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Società

“Meglio morti che rossi”, anzi russi ?

10 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

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Le guerre in corso—dal conflitto russo-ucraino a quelle che incendiano il Medio Oriente–stanno provocando profonde lacerazioni politiche, culturali ed etiche nell’opinione pubblica europea. Anche nel nostro paese le diverse interpretazioni degli eventi, col passare del tempo, tendono ad approfondirsi e a divaricarsi sempre di più. E ,quel che più conta, si tratta di divisioni trasversali che rendono difficile ,alla lunga, la tenuta sia del campo largo ,a sinistra, che delle forze liberali e conservatrici ,a destra. L’indebolirsi dell’identità nazionale contribuisce ,inoltre, a esasperare  la guerra civile tra gli ‘idealisti’ che vorrebbero che l’Italia intervenisse, militarmente e senza esitazioni, a fianco dell’Ucraina  e i ‘realisti’ che ricordano la lezione di Benedetto Croce:” gli stati in quanto tali non sono in gra­do di promuovere la libertà di altri stati se non quando questa torni a loro utile, e sia perciò, rispetto ad essi, non un fatto morale ma accre­scimento o mantenimento della propria potenza”. Francamente trovo insopportabile il richiamo degli idealisti ai ‘valori dell’Occidente’ da difendere contro la barbarie russa. Quale Occidente? Quali valori? Ben diverso, invece, è il timore che un Putin vittorioso, dopo l’Ucraina, non esiterebbe a riprendersi i paesi baltici, già parte dell’impero sovietico. Su questo punto, tuttavia, i pareri sono discordi e la discussione resta aperta. E’ indubbio, comunque, che per quanti vedono nella Russia una minaccia mortale per l’Europa (e non solo per quella orientale) ci sarebbe bisogno di una rivoluzione culturale, volta a rimodellare le nostre opinioni pubbliche, ancora interessate a “gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi’ e sprofondate nel dolce sonno pacifista –conciliato anche dalle encicliche papali. La guerra contro Mosca,  anche se non lo si dice chiaramente, appare inevitabile e ,con essa ,una ridefinizione delle priorità politiche, dal riarmo a una nuova educazione delle masse che risvegli negli spiriti la saggezza romana del “se vuoi la pace prepara la guerra”. C’è un piccolo particolare, però: Putin dispone di 5.580 testate nucleari e, in una guerra contro l’Europa, non si limiterà certo a impiegare soltanto i droni. Faremo nostro il motto degli anni cinquanta “meglio morti che rossi”, anzi russi?

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 10 giugno 2026]

Professore Emerito di Storia delle dottrine Politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

A proposito dei migranti bruciati vivi – E se usassimo l’esercito?

8 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Nessuno si stupisca e nessuno si indigni. Quel che è successo a Villapiana, dove due “caporali” della raccolta delle fragole hanno fatto bruciare vivi in un’automobile 4 ragazzi iper-sfruttati che reclamavano gli arretrati, è solo l’ennesimo episodio – forse il più estremo – di una realtà che si conosce da anni (almeno dalla rivolta di Rosarno, gennaio 2010) e su cui nessuno, finora, è riuscito a intervenire in modo efficace.

Ma la raccolta della frutta e della verdura è solo la punta di un iceberg molto più ampio. In un mio libro di 7 anni fa, che tracciava il profilo della “società signorile di massa”, avevo anche provato – in un paragrafo dedicato alla “infrastruttura para-schiavistica” della nostra società – a identificare e contare i vari segmenti dell’iceberg, ed ero giunto alla strabiliante stima di 3 milioni e mezzo di persone, di cui quelli come i quattro ragazzi bruciati sono la componente più fragile e trattata con la maggiore disumanità. Nessuno può sapere quanti sono esattamente, ma l’ordine di grandezza è di 200 mila persone.

Negli ultimi 15 anni, nonostante il succedersi dei governi e a dispetto di alcuni generosi tentativi di contrasto (come la legge 199 del 2016, fortemente caldeggiata da Teresa Bellanova) il fenomeno del caporalato nel lavoro agricolo stagionale non solo non è stato debellato, ma è rimasto intatto e secondo alcune stime è persino aumentato.

Perché? Come mai le organizzazioni sindacali sono per lo più assenti dai campi di raccolta? Come mai nessun governo è riuscito a incidere sulla piaga del caporalato? E dire che dalla rivolta di Rosarno a oggi di esecutivi se ne sono succeduti ben 9: Berlusconi-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni-Conte1-Conte2-Draghi-Meloni.

Credo che la ragione di questo totale insuccesso non sia strettamente politica, visto che in tre lustri non ci siamo fatti mancare nulla: governi politici e governi tecnici, governi di sinistra e governi di destra, governi riformisti e governi populisti. Le ragioni vere a me paiono essenzialmente due. La prima è che, se qualcuno riuscisse a debellare il caporalato, e lo facesse senza introdurre sussidi o esenzioni, gli effetti sui prezzi dei prodotti agricoli e relativi derivati sarebbero pesanti.

La seconda ragione è che, anche ammesso di essere pronti a fronteggiare gli effetti collaterali di un intervento massiccio contro il caporalato, non basterebbe certo mandare in giro qualche centinaio di ispettori-poliziotti-finanzieri-sindacalisti-magistrati. Le dimensioni territoriali del fenomeno sono così ampie da rendere chimerica l’idea di sconfiggerlo come si fa con le retate che aggrediscono piccoli circuiti di malaffare. Per avere successo ci vuole di più, molto di più.

Ma che cosa?

A me vengono in mente due sole risorse. La prima è l’esercito, l’unica istituzione che ha dimensioni adeguate al compito, e che si è già rivelato prezioso in altre emergenze, ad esempio nella pandemia da Covid. Ovviamente non potrebbe operare da solo e senza un indirizzo politico-amministrativo, ma la sua mera presenza nelle campagne renderebbe infinitamente più facile alle vittime del caporalato far sentire la loro voce e far valere i loro diritti elementari.

La seconda risorsa è la concordia, a partire da quella fra governo e opposizione. Quello della lotta contro l’iper-sfruttamento nei campi dovrebbe essere un terreno su cui si rinuncia ai distinguo e alle frecciate, alle recriminazioni e alle accuse reciproche. Si possono avere idee un po’ diverse, ma si può decidere di discutere in modo non ideologico. Chiedendosi quali mezzi sono più adeguati all’unico fine condiviso, anziché quali misure sono più affini alla propria ideologia.

Ne avremmo un vantaggio tutti (eccetto gli sfruttatori), dai migranti accalcati nei dormitori o piegati sotto il sole cocente, ai cittadini che non vogliono vivere in un paese in cui la schiavitù rivive in forme nuove, spesso peggiori di quelle antiche.

E forse ne avrebbero un vantaggio anche Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La prima per il consenso che mobilitare l’esercito per una causa condivisa potrebbe portare al suo governo. La seconda perché, cooperando in modo costruttivo a un grande progetto civile, potrebbe cominciare a scrollarsi di dosso l’immagine di leader incapace di qualsiasi dialogo con il governo eletto.

[articolo uscito su Messaggero il 5 giugno 2026]

Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

3 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]

E’ vero, il fascismo non è morto

3 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

‘Il Comandante’ di Edoardo De Angelis–mandato in onda dalla Rai giorni fa—non è un gran film (soprattutto nel primo tempo) ma racconta una vicenda umana di straordinario valore etico: il salvataggio dei naufraghi della nave belga Kabalo affondata nell’Atlantico nel 1940 dal sommergibile Cappellini, al comando di Salvatore Todaro (magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino). Al momento dello sbarco, in un paese neutrale, il capitano belga, nel ringraziare Todaro, ammette che la nave trasportava aerei inglesi e, dopo aver riconosciuto che, al posto suo, avrebbe lasciato perire i marinai, gli chiede perché lui , invece, li abbia salvati.” Ma noi siamo italiani!” risponde il Comandante.

E’ bastato questo per far vedere nel film un’apologia del fascismo e una riproposta del mito del ‘buon italiano’, fatto a pezzi da storici come Angelo Del Boca. Sennonché la polemica dimostra solo che davvero il fascismo non è morto. Esso, infatti, è la negazione radicale del ‘pluralismo etico’ ed esprime l’estraneità più assoluta a quell’”abito della mente e del cuore” che, ritenendo il mondo pieno di dei, registra valori e ragioni anche nei più tetragoni avversari ideologici. Un vero antifascista come Leo Valiani—che dedicò il suo diario del 1947, Tutte le strade conducono a Roma, ai caduti dell’una e dell’altra parte—si sarebbe commosso per il beau geste di Todaro. E ciò vale anche per Carlo Azeglio Ciampi, che diede la medaglia d’oro al valor civile a Fabrizio Quattrocchi—la guardia giurata che, in Iraq, aveva detto ai suoi rapitori: “adesso vedete come muore un italiano!”—e che, pertanto, scatenò le ire di Giuliana Sgrena e di quanti identificavano patriottismo e fascismo.

I pasdaran dell’antifascismo, come Tommaso Montanari–che ha parlato del primo film italiano dell’”Era Neofascista” –o come Cristina Piccino del ‘Manifesto’, al contrario, gettando fiele e fango sul ‘Comandante’, hanno solo dimostrato che le radici del fascismo nel nostro paese sono ancora profonde. L’atto di Todaro, per Montanari, rimane solo “un punto bianco in una vita nera” (sic!). Quando si capirà che se Tizio nega ogni umanità a Caio e Caio la nega a Tizio, in un mondo tutto bianco o tutto nero, violenza e barbarie impediranno sempre la formazione di una autentica coscienza civile?

[articolo uscito il 25 maggio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it  

Le conseguenze – Attacco alla Flotilla

25 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

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Che cosa abbia spinto l’esercito israeliano a esibirsi in un disgustoso esercizio di violenza, sopraffazione e umiliazione nei confronti dei membri della Flotilla resta per me un enigma. Così come resta un enigma se il comportamento dell’esercito sia stato ordinato dall’alto, ed eventualmente da chi (Netanyahu? Ben Gvir? vertici dell’Idf?). Probabilmente non sapremo mai la verità, o meglio non sapremo se quella che ci verrà raccontata sarà la verità o una deformazione della verità. Quello che invece si può provare a valutare sono le conseguenze che il gesto israeliano potrà produrre.

Una prima (ma tutto sommato poco probabile) conseguenza potrebbe essere un forte indebolimento dei legami fra Stati europei e Stato di Israele. Dico poco probabile perché constato che l’Unione Europea, che nel suo baldanzoso passato in nome dei diritti umani è riuscita a demonizzare democrazie come quelle austriaca, polacca e ungherese, nel caso di Israele si è ben guardata dall’assumere immediatamente una posizione chiara e risoluta. Lo stesso comunicato del nostro ministro degli Esteri, che si limita a chiedere che alla prima occasione di incontro fra i ministri degli esteri dell’Unione si discuta anche di sanzioni nei confronti di Ben Gvir (anziché nei confronti dello Stato di Israele), testimonia per l’ennesima volta la timidezza e la mancanza di unità dell’Europa. Naturalmente ben si comprendono le ragioni politiche, economiche e militari che inducono non solo l’Italia a mantenere nonostante tutto buoni rapporti con lo Stato ebraico, ma altrettanto bene si comprende che quel che è successo con la Flotilla è indigeribile per l’opinione pubblica occidentale, che può arrivare a comprendere le ragioni della violenza quando è necessaria o motivata da evidenti ragioni di sicurezza, ma non è assolutamente disposta ad accettarla quando è illegale e gratuita. Con la Flotilla si è andati oltre, si è superato un limite che anche i critici di quella missione ritengono invalicabile.

E qui veniamo alla seconda conseguenza, questa invece altamente probabile. D’ora in poi non solo gli amici dichiarati di Israele, ma pure quella robusta minoranza dell’opinione pubblica ancora disposta a comprendere le ansie di un popolo che da decenni deve affrontare una tremenda minaccia esistenziale, si troveranno silenziati e per così dire ammutoliti: la proterva arroganza del gesto compiuto verso gli attivisti della Flotilla è riuscita, in un colpo solo, a rendere la causa di Israele retoricamente indifendibile. Le buone ragioni di Israele, che pure esistono, sono destinate a essere sommerse dall’indignazione per quel gesto. Il che, sia ben chiaro, non è un bene – perché il cocktail politica & morale è avvelenato – ma è mediaticamente inevitabile.

C’è poi un’altra conseguenza, questa semplicemente drammatica: l’ennesimo impulso all’antisemitismo. Una realtà sempre esistita (anche prima di Hitler), amplificata dalla guerra di Gaza, ma ora potenzialmente dilagante. Già ora, in occidente, girare con la kippāh o tenere manifestazioni a esplicita matrice ebraica è alquanto rischioso (vedi i convegni annullati, o i manifestanti allontanati dai cortei), d’ora in poi rischia di diventare semplicemente impossibile. E non voglio nemmeno pensare a che cosa potrebbe succedere se, dopo essere stata per 80 anni una delle più convinte paladine di Israele, la Germania avviasse la rimozione del suo senso di colpa verso gli ebrei, magari in sintonia con l’ascesa dell’estrema destra (per ora non neonazista) di Alternative für Deutschland.

Ci sono infine le conseguenze strettamente politiche, alcune sulla Palestina, altre più generali. In Palestina, la radicalizzazione in senso nazionalista dell’opinione pubblica israeliana (appena testimoniata da un sondaggio Lazar Research), è destinata con ogni probabilità a seppellire (per sempre?) la “Soluzione dei due Stati”, già gravemente compromessa dall’irresponsabilità delle classi dirigenti israeliane e arabe negli ultimi tre decenni, ovvero dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin.

Sul piano internazionale, non si può non registrare – ancora una volta – che con il pretesto della sicurezza, nazionale o internazionale che sia, per le maggiori potenze sta diventando sempre più normale ignorare il diritto internazionale, violare i diritti individuali, iniziare guerre e aggredire Stati sovrani. Oggi Russia, Stati Uniti, Israele, contro Ucraina, Venezuela, Iran, Gaza, Libano. Domani la Cina con Taiwan?

[articolo uscito sul Messaggero il 23 maggio 2026]

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