Hume PageHume Page

Società

Il riequilibrio dei poteri – Perché votare SÌ al referendum

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Parlare dell’imminente referendum sulla giustizia non è molto originale, ma è molto importante, perché in gioco c’è ben più del suo contenuto esplicito. Il suo significato profondo, infatti, è politico: si tratta di ristabilire il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, che da trent’anni in qua è stato gravemente alterato, a tutto vantaggio della magistratura, che ne ha approfittato per invadere sempre più spesso ambiti che per loro natura non competono ad essa, bensì alla politica.

1. Non separazione, ma equilibrio dei poteri

Prima di entrare nel merito del quesito referendario va chiarito un punto fondamentale, che viene continuamente frainteso (nel migliore dei casi) o addirittura intenzionalmente mistificato (nel peggiore): la democrazia non si basa affatto sulla separazione dei poteri, bensì sul loro equilibrio.

Con questo non sto certo negando che la separazione sia importante, ci mancherebbe. Ma essa è importante solo come mezzo rispetto a un fine. E il vero fine è, per l’appunto, l’equilibrio dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Di conseguenza, la separazione va mantenuta – e anzi difesa a spada tratta – nella misura in cui aiuta (non in astratto, ma nella situazione concreta in cui ci si trova) a mantenere tale equilibrio. Tuttavia, essa non solo può, ma anzi deve essere almeno in parte corretta qualora cominciasse invece a generare uno squilibrio. E che oggi uno squilibrio ci sia e che sia tutto dal lato della magistratura, che ne approfitta per prevaricare sempre più spesso sulla politica, invadendo ambiti che per loro natura non le competono, mi pare un dato di fatto difficile da negare.

Il motivo è che la magistratura ha la possibilità di influire sulla politica in due modi: con le inchieste, che possono colpire sia singoli individui che interi partiti; e con le sentenze della Corte Costituzionale, che ha il compito di abrogare le leggi contrarie alla Costituzione. La politica, a sua volta, influisce sulla magistratura attraverso l’attività legislativa, che di per sé è prerogativa del Parlamento, ma di fatto è esercitata indirettamente anche dall’esecutivo, per mezzo dei decreti e delle proposte di legge, nonché del dialogo interno ai partiti.

Il sistema di per sé funziona, ma ha un punto debole: a controllare che la magistratura si attenga alla legge (come è suo dovere, ma come non sempre accade) è la magistratura stessa.

In condizioni normali questo non è un problema, perché, se i casi di interpretazione arbitraria della legge sono pochi, essi vengono corretti dai meccanismi di controllo interni all’ordinamento giudiziario. Ma se a deviare è una parte consistente o addirittura maggioritaria della magistratura, non c’è molto che la politica possa fare per ricondurla all’ordine. Cambiare le leggi non basta, perché i magistrati possono continuare a interpretarle in maniera distorta e la Corte Costituzionale può abrogarle anche se non sono realmente anticostituzionali, non essendoci nessuno al di sopra di essa che possa correggerne le decisioni L’unica soluzione è una legge costituzionale, a cui anche la Consulta deve inchinarsi.

Questo è esattamente ciò che ha fatto il governo ed è il motivo per cui domenica andremo a votare.

2. La posta in gioco

Qualche giorno fa Luca Ricolfi ha spiegato da par suo (cioè numeri alla mano) perché, nonostante il SÌ sia ampiamente maggioritario nel paese, rischi di non esserlo nelle urne. I favorevoli, infatti, essendo prevalentemente di destra e di centro, sono meno inclini a mobilitarsi rispetto ai contrari, che, essendo prevalentemente di sinistra, per tradizione tendono maggiormente all’impegno politico (https://www.fondazionehume.it/politica/le-complesse-stime-sul-referendum-vincera-il-no/).

Ciò è sicuramente vero, ma vorrei aggiungere che c’è un altro fattore che potrebbe giocare in tal senso. Infatti, il fronte del NO sta cercando di politicizzare al massimo il voto, per trasformarlo di fatto in un referendum pro o contro il governo, mentre i sostenitori del SÌ, per la stessa ragione, cercano di evitarlo, insistendo prevalentemente sugli aspetti tecnici della riforma, evidentemente memori dell’autorottamazione di Matteo Renzi, che aveva legato il suo futuro politico all’esito del referendum sulla sua riforma costituzionale.

Ciò è comprensibile, ma il calcolo rischia di essere sbagliato, perché potrebbe accentuare ulteriormente il gap di motivazione fra i due elettorati. E non solo perché l’appello a “difendere la democrazia in pericolo” è emotivamente più coinvolgente, per quanto vecchio di 60 anni (durante i quali la democrazia italiana ha continuato ad essere viva e vitale, benché un po’ acciaccata), ma perché almeno su una cosa i sostenitori del NO hanno ragione: la posta in gioco non è tecnica, ma politica.

Dal punto di vista del contenuto, infatti, non c’è dubbio che le obiezioni alla riforma siano del tutto infondate, spesso assurde e a volte addirittura deliranti, giacché in essa non c’è nulla (ma proprio nulla) che porti verso un maggiore controllo della magistratura da parte della politica.

In particolare non si capisce perché il sorteggio dei membri del CSM dovrebbe avere conseguenze apocalittiche, giacché qualsiasi magistrato deve essere in grado di giudicare i suoi colleghi, esattamente come giudica i comuni cittadini.  L’obiezione che così non si sceglierebbero i migliori è risibile, dato che il sorteggio è stato introdotto proprio di fronte all’evidenza che ormai da tempo con l’elezione non si sceglievano i più bravi, ma i più servili verso le varie correnti.

Quanto alla separazione delle carriere, in realtà non c’è, dato che anche la riforma Cartabia del 2022 ha lasciato la possibilità di passare dall’una all’altra, anche se solo una volta (il solito vecchio vizio italiano di non abolire mai una norma, ma solo di “migliorarla”). Comunque, qualsiasi cosa se ne pensi è irrilevante, perché è un punto che la nuova legge non tocca.

Insomma, se la riforma ha un difetto, non è certo che è troppo drastica, ma semmai che non lo è abbastanza.

Tuttavia, è vero che una vittoria del NO incoraggerebbe i magistrati politicizzati a continuare a comportarsi come stanno facendo. Al contrario, una vittoria del SÌ darebbe un forte segnale politico (appunto), certificando che la maggioranza degli italiani è scontenta dell’andazzo attuale e chiede un cambiamento, il che potrebbe indurli a una maggiore prudenza.

Quindi su questo i fautori del NO hanno ragione: il referendum ha un fine politico, che è davvero il ridimensionamento del potere dei magistrati. Dove sbagliano è nel ritenere che ciò sia un male, mentre al contrario è cosa buona e giusta.

3. Lo strapotere della magistratura

È semplicemente un fatto che non esiste oggi (e forse non è mai esistito nemmeno in passato) un solo paese al mondo in cui i magistrati in generale e i PM in particolare godano dello strapotere che hanno in Italia. In nessun altro paese, infatti, si danno tutte insieme le seguenti circostanze:

1) non c’è una separazione completa delle carriere;

2) PM e giudici sono sottoposti allo stesso organo di autogoverno (il CSM), che è formato da rappresentanti di entrambi i gruppi;

3) PM e giudici vengono nominati a vita tramite un concorso pubblico, che in teoria è meritocratico, ma di fatto è una cooptazione mascherata, dato che 20 membri su 28 della commissione giudicatrice, cioè oltre il 70%, sono magistrati;

4) PM e giudici sono completamente indipendenti dal potere politico;

5) non esiste l’immunità parlamentare, che obbliga a richiedere l’autorizzazione a procedere per indagare o processare parlamentari e ministri (è stata abolita nel 1993, sull’onda di Mani Pulite), che è necessaria solo per il loro arresto.

Poiché ho detto che la questione è politica, non discuterò questi punti nei dettagli, che peraltro ciascuno può facilmente approfondire da sé con una semplice ricerca su Internet. Mi limiterò a tre esempi, che dovrebbero bastare a far capire quanto sia grave l’anomalia italiana.

a) In tutto il mondo anglosassone, che rappresenta una buona parte dell’Occidente e non è certo retto da dittature fasciste, i PM non solo hanno una carriera separata dai giudici, ma non sono nemmeno magistrati: sono avvocati (gli avvocati dell’accusa) e negli Stati Uniti vengono addirittura eletti dal popolo (in genere ogni 4 anni, come i membri del Congresso). Non dico che quel sistema sia necessariamente migliore del nostro, ma di certo non è palesemente peggiore e non ha portato ad alcun asservimento della magistratura al potere politico.

b) In Francia i PM dipendono dal Ministro della Giustizia, che può emanare direttive contenenti linee guida vincolanti per la loro attività e trasferirli in qualsiasi momento anche senza il loro consenso, il che di fatto significa togliergli l’indagine che stanno conducendo. Immaginatevi cosa succederebbe se qualcuno volesse fare lo stesso da noi! Eppure, per quel che ne so neanche la Francia è una dittatura fascista e neanche questo sistema ha determinato l’asservimento della magistratura alla politica, tant’è vero che perfino un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, è stato indagato, processato, condannato e mandato in carcere.

c) In quasi tutti i paesi civili, con le uniche eccezioni di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda, per indagare o processare uno dei suoi membri o un membro del governo è necessaria l’autorizzazione del Parlamento, che può essere negata qualora si ravvisi un atteggiamento persecutorio o comunque non obiettivo da parte del PM. E ciò vale anche per il Parlamento Europeo, di cui l’Italia fa parte.

È vero che la riforma proposta dal governo Meloni non tocca nessuno di questi punti (e per questo ho detto che se ha un difetto è di non essere abbastanza incisiva). Ma non c’è dubbio che la sua vittoria al referendum favorirebbe un riequilibrio dei poteri dello Stato italiano, mentre una sua sconfitta accentuerebbe ancor di più il loro attuale squilibrio.

Il Muro di Teheran

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.

I big dell’AI come i lemming? – Svenarsi per ChatGPT

19 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Quando si parla delle conseguenze dell’intelligenza artificiale (AI) si entra, inevitabilmente, in un mondo para-onirico. Dato che il tema è tecnicamente ostico, e nessuno è abbastanza intelligente (e informato) per fare previsioni attendibili, il campo è dominato dalle nostre speranze e dai nostri incubi.

Gli studiosi classici fanno improbabili accostamenti con la storia dell’automazione, ripescano il movimento luddista contro le macchine, e sperano che la storia si ripeta: le macchine hanno sostituito tante persone, ma tanti lavori nuovi sono nati proprio perché c’erano le macchine.

Le giovani generazioni per lo più vedono il lato ricreativo e utilitaristico dell’intelligenza artificiale, che permette loro di avere informazioni, aiuto nello studio, consigli pratici, conforto psicologico, dritte nella vita sentimentale.

Gli utenti di servizi come cure mediche, elettricità, telefonia, stramaledicono chatbot e assistenti virtuali con cui vengono costretti a dialogare, senza mai la possibilità di parlare con un essere umano, dotato di intelligenza naturale e responsabilità.

Politici, preti, istituzioni e esperti di etica discettano sull’opportunità di mettere dei limiti all’intelligenza artificiale, specie nelle operazioni di guerra.

E poi naturalmente c’è la categoria dei consolatori-rassicuratori, che provano a tranquillizzarci con l’argomento (errato) secondo cui, come per ogni altra tecnologia, tutto dipende da chi la usa e come la usa.

Dal momento che il futuro è imperscrutabile, forse è di qualche utilità – in attesa del Paradiso o dell’Apocalisse che verranno – limitarci ad osservare alcune conseguenze che l’AI sta già producendo. Una, in particolare, mi pare degna della massima attenzione. La rete di imprese e istituzioni che produce i software di AI più importanti (ChatGPT, Claude, Grok, Gemini) sta effettuando o pianificando massicci licenziamenti dei propri dipendenti, ma non per la ragione che tutti ripetono da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, e cioè che l’AI permette incrementi di produttività che rendono superflua una parte della forza lavoro. Secondo alcuni analisti la ragione principale sarebbe la necessità di aumentare gli investimenti per costruire i nuovi data center, necessari per addestrare le versioni future dei principali software che si contendono il mercato.

Se questo fosse vero, saremmo di fronte a un fenomeno piuttosto nuovo. Una rete di grandissime aziende, che hanno una capitalizzazione dell’ordine di 10 trilioni (5 volte il Pil dell’Italia, 500 volte il valore di una nostra Finanziaria), sono costrette – per non soccombere alle imprese rivali – a effettuare investimenti enormi per aumentare la potenza dei rispettivi prodotti, il cui addestramento richiede consumi di energia spropositati e inevitabilmente crescenti. E per fare questo non si limitano a cercare capitali sul mercato e a produrre utili da reinvestire, ma sono indotte ad auto-divorarsi, dismettendo lavoratori, uffici, attrezzature, immobili, tutto per non dover chiudere domani perché un rivale più audace o più potente ha prodotto un software che sbaraglia la concorrenza.

Ecco, questo – sociologicamente – mi pare un fenomeno nuovo. È vero che la concorrenza, quando il vantaggio tecnologico di un’azienda è grande e incolmabile,  può generare un monopolio. Ma non si era mai visto che un insieme di aziende si svenassero e si auto-spolpassero per sopravvivere, come tanti lemming che si buttano dalla scogliera.

[articolo uscito sulla Ragione il 17 marzo 2026]

La tempesta ligure. Il duello Bucci/Brambilla

17 Marzo 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

Dai ferri corti il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il Direttore del ‘Secolo XIX’ Michele Brambilla passano alle aule di Tribunale. Un tempo si sarebbero sfidati a duello ma da quando Ferruccio Macola ferì a morte, nel 1898, il leader dell’Estrema Sinistra Felice Cavallotti, la mania dei duelli di onore è andata decrescendo fino a scomparire. (Per la cronaca Macola si tolse la vita dodici anni dopo). Non entro nel merito della vicenda giacché non sarei imparziale: sono amico ed estimatore di Brambilla e non ho avuto mai l’occasione di incontrare Bucci. Però non posso non ricordare che ,in Italia ,il malcostume che induce i politici a mettere sotto accusa—e talora persino a minacciare– i giornali che pubblicano articoli poco graditi è antico. E diffuso sia a destra che a sinistra. Marcello Veneziani, un nemico giurato dell’agiografia di regime, in un articolo del 2020, pubblicato sulla ‘Verità’, Pertini l’impertinente, ricordava che Sandro Pertini <chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!”>.

Bucci, stando alle chat pubblicate dal ‘Secolo XIX’ , si è ben guardato da toni così arroganti e intimidatori, limitandosi a protestare per il diverso trattamento riservato, al tempo delle elezioni amministrative comunali, dallo storico quotidiano genovese al candidato del centro-destra, Pietro Piciocchi, un giurista prestato alla politica, e alla candidata del centro-sinistra, Silvia Salis, dirigente sportiva ed ex martellista.. Non so se davvero il ‘Secolo XIX’ abbia dato più spazio al giurista o alla martellista: per stabilirlo dovrei disporre dei metodi e degli strumenti di indagine della Fondazione Hume o dell’Euromedia Research di Alessandra Ghisleri o dello staff di Riccardo Mannheimer. Forse il quotidiano—in passato, ovvero prima della direzione di Michele Brambilla, schierato decisamente a sinistra come altri del gruppo Gedi,’ La Stampa’, ’Repubblica’, etc. –non ha dato a molti genovesi  l’impressione   di essere un esempio convincente di par condicio.

La domanda da porsi, però, è un’altra :“aveva l’obbligo di esserlo?” Gli organi di stampa sono imprese di informazione che immettono sul mercato specifici prodotti culturali: ciascuno ha un pubblico di riferimento che cerca di conservare (e di ampliare), venendo incontro alle aspettative dei lettori. Certo nel codice professionale del giornalismo c’è il dovere di riferire i fatti, quelli graditi e  quelli sgraditi, come prescrive, nel film di George Seaton, Dieci in amore (1958), il navigato caporedattore, Jim Gannon (Clark Gable): sono tre le regole del buon giornalismo: fatti, fatti, fatti! Se si viola troppo il codice, però, scattano sanzioni non tribunalizie ma di edicola: il giornale si scredita e i lettori ne comprano un altro. E’ uno dei casi in cui può parlarsi –e ben a ragione–di ‘moralità del mercato’.

Tornando al ‘Secolo XIX’, può la Politica prescrivere una linea editoriale alla Stampa? Che quest’ultima venga definita ‘quarto potere’ non sta a significare la sua completa indipendenza da interferenze esterne  e il suo essere il bastione più sicuro della libertà politica di un popolo? Come scriveva Alexis de Tocqueville, quasi centottant’anni fa:< l’in­dipendenza della stampa è l’elemento capitale e, per cosi dire, costi­tutivo della libertà. Un popolo che vuole restare libero ha dunque il diritto di esigere che la si rispetti ad ogni costo>.

Se i politici non sono soddisfatti dal trattamento ad essi riservato da un giornale hanno un solo modo per farvi fronte: essere presenti su organi di stampa vicini alle loro idee e, soprattutto, favorire iniziative culturali, associazioni politiche capaci di ottenere un vasto seguito di massa che assicuri vendite certe al periodico disposto a pubblicizzarle.

Il fatto è che in molte regioni d’Italia, il centro-destra—di cui Marco Bucci è autorevole esponente—non investe un soldo bucato in tutto ciò che il vecchio Marx chiamava le ‘soprastrutture’. Per i partiti oggi al governo, come per i vecchi democristiani–almeno a livello locale: a livello nazionale le cose sono cambiate ma spesso in modo maldestro–, la presenza in un consiglio di amministrazione (di una banca, di un’impresa, di un gruppo editoriale, di un ente teatrale) conta più di una cattedra universitaria , degli enti e dei festival culturali –tutte cose che lasciano agli avversari che , peraltro, si sono mostrati ben capaci di servirsene per plasmare l’opinione pubblica. I politici del centro-destra non hanno tempo da perdere e, pertanto, preferiscono fare pressioni su ciò che già esiste in campo editoriale e massmediatico piuttosto che impegnarsi a trovare ‘vie nuove’ volte a incanalare un proprio pubblico di lettori e di sostenitori. Alle battaglie sui simboli sono del tutto indifferenti—da anni ho cercato invano di far dedicare a Genova una via o qualsiasi altro luogo pubblico al genovese, Vilfredo Pareto, uno dei più grandi sociologi del suo secolo e a Giovanni Ansaldo, il principe del giornalismo italiano del Novecento, genovese anche lui—ma ai giornalisti che li criticano o che li trascurano vorrebbero imporre una par condicio , d’accordo col direttore e con l’editore del periodico .Da buon liberale, preferisco un giornale collocato su una  sinistra che non è la mia  ma  indipendente, a un giornale “messo a norma” . Purché a tenerlo in vita siano i lettori effettivi e gli editori disposti a rimetterci del loro, non gli stanziamenti pubblici, come succede in Italia dove una parte infinitesima delle mie imposte va a giornali ispirati a ideologie che mi ripugnano in quanto nemiche della ‘società aperta’.

Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche

16 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.

Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?

Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.

Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.

Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in  materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.

L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.

Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?

Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.

Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.

Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.

[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]

image_print
1 2 3 222
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy