Hume PageHume Page

Cimiteri di guerra e di retoriche

14 Marzo 2022 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoSocietà

Nei cimiteri di guerra non ci sono soltanto le tombe dei caduti: accanto ad esse troviamo cippi senza croci in cui giacciono le retoriche dei tempi di pace. Quello più monumentale è dedicato all’idea che la convivenza pacifica dei popoli e delle etnie culturali troverebbe un ostacolo insormontabile negli stati nazionali. In realtà, come dimostra la storia contemporanea, sono gli imperi —da distinguere dalle libere federazioni— che, con le loro rovinose cadute, provocano stragi di uomini e distruzioni di beni. Scrivendo a Mauro Macchi nel 1856, Carlo Cattaneo così motivava il progetto di unione europea:” Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha casa, le cognate non fanno liti”. Già ognuno ‘padrone a casa sua’, ovvero ciascuno impegnato a preservare la propria identità, nella consapevolezza che non può esserci democrazia senza un comune linguaggio, senza un comune retaggio culturale, senza la valorizzazione e la tutela della propria diversità. Gli imperi fanno convivere popoli diversi giacché è nella loro essenza la rimozione della politica e l’imposizione di un ordine esterno, che nel caso dell’Austria-Ungheria non esclude la buona amministrazione. Quando però si rompono le file e riemerge la dimensione politica –il ‘noi’ e il ‘loro’– è la democrazia non la barbarie (che certo non manca mai) a richiedere un’arena istituzionale in cui i conflitti vengano regolati e contenuti dal sentirsi membri di una stessa famiglia. Le tragedie europee sono dovute ai lasciti degli imperi, al fatto che negli stati sorti sulle loro rovine si ritrovano cittadini appartenenti a minoranze etniche che ora ‘non si sentono più a casa’: v. i Sudeti in Cecoslovacchia, gli Armeni in Turchia, i Russi in Ucraina, gli Altoatesini in Italia etc.. Forse lo stato nazionale non ha tutte le colpe che gli vengono attribuite. Lo si comincia a sospettare negli Stati Uniti in cui la fine della nation ovvero del credo americano iscritto nel melting pot , non promuove la   pacifica convivenza razziale ma scatena una guerra permanente, che trova nella cancel culture la sua espressione più coerente.

Dino Cofrancesco

Il Giornale del Piemonte e della Liguria

Vistodagenova

Martedì 8 marzo 2022

L’Ucraina e noi – Il sentimento della vergogna

27 Febbraio 2022 - di Luca Ricolfi

In primo pianoSocietà

La politica internazionale ha le sue regole, una sua logica, il suo pacchetto di criteri di valutazione. Ne so poco, anzi quasi niente. Mi sono sempre occupato di altri temi, forse meno importanti, sicuramente più nazionali che internazionali. Perciò su questa guerra scoppiata in Europa non sono titolato a parlare, e infatti non lo farò.

Quello di cui vorrei parlare è qualcosa di più intimo, è qualcosa che succede dentro di me e, suppongo, possa succedere anche ad altri. Vorrei parlare di un sentimento, che probabilmente nasce proprio dall’ignoranza, dal non essere esperti di geopolitica e di strategie militari, dal fatto di vedere le cose con l’occhio ingenuo della persona comune. Un sentimento che, non mi è bene chiaro perché, è bandito dal discorso pubblico. Non emerge mai esplicitamente. Non se ne discute, o forse non se ne deve discutere.

Quel sentimento è la vergogna. Ma forse sarebbe più esatto dire: doppia vergogna. Vergogna perché, nonostante i disperati appelli del presidente Zelensky, l’Occidente, l’Europa (e ovviamente anche l’Italia) non sono disposte a fornire alcun aiuto concreto al popolo ucraino, al di là delle fantomatiche e inefficaci “sanzioni durissime”. Ma vergogna, anche, perché non solo non siamo disposti a correre alcun rischio per aiutare gli ucraini, ma stiamo trasformando in spettacolo la tragedia altrui. Comodamente seduti davanti ai teleschermi, veniamo inondati da maratone televisive come quelle del Quirinale o, in passato, quelle delle guerre del Golfo.

E’ come se, vedendo una banda di bulli che picchia a sangue un bambino, noi ci limitassimo a minacciarli di non invitarli più alle nostre feste, e in compenso non ci facessimo scappare l’occasione di filmare tutto. Eppure ci hanno insegnato che è vile voltarsi dall’altra e far fina di niente davanti a uno stupro. E che non è bello, quando c’è un incidente per strada, fare ressa intorno ai feriti non per soccorrere ma per vedere lo spettacolo.

Sono paragoni sbagliati?

Forse sì, se la domanda è soltanto: cos’altro potremmo fare?

Ma forse no, se la domanda è: che cosa siamo diventati, come cittadini e come operatori dell’informazione?

Già, che cosa siamo diventati?

A me sembra che una parola condensi tutto: siamo diventati spettatori, e come tali veniamo trattati. L’informazione, specie in tv e su internet, si preoccupa poco di farci capire e molto di assicurarci un intrattenimento permanente, h24. Quanto a noi, cittadini del ricco ed evoluto occidente, quel che ci è chiarissimo almeno da mezzo secolo (da quando i giovani americani ripudiarono la guerra del Vietnam) è che la guerra non fa per noi. Possiamo condannare, esprimere solidarietà, indignarci, accogliere profughi, imporre sanzioni economiche, ma aiutare un popolo aggredito no. Quello resta fuori del nostro orizzonte morale. Le uniche guerre che siamo disposti a fare sono quelle per i nostri stretti interessi, possibilmente solo dal cielo, meglio se affidate agli anglo-americani.

E’ un bene? E’ una conquista di civiltà? Potremmo fare diversamente?

Non ho le risposte. Ma mi accontenterei che provassimo a riflettere. E a non rimuovere. Il sentimento della vergogna è del tutto bandito dalla retorica del discorso pubblico, ma a me pare, in questo momento, il più appropriato, per non dire il più onesto. Quanto alla fuoruscita della guerra dal novero delle cose concepibili è sicuramente una conquista di civiltà. Ma non è solo questo: è anche il segno che tutto ciò che costa fatica, comporta rischi, richiede impegno e spirito di sacrificio è a sua volta uscito dal radar delle nostre vite. E non da ieri, né solo in Europa: la psicologa israeliana Hara Estroff Marano aveva descritto la mutazione nei giovani americani già due decenni fa in un libro significativamente intitolato A Nation of Whimps (una nazione di schiappe).

Forse la domanda che dovremmo farci è se, in un mondo che non è ancora tutto sulla nostra lunghezza d’onda, possiamo permetterci di essere quello che siamo. Il grado di civiltà di un paese, o di un continente, può anche essere eccessivo, non solo insufficiente. Si racconta che, a Yalta, a chi gli faceva presente che il Papa avrebbe preferito un altro assetto del mondo, Stalin avesse chiesto: quanto divisioni ha il Papa? Dev’essere la stessa domanda che si è fatto Putin: quante divisioni ha Ursula von der Leyen?

image_print
1 2 3
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy