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Il Muro di Teheran

20 Marzo 2026 - di Paolo Musso

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Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.

Sinistra, parola vuota

21 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Ho letto con amaro divertimento l’intervista, grondante indignazione, che Paolo Flores D’Arcais – fondatore di MicroMega e da decenni ascoltato guru progressista – ha rilasciato al Foglio qualche giorno fa. Apparentemente, il succo è banale e la tesi ovvia, almeno nel mondo liberale e pro-occidente cui il Foglio si rivolge: “si dovrebbe stare con la rivolta iraniana toto corde” e pure un intervento armato degli Stati Uniti potrebbe andare bene: “Trump è criminale ma anche il peggiore dei criminali ogni tanto può compiere una buona azione”.

Ok, fin qui nulla di interessante. Se però si legge il resoconto completo della conversazione che la giornalista del Foglio (Marianna Rizzini) ha avuto con Flores di cose interessanti se ne scoprono parecchie. La prima è che Flores, scandalizzato per il ritardo con cui i partiti di sinistra si sono decisi ad aderire alla manifestazione di venerdì in Campidoglio contro gli ayatollah e a favore del popolo iraniano in rivolta, si rifiuta di chiamare “di sinistra” tali partiti. Lui, essendo di sinistra, non può accettare che si autodefiniscano di sinistra tali partiti traditori dell’ideale. La realtà, sempre secondo Flores, è che “è scattato un capovolgimento dei valori della sinistra da parte di quelli che pensano di averne il monopolio”.

In che cosa consisterebbe il capovolgimento? Qual è la vera sinistra?

La vera sinistra, argomenta il fondatore di MicroMega, “è all’origine di un Occidente che nasce con la Rivoluzione americana e con la Rivoluzione francese” e “in questi due secoli e mezzo che ci separano da quelle rivoluzioni è sempre stata l’anima luminosa dell’Occidente”, quella che – attraverso le lotte popolari – ha difeso “eguaglianza tra donne e uomini, libertà di pensiero, parola, organizzazione, voto”, tutti valori che sono i medesimi per cui si battono gli iraniani in rivolta. Insomma, la timidezza nel sostegno al popolo iraniano sarebbe il chiaro segnale che la sinistra non è più di sinistra.

Ma c’è un secondo tradimento che tormenta i sonni di Flores: il ripudio della violenza (molto chiaro nei Cinque Stelle, un po’ meno nel Pd). Anche qui la sinistra tradirebbe la sua storia: “la sinistra non è mai stata contro la violenza, non è mai stata per l’irenismo e per il porgere l’altra guancia”. Il vero dilemma non è violenza-sì violenza-no, “il problema è quale violenza si usa, per quali obiettivi e con quali risultati”.

Il guaio, a me sembra, è che Floris ha perfettamente ragione sul secondo punto, ma ha sostanzialmente torto sul primo. È vero che la sinistra storica non ha mai ripudiato interamente il ricorso alla violenza, e l’ha spesso giustificata quando usata per una causa ritenuta giusta (dalla Resistenza all’invasione dell’Ungheria), ma è falso che la sua stella polare siano sempre stati la democrazia e i valori illuministici, a partire da democrazia e libertà. Altrimenti non avrebbe impiegato tanto tempo a prendere congedo dai regimi totalitari di sinistra: Unione Sovietica, Cuba, Cina, Cambogia, Venezuela. Altrimenti Norberto Bobbio non avrebbe passato una intera vita a cercare di convincere i comunisti della bontà delle libertà borghesi e dello stato di diritto. Altrimenti non sarebbe accaduto, poco più di un anno fa nel Parlamento Europeo, che i socialisti rifiutassero di sostenere la risoluzione che invitava a riconoscere la vittoria del candidato dell’opposizione González Urrutia contro il dittatore Nicolás Maduro.

L’amara realtà, temo, è che la sinistra è ormai divenuta un impasto di cose che è impossibile tenere insieme: terzomondismo, anti-occidentalismo, difesa dei diritti umani, doppio standard sull’uso della violenza, occhio di riguardo per i regimi comunisti o ex comunisti. La paralisi sulla rivolta del popolo iraniano deriva innanzitutto da questa maionese impazzita, da questo caleidoscopio ideologico ingovernabile e fuori controllo.

Anziché rimpiangere sconsolati la sinistra d’antan, e bollare come “non di sinistra” chiunque ha idee diverse dalle nostre, meglio sarebbe aprire gli occhi sulla sinistra com’è. Non per cambiarla, impresa impossibile, ma per prendere atto che la parola che la designa è irrimediabilmente vuota.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 gennaio 2026]

La battaglia del velo

11 Ottobre 2022 - di Luciana Piddiu

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Correva l’anno 2003 quando l’editore Gallimard diede alle stampe ‘’Bas les voiles’’della giovane esule iraniana a Parigi Chahdortt Djavann. Il saggio spiegava in maniera chiara ed esauriente il significato del velo islamico altrimenti detto hijab.

L’etimologia della parola ci aiuta a capirne il significato dandoci la chiave interpretativa. Hijab viene dalla radice araba h-i-b e significa letteralmente rendere invisibile allo sguardo, nascondere. Che cosa e perché nascondere? La donna. I benpensanti dicono proteggere. Occorre tenerla al riparo dallo sguardo maschile perché fin dall’infanzia suscita il desiderio, anzi lo crea. Questa è la sua colpa. I corpi femminili sono colpevoli perché sono fonte di inquietudine, angoscianti, sporchi, impuri, possono trasmettere malattie e sono sorgenti di peccato. In altri termini questi corpi desiderati e proibiti, dissimulati o esposti sono una minaccia, possono circolare tra gli uomini solo come ombre.

Il corpo femminile in sé è tabù, a partire da quello della madre desiderata e insieme interdetta. Il velo, abolendo la promiscuità, materializza la separazione radicale tra lo spazio pubblico che appartiene agli uomini e lo spazio privato riservato alle donne. Salva – per così dire – l’uomo dai suoi stessi inconfessabili desideri.

Il velo deve nascondere la macchia originaria: essere nata donna. Non essere come l’uomo rende la donna mancante, inferiore. Il velo in tutte le sue incredibili varietà (chador, burqa, hijab, niqab) condanna la donna a essere incarcerata per salvare l’onore maschile che si radica nel corpo delle ‘sue’ donne (madri, sorelle, mogli, figlie). Il corpo delle donne va protetto dagli sguardi rapaci degli altri maschi: è in gioco l’identità del maschio, la cui virilità consiste proprio nel controllo delle ‘sue’ donne. Wassyla Tamzali -avvocata algerina femminista – ha sempre detto che la donna velata nello spazio pubblico rende esplicita all’esterno e materializza la logica dell’harem.

Fatiha Agag-Boudjahlat ribadisce nel suo bel libro ‘Le grand detournement ‘appena pubblicato gli stessi concetti espressi da Tamzali e Djavann. Il velo non mette comunque al riparo dalle aggressioni: stupri, prostituzione e pedofilia sono largamente diffusi anche nel mondo islamico. In ogni caso non si può assumere il velo come simbolo di libertà adducendo le proprie convinzioni religiose o le rivendicazioni identitarie degli indigenisti o ancora peggio affermare che esprime la protesta contro la politica occidentale.

Non si può essere dalla parte delle donne iraniane che lottano e rischiano di morire in quanto contrarie all’obbligo del velo e contemporaneamente sostenere qui da noi le tesi degli indigenisti. O peggio ancora fare propaganda al velo come segno di libertà (vedi la pubblicità del Consiglio d’Europa in tema di istruzione). Mentre in Iran decine di donne muoiono per liberarsi dal velo il nostro Consiglio d’Europa promuoveva l’hijab come simbolo di libertà: “ La beauté est dans la diversité, comme la liberté est dans l’hijab”. Con

tutta la buona volontà del mondo non si può cambiare di segno a quello che rimane il simbolo materiale dell’alienazione psichica dell’uomo, che fonda il suo onore sul controllo dei corpi delle donne di famiglia, considerate proprietà personali e della complicità/ sottomissione della donna. ’’Velarsi significa -che si sia o no consapevoli- concepirsi come oggetti sessuali destinati agli uomini a cui si riconosce il diritto di disporre dei nostri corpi’’

Luciana Piddiu

PS. A Justin Trudeau che ha istituito la W.H.D. Giornata mondiale del velo islamico attribuirei un bel Ig-Nobel per la lungimiranza; a Susan Moller Okin la nostra gratitudine per averci messo in guardia contro il multiculturalismo che fa prevalere idiritti delle comunità a discapito dei diritti individuali della donna.

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