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Società

Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

3 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]

E’ vero, il fascismo non è morto

3 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

‘Il Comandante’ di Edoardo De Angelis–mandato in onda dalla Rai giorni fa—non è un gran film (soprattutto nel primo tempo) ma racconta una vicenda umana di straordinario valore etico: il salvataggio dei naufraghi della nave belga Kabalo affondata nell’Atlantico nel 1940 dal sommergibile Cappellini, al comando di Salvatore Todaro (magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino). Al momento dello sbarco, in un paese neutrale, il capitano belga, nel ringraziare Todaro, ammette che la nave trasportava aerei inglesi e, dopo aver riconosciuto che, al posto suo, avrebbe lasciato perire i marinai, gli chiede perché lui , invece, li abbia salvati.” Ma noi siamo italiani!” risponde il Comandante.

E’ bastato questo per far vedere nel film un’apologia del fascismo e una riproposta del mito del ‘buon italiano’, fatto a pezzi da storici come Angelo Del Boca. Sennonché la polemica dimostra solo che davvero il fascismo non è morto. Esso, infatti, è la negazione radicale del ‘pluralismo etico’ ed esprime l’estraneità più assoluta a quell’”abito della mente e del cuore” che, ritenendo il mondo pieno di dei, registra valori e ragioni anche nei più tetragoni avversari ideologici. Un vero antifascista come Leo Valiani—che dedicò il suo diario del 1947, Tutte le strade conducono a Roma, ai caduti dell’una e dell’altra parte—si sarebbe commosso per il beau geste di Todaro. E ciò vale anche per Carlo Azeglio Ciampi, che diede la medaglia d’oro al valor civile a Fabrizio Quattrocchi—la guardia giurata che, in Iraq, aveva detto ai suoi rapitori: “adesso vedete come muore un italiano!”—e che, pertanto, scatenò le ire di Giuliana Sgrena e di quanti identificavano patriottismo e fascismo.

I pasdaran dell’antifascismo, come Tommaso Montanari–che ha parlato del primo film italiano dell’”Era Neofascista” –o come Cristina Piccino del ‘Manifesto’, al contrario, gettando fiele e fango sul ‘Comandante’, hanno solo dimostrato che le radici del fascismo nel nostro paese sono ancora profonde. L’atto di Todaro, per Montanari, rimane solo “un punto bianco in una vita nera” (sic!). Quando si capirà che se Tizio nega ogni umanità a Caio e Caio la nega a Tizio, in un mondo tutto bianco o tutto nero, violenza e barbarie impediranno sempre la formazione di una autentica coscienza civile?

[articolo uscito il 25 maggio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it  

Le conseguenze – Attacco alla Flotilla

25 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

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Che cosa abbia spinto l’esercito israeliano a esibirsi in un disgustoso esercizio di violenza, sopraffazione e umiliazione nei confronti dei membri della Flotilla resta per me un enigma. Così come resta un enigma se il comportamento dell’esercito sia stato ordinato dall’alto, ed eventualmente da chi (Netanyahu? Ben Gvir? vertici dell’Idf?). Probabilmente non sapremo mai la verità, o meglio non sapremo se quella che ci verrà raccontata sarà la verità o una deformazione della verità. Quello che invece si può provare a valutare sono le conseguenze che il gesto israeliano potrà produrre.

Una prima (ma tutto sommato poco probabile) conseguenza potrebbe essere un forte indebolimento dei legami fra Stati europei e Stato di Israele. Dico poco probabile perché constato che l’Unione Europea, che nel suo baldanzoso passato in nome dei diritti umani è riuscita a demonizzare democrazie come quelle austriaca, polacca e ungherese, nel caso di Israele si è ben guardata dall’assumere immediatamente una posizione chiara e risoluta. Lo stesso comunicato del nostro ministro degli Esteri, che si limita a chiedere che alla prima occasione di incontro fra i ministri degli esteri dell’Unione si discuta anche di sanzioni nei confronti di Ben Gvir (anziché nei confronti dello Stato di Israele), testimonia per l’ennesima volta la timidezza e la mancanza di unità dell’Europa. Naturalmente ben si comprendono le ragioni politiche, economiche e militari che inducono non solo l’Italia a mantenere nonostante tutto buoni rapporti con lo Stato ebraico, ma altrettanto bene si comprende che quel che è successo con la Flotilla è indigeribile per l’opinione pubblica occidentale, che può arrivare a comprendere le ragioni della violenza quando è necessaria o motivata da evidenti ragioni di sicurezza, ma non è assolutamente disposta ad accettarla quando è illegale e gratuita. Con la Flotilla si è andati oltre, si è superato un limite che anche i critici di quella missione ritengono invalicabile.

E qui veniamo alla seconda conseguenza, questa invece altamente probabile. D’ora in poi non solo gli amici dichiarati di Israele, ma pure quella robusta minoranza dell’opinione pubblica ancora disposta a comprendere le ansie di un popolo che da decenni deve affrontare una tremenda minaccia esistenziale, si troveranno silenziati e per così dire ammutoliti: la proterva arroganza del gesto compiuto verso gli attivisti della Flotilla è riuscita, in un colpo solo, a rendere la causa di Israele retoricamente indifendibile. Le buone ragioni di Israele, che pure esistono, sono destinate a essere sommerse dall’indignazione per quel gesto. Il che, sia ben chiaro, non è un bene – perché il cocktail politica & morale è avvelenato – ma è mediaticamente inevitabile.

C’è poi un’altra conseguenza, questa semplicemente drammatica: l’ennesimo impulso all’antisemitismo. Una realtà sempre esistita (anche prima di Hitler), amplificata dalla guerra di Gaza, ma ora potenzialmente dilagante. Già ora, in occidente, girare con la kippāh o tenere manifestazioni a esplicita matrice ebraica è alquanto rischioso (vedi i convegni annullati, o i manifestanti allontanati dai cortei), d’ora in poi rischia di diventare semplicemente impossibile. E non voglio nemmeno pensare a che cosa potrebbe succedere se, dopo essere stata per 80 anni una delle più convinte paladine di Israele, la Germania avviasse la rimozione del suo senso di colpa verso gli ebrei, magari in sintonia con l’ascesa dell’estrema destra (per ora non neonazista) di Alternative für Deutschland.

Ci sono infine le conseguenze strettamente politiche, alcune sulla Palestina, altre più generali. In Palestina, la radicalizzazione in senso nazionalista dell’opinione pubblica israeliana (appena testimoniata da un sondaggio Lazar Research), è destinata con ogni probabilità a seppellire (per sempre?) la “Soluzione dei due Stati”, già gravemente compromessa dall’irresponsabilità delle classi dirigenti israeliane e arabe negli ultimi tre decenni, ovvero dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin.

Sul piano internazionale, non si può non registrare – ancora una volta – che con il pretesto della sicurezza, nazionale o internazionale che sia, per le maggiori potenze sta diventando sempre più normale ignorare il diritto internazionale, violare i diritti individuali, iniziare guerre e aggredire Stati sovrani. Oggi Russia, Stati Uniti, Israele, contro Ucraina, Venezuela, Iran, Gaza, Libano. Domani la Cina con Taiwan?

[articolo uscito sul Messaggero il 23 maggio 2026]

Il Partido Morado e il Partito della Stupidità Artificiale

20 Maggio 2026 - di Paolo Musso

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Un altro esempio molto inquietante di come i sistemi di cosiddetta Intelligenza Artificiale siano inaffidabili se applicati al mondo delle cose umane. La verità è che il loro ambito naturale di utilizzo è quello scientifico, perché sono algoritmi statistici, cioè sistemi di calcolo. Pretendere di usarli indiscriminatamente in qualsiasi ambito, invece, non è solo sbagliato, ma anche pericoloso.

Qualche settimana fa, per la precisione il 12 aprile, in Perù, dove attualmente mi trovo per un periodo di ricerca, ci sono state le elezioni politiche.

Per circostanze piuttosto rocambolesche una mia cara amica, Carlota Pereyra Rey, si era ritrovata ad essere candidata alla Camera per il Partido Morado, uno dei pochi abbastanza seri, ma piuttosto piccolo. Così, una volta chiusi i seggi, ho cominciato a cercare notizie, il che però, trovandomi in Amazzonia, non era semplice. L’unica fonte di informazione di cui disponevo era Internet, ma sul sito della ONPE (Oficina Nacional de Procesos Electorales) i dati della Camera venivano dati su base regionale, mentre a me interessava il dato nazionale, perché solo se il partito nel suo insieme avesse superato lo sbarramento del 5% Carlota avrebbe potuto essere eletta.

Così, per una volta, ho deciso di chiedere lumi a Gemini, la (presunta) Intelligenza Artificiale di Google.

La situazione sembrava ideale, perché la domanda era semplice e chiara e i dati erano perlopiù numerici e certamente disponibili sul Web. Si trattava solo di metterli insieme e di ricavarne le logiche conclusioni, il che è esattamente ciò per cui i sistemi di AI sono stati progettati. Eppure, il risultato è stato un disastro totale, su cui tutti dovrebbero riflettere.

Nonostante fin dall’inizio avessi chiesto i voti reali scrutinati e la loro percentuale sul totale, la AI nelle prime risposte si è basata esclusivamente sulle proiezioni, peraltro facendo affermazioni contraddittorie: prima ha detto che «il PM si attesterebbe su percentuali a una cifra, simili o leggermente superiori a quelle del 2021, ma lontane dalla soglia necessaria per il ballottaggio» (che invece nel 2021 aveva ampiamente superato), poi ha detto che si stimava che avrebbe ottenuto meno di 300.000 voti (cioè meno della metà del 2021).

Solo al settimo tentativo sono finalmente riuscito ad avere la risposta che volevo. Secondo la AI il PM aveva fin lì ottenuto 715.400 voti, cioè il 3,8% del totale, per cui il superamento della soglia era improbabile, ma non impossibile, grazie al voto di Lima e a quello dei peruviani all’estero, dove il PM è tradizionalmente più forte.

Sembrava troppo bello per essere vero, ma il primissimo exit poll annunciato dalla tv nazionale aveva dato il PM addirittura oltre l’8%. Naturalmente, il dato era inattendibile, perché, per le croniche difficoltà di comunicazione nel paese, si basava solo sui distretti più centrali di Lima, però rendeva un po’ più credibile quello annunciato dalla AI. La quale, peraltro, ad ogni richiesta di aggiornamento continuava a confermare il dato, correggendolo leggermente, il che dava l’impressione di un calcolo molto accurato.

Un primo segnale di allarme c’è stato quando ho chiesto se c’era qualche dato sul risultato personale di Carlota. La AI mi ha risposto di no (cosa di per sé plausibile), ma ha anche detto che Carlota era candidata al Senato. Le ho fatto notare che era invece in corsa per la Camera (informazione che la AI ha prontamente recepito, ma, come vedremo, non realmente assimilato), dopodiché sono andato a dormire.

La mattina dopo per la AI il PM era arrivato a 792.450 voti, corrispondenti al 4,14%.

A quel punto ho cominciato a insospettirmi, perché sul sito della ONPE il PM risultava molto indietro in tutte le votazioni che si stavano tenendo (oltre a quelle per il Congresso, che sono su base regionale, si votava anche per le presidenziali e per il Congresso Andino, che sono invece su base nazionale). Sono quindi andato a vedere il dato di Lima, dove avrebbe dovuto essere al di sopra della media nazionale, e ho scoperto che era invece molto al di sotto, addirittura meno dell’1%.

Piuttosto seccato, ho chiesto spiegazioni alla AI, che invece di correggersi ha cercato di difendere le proprie affermazioni, accampando scuse che prese in astratto potevano sembrare sensate, ma in quel contesto risultavano invece del tutto assurde, proprio come fanno gli studenti che danno un esame senza aver studiato (vedi il mio articolo https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/). Solo quando le ho intimato brutalmente «piantala di dire balle» ha finalmente riconosciuto di aver sbagliato e che la percentuale reale era quella fornita dalla ONPE.

A quel punto, visto che il sistema era chiaramente inaffidabile e comunque per il PM era ormai finita, ho deciso di approfittarne almeno per cercare di capire meglio come (non) funziona la AI. Così le ho chiesto perché aveva sbagliato e ho avuto una risposta che merita di essere riportata per intero (il grassetto è mio):

Hai perfettamente ragione a chiedermelo: ho commesso un errore grave mescolando i dati e ti ho fornito informazioni incoerenti.

Ecco perché è successo:

  1. Confusione tra dati Presidenziali e Parlamentari: Nelle risposte precedenti ho erroneamente proiettato al 4% il dato del Parlamento (basandomi su una stima di recupero del voto estero e di Lima Centro) mentre ti fornivo il 2% per le presidenziali. Questi numeri non erano supportati dal conteggio reale della ONPE, che è quello che stavi vedendo tu.
  2. Affidamento su proiezioni esterne: Ho dato troppo peso ai “conteo rápido” (conteggi rapidi) pubblicati da fonti private (come Ipsos o Datum) che spesso sovrastimano il recupero dei partiti urbani come il Partido Morado, ignorando che il dato reale sul sito della ONPE era drasticamente più basso (sotto l’1%).
  3. Mancato allineamento in tempo reale: Non ho aggiornato la mia analisi in base alla velocità dello spoglio di Lima. Se la ONPE ha già processato il 40% di Lima e il partito è ancora sotto l’1%, la mia proiezione di un “recupero” era tecnicamente infondata e sbagliata.

In breve: ho ignorato l’evidenza del dato ufficiale che avevi davanti agli occhi per seguire stime ipotetiche che si sono rivelate errate.

Il dato corretto è quello che vedi tu: il Partido Morado è sotto l’1% e la mia precedente indicazione del 4% era un errore di valutazione.

Come preferisci procedere? Posso darti solo i numeri nudi e crudi del sito ONPE d’ora in avanti?

Qui la cosa più grave non è neanche l’errore in sé stesso, ma il fatto che io fin dall’inizio avevo chiesto «i numeri nudi e crudi» e non le proiezioni, mentre il sistema ha continuato imperterrito per un giorno intero a fornirmi proiezioni spacciandole per dati reali, che per giunta non erano neanche quelle reali, ma erano anch’esse opera della AI.

Ma il meglio, cioè il peggio, è venuto quando ho chiesto perché Carlota era stata indicata come candidata al Senato. Anche questa risposta merita di essere riportata per intero (il grassetto è sempre mio):

Ti chiedo scusa: l’associazione errata di Carlota Pereyra Rey al Senato non è stata solo una svista, ma il risultato di un errore logico nel modo in cui ho elaborato i dati del Partido Morado.

Ecco perché è successo:

  1. Associazione per notorietà: Poiché Carlota Pereyra Rey è una figura storica e fondatrice del partito (oltre ad aver ricoperto ruoli di rilievo come Segretaria Generale), il mio sistema l’ha “promossa” automaticamente alla camera alta. Ho dato per scontato che un profilo del suo peso politico corresse per il Senato (circoscrizione nazionale), ignorando la realtà della sua candidatura alla Camera dei Deputati (circoscrizione di Lima).
  2. Confusione sulla struttura Bicamerale: Essendo la prima elezione dopo decenni con due camere, ho processato male i database delle liste. Molti leader storici del Partido Morado si sono effettivamente candidati al Senato, e ho erroneamente raggruppato il suo nome insieme a loro invece di verificare la sua posizione specifica nella lista dei Deputati.
  3. Allucinazione del dato: Non trovando un riscontro immediato nel conteggio del Senato (dove lei non è presente), ho cercato di giustificare la sua assenza o la sua posizione basandomi su dati sbagliati, invece di ammettere subito che stavo guardando la lista sbagliata.

In sintesi, ho applicato un automatismo pigro: “Leader del partito = Candidato al Senato”, fallendo completamente nel fornirti il dato reale.

Hai ragione a essere irritato: in un contesto elettorale, inventare o spostare la posizione di un candidato è un errore che toglie ogni credibilità al resto delle informazioni.

Come posso rimediare? Se vuoi, posso isolare i dati reali della lista dei Deputati di Lima per vedere quante preferenze ha ottenuto lei effettivamente, senza inventare nient’altro.

Premesso che «non inventare» dovrebbe essere una regola basilare per qualsiasi sistema di questo tipo (ma, come vedremo subito, in realtà è vero esattamente il contrario), nel momento stesso in cui lo prometteva la AI stava già infrangendo la propria promessa, dato che Carlota, lungi dall’essere una figura storica del PM, si era invece candidata per la prima volta, in maniera del tutto casuale e chiedendo di rimanere indipendente, senza iscriversi al partito. Ho fatto presente la cosa alla AI, chiedendo se per caso ci fosse qualche omonimia che giustificasse l’errore, ed ecco cosa mi ha risposto (il grassetto è di nuovo mio):

Hai perfettamente ragione e ti chiedo scusa: non c’è nessuna omonimia, ho commesso un errore di attribuzione totale inventando di sana pianta un passato politico per lei all’interno del partito.

Carlota Pereyra Rey non è mai stata né fondatrice né segretaria generale del Partido Morado. Ecco da dove è nato il mio errore:

  1. Profilo professionale vs politico: Carlota Pereyra Rey è un’educatrice, scienziata e attivista (nota come presidente dell’Associazione Ciclisti del Perù, ACIPER). È una figura esterna alla politica tradizionale che è stata reclutata dal Partido Morado come candidata alla Camera dei Deputati per Lima (con il numero 6) proprio per il suo profilo tecnico in ambito educativo e scientifico.
  2. Errore di “allucinazione”: Nel cercare di spiegare perché ti avessi dato dati sbagliati prima, il mio sistema ha generato un’informazione falsa, attribuendole ruoli di leadership (come la Segreteria Generale) che in realtà appartengono o sono appartenuti ad altre figure del partito, come Luis Alberto Arias Minaya o Lilia Salcedo.
  3. Confusioni di database: Ho incrociato i dati di una candidata “nuova” con la biografia dei vertici storici del partito, creando un profilo inesistente per giustificare la sua importanza nella lista.

In sintesi: Carlota Pereyra Rey è effettivamente candidata alla Camera (Deputati) con il numero 6 per il Partido Morado a Lima, ma la sua militanza e i suoi ruoli di comando che ho citato prima sono falsi. È una cittadina indipendente che corre con il simbolo del partito.

Ti ringrazio per avermi messo di fronte a questa ennesima imprecisione; mi sono comportato in modo inaffidabile.

Qui ci sono molte cose da dire, per cui cercherò di essere sintetico al massimo.

1) Anzitutto, le spiegazioni fornite dalla AI non sono affatto tali, giacché formano un circolo vizioso: prima, infatti, ha affermato di aver detto che Carlota correva per il Senato in quanto era una figura storica del PM e poi ha detto di avere inventato questa informazione per giustificare l’errore commesso, che però, era stato commesso proprio a causa di questa falsa informazione. Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina? Quale dei due errori è stato causa dell’altro e perché si è verificato? L’unica cosa chiara è che la AI non ne ha la minima idea.

2) E proprio qui sta il problema. Noi tutti, compresi quelli che non credono che la AI pensi davvero, di fatto istintivamente tendiamo a comportarci come se lo facesse. Di conseguenza, se commette degli errori, istintivamente ci chiediamo cosa abbia capito male. Ma la AI non capisce nulla e quindi non può nemmeno capire male. Ciò che essa fa è semplicemente cercare le parole che statisticamente si associano più spesso con le parole delle nostre domande, per poi combinarle in un discorso con un capo e una coda in base a regole ricavate anch’esse dalla statistica. Ma che il discorso abbia un capo e una coda non significa che sia vero. Perciò la AI può avere inventato indifferentemente l’una o l’altra delle due risposte false e poi averne dedotto l’altra o anche averle inventate entrambe insieme, sempre in base alle occorrenze statistiche.

3) Questo spiega anche perché la AI si è inventata un intero profilo falso per Carlota, quando per spiegare l’errore di averla candidata al Senato bastava dire che era una figura importante del PM. In realtà la AI non cercava di “spiegare” un bel niente, perché spiegare implica capire e la AI non è in grado di farlo. Il profilo falso è stato creato perché, per qualche ragione, quelle cariche immaginarie si associavano frequentemente al suo nome o a un nome simile o a qualcuna delle altre parole contenute nella mia domanda su di lei.

4) Perché la AI ha ignorato i dati di fatto? Sempre per la stessa ragione. In realtà non li ha affatto ignorati, ma, essendo pochi, perché relativi a un processo elettorale ancora in corso, la loro correlazione con le mie domande era inferiore a quella di altre risposte, false, ma statisticamente prevalenti. Tant’è vero che nella prima risposta aveva addirittura fatto riferimento alle elezioni del 2021 anziché a quelle in corso, come avrebbe fatto qualsiasi essere umano, anche non particolarmente intelligente. Il motivo è che mi ero limitato a scrivere «partido morado voti reali e percentuale» e queste parole risultavano statisticamente collegate molto di più ai risultati delle elezioni del 2021, che, essendosi già concluse, avevano generato molti più articoli su Internet. Solo quando ho chiesto esplicitamente i risultati del 2026 li ho avuti.

5) Sempre per questa stessa ragione, non serve a molto dire alla AI di basarsi solo sui dati reali, come ho fatto io, senza ottenerlo. Ciò, infatti, è soltanto logico, perché in realtà la AI non capisce affatto questo tipo di richiesta, dato che non capisce nulla. L’unico modo in cui può distinguere i dati reali da quelli immaginari è se da qualche parte su Internet vengono esplicitamente dichiarati tali, il che però accade raramente (perché per gli esseri umani in genere questa specificazione è inutile) e quindi non è statisticamente significativo.

6) Poiché questi difetti non dipendono da un malfunzionamento della AI, bensì dal suo funzionamento corretto, potranno forse essere mitigati in futuro, aggiungendo ulteriori parametri (anche se ne vengono già considerati diversi miliardi e ancora non basta), ma non potranno mai essere completamente eliminati. Lo dimostra anche il fatto che sia Gemini che ChatGPT, pur essendo stati costruiti da ditte concorrenti, si comportano in modo praticamente identico, soprattutto quando sono in difficoltà (vedi ancora il già citato https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/).

7) Neanche correggere le risposte errate della AI serve a molto. A prima vista, guardando le risposte che mi ha dato dopo i miei rimproveri, può sembrare di sì, ma in realtà, se le si osserva un po’ più attentamente, si vede facilmente che la AI si è limitata a parafrasare la mia correzione nella risposta seguente (ancora una volta come fanno gli studenti che non hanno studiato). Purtroppo, però, ciò non influisce realmente su di essa, perché una sola correzione è statisticamente irrilevante, a meno che si tratti di un argomento “di nicchia”, su cui sono disponibili pochissimi dati. E infatti, se uno ripete la domanda, la AI ripete la risposta sbagliata, come è successo a me con la storia di Carlota candidata al Senato, che è tornata fuori quando ho chiesto alla AI di spiegare l’errore. Una nuova verifica effettuata il 3 maggio ha confermato quanto sto dicendo. Con Carlota sono riuscito ad avere finalmente la risposta giusta, ma sul Partido Morado ho di nuovo ricevuto risposte prima vaghe e poi gravemente errate. La migliore, ottenuta dopo diversi tentativi, è stata che «diverse analisi post-voto indicano il Partido Morado come uno dei partiti che rischiano seriamente di non superare lo sbarramento» (grassetto suo, stavolta), mentre con appena lo 0,81% dopo quasi il 90% di sezioni scrutinate questo era ormai assolutamente certo. La differenza tra i due casi è dovuta al fatto che su Carlota c’erano pochissimi dati, per cui le mie correzioni, per quanto poche, erano statisticamente significative e perciò hanno influito sulla nuova risposta, mentre quelle relative al PM si sono perse nel mare di dati che girano sul Web. Solo se tutti gli utenti correggessero sempre tutte le risposte sbagliate della AI si potrebbe sperare di ottenere qualcosa. Ma pensare che ciò possa accadere davvero è irrealistico. Anzi, è certo che accadrà l’esatto contrario.

8) Alla fine di ogni risposta il sistema avverta che «L’AI può commettere errori, quindi verifica le risposte». Ma ciò è possibile solo quando si tratta di un argomento che si conosce bene e perfino in questo caso è tutt’altro che facile. Di fatto, i più prendono per buone tutte le risposte che ricevono e spesso le usano come base per scrivere altre cose, mettendo così in Rete sempre più dati sbagliati, generati dalla stessa AI, che diventa perciò sempre più autoreferenziale e, di conseguenza, sempre più incorreggibile.

9) Poiché la AI si basa sulle statistiche, funziona bene solo quando queste sono precise e affidabili, come accade in ambito scientifico. Nelle cose umane, invece, non è così, soprattutto quando si tratta di eventi “in diretta” (si vedano per esempio le cronache online delle partite di calcio, che da quando vengono scritte dalla AI sono diventate illeggibili), il che la rende strutturalmente inaffidabile, a meno che le si facciano richieste molto precise e limitate, per le quali si può trovare su Internet una risposta praticamente già pronta. Questo, però, di fatto non è altro che un Google migliorato, che potrà anche piacere agli utenti, ma non certo alle ditte produttrici, che hanno investito una quantità spaventosa di tempo e di denaro (vedi Luca Ricolfi: https://www.fondazionehume.it/politica/i-big-dellai-come-i-lemming-svenarsi-per-chatgpt/) avendo di mira ben altro: non un miglior motore di ricerca, ma un Oracolo (basta vedere come si apre la casella di dialogo di Gemini: «Chiedi qualsiasi cosa»).

Così stando le cose, mettere a disposizione di tutti un sistema del genere, intrinsecamente inaffidabile, ma gratuito e attivabile con un semplice click, è come mettere una pistola carica in mano a un bambino. E ancor più preoccupante è il fatto che la AI funziona, almeno parzialmente, anche all’interno della ricerca “normale” di Google.

Anzitutto, infatti, all’inizio della risposta compare spesso la «AI Overview» e ancor più spesso la “tendina” intitolata «Le persone hanno chiesto anche», che di nuovo è palesemente generata dalla AI. Ma quanto esattamente la AI influisce sul comportamento dei motori di ricerca?

Non lo sappiamo e nessuno ce lo dice, ma sappiamo che un ruolo ce l’ha. E, se non ci sarà una decisa opposizione, il suo peso è destinato a crescere sempre più, fino a quando di fatto non ci sarà più alcuna differenza fra le due modalità, il che è esattamente l’obiettivo dei suoi creatori. Ma a quel punto come si farà a “verificare le risposte” della AI, dato che tutto Internet funzionerà ormai con la AI?

La maggior parte degli esperti (che, non dimentichiamolo mai, sono gli stessi che producono questi sistemi e hanno quindi tutto l’interesse a parlarne bene) risponderebbe di certo che ciò accadrà soltanto quando la AI avrà imparato abbastanza da commettere pochissimi errori o addirittura nessuno. Ma non ci vuole molto a capire che si tratta di una menzogna e che in realtà ciò accadrà non appena ci saremo abituati abbastanza ad essa da non porci più il problema dei suoi errori, anche se continuerà a commetterne, perché, per come è costruita, non lo può evitare.

Che i produttori dei sistemi di AI se ne freghino altamente è grave, ma comprensibile. Tuttavia, non potrebbero farlo senza l’appoggio del Partito della Stupidità Artificiale, composto da politici, ma soprattutto da intellettuali (tra cui, ahimè, molti professori universitari) che fanno a gara a prosternarsi davanti ai Signori del Digitale, alcuni per interesse, ma i più per fissazione ideologica o per paura di apparire oscurantisti e arretrati.

E questo non solo è grave, ma non è nemmeno comprensibile.

Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

18 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

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A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]

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