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Lo Sato e le tragedie della vita

28 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Ci sono vicende per le quali non si può che provare un’immensa, infinita pietà. È il caso di Sara Campanella e del suo assassino, Stefano Argentino, suicidatosi in carcere poche settimane fa, chiudendosi in bagno e impiccandosi con le lenzuola. Ed è più che mai il caso, verificatosi qualche anno fa in un ospedale di Vigevano e riemerso nelle cronache di questi giorni, della donna che, esausta dalla fatica del parto, ha involontariamente schiacciato il suo bambino appena nato, rendendolo tetraplegico e cerebroleso.

Ma non è solo la pietà ad accomunare questi casi, per tanti altri versi diversissimi. C’è anche un altro aspetto, al tempo stesso giuridico e culturale, che li accomuna e merita una riflessione: in entrambi i casi la giustizia si è mossa alla ricerca di un colpevole, in entrambi i casi il colpevole è stato individuato in un ente Ente Statale (Ministero della Giustizia a Azienda Sanitaria Locale), in entrambi i casi sono state attivate o ipotizzate procedure per i risarcimenti, in entrambi i casi l’individuazione dei beneficiari e dei non beneficiari solleva interrogativi.

Andiamo con ordine. Nel caso di Sara Campanella e del suo assassino ci sono già 7 indagati per “omessa sorveglianza” e lo Stato potrebbe essere costretto a risarcire pesantemente la famiglia dell’assassino, mentre – in base alla legge vigente – ai familiari della ragazza uccisa nella migliore delle ipotesi verrà attributo un risarcimento poco più che simbolico. Quanto all’eventualità che la famiglia della ragazza uccisa intraprenda una causa civile contro la famiglia dell’assassino, come stanno facendo i familiari di Giulia Cecchettin (oltre 2 milioni di euro la loro richiesta), si tratta di una via puramente teorica, perché occorrerebbe che il ragazzo suicida possedesse un suo patrimonio e che i parenti ne accettassero l’eredità. In breve: niente (o quasi) alla famiglia della ragazza uccisa; probabile risarcimento milionario – a carico dei contribuenti – per i familiari dell’assassino suicida in carcere; possibile condanna per 7 imputati rei di non aver previsto e impedito l’atto suicida: la direttrice e la vice-direttrice dell’istituto di pena, la responsabile del trattamento e il pool di 4 esperti – uno psichiatra e tre psicologi – che avevano in cura il giovane.

Apparentemente diverso, ma per determinati aspetti assai simile, il caso della mamma che, inavvertitamente, schiaccia il suo bambino nel letto rendendolo invalido. La Asl – dunque, ancora una volta, i contribuenti – è stata condannata a pagare un risarcimento milionario alla madre, al marito e ai loro familiari perché, così riferiscono le cronache, il giudice ha ritenuto corresponsabile della disgrazia il personale ospedaliero che: a) non avrebbe vigilato con sufficiente frequenza (ogni 10 minuti) le operazioni di allattamento; e b) non avrebbe adeguatamente istruito la neo-mamma sulle procedure e le precauzioni da seguire.

Ma il dato più sorprendente è non tanto l’entità quanto la ripartizione dei risarcimenti: 1.091.218 euro al bambino per i danni permanenti (e si può capire); 100 mila euro a ciascuno dei genitori (e forse si può capire pure questo); 25mila euro al fratello minore (mah…); 35mila euro a ciascuno dei quattro nonni (qui qualcosa mi sfugge).

Va detto, naturalmente, che in entrambi i casi – il suicidio di un assassino in carcere e l’errore di una madre esausta per il parto – è difficilissimo sapere come sono andate esattamente le cose, e se vi siano state davvero omissioni da parte di chi, secondo i protocolli e secondo la legge – avrebbe dovuto sorvegliare e vigilare. Quel che mi colpisce, però, è la completa sparizione dal nostro orizzonte mentale delle categorie con cui questi fatti sarebbero stati percepiti un tempo: come una scelta individuale (il suicidio di un assassino) e come una tragica fatalità (l’errore di una madre). In noi, ormai, prevale l’imperativo di trovare per ogni male un responsabile, e di cercarlo immancabilmente nello Stato e negli apparati pubblici. Ai quali sempre meno viene richiesto di proteggerci dal male che possono farci gli altri, e sempre più dal male che può venire da noi stessi e dai nostri errori. Con il corollario che, una volta messi alla sbarra gli apparati pubblici, da essi vengono fatti scaturire benefici ben poco comprensibili (premi alla famiglia dell’assassino) e dimenticanze scandalose (spiccioli per le famiglie delle vittime).

Forse c’è qualcosa da rivedere. Non solo nelle leggi, ma anche nel nostro modo di reagire alle tragedie della vita.

[articolo uscito sulla Ragione il 26 agosto 2025

Il mito dei “due popoli, due stati”

25 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Due notizie, negli ultimi giorni, hanno monopolizzato l’attenzione riguardo a Israele. Da un lato, la decisione, non condivisa dai vertici dell’esercito, di completare l’occupazione di Gaza entrando a Gaza City, nella speranza di assestare il colpo finale a Hamas e nella presunzione (a mio parere poco fondata) che questo possa favorire la liberazione degli ostaggi. Dall’altro, il via libera a nuovi insediamenti in Cisgiordania, in un territorio (la cosiddetta zona E1) la cui occupazione farebbe crescere ulteriormente la frammentazione della Cisgiordania, rendendo materialmente impossibile la costituzione di uno Stato Palestinese.

La maggior parte dei governi europei, compreso il nostro, ha condannato entrambe le decisioni, invitando Israele a fermarsi. Complessivamente, l’umore delle opinioni pubbliche europee volge sempre più a sfavore di Israele e pro-Palestinesi, costringendo i governi europei a prendere le distanze dal governo Netanyahu, considerato come l’ostacolo che rende impraticabile la soluzione “due Popoli due Stati”, unica via di pacificazione fra i due popoli. Di qui l’idea, agitata per parare le accuse di antisemitismo, secondo cui si dovrebbe distinguere fra popolo israeliano (buono) e Netanyahu (cattivo), così come sarebbe necessario distinguere fra popolo palestinese (buono) e Hamas (cattivo). Insomma: i due popoli non hanno colpe, i veri nemici sono i loro governanti.

Questa narrazione del conflitto ha un suo potere persuasivo, e rende molti buoni servigi a chi desidera manifestare il suo sdegno per le atrocità commesse a Gaza dall’esercito israeliano ma vuole sfuggire all’accusa di antisemitismo. Ma si può dire che sia fondata?

A metterne crudamente in dubbio la plausibilità è intervenuto pochi giorni fa lo scrittore ebreo americano Nathan Thrall, che vive a Gerusalemme Est (possibile capitale di un futuro Stato palestinese). In un’intervista a Repubblica, ha fatto notare diverse cose dimenticate dalle narrazioni prevalenti in Europa. Primo, il 79% degli ebrei israeliani “non è disturbato dalla fame a Gaza”, e i cittadini israeliani “non si stanno ribellando alle uccisioni dei civili a Gaza”. Secondo, l’opposizione all’ingresso a Gaza City è dettata dal timore di compromettere la sorte degli ostaggi, non certo da remore per i costi umani della “soluzione finale” nei confronti di Hamas. Quel che l’opinione pubblica davvero desidera è l’annientamento di Hamas, però non prima di aver recuperato gli ostaggi. Terzo, i progressisti europei si raccontano una bugia quando affermano che il problema è la destra israeliana: “due anni e mezzo fa avevamo un governo guidato dal centrista Likud e da Bennet, e le politiche nei confronti dei palestinesi non erano diverse, hanno costruito persino più insediamenti [in Cisgiordania] dei predecessori”.

Ed eccoci al punto. Oggi, a dar retta ai discorsi prevalenti in Europa, parrebbe che la strada per la pace sia non occupare Gaza City e bloccare il piano di nuovi insediamenti nella zona E1, confinante con Gerusalemme Est. Ma si sorvola sul fatto che, anche se il governo Netanyahu obbedisse pienamente alle ingiunzioni dei governi europei e delle Nazioni Unite, l’agognata soluzione dei “due Popoli, due Stati” resterebbe del tutto impraticabile, anzi per certi versi ancora più impraticabile di prima. Perché, da vent’anni, i due principali ostacoli a quella soluzione restano la sopravvivenza di Hamas e la colonizzazione della Cisgiordania (ovvero della terra fin dal 1947 destinata ai Palestinesi). Una colonizzazione che nessun governo israeliano ha ostacolato, ed ora sta lì come un macigno, e tale resterebbe se domani Netanyahu cadesse e il suo posto venisse preso da un premier di altro colore politico.

Sarò forse un po’ drastico, ma mi pare troppo comodo fare la voce grossa con Israele solo ora, dopo un ventennio in cui si è assistito senza fiatare alla crescita di Hamas a Gaza (alimentata anche dai soldi dell’Europa) e ben poco si è tentato per contrastare la proliferazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È allora che l’Europa avrebbe dovuto far sentire la sua voce, senza aspettare il dramma umanitario di Gaza per trovare il coraggio di criticare Israele. Perché quella palestinese è una questione politica, che in termini politici – piuttosto che in termini umanitari – avrebbe dovuto essere affrontata. Porre quella questione ora che i buoi sono scappati può lavare le coscienze, ma difficilmente toglierà Palestinesi e Israeliani dal dramma in cui sono precipitati.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 agosto 2025]

Veltroni e le certezze sulla sicurezza

22 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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“È un dato di fatto che gli italiani, dopo anni di governo di destra, si sentono più insicuri”.

“Credo di poter dire che mai la percezione di insicurezza su tutti i fronti sia stata così alta, anche in Italia”.

Sono due fra le molte affermazioni perentorie che si possono leggere in un recente intervento di Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

All’articolo di Veltroni ha replicato Maurizio Belpietro su La Verità, opponendogli i dati del consueto Rapporto di Ferragosto del Viminale, da cui risulta che nei primi 7 mesi del 2025, rispetto al corrispondente periodo del 2024, sono diminuiti i reati totali (-9%), le violenze sessuali (-17.3%), le rapine (-6.7%), i furti (-7.7%), mentre sono aumentati leggermente gli omicidi (+3.4%).

Sono due esempi perfetti di come non si dovrebbe parlare di sicurezza. Veltroni presenta come “dato di fatto” una sua personale sensazione di aumento dell’insicurezza percepita, che nessuna indagine demoscopica ha finora confermato. Le poche indagini rigorose finora pubblicate, anzi, mostrano semmai il contrario. L’ultima ricerca di questo tipo dell’Istat, pubblicata meno di un anno fa e relativa ai primi mesi del governo Meloni, titola “Migliora la percezione di sicurezza dei cittadini”. Nulla esclude che indagini più recenti rovescino il giudizio, e diano ragione al pessimismo veltroniano, ma il punto è che per ora sappiamo solo che l’ultima rilevazione ufficiale ha registrato un aumento e non una diminuzione della percezione di sicurezza. Quanto poi alla affermazione che “mai” la percezione di insicurezza sarebbe stata così alta, ci soccorrono le indagini annuali dell’istituto Demos&Pi, che rivelano che il picco dell’insicurezza fu toccato nel 2012 (regnante Monti), con il 50% di cittadini preoccupati per la criminalità, mentre nel 2023 (ultima indagine disponibile, e primo anno del regno Meloni) l’insicurezza era al 33%”, ossia molto più bassa e, ironia della sorte, vicinissima al minimo storico (32%) toccato nel 2009, regnante Berlusconi. Anche qui non sappiamo ancora che cosa sia successo poi, ossia nel 2024 e nel 2025, ma supporre – e affermare perentoriamente – che si sia superato il picco del 2012 appare quantomeno avventuroso.

Meglio allora rivolgersi al Viminale e ai dati (rassicuranti) riportati da Belpietro?

Peggio che mai. Ci sono ottime ragioni per prendere con scetticismo anche i dati del rapporto di Ferragosto del Viminale, non solo le percezioni di Veltroni.

Innanzitutto, il rapporto ha un chiaro intento propagandistico. Il suo scopo (più che legittimo) è chiaramente quello di mettere in evidenza l’attivismo e i successi delle Forze dell’ordine.

In secondo luogo, i suoi dati sono pochissimo informativi, sia perché si limitano a rilevare le tendenze dell’ultimo anno (primi 7 mesi del 2025 contro primi 7 mesi del 2024), sia perché riguardano un piccolo e selezionato numero di reati, sia perché – inevitabilmente – sottostimano il numero di delitti del periodo più recente (per normali ritardi nella trasmissione dei dati). Presumibilmente, l’unico dato affidabile è quello degli omicidi, che sono quasi del tutto privi di “numero oscuro” (casi non denunciati) e difficilmente sono registrati e comunicati con grande ritardo, ma che – malauguratamente – risultano invece in aumento: +3.4%.

Che fare, dunque?

Per quanto riguarda la percezione di insicurezza, aspettiamo che l’Istat pubblichi i risultati della indagine multiscopo, condotta nei mesi scorsi. Per quanto riguarda la realtà, è essenziale usare dati consolidati, ossia non soggetti ad eccessive revisioni, prendere in considerazione un periodo di almeno 4-5 anni, scegliere in modo non furbesco l’anno di appoggio, rispetto al quale calcolare le variazioni. In concreto, questo significa ignorare gli anni 2020-2021, anomali causa Covid, e puntare su due confronti cruciali: 2022 contro 2019 (era Conte-Draghi) e 2023 su 2022 (primo anno dell’era Meloni).

Ed ecco i risultati: su 33 categorie di delitti considerate nelle statistiche ufficiali, 18 hanno avuto il medesimo andamento (aumento o diminuzione) nell’era Meloni e nell’era Conte, 6 sono aumentati nell’era Meloni e diminuiti nell’era Conte-Draghi, 8 sono aumentati nell’era Conte-Draghi e diminuiti nell’era Meloni. Riguardo al numero totale di delitti, il bilancio non è favorevole per nessuno: i furti sono aumentati nel 2022-2023 e diminuiti nel 2019-2022 (forse anche per gli strascichi della pandemia), ma l’insieme degli altri delitti è aumentato in entrambi i periodi a un ritmo simile (circa 2% l’anno).

Se poi ci rivolgiamo ai delitti di maggiore allarme sociale, il punto debole dell’era Conte-Draghi sono le violenze sessuali, aumentate del 28.8% in tre anni, mentre quello dell’era Meloni è l’aumento di alcuni crimini violenti commessi da minori, come le rapine e le lesioni dolose (un dato che risulta chiaramente da altre fonti ufficiali, inspiegabilmente trascurate).

Come si vede, appena si mette mano ai dati, ogni certezza ideologica vacilla.

[articolo uscito sulla Ragione il 19 agosto 2025]

Percezione o realtà? – La crescita della violenza giovanile

18 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Pochi giorni fa, in Italia, quattro bambini rom di 11-13 anni (quindi non imputabili) hanno rubato e svaligiato l’auto di un turista francese, e con l’auto rubata hanno investito e ucciso una donna. In Francia, un paio di settimane fa, per limitare aggressioni e spaccio, una quindicina di città hanno imposto il “coprifuoco” per i ragazzini, che non potranno più girare di notte non accompagnati da adulti. E non passa giorno senza che le cronache riferiscano di risse fra baby-gang, assalti alle forze dell’ordine, accoltellamenti fra minorenni.

E tuttavia la domanda è: sono i media che alimentano la percezione di un aumento della violenza minorile, o c’è qualcosa di reale?

Su questo le opinioni si dividono, non solo oggi. Tipicamente, i conservatori tendono a pensare che la criminalità minorile sia realmente in aumento. Mentre i progressisti, ogni volta che se ne presenta l’occasione, chiamano in causa i media e il loro potere di suggestione e di amplificazione dei fenomeni criminali.

Chi ha ragione?

A prima vista, la versione progressista ha molte frecce al suo arco. Decenni di studi sul cosiddetto “crime drop” (il crollo degli omicidi avvenuto nei paesi occidentali dopo la caduta del muro di Berlino) hanno abituato i sociologi a pensare che il problema fondamentale sia di individuare le cause che, nel ventennio 1990-2010, hanno permesso questo spettacolare progresso della convivenza umana. Le ragioni individuate sono più di una decina, ma la lista è controversa, e nessuno è finora stato in grado di indicare con sicurezza quelle giuste (forse anche perché la maggior parte degli studi empirici lavorano su dati americani). In breve, molti studiosi sono ancora fermi a una domanda superata, o perlomeno inattuale: perché il crimine diminuisce?

Ma c’è anche un altro ostacolo che rende difficile mettere a fuoco il problema della violenza giovanile: il successo dei libri di due formidabili psicologi sociali americani, Jean Twenge e Jonathan Haidt. In due importanti e documentatissimi volumi come Iperconnessi (Einaudi 2018) e La generazione ansiosa(Rizzoli 2024) tutta l’attenzione viene posta sugli effetti psicologici negativi degli smartphone e dei social, ma tali effetti sono concettualizzati  esclusivamente come “disturbi internalizzanti”, ossia come squilibri che si rivolgono verso l’interno dell’individuo, generando ansia, depressione, senso di solitudine, disturbi alimentari, comportamenti autolesionistici, fino al suicidio (tentato o reale). Nessuna attenzione viene riservata all’altra grande classe di disturbi, i cosiddetti “disturbi esternalizzanti”, nei quali il disagio anziché essere rivolto all’interno del soggetto viene riversato all’esterno, verso gli altri, in forme che possono variare dalla semplice sindrome ADHD (iperattività e deficit di attenzione) fino ai comportamenti più antisociali, come le aggressioni fisiche, le violenze sessuali e gli omicidi.

Detto in altre parole: tipicamente, i sociologi si attardano ancora sulle ragioni della diminuzione della violenza (un fenomeno del passato), gli psicologi sociali analizzano l’impatto di internet sui giovani ignorando i disturbi esternalizzanti, che della violenza possono essere il veicolo. Così nessuno scienziato sociale pare porsi seriamente la domanda fondamentale: l’indigestione da internet delle nuove generazioni può contribuire ad aumentare i comportamenti violenti?

È toccato a una scrittrice, Susanna Tamaro, provare a rispondere, basandosi sugli studi dei neuro-scienziati: “l’uso eccessivo dello smartphone riduce, specie nei bambini e negli adolescenti, il volume cerebrale, soprattutto nelle regioni subcorticali, quelle regioni che aiutano a regolare il comportamento e controllare le emozioni”. Di qui un possibile aumento della violenza minorile, legato alla diminuzione della capacità di auto-controllo.

Ma questo aumento della violenza minorile è reale, o puramente ipotetico? E se è reale, i suoi tempi sono quelli che in tutto l’occidente hanno governato l’esplosione dei disturbi internalizzanti, a partire da ansia e depressione, o sono tempi diversi? Detto in altre parole: il decollo di internet e dei social media, avvenuto una dozzina di anni fa, c’entra oppure no?

I dati finora disponibili, purtroppo, non consentono di dare una risposta rigorosa a tutti gli interrogativi precedenti. Però qualcosa possiamo dire.

Primo, negli Stati Uniti, a dispetto di una diminuzione della maggior parte degli altri reati, gli omicidi commessi da minorenni sono letteralmente esplosi (+65%) fra il 2016 e il 2022 (ultimo dato reperibile). E sono in aumento pure i delitti commessi da minori con armi da fuoco o altre armi.

Secondo, in Italia fra il 2019 (ultimo anno pre-Covid) e oggi (ultimi dati disponibili, per lo più relativi al 2023) i reati di aggressione commessi da minorenni sono tutti in aumento, almeno a giudicare da quelli per cui si hanno dati aggiornati al 2023 o al 2024. In ordine di velocità di crescita: minaccia (+13.7%), lesioni dolose (+35.1%), violenza sessuale (+38.8%), percosse (+40.0%), rissa (+57.5%), rapina (+78.4%), omicidio (+84.2%). Come si vede, il primo posto di questa triste classifica è occupato dagli omicidi, esattamente come negli Stati Uniti.

A quanto pare, questa volta, sono i conservatori a vederci giusto.

[articolo inviato al Messaggero il 15 agosto 2025]

Tre domande su Israele

13 Agosto 2025 - di Luca Ricolfi

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Dopo una lunga stagione di incertezze, ora anche il governo italiano pare essersi deciso a prendere posizione contro il piano di occupazione di Gaza City annunciato da Netanyahu, ma osteggiato dall’esercito israeliano. A differenza di altri paesi, tuttavia, l’Italia non ha sospeso gli accordi di cooperazione con Israele, non ha riconosciuto lo Stato palestinese, né ha annunciato di volerlo fare a breve termine (come invece ha fatto la Francia).

Le ragioni della svolta si comprendono facilmente: i media occidentali e l’opinione pubblica sono schierati senza incertezze con i Palestinesi, visti come vittime innocenti della crudeltà di Netanyahu. In questa situazione, per qualsiasi governo europeo occidentale, non condannare la nuova operazione militare israeliana equivarrebbe a un suicidio politico (una situazione simile, mutatis mutandis, a quella del 1992, quando era impossibile non stare con Mani Pulite contro i politici corrotti). Di qui la corsa a schierarsi con i deboli (palestinesi) contro i forti (israeliani).

Se sul piano comunicativo il gioco è chiaro, e fin troppo scoperto, non così sul piano politico-militare. Chi, come la maggior parte dei governi europei, sostiene il riconoscimento dello stato di Palestina e la soluzione “due popoli, due Stati”, si guarda bene dal rispondere ad alcune domande cruciali.

Prima domanda: qual è il governo che i paesi europei vorrebbero riconoscere? È il governo di Gaza, anti-democratico e in mano ai terroristi? O è la debole e corrotta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che governa una piccola porzione della Cisgiordania? O il riconoscimento è una finzione, che non si rivolge a nessun governo, e serve semplicemente a rabbonire le sensibili opinioni pubbliche europee?

Seconda domanda: qual è il territorio su cui dovrebbe sorgere il nuovo Stato Palestinese? Se è Gaza, è una presa in giro, visto che la Striscia è un cumulo di macerie. Se è la Cisgiordania, c’è un piccolo inconveniente: per cederla interamente ai Palestinesi occorrerebbe sgomberarla da centinaia di migliaia di coloni e soldati israeliani, che controllano interamente la zona C (59% del territorio), hanno il controllo militare della zona B (24% del territorio), e con innumerevoli posti di blocco sorvegliano tutti gli spostamenti fra le oltre 200 aree separate che costituiscono le zone A e B in cui vivono la maggior parte dei Palestinesi.

Terza domanda: esiste un percorso politico-diplomatico-militare che ha ragionevoli possibilità di imporre la soluzione dei due Stati?

Quel che voglio dire è che è troppo comodo lavarsi la coscienza con l’atto puramente simbolico di riconoscere lo Stato palestinese, senza specificare quali sono i territori che gli israeliani dovrebbero sgomberare, qual è l’autorità di governo che siamo disposti a riconoscere, qual è il processo che può condurre alla meta.

Da questo punto di vista, l’Europa non è certo senza peccato. Dov’eravamo quando, specie sotto Netanyahu, i governi israeliani permettevano la frantumazione della Cisgiordania in innumerevoli enclave? Che cosa abbiamo fatto per impedire gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania, una terra che l’Onu fin dal 1947 aveva assegnato ai Palestinesi? Come abbiamo fatto a chiudere gli occhi di fronte all’uso che, per ben due decenni, Hamas ha fatto dei miliardi di aiuti concessi dall’Europa?

Sono tutti interrogativi cui nessun governo europeo, finora, ha avuto il coraggio di rispondere. Perché se provasse a farlo, dovrebbe scoprire che il male è stato fatto ben prima dell’invasione di Gaza, e in quel male anche noi abbiamo avuto una parte. Oggi ci commuoviamo per le sofferenze del popolo palestinese e invochiamo una soluzione – due popoli, due Stati – che con la nostra indifferenza passata abbiamo contribuito a rendere (quasi) impossibile.

[articolo inviato alla Ragione il 10 agosto 2025]

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