperti di geopolitica e rende la lettura estremamente interessante e piacevole, senza richiedere conoscenze pregresse. L’Autore non è né filo-americano né filo-russo, ma semplicemente filo-italiano, come a mio avviso ogni vero cittadino e politico dovrebbe essere, non fosse altro per onorare quella patria per la quale molti nostri antenati hanno dato la vita.

Ho quindi colto l’occasione per una piacevole intervista-chiacchierata con l’Autore del libro, che vi consiglio vivamente di leggere ed è facilmente acquistabile sia nella versione cartacea che in quella digitale sulla principale piattaforma di e-commerce.

Domanda: Una delle cose che più mi ha colpito del suo libro è come una rilettura critica degli eventi storici, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad arrivare a quelli più recenti, risulti fondamentale per capire come sia stato forgiato il contesto attuale, gravido di pericoli senza precedenti. La maggior parte delle persone, non avendo questo retroterra culturale, hanno quindi difficoltà a interpretare correttamente gli eventi di questi ultimi mesi o anni, al di là dell’eventuale malafede o delle proprie idee preconcette. Quali conseguenze pratiche ha, tutto ciò, per chi ci governa?

Risposta: È proprio questo il punto da cui nasce Occidente Criminale: il fatto che la maggior parte delle persone viva immersa in un presente senza memoria, come se ogni evento fosse isolato e privo di radici. Ma la realtà è che il potere si costruisce sulla continuità, e l’Occidente – inteso come insieme di élite politiche, economiche e militari – ha saputo mantenere un controllo capillare proprio perché ha riscritto, distorto o rimosso la memoria collettiva degli ultimi settant’anni.

Quando manca questa consapevolezza storica, i governi possono manipolare con maggiore facilità il consenso, giustificare guerre, sanzioni o crisi economiche come inevitabili o “moralmente giuste”.

Il cittadino medio, privo degli strumenti per comprendere la genealogia di certi processi, finisce per accettare narrazioni semplificate: “noi i buoni, loro i cattivi”, “guerra per la libertà”, “emergenza per la sicurezza”.

In termini pratici, questo vuoto di conoscenza offre a chi governa un enorme vantaggio politico e psicologico.

Permette di orientare l’opinione pubblica secondo interessi che spesso nulla hanno a che vedere con la democrazia o con il bene comune.

E, cosa ancor più grave, legittima decisioni che in un contesto realmente informato verrebbero rifiutate dalla maggioranza dei cittadini.

In sostanza, la disinformazione storica non è un effetto collaterale, ma una strategia di potere.

Più la società dimentica, più chi governa può ripetere gli stessi errori — o meglio, gli stessi inganni — sotto nuove etichette.

D.: Nel famoso libro di Samuel P. Huntington Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” (1996), l’autore si aspettava che i futuri conflitti globali non sarebbero stati più ideologici o economici, ma culturali e civili, e che sarebbero nati lungo le linee di faglia fra le civiltà (occidentale, ortodossa, sinica, islamica, etc.). In altre parole, non più conflitti “Est vs. Ovest” o “capitalismo vs. comunismo”, ma ad esempio “Occidente vs. altre civiltà”. Cosa ne pensa?

R.: Il merito di Huntington è stato quello di cogliere, già negli anni ’90, il venir meno delle vecchie categorie ideologiche che avevano dominato la Guerra Fredda. Tuttavia, a mio avviso, il suo modello dello “scontro di civiltà” è una lettura parziale e funzionale alla narrativa occidentale.

Nel momento in cui il bipolarismo si dissolve, l’Occidente — in particolare gli Stati Uniti — ha bisogno di una nuova giustificazione per mantenere la propria egemonia globale.

Definire il mondo in termini di “noi contro loro”, “civiltà contro civiltà”, ha offerto una cornice perfetta per sostituire il vecchio nemico comunista con nuovi nemici “culturali”: l’Islam, la Russia ortodossa, e più recentemente la Cina.

In questo senso, Huntington non descrive un fenomeno naturale, ma prefigura una strategia politica. Lo “scontro di civiltà” diventa una profezia che si autoavvera, un paradigma utile a giustificare interventi militari, guerre preventive e politiche di contenimento economico.

Dietro la presunta difesa dei “valori occidentali” si cela la volontà di preservare un ordine mondiale fondato sul controllo delle risorse, dei mercati e dell’informazione.

Se guardiamo ai fatti successivi al 1996 — dalla guerra nei Balcani all’Afghanistan, dall’Iraq alla crisi ucraina — vediamo come le fratture culturali siano state spesso create o amplificate artificialmente.

Il vero scontro non è mai stato tra civiltà, ma tra poteri: da una parte, un sistema occidentale che cerca di perpetuare la propria centralità; dall’altra, realtà emergenti che rivendicano sovranità, identità e autonomia.

In altre parole, Huntington ha colto il sintomo, ma non la causa.

Le guerre del XXI secolo non nascono dalle differenze culturali, bensì dalla crisi del modello di dominio occidentale, che, non potendo più reggersi su basi economiche e morali, cerca un nuovo nemico per legittimarsi.

D.: All’inizio degli anni Novanta, come in sostanza scrive nel suo libro, “la dissoluzione dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia hanno alimentato in Occidente l’idea di ‘fine della storia’ – alimentata dal saggio omonimo del politologo americano Francis Fukuyama – secondo cui democrazia liberale ed economia di mercato costituirebbero l’approdo naturale dell’umanità”. Che cosa c’era di errato in quella visione, evidentemente miope, di un mondo unipolare?

R.: L’errore di fondo della visione proposta da Fukuyama — e condivisa da gran parte delle élite occidentali negli anni ’90 — è stato quello di scambiare una vittoria geopolitica per una verità universale.

La caduta dell’Unione Sovietica non segnava la “fine della storia”, ma soltanto la fine di un equilibrio.

L’Occidente ha interpretato il crollo del blocco orientale come la conferma definitiva della propria superiorità morale, politica ed economica, immaginando che l’intero pianeta si sarebbe spontaneamente convertito alla democrazia liberale e al libero mercato.

In realtà, quello che è accaduto è stato esattamente l’opposto: la fine dei contrappesi ha aperto la strada a un imperialismo globale, economico e culturale, che si è manifestato sotto forma di “esportazione della democrazia”, guerre umanitarie e globalizzazione finanziaria.

Privato di un antagonista ideologico, l’Occidente ha perso anche il proprio senso di limite.

Ha creduto di poter riscrivere le regole del mondo, di poter imporre ovunque il proprio modello, non accorgendosi che così facendo stava minando le basi della propria legittimità.

La “fine della storia” è stata, in realtà, l’inizio di una nuova forma di dominio, più subdola perché mascherata da progresso e libertà.

Dietro la retorica dei diritti e della democrazia si è consolidato un sistema centrato sul potere delle multinazionali, delle istituzioni finanziarie e delle alleanze militari, che hanno sostituito la sovranità dei popoli con la logica del profitto e della sicurezza globale.

A distanza di trent’anni possiamo dire che Fukuyama aveva scambiato la fine di un’epoca per l’inizio di una verità assoluta, e che quella visione unipolare è stata non solo miope, ma autodistruttiva.

Ha impedito all’Occidente di interrogarsi sui propri errori, di riformarsi, di comprendere la complessità del mondo che stava nascendo.

E oggi ne paghiamo le conseguenze: un pianeta frammentato, una fiducia collettiva erosa e una crescente ostilità verso l’arroganza di chi, proclamandosi vincitore, non ha saputo governare la propria vittoria.

D.: Il controllo della narrazione sinergico da parte dei governi e dei grandi media occidentali – social e non – nasconde la verità quando essa è scomoda –  in particolare per certi interessi economici, politici e militari – e permette oggi di orientare l’opinione pubblica, gettando discredito su chi dissente, si defila dal “mainstream” e dall’“appecoronamento” di massa. Inoltre, permette di operare una censura preventiva, con la scusa del “fact checking” o altro. Lo abbiamo visto tutti in maniera plateale nella fase pandemica. Come avviene ciò e perché è un problema estremamente serio?

R.: Il controllo della narrazione è oggi il più potente strumento di potere esistente.

Se nel Novecento le guerre si combattevano con carri armati e bombe, oggi si combattono con le parole, le immagini e le emozioni.

L’obiettivo non è più soltanto conquistare territori, ma occupare le menti, orientare il modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Negli ultimi decenni, governi, grandi media e piattaforme digitali hanno costruito una sinergia perfetta: la politica detta la linea, i media la diffondono, i social la amplificano.

Quando un’informazione contrasta con la narrativa dominante — che spesso coincide con gli interessi economici e geopolitici delle grandi potenze — essa viene delegittimata, oscurata o ridicolizzata.

Chi la diffonde diventa automaticamente “complottista”, “disinformato” o “filo-qualcosa”.

Il cosiddetto “fact checking” è il nuovo strumento di censura preventiva: in apparenza difende la verità, ma in realtà stabilisce chi può definirla.

Non esiste un organo neutrale che possa decidere, una volta per tutte, cosa è vero e cosa no — eppure oggi siamo arrivati al paradosso di affidare questa funzione a gruppi privati, finanziati spesso dagli stessi attori che controllano la comunicazione.

Durante la pandemia questo meccanismo si è mostrato in tutta la sua potenza: chi poneva domande era trattato come un nemico pubblico, e chi invitava alla prudenza o alla libertà di scelta veniva cancellato dai canali di comunicazione.

È stato un laboratorio perfetto per testare il grado di obbedienza sociale ottenibile attraverso la paura e il conformismo mediatico.

Questo è un problema gravissimo perché mina le basi stesse della democrazia.

Una società che non tollera il dissenso e non ammette la critica non è una società libera, ma una società condizionata.

Quando la verità diventa monopolio del potere, la realtà viene sostituita dalla propaganda, e l’opinione pubblica non è più in grado di distinguere ciò che accade da ciò che le viene raccontato.

Occidente Criminale nasce anche da questo: dal bisogno di restituire al lettore strumenti per pensare con la propria testa, per riconoscere i meccanismi della manipolazione e recuperare il diritto più elementare che una democrazia dovrebbe garantire — quello di cercare la verità senza essere perseguiti per averlo fatto.

D.: La NATO, scomparso il suo nemico storico – ovvero il Patto di Varsavia – anziché scomparire anch’essa, come lei osserva subisce rapidamente una metamorfosi, espandendosi geograficamente, assumendo un raggio d’azione globale e, soprattutto, passando dalla difesa collettiva alla polizia d’intervento, il che giustifica interventi ovunque nel mondo con la “scusa” che di volta in volta fa più comodo: guerra umanitaria, guerra al terrore, etc. Cosa ci può dire in proposito?

R.: La fine del Patto di Varsavia avrebbe dovuto segnare anche la fine naturale della NATO.

Nata nel 1949 come alleanza difensiva, con lo scopo dichiarato di contenere l’espansionismo sovietico, essa aveva perso la sua ragion d’essere nel momento stesso in cui l’Unione Sovietica si dissolse.

Ma anziché sciogliersi, la NATO ha cambiato pelle, trasformandosi da strumento di difesa collettiva in braccio armato della globalizzazione occidentale.

A partire dagli anni Novanta, la sua missione si è estesa ben oltre i confini europei.

Il linguaggio ufficiale è mutato: non più “difesa”, ma “stabilità”, “prevenzione”, “intervento umanitario”.

In realtà, dietro questi eufemismi si è nascosto un nuovo paradigma: l’uso della forza come mezzo di regolazione dell’ordine mondiale.

Ogni volta che una crisi minacciava gli interessi strategici dell’Occidente – dai Balcani all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia – la NATO è intervenuta invocando motivazioni “morali”, ma con esiti disastrosi per le popolazioni locali e vantaggiosi per chi deteneva il potere economico e militare.

È in quel momento che la NATO smette di essere un’alleanza e diventa una struttura politico-militare a vocazione globale, capace di agire anche senza mandato ONU e di imporre la propria agenda in nome della “sicurezza collettiva”.

Ma sicurezza per chi?

Sicuramente non per i Paesi devastati dagli interventi, né per i cittadini europei trascinati in conflitti che non li riguardavano.

La “sicurezza” di cui parla la NATO è quella del sistema economico occidentale, delle sue rotte energetiche e delle sue sfere d’influenza.

Questa metamorfosi, come scrivo in Occidente Criminale, ha avuto un costo altissimo: ha svuotato di senso il diritto internazionale e ha ridotto l’Europa a semplice teatro di strategie altrui.

Oggi la NATO è di fatto uno strumento di proiezione del potere statunitense, capace di giustificare ogni intervento – anche il più arbitrario – come “guerra preventiva” o “difesa dei valori democratici”.

In realtà, dietro queste formule si cela la logica dell’imperialismo contemporaneo: la guerra come forma di governo del mondo, in un equilibrio sempre più instabile e pericoloso.

D.: La guerra Russia-Ucraina viene spesso presentata dai media occidentali in maniera che non potrebbe essere più di parte, nascondendo una serie di fatti antecedenti ben noti solo a chi è documentato grazie a fonti che qui da noi sono censurate oppure riservate a pochi “addetti ai lavori”. Ecco perché la disinformazione ha gioco assai facile. Ci può sintetizzare qual è la successione di eventi che ha portato all’intervento russo per le inopinate scelte dell’Occidente? 

R.: La crisi ucraina non nasce nel 2022, ma affonda le sue radici in almeno trent’anni di errori strategici dell’Occidente.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, alla Russia era stata promessa — verbalmente ma in modo inequivocabile — la non espansione della NATO “neanche di un pollice a Est”.

Quella promessa è stata sistematicamente tradita: dal 1999 in poi, l’Alleanza Atlantica si è allargata fino ai confini russi, includendo Paesi dell’ex blocco sovietico e persino le repubbliche baltiche.

Nel 2014, con il colpo di Stato di Maidan, sostenuto apertamente da Stati Uniti e Unione Europea, un governo eletto ma non allineato è stato rovesciato, aprendo la strada a un esecutivo filo-occidentale e a una guerra civile interna tra Kiev e le regioni russofone del Donbass.

Per otto anni, gli accordi di Minsk — che avrebbero dovuto garantire autonomia a quelle regioni — non sono mai stati applicati, mentre la NATO continuava ad armare e addestrare l’esercito ucraino.

Quando Mosca ha visto profilarsi all’orizzonte la prospettiva di un’Ucraina pienamente integrata nella NATO, ha reagito con un intervento militare che, nel suo calcolo strategico, era difensivo, ma che l’Occidente ha interpretato come un’aggressione unilaterale.

In realtà, la guerra del 2022 è il risultato di una lunga escalation provocata da una politica occidentale di accerchiamento e provocazione, che ha trasformato l’Ucraina in un campo di battaglia per procura.

Oggi la disinformazione serve a cancellare questa memoria recente: si racconta il conflitto come se fosse esploso dal nulla, occultando le responsabilità di chi, per anni, ha giocato con il fuoco per interessi geopolitici ed economici, ignorando volutamente le conseguenze per i popoli coinvolti.

D.: Nel suo libro, sono citati alcuni esempi di eventi inventati di sana pianta dagli Stati Uniti per giustificare degli interventi militari funzionali ai loro obiettivi, un modus operandi – accompagnato da quella che lei definisce “demonizzazione selettiva dell’avversario” – che, purtroppo, getta discredito su questo attore geopolitico , quanto meno sul piano morale e se ha ancora un qualche senso parlare di moralità in politica. Ci può ricordare quali sono stati i casi più famosi in tal senso?

R.: Purtroppo, la storia recente degli Stati Uniti è costellata di episodi in cui la menzogna è stata utilizzata come strumento politico e militare.

Non si tratta di teorie, ma di fatti documentati, spesso riconosciuti dagli stessi protagonisti a posteriori.

Uno dei casi più emblematici è quello del Golfo del Tonchino (1964): un presunto attacco nordvietnamita a navi americane mai avvenuto, usato come pretesto per giustificare l’intervento diretto in Vietnam, con milioni di vittime civili e un Paese devastato.

Un altro esempio è l’invasione dell’Iraq nel 2003, basata sull’accusa – poi rivelatasi totalmente infondata – che Saddam Hussein possedesse “armi di distruzione di massa”.

Quella menzogna, amplificata da un’enorme campagna mediatica, servì a scatenare una guerra che distrusse un intero Stato, destabilizzando il Medio Oriente e alimentando il terrorismo che si diceva di voler combattere.

Possiamo citare anche il caso del Kosovo nel 1999, dove la NATO giustificò i bombardamenti sulla Serbia con accuse di “genocidio” mai dimostrate, e quello della Libia nel 2011, dove la “guerra umanitaria” per proteggere i civili si trasformò in un disastro geopolitico che ha cancellato uno dei Paesi più prosperi dell’Africa.

Il denominatore comune di questi episodi è la “demonizzazione selettiva dell’avversario”: prima si costruisce il nemico assoluto, poi si crea l’emergenza morale che rende inevitabile l’intervento.

È un modello narrativo che consente di presentare guerre di conquista come azioni di giustizia o di libertà.

Il risultato è una perdita irreversibile di credibilità morale: come si può parlare di “valori democratici” quando la menzogna diventa la premessa della politica estera?

Ed è proprio questo, oggi, il paradosso dell’Occidente: pretendere di esportare la verità, dopo aver costruito il mondo sulla manipolazione.

D.: La civiltà occidentale a guida statunitense sembra essere ormai a un bivio, a causa della crescita economica cinese e del crescente peso anche geopolitico dei BRICS, che rappresentano un’alternativa – anche come modello di riferimento – per molti paesi poveri del mondo. Quando una civiltà è conscia del proprio declino, cerca di fare di tutto per rimandarlo, compresi atti che sarebbero giudicati del tutto irrazionali in altre situazioni. È quanto mi pare vedere in quest’epoca. Mi sbaglio?

R.: No, non si sbaglia affatto.

Ci troviamo davvero davanti a un passaggio storico cruciale: il tramonto dell’egemonia occidentale così come l’abbiamo conosciuta dal 1945 in poi.

Per decenni, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dominato il pianeta attraverso il controllo delle risorse, della moneta e della narrazione politica.

Ma oggi quel modello mostra crepe profonde, perché il mondo non è più disposto ad accettare una sola visione del progresso o della libertà.

La crescita della Cina, l’espansione dei BRICS e la ricerca di autonomia da parte di molti Paesi del Sud globale rappresentano la reazione naturale di un sistema internazionale che si riequilibra dopo secoli di dominio unipolare.

Questo non significa che la nuova fase sarà priva di contraddizioni, ma certamente segna la fine del monopolio occidentale sulla storia.

Ed è qui che entra in gioco il paradosso: quando un impero percepisce il proprio declino, non cerca di adattarsi, ma di resistere, spesso con mezzi sempre più aggressivi e irrazionali.

È la logica dell’autoconservazione: guerre, sanzioni, crisi artificiali diventano strumenti per mantenere un potere che non riesce più a rinnovarsi.

Si tratta di una reazione istintiva ma pericolosa, perché ogni tentativo di rallentare il corso della storia produce solo nuovi conflitti e nuove divisioni.

In questo senso, Occidente Criminale vuole essere una riflessione e un avvertimento: il vero segno del declino non è perdere potere, ma rifiutarsi di accettare il cambiamento.

E l’Occidente, oggi, sembra disposto a tutto pur di non riconoscere che il mondo non gli appartiene più.

D.: Nel suo libro emerge come oggi nelle democrazie occidentali si stia andando verso un livello di censura, manipolazione dell’informazione e controllo della popolazione che una volta si vedeva solo nei regimi autoritari, grazie alla collaborazione di altri attori coinvolti, come ad es. i maggiori social media. Può spiegarci meglio come ciò avviene e perché è difficile opporre resistenza – fosse anche solo in un civile dibattito televisivo – al “pensiero unico” occidentale e filo-americano?

R.: È vero: nelle cosiddette democrazie occidentali si è ormai superato quel confine che un tempo separava la libertà dalla manipolazione.

Oggi il controllo dell’opinione pubblica non avviene più attraverso la censura esplicita, ma tramite meccanismi molto più raffinati e invisibili, che rendono superfluo il ricorso alla forza.

I social media, che avrebbero dovuto rappresentare il massimo strumento di libertà, si sono trasformati nel più grande apparato di condizionamento mai esistito.

Grazie agli algoritmi e alla profilazione dei dati, è possibile orientare il pensiero collettivo in modo selettivo, dosando ciò che gli utenti vedono, leggono e credono.
Le piattaforme non cancellano necessariamente le opinioni dissenzienti: le rendono invisibili, spingendole ai margini del dibattito pubblico, dove perdono rilevanza e credibilità.

A questo si aggiunge una forma di autocensura culturale, che nasce dalla paura di essere etichettati, esclusi o ridicolizzati.

In un contesto dove chi si discosta dalla linea dominante viene subito accusato di “disinformazione” o “filoputinismo”, la maggior parte delle persone preferisce tacere o conformarsi.

È un meccanismo psicologico perfetto, perché non ha bisogno di repressione, ma solo di consenso indotto.

Resistere a questo sistema è difficile proprio perché il controllo non è più verticale, ma diffuso, partecipato e interiorizzato.

Molti credono di pensare liberamente, ma in realtà si limitano a ripetere ciò che l’ambiente mediatico ha già filtrato per loro.

Così il “pensiero unico” non si impone con la forza, ma con l’abitudine, con l’illusione della libertà di scelta.

Ed è questo, forse, il tratto più inquietante della nostra epoca: una società che si crede libera, ma che ha delegato ad algoritmi e corporation la gestione della propria coscienza collettiva.

Un potere che non si vede è il più difficile da combattere, perché non si può neppure nominare.

D.: Nel 1962, in piena Guerra Fredda, con la famosa crisi dei missili di Cuba che portò a una tensione altissima fra Stati Uniti e Unione Sovietica – che stava riempiendo l’isola di testate nucleari – l’umanità è stata sull’orlo dell’abisso. Ma oggi, pur non essendoci il medesimo livello di tensione, paradossalmente siamo in realtà ancora di più a un passo da un conflitto nucleare – che non avrebbe né vincitori né vinti – per una serie di ragioni che sono molto ben illustrate nel suo libro. Ce ne può dire alcune?

R.: Sì, paradossalmente oggi il rischio di un conflitto nucleare è persino più alto che durante la crisi di Cuba.

Allora, pur nel pieno della Guerra Fredda, esisteva ancora un equilibrio del terrore: le due superpotenze si conoscevano, comunicavano, e — per quanto ostili — condividevano la consapevolezza che un passo falso avrebbe significato la distruzione reciproca.

C’era una logica, perversa ma razionale, che teneva in piedi il mondo.

Oggi quella logica è venuta meno.

Viviamo in un sistema molto più frammentato, dove le decisioni cruciali non sono più solo politiche, ma anche economiche, militari e perfino tecnologiche, e dove gli strumenti di deterrenza sono moltiplicati da armi ipersoniche, droni autonomi e sistemi digitali fuori controllo umano.

La catena decisionale si è accorciata, la comunicazione tra potenze è minima e la propaganda sostituisce la diplomazia.

Inoltre, la perdita di equilibrio geopolitico dopo il 1991 ha prodotto un’illusione pericolosa: l’idea che una sola parte — l’Occidente — possa imporre la propria volontà senza conseguenze.

Ma la Russia, la Cina e molti altri Paesi non accettano più questo paradigma.

Il mondo non è più unipolare, e chi si ostina a comportarsi come se lo fosse rischia di trascinare tutti nel baratro.

Il pericolo, oggi, non è solo nella forza distruttiva delle armi, ma nell’irresponsabilità politica e culturale di chi continua a pensare che la guerra possa essere uno strumento di ordine.

Quando l’arroganza sostituisce il dialogo e la propaganda prende il posto della diplomazia, basta un errore, un incidente, o anche solo una provocazione calcolata male, per superare un punto di non ritorno.

Ecco perché nel libro insisto su un concetto: non siamo più nell’epoca delle guerre ideologiche, ma in quella delle guerre sistemiche — guerre che nascono dal tentativo disperato di un ordine morente di sopravvivere.

Ma nessuna egemonia vale l’estinzione dell’umanità.

Il compito più urgente, oggi, è recuperare il senso del limite, quella consapevolezza che durante la crisi di Cuba, paradossalmente, aveva impedito il disastro.

D.: La ringrazio molto per questa chiacchierata che giunge in un momento storico davvero delicato, come credo sia emerso chiaramente anche dalle sue parole. Fra l’altro, non è affatto facile oggi trovare persone competenti che abbiano il coraggio di dire pubblicamente certe verità, complici il sistema ed i condizionamenti che lei ha citato. Voleva aggiungere ancora qualcosa prima di salutarci, augurandole il miglior successo per il suo libro?

R.: Sì. Credo che oggi il compito più urgente non sia scegliere da che parte stare, ma ritrovare la capacità di pensare in modo libero e critico.

La verità non appartiene mai a una sola parte, e il primo passo per evitare nuove tragedie è riconoscere le menzogne che ci hanno condotto fin qui.

Occidente Criminale nasce proprio da questo bisogno: capire il passato per non ripetere gli stessi errori, e ricordare che la pace non è un’illusione, ma una responsabilità collettiva.

 

 

Il futuro della nostra civiltà tecnologica: viaggio fra i possibili scenari

17 Marzo 2025 - di Mario Menichella

In primo pianoSocietà

Il dovere più importante che abbiamo

nei confronti dei nostri discendenti

è quello di sopravvivere”.

                                      (Harold W. Lewis)

 

Come scrivevo già vent’anni fa nel mio libro Mondi Futuri, “tutti noi, quotidianamente, prevediamo o tentiamo di prevedere in qualche modo il futuro. La maggior parte delle persone, però, si interessano esclusivamente ai problemi personali e si limitano a guardare verso il futuro immediato. Soltanto pochi individui si spingono più in là, occupandosi dei problemi che riguardano gli altri abitanti del pianeta e relativi a un futuro non vicino. Eppure, avere una prospettiva globale, prevedere il futuro a lungo termine della società e del mondo intero, non è per l’«Homo technologicus» attuale solo il modo per soddisfare delle curiosità innate; bensì, ora più che mai, rappresenta soprattutto un esercizio utile per la propria sopravvivenza”. Il libro in questione parlava del futuro dell’attuale stato di cose sul nostro pianeta, collocando l’argomento in un contesto via via sempre più ampio, soffermandosi sul futuro della civiltà tecnologica, su quello dell’Homo sapiens, del pianeta Terra, della Galassia e, infine, sul destino dell’intero universo. In questo articolo, però, mi limiterò ad accennare solo ai primi due, ovvero al futuro della civiltà tecnologica ed a quello della nostra specie, dato che interessano sicuramente di più il lettore.

Una chiave di lettura per comprendere il presente

All’alba del terzo millennio, l’umanità si trova, per la prima volta nella sua storia, di fronte a una serie di grandi sfide e di problemi globali emergenti – crescita della popolazione mondiale, impoverimento delle risorse naturali, deterioramento ambientale, crescente vulnerabilità alle epidemie, proliferazione delle armi di distruzione di massa e, in campo economico, degli strumenti derivati, escalation del terrorismo e delle dispute fra Paesi, aumento delle migrazioni internazionali, sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, aumento del potere delle lobby e della censura – che minacciano addirittura la sopravvivenza della civiltà tecnologica e dell’intera specie Homo sapiens sul nostro piccolo e fragile pianeta.

Sono queste, infatti, le 10 grandi tendenze globali del cambiamento che stanno plasmando il mondo e di cui ho accennato già in un precedente articolo [1] pubblicato dalla Fondazione Hume e – nel caso di 7 di esse – ancor prima, nel mio saggio Mondi futuri. Viaggio fra i possibili scenari [2], di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale della pubblicazione. Un aspetto fondamentale che va sottolineato è che ciascuna delle tendenze di cambiamento menzionate non è stata selezionata dall’Autore casualmente: ognuna di esse, infatti, reca in sé il potenziale di poter innescare, direttamente oppure indirettamente, il collasso della nostra civiltà tecnologica, ovvero del mondo come noi lo conosciamo.

Le 10 principali forze o tendenze planetarie del cambiamento che sono, a mio avviso, all’origine della maggior parte dei più seri problemi globali attuali e delle principali minacce per il futuro della nostra civiltà tecnologica, “sorprese” escluse, evidentemente.(fonte: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Ma, poiché non è possibile fermare lo sviluppo tecnologico, l’unica strada percorribile per colmare il divario oggi esistente fra ciò che bisognerebbe capire ed i mezzi concettuali necessari alla comprensione è quella di realizzare forti “iniezioni” di educazione nei sistemi umani, utilizzando tutti gli strumenti culturali disponibili. L’obiettivo principale di questo articolo è proprio quello di fornire un piccolo contributo in tale direzione, sulla falsariga di quanto feci a suo tempo con il mio libro: proporre delle semplici chiavi di lettura per capire meglio il mondo in cui viviamo e, soprattutto, il mondo verso cui stiamo andando o, peggio, potremmo andare se non riusciamo a governare quanto prima l’“astronave Terra”.

Oggi ci troviamo  in un’epoca assolutamente unica nella storia della vita, dell’uomo e della civiltà: un’epoca caratterizzata, come non mai, da grandi promesse per il futuro; ma, per la prima volta, gravida di micidiali pericoli per la nostra vita e per il nostro benessere, se non addirittura per la sopravvivenza della specie Homo sapiens sulla Terra. In particolare, attualmente stiamo vivendo in un’epoca davvero unica nella storia dell’uomo, perché solo in tempi recenti l’evoluzione culturale della nostra specie ha iniziato ad accelerare in modo straordinario, provocando un divario tecnologico, demografico ed economico senza precedenti tra paesi ricchi e paesi poveri, e una serie di problemi emergenti a livello mondiale che minacciano il nostro benessere e perfino il nostro futuro su questo nostro pianeta.

Siamo la prima specie vivente a rischio di autodistruzione

I precedenti timori sul nostro futuro non sono certamente esagerati se si considera che, a partire da 550 milioni di anni fa, quando si sono sviluppati i primi grandi organismi pluricellulari, sul nostro pianeta sono apparse miliardi di forme viventi profondamente diverse fra loro e che l’Homo sapiens rappresenta la prima e unica specie, nella lunga storia del mondo animale, ad aver raggiunto – sia pure solo negli ultimi decenni dell’attuale civiltà tecnologica – la capacità di provocare, più o meno deliberatamente, la sua stessa estinzione. Ciò è avvenuto verso la metà del secolo scorso, quando la specie umana ha acquisito, per la prima volta, la capacità di autodistruggersi grazie al controllo dell’immensa energia racchiusa nell’atomo, una conquista della nostra civiltà tecnologica ben presto impiegata dalle due superpotenze, USA e URSS, per la costruzione di migliaia di micidiali ordigni nucleari. Da allora, la spada di Damocle di una guerra termonucleare globale capace di provocare l’estinzione del genere umano pende sulle nostre teste, sebbene la fine della Guerra fredda abbia creato in molti l’illusione che il pericolo sia cessato.

Per capire l’eccezionalità dell’epoca storica in cui siamo entrati relativamente da poco, basta riflettere sul fatto che, fino a cinquant’anni fa, l’Homo technologicus – anche volendo – non avrebbe mai potuto provocare la propria estinzione: né con una guerra, né in alcun altro modo. Perfino i conflitti più violenti della storia recente sono stati, infatti, assai limitati, in termini di potenza distruttiva, rispetto a un moderno missile carico di testate nucleari. La bomba di tipo convenzionale più potente utilizzata durante la Seconda guerra mondiale aveva una potenza di circa 10 tonnellate di TNT (trinitrotoluene, ovvero tritolo), mentre tutte le bombe riversate dagli alleati sulle forze irachene durante l’intera Prima guerra del Golfo non hanno superato, complessivamente, le 85.000 tonnellate di TNT. Una testata nucleare media di un missile balistico ha invece una potenza dell’ordine del megaton, equivalente, cioè, a ben 1.000.000 di tonnellate di TNT. Inoltre, molti missili che fanno parte dell’arsenale strategico delle potenze nucleari sono a testata multipla: hanno, cioè, più testate, indirizzabili ciascuna su un obiettivo diverso.

Oggi l’umanità è costretta a passare attraverso una sorta di “collo di bottiglia” evolutivo, stretto e senza precedenti. È come se noi stessimo conducendo sulla nostra specie un gigantesco esperimento che non ammette possibilità di errore. L’unica strada per uscire davvero da questo collo di bottiglia che abbiamo appena imboccato è quella, troppo lontana nel tempo per rappresentare una soluzione realistica e pratica, di colonizzare prima lo spazio vicino alla Terra e, poi, di espandersi gradualmente nella Galassia: l’emigrazione di un cospicuo numero di persone in zone lontane del Sistema Solare, e in seguito della Via Lattea, libererebbe la specie umana dall’incombente minaccia di estinzione. Infatti, le varie colonie create nello spazio profondo dai nostri discendenti sopravviverebbero a qualsiasi catastrofe terrestre e, grazie alle enormi distanze reciproche che le renderebbero, di fatto, dei mondi isolati dal nostro pianeta e fra loro, potrebbero continuare a percorrere ciascuna una differente strada evolutiva, contro l’unica attuale.

Una rappresentazione artistica del “collo di bottiglia” evolutivo in cui si trova oggi l’umanità, realizzata dall’Autore con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Si noti come all’orizzonte incomba lo spettro di una catastrofe nucleare.

Con la trasformazione del cosmo in un nuovo e sconfinato habitat per l’uomo, il pericolo di una nostra completa estinzione potrebbe venir fugato addirittura per sempre. Ma vi è pure un’altra ragione per cui lo spazio potrebbe un giorno costituire, oltre che una garanzia di salvezza, la frontiera finale del genere umano. Il fatto è che, al ritmo di crescita degli ultimi decenni, l’aumento della popolazione, del consumo delle risorse non rinnovabili, del deterioramento ambientale ed i numerosi altri trend negativi in atto non sono sostenibili a lungo sul nostro piccolo pianeta: dunque, lo sviluppo quasi esponenziale che sta caratterizzando, qui sulla Terra, la nostra epoca sembra dover rappresentare soltanto una fase transitoria nella lunga storia dell’uomo e della civiltà. Ma che cosa potrà allora succedere all’umanità, sia nel bene che nel male, nei prossimi anni, secoli o perfino milioni di anni? Quale potrebbe essere, insomma, il futuro a breve, medio e lungo termine della nostra civiltà tecnologica e dell’intera specie umana?

La futurologia, ovvero l’arte di prevedere il futuro

Ovviamente, se ci limitiamo a estrapolare oltre il lecito le tendenze attuali, non arriviamo al futuro ma a una caricatura del presente. Per fortuna, esiste una tecnica predittiva più raffinata, applicabile anche sul medio termine e resa possibile solo in tempi relativamente recenti dall’introduzione del computer: è quella della previsione, per così dire, “scientifica” del futuro. Si tratta di una rivoluzione concettuale, perché occorre vedere tutto in termini di “sistemi”: si parla, così, di sistemi umani o socioculturali (ad es., famiglia, nazione, società mondiale), di sistemi naturali o biologici (gruppo di specie, ecosistema, biosfera) e di sistemi fisici (Sistema Solare, galassia, universo). In generale, un sistema interagisce con altri sistemi o ne fa semplicemente parte (ad es., una nazione appartiene alla società mondiale), e il suo stato è di solito descritto dal valore di alcune “variabili” o parametri, sebbene non possa essere ridotto soltanto a queste. Prevedere il futuro di un sistema, quindi, significa valutare l’andamento futuro delle sue variabili.

Ebbene, l’approccio scientifico alla predizione del futuro consiste nel compiere le estrapolazioni sulla base di un modello del sistema che ci interessa: si cerca, cioè, di trovare delle relazioni matematiche tra le diverse variabili del sistema in modo da poterlo descrivere il più fedelmente possibile e da poter poi effettuare simulazioni del suo comportamento con l’aiuto del computer. Nel caso dei sistemi fisici, spesso è la teoria stessa che fornisce, attraverso alcune leggi, la relazione matematica tra le diverse variabili: il moto dei pianeti nel Sistema Solare, per esempio, è prevedibile in modo preciso perché descritto dalla legge di gravitazione universale di Newton. Ciononostante, questo e alcuni altri sistemi fisici (e non) esibiscono un comportamento caotico: ovvero, un lieve mutamento delle condizioni iniziali conduce a grandi differenze nel risultato finale. In pratica, se un sistema è caotico, esiste una scala di tempo oltre la quale non si possono fare previsioni accurate, ma solo in termini di probabilità: ad esempio, per il sistema atmosfera – e, più in generale, in meteorologia – essa è di appena cinque giorni.

In linea di principio, il metodo dei modelli e delle simulazioni è applicabile, oltre che ai sistemi fisici, a numerose altre situazioni: economia, ecologia, politica, clima, sviluppo demografico e tecnologico sono tutti campi in cui entrano in gioco sistemi complessi e comportamenti umani che mettono alla prova le nostre capacità predittive. Tuttavia, quando c’è di mezzo l’uomo, di solito le variabili che descrivono il sistema sono tantissime e tutte collegate fra loro da complessi cicli di retroazione, il che complica enormemente qualsiasi tentativo di previsione. In tal caso i modelli, specie su tempi abbastanza lunghi, non possono prevedere quale sarà il futuro, ma consentono di pensare ad esso in modo più concreto e quantitativo. Infatti, variando le condizioni del sistema all’inizio o nel corso della simulazione, si può vedere che cosa accadrebbe sotto una varietà di ipotesi, e quindi imparare moltissimo su uno specifico argomento semplicemente analizzando quali e quanto grandi siano gli effetti prodotti da determinati cambiamenti.

La previsione del futuro diventa davvero molto difficile quando c’è di mezzo l’uomo, come mostrato in questa rappresentazione artistica realizzata dall’Autore con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Infatti, prevedere il futuro dell’umanità è incredibilmente complesso, non solo per la molteplicità di variabili in gioco – tecnologiche, ambientali, sociali e politiche – ma anche perché l’essere umano, da sempre, cerca di dare un senso al proprio destino attraverso il trascendente. Questa tensione verso qualcosa che va oltre la realtà tangibile può influenzare le nostre decisioni e visioni del futuro, rendendo ancora più difficile una previsione puramente razionale o matematica. Alla fine, quindi, il futuro dell’umanità è una sorta di combinazione di logica, caos e speranza.

Se il futuro dell’uomo e della civiltà non si può prevedere per via matematica, una tecnica relativamente recente ma ampiamente usata consente di saperne di più, anche sul lungo termine, ed è quella di “ragionare per scenari”. Si tratta di fare congetture ragionevoli e alternative fra loro sull’avvenire – gli scenari, per l’appunto – usando molta immaginazione e basandosi sulla conoscenza dei punti fermi, delle incertezze e delle tendenze principali del nostro tempo in campo sociale, economico, politico, tecnologico, eccetera. Naturalmente, se per ogni tendenza si adotta un trend estremamente positivo, si ottiene uno scenario positivo, e in effetti gli scenari più semplici da ottenere sono quelli totalmente ottimistici o pessimistici, ma si possono immaginare una serie di scenari intermedi. Dunque gli scenari permettono, più che di prevedere un ben preciso futuro, di capire meglio la situazione nella sua globalità, di valutare l’importanza di certi eventi o di loro combinazioni, nonché di fare ipotesi sui vari possibili mondi futuri tenendo conto delle “sorprese”, cioè degli eventi per loro natura imprevedibili.

Quali sono i futuri possibili per una civiltà tecnologica?

Il problema di come una generica civiltà tecnologica giunta ad uno stadio di sviluppo simile al nostro possa in seguito evolvere è stato affrontato in passato – sia pure con scopi completamente diversi – non tanto da futurologi, sociologi, economisti o storici, quanto, piuttosto, da una ristretta categoria di ricercatori: quella degli astronomi, dei fisici e degli ingegneri impegnati nella caccia a ipotetiche civiltà extraterrestri che potrebbero nascondersi nelle profondità dell’universo.

In particolare, analizzando i molteplici possibili sbocchi evolutivi futuri di una società tecnologica aliena evolutasi sulla falsariga della nostra, alcuni scienziati interessati al SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence) hanno tentato di valutare, negli ultimi quarant’anni, la durata media di una civiltà tecnologica extraterrestre. Essa, infatti, indicata di solito con la lettera L, rappresenta uno dei parametri fondamentali della famosa “equazione di Drake”, la semplice formula matematica proposta negli anni Sessanta dal radioastronomo americano Frank Drake per stimare il numero di civiltà aliene potenzialmente contattabili oggi presenti nella Galassia. In base a tale equazione, maggiore è la durata media di eventuali società tecnologiche extraterrestri in grado di inviare o ricevere segnali radio, di costruire sonde spaziali, o di manifestare in qualche modo la propria esistenza o di rilevare la presenza altrui, e maggiore è – a parità di altri fattori contemplati dalla formula di Drake – la probabilità, per la nostra giovanissima civiltà, di entrare prima o poi in contatto con delle intelligenze aliene.

Ebbene, uno dei risultati per noi più importanti di questi originali studi è che, prendendo come modello la nostra attuale società tecnologica, si possono immaginare vari tipi di scenari futuri. Il più pessimistico prevede la scomparsa definitiva della specie umana a causa di un’improvvisa e rapida autodistruzione oppure di una catastrofe di origine astrofisica: eventi che, in linea di principio, possono avvenire anche l’anno prossimo, come pure tra secoli o millenni. Invece, lo scenario più ottimistico è quello della sopravvivenza della specie umana e di un progresso tecnologico continuo o quasi-continuo: cioè, di uno sviluppo della tecnologia fino ai suoi estremi limiti, in un futuro che ha apparenti analogie con quello ipotizzato da molti scrittori di fantascienza. Tra queste due ipotesi estreme – e forse per questo, sebbene non necessariamente, meno plausibili – vi sono poi tutta una serie di possibilità intermedie, che racchiudono probabilmente l’evoluzione futura effettiva della nostra civiltà tecnologica.

I due scenari limite ottimistico e pessimistico, e quelli intermedi, possono venire visualizzati in maniera rozza – ma sicuramente assai intuitiva – su un grafico, riportando sull’asse orizzontale il tempo e su quello verticale il livello di sviluppo raggiunto dalla nostra civiltà tecnologica in funzione, appunto, del tempo. Per livello di sviluppo si intende, sostanzialmente, la capacità raggiunta fino a quel momento dall’uomo di allentare la propria dipendenza dai vincoli posti dalla natura. Nel grafico da noi proposto, tuttavia, l’andamento nel tempo del grado di sviluppo a partire dai primi Homo sapiens a oggi è rappresentato, per semplicità, con una linea quasi-retta, la quale potrebbe far pensare a un progresso lineare nel tempo; il che, ovviamente, è vero solo in primissima approssimazione, dal momento che, nella storia umana, a momenti di crescita molto rapidi si sono alternati lunghi periodi pressoché di stasi. L’andamento preciso della curva, in ogni caso, dipende da come viene misurato il livello di sviluppo raggiunto: se, ad esempio, dal grado di complessità dei manufatti prodotti, dalla quantità di informazione gestita, e così via.

Il futuro forse più realistico della nostra civiltà tecnologica, almeno sul brevissimo termine, è compreso tra i due scenari estremi: quello assai pessimistico di una rapida autodistruzione e quello, assai ottimistico, di un progresso tecnologico continuo. (fonte: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Nell’ambito degli scenari futuri intermedi, si possono immaginare innumerevoli andamenti per la curva del livello di sviluppo tecnologico, dati dalle possibili combinazioni di fasi più o meno lunghe di stagnazione, di parziali cadute, di oscillazioni, eccetera. Infatti, il progresso tecnologico praticamente continuo attuale potrebbe essere, piuttosto presto, rallentato o interrotto in modo più o meno brusco da varie cause, quali crisi ambientali, sociali, economiche, oppure distruzioni e catastrofi dovute all’azione dell’uomo o della natura. D’altra parte, se il grado di sviluppo della tecnologia umana scendesse, in seguito a tali eventi, ben al di sotto del livello odierno, si potrebbe avere la fine della civiltà tecnologica propriamente detta – magari a vantaggio di una società più simile a quella, non tecnologica, della Grecia classica – o la fine della stessa civiltà, che significherebbe precipitare in uno stato di barbarie. Almeno nel primo caso, però, una nuova civiltà potrebbe risollevarsi ai livelli di oggi e superarli; o, al contrario, non tornare a uno stadio di sviluppo tecnologico elevato, ma riuscire, in compenso, a sopravvivere più a lungo.

L’imprevedibilità del futuro: la “singolarità” e le “sorprese”

In realtà, gli scenari fortemente ottimistici – o quelli intermedi, che prevedono comunque un discreto progresso tecnologico futuro – possono essere delineati in maniera ancora abbastanza attendibile finché non si supera una certa soglia di sviluppo, oltre la quale non solo non è possibile prevedere granché di preciso, ma probabilmente non ha nemmeno troppo senso parlare di civiltà tecnologica: ad esempio, perché la società umana si sarà evoluta in qualcosa di assai differente, di cui ciò che noi oggi chiamiamo civiltà tecnologica rappresenta soltanto uno stadio di passaggio. Per lo stesso motivo, del resto, non ha granché senso parlare di società tecnologica per l’epoca degli antichi Romani, e mai quei nostri lontani progenitori si sarebbero potuti figurare la moderna società umana. La soglia oltre la quale il futuro diventerà, per definizione, qualcosa di inimmaginabile rappresenta un momento importante nell’evoluzione dell’odierna civiltà, ed è chiamata dai futurologi “singolarità”: in pratica, la si raggiungerà quando i limiti del prevedibile verranno superati in una vasta gamma di aree tecnologiche fondamentali.

A sinistra: La singolarità tecnologica impedisce, in linea di principio, la previsione di ciò che accadrà dopo di essa (qui rappresentato con l’area più scura). Il movimento filosofico e culturale del transumanesimo da una parte, e la fantascienza dall’altra, possono illuminarci su questa sorta di “zona d’ombra” del nostro futuro. A destra: il tumultuoso sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe portare a una “singolarità” (ed eventualmente a esseri “trans-umani”) molto prima di quanto si creda, impedendoci di fare previsioni sull’evoluzione successiva della nostra civiltà tecnologica. (fonte della figura di sinistra: adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Non sappiamo, purtroppo, quanto la singolarità potrebbe collocarsi lontano nel futuro, come pure non abbiamo indicazioni quantitative riguardo l’ancor più importante parametro L, la durata media di una civiltà tecnologica capace almeno di inviare onde radio nello spazio e di riceverne (e dunque con un grado di sviluppo sostanzialmente uguale o anche ben superiore al nostro). Una stima pessimistica porta ad attribuire ad L un valore di poche decine di anni, pari al tempo che può trascorrere, ad esempio, dall’invenzione dei radiotelescopi a una guerra termonucleare globale che provochi una prematura autodistruzione della civiltà. Una stima ottimistica, invece, per quanto ne sappiamo, potrebbe concedere a una civiltà tecnologica una durata di milioni, o addirittura miliardi, di anni: per la verità, non conosciamo un limite superiore a tale longevità, se non quello generico – e comunque estremamente lontano nel tempo per preoccuparsene – rappresentato dal progressivo venir meno di certi requisiti di abitabilità dovuti all’invecchiamento della propria stella, della propria galassia e, infine, dell’intero universo.

Il futuro della nostra civiltà tecnologica si articola, come il passato, su diverse scale temporali, sebbene non sia possibile sapere con esattezza su quale scala si collocheranno i grandi eventi legati all’uomo o ai suoi lontani discendenti. Su una scala temporale molto breve – diciamo, di pochi anni – è ragionevole tentare di estrapolare quasi tutte le tendenze attuali ed escludere, salvo sorprese catastrofiche, cambiamenti radicali. Su una scala temporale di 100 anni, importanti accadimenti storici e rivoluzionarie scoperte scientifiche impediscono già previsioni precise dell’evoluzione successiva. Su una scala di 1.000 anni, si può assistere alla colonizzazione umana del Sistema Solare, come pure al declino della civiltà occidentale e alla comparsa di altre civiltà dominanti. Su una scala di 10.000 anni, l’uomo può scomparire per sempre, o espandersi nello spazio interstellare, magari decidendo nel frattempo di intervenire geneticamente su se stesso a livello di specie. Su una scala di 100.000 o più anni, risulta impossibile fare previsioni, ma probabilmente il nostro destino – buono o cattivo che sia – sarà già stato deciso da tempo.

In realtà, sul breve termine, questo dell’estrapolazione dal passato è un metodo che in genere funziona piuttosto bene, purché ad alterare gli sviluppi futuri non intervengano nel frattempo delle “sorprese”, cioè degli eventi inattesi in grado di modificare bruscamente i cambiamenti che i trend in corso sembrano suggerire. Si tratta di un’ipotesi di solito abbastanza ragionevole nel caso dei sistemi fisici e naturali, molto meno nella nostra società o comunque quando entrano in gioco i comportamenti umani. Per definizione stessa, le sorprese sono eventi – spesso di grande impatto e talvolta catastrofici – che non è possibile anticipare perché mai accaduti prima o perché difficilmente prevedibili: ne sono un esempio l’invenzione del transistor e la formazione del buco nell’ozono, la comparsa del morbo della mucca pazza e dell’epidemia di SARS, nonché il terribile attacco terroristico dell’11 settembre. Le sorprese rendono tipicamente poco attendibili le estrapolazioni delle tendenze umane superiori ai 10-20 anni nel futuro, e possono “mandare all’aria” anche le proiezioni a brevissimo termine.

I rischi globali terminali e quelli sopportabili

L’uomo, sin dalle sue origini, è stato esposto a varie minacce relative alla sua sopravvivenza – malattie, guerre, carestie, eccetera – ma si è sempre trattato di pericoli superabili dall’umanità nel suo insieme. Oggi, invece, per la prima volta nella Storia, sta emergendo una categoria di rischi completamente nuova: quella dei rischi globali terminali, cioè delle minacce in grado di causare la scomparsa in breve tempo dell’intero genere umano, oppure di compromettere in modo drastico e permanente il suo potenziale di sviluppo futuro. Un bang, o “botto”, che provochi l’estinzione rapida e improvvisa dell’Homo sapiens, è l’esito più ovvio e concettualmente facile da capire di un rischio globale terminale. Due modi in cui già ora il mondo potrebbe finire in un botto sono una guerra mondiale combattuta con armi termonucleari e la caduta sulla Terra di un grosso corpo asteroidale o cometario. Ma un crunch, o “lento declino”, della civiltà, come sarebbe ad es. quello provocato da un inarrestabile effetto serra a valanga, non sarebbe meno grave di un botto, se portasse la società a un arresto tecnologico senza fine.

Inoltre, mentre alcuni eventi sono in grado di spazzare direttamente via l’Homo sapiens dal pianeta, altri possono provocare “solo” il rapido collasso della moderna civiltà, in quanto almeno una piccola parte degli esseri umani riuscirebbe a sopravvivere. È il caso, ad esempio, di un’epidemia assai diffusa e letale, di una guerra termonucleare dagli effetti limitati, o magari della caduta di un corpo extraterrestre dalle dimensioni non troppo grosse. Ora, però, non è detto che, una volta collassata, la civiltà possa risorgere e superare i livelli di sviluppo pre-crisi, anche se la specie umana dovesse sopravvivere ancora a lungo. Noi potremmo, ad esempio, aver già esaurito o consumato troppe delle risorse facilmente disponibili di cui una società tornata a vivere alle condizioni dell’età della pietra avrebbe bisogno per raggiungere il nostro livello di tecnologia. Per di più, una razza umana precipitata in uno stato primitivo sarebbe vulnerabile ai processi naturali di estinzione né più né meno di qualsiasi altra specie animale.

I rischi terminali vanno poi ben distinti dai rischi globali sopportabili, cioè quelli che non provocano né l’estinzione dell’umanità, né il suo retrocedere permanente a uno stato di barbarie o a un livello (più basso rispetto all’attuale) di civiltà “quasi non tecnologica”. Questo tipo di rischi include, ad esempio, una recessione economica mondiale senza precedenti, un riscaldamento globale moderato, una consistente perdita della biodiversità planetaria, una guerra su larga scala combattuta con armi convenzionali. Purtroppo, la soglia critica che, per un dato tipo di evento, separa le conseguenze terminali da quelle sopportabili – cioè che distingue un botto “finale” da uno che non lo è – risulta sempre assai difficile da determinare. Naturalmente, il fatto che un rischio globale sia sopportabile non significa che sia accettabile o non particolarmente serio, ma solo che l’umanità può alla fine riprendersi e che gli effetti, per quanto gravi, sono da considerarsi transitori. D’altra parte, è anche vero che un rischio globale sopportabile potrebbe costituire un rischio terminale per molti individui o, localmente, per intere popolazioni.

I rischi globali terminali e i rischi globali sopportabili, in effetti, non sono altro che due delle categorie in cui si possono classificare qualitativamente i rischi. In base alle conseguenze dell’evento e alla sua portata, cioè alle dimensioni del gruppo di persone minacciate, distinguiamo difatti 6 diversi tipi di rischi, come nella tabella qui sotto: i rischi “sopportabili” (che possono essere personali, locali o globali) ed i rischi “terminali” (personali, locali o globali). “Globale” significa che il rischio riguarda l’intero genere umano ed i suoi discendenti; “personale” o “locale” che riguarda, rispettivamente, il singolo individuo o un gruppo circoscritto di persone. Per ogni classe di rischio è riportata in tabella una conseguenza tipica: a livello personale, ad esempio, la morte – ma pure un danno fisico permanente o una condanna al carcere a vita – sono eventi terminali, perché precludono all’individuo la possibilità di vivere il tipo di vita a cui aspira. Infine, un ulteriore parametro che caratterizza ogni rischio è, ovviamente, la sua probabilità di verificarsi: a parità di altri fattori, una minaccia è tanto più seria quanto maggiori probabilità ha di concretizzarsi.

Tabella che mostra una semplice classificazione qualitativa dei diversi tipi di rischi in base alle conseguenze dell’evento e alla portata della minaccia. (fonte della tabella: M. Menichella, “Mondi futuri”)

Il mondo sta andando verso uno schianto…

Lo sviluppo tecnologico della nostra civiltà è diventato ormai rapidissimo e, col suo stesso realizzarsi, fornisce all’uomo mezzi di distruzione sempre più potenti. Se non saremo in grado di controllare la nostra tecnologia, potremmo arrivare ad autodistruggerci all’improvviso e in un tempo relativamente breve: noi chiameremo “schianto” (bang), o “botto”, questa possibile fine della civiltà o dell’intera umanità.

In effetti, la rapida catastrofe associata a uno schianto può, a seconda delle caratteristiche specifiche dell’evento scatenante, provocare varie conseguenze immediate sul genere umano. La peggiore eventualità è rappresentata dall’estinzione della nostra specie, l’Homo sapiens: si tratterebbe, ovviamente, della prima irreparabile crisi della nostra civiltà tecnologica, fatale a tal punto che rimarrebbe anche l’unica, perché non riusciremmo a superarla. Ma se una piccola parte dell’umanità sopravvivesse al disastro, i danni dello schianto si limiterebbero, almeno inizialmente, al repentino collasso dell’attuale civiltà tecnologica, o della civiltà tout court. Un simile esito potrebbe costituire solo una fase transitoria, che non inibirebbe una successiva crescita della civiltà umana oltre i livelli di sviluppo finora raggiunti; o, al contrario, potrebbe compromettere in modo drastico e permanente il potenziale di sviluppo futuro della nostra civiltà tecnologica, che pertanto non ritornerebbe mai più nemmeno ai livelli pre-crisi. In quest’ultimo caso, un’umanità divenuta vulnerabile potrebbe anche finire per estinguersi prematuramente.

Pertanto, si può immaginare l’esistenza di due “soglie” importanti in relazione al livello di sviluppo tecnologico a cui precipita la civiltà immediatamente dopo il botto. Esse permetterebbero di separare i tre possibili esiti finali dello schianto: una prima soglia separerebbe l’esito finale dell’estinzione dell’uomo dal collasso permanente della civiltà tecnologica al di sotto dei livelli pre-crisi; mentre una seconda soglia, più alta, separerebbe tale collasso permanente da un collasso solo temporaneo della nostra civiltà. Il grado di sviluppo tecnologico post-bang corrispondente a ciascuna soglia, però, non è definito da un valore preciso, bensì da un ampio intervallo di valori, perché l’esito finale di uno schianto può variare col tempo trascorso dal botto. Infatti, più questo è lungo, maggiore è la probabilità che la popolazione sopravvissuta al collasso della civiltà si possa, nel frattempo, estinguere. E, nello stesso arco di tempo, una civiltà che all’inizio sembrava incapace di “risollevarsi” dal collasso potrebbe invece risorgere; mentre, al contrario, una ritenuta in grado di superare lo schianto, potrebbe non recuperare.

A sinistra, un libro dell’amico Roberto Vacca, futurologo, che affrontava (in maniera alquanto sommaria) il tema della degradazione dei grandi sistemi. A destra, una figura da me realizzata oltre vent’anni fa per affrontare in maniera più analitica l’argomento del futuro della nostra civiltà tecnologica e dei vari scenari possibili. Essa mostra le due importanti soglie nel livello di sviluppo post-bang che separano i tre possibili esiti di uno schianto, o bang, della nostra civiltà tecnologica. Esse dipendono dal tempo T al quale si valutano tali esiti. In particolare, per la soglia 2, che separa il collasso permanente sotto i livelli pre-crisi dal collasso solo temporaneo, esiste un intero intervallo di valori di soglia che diventa sempre più ampio al crescere di T. (fonte: figura di destra adattata da M. Menichella, “Mondi futuri”)

Può essere, quindi, assai difficile stabilire a priori se le conseguenze di un evento che provochi uno schianto dalla prevedibile portata immediata collochino questo al di sopra o al di sotto delle due soglie critiche – e, nel senso appena illustrato, ambigue – che determinano se si avrà poi, sul lungo termine, un certo esito piuttosto che uno del tutto diverso. Un semplice esempio è rappresentato dalla collisione contro la Terra di un asteroide vagante nello spazio, i cui effetti dipendono, in primo luogo, dalle dimensioni del proiettile cosmico. Se quest’ultimo fosse un asteroide del diametro di 100 chilometri, l’estinzione del genere umano, a causa delle catastrofi che conseguenze climatiche innescate dall’impatto, sarebbe assicurata: cioè l’evento si collocherebbe al di sotto di entrambe le precedenti soglie critiche. Se il diametro dell’asteroide fosse di appena 100 metri, al contrario, le conseguenze dell’urto sarebbero locali e limitate, e l’evento si collocherebbe al di sopra di entrambe le soglie. Non è invece nota la posizione rispetto alle due soglie di un evento intermedio, quale l’impatto con un corpo largo pochi chilometri.

La soglia che separa un crollo improvviso e permanente della civiltà quale noi la conosciamo da un collasso e un ritorno solo temporaneo al livello di una civiltà primitiva rappresenta, già di per sé, una vera e propria incognita. Difatti, la nostra moderna società, che soprattutto nei paesi avanzati è basata sul perfetto funzionamento di grandi strutture e organizzazioni, nonché di grandi sistemi tecnologici, risulta particolarmente fragile e vulnerabile a eventi catastrofici di eccezionale portata che ne riducano in modo rapido e massiccio la popolazione. D’altra parte, la capacità di recupero di una società sottoposta a una rapidissima degradazione dei propri sistemi sociali e tecnologici è proprio uno degli elementi fondamentali che non conosciamo bene. Sui relitti di una civiltà crollata e frazionata in molte piccole realtà indipendenti, autarchiche e arretrate potrebbe in seguito nascere, da qualche isola di ordine sociale magari posta in aree del mondo oggi in via di sviluppo, una nuova civiltà tecnologica; o, diversamente, potrebbero regnare sempre più incontrastati il caos e la barbarie: semplicemente, non lo sappiamo.

Vi sono almeno tre modi noti in cui l’attuale società tecnologica potrebbe già oggi crollare prematuramente in uno schianto come spiacevole risultato del suo stesso sviluppo. Una possibilità ovvia è una guerra nucleare globale seguita da un fallout devastante, che provocherebbe l’estinzione della specie Homo sapiens e di gran parte della vita presente sulla Terra. Come nei quarant’anni di Guerra Fredda, questo tipo di schianto sembra oggi diventato di nuovo probabile, mentre è in diminuzione – grazie ai vaccini a mRNA – il grado di rischio di una pandemia naturale altamente letale, che non potrebbe provocare l’estinzione della nostra specie ma una sua significativa riduzione numerica: evento in teoria sufficiente a far collassare la nostra civiltà. Il terzo e ultimo pericolo mortale, che al contrario si va facendo più probabile con il passare degli anni, è rappresentato dalla messa a punto, in qualche laboratorio, di una micidiale arma genetica, una sorta di “arma finale”: un patogeno in grado di sterminare l’intero genere umano o quasi, e che potrebbe venire impiegato in maniera deliberata o sfuggire al controllo dei suoi ideatori.

…o verso una lenta crisi su scala globale?

L’altro modo in cui la nostra civiltà tecnologica potrebbe regredire rispetto al livello di sviluppo attuale è quello non di un crollo improvviso, bensì di un ben più lento “lamento”: un declino, insomma, assai più graduale – riguardante una scala temporale di decenni, invece che di settimane o mesi – dovuto ai crescenti stress esercitati dall’attività dell’uomo sui sistemi naturali e sui sistemi umani medesimi, e destinati a diventare, oltre una certa soglia, insostenibili.

Il crescente impatto dell’uomo sull’ambiente non sarebbe un problema se non fosse per il fatto che il nostro pianeta ha – globalmente e localmente – una limitata “capacità di carico” o di sostentamento della popolazione, che dipende sia dalla quantità di risorse non rinnovabili di cui esso dispone, sia dalla capacità dell’ambiente di sostenerne le attività. In ecologia, la capacità di carico è definita come “il massimo numero di esemplari di una data specie che un determinato habitat è in grado di sostentare indefinitamente”: quando tale livello massimo viene superato – magari per una crescita eccessiva, non “sostenibile”, appunto, della popolazione – inizia il declino delle risorse, cui farà poi seguito il declino della popolazione stessa. Ad esempio, nel caso di una popolazione batterica che si moltiplica in laboratorio nel mondo limitato di una capsula di Petri, la crescita non è sostenibile proprio a causa della capacità di carico: prima o poi, i batteri consumano tutte le risorse disponibili e vengono sommersi dai propri rifiuti, o “inquinamenti”, estinguendosi, una fine certamente non bella.

Naturalmente, le interazioni umane con l’ambiente sono molto più complesse di quelle dei batteri e una fine simile, per l’uomo, sembrerebbe improponibile. Tuttavia, nella storia della nostra specie esiste un “fresco” precedente, riguardante l’isola di Pasqua, che dovrebbe farci riflettere. Milleseicento anni fa, quando venne colonizzata dai polinesiani, l’isola era un vero paradiso, ricco di foreste, di animali e di terra fertile. Dopo secoli di pace e di prosperità in cui i colonizzatori crearono una società sofisticata dal punto di vista economico, politico e culturale – testimoniata anche dalle famose statue giganti – per la crescita della popolazione gli alberi vennero tagliati a un ritmo superiore a quello di rigenerazione. La conseguente scarsità di legna per le imbarcazioni ridusse la quantità del pescato, costringendo a una caccia intensiva, mentre l’erosione del suolo dovuta alla deforestazione provocò la diminuzione dei raccolti. A causa della fame così sopraggiunta, si scatenarono gravi disordini; e, quando gli europei arrivarono sull’isola, nel 1772, i pochi superstiti vivevano ormai in uno stato di cannibalismo e di violenza su una distesa sterile e desolata.

Un’immagine realizzata dall’Autore, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di come verosimilmente appariva l’Isola di Pasqua dopo che i suoi abitanti avevano dissennatamente esaurito le risorse che garantivano il loro sostentamento, costringendoli al cannibalismo. Donde l’importanza del concetto di “capacità di carico”, che rappresenta il numero di persone che possono essere supportate in una determinata area entro i limiti delle risorse naturali, senza degradare l’ambiente naturale, sociale, culturale ed economico per le generazioni presenti e future.

Come ci insegna il semplice ma istruttivo esempio dell’isola di Pasqua, infatti, il vero guaio rappresentato dal superamento della capacità di carico a causa dell’eccessivo impatto dell’attività umana sull’ambiente e sugli ecosistemi, è che ciò può provocare, attraverso una fitta rete di rapporti causali tra le varie componenti in gioco, un forte impatto anche sulla società e sui suoi vari sistemi sociali, economici e politici. In altre parole, un impatto crescente dell’uomo sui sistemi naturali, oltrepassata una determinata soglia critica, produrrebbe un notevole impatto – con esito potenzialmente catastrofico – anche sui sistemi umani. Qualora la pressione sui sistemi naturali diventasse insostenibile, si avrebbe un lento declino della società, poiché si innescherebbe un processo di instabilità che porta a un deterioramento irregolare ma relativamente continuo della condizione umana; e, se il sistema è del tutto isolato e in balìa di se stesso, la popolazione e la sua crescita tenderebbero a ridursi a valori molto più bassi di quelli massimi pre-crisi.

Poiché non abbiamo ancora colonizzato lo spazio, la Terra rappresenta di fatto un habitat isolato, sebbene di gran lunga più vasto e complesso della remota e sperduta isola di Pasqua. Ora, fino a un paio di secoli fa, la popolazione umana e i relativi consumi erano così limitati che la capacità di carico poteva essere superata giusto su un’isola. Oggi, però, le tre maggiori “correnti” del cambiamento – crescita della popolazione, sviluppo tecnologico e aumento del benessere economico – sono tali che l’impatto dell’attività umana sui sistemi naturali è rilevante sia per valori assoluti sia per ritmo di incremento. Il rischio è dunque che la capacità di carico venga oltrepassata, un giorno probabilmente non troppo lontano, anche a livello planetario, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. Estrapolando su scala globale gli esempi precedenti, il timore è che non soltanto singoli paesi sottosviluppati, ma addirittura il mondo nella sua interezza e le sue istituzioni, entrino in gravissima crisi quando gli eccessivi tassi di crescita attuali portino al superamento della capacità di carico della Terra.

L’interazione fra i trend e le soglie critiche dei sistemi socio-politico-economici

Inoltre, capita di rado che gli attuali trend in materia di popolazione-risorse-ambiente agiscano da soli: il più delle volte, interagiscono con le altrettanto preoccupanti tendenze in tema di malattie, migrazioni, armi di distruzione di massa e terrorismo. In altre parole, l’inquinamento dell’ambiente globale ed i livelli intollerabili di consumo delle risorse sono soltanto due variabili di una serie di fattori politici, economici, sociali ed ecologici in grado di generare direttamente disordini o crisi, soffocando lo sviluppo di un paese o di un’intera società. Il crescente impatto dell’uomo sui sistemi umani non sarebbe tuttavia così temibile se questi ultimi non avessero, come i sistemi naturali, delle soglie critiche e instabili – poco o per niente conosciute – che potrebbero venire, prima o poi, raggiunte e oltrepassate a causa degli stress sempre maggiori a cui le strutture socio-politico-economiche sono sottoposte. A rischio, in particolare, risulta l’equilibrio geopolitico tra alcune superpotenze nucleari, come pure quello fra il Nord del mondo, ricco e industrializzato (con l’Europa e gli Stati Uniti in testa), e il Sud povero ed in via di sviluppo.

L’Occidente, in effetti, si rende conto che la sua sicurezza e il suo benessere, per la prima volta, sono messi in forse da minacce non più solo di tipo militare, che provengono soprattutto dal Sud economico del pianeta e risultano difficili da tenere sotto controllo. Esse sono, da una parte, quelle dirette, rivolte agli interessi vitali e all’integrità territoriale delle nostre nazioni: parliamo del rischio di attentati o, addirittura, di attacchi missilistici con armi di distruzione di massa, scatenati da gruppi terroristici internazionali o da Stati-canaglia. Invece, le minacce indirette, non militari, alla sicurezza e al benessere occidentale provenienti dal Sud del mondo sono quelle derivanti dal degrado dell’ambiente globale, dal rapido esaurimento delle risorse planetarie, dall’emergere di nuove malattie e dal rischio di immigrazioni massicce: tutti fenomeni che nascono, di solito, nei paesi in preda all’esplosione demografica, e sono resi ancor più inquietanti dal sorgere di movimenti radicali islamici, dall’allargarsi del divario economico Nord-Sud e dalla sempre più iniqua distribuzione mondiale di risorse primarie e di tecnologie.

Già solo il divario demografico e tecnologico sempre più ampio fra il Nord ricco e il Sud povero del mondo potrebbe portarci sul medio termine – cioè nei prossimi decenni, e forse secoli – allo stesso risultato di una catastrofe ben più spettacolare e repentina. Questo perché gli attuali andamenti in tema di popolazione-ambiente-risorse e di epidemie-armamenti-migrazioni-terrorismo, che derivano in ultima analisi dal suddetto divario, sono sempre più fonte di povertà, malattie, degrado ambientale, conflitti, violenze e imbarbarimento. Al ritmo di crescita degli ultimi anni, quindi, i trend odierni non sono sostenibili a lungo sul nostro pianeta, a causa della crescente pressione esercitata sui sistemi naturali e umani che potrebbe presto superare la soglia di guardia. Si potrebbe, a quel punto, innescare su scala mondiale una spirale molto pericolosa, che porterebbe verso una situazione esplosiva di instabilità internazionale, di grave crisi ecologica e di maggiore conflittualità fra gli stati, alimentando un circolo vizioso assai difficile da interrompere e, dunque, creando una seria minaccia alla sicurezza e al benessere globali.

Il superamento di soglie critiche poco conosciute e studiate potrebbe causare, molto prima di quanto comunemente si pensi, il collasso dei sistemi socio-politico-economici anche nei paesi del Nord ricco e industrializzato del mondo, come raffigurato in questa immagine drammatica creata dall’Autore con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Si prospettano, in effetti, più che una serie di crisi limitate e in teoria superabili dovute ad un solo fattore – un effetto serra galoppante, una guerra per l’acqua, un attentato terroristico devastante – crisi di più vasta portata causate da una concomitanza di fattori o di eventi sottovalutati. Esse potrebbero dare il via, con l’eventuale crollo dell’ordine sociale che ne seguirebbe soprattutto nei paesi ricchi e industrializzati – più vulnerabili per la sofisticata organizzazione sociale ed i grandi e complessi sistemi economici e tecnologici che li sostengono – a un processo catastrofico in grado di paralizzare il funzionamento delle società più sviluppate e di condurre alla morte migliaia o milioni di persone. Si preannuncia, quindi, un lento deterioramento del tenore di vita attuale nel mondo occidentale, ed è a rischio addirittura la sopravvivenza di una civiltà tecnologica e dell’uomo sulla Terra, dal momento che il decadimento della società potrebbe far crescere, di pari passo, la probabilità che si possa arrivare a un collasso improvviso della civiltà o a una fine dell’umanità nella follia o nella disperazione di uno schianto.

Desidero dedicare questo articolo, non senza una grande nostalgia nonostante il tempo trascorso dalla sua scomparsa, alla memoria dell’amico e maestro Paolo Farinella (1953-2000), che mi incoraggiò ad affrontare tematiche così importanti fin dai tempi dell’Università. Se ho sviluppato una passione per i temi interdisciplinari, lo devo anche a lui. Ho inoltre un enorme debito nei confronti di Luciano Anselmo (già CNR, Pisa) per i preziosi consigli ricevuti nella fase finale di revisione del testo. Naturalmente, la responsabilità di ogni eventuale errore residuo è esclusivamente dell’Autore.

Mario Menichella (fisico e divulgatore) – m.menichella@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Le 10 grandi tendenze planetarie che più influenzano il nostro futuro”, Fondazione Hume, 3 febbraio 2025.

[2]  Menichella M., “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari, Scibooks Edizioni, 2005.

Il libro è liberamente scaricabile dal mio sito web personale (http://www.menichella.it) all’indirizzo: http://www.menichella.it/MONDI%20FUTURI.pdf

Le 10 grandi tendenze planetarie che più influenzano il nostro futuro

3 Febbraio 2025 - di Mario Menichella

In primo pianoPoliticaSocietà

“Chi non pensa al futuro, non ne avrà uno”

John Galsworthy

Una ventina d’anni fa usciva il mio libro “Mondi futuri. Viaggio fra i possibili scenari”, che affrontava il tema delle reciproche interconnessioni fra i problemi globali, le minacce emergenti e le grandi forze del cambiamento che plasmano lo sviluppo della nostra civiltà tecnologica. Accanto a scenari ottimistici, si prospettavano catastrofi che avrebbero potuto mettere a rischio il futuro del mondo. Oggi questi ultimi scenari sembrano essere quelli più vicini a realizzarsi e il libro pare rivelarsi profetico. La strada per migliorare le condizioni del nostro mondo passa attraverso l’individuazione dei problemi realmente importanti e la successiva ricerca di soluzioni interdisciplinari e condivise. L’uomo, con i suoi comportamenti, le sue conoscenze, la sua coscienza e responsabilità può agire positivamente, sia nei diversi campi a cui è chiamato ad impegnarsi che sul proprio territorio di appartenenza. Ma tutto parte da una chiara consapevolezza di quella che è l’evoluzione in atto e degli enormi rischi ad essa connessi, che sono spesso sottovalutati o per ignoranza o perché – erroneamente – ritenuti improbabili.

L’importanza di una visione d’insieme che oggi manca

Se vi chiedessi all’improvviso di elencare le 10 principali forze di cambiamento che stanno maggiormente influenzando il presente e il prossimo futuro della nostra civiltà tecnologica, è probabile che fatichereste a trovare una risposta completa (ma, anche solo per curiosità, chiudete un attimo gli occhi e provateci per davvero): forse ne individuereste alcune, ma dubito che riuscireste a identificarne più di 6 o 7, anche concedendovi un’ora di tempo per rifletterci.

La ragione principale risiede nel fatto che, in una società così complessa e interconnessa, manca una visione d’insieme, quello che mi piace definire “il guardare la foresta invece dei singoli alberi”. Il sistema scolastico e universitario, infatti, forma nella maggior parte dei casi degli specialisti che, proprio a causa di una eccessiva specializzazione, finiscono col sapere – passatemi l’espressione un po’ tranchant – “tutto di nulla”, dato che il loro campo di approfondimento è assai ristretto. Ciò porta a una grave carenza di veri scienziati o esperti in grado di cogliere i collegamenti fra discipline diverse.

Occorre, in altre parole, avere la capacità di cogliere le connessioni invisibili fra problemi, fenomeni, avvenimenti e aree del sapere all’apparenza distanti fra loro. E non è solo una questione teorica: basti pensare a come la pandemia di COVID-19 abbia mostrato quanto siano fragili e interdipendenti le nostre strutture sanitarie, economiche e sociali su scala globale. Oppure come l’innovazione tecnologica accelerata dall’intelligenza artificiale stia ridefinendo non solo il lavoro, ma anche le nostre relazioni sociali, politiche e culturali. Siamo, insomma, soggetti a potenti forze del cambiamento ed ai relativi rischi.

Questo è stato uno dei motivi, insieme alla mia curiosità e alla passione per le tematiche interdisciplinari, che mi spinsero, 26 anni fa, a intraprendere un’approfondita analisi dei problemi globali e delle loro interconnessioni. Questo percorso mi portò, sette anni più tardi, a scrivere e pubblicare il libro “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari” (oggi non più in commercio, ma scaricabile gratuitamente dal mio sito web personale: trovate il link nella bibliografia in fondo a questo articolo), che è stato definito da molti lettori  un saggio sorprendentemente attuale e, in certi aspetti, quasi “profetico”.

Tuttavia, considerando che nel frattempo la situazione è evoluta e sono emerse nuove minacce per l’umanità, ho ritenuto opportuno aggiornare quell’analisi. Ho presentato per la prima volta una sintesi di questo aggiornamento durante una conferenza pubblica tenutasi circa un anno fa presso la splendida Biblioteca Comunale di Pistoia. L’evento faceva parte di una serie di incontri-dibattito intitolata “Dal Macro al Micro“, organizzata dall’associazione culturale Orizzonte Green (https://www.orizzontegreen.it/), fondata principalmente grazie all’iniziativa dell’ing. Marco Bresci.

Le 10 principali forze del cambiamento nella civiltà attuale

Considerando la vastità dell’argomento trattato nel mio libro, in questo articolo mi concentrerò su uno degli aspetti a mio avviso fondamentali: le grandi tendenze a breve ed a medio termine. Queste tendenze sono, da un lato, la causa dei problemi immediati che l’umanità deve affrontare e, dall’altro, rappresentano minacce future già visibili o che potrebbero emergere nel lungo periodo.

Una mia illustrazione grafica della relazione fra 1. Tendenze, 2. Problemi attuali e 3. Minacce future. In primo piano la copertina del libro “Mondi futuri”, da cui la figura è tratta.

Un esempio concreto è l’epidemia di SARS-CoV-2, che possiamo considerare quello che io chiamo “un problema immediato” (almeno lo è stato fino a poco tempo fa), derivante da una tendenza più ampia: la “crescente vulnerabilità alle epidemie”. Questa tendenza racchiude in sé minacce per il futuro potenzialmente ancora più gravi, come quella descritta nel mio libro: un virus ingegnerizzato in laboratorio che combini la letalità del virus Ebola, il lungo periodo di incubazione dell’HIV e la facilità di trasmissione dell’influenza. Un virus del genere potrebbe avere una letalità vicina al 100%!

Non stiamo quindi parlando affatto di questioni marginali, bensì di tematiche fondamentali per il futuro della nostra civiltà su questo pianeta. Ma andiamo al sodo: in questa slide, tratta dalla mia conferenza, è riportato l’elenco delle 10 grandi tendenze di cui ho parlato in apertura. Le prime 7 erano già presenti nel mio libro “Mondi futuri”, mentre le ultime 3 rappresentano, purtroppo, delle nuove e sgradite “new entry”.

Le 10 grandi tendenze del cambiamento che sono, a mio avviso, all’origine della maggior parte dei più seri problemi globali attuali e delle principali minacce per il futuro della nostra civiltà tecnologica.

Come si può notare, le aree trattate spaziano dalla demografia all’ecologia, dalla genetica alla fisica, dalla geopolitica all’antropologia, dall’economia all’intelligenza artificiale, solo per citare alcune delle macro-discipline coinvolte in questa analisi. Naturalmente, non intendo qui approfondire ciascuna di queste tendenze, molte delle quali sono illustrate dettagliatamente nel mio libro. Il mio obiettivo è piuttosto quello di far comprendere l’importanza di adottare una visione globale e sistemica del mondo.

All’inizio di questo articolo ho citato un aforisma del romanziere inglese John Galsworthy: “Chi non pensa al futuro non ne avrà uno”. Questo aforisma sembra voler sottolineare l’importanza, valida anche per la nostra civiltà tecnologica, di pianificare e riflettere sul futuro. Se non ci si preoccupa delle scelte che si fanno oggi e di come queste possano influenzare il domani, si rischia di non avere un futuro soddisfacente o, peggio, di non averlo affatto! È come dire che le azioni di oggi determinano il nostro domani: se non ci si prepara, il futuro potrebbe risultare fortemente problematico o assolutamente buio e incerto.

Le connessioni tra le problematiche e il fattore “imprevisti”

Un aspetto fondamentale che desidero sottolineare è che ciascuna delle tendenze di cambiamento menzionate non è stata selezionata casualmente: ognuna di esse ha il potenziale di innescare, direttamente o indirettamente, il collassodella nostra civiltà tecnologica. Si tratta quindi di questioni di massima rilevanza, che devono essere considerate all’interno di un quadro complessivo più ampio e che ci invitano a prendere responsabilità per le decisioni presenti, affinché possano guidarci verso un domani migliore.

Il punto centrale è che molte delle 10 tendenze descritte sono strettamente interconnesse. Per esempio, la carenza di determinate risorse può sfociare in conflitti armati; il cambiamento climatico può provocare migrazioni su larga scala; e l’incremento demografico può intensificare sia il consumo di risorse che il degrado ambientale. Non sorprende, dunque, che nel mio libro abbia incluso un grafico delle interconnessioni tra i vari “problemi”, “minacce” e “tendenze” (intese/i nel senso illustrato in precedenza), elaborato durante i sette anni di preparazione del testo e di ricerca di informazioni presso le più prestigiose biblioteche italiane (all’epoca Internet era ancora agli inizi, non ricco di materiali come oggi).

Nonostante l’analisi delle connessioni tra le sfide attuali e le minacce future aiuti a immaginare i possibili scenari futuri, esistono sempre dei fattori imprevedibili, che nel mio libro definisco “imprevisti”. Due esempi emblematici risalenti agli anni Ottanta sono la scoperta, nel 1985, del buco dell’ozono stratosferico (causato dai clorofluorocarburi rilasciati dall’uomo nell’atmosfera attraverso le bombolette spray, gli agenti refrigeranti, etc.) e, l’anno seguente, l’identificazione del morbo di Creutzfeldt-Jacob – noto come la “mucca pazza” – dovuto ai prioni.

In ambito economico, questi eventi imprevisti e negativi sono spesso denominati “cigni neri”. Un “cigno nero” rappresenta un evento estremamente improbabile ma dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Un esempio potrebbe essere l’impiego (da parte di qualsivoglia soggetto e per qualsivoglia ragione) di una bomba atomica tattica, che potrebbe rapidamente degenerare in un conflitto termonucleare globale, come ipotizzato in alcuni celebri film del passato (The Day After, Wargames, ecc.).

Un “cigno nero” è un evento che esula dalle aspettative convenzionali, il quale solitamente quanto più ha un impatto significativo e può cambiare l’attuale stato delle cose, tanto più è ritenuto improbabile.

La durata tipica di una civiltà tecnologica

Una delle motivazioni principali che mi spinsero a scrivere Mondi futuri fu la mia curiosità generale e, in particolare, l’interesse verso la durata di una civiltà tecnologica. Già qualche anno prima, infatti, avevo affrontato questo tema nel libro A caccia di E.T.: La ricerca di vita e intelligenza nello spazio, seguendo le orme di Piero Angela, che lo aveva esplorato agli inizi della sua carriera di divulgatore.

Escludendo l’ipotesi che la nostra civiltà sia un caso unico nell’Universo, è logico supporre che nella nostra galassia si siano sviluppate altre civiltà tecnologiche. Il loro numero può essere stimato, seppur in modo approssimativo, tramite la piuttosto nota “equazione di Drake”, formulata dall’astronomo americano Frank Drake. Questa equazione considera diversi fattori: il tasso medio di formazione di stelle simili al Sole, la frazione di queste stelle con sistemi planetari, e così via. L’ultimo termine dell’equazione è rappresentato da L, ovvero la durata di una civiltà tecnologica capace di comunicare, cioè in grado di emettere onde radio e segnali ottici nello spazio.

Slide che mostra l’astronomo Frank Drake e la sua famosa equazione per stimare il numero di civiltà galattiche comunicative. In primo piano, il mio libro “A caccia di E.T.”, con prefazione di Margherita Hack.

Il problema è che disponiamo di un solo esempio concreto di civiltà tecnologica: la nostra. Siamo diventati una civiltà comunicativa poco più di un secolo fa e potremmo autodistruggerci in qualsiasi momento. Questo pensiero mi ha spinto a esplorare il futuro e la possibile fine del mondo, dell’Universo, del pianeta Terra e della specie Homo sapiens. Era un tema che nessuno aveva mai analizzato in modo sistematico e interdisciplinare come tentai di fare nel mio saggio, nonostante fosse principalmente un’opera divulgativa.

Il mondo, così come lo conosciamo oggi, potrebbe finire, come già suggeriva il poeta Thomas S. Eliot, con un “botto” improvviso o con un “laménto”, intendendo con quest’ultimo semplicemente un lento declino. Per determinare la durata tipica di una civiltà tecnologica come la nostra, è necessario analizzare a fondo le possibili strade che conducono al declino o al collasso, sia totale che parziale. Questo è un tema affascinante che offre molte scoperte davvero interessanti durante il percorso.

La crisi di “intelligibilità” e le sfide attuali

Già vent’anni fa, nella prefazione del mio libro Mondi futuri, scrivevo che “avere una prospettiva globale e prevedere il futuro a lungo termine della società e del mondo intero non è, per l’Homo technologicus attuale, solo un modo per soddisfare una curiosità innata; rappresenta soprattutto un esercizio utile per la propria sopravvivenza. Oggi, infatti, ci troviamo in una crisi di ‘intelligibilità’: si è creato uno scarto profondo tra ciò che bisognerebbe comprendere e i mezzi concettuali necessari alla comprensione, dovuto alla differente velocità di crescita tra tecnologia e cultura”.

Nella stessa prefazione, rileggendola oggi, si possono trovare previsioni che si sono rivelate sorprendentemente accurate, come quelle relative alle epidemie e alle migrazioni di massa: “All’alba del terzo millennio, l’umanità si trova, per la prima volta nella sua storia, di fronte a una serie di grandi sfide e problemi globali emergenti che minacciano non solo la sicurezza e il benessere dei paesi più ricchi e industrializzati (come l’Europa e gli Stati Uniti), ma anche la sopravvivenza della civiltà tecnologica e dell’intera specie Homo sapiens sul nostro sempre più piccolo e fragile pianeta”.

Oggi è evidente a chiunque che ci troviamo sull’orlo di potenziali catastrofi in diversi ambiti. Tuttavia, la tendenza a concentrarsi sui singoli problemi, piuttosto che avere una visione d’insieme, rende difficile per i cittadini comuni e per i leader politici stabilire una gerarchia chiara dei rischi e delle priorità da affrontare (un esempio di problema assai serio ma largamente sottovalutato per la disinformazione alimentata dalle lobby è la crescita esponenziale dell’inquinamento elettromagnetico, ma questo è un tema che merita un articolo a sé). Dunque è come navigare a vista in un mare pieno di pericoli, senza un radar, proprio come fece il Titanic meno di un secolo fa… e sappiamo tutti come è andata a finire!

Se siete arrivati a leggere fino a qui, comprenderete meglio cosa intendevo quando affermavo, un po’ brutalmente, che la nostra società forma persone che sanno “tutto di nulla”: si approfondisce la conoscenza in settori molto ristretti a scapito di una visione globale e interdisciplinare, quella che servirebbe ai decisori politici. Paradossalmente, le uniche figure che mantengono una visione più ampia sono scrittori e giornalisti, che però oggi si trovano sempre più limitati dall’aumento della censura e dell’auto-censura, fenomeni legati al crescente potere delle lobby (la già citata tendenza n°10).

L’ultima slide della mia conferenza, dedicata proprio al tema della censura, purtroppo sempre più di attualità. Nella foto, l’ing. Marco Bresci, organizzatore dell’evento.

Esiste, è vero, la cosiddetta “teoria dei sistemi”, una disciplina interdisciplinare che analizza come le parti di un sistema complesso interagiscono fra loro per formare un sistema coerente. La teoria dei sistemi si occupa di studiare i modelli complessi e le interconnessioni fra i diversi elementi in vari ambiti, come la biologia, la sociologia, l’ecologia e la filosofia. Ma ciò non basta minimamente per avere una visione dei problemi globali presenti e futuri e delle loro interconnessioni, tant’è che nel mio libro essa rappresenta una parte piccolissima – seppure molto interessante e originale – delle tematiche trattate.

Quel “vuoto” che va colmato quanto prima

All’epoca della stesura del mio libro a mia conoscenza non esistevano, a livello mondiale, istituzioni accademiche che si interessassero di problemi globali in maniera interdisciplinare: una organizzazione internazionale – peraltro privata – che mi viene a mente è il “Club di Budapest”, fondato dal filosofo e sistemologo Ervin Laszlo, che si occupa(va) di promuovere la consapevolezza globale e il cambiamento sociale sostenibile. Per il resto, gli unici modesti tentativi di interpretazione delle complesse interazioni fra le varie tendenze planetarie erano i lacunosi studi “Global Trends” della CIA.

Perfino l’utile serie dei famosi libri Vital Signs, editi dal prestigioso Worldwatch Institute, che ha fornito annualmente analisi dettagliate su tendenze globali in ambiti quali energia, ambiente, economia e società (insieme ai volumi, altrettanto preziosi, del rapporto State of the World), è andata avanti dal 1992 fino al 2015 (data dell’ultimo volume pubblicato, il numero 22), poiché questo Istituto – fondato nel 1974 dall’economista Lester R. Brown, un pioniere della ricerca sulle questioni ambientali e sulla sostenibilità globale – ha purtroppo cessato la sua attività nel 2017, ovvero ben otto anni fa.

Purtroppo, la “colpa” – se naturalmente di colpa si può parlare – di queste poche istituzioni (mi sono limitato a citarne due fra le più famose a livello mondiale) che si sono interessate di problemi globali in maniera interdisciplinare è quella di non aver lasciato un’“eredità”, intesa sia in termini di continuità operativa sia di una vera e propria “scuola” (come si direbbe in ambito accademico). Sebbene Brown e Laszlo siano ancora vivi e rimangano figure rispettate, oggi sostanzialmente dietro di loro c’è il “vuoto”, complici anche i cambiamenti degli ultimi vent’anni nel panorama della comunicazione.

Infatti, l’ascesa di nuove piattaforme digitali, dei social media e di forme di comunicazione “dal basso”, delle “fake news” e di quant’altro hanno reso più difficile perfino a istituzioni e personaggi autorevoli e già affermati mantenere la loro posizione centrale nel dibattito globale. Inoltre, le organizzazioni no profit e di ricerca affrontano notoriamente problemi legati ai finanziamenti – indispensabili per conservare la propria indipendenza – specialmente in un contesto in cui le priorità politiche e sociali possono cambiare. Il risultato è che oggi viviamo in un “deserto” di ricerca e comunicativo su questioni chiave.

Mario Menichella (fisico e divulgatore) – m.menichella@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Menichella M., “Mondi futuri: Viaggio fra i possibili scenari, Scibooks Edizioni, 2005.

Il libro è liberamente scaricabile dal mio sito personale (http://www.menichella.it) all’indirizzo: http://www.menichella.it/MONDI%20FUTURI.pdf

L’ing. Mirko Sitta ci svela i segreti del mercato dell’energia e la “formula Sagme”

10 Aprile 2024 - di Mario Menichella

EconomiaIn primo piano

Negli ultimi anni, ho avuto più volte modo di illustrare nei miei articoli per la Fondazione Hume quali sono molte delle problematiche italiane in campo energetico, le quali fanno sì che i costi di approvvigionamento per i clienti finali siano fra i più alti d’Europa, sia per l’energia elettrica che per il gas metano [1, 2, 3, 4].

Questa volta vorrei andare ancora più a fondo alla questione con l’aiuto di uno dei maggiori esperti italiani dell’argomento: l’ingegnere Mirko Sitta, fondatore di società per azioni nel campo delle forniture luce e gas – sto parlando di Energetic, Duferco Energia e Compagnia Energetica Italiana – ma oggi schierato totalmente “dall’altra parte della barricata”, a difendere con passione e con successo i diritti e gli interessi dei consumatori e dei clienti finali, siano essi industrie, aziende, condomìni o semplici famiglie.

Ciò viene realizzato attraverso la sua ultima creatura, Sagme (www.sagme.it), una piccola società specializzata nella gestione personalizzata di utenze luce e/o gas – nonché nella consulenza in caso di problemi o controversie con fornitori o distributori di energia – che costituisce attualmente un unicum assoluto a livello italiano, in quanto fra l’altro del tutto indipendente dai fornitori, dai quali non percepisce alcun tipo di “gettone” o commissione, a differenza di quanto succede con le agenzie di vendita.

L’ingegner Mirko Sitta, esperto indipendente di gestione delle forniture di energia elettrica e gas.

MARIO MENICHELLA: Ing. Sitta, lei mi sembra un po’ una sorta di Robin Hood dell’energia, il mitico personaggio che rubava ai ricchi per donare ai poveri. Si riconosce in questa metafora?

MIRKO SITTA: Se devo essere onesto, no. Anche perché dalla prima Rivoluzione industriale in poi ci sono stati tanti esempi di persone e di personaggi che hanno provato a impersonare in qualche modo Robin Hood e purtroppo le loro iniziative sono sempre fallite. Noi di Sagme, invece, vogliamo che la nostra iniziativa non fallisca, e che rappresenti sul mercato un indirizzo di correttezza e di valori. Quindi a questo, sì, ci teniamo. Perciò non rubiamo a nessuno e non doniamo a nessun altro. In particolare, noi non vogliamo rubare i soldi ai fornitori e non vogliamo fare in modo che ci siano dei soldi che vengono donati ai poverelli, ma semplicemente che ci sia un equilibrio e un sistema di valori che viene espresso in quello che è senza dubbio uno dei rami industriali più importanti per la nostra nazione: il ramo energetico.

Io sostengo che una società di vendita debba guadagnare perché acquista bene e perché vende bene: “vende bene” nel senso che riesce a fare prezzi concorrenziali sul mercato; “acquista bene” nel senso che ha le competenze e le opportunità per creare economie anche in tutto quello che è l’acquisto e in tutte quelle che sono le operazioni prima della consegna del bene al proprio cliente finale. Invece purtroppo, nel nostro mercato energetico, dal 2004-2005 in poi si sono succeduti tanti esempi di operatori che non si sono preoccupati di vendere bene, cioè in maniera concorrenziale rispetto agli altri,  bensì di andare a creare più margine possibile sul proprio cliente, a scapito evidentemente di quest’ultimo.

Le società di vendita di cui parlo hanno operato nascondendo delle informazioni o discutendo delle loro offerte in maniera non corretta con i clienti, che pertanto non hanno compreso quanto veniva loro propinato ed hanno firmato con fiducia, ma poi si sono trovati prezzi piuttosto alti, con la conseguenza che i loro risparmi sono stati ridotti. Pertanto, non definirei l’operazione di Sagme un’operazione che toglie i soldi a qualcuno per donarli a qualcun altro, ovvero che toglie soldi ai ricchi per darli ai poveri; ma direi che Sagme sta facendo un’operazione che ha un proprio valore di correttezza e, diciamo, di stimolo del mercato energetico. Infatti, secondo me gli operatori che devono andare avanti sono quelli che, piccoli o grandi che siano, sanno mantenere una competenza al loro interno che è propria del ramo di cui si occupano: l’energia. Gli operatori, le società di vendita devono sapere cosa stanno facendo: non possono improvvisare un acquisto e una vendita “al contatore” senza creare valore in quello che fanno poi dal lato cliente. Dall’altra parte, il cliente non può improvvisare un acquisto senza dotarsi dei giusti mezzi.

MM: Ci racconta in due parole ciò di cui si è occupato prima di fondare Sagme, la sua creatura attuale?

MS: Ho cominciato la mia carriera acquistando il gas metano dalle cosiddette “cabine di REgolazione e MIsura (o REMI)” dei vari comuni delle città italiane, quindi era semplicemente una trattativa su una quantità di gas da fornire in un anno in un certo punto della rete di trasporto. Poi mi sono arrampicato sempre di più sul mercato: prima sono passato a trattare al punto di scambio virtuale ed a fare le programmazioni di stoccaggio nazionali; in seguito, ho avuto la possibilità di andare ad acquistare dai mercati internazionali quello che si chiama il baseload, ovvero una “base” costante di energia, ed inoltre di gestire il baseload ed i picchi di approvvigionamento. Ciò perché il consumo di gas metano e di energia elettrica non sono costanti nel tempo, neanche all’interno di una singola giornata, in quanto hai il momento freddo e quello meno freddo, il momento in cui usi di più il condizionatore e quello in cui lo usi di meno. Un operatore che va ad acquistare, dunque, deve acquistare la capacità costante, il baseload appunto, e la copertura degli eventuali picchi di consumo.

Schema di sintesi di come il gas naturale arriva nelle nostre case e nelle nostre aziende. (fonte: Sagme)

Io sono andato ad acquistare il gas – ci tengo a precisarlo – alle cosiddette cabine REMI, quindi non al contatore del cliente finale. Quello lo fanno i reseller. Fortunatamente, ho avuto sempre la possibilità di far parte di società che hanno dato un valore al sistema, mentre dico sempre con forza che chi acquista al contatore e vende allo stesso contatore a spese del cliente finale di valore concreto non ne dà. E io dal 2003 al 2008 mi sono occupato di approvvigionamenti alla cabina REMI, che nel ramo gas non è altro che la cabina di riconsegna dalla rete di trasporto regionale o nazionale al distributore locale. A quel punto mi sono occupato di tutta la parte distribuzione locale e della consegna del bene al cliente finale, che inizialmente era il Comune di Livorno. Poi allargammo i confini della nostra società di vendita – Asatrade, che oggi è nel gruppo Eni – anche in Campania. In seguito, con la Compagnia Energetica Italiana prima e con Duferco Energia dopo, mi sono mosso soprattutto negli approvvigionamenti nazionali, acquistando gas al PSV e facendo gli acquisti anche per lo stoccaggio e il bilanciamento dei consumi.

MM: Ma come è nata l’idea di creare una società unica nel suo genere quale è Sagme?

MS: È nata perché anche io nella mia storia professionale ho fatto una scelta importante: sono venuto via da società di cui ero socio fondatore in quanto non ero più d’accordo con certe linee commerciali. Io mi occupavo degli approvvigionamenti energetici, ma vedevo che si andava in una direzione che non poteva che essere a costo per il cliente finale. Questo perché, nel periodo 2010-2014, le società fornitrici di una certa dimensione hanno diviso le unità che si occupano degli approvvigionamenti dalle unità che si occupano della vendita, e addirittura oggi è come se ci fosse un percorso di acquisto e di vendita con marginalità all’interno delle stesse società e all’interno delle stesse divisioni. Ciò non può che portare a un aumento del costo dell’energia per chi paga questa elettricità e questo gas, ovvero il cliente finale.

Questi sono gli esempi che ho incontrato in quella fase della mia carriera, dopodiché ne ho incontrato uno direttamente nel mio ambito più familiare. Mi riferisco a quando, nel 2014, mio padre ricevette da una società di vendita importante la fattura per i consumi del proprio negozio. In questa fattura erano contenute voci di costo che non dovevano essere inserite su quel profilo di cliente. E allora intervenni in prima persona, scrivendo sia alla società fornitrice sia all’allora Autorità per l’Energia Elettrica e Gas (AEEG, oggi ARERA), chiedendo chiarimenti riguardo quelle voci. E la società di vendita rispose dicendo: “effettivamente ha ragione, quelle voci non devono essere caricate su questo cliente”. Bene, mio padre quelle voci dopo non le ha pagate, ma sono sicuro che tanti altri clienti, purtroppo, non avendo la stessa preparazione che ha trovato a disposizione mio padre, queste voci le hanno pagate eccome.

MM: Dunque ha scoperto l’esistenza di un nuovo tipo di problema, quello della scarsa o nulla conoscenza del settore energetico da parte del cliente finale, e ci ha preso gusto a risolverlo…

MS: Sì, in seguito ho visto che questi esempi si ripetevano continuamente e quindi da lì ha preso le mosse la nostra iniziativa, che all’inizio – cioè nel 2015-16 – parte in realtà a livello sperimentale, cercando di posizionare su un migliore contratto di fornitura i nostri primi 100 clienti, giusto per vedere gli effetti. E abbiamo visto che questi clienti hanno effettivamente avuto un ritorno positivo dalla nostra azione di gestione delle utenze luce e gas, dello scegliere i fornitori sul mercato e dell’andare a dire ai fornitori “guarda, questi costi non vanno bene” o “queste letture non sono corrette”. Perché ricordiamoci che noi non siamo fornitori: noi scegliamo l’opportunità per il cliente, proprio essendo indipendenti dai fornitori, quindi andiamo a giudicare il mercato per conto dei nostri clienti. Ma la nostra azione non finisce qui…

Infatti, se il fornitore si fa prendere la mano, diciamo così, e inserisce degli extra-costi non giustificati noi lo vediamo sulle fatture che vengono da noi ricalcolate secondo i parametri contrattuali, ed a quel punto interveniamo a difesa dei nostri clienti, per cui il cliente è effettivamente tutelato, in quanto ha la sicurezza di pagare quello che era previsto da contratto e non un centesimo di più. In altre parole, noi facciamo anche il controllo puntuale delle fatture: in pratica, andiamo a quantificare tutte le voci che stanno in una fattura e che sarebbero dovute venir fuori con quei determinati consumi in base al contratto sottoscritto. E, dove questo controllo non dà rispondenza tra il totale fatturato dal fornitore e quello calcolato dal nostro software che contiene i tanti parametri stabiliti da ARERA, interveniamo sul fornitore perché tutto venga allineato.

MM: In che senso la sua società di consulenza, Sagme, non si può definire broker energetico? Qual è la differenza e, soprattutto, quali sono oggi le figure che operano sul mercato energetico?

MS: Nel mercato energetico ci sono, come figure di riferimento: i grandi player nazionali (che sono anche grandi società di vendita), le piccole società di vendita e – ad un livello più alto – i cosiddetti trader, cioè le società specializzate nell’acquistare e vendere grandi quantità di gas ed energia elettrica. Le società di vendita che acquistano da questi vanno a rivendere l’energia ai clienti finali attraverso reti di agenti o agenzie strutturate; hanno anche dei nuclei di venditori interni, ma in realtà questi oggi vengono più utilizzati come key account manager che hanno rapporti con le agenzie di cui parlavo. Dunque, il soggetto con cui l’uomo della strada ha a che fare, in pratica, è l’agenzia o l’agente, il quale porta il contratto alla firma, mentre il fornitore è quello che ti dà l’energia elettrica o il gas. Coloro che si occupano della vendita per le società di vendita – quindi gli agenti e le agenzie – sono dunque dei venditori puri: non si occupano né di trading né, tanto meno, di fornitura o di trasporto dell’energia e, soprattutto, non sono soggetti indipendenti dai fornitori, ovvero dalle società di vendita.

Schema sintetico dei principali “attori” del mercato dell’energia. Il costo dell’energia aumenta muovendosi dall’alto in basso lungo la filiera, poiché ogni attore deve avere un margine di guadagno. (fonte: elaborazione dell’Autore)

Perciò, la prima cosa che dobbiamo dire è che, quando un venditore si presenta come consulente, in realtà dice il falso, in quanto un consulente per accezione è indipendente dal sistema che poi dopo ti viene a fornire il bene. Ecco quindi che un consulente che in realtà rappresenta una società di vendita non è affatto un consulente, bensì un venditore sotto mentite spoglie. Dall’altra parte, invece, abbiamo il broker, che nell’accezione – potremmo dire, internazionale – è quell’operatore indipendente che può fare la scelta di mercato. Il problema è che, prima che definirsi consulenti, tanti venditori si sono definiti broker, ed effettivamente l’attività di brokeraggio la fanno perché magari nella loro agenzia hanno 2-3 persone con partite Iva che hanno sottoscritto accordi con altrettante società di vendita, per cui poi al loro interno fanno passare i clienti da un fornitore a un altro, guadagnando ogni volta un lauto gettone ed in barba a tutti i vincoli che ogni società di vendita cerca di porre per evitare la concorrenza.

Perciò, non è che noi non siamo broker o che noi non siamo consulenti. Ma noi non possiamo “targarci” nello stesso modo che cercano di usare queste grandi super-agenzie quando devono andare a convincere un cliente e che lavorano – evidentemente – sulla quantità e non sulla qualità, a scapito del cliente finale. Perciò cerchiamo di dire al mercato che noi non siamo né broker, né consulenti, ma intendendo nell’accezione usata sul mercato italiano. In realtà noi siamo totalmente indipendenti dai fornitori. Abbiamo i mezzi e le conoscenze per analizzare e giudicare il mercato. Quindi siamo consulenti a tutto tondo e siamo anche dei broker, perché andiamo a interrogare tutto il mercato in maniera indipendente, non nell’accezione usata tipicamente in Italia. E forniamo consulenza avanzata sulle utenze luce e gas.

MM: La proliferazione delle agenzie di vendita separate dalle società di vendita ha portato, mi immagino, a un aumento dei costi per il consumatore. È davvero così?

MS: Sì, ciò ha portato, a partire dal 2016 in poi, a una deviazione rilevante di questo mercato. Infatti, amministratori, direttori e funzionari che fanno parte delle società di vendita hanno messo su delle loro agenzie, che ovviamente vengono premiate con gettoni e premi di fine periodo alti quando portano nuovi clienti. Tali agenzie riescono a posizionarsi bene sul mercato della commercializzazione dei prodotti perché hanno avuto alle spalle qualcuno che ha favorito il loro sviluppo in quanto non è parte della stessa, pur essendo all’interno della società di vendita. Pertanto un’altra agenzia di vendita piccolina, che vuole cominciare con i propri mezzi economici a lavorare partendo da zero, in maniera indipendente dalle relazioni interne con i fornitori, ovviamente nel tempo viene schiacciata dalle “super-agenzie” nate in questo modo. Infatti, l’amministratore della società di vendita avrà il faro puntato solo verso la grande agenzia, a cui vengono destinati premi.

Quindi, quella che le ho appena illustrato è una deviazione di mercato importante, che porta a un’ulteriore rialzo dei prezzi per il cliente finale, ovvero delle condizioni tecnico-economiche di un fornitore, perché è un andare a pagare sempre di più chi sta nel mezzo del rapporto tra cliente finale e società di vendita ed allunga la filiera; e ciò indipendentemente dall’andamento dei prezzi di mercato dell’energia, che costituisce un capitolo a parte. Addirittura, le dico che io tempo fa sono venuto via da una società di vendita nella quale tre persone di alto livello si erano spartite aree di mercato con l’obiettivo di andare ad aprire delle agenzie di vendita in quelle aree di mercato proprie, facendo parte dello stesso gruppo societario. È come dire, allora, che io società non ho più la mia forza di vendita perché privatamente i miei dipendenti se ne sono fatti una propria. Questi sono un po’ “giochi al massacro” per l’organizzazione aziendale.

MM: Ci può spiegare meglio quel che succede e perché è il cliente finale a pagare?

MS: Volentieri! Quel che succede è che nell’agenzia di vendita nata dal nulla ho tre soggetti: A, B e C. A stabilisce rapporti con una determinata società di vendita, B con una seconda e C con una terza. Tutti e tre sanno che il livello di gettoni e premi garantito dalle tre scelte è abbastanza allineato. E tutti e tre sanno che, quando si porta il cliente sulla società di vendita di A, quel cliente dà all’agenzia una remunerazione, che viene revocata se porto quel cliente su una nuova società di vendita nei primi 4-6 mesi. Perciò, trascorsi questi mesi, portano il cliente presso il secondo fornitore di energia, B, in modo da guadagnare altri gettoni e altri premi. E così via, per “mungere” più soldi… Evidentemente, i soggetti A, B e C che ho citato hanno una propria società, cioè si sono messi in società fra loro nel fare questo “rigirìo” di clienti fra un fornitore e l’altro. Ma le società di vendita, ovvero i fornitori, questa cosa non la approfondiscono, non gli fa comodo. Ecco che si trovano in certi momenti ad acquisire tantissimi clienti nuovi in poco tempo: circa il 60% dei clienti, infatti, firmano il contratto con loro, mentre sei mesi prima tali clienti avevano il contratto con un altro fornitore.

Come funziona una tipica “superagenzia” di vendita. A rimetterci è sempre il cliente finale, che nei passaggi da un fornitore all’altro assai raramente va a guadagnarci. (fonte: elaborazione dell’Autore)

Evidentemente, il cliente finale non ha benefici, e ciò per due ragioni. La prima è che sia il fornitore A che il fornitore B, avendo capito questo gioco sul mercato, calcolano che il margine che gli deve venir fuori per un anno di fornitura su 100 clienti in realtà deve essere ripreso su 40, che sono quelli che gli rimangono effettivamente per un anno; e quindi i 100 clienti devono per forza pagare di più l’energia. Dunque, questo è il primo sovracosto. Il secondo sovracosto è dovuto al fatto che questi tre soggetti (A, B e C), per effetto anche di quello che abbiamo detto prima, hanno una potenza di fuoco importante e quindi sono continuamente a giocare al rialzo verso le società di vendita. Consideri che una società di vendita oggi spende dai 120 ai 150 € per punto di fornitura domestico – quindi che sia o gas o luce – per acquisire in fornitura quel punto; e questi costi li paga solo il cliente nella bolletta, sebbene non lo sappia perché crede che il cambio di fornitore sia del tutto gratuito come gli viene raccontato dagli agenti. Il costo di questa pratica supera i 350 €/anno per cliente e per punto di fornitura.

MM: Lei con Sagme fornisce consulenza avanzata sulle utenze luce e gas a tutte le tipologie di clienti, dagli industriali ai domestici, permettendo loro di risparmiare parecchi soldi. Qual è il suo segreto?

MS: Il segreto è costituito semplicemente da due elementi: la conoscenza del mercato e la competenza. E, aggiungerei, la voglia continua di non farsi prendere dalla fame di queste grandi remunerazioni che girano sul mercato dell’energia e di cui ho appena parlato. Noi abbiamo voglia di creare una struttura stabile perché poi bisogna anche dire che queste super-agenzie che si “palleggiano” i clienti, dopo 3-5 anni cambiano nome, cambiano clienti, cambiano tutto perché – appunto – ogni volta che fanno le migrazioni che le ho descritto il 30-40% dei loro clienti lo lasciano per la strada. Quindi, che cosa succede? Noi abbiamo ideato un modo completamente diverso di stare nel mercato, e cioè non prendendo alcun tipo di remunerazione dai fornitori, ovvero dalle società di vendita. Abbiamo cercato di costruire un sistema di analisi del mercato che ci deve portare al nostro obiettivo, che è quello di giudicare il mercato per conto del nostro cliente e quindi dirgli: “guarda, in questo momento il fornitore Pippo è meglio del fornitore Paperino. Fra 4, 12, 18 mesi, se assistiamo a dei cambiamenti di mercato repentini, non abbiamo problemi a dire che Paperino è migliore di Pippo, in quanto non prendiamo gettoni o premi dai fornitori”.

Per fare questo, abbiamo messo su un modello di business un pochino più avanzato, cioè noi andiamo a fare delle vere e proprie gare tra i fornitori sul portafoglio di clienti in nostro possesso, quindi su coloro che hanno firmato un contratto di consulenza con la nostra società. E raccogliamo le offerte, le varie opportunità, che ovviamente sono migliori già solo per il fatto che nel nostro caso non contengono i cosiddetti “costi di commercializzazione”. Infatti, normalmente una società di vendita, come ho detto prima, paga agli agenti delle agenzie dei gettoni e dei premi. Alcuni fornitori hanno capito questo nostro diverso approccio e hanno abbassato le tariffe delle loro offerte commerciali, eliminando quindi tali costi, che per un cliente finale sono anche abbastanza alti nell’arco di un anno. Ecco, ciò che le ho descritto è il vero modo di differenziare e di giudicare i fornitori e noi lo usiamo quando facciamo le nostre gare. A quel punto abbiamo dei fornitori che sono magari in questa fase più attivi e altri fornitori che invece sono più statici: quelli magari non riescono ancora ad avere da noi assegnazioni di pacchetti di clienti.

Inoltre, abbiamo sviluppato anche, in funzione del nostro lavoro, una piattaforma di analisi dei mercati, di previsione degli indici energetici che formano i prezzi, la quale è condivisa con le più importanti piattaforme di analisi in ambito europeo. Ciò deriva dalla mia storia diretta, in cui ho fatto anche operazioni di trading di carattere internazionale usando proprio questo tipo di piattaforme. In pratica, sono semplicemente degli analisti di alto livello che ci danno l’indirizzo: quindi ci dicono dove andranno a finire i prezzi giorno per giorno sui vari panieri. Perché poi bisogna considerare che non esiste – come erroneamente viene detto in televisione e forse anche nella politica più alta – un unico prezzo del gas, un unico prezzo della luce, ma ce ne sono più di uno. Quindi lì sopra possiamo andare a differenziare il modo di acquistare per i nostri clienti. Adesso stiamo facendo anche delle operazioni molto evolute, e direi innovative per il sistema energetico italiano, sui clienti industriali più grandi, ma non abbastanza grandi da avere delle opportunità legate a proprie società di vendita o, quanto meno, di approvvigionamento energetico.

MM: Lei in passato ha acquistato il gas sulle borse europee per la sua Società e per tante aziende gasivore. Ègiusto che il costo del gas per gli Italiani sia legato al prezzo di borsa al TTF?

MS: No. Il TTF, o Title Transfer Facility, era stato preso come riferimento da ARERA per formare i prezzi del gas sui clienti domestici in regime di Maggior Tutela. Ma ho sempre giudicato questa scelta un pochino superficiale perché, avendo operato anche al TTF, ho sempre visto che c’è comunque una sorta di TTF “italiano”. In altre parole, gli operatori stranieri ben conoscono il livello di prezzo della materia prima acquistata dal cliente finale ed al fine di non lasciare marginalità nella filiera a valle regolano le transazioni su opportuni valori di costo. Ecco quindi che quando si vende dal TTF – o da qualunque altro hub – verso l’Italia, lo si fa sapendo il prezzo del gas che c’è in Italia, quindi è un po’ inutile andare a fare riferimento a un mercato estero. Queste decisioni prese a volte “a tavolino”, senza sapere come funzionano realmente le cose, rischiano solo di drogare quel mercato estero verso l’Italia, in una direzione che normalmente è verso l’alto per quanto riguarda i prezzi. E ciò è quanto è successo nel 2022. Nel periodo successivo, gli indici del TTF e quello del PSV si sono mossi proprio con curve di prezzi diverse: in pratica, uno è salito e l’altro è sceso, alternativamente nei periodi successivi. Quindi il grado di parentela fra i due mercati in certi periodi c’è stato, ma bisogna sempre giudicare quanto un mercato è fluido rispetto all’altro.

Il prezzo all’ingrosso del gas naturale in Italia (media mensile dell’indice del Mercato del Giorno Prima al PSV) a partire da ottobre 2023 fino a febbraio 2024. (fonte: elaborazione Sagme su dati di ARERA)

Questa mia opinione critica sulla scelta del TTF come riferimento preso da parte dell’Authority non è certamente campata in aria ma deriva, appunto, dall’esperienza che mi sono fatto nel corso del tempo. Infatti, nelle mie precedenti “esistenze” lavorative, ho avuto modo di trattare la materia prima anche sugli altri mercati, per conto delle società di vendita per le quali ho lavorato o per le società di vendita che ho contribuito a far nascere proprio come socio fondatore. Mi sono occupato anche delle gare di approvvigionamento dai più importanti punti di scambio internazionali europei, come ad esempio il Trans Austria Gasleitung (meglio noto come TAG) – che si trova poco sopra Tarvisio ed è un punto di scambio importante per l’Italia, la Francia, la Germania – ed il TTF, dove si vede bene anche tutta l’interazione con la parte del Regno Unito. E ciò ha contribuito a fornirmi oggi delle capacità di giudizio sul mercato e, soprattutto, la capacità di poter leggere gli andamenti di mercato.

MM: E come ha sfruttato questa esperienza per aiutare a far risparmiare, al di là del sistema della gare accennato prima, i clienti di Sagme per i quali gestisce le utenze gas e luce?

MS: Il baseload deve essere poi tramutato, con tanti algoritmi, nel consumo vero e proprio di un cliente finale. Perciò, quando si va a operare sulle borse del gas, bisogna riflettere in maniera diversa rispetto a quando si va a vendere ad un cliente finale, che sia domestico, partita Iva o industriale. Avere la capacità – come quella che abbiamo noi di Sagme – di orientare il contratto che un fornitore fa verso un cliente su un consumo vero che il cliente fa del gas o dell’energia elettrica porta economie a questo fornitore, che poi possono essere condivise con il mercato, compreso il cliente finale. Ciò è un altro aspetto importante che cerchiamo in qualche modo di mettere all’interno della nostra “formula Sagme”, cioè della nostra operazione: informare il fornitore, con dati il più possibile strutturati e approfonditi, sulla modalità di consumo del nostro cliente, in maniera che lui sia in grado di andare a acquistare le quantità giuste, dovendo sostenere minori costi, che si chiamano “costi di bilanciamento della materia prima”.

Il consumatore oggi ha soltanto un modo per difendersi dalle fregature: affidarsi a consulenti veri che, mettendoci della competenza vera che hanno sviluppato nel mercato, hanno la conoscenza per poter dire “la tua fattura è corretta” o “la tua fattura non è corretta”. A tale proposito mi viene in mente una cosa importante. Purtroppo, da qualche mese il Governo italiano ha dato il via a un’ultima parte dell’operazione di liberalizzazione del mercato, quella del Mercato di Tutela dei clienti domestici gas, fra l’altro scioccamente partendo dal mercato del gas durante il periodo di maggior consumo per i clienti domestici: l’inverno. L’Italia avrebbe dovuto porre in essere questo strumento già da quando è stata avviata la liberalizzazione dei mercati energetici, ovvero – se non ricordo male – dal 2007. Mi meraviglia molto questa impostazione, perché intanto non si è pensato a creare dei soggetti che potessero essere di supporto ai clienti finali, ma si fa riferimento a un unico soggetto che è ARERA e ad un unico strumento di supporto che è il Portale Offerte dell’Acquirente Unico. Molte volte abbiamo cercato anche lì sopra delle offerte per vedere se ce ne erano di interessanti e c’è anche capitato di vedere che quelle offerte che erano prime in classifica poi, cliccandoci sopra, scoprivamo essere dedicate a un numero limitato di contratti o, addirittura, dopo un po’ di tempo ti portavano automaticamente su un’altra offerta del fornitore molto più cara.

MM: Sappiamo che sul mercato libero gli inganni o, in certi casi, perfino le truffe sono spesso dietro l’angolo. Il povero consumatore come può sperare di potersi difendere da solo?

MS: Un piccolo consumatore, con tutto il rispetto, non ha minimamente la competenza per poter giudicare se una voce di costo in bolletta gli viene imputata in maniera corretta o meno, perché l’insieme di regole e gli aggiornamenti che queste regole subiscono periodicamente sono talmente numerosi che a volte mi meravigliano anche le società di gestione del calore – le quali sono più di stampo tecnico – che invece vogliono avere qualcuno che senza conoscere l’abc di questo mercato si butti a interpretare le tabelle e le regole dell’Autorità. Non è una cosa facile, ogni voce di servizio riportata in bolletta, infatti, ha dietro di sé 24 macro-tabelle nel caso del gas e 27 in quello dell’energia elettrica. Queste macro-tabelle hanno poi, a loro volta, altre sotto-tabelle con altre voci di costo e altri dettagli. E ogni dettaglio viene aggiornato con periodicità differente: cioè, c’è un dettaglio che viene aggiornato mensilmente, un altro ogni tre mesi, uno ogni sei mesi, uno ogni anno e così via. Quindi ci vuole una vita professionale dedicata completamente a questi temi per poter andare a capire quale voce di una fattura luce o gas è corretta e quale invece non lo è.

Inoltre, quale voce vado a mettere nel budget della mia azienda perché comporrà il costo della materia prima del contratto luce o gas che ho firmato? È per quello che dico che molte volte tanti commerciali o tanti personaggi che si atteggiano ad Energy manager in realtà guardano soltanto il prezzo della materia prima che c’è all’interno di una proposta contrattuale e non vanno ad approfondire più di tanto. Alla fine, queste persone non portano un vero valore al mercato, non danno la possibilità al cliente di giudicare se quell’offerta è buona o non è buona e, soprattutto, se quelle fatture sono corrette o non corrette. L’assurdo lo abbiamo trovato proprio da un nostro cliente – ma ce ne sono un milione di altri casi simili in Italia – che fiero ci mostrò all’inizio che quanto sostenevamo noi era sbagliato perché il suo fornitore gli stava inserendo in fattura lo stesso costo della materia prima che aveva da contratto. Ed io gli dissi: “bene, siccome questo fornitore ti sta inserendo 50 €/MWh di costo dell’energia e il mercato oggi quota 74 €/MWh, ma secondo te il fornitore è in rimessa di 24 €/MWh?”. E inizialmente non capì…

Il prezzo di acquisto all’ingrosso dell’elettricità sulla Borsa elettrica italiana nella principale fascia di consumo (F1) a partire da gennaio 2019 fino al mese di febbraio 2024. (fonte: elaborazione Sagme su dati GME)

Poi gli feci vedere l’evoluzione di quella sua fattura dell’energia elettrica che, se fosse stata fatta a 50 €/MWh, avrebbe portato un costo finale di un certo tipo; mentre la sua fattura reale ne riportava un altro, molto più alto. E allora venne fuori che il suo fornitore l’energia non la fatturava a 50 €/MWh, bensì la fatturava a 94 €/MWh, quindi ben 20 € sopra il prezzo di mercato. Ovviamente quel cliente, per quanto evoluto – perché si parlava di un’industria – non aveva avuto il mezzo o i mezzi per poter approfondire la sua conoscenza su tutte le altre voci di costo di una bolletta e quindi, guardando semplicemente la rispondenza tra quello che era scritto nel contratto e ciò che era scritto nella fattura, era tranquillo. Ma in realtà stava pagando molto di più. Può quindi immaginare che cosa accade agli utenti domestici, di cui nessuno controllerà mai la bolletta, a parte noi se è un nostro cliente. Ma siamo un unicum in Italia.

MM: Come possono, oggi, un padre o una madre di famiglia orientarsi nella giungla dei contratti dei fornitori che c’è sul mercato libero? Esiste una sorta di bussola?

MS: Come abbiamo detto prima. Il Governo e l’Authority hanno pensato che il Portale Offerte dell’Acquirente Unico – che è attivo dal 2018 – fosse lo strumento principe per far orientare i clienti finali sul mercato libero. In realtà, non tutti i fornitori pubblicano le loro offerte sul Portale dell’Acquirente Unico. Ma, soprattutto, i fornitori fanno offerte differenziate ed a volte succede che si trovano offerte più convenienti dallo stesso fornitore se ci si dialoga in maniera diversa, cioè in maniera diretta, come capita nel nostro caso. In effetti, su alcuni fornitori abbiamo avuto questa opportunità di dialogo diretta e ci vengono fatte delle offerte commerciali – dette “in convenzione” – che non contengono certi parametri di costo e certi parametri di rischio, perché il fornitore ha capito come lavora Sagme e, di conseguenza, in queste offerte a noi dedicate si trovano costi più bassi, e tali offerte non si trovano sul Portale dell’Acquirente Unico.

Inoltre, non è così facile andare sul Portale Offerte dell’Acquirente Unico e poi cliccare su un’offerta e andare a firmare effettivamente quell’offerta. Quindi l’inghippo è dietro l’angolo, anche usando quello strumento. Senza contare che la quantità di persone che hanno fatto contratti online, nel nostro mercato, è veramente bassa rispetto al totale dei consumatori: cioè non si parla di gas e luce come di un prodotto che può essere acquistato attraverso Amazon. Sono infatti situazioni completamente diverse e il valore di ogni transazione, nel caso di gas e luce, è molto più alto di quello di un oggettino che si possa andare acquistare sulle piattaforme di e-commerce, ciò sia se si parla di un cliente domestico, sia – a maggior ragione – se si parla di un cliente industriale o di una piccola-media partita Iva. A mio avviso, il consumatore finale se non lavora nel settore non ha le competenze per poter giudicare veramente la bontà di un’offerta. La “bontà” non significa solo che questa offerta è quella che poi veramente mi verrà messa in fattura e che veramente poi ho, ma è l’andare a misurare, ovvero confrontare, quell’offerta rispetto all’universo del mercato.

Consideriamo che sul nostro mercato ci sono circa 700 fornitori e che tanti di questi 700 fornitori hanno almeno 3-4 offerte aperte in un certo periodo, ma c’è chi ne ha anche 10, chi ne ha una sola, come ad esempio i fornitori più piccoli; mentre quelli più grandi, che hanno l’agenzia Tizio, l’Agenzia Caio, l’agenzia Sempronio, a volte fanno n offerte solo per quelle tre agenzie. Quindi è difficilissimo per un consumatore, per un buon padre di famiglia, orientarsi all’interno di questo mercato. A mio avviso, è importante far nascere, nel nostro mercato, figure simili alla nostra, che hanno come preoccupazione primaria quello di andare a trovare opportunità vere all’interno del mercato per conto di un cliente.

Il numero di operatori autorizzati sul mercato elettrico italiano dalla liberalizzazione del mercato a oggi. (fonte: ARERA)

Per fare questo lavoro, però, queste società di consulenza devono essere dotate di professionisti competenti nel settore (non basta essere ingegneri, fisici, matematici o economisti, bisogna anche averci lavorato!) che non abbiano l’intenzione di costituire la forza di vendita per il fornitore, ma che vogliano stare dalla parte del cliente finale, del consumatore. Bene inteso, queste società non dovranno puntare al risultato di breve periodo, perché con i clienti finali si guadagna meno che con i fornitori! E, soprattutto, dovranno fare ciò conoscendo il mercato, non facendo i venditori di società di vendita, magari spacciandosi pure per consulenti quando in realtà non lo si è affatto. È un mestiere non facile, il nostro, perché richiede competenze e investimenti in piattaforme informatiche; ma forniamo consigli preziosi ai clienti, un po’ come quando si vanno a rivolgere a un dottore che sa lavorare bene per loro.

MM: Cosa ne pensa dei comparatori online, che illudono le persone sulla possibilità del fai-da-te nella scelta del fornitore? Molte offerte lì sono attraenti solo per il prezzo dell’energia: dov’è l’inganno?

MS: I comparatori online hanno solitamente un insieme di fornitori molto limitato, perché in realtà – non voglio fare qui nomi e cognomi – sono delle agenzie di vendita mascherate. Quindi ti mettono lì un insieme ristretto di offerte, che sono le offerte dei fornitori che a loro (o con loro) hanno sottoscritto un certo contratto che possiamo chiamare “di servizio”. Ma è un certo tipo di contratto, quindi sui loro portali questi comparatori non danno tutte le offerte di quel fornitore e tanto meno danno tutte le offerte di tutti i fornitori: semplicemente ne comparano 10, 20 e quindi ciò è estremamente limitante, soprattutto nel mercato dei clienti domestici e delle piccole partite IVA. Inoltre, spesso, in un certo periodo orientano il navigatore che incappa nel loro portale verso un solo fornitore, il che secondo me è già abbastanza indicativo del tipo di lavoro che stanno portando avanti, per cui non aggiungo altro.

Il fatto, poi, che di solito il comparatore online vada a comparare solo il costo della materia prima è lo strumento astuto per realizzare l’obiettivo: perché se poi quel fornitore inserisce – come verifichiamo facilmente analizzando le fatture di dettaglio con i nostri software specializzati – dei costi aggiuntivi, ad esempio, per la modulistica o costi sui servizi previsti per il trasporto e la distribuzione che sono diversi da quelli definiti da ARERA, nessuno lo va a vedere perché c’è la fiducia “cieca” – in senso letterale – nel comparatore famoso. E quindi il comparatore fa un’analisi sul costo della materia prima, ma poi alla fine chi consuma va a pagare un “totale fattura” che in realtà si sviluppa in maniera diversa rispetto a quel costo prospettato di tot euro per la materia prima. Perciò, posso dire che questi portali non danno un reale vantaggio ai clienti finali, anzi sono una sorta di raggiro del consumatore.

MM: Veniamo al problema della mancata informazione al cliente. Le “bollette 2.0” lanciate da alcuni anni riportano i dati necessari per un vero confronto fra le offerte di fornitori diversi?

MS: No. Un cliente finale è una persona che tipicamente non lavora nel settore energetico, settore complesso per il numero di norme e di loro aggiornamenti. Una persona non addetta ai lavori, anche se attrezzata dal punto di vista della capacità di analizzare numeri, non riesce a fare una comparazione completa fra le offerte di due diversi fornitori basandosi sui 5 dati di sintesi che compaiono in una fattura normalmente inviata ad un cliente. Parlo quindi della cosiddetta “fattura sintetica”, ma si riesce difficilmente a fare un confronto pure disponendo della “fattura di dettaglio”, perché quest’ultima contiene lo sviluppo accorpato in 8-9 macro-voci, ma in realtà le macro-tabelle di ARERA che stanno dietro una fattura luce o gas sono molte di più. Quindi è difficile che perfino il consumatore più attento, o quella persona che più ha voglia di approfondire l’argomento, riesca ad orientarsi bene sui vari costi. Nelle fatture energetiche ci sono sempre quelle voci con costi “zero virgola qualcosa” che magari nel consumo di un cliente domestico potrebbero essere giudicate trascurabili, ma che non lo sono per chi ha i grandi consumi, come tanti clienti aziendali o industriali.

Ci sono addirittura voci di costo chiare che vengono accorpate all’interno della materia prima ma che, se uno va a vedere le tabelle definite dalla stessa ARERA, sono voci di costo separate: per esempio, mi viene in mente la componente CCR – o Copertura dei Rischi Commerciali – che può valere anche 4-5 centesimi di euro al metro cubo, quindi non è trascurabile su un costo complessivo di 30 cent/mc. Stiamo parlando, infatti, di un 15% circa. Perciò, secondo me, chi fa le verifiche delle fatture e chi fa le comparazioni delle offerte – che sono due lavorazioni differenti fra di loro – deve essere qualcuno che ha a disposizione tutti gli strumenti software per farlo, con tutti i numeri puntualmente aggiornati delle varie singole voci, le quali possono essere caricate sul cliente A ma magari non sul cliente B perché hanno profili di consumo con volumi diversi. Oggi per un consumatore questa analisi è difficile – per non dire impossibile – per quanto attento e volenteroso di approfondire, ma sarebbe possibile se ARERA volesse.

Un’analisi, effettuata dal software sviluppato dalla Sagme, della bolletta luce di un utente domestico, volta a evidenziare gli extra-costi introdotti dal fornitore, altrimenti “invisibili” per l’utente finale. (fonte: Sagme)

Infatti attualmente, anziché andare verso una semplificazione della fatturazione, da parte dell’Authority si va esattamente nella direzione opposta. Stanno difatti crescendo di numero le tabelle e le micro-voci che ARERA continua a mettere per l’elaborazione dei costi. Per semplificare, dovremmo ridurre le voci nelle varie tabelle. Posso capire che ARERA abbia necessità di creare dei fondi di compensazione per i bonus sociali o dei fondi di compensazione per la morosità. Va tutto bene, ma ciò può essere tranquillamente fatto in un altro modo. Questi importi, infatti, possono essere tranquillamente inseriti da ARERA all’interno di determinate voci di costo che verrebbero poi scorporate all’interno di fondi stabiliti da ARERA stessa sulla base delle analisi di fatturazione che l’Authority esegue sui fatturati delle società di vendita.

Gli operatori, dal canto loro, non dovrebbero avere la possibilità di introdurre nuove voci di costo nelle sezioni individuate da ARERA per la determinazione del valore di una fattura di energia. La conseguenza di questa “impostazione” che io caldeggio sarebbe che una società di vendita dovrebbe inserire  in maniera esplicita gli extra-costi che applica su un cliente finale, rendendo così il cliente più consapevole di quello che sta pagando. In conclusione, la fattura sintetica è in realtà un danno per il cliente finale, e lo è anche la fattura di dettaglio, sempre che sia effettivamente disponibile per il cliente finale, perché entrambe non riescono ad essere comprensibili per un cliente.

MM: Cosa ne pensa, infine, del “turismo energetico”? Conviene stare fermi sul mercato o muoversi?

MS: Chi sta fermo spesso non ha la possibilità di cogliere le opportunità, quindi io non consiglio di stare fermi. Noi di Sagme esistiamo e lavoriamo perché siamo convinti che nel mercato ci si debba muovere andando a cogliere l’opportunità, talvolta da una parte e talvolta dall’altra. Quando sento citare l’espressione “turismo energetico”, la interpreto con un’accezione positiva: cioè la possibilità di un cliente di andare a scegliere un fornitore oggi e poi cambiarlo domani, se le condizioni di mercato sono diverse. E questo per me è corretto, ed è parte del nostro importante lavoro. Purtroppo, invece, nell’accezione che viene usata nel mercato e dalla stessa ARERA, il concetto del turismo energetico è inteso in maniera diversa: cioè è il cambio fornitore che viene attuato dal cliente che non paga il fornitore precedente. E questo, ovviamente noi non lo alimentiamo in alcun modo. Anzi, nei contratti che noi facciamo scriviamo chiaramente che un cliente che non paga il fornitore non viene più seguito dalla nostra società. Ciò rientra sempre in quel discorso valoriale a cui facevamo cenno all’inizio dell’intervista.

Per noi il turismo energetico sarebbe da prendere in un’accezione propositiva e nel rispetto delle parti.
Il cliente deve poter liberamente scegliere il fornitore più conveniente per la propria capacità di consumo, per le proprie necessità; quindi dovrebbe essere possibile anche per i clienti industriali, sui quali invece siamo ancora fermi a contratti di durata annuale, ma ci sono altri paesi – che fanno parte dell’Unione europea – dove addirittura sono ancora fermi ai contratti biennali. Vede, alla fine uno pensa spesso al cliente domestico, al piccolo negozietto sotto casa, però poi ci sono le grandi industrie che hanno avuto grossi problemi in questi ultimi 2-3 anni: importanti fornitori, per non accollarsi rischi, hanno d’improvviso chiuso loro i rubinetti, mentre altri hanno chiesto loro delle fidejussioni estremamente onerose come garanzia delle forniture. Quindi, per queste realtà il turismo energetico è stato – ed è – spesso addirittura una questione di sopravvivenza, considerato che per un’industria subito dopo i costi della materia prima per realizzare i prodotti vengono i costi energetici, che in Italia sono notoriamente fra i più alti d’Europa.

Pertanto è fondamentale che questa materia venga affrontata con una certa competenza e, a volte, rimango disarmato quando, entrando nelle industrie, vedo da una parte dei dirigenti che fanno dei piani di produzione e, dall’altra, enormi sprechi energetici. Perfino gli Energy manager che operano nelle aziende energivore sono, nel migliore dei casi, ingegneri che si buttano tipicamente sull’efficientamento fisico, che comporta investimenti rilevanti, trascurando i controlli sui consumi e sulle utenze energetiche, che comporterebbero investimenti assai inferiori ma di maggior valore per quell’azienda. Infine, la mancanza di una programmazione nelle varie fasce di consumo all’interno delle aziende, spesso legata ai contratti con il personale, comporta che il nostro imprenditore è vincolato a rimanere fermo su un vecchio modo di consumare e dunque spende cifre enormi, quando magari già poteva evitare un 25% dei costi energetici con opportune programmazioni, come quelle che suggeriamo ai nostri clienti industriali.

Bibliografia

[1]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetico italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[2]  Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[3]  Menichella M., “Le possibili soluzioni del problema del caro-bollette per evitare il ‘lockdown energetico’”, Fondazione David Hume, 9 maggio 2022.

[4]  Menichella M., “Perché per quest’autunno-inverno si prospetta un ‘lockdown energetico’ ed i rischi per l’Italia”, Fondazione David Hume, 12 settembre 2022.

Perché per quest’autunno-inverno si prospetta un “lockdown energetico” ed i rischi per l’Italia

12 Settembre 2022 - di Mario Menichella

EconomiaIn primo pianoSocietàSpeciale

 “Nei momenti di pericolo, non esiste peccato più grave dell’inerzia”.

Dan Brown

L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto i mercati energetici globali, generando il più grande aumento dei prezzi del petrolio dagli anni ’70. Parallelamente, i prezzi del carbone e del gas hanno tutti raggiunto i massimi storici in termini nominali. In termini reali, tuttavia, solo i prezzi europei del gas naturale hanno raggiunto i massimi storici e rimangono notevolmente al di sopra del picco precedente del 2008. Le conseguenze di tutto ciò per la crescita mondiale saranno significative: è probabile che l’aumento dei prezzi dell’energia, da solo, riduca la produzione globale di quasi l’1% entro la fine del 2023, come suggerisce una recente analisi della Banca Mondiale [1]. Ma per l’Europa – e in particolare per l’Italia – l’impennata dei prezzi del gas e dell’energia elettrica, e quindi delle relative bollette, verosimilmente imporrà la necessità di una sorta di “lockdown energetico” nel prossimo autunno-inverno. Le conseguenze di questo nuovo lockdown sono difficili da stimare, ma poiché l’aumento dei prezzi dell’energia ha un impatto sproporzionato sulle attività imprenditoriali più energivore e sulle famiglie con i redditi più bassi, qualora si superassero determinate soglie critiche si potrebbe lacerare in modo irreparabile il tessuto economico e sociale, innescando una spirale di effetti a catena difficile da arginare e con effetti potenzialmente sistemici. In questo articolo cercherò di illustrare tali rischi alla luce dei nuovi dati oggi disponibili, evidenziando in particolare alcune questioni chiave largamente sottovalutate dal Governo italiano.

I motivi geopolitici della recente impennata dei prezzi dell’energia in Europa

Già prima dell’inizio della guerra, i prezzi del petrolio greggio sono aumentati notevolmente a causa della ripresa economica dalla crisi del Covid, mentre l’offerta non era tornata del tutto al livello pre-crisi. La guerra ha rafforzato questo movimento al rialzo dei prezzi, poiché l’offerta russa è diminuita prima a causa delle difficoltà di trasporto e di pagamento in relazione alle sanzioni, poi per la parziale “chiusura dei rubinetti” da parte di Gazprom, che è controllata dalla Federazione Russa.

Prima della guerra, il prezzo all’esportazione della Russia seguiva da vicino il prezzo del mercato globale per il petrolio Brent, indice di alta sostituibilità di questa materia prima [8]. Dato che la Russia è solo uno dei molti fornitori di petrolio dell’Unione Europea (l’incidenza delle importazioni dalla Russia era del 12,5% per l’Italia, del 22,8% per la UE [34]), il petrolio mancante per le importazioni dell’UE dalla Russia venute meno può essere sostituito da importazioni fatte da altrove; mentre, per la Russia, le mancate esportazioni di petrolio verso l’Occidente possono essere in parte compensate dagli acquisti di India e Cina.

A differenza del petrolio, il mercato del gas è regionale. Esistono, a grandi linee, tre grandi mercati del gas a livello globale: Europa, Nord America e Asia. I prezzi su questi mercati normalmente sono correlati, poiché il gas naturale liquefatto (GNL) può essere spedito a ognuno di essi, tuttavia possono differire fra loro in modo significativo. A partire dal 2021, l’elevata domanda in Asia ha portato a una crescita importante della divergenza tra il prezzo del gas nordamericano (più basso) ed i prezzi in Asia ed Europa (più alti).

Il caso del gas si differenzia da quello del petrolio perché le importazioni europee vengono consegnate principalmente tramite gasdotti: a causa dei vincoli di trasporto, il mercato del gas non è globale (cioè con prezzi allineati fra loro a livello mondiale), ed i prezzi dei 3 mercati regionali non sono unificati, come si può vedere molto bene dalla figura seguente. In essa risulta evidente come l’impennata dei prezzi del gas sia un problema prettamente europeo, non riguarda aree lontane come USA, Giappone, etc.

Il prezzo del gas naturale (espresso in dollari USA) in diverse zone del mondo. Si noti come solo in Europa si sia avuta un’abnorme impennata del prezzo. 20 mmbtu sono equivalenti a circa 6 MWh. (fonte: World Bank and IEA) 

I prezzi del gas sono fortemente aumentati in Europa già a partire dal 2021, poiché il forte aumento della domanda legato alla ripresa economica ha incontrato un’offerta meno dinamica da parte di Paesi Bassi e Russia, con quest’ultima che a seguito delle note vicende belliche ha gradualmente smesso di servire i mercati a breve termine (onorando per un certo tempo solo i suoi contratti a lungo termine già firmati, per poi ridurre ulteriormente i flussi di gas con motivazioni di comodo). E, come succede in questi casi, il prezzo della materia prima che scarseggia si è letteralmente impennato.

Nel 2020 la Russia ha prodotto il 22% del gas mondiale, mentre l’Europa ha consumato il 13% del gas naturale prodotto nel mondo (dati Enerdata). Poiché la Russia rappresenta circa il 40% del gas consumato in Europa (e per l’Italia il 43%), la totale scomparsa di questa fornitura rappresenterebbe uno shock del 13% x 40% = 5% a livello mondiale ma molto di più a livello regionale, poiché la fornitura alternativa è limitata dalla capacità di trasporto e di rigassificazione del Gas Naturale Liquefatto importato (GNL), che oggi rappresenta soltanto il 20% della fornitura europea di gas (secondo i dati forniti da Bruegel).

Sostituire interamente le importazioni russe di gas con GNL significherebbe triplicare le forniture europee di GNL, cosa che nel breve termine non è né tecnicamente possibile (per l’offerta limitata sul mercato mondiale, e per la bassa capacità di rigassificazione aggiuntiva in Europa) né economicamente fattibile (l’Europa è in concorrenza con l’Asia sul mercato del GNL e il reindirizzamento dei flussi verso l’Europa è costoso) [7]. L’AIE prevede quindi la sostituzione con GNL solo del 13% del gas russo mancante.

Per questo, a partire dal 2021, il prezzo del gas è aumentato molto di più del prezzo del petrolio per i Paesi europei: circa +60% a marzo 2022 rispetto a febbraio; e di ben 5 volte ad aprile 2022 rispetto ad aprile 2021. Ed è per tale ragione che, specie in caso di rilevante o totale interruzione delle forniture di gas russo, gli esperti prevedono per quest’autunno-inverno un prezzo estremamente alto della materia prima (e delle relative bollette), o addirittura un razionamento quantitativo di gas e luce sul suolo europeo.

D’altra parte, l’Unione Europea non può, nel corso di quest’anno e del prossimo, sostituire del tutto le importazioni di gas naturale russo [23]. Quindi, nel breve periodo la domanda di gas dell’UE è relativamente anelastica.  In regime di monopolio, un’elasticità così bassa porterebbe la Russia a fissare un prezzo molto alto, anche in assenza di guerra. Il motivo per cui la Russia non l’ha fatto in passato è che l’elasticità sul lungo periodo è sicuramente assicurata, e quindi deve affrontare un compromesso intertemporale: un prezzo molto alto aumenta i ricavi nel breve termine, ma li diminuisce nel lungo termine.

La guerra, tuttavia, ha due effetti evidenti e importanti su questo tipo di calcolo. Il primo è un’esigenza ancora maggiore di maggiori entrate oggi, portando ad un aumento del prezzo. La seconda è che la permanenza futura o l’inasprimento delle sanzioni, nonché la chiara decisione dell’Unione Europea di svezzarsi dalle importazioni di gas russo, riducono gli effetti di un aumento del prezzo sui ricavi futuri, portando ancora una volta la Russia ad aumentare il prezzo mentre la domanda è ancora lì.

In breve, ignorando le sanzioni, la Russia potrebbe voler aumentare le entrate delle esportazioni di energia. Ma mentre per il petrolio ciò implicherebbe un aumento del volume delle esportazioni (dato il prezzo mondiale), per il gas comporterebbe un aumento dei prezzi (e quindi volumi di esportazione in diminuzione) [8]. I veri contratti di gas a lungo termine normalmente precludono tale comportamento, in quanto specificano l’indicizzazione dei prezzi sul petrolio o sulla borsa del gas olandese (TTF). Ma la Russia ha una certa flessibilità per spostare parte della sua offerta dalle consegne nell’ambito di contratti esistenti a vendite sul mercato non regolamentato. In altre parole, i contratti possono essere rivisti o interrotti.

Per cercare di rimpiazzare una parte del gas russo, il Governo italiano si è mosso rapidamente, attraverso gli accordi con Algeria, Angola e Congo, ma il grosso delle forniture aggiuntive non arriverà fino al 2023. L’import di gas annuale dalla Russia verso l’UE prima della guerra era di circa 155 miliardi di metri cubi. È possibile rimpiazzarne poco meno della metà attraverso maggiori forniture da Stati Uniti, Norvegia, Africa. L’Italia può inoltre contare sulla riattivazione di alcune centrali a carbone. Di conseguenza, quest’inverno il deficit di gas per il nostro paese dovrebbe arrivare, al più, al 13-18% del fabbisogno pre-crisi.

Altri shock per l’Europa collegati alla situazione attuale

Oltre al greggio e al gas naturale, la Russia esporta carbone (che viene trasportato via nave, il che lo rende altamente sostituibile con altri fornitori) e prodotti petroliferi raffinati (in particolare il gasolio), dai quali l’Europa occidentale è particolarmente dipendente poiché le capacità di raffinazione sono specifiche e difficili da sostituire a breve termine. La Russia esporta anche metalli rari (nichel, palladio, di cui è il primo produttore mondiale) per i quali la sostituzione è invece delicata, e altri prodotti (fertilizzanti, grano, legno, etc.) che vengono scambiati su un mercato mondiale.

Oltre a questi shock dell’offerta e dei relativi prezzi, gli europei devono aggiungere la perdita di mercati in Russia a causa delle restrizioni alle esportazioni, che a maggio è arrivata a raggiungere circa il 60% dei volumi esportati in quel paese nel 2021, ovvero circa lo 0,4% del PIL europeo. Inoltre, secondo l’interessante analisi di Blanchard & Pisani-Ferry [8], relativa alle implicazioni della guerra Russia-Ucraina per la politica economica dell’Unione Europea, il ritiro delle grandi aziende europee dal territorio russo rappresenterebbe da solo una perdita di circa l’1 per cento del PIL per l’economia europea.

Infine, l’invasione dell’Ucraina potrebbe innescare comportamenti precauzionali da parte di famiglie e imprese in Europa, portandole a rivedere al ribasso i propri investimenti, a risparmiare di più ed a indirizzare i propri risparmi verso asset a basso rischio. Potrebbe anche aumentare l’incertezza sui mercati finanziari, nonché accrescere ulteriormente il deprezzamento dell’euro (che nei confronti del dollaro USA è stato di quasi il 20% nell’ultimo anno), il che potrebbe sostenere le esportazioni extra-UE nel breve termine, aumentando però al contempo le pressioni inflazionistiche.

In realtà, gli shock dei prezzi dell’energia influenzano l’attività economica e l’inflazione attraverso una varietà di canali, con effetti diretti e indiretti sulle economie importatrici ed esportatrici di energia. Gli effetti indiretti possono verificarsi attraverso il commercio e altri mercati delle materie prime, attraverso le risposte di politica monetaria e fiscale e attraverso l’incertezza degli investimenti. Attraverso questi canali, i prezzi dell’energia possono anche avere ripercussioni immediate sui saldi fiscali ed esterni [1].

In Italia, l’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni ha spinto l’inflazione fino al +8,4% di agosto, ed essa è per quasi l’80% dovuta proprio all’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche. Tali valori sono ben al di sopra dell’obiettivo del 2% che la Banca Centrale Europea si era a suo tempo posta. È probabile che i prezzi aumentino più velocemente del reddito per molte persone. Ciò significa che il costo della vita per un gran numero di italiani sta pesando fortemente sul budget personale e familiare.

L’inflazione in Italia, arrivata in poco tempo a livelli record che non si raggiungevano da 37 anni. (fonte: La Verità)

I prezzi più elevati per i beni che acquistiamo dall’estero sono uno dei motivi principali di ciò. Poiché le restrizioni Covid si sono allentate in molti paesi, le persone hanno iniziato a comprare più cose, avendo accumulato livelli record di risparmi nel corso della pandemia. Ciò ha generato un’impennata della domanda globale di beni di consumo durevoli e non durevoli, portando a carenze sul mercato di alcuni semilavorati e prodotti finali, a “colli di bottiglia” senza precedenti nella produzione e nel commercio, e di conseguenza a prezzi più elevati, in particolare per le merci importate dall’estero.

Anche l’aumento dei prezzi dell’energia ha svolto un ruolo importante. I forti aumenti dei prezzi del petrolio e del gas hanno spinto verso l’alto i prezzi della benzina e le bollette dell’energia, e questi aumenti sono iniziati ben prima dello scoppio della guerra fra Russia e Ucraina. Poiché i prezzi dell’energia verosimilmente continueranno a crescere sul breve termine (e potenzialmente anche sul medio termine, specie se i paesi dell’UE non adottassero misure adeguate o il conflitto nel frattempo si estendesse ad altri paesi), ci si aspetta che l’inflazione salga ulteriormente quest’anno e che l’economia rallenti.

Infine, l’invasione russa dell’Ucraina ha portato ad aumenti assai più accelerati e più consistenti del prezzo di cose come energia e cibo. Come se non bastasse, sia la guerra che i lockdown per Covid in Cina stanno rendendo più difficile importare cose, oltre ad allungare i tempi di consegna. È probabile che ciò faccia in futuro aumentare ulteriormente i prezzi di alcuni beni. Come risultato di questi fattori, prevediamo un aumento dell’inflazione, che potrebbe far addirittura rimpiangere i valori attuali.

A questo quadro, va aggiunto lo “shock” legato al fenomeno dell’immigrazione irregolare, che, dal punto di vista dell’impatto negativo sul tessuto sociale dovuto alla male gestio dello stesso, riguarda principalmente l’Italia, e che è tale soprattutto per i numeri assoluti e senza precedenti che si vanno raggiungendo. Gli immigrati clandestini rappresentano ormai una vera e propria “quinta colonna” in Italia, per questo in qualsiasi paese occidentale serio (Australia, Giappone, Stati Uniti, etc.) tale problema viene considerato una questione di sicurezza nazionale ed è affrontato con metodi assai decisi e risolutivi.

Nei primi 8 mesi di quest’anno, secondo i dati del Viminale [20], sono sbarcati in Italia circa 57.000 migranti (principalmente di nazionalità egiziana, bengalese, tunisina, afghana e siriana), cioè ben tre volte quanti ne erano sbarcati – nello stesso periodo – due anni prima, cioè nel 2020; e potrebbero sfiorare i 100.000 entro la fine dell’anno, da confrontarsi con gli appena 11.500 del 2018 [21]. Inoltre, secondo i dati Istat relativi al 2021, gli stranieri che in Italia vivono in povertà assoluta sono oltre 1.600.000, con un’incidenza pari al 32,4%, oltre quattro volte superiore a quella degli italiani in stato di povertà assoluta (7,2%).

L’impatto dello shock energetico sull’economia di un Paese: i modelli

Una volta definiti gli shock, occorre guardare alle loro conseguenze. Ci limitiamo qui al versante energetico, cominciando dalle conseguenze dell’aumento del prezzo del petrolio sulle famiglie e sulle aziende e passando poi ad analizzare quelle dell’aumento dei prezzi del gas naturale. Ricordo che i prodotti petroliferi possono essere trovati in qualsiasi cosa: dai dispositivi di protezione individuale, plastica, prodotti chimici e fertilizzanti fino all’aspirina, vestiti, carburante per il trasporto e persino pannelli solari.

Per un paese importatore netto, un aumento del prezzo del petrolio porta a un trasferimento di reddito al resto del mondo, e quindi all’impoverimento delle famiglie, in quanto i derivati del petrolio che pesano molto sul budget familiare sono i carburanti per i veicoli e il gasolio da riscaldamento (per chi ha il riscaldamento centralizzato). Se i salari non si adeguano immediatamente all’aumento dei prezzi, il potere d’acquisto e quindi il consumo diminuiranno nel breve termine.

Le aziende, dal canto loro, non possono trasferire immediatamente sui loro prezzi di vendita i maggiori prezzi del petrolio (che incidono sui prezzi dei carburanti, su quelli del trasporto e quindi sui costi di approvvigionamento delle materie prime e di distribuzione dei prodotti finiti o semi-lavorati). Quindi i loro margini si riducono, a scapito degli investimenti. D’altra parte, quando le aziende aumentano i prezzi, preservano i loro margini ma perdono quote di mercato.

Le 5 componenti di prezzo di un prodotto. Gli aumenti di prezzo in atto stanno agendo su ben 3 di essi, riducendo di conseguenza in misura notevole il margine di guadagno per l’imprenditore. (fonte: illustrazione dell’Autore, licenza Creative Commons)

Inoltre, il calo dei redditi in altri paesi europei importatori di petrolio riduce meccanicamente la domanda estera e quindi le esportazioni del nostro Paese verso di essi. Tuttavia, l’aumento dei prezzi del petrolio, a differenza di quello del gas, è uno shock globale. Poiché tutte le aziende devono far fronte a costi più elevati, gli effetti sulla competitività delle nostre aziende sono relativamente limitati.

Veniamo ora invece all’impatto dei prezzi del gas naturale. Nei modelli macroeconometrici standard, il gas non è identificato come tale e si presume che il suo prezzo segua quello del petrolio [7]. A fortiori, un’interruzione della fornitura di gas è difficile da simulare. In questi modelli, la produzione di beni e servizi dipende dal lavoro, dal capitale e da una cosiddetta “Produttività Totale dei Fattori” (PTF) esogena, definibile come la parte residua di output eccedente gli input di lavoro e capitale.

Un’interruzione nella fornitura di gas importato potrebbe essere vista come una diminuzione esogena della PTF. Tuttavia, in questi modelli keynesiani, la PTF è rilevante solo a lungo termine. Nel breve periodo, il PIL è determinato dalla domanda, sebbene i prezzi rispondano agli shock dell’offerta. Pertanto, un modello macroeconometrico standard non è in grado di tenere adeguatamente conto dell’interruzione delle catene del valore (non c’è solo il problema gas: si pensi ad es. alla scarsità di microchip, etc.).

Pertanto, si deve invece utilizzare un modello di equilibrio generale che descriva come lo shock colpisce non solo le industrie che utilizzano direttamente la materia prima che viene meno – in questo caso il gas – ma anche le industrie a valle (chimica, vetro, etc.); e come il relativo impatto sulla filiera può essere attutito dalle sostituzioni e dall’uso delle importazioni a tutti i livelli delle catene del valore. A seconda delle assunzioni del modello, si può arrivare così a stimare un determinato calo del PIL.

Tuttavia, in un’economia rigida, il riequilibrio dei mercati dopo un forte shock implica altrettanto forti variazioni dei prezzi relativi, e quindi un costo economico significativo quando alcuni prezzi si adeguano solo con ritardo. Ad esempio, le aziende del settore del vetro e ceramica, ma anche le fonderie, le cartiere, alcune aziende del settore chimico e alimentare – o comunque molte delle aziende energivore – non riescono a trasferire i costi più elevati sui propri clienti e alcune interrompono la produzione, il che si ripercuote, a cascata, su altre aziende energivore e non che utilizzavano i loro prodotti.

Perciò, è necessaria una combinazione di approcci diversi per arrivare a una stima realistica degli effetti della crisi energetica. Si possono poi aggiungere altri elementi: calo delle esportazioni verso la Russia, deprezzamento di alcuni beni, comportamenti precauzionali, politiche pubbliche, ecc. Data la complessità di queste stime, dubito che l’Europa abbia deciso di rinunciare al gas e al petrolio russo dopo aver fatto – come invece avrebbe dovuto – opportune analisi del rapporto rischi-benefici.

Blanchard & Pisani-Ferry [8] hanno stimato il drenaggio dei redditi europei dovuto a un aumento del 25% del prezzo del petrolio e del gas importato a circa 1 punto di PIL. L’aumento anno su anno del prezzo del gas è stato però assai più alto: circa 5 volte, pari al 500%, per cui l’impatto sul PIL si preannuncia assai elevato. Questa cifra costituisce una forma di costo economico sottovalutato della guerra per gli europei, un costo che potrebbe aumentare a causa di: ulteriori interruzioni dell’offerta, ricadute internazionali sfavorevoli, chiusure di imprese chiave o di intere filiere e/o “fallimenti” di massa delle famiglie più povere.

L’aumento impressionante del prezzo del gas in Italia negli ultimi mesi, all’interno di un arco di quasi 3 anni a cui il grafico si riferisce. In figura sono riportati i prezzi medi mensili dell’indice della Borsa italiana del gas, ovvero del PSV (che sta per “Punto di Scambio Virtuale”). Il prezzo del gas è aumentato di quasi 10 volte rispetto ai livelli pre-crisi. (fonte: elaborazione dell’Autore su dati del Gestore dei Mercati Energetici)

L’impatto teorico del caro-energia sui consumi e sul potere d’acquisto

La politica può – e deve – affrontare lo squilibrio tra domanda e offerta di gas e di petrolio. I responsabili politici devono dare priorità alle politiche che incoraggino una maggiore efficienza energetica e accelerino la transizione verso fonti energetiche a basse emissioni di carbonio, come il fotovoltaico e l’eolico (in particolare quello off-shore) [1]. Il conseguente miglioramento dell’equilibrio tra domanda e offerta di energia può aiutare a ridurre il rischio di stagflazione e superare i venti contrari alla crescita.

Poiché la domanda di energia è – come si dice in gergo – “anelastica” nel breve periodo, i forti aumenti di prezzo dell’energia implicano un calo significativo del potere d’acquisto delle famiglie, che dovrà essere assorbito attraverso: (i) un consumo ridotto di beni e servizi non energetici, (ii) una riduzione del risparmio o (iii) un aumento di reddito [9].Sul breve termine, per attutire gli effetti negativi delle famiglie, il sostegno temporaneo mirato ai gruppi vulnerabili può quindi avere la priorità rispetto ai sussidi energetici che potrebbero ritardare la transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio.

Ma in realtà la partita è assai più grossa. La crisi energetica, come scritto dal Financial Times, è una delle principali cause che hanno portato gli hedge fund a realizzare la più grande scommessa contro il debito italiano dal 2008. Secondo Gianclaudio Torlizzi, fondatore della società di consulenza finanziaria T-Commodity, “il prossimo governo, pur rimanendo all’interno della cornice delle regole europee, dovrà agire per ottenere le necessarie compensazioni per far fronte agli inevitabili razionamenti energetici. I prezzi dei beni energetici sono infatti destinati a rimanere estremi per molto tempo” [10].

In effetti, le variazioni del prezzo del petrolio e del gas possono riflettere sia gli shock dell’offerta di materia prima che quelli della domanda globale. L’aumento dei prezzi dell’energia non sempre porta a una contrazione dei consumi: infatti, possono anche essere una conseguenza di un aumento dei consumi a livello globale. Tuttavia, l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas trasferisce ricchezza dai paesi importatori di tali materie prime ai paesi esportatori e quell’effetto ricchezza, a sua volta, ha un impatto negativo sul consumo nei paesi importatori come il nostro, attraverso effetti moltiplicatori.

Secondo un’analisi pubblicata dalla Banca Centrale Europea (a cui hanno contribuito due italiani), “l’impatto economico di una variazione del prezzo del petrolio causata da uno shock imprevisto della domanda globale aggregata è molto diverso da quello di un aumento del prezzo del petrolio causato da una carenza imprevista nella produzione di petrolio. Pertanto, è importante comprendere fino a che punto gli aumenti del prezzo del petrolio sono guidati da diversi tipi di shock prima di formulare risposte politiche” [9].

Quando, ad esempio, i prezzi del petrolio salgono a causa di un aumento della domanda aggregata, aumentano anche i salari e la politica monetaria dovrà diventare più restrittiva. Al contrario, se i prezzi del petrolio aumentano a causa di interruzioni nell’offerta di petrolio e non ci sono effetti di secondo impatto sui salari, la politica monetaria non ha bisogno di inasprirsi per stabilizzare l’inflazione. Tuttavia, è difficile pensare che un’inflazione galoppante non contribuisca a creare un mix socialmente esplosivo.

Infatti, come osservano gli autori dello studio in questione, “poiché spendono una percentuale relativamente elevata del loro reddito per l’energia, le famiglie povere sono particolarmente colpite in termini di inflazione quando i prezzi dell’energia aumentano. In caso di un forte shock dei prezzi dell’energia, l’impatto negativo su alcune famiglie potrebbe essere così ampio da superare facilmente qualsiasi impatto positivo visto attraverso i canali macroeconomici (ad es. l’occupazione)”.

Inoltre, va sottolineato che secondo la teoria economica i prezzi dell’energia più elevati incidono sui consumi privati ​​attraverso canali sia diretti che indiretti. Un aumento dei prezzi dell’energia incide direttamente sul potere d’acquisto delle famiglie attraverso l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici (elettricità, gas, benzina, olio combustibile, ecc.). Nell’area dell’euro, circa il 30% di tutto il consumo di energia assume la forma del consumo finale da parte dei consumatori. Il resto riguarda invece l’energia utilizzata nella produzione di beni e servizi non energetici (cioè i “consumi intermedi”).

Al tempo stesso, un aumento dei prezzi dell’energia comporta un aumento dei costi di produzione dei settori non energetici e, nella misura in cui i produttori di beni e servizi non energetici adeguano i loro prezzi finali, un’ulteriore riduzione diretta del potere d’acquisto delle famiglie (l’effetto è dunque, in questo caso, indiretto). Infatti, se tali costi non possono essere trasferiti sui prezzi finali dei beni in questione, ci sarà inevitabilmente un impatto sul potere d’acquisto delle famiglie, poiché i produttori nei settori interessati taglieranno i salari o avranno minori profitti da distribuire.

Non è facile contrastare l’aumento dell’inflazione, che è determinato da molti fattori diversi: dall’aumento dei costi energetici derivanti dagli sviluppi geopolitici, dagli effetti temporanei delle formazioni dei prezzi non supportate dai fondamentali economici, dai forti shock negativi dell’offerta causati dall’aumento dei prezzi globali dell’energia (che incidono sui prezzi alla produzione e sul trasporto di materie prime e prodotti finiti), ma anche dei generi alimentari e delle materie prime agricole e non, dalle continue interruzioni nelle catene di approvvigionamento, etc.

Di fronte a questi problemi e rischi crescenti, secondo gli economisti la politica fiscale di un paese deve essere flessibile e pronta a fornire maggiore sostegno alle famiglie vulnerabili via via che la situazione peggiora. In un grave scenario al ribasso con carenza di gas e costi in aumento per i consumatori di gas, potrebbe essere necessario posticipare il ritorno alla regola europea del freno all’indebitamento affinché i governi nazionali possano assumere ulteriori prestiti per sostenere l’economia [12].

L’impatto reale su famiglie ed imprese e sul tessuto economico

I modelli macroeconometrici, per quanto sofisticati possano essere, non sono in grado di simulare in modo realistico una situazione così complessa come quella fin qui illustrata, in cui per l’Italia si sommano una serie di shock, non ultimo quello da cui siamo appena usciti, legato ai lockdown prima fisici e poi “virtuali” imposti nell’emergenza pandemica, che rappresentano peraltro solo due dei 10 grandi fattori che hanno impoverito imprese e famiglie durante la pandemia (si veda la mia analisi [3]).

Sebbene l’aumento dell’inflazione – e quindi del costo della vita – impatti apparentemente sull’intera popolazione, l’aumento dei prezzi dell’energia, in realtà, ha un impatto sproporzionato sulle attività imprenditoriali più energivore e sulle famiglie con i redditi più bassi. In altre parole, la spesa per gas ed elettricità in proporzione al reddito disponibile è più alta per le famiglie più povere, e rappresenta un fattore crescente nella compressione dei bilanci delle famiglie, e non solo di quelle italiane [2].

Nell’UE, i prezzi dell’energia per le abitazioni colpiscono il 20% più povero delle famiglie più di quanto non colpiscano le famiglie a reddito più elevato. Per quanto riguarda i costi di trasporto, invece, il loro aumento colpisce più le famiglie ad alto reddito che le famiglie a basso reddito in diversi paesi. In effetti, in un terzo dei paesi europei, le famiglie a reddito più elevato spendono quote maggiori del proprio reddito per la guida della propria auto rispetto alle famiglie a reddito più basso, il che riflette generalmente il possesso di un’auto che è meno comune e si concentra tra le famiglie a reddito più alto in questi paesi [13].

Il grafico mostra il rapporto tra il reddito speso per il trasporto dal 20% delle famiglie di reddito più alto e il 20% delle famiglie con il reddito più basso. 100 indica che entrambi i gruppi spendono parti uguali dei loro budget. Ad esempio, in Bulgaria, la quota di reddito dedicata ai costi di trasporto dal 20% delle famiglie più ricche è del 280% la quota del 20% delle famiglie con i redditi più bassi. Fonte: Indagine sul bilancio delle famiglie (2015) [13].

Nel nostro Paese, però, l’impatto dell’aumento dei costi di energia elettrica, gas e carburanti è stato molto più alto che in altri Paesi europei per una serie di ragioni: (1) non abbiamo l’energia nucleare e l’eolico off-shore nel mix delle fonti energetiche; (2) eravamo già prima della pandemia uno dei Paesi dell’UE che paga di più l’elettricità e il gas (si veda la mia analisi sul tema [4]); (3) le misure di mitigazione prese dal Governo negli scorsi mesi sono state largamente insufficienti e, in parte, mal concepite.

Non deve quindi stupire il fatto che la cronaca ci racconti una realtà del tutto diversa da quella fredda, edulcorata e spesso fatta di semplici “medie” dei modelli macroeconometrici. Non c’è giorno che a un gran numero di aziende italiane arrivino bollette “monstre” che le costringono – nel migliore dei casi – a fare a meno di qualche dipendente e, nel peggiore, a chiudere i battenti temporaneamente (come ad es. nel caso di alcuni hotel o di attività più energivore) oppure per sempre. Ripeto, per sempre.

Non è facile quantificare, al momento, l’impatto del caro-bollette sulle aziende in termine di “sofferenze” e di cessate attività. Tuttavia, quest’estate gli aumenti raggiunti dagli importi delle bollette luce e gas sono stati così elevati (da 3 a 5 volte più alti, se non addirittura di più, rispetto ai livelli dell’anno precedente) che non solo i settori industriali più energivori, ma anche la filiera della ristorazione, il settore alberghiero, gli allevamenti di bestiame e perfino la vendita al dettaglio ne sono stati fortemente colpiti.

Secondo un’analisi effettuata ad agosto da Confcommercio-Imprese, già solo per l’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche e per l’inflazione, “di qui ai primi mesi del 2023 in Italia potrebbero “saltare” ben 120.000 aziende del terziario di mercato e 370.000 posti di lavoro” [6]. Complessivamente, la spesa in energia per i comparti del terziario nel 2022 ammonterà a 33 miliardi di euro, il triplo rispetto al 2021 (11 miliardi) e più del doppio rispetto al 2019 (14,9 miliardi).

Tra i settori più esposti, il commercio al dettaglio – in particolare la media e grande distribuzione alimentare, che a luglio ha visto quintuplicare le bollette di luce e gas – la ristorazione e gli alberghi, i trasporti (che oltre al caro carburanti, si trovano ora a dover fermare i mezzi a gas metano per i rincari della materia prima); ma sono colpiti anche i liberi professionisti, le agenzie di viaggio, le attività artistiche e sportive, i servizi di supporto alle imprese e il comparto dell’abbigliamento. E le aziende manifatturiere non possono far lievitare i prezzi dei loro prodotti per non perdere competitività rispetto a quelle estere.

“Intere filiere produttive, fra cui quella del legno-arredo, saranno costrette a fermare la produzione, a mettere i lavoratori in cassa integrazione ed a perdere competitività sui mercati. In pratica, già ad ottobre ci sarà il ‘black out’ della nostra filiera” [16]. È questo il grido d’allarme lanciato da Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo, che rappresenta una delle filiere più importanti del made in Italy nel mondo. Non è difficile prevedere, quindi che nei prossimi mesi la richiesta di cassa integrazione avrà un “boom”.

Ciò succederà perché – i politici sembrano ignorare questo aspetto – lo stop delle aziende energivore si ripercuoterà a cascata sull’intera filiera. E un discorso del tutto analogo si potrebbe fare per le filiere della chimica, dell’alimentare e di tanti altri settori merceologici. Quindi, se si fermano le aziende energivore, che sono il “canarino del minatore”, non si ferma solo la percentuale di aziende interessate direttamente dal caro-bolletta, ma anche l’indotto, per cui vi è una sorta di inquietante “effetto moltiplicatore”. E questo effetto sembra essere del tutto ignorato anche dagli studi degli organismi statali preposti!

Come raccontato a fine agosto da Piero Scandellari, presidente del Centergross di Bologna (la più grande area commerciale B2B europea della Moda Pronta italiana e dell’ingrosso), “abbiamo al nostro interno 680 aziende e già il 15 per cento di queste ci ha chiesto di staccare loro il gas. Sicuramente, molte devono ancora riaprire e siamo già a queste percentuali destinate a crescere. Ci aspettiamo sicuramente un intervento del Governo, ma è certo che il gas non ci sarà per tutti”.

Questi numeri rappresentano, però, solo la classica “punta dell’iceberg”, se si considera il fatto che per il prossimo autunno-inverno si presenta sempre più concretamente la necessità di un “lockdown energetico”, del quale peraltro poco trapela dal Governo, per quanto riguarda i dettagli operativi per famiglie e aziende, con una mancanza di programmazione, di comunicazione e, in generale, con una mala gestio che ricorda maledettamente quella della pandemia, già portata alla luce dal prof. Ricolfi nel suo saggio La notte delle ninfee e dal sottoscritto nelle analisi pubblicate dalla Fondazione Hume.

Inoltre, a causa degli insoluti di molte aziende, sempre più gli stessi fornitori di luce e gas o si rifiutano tout court di contrattualizzarle – nel qual caso finiscono alimentate, con sovraprezzi notevoli, dal cosiddetto “fornitore di ultima istanza” – oppure richiedono al cliente una fideiussione a garanzia, come racconta il già citato Scandellari: “l’ENI ci ha chiesto una fideiussione sulla metà di quelli che sono i nostri consumi medi annui, cioè 2,5 miliardi di metri cubi. E la vogliono nel giro di una settimana!” [5].

L’impennata dei prezzi del gas colpisce soprattutto chi compra a spot, “ma sono saltate anche fonderie che avevano contratti fissi, per il fallimento di fornitori”, spiega Dario Zanardi di Assofond [24]. In questa tempesta, il rischio di fermo produttivo è reale: “Dipende da tre variabili: non ci fermiamo se la domanda tiene, se i clienti accetteranno gli aumenti e se non saranno imposti razionamenti. Siamo in balia degli eventi e rischiamo molto, proviamo una grande frustrazione, in nostro potere non c’è nulla”. Insomma, è sempre più chiaro che il tessuto economico italiano questa volta rischia davvero di saltare.

Il “lockdown energetico” atteso per aziende, famiglie e Comuni

I siti di stoccaggio del gas quasi pieni consentono un qualche margine di sicurezza per i mesi invernali ma non sono risolutivi. Il Governo Draghi sta perciò preparando un piano su tre livelli di emergenza a seconda dell’aggravarsi della situazione [10] e, come altri paesi europei, si prepara al razionamento dell’energia, che verrebbe attuato sotto forma di una sorta di “lockdown energetico”, volto (si spera) a scongiurare l’incubo di blackout prolungati, che provocherebbero danni economici e sociali ancor maggiori.

Tra le misure del piano già scattate, c’è la riduzione della temperatura negli uffici pubblici, che non potrà essere superiore ai 19°C in inverno e inferiore ai 27°C in estate, cui si aggiungerà il taglio di un’ora nella durata di esercizio degli impianti ma, in caso di peggioramento della situazione, i tagli dovrebbero essere più drastici. Tuttavia, il contributo effettivo di tali misure è del tutto marginale, poiché è ben noto (fonte DOE [15]) che a una riduzione di 1°C sul termostato corrisponde un risparmio di appena l’1%!

Il piano potrebbe poi introdurre una riduzione di 2°C della temperatura nelle case limitando l’orario di accensione del riscaldamento in inverno (una misura nella pratica assai difficile da far rispettare, se non nei condomini dotati di riscaldamento centralizzato) e chiedendo ai Comuni di ridurre l’illuminazione pubblica nelle strade e sui monumenti fino al 40% dei consumi totali (anche in questo caso il contributo effettivo di questa misura è relativamente ridotto, e limitato praticamente ai soli orari notturni).

Al tempo stesso, gli uffici pubblici potrebbero chiudere in anticipo e anche ai negozi potrebbe essere chiesto di chiudere entro le 19 mentre i locali non dovrebbero rimanere aperti oltre le 23. In questo caso, quindi, si tratterebbe di un vero e proprio “lockdown” che non avrebbe nulla da invidiare a quello messo in atto durante la pandemia e che economicamente tanto male ha fatto a tutte le attività imprenditoriali. Reiterarlo, quindi, rende più facile immaginare il possibile disastro che si va prospettando. E tutto ciò potrebbe essere perfino insufficiente, in caso di chiusura totale del flusso di gas russo.

I rischi maggiori, tuttavia, riguarderebbero le industrie energivore, con la possibilità di subire un’interruzione della fornitura per un periodo limitato di tempo. Infatti l’Italia – come del resto altri paesi europei e non – ha da tempo implementato dei sistemi di incentivazione per aziende con grandissimi consumi, che accettano l’attivazione di un sistema transitorio di “interrompibilità energia elettrica” e “interrompibilità gas”. A fronte dell’eventualità di un’interruzione dell’approvvigionamento di energia elettrica e gas, l’azienda riceve dal Ministero un rimborso proporzionale al consumo.

L’esistenza di un piano siffatto, però, non vuol dire che le aziende e le famiglie, il prossimo autunno-inverno, siano al sicuro da guai ancora peggiori. Infatti, oltre al previsto ulteriore raddoppio degli importi delle bollette e al razionamento dell’energia, vi è comunque il rischio di possibili blackout elettrici improvvisi o imprevisti. Questo perché le reti di distribuzione sono complesse e non facili da gestire, sia per quanto riguarda l’interrompibilità (del gas) sia per quanto riguarda il distacco e il ripristino (dell’elettricità), in caso di squilibrio fra la potenza elettrica richiesta e quella disponibile in un dato momento.

Di recente, la premier francese Elisabeth Borne, intervistata dal canale tv TMC, ha avvertito che, se l’inverno sarà molto freddo, sarà necessario staccare la corrente a rotazione – per periodi di “non più di due ore” – alle abitazioni [19]. E, se ciò è quanto succederebbe in un Paese dotato di decine di centrali nucleari (dalle quali dipende per la produzione di circa il 67% della propria elettricità, mentre dal gas dipende appena per il 7%, da confrontarsi con il circa 40% dell’Italia), non è difficile immaginare per il nostro Paese uno scenario di blackout programmati del tutto simile o potenzialmente ben peggiore.

L’aumento impressionante del prezzo dell’elettricità in Italia negli ultimi mesi, all’interno di un arco di 3 anni (in alto) e degli ultimi 12 anni (in basso), a cui i due grafici si riferiscono. In figura sono riportati i prezzi medi mensili dell’indice Ipex della Borsa elettrica italiana Si noti come anche in questo caso, come per il gas, l’aumento sia stato di quasi 10 volte rispetto ai livelli pre-crisi. (fonte: elaborazione dell’Autore su dati del Gestore dei Mercati Energetici)

In Kosovo, uno dei paesi più poveri d’Europa, i blackout programmati sono già una realtà: la corrente si interrompe per 120 minuti (ovvero 2 ore) ogni 6 ore, risparmiando solo infrastrutture critiche come ospedali e alcune industrie [22]. Ciò potrebbe rivelarsi un preludio di quanto accadrà in seguito per le zone più ricche d’Europa. “Mantenere le luci accese quest’inverno sarà molto più impegnativo di quanto i governi europei ammettano”, ha dichiarato di recente un esperto. Chi è coinvolto nel settore sa che purtroppo ormai “è questione di quando, e non se, si verificherà un’escalation della crisi”.

“Il gestore della rete finlandese, in un raro esempio del tipo di trasparenza di cui c’è assolutamente bisogno, già ad agosto ha detto ai cittadini di prepararsi alle carenze quest’inverno. I governi europei hanno il dovere di chiarire con i loro elettori l’entità della crisi in arrivo. Ridurre al minimo la portata del problema o, peggio, fingere che non ci sia un problema, non manterrà la corrente in funzione questo inverno”, osserva Javier Blas, che scrive di energia e materie prime per Bloomberg.

Tuttavia, non è detto che in Italia si arrivi al razionamento ed ai blackout programmati. Questa potrebbe sembrare una buona notizia, ma non lo è, perché probabilmente significherebbe che siamo finiti nello scenario peggiore: quello per cui un grande numero di aziende, oltre a quelle più energivore, sono costrette a chiudere i battenti per sempre o, quanto meno, a fermare la produzione per alcuni mesi, con tutto quello che ciò comporta. Insomma, paradossalmente, il conseguente calo dei consumi di gas e di elettricità, insieme a quello delle famiglie costrette a consumare meno, potrebbe forse evitarci il lockdown. Non è fantasia: già a luglio, in Italia i consumi elettrici industriali sono crollati del 12% [42].

Nelle proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana fornite a giugno dalla Banca d’Italia [14], le conseguenze per le attività economiche, nello scenario della sospensione della fornitura del gas dalla Russia a partire dai mesi estivi, sono esaminate nello “scenario avverso”. Poiché per l’Italia tale sospensione sarebbe solo parzialmente compensata ricorrendo ad altre fonti, nel documento si assumono inoltre le seguenti ipotesi: un impatto diretto di tale interruzione, in particolare sulle attività manifatturiere più energivore; un significativo aumento dei prezzi delle materie prime energetiche.

Ebbene, in queste ipotesi, per il PIL la Banca d’Italia prevede una crescita media praticamente nulla nel 2022, ed in calo di oltre 1 punto percentuale nel 2023. E probabilmente – come vedremo fra poco – queste stime sono perfino ottimistiche, poiché verosimilmente non tengono conto di tutta una serie di fattori, alcuni dei quali accennati nel presente articolo. È chiaro che più si riuscirà a limitare l’impiego di gas e più si riuscirà a contenere anche l’ascesa dei prezzi, ma nel frattempo le aziende rischiano di andare gambe all’aria una dopo l’altra, come in un domino; per cui, altro che -1% di PIL!

Infine – per completare il quadro – il presidente dell’ Anci (Associazione nazionale Comuni italiani), Decaro, e quello dell’Upi (Unione province italiane), De Pascale, hanno affermato in una dichiarazione congiunta che “è indispensabile che fra i provvedimenti urgenti del Governo sia compresa una misura di sostegno per i Comuni e le Province, in assenza della quale i bilanci degli enti locali sono destinati a saltare. È necessario uno stanziamento straordinario di almeno altri 350 milioni di euro per compensare l’impennata delle nostre spese energetiche, altrimenti i sindaci saranno costretti a tagli dolorosi dei servizi pubblici” [18].

I rischi socio-economici legati al possibile superamento di “soglie critiche”

La fornitura dell’energia nei 27 paesi dell’Unione Europea (escluso il Regno Unito) dipende essenzialmente da petrolio (33%, praticamente tutto importato), gas (24%, principalmente importato) e carbone (12%, principalmente importato) [8]. Altre fonti includono le rinnovabili (domestico), nucleare (essenzialmente domestico, poiché il combustibile stesso è una piccola parte del costo totale) ed elettricità importata. La Russia è per l’UE un importante fornitore di tutti e tre: petrolio, gas e carbone.

La discussione precedente ha chiarito che, a seconda di molti fattori – sia quelli che influenzano le decisioni russe sia quelli che influenzano la scelta e l’intensità delle sanzioni – vi è una sostanziale incertezza sulla futura evoluzione dei prezzi del gas, del petrolio e, di conseguenza, dei carburanti nell’Unione Europea. Il nostro Paese, però, anche a causa delle pessima gestione della pandemia da parte degli ultimi due Governi (di cui ho analizzato l’impatto sulle imprese in un mio precedente articolo [3]) non può permettersi ulteriori shock economici per aziende e famiglie, perché le prime rischierebbero l’estinzione.

Anzi, ora si rischia sul serio un’“estinzione di massa” come quelle verificatesi in passato sulla Terra, portando alla scomparsa di una frazione rilevante delle specie animali. Ma, nel caso dell’Italia, il danno non si fermerebbe alle estinzioni in sé di imprese e attività commerciali (ed alla perdita di occupazione associata), bensì si accompagnerebbe a maggiori rischi sistemici e ad una maggiore povertà. Infatti, i sussidi del Governo Conte alle imprese hanno comportato un enorme aumento del debito pubblico e, al tempo stesso, i prestiti garantiti dallo Stato hanno prodotto un forte aumento del debito privato.

Attualmente, come osservato da Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana [10], “è in corso un gravissimo terremoto finanziario, perché il prezzo del gas sta continuamente moltiplicandosi, il che rischia presto di creare una grave esplosione dei costi per le imprese, con il conseguente rischio di una spirale di crisi aziendali, quindi finanziarie e occupazionali”. Né più né meno di quanto avevo prospettato già nell’aprile 2021, a un livello di dettaglio molto più spinto, in un altro mio articolo sul “boom dei prezzi” e sulla “tempesta perfetta” per l’Italia [11], al quale rimando dunque il lettore interessato.

Oggi il rischio di fallimenti a catena di imprese e di istituti bancari è tutt’altro che irrealistico, e un ulteriore shockbancario e creditizio sarebbe per l’Italia insostenibile. Il successivo downgrade del rating dei Titoli di Stato italiani potrebbe completare l’opera, poiché sarebbe di fatto come il crollo di una diga. Del resto, già a ottobre 2020, il Governatore della Banca d’Italia Visco metteva in guardia gli Istituti di credito dalla nuova ondata di credi deteriorati [41]. Ed a novembre 2020 la BCE dichiarava: “Probabili fallimenti bancari dopo la pandemia”. Ora, con la crisi energetica, il rischio è rinnovato, ma è anche moltiplicato di entità.

Confronto tra (1) la rapida successione di fasi che ha portato nel 2007-08 dalla crisi dei mutui subprime alla Grande Recessione e (2) la possibile crisi catastrofica che potrebbe essere innescata da un grande numero di fallimenti fra imprese e soggetti economici privati sommato al downgrade del rating dei Titoli di stato italiani. In questo scenario, si rischierebbe il default di banche sistemiche e il “contagio” (principalmente via derivati) ad altri Paesi, per cui si potrebbe precipitare rapidamente in una situazione da incubo, potendosi attivare la “bomba nucleare” dei derivati a cui farebbero da “detonatore” i precedenti default bancari. (fonte: illustrazione dell’Autore, licenza Creative Commons)

Se il Governo non interviene, le aziende o scaricano i costi sui clienti o sospendono l’attività. Perciò Confcommercio ha chiesto al Governo di potenziare immediatamente il credito d’imposta anche per le imprese non energivore e non gasivore [25]. Un credito d’imposta del 15% per l’energia elettrica non è assolutamente adeguato agli extra-costi che le imprese stanno sostenendo ora. Occorre portarlo al 50%, ma presto, altrimenti si rischia d’innescare anche una spirale inflazionistica destinata a gelare i consumi. Il Governo, però, partorisce solo “pannicelli caldi”, e intanto qualcuno guadagna alle spalle di altri.

Infine, sebbene tutti gli italiani stiano sperimentando un aumento del costo della vita, l’energia rappresenta una quota maggiore dei budget di alcune famiglie rispetto ad altre, quindi lo shock energetico rischia di amplificare le disuguaglianze esistenti. Se a ciò si aggiunge l’aumento della criminalità e del degrado portato dalla mala gestio dell’immigrazione clandestina, è facile capire come il tessuto sociale italiano si avvicini sempre più pericolosamente verso livelli di lacerazione, o “punti di rottura”. E purtroppo nessuno sa dove si collochino esattamente le soglie critiche nei sistemi sociali ed economici.

Peraltro, pochi italiani sanno – perché nessuno glielo dice – che chi è in regola con le bollette elettriche deve oggi pure coprire alcuni buchi lasciati dai morosi: si tratta del cosiddetto “Cmor” o “corrispettivo morosità”. È questo, in sintesi, il contenuto di una delibera, la 50/2018, emanata dall’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), che il 1° febbraio 2018 ha emanato un provvedimento che assegna ai consumatori – e non ai fornitori dell’energia – l’onere di rifondere i debiti per gli oneri generali di sistema accumulati dai morosi verso le aziende fornitrici a partire dal 1° gennaio 2016.

Gli oneri di sistema, dunque, devono sempre essere pagati dai fornitori di energia elettrica all’Authority che li ha decisi, anche sulle bollette non pagate per morosità o per altri motivi. Per ora, l’ Authority ha deciso di accollare a tutti i consumatori solo una parte degli oneri non pagati, pari a 200 milioni. E quindi, su bollette elettriche già cariche di oneri, da qualche anno si è aggiunto un nuovo prelievo a carico di chi paga regolarmente. Certo, in questi mesi gli oneri di sistema sono stati tagliati dalle bollette elettriche di famiglie e aziende con i decreti del Governo, ma questa misura è solo temporanea.

Già nel 2018, si stimava attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi [33]. Prima di allora, diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, per questo il Governo intervenne introducendo il Cmor. D’altra parte, poiché la coperta evidentemente è corta, qualcuno dovrà pur pagare i crescenti insoluti dei clienti: se non i consumatori, le aziende fornitrici di elettricità (sempre più a rischio fallimento, come dimostravano già i numerosi default dello scorso anno in Cina, in Gran Bretagna e in altri paesi) o il Governo.

I leader europei dovrebbero dunque prendere atto del fatto che applicare sanzioni contro la Russia sul gas e sul petrolio è stata una scelta “improvvida”, per usare un gentilissimo eufemismo. L’Europa occidentale ha deciso di suicidarsi, in un senso che appare sempre meno metaforico e sempre più letterale. I nostri politici devono scegliere: o due anni di recessioni e probabili default a catena (forse pure di paesi) o addio sanzioni. E intanto l’Ungheria, membro dell’UE, si accorda con Gazprom [29] per avere 5,8 milioni di metri cubi al giorno in più (poco meno di un terzo di quanti ne riceveva l’Italia a fine agosto!).

Cosa potrebbe succedere e perché vedo il futuro dell’Italia assai “nero”

Credo che a questo punto risulti piuttosto evidente al lettore che, qualora si superassero determinate soglie critiche per il perseverare di scelte improvvide, e nell’incapacità di rimediare in tempi brevi agli errori fatti in precedenza, si potrebbe lacerare in modo irreparabile il tessuto economico e sociale del nostro Paese, innescando una spirale di effetti a catena difficile da arginare e con effetti potenzialmente sistemici. Peccato, però, che l’Italia sia too big to fail, non sia la piccola Grecia condannata da Draghi & Co.!

Le avvisaglie di ciò che nel giro di un anno potrebbe succedere nel nostro Paese in questa situazione sempre più potenzialmente esplosiva all’estero ci sono già. E non mi riferisco al movimento contro il caro-vita Don’t pay UK, nato nel Regno Unito e che spinge affinché le famiglie si rifiutino di pagare le bollette a partire da ottobre [27]. Infatti, il mancato pagamento comporterebbe seri rischi, tra cui l’accumulo di debiti e l’impatto sui punteggi di credito dei clienti; pertanto, un’iniziativa del genere “funzionerebbe” solo se vi aderisse un numero di persone elevato, ben più dei circa 100.000 del Regno Unito.

Lo spread BTP-Bund è in forte risalita, dopo un breve periodo di stabilizzazione su bassi livelli. Che valori raggiungerebbe se si verificassero gli scenari più pessimistici a seguito della crisi energetica o se le famiglie italiane smettessero in massa di pagare le bollette luce e gas per i costi insostenibili? Infine, è da considerarsi un caso che lo spread abbia toccato il minimo degli ultimi 5 anni con il Governo Conte e abbia iniziato un’inversione di tendenza (cioè una salita) da quel minimo proprio in coincidenza con l’insediamento del Governo Draghi?

Penso, piuttosto, alle dimostrazioni di massa e rivolte che ci sono in diversi paesi sudamericani, in Egitto e perfino in Olanda, nel silenzio dei giornali italiani. Ma, come spiegano Becchi & Zibordi [28], “l’esempio più eclatante dell’effetto distruttivo sulle vite umane delle politiche delle élite occidentali lo si è visto nello Sri Lanka, che oggi è nel caos. La ragione dichiarata è che la nazione è in bancarotta, soffrendo la peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni e milioni di persone stanno lottando per trovare cibo, medicine e carburante. La carenza di energia e l’inflazione sono stati i principali fattori alla base della crisi”.

Come raccontano gli autori del pezzo, “i manifestanti hanno fatto irruzione nelle residenze ufficiali del Primo Ministro e del Presidente, che per paura sono fuggiti”. I leader politici del Paese avevano seguito alla lettera le direttive delle élite “verdi” occidentali che chiedevano agricoltura biologica sostenibile, seguendo criteri ambientali, sociali e di governance rivolti a ridurre la CO2 (di cui sono pieni anche i piani dell’UE). Inoltre, là il lockdown dovuto al Covid-19 è stato imposto in modo drastico (vi ricorda qualcosa?), sempre perché i leader del Paese erano allineati con le direttive dell’OMS e degli Stati Uniti.

In pratica, nell’aprile 2021 in Sri Lanka sono stati vietati i fertilizzanti sintetici, usati dal 90% degli agricoltori locali, e così successivamente l’85% di questi ha subito perdite di raccolto, con un crollo nella produzione di riso e un aumento dei prezzi del 50% in sei mesi. Il prezzo di carote e pomodori è aumentato di cinque volte. Alla fine dello scorso agosto, il presidente Rajapaksa aveva dichiarato lo stato di emergenza e, dopo di allora, il caos e la violenza sono aumentati fino a quando i leader sono tutti dovuti scappare e nelle loro ville campeggiano ora i manifestanti. La miccia di tutto? Una scelta politica improvvida.

Come, del resto, improvvide sono le sanzioni attuate nei confronti della Russia dai paesi europei, che non hanno valutato il rapporto rischi-benefici delle singole misure che stavano andando ad applicare, esattamente come – non molti mesi prima – non avevano neppure lontanamente valutato il rapporto rischi-benefici (che oggi sappiamo essere certamente sfavorevole per le persone non anziane e prive di co-morbidità) dei vaccini anti-Covid, di fatto imposti ai cittadini europei ed in particolare a quelli italiani. Insomma, di questa Europa c’è davvero da avere paura quando si tratta di questioni vitali.

Peraltro, la Russia ha guadagnato moltissimo dalle sanzioni dell’UE sul gas e sul petrolio, dato che queste hanno fatto impennare i relativi prezzi di mercato, e di certo gli acquirenti asiatici che possano sostituire in buona parte quelli europei non mancano. Quindi, anche da un punto di vista strettamente logico, perseverare con queste sanzioni dimostra la totale mancanza di buon senso di chi prende queste decisioni. Del resto, la mancanza di buon senso – e un notevole livello di ignoranza – si nota anche nel dibattito della politica su questi temi, il che non fa certo ben sperare nella soluzione dei problemi impellenti.

L’Italia si distingue sempre nel panorama europeo. Ho ancora nella mente un articolo [30] in cui i ristoratori di Lucca esprimono la loro rabbia per il caro-bollette, ma non per l’aumento in sé – o meglio non solo per quello – ma soprattutto per il fatto che, a causa di vincoli della Soprintendenza, viene loro impedito di installare i pannelli fotovoltaici che permetterebbero di salvare le loro attività. Ma è veramente incredibile vedere come in tutti questi mesi il Governo e il Ministro competente in materia non abbiano trovato il modo di rimuovere tali ostacoli, favorendo concretamente la transizione alle rinnovabili.

Ancora una volta, in effetti, si è vista la cecità del Governo nell’affrontare un maxi-problema, già vista con la pandemia. Esattamente come in quel caso si è scelta una gestione una gestione “centralizzata” e in sostanza monotematica – somministrazione di vaccini ignorando praticamente del tutto l’esistenza di farmaci efficaci in fase di prevenzione e di cura, snobbando così le cure domiciliari – oggi con il caro-bollette Governo e Ministero non fanno informazione sulle possibili soluzioni di risparmio energetico, né spingono la popolazione ad adottarle, pensando che siano sufficienti le soluzioni “calate dall’alto”.

Già nel caso del Covid abbiamo visto che puntare solo sulle soluzioni calate dall’alto – vaccini e anticorpi monoclonali, questi ultimi soltanto per Massimo Galli ed i pochi fortunati che hanno potuto usufruirne – non solo non ha evitato un gran numero di morti per Covid e per effetti avversi, ma addirittura si è rivelato un boomerang, se si considera che gli effetti avversi dei vaccini potrebbero essere anche largamente sottostimati perché a lungo termine, se non addirittura trans-generazionali. Con l’energia si sta ripetendo pari pari lo stesso errore, invece di coinvolgere la popolazione per un’azione anche dal basso.

Eppure, basta leggere il mio precedente articolo sul tema [31] per avere già alcuni esempi delle tante cose che le persone potrebbero fare per risparmiare notevolmente sulla spesa energetica (ad es. su quella per il riscaldamento invernale, che ne costituisce la voce principale). Ma se le persone non le si informa, come potranno mai contribuire alla rapida soluzione del problema energetico, che non lascerà a famiglie e ad aziende il tempo per attendere molte delle soluzioni “calate dall’alto”? In tale mancanza di informazione, purtroppo, anche i media hanno un ruolo, poiché sono quasi del tutto latitanti.

I meccanismi di formazione dei prezzi e le soluzioni adottate in altri Paesi

La struttura del mercato del gas può oggi essere vista come costituita da una Russia monopolista di fronte a un gran numero di acquirenti dell’UE che possono acquistare gas da altre fonti, ma solo a un costo in forte aumento. Come detto, anche in assenza di sanzioni, la Russia potrebbe voler aumentare il suo prezzo e ridurre l’offerta. Ciò, però, non spiega perché gli italiani paghino ora delle bollette gas e luce salatissime, quando il gas venduto loro – o usato per produrre elettricità – è stato in buona parte acquistato dai big player con contratti a medio o lungo termine, cioè a prezzi ben più bassi di quelli attuali.

Il gas è utilizzato fondamentalmente nella generazione di elettricità (per circa 1/3), per industria e servizi (circa 1/3) e per famiglie (un po’ meno di 1/3). È molto sostituibile in alcuni dei suoi usi (l’elettricità generata dal gas può essere sostituita da elettricità generata da altre fonti), ma assai meno per alcuni altri (un sistema di riscaldamento a gas non può bruciare petrolio o carbone). In media, Il gas russo rappresenta l’8,4% della fornitura di energia primaria nell’UE, ma ci sono ampie variazioni tra gli Stati: il Portogallo non importa gas dalla Russia, mentre l’Italia nel 2021 ne importava circa il 40% del suo fabbisogno.

Rispetto alla media della UE, il mix energetico italiano nel periodo pre-crisi si contraddistingueva per una quota maggiore di energia prodotta con il gas naturale e un peso minore di quella prodotta con il carbone e altri combustibili fossili solidi, oltre che per l’assenza di energia nucleare. Con particolare riferimento alla generazione elettrica, dal gas naturale si ottiene fino al 50% dell’elettricità prodotta nel Paese, contro il 20% circa dell’UE [35]. Pertanto, il nostro Paese dipende fortemente dal prezzo del gas, ed è interessante capire il meccanismo attraverso il quale esso si ripercuote sulle maxi-bollette di gas e luce.

A Rotterdam, esiste un mercato (il TTF) in cui viene trattata solo una piccola percentuale del gas consumato in Europa: quello che arriva per nave liquefatto (ad es. dagli USA) e che in buona parte non è soggetto a contratti a lungo termine [17]. Questo è un mercato cosiddetto “spot”, cioè dove compri e vendi ogni giorno. È solo il prezzo al TTF che nell’ultimo anno è esploso, ma esso rappresenta una piccola parte del gas totale che ci arriva ed è consumato. Tuttavia, anche tutto il resto del gas (e di conseguenza) l’elettricità venduti all’ingrosso sono esplosi di prezzo seguendo il piccolo mercato olandese. Perché?

Semplice, poiché è in atto una speculazione bella e buona (specie da parte di grossisti e big player), come messo in evidenza sia dal sottoscritto in una lunga e dettagliata analisi [26, 31], sia da Becchi & Zibordi [17], i quali osservano come “il prezzo dell’80 o 90% del gas che ci arriva via gasdotto non sia in realtà variato” (in quanto acquistato anni prima con contratti a medio o lungo termine). Ma è difficile – oltre che del tutto insufficiente per mettere un freno a questo andazzo – ottenere un tetto europeo al prezzo del gas come ha chiesto l’Italia. Le resistenze della Germania e dell’Olanda, infatti, non sembrano superabili.

Nel caso dell’elettricità, a questo effetto speculativo si somma poi il meccanismo di formazione del prezzo sulla Borsa elettrica, che è il cosiddetto criterio del prezzo marginale [4]: le offerte di energia elettrica vengono accettate in ordine di prezzo crescente, fino a quando la loro somma in termini di kWh arriva a soddisfare la domanda, dopodiché il prezzo del kWh dell’ultimo offerente accettato (quindi quello più alto) viene attribuito a tutte le offerte. Questo meccanismo andava bene trent’anni fa, quando le rinnovabili avevano una quota marginale, ma certamente non più oggi; oltretutto, anche i costi di produzione delle centrali idro-elettriche sono ora molto più bassi di quello del gas.

Il perverso criterio del prezzo marginale nella formazione del prezzo giornaliero alla Borsa elettrica, che fa piacere soprattutto ai produttori di elettricità che posseggono grandi impianti a fonti rinnovabili ma molto meno al consumatore finale. (fonte: G.B. Zorzoli / Quale Energia [43])

L’Unione Europea – seppure con grande e colpevole ritardo – sta perciò lavorando al “disaccoppiamento” dei prezzi dell’energia elettrica da quelli del gas, come da tempo richiesto da Spagna, Portogallo (che usano pochissimo gas e molte rinnovabili per produrre energia elettrica), Francia (che usa soprattutto il nucleare), e ora anche dalla Germania [40]. Così si impedirebbe alla Russia di dettare all’Europa i prezzi dell’elettricità con l’interruzione parziale o totale delle forniture di gas, sebbene non ci si potesse certo ingenuamente aspettare che Putin reagisse in modo diverso alle durissime sanzioni inflitte al proprio Paese.

Oltretutto, per le aziende esiste un tema di competitività sia rispetto alle imprese europee che extra-europee, che godono di prezzi energetici inferiori ai nostri. Alcuni Paesi hanno introdotto importanti agevolazioni che noi invece non abbiamo. Ad es. la Bormioli ha uno stabilimento in Spagna che, grazie al tetto al prezzo del gas introdotto dal Governo spagnolo, si rifornisce a prezzi molto più bassi di quelli italiani [32]. L’unica soluzione di rapida attuazione sarebbe quella di introdurre un tetto al prezzo del gas. In assenza di interventi, sia a livello europeo che nazionale, avremo un autunno di forti tensioni sociali.

Sia la Spagna che il Portogallo traggono oggi i frutti di un tetto massimo del costo del gas che è stato di recente introdotto in entrambi i paesi [39]. Il prezzo massimo è stato concordato dalla Commissione Europea (ottenendo nel contempo l’Autorizzazione a disconnettere temporaneamente la Penisola iberica dal mercato elettrico dell’UE) e il prezzo del gas utilizzato per la produzione di energia elettrica è stato fissato a 40 euro per MWh. Tenendo conto degli aumenti in corso, che probabilmente saranno necessari, si prevede che il limite di prezzo raggiungerà una media di 50 € nei prossimi 10 mesi. Il governo spagnolo si è assicurato un accordo sul fatto che rimarrà in vigore fino al 31 maggio 2023.

Spagna e Portogallo occupano una posizione unica all’interno dell’UE, perché non dipendono dalle forniture russe per il loro gas naturale come altre nazioni. La loro posizione geografica significa che importano la maggior parte delle loro forniture di gas dall’Algeria e da altri paesi. Altri vantaggi unici di Spagna e Portogallo sono che la Spagna è il paese con la più grande capacità di stoccaggio e rigassificazione del gas in Europa (ha ben 6 rigassificatori) e che il Portogallo è un leader nel settore delle energie rinnovabili nel mercato europeo. Producono una notevole quantità di energia solare, idraulica ed eolica.

Entrambe le nazioni hanno forniture energetiche incredibilmente autosufficienti. A causa della loro posizione vantaggiosa, si sono definiti un’“isola dell’energia”. Sia il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez che il suo omologo portoghese António Costa hanno utilizzato proprio questo termine. I due paesi rappresentano dunque un esempio virtuoso da seguire (la Spagna, fra l’altro, lo è stato anche nella gestione della pandemia, dove ha avuto molti meno morti e contraccolpi economici non introducendo alcun Green Pass). Dunque, questi due paesi oggi risentono ben poco della crisi energetica.

Anche la Francia si è mossa con intelligenza per risolvere il problema. Ha chiesto alla principale società elettrica di limitare l’aumento dei prezzi al 4% per il 2022 e fino a soddisfare la domanda a quel prezzo, chiedendo così all’azienda di assorbire una buona parte del costo, determinando una forte diminuzione anticipata dei flussi di cassa e una grande diminuzione del valore di mercato [8]. Ciò comporta un’inefficienza, in quanto il prezzo è inferiore al costo marginale, ma consente un aumento ampio del surplus del consumatore, a costo di una maggiore diminuzione del surplus del produttore.

L’Italia, invece, ha scelto strade inadeguate sia rispetto al tipo sia alla portata del problema. Infatti, ha puntato, da una parte, su una sorta di “sussidi” (peraltro non automatici) per le fasce più povere – ma i sussidi non diminuiscono la domanda di energia, contribuendo così a mantenere alti i prezzi dell’energia [8] – e, dall’altra, sulla tassazione del 25% degli “extraprofitti” delle società del settore energetico, rivelatasi un vero e proprio “flop”, con solo 1 miliardo incassato a fronte dei circa 5 previsti. Peraltro, un’aliquota del 25% è ridicolmente bassa. E meno male che quello di Draghi era il Governo dei “migliori”!

Qualche suggerimento non richiesto ai nostri futuri governanti

I rischi per il nostro Paese credo che siano stati ben illustrati in questo mio articolo, e dipenderanno dalle soluzioni attuate o meno nel frattempo. Nel breve periodo, come sottolineato dalla Relazione annuale della Banca d’Italia [34], “la possibilità di ricorrere a fornitori alternativi è limitata ai paesi già collegati attraverso gasdotto (Algeria, Azerbaigian, Libia, Norvegia e Paesi Bassi) e alle importazioni via nave di gas naturale liquefatto, tenendo conto della capacità di rigassificazione degli impianti esistenti. Nel medio periodo, un contributo essenziale potrà derivare da maggiori investimenti in fonti rinnovabili”.

In realtà, gli investimenti e gli investitori nelle rinnovabili in Italia ci sarebbero, ma sono bloccati a livello autorizzativo. La soluzione per aumentare l’indipendenza energetica e ridurre la bolletta elettrica è l’installazione di 60 GW di nuovi impianti da fonti rinnovabili nei prossimi tre anni, come spiegato [36] dal presidente di Elettricità Futura, Agostino Re Rebaudengo, il quale chiede al Governo di “autorizzare 60 GW di nuovi impianti da rinnovabili, pari a solo un terzo delle domande di allaccio già presentate a Terna. Essi faranno risparmiare 15 miliardi di Smc di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato!”.

Questi 60 GW di nuove installazioni – che, darebbero un contributo oltre 7 volte superiore rispetto a quanto il Governo stima di ottenere con l’aumento dell’estrazione di gas nazionale – potrebbero provenire per 12 GW da eolico, idroelettrico e bioenergie e per 48 GW dal fotovoltaico. Se poi per ipotesi i 48 GW di fotovoltaico fossero tutti realizzati su superficie agricola, si utilizzerebbe appena lo 0,3% della superficie totale, oppure l’1,3% della superficie agricola già oggi abbandonata. Peraltro, gli impianti agrovoltaici previsti non sottrarrebbero neanche un metro quadrato di terreno!

Ciò in attesa degli accumuli elettrici (2025) e dell’eolico off-shore per aumentare la stabilità della rete. I costi di produzione di energia attraverso le rinnovabili, fra l’altro, sono calati moltissimo nell’ultimo decennio [37]: “Tra il 2010 e il 2021 i costi di produzione dell’elettricità degli impianti fotovoltaici si sono ridotti dell’88 %, mentre nello stesso periodo i costi di produzione degli impianti eolici si sono ridotti del 68%. Dati gli elevati costi di produzione dell’energia legati all’aumento del prezzo del gas, in Europa nel 2022 la produzione di energia da fonti rinnovabili è stata nettamente meno costosa”.

Già oggi le aziende che hanno investito per aumentare l’autosufficienza energetica, puntando sull’autoproduzione di energia attraverso il solare, “stanno godendo di un guadagno di competitività clamoroso verso i concorrenti”. Chi menziona il nucleare di nuova generazione come soluzione del problema energetico probabilmente non sa che una centrale nucleare impiega in media circa 14 anni e mezzo per essere costruita [38], dalla fase di progettazione fino alla messa in funzione. Pertanto, occorre puntare forte sulle rinnovabili, rimuovendo soprattutto i vincoli burocratici e amministrativi.

Da gennaio a giugno, invece, in Italia – come spiega un esperto [42] – “sono stati autorizzati grandi impianti per appena 2 GW, mentre avrebbero dovuto essere come minimo 10 volte tanto. Nel nostro Paese c’è ancora un grave problema di iter amministrativo e autorizzazioni. Questo stallo dipende prevalentemente dall’incapacità dello Stato di conciliare lo sviluppo delle rinnovabili con le strutture amministrative regionali e con il Ministero dei beni culturali. La procedura ‘VIA’ nazionale è di fatto bloccata, e le Regioni approvano a macchia di leopardo in maniera umorale. Gli unici impianti eolici di grande taglia sono stati autorizzati direttamente per firma del presidente del Consiglio. Vogliamo affrontare la crisi cosi?”.

Non c’è più spazio per il gas nel nostro sistema energetico verso la neutralità climatica: il gas continuerà a ricoprire un ruolo di accompagnamento della transizione energetica ma dovrà ridursi del 30% entro il 2030, in tutte le tipologie di consumo (per il riscaldamento, per i processi industriali, etc.) ma soprattutto nella generazione elettrica, perché è lì che disponiamo già in abbondanza di una alternativa sicura, efficace ed economica: le fonti rinnovabili, appunto, cui si aggiungeranno in futuro le rinnovabili basate sulle LENR (Low Energy Nuclear Reaction), che sembrano uscite da un libro di fantascienza ma sono reali.

Inoltre, non è pensabile di risolvere il problema energetico italiano agendo su solo uno o due fattori. Come illustrai a suo tempo in un mio lungo articolo [4], esistono ben 10 fattori che già prima della pandemia rendevano le bollette delle aziende e delle famiglie italiane fra le più care dell’Unione Europea. Frutto in molti casi di “favori” alle lobby di turno, negli anni sono state introdotte anche delle riforme che hanno disincentivato il passaggio alle fonti rinnovabili degli utenti. Quindi, se si vuole realmente prendere di petto la questione, occorre studiarsi per bene quelle 10 cause e intervenire sul maggior numero possibile.

Come osservato da Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore esecutivo di ECCO, il think tank indipendente per il clima, il Governo Draghi ha tolto gli oneri di sistema dalle bollette elettriche “indipendentemente dai livelli di consumo e anche per le seconde case. Le misure per le famiglie sono quindi generiche e non selettive, mentre quelle per le imprese non sono sufficienti né pensate per soluzioni strutturali, di efficienza e produzione rinnovabile, anche impiegando le risorse del PNRR. Inoltre, il disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità ha senso, ma solo se viene fatto non come misura di emergenza ma nell’ottica di una riformulazione complessiva del disegno del mercato elettrico” [42].

Si noti che il lockdown energetico (o “lockdown produttivo”) non si avrebbe solo in caso di futuri blackout programmati, ma si ha già ora per quelle attività produttive i cui costi dell’energia sono tali che esse sono costrette a fermarsi per non lavorare in perdita. Purtroppo, mi è capitato in più occasioni di rendermi conto che il dibattito pubblico su questi argomenti è viziato da una conoscenza della materia generalmente molto scarsa, il che rende difficile ai decisori politici di intervenire in maniera corretta, come abbiamo visto negli scorsi mesi con le misure adottate dal Governo, che non stanno evitando la morìa di imprese.

In più, abbiamo una carta stampata omologata (con poche lodevoli eccezioni), social network con la censura sempre pronta se non sei allineato, politiche sempre più coercitive e restrittive delle libertà, povertà in costante aumento, immigrazione incontrollata che aumenta la criminalità, il degrado delle città ed alimenta lo scontro sociale. Da arma di “distrazione di massa”, le fake news e le veline di regime veicolate dai media mainstream rischiano ora di diventare un’arma di “distruzione di massa” per il nostro Paese. Il tempo stringe, urge un’inversione di rotta, o arriverà presto la fine che tutti temiamo.

Mario Menichella (fisico e divulgatore scientifico) – m.menichella@gmail.com

Riferimenti bibliografici

[1]  Guenette G.D. & Khadan J., “The energy shock could sap global growth for years”, Blog della World Bank, worldbank.org, 22 giugno 2022.

[2]  Office for National Statistics of the United Kingdom, “Energy prices and their effect on households”, ons.gov.uk, 1° febbraio 2022.

[3]  Menichella M., “Gli effetti della pandemia economica in Italia: perché la ‘variante imprese’ rischia di dilagare”, Fondazione David Hume, 10 febbraio 2022.

[4]  Menichella M., “Le 10 cause del caro-bolletta energetica italiano: anatomia di un disastro”, Fondazione David Hume, 10 gennaio 2022.

[5]  Raschi M., “Moltissime aziende ci hanno già chiesto di staccare il gas”, Il Resto del Carlino, 28 agosto 2022.

[6]  Redazione, “Confcommercio: a rischio 120mila imprese e 370mila posti”, askanews.it, 25 agosto 2022.

[7]  Benassy-Quere A., “Energy crisis: Europe by candlelight?”, tresor.economie.gouv.fr, 27 maggio 2022.

[8]  Blanchard O. & Pisani-Ferry J., “Fiscal support and monetary vigilance: Economic policy implications of the Russia-Ukraine war for the European Union”, piie.com, aprile 2022.

[9]  Battistini N. et al., “Energy prices and private consumption: what are the channels?”, European Central Bank, ecb.europa.eu, marzo 2022.

[10]  Giubilei F., “Il prezzo del gas va alle stelle. Verso un inverno con razionamento”, il giornale.it, 26 agosto 2022.

[11]  Menichella M., “Il ‘boom’ dei prezzi e l’impatto del lockdown: l’Italia rischia ora la ‘tempesta perfetta’”, Fondazione David Hume, 21 aprile 2021.

[12]  Germany Country Team dell’IMF, “Germany Faces Weaker Growth Amid Energy Concerns”, International Monetary Fund, imf.org, 21 luglio 2022.

[13]  Blake H. & Bulman T., “Surging energy prices are hitting everyone, but which households are more exposed?”, Ecoscope, oecdecoscope.blog, 10 maggio 2022.

[14]  Eurosystem Staff Economic Projections, “Macroeconomic Projections for the Italian Economy”, Banca d’Italia, 10 giugno 2022.

[15]  Crank J., “How Much Can You Save By Adjusting Your Thermostat?”, Direct Energy Blog, 10 aprile 2018.

[16]  Redazione, Feltrin “Senza misure contro caro-bollette, a ottobre black out filiera legno-arredo”, Italpress, 31 agosto 2022.

[17]  Becchi P. & Zibordi G., “Cosa c’è (davvero) dietro gli aumenti dell’elettricità”, nicolaporro.it, 26 luglio 2022.

[18]  Redazione ANSA, “Energia: Anci e Upi, altri 350 milioni o tagli ai servizi”, ansa.it, 31 agosto 2022.

[19]  Redazione, “Gazprom ferma il Nord Stream 1. Eni: ‘Consegne di gas ridotte’. La premier francese: ‘In inverno potremmo dover staccare la luce alle case’”, ilfattoquotidiano.it, 31 agosto 2022.

[20]  Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, “Sbarchi e accoglienza dei migranti: tutti i dati – Cruscotto statistico del 1° settembre 2022”, interno.gov.it, 1° settembre 2022.

[21]  Cadeddu G., “Migranti, gli sbarchi in Italia dal 1997 al 2022: i dati del Viminale”, tg24sky.it, 12 maggio 2022.

[22]  Fotia F., “Escalation della crisi energetica, dai blackout in Kosovo all’allerta della Finlandia”, meteoweb.eu, 27 agosto 2022.

[23]  International Energy Agency, “How Europe can cut natural gas imports from Russia significantly within a year”, iea.org, 3 marzo 2022.

[24]  Giannoni A., “Industrie a rischio stop: ‘Energia, costi impazziti’”, il giornale.it, 1° settembre 2022.

[25]  Redazione, “Emergenza energia, ‘Occorre agire subito’”, confcommercio.it, 26 agosto 2022.

[26]  Menichella M., “Le speculazioni sul gas che stanno creando il caro-bollette. E le Authority stanno a guardare…”, Fondazione David Hume, 4 marzo 2022.

[27]  Allocca A., “’Non pagate più le bollette di gas ed elettricità’: in UK nasce il movimento contro il caro vita, londraitalia.com, 10 agosto 2022.

[28]  Becchi P. & Zibordi G., “Energia, inflazione, follie green: cosa imparare dalle rivolte in Sri Lanka”, nicolaporro.it, 11 luglio 2022.

[29]  Redazione ANSA, “Ungheria firma contratto con Gazprom, +5,8 mln metri cubi”, ansa.it, 31 agosto 2022.

[30]  “Caro bollette, la rabbia dei ristoratori di Lucca: ‘No ai pannelli solari perché l’area è protetta’”, tgcom24.mediaset.it, 30 agosto 2022.

[31]  Menichella M., “Le possibili soluzioni del problema del caro-bollette per evitare il ‘lockdown energetico’”, Fondazione David Hume, 9 maggio 2022.

[32]  Redazione, “Caro energia, il distretto del vetro e delle piastrelle verso il fermo: ‘Forni spenti in attesa che il governo intervenga. Da settembre i dipendenti saranno in cassa’”, ilfattoquotidiano.it, 31 agosto 2022.

[33]  Giliberto J., “Le bollette elettriche non pagate saranno (in parte) a carico degli altri utenti”, ilsole24ore.com, 14 febbraio 2018.

[34]  Redazione, “Gas russo, Bankitalia fa il punto: ‘Fino a oggi il 43% del gas in Italia importato da Mosca’”, globalist.it, 31 maggio 2022.

[35]  I4C – Italy for Climate, “L’Italia produce il 50% dell’elettricità da gas, la più alta in UE”, italyforclimate.org, 10 giugno 2022.

[36]  “Re Rebaudengo (Elettricità Futura) sul caro bollette: ‘Il Governo autorizzi 60 GW di nuovi impianti da FER entro giugno 2022’”, Solare B2B, 28 febbraio 2022.

[37]  “Caro energia, Ref ricerche: ‘Per l’area euro costo di almeno 500 miliardi. I settori energivori ridurranno la produzione a favore dei concorrenti extra Ue’”, ilfattoquotidiano.it, 29 agosto 2022.

[38]  Jacobson M.Z., “Le 7 ragioni per cui l’energia nucleare non è la risposta per risolvere il cambiamento climatico”, greenreport.it, 3 gennaio 2022.

[39]  Redazione, “Spanish Energy Price Cap Introduced Across Spain”, rightcasa.com, 15 luglio 2022.

[40]  De Re G.M., “Bruxelles. La Ue ora si prepara a ‘sganciare’ i prezzi dell’energia da quelli del gas”, avvenire.it, 30 agosto 2022.

[41]  Scorzoni M.T., “Visco: “Covid, shock senza precedenti: farà qualche vittima tra le banche”, First online, 22 ottobre 2020.

[42]  Redazione, “Caro energia, Leonardi (Ecco): ‘Per affrontarlo indispensabile ridurre i consumi. I rigassificatori? Scommessa con rischi a carico dei cittadini’”, ilfattoquotidiano, 3 settembre 2022.

[43]  Zorzoli G.B., “La formazione del prezzo dell’elettricità e le rinnovabili”, qualenergia.it, 18 febbraio 2021.

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