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Europee, la vere incognita

5 Giugno 2024 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Fra pochi giorni si vota alle Europee, e ogni partito ha la sua linea Maginot, ovvero una soglia sotto la quale non può scendere senza sentirsi sconfitto. Per Fratelli d’Italia la soglia è il 26%, ossia il risultato delle elezioni politiche. Per il Pd la soglia
psicologica del 20%: al di sotto di quella cifra la leadership di Elly Schlein potrebbe scricchiolare. Per i Cinque Stelle la soglia dovrebbe situarsi intorno al 15%, tenuto conto che quello europeo non è il loro terreno di gioco preferito. Per Forza Italia la
soglia è il 10%, dopo le ripetuti promesse di Tajani di superarla. Per la Lega la soglia è non essere scavalcata da Forza Italia, e che il Generale Vannacci abbia un buon risultato.
E per tutti gli altri? Per tutte le altre liste, la soglia è il 4%, al di sotto della quale non si elegge nessun parlamentare europeo.      Ma quante sono le liste che, con un briciolo di buona sorte, potrebbero aspirare al 4%?

Sono almeno 3: Alleanza Verdi-Sinistra (che candida anche Ilaria Salis); Azione, capeggiata da Carlo Calenda; Stati Uniti di Europa, con Emma Bonino e Renzi. A queste, volendo e sperando, se ne possono aggiungere altre 2, ovvero la lista Pace
Terra Dignità, con Michele Santoro, e la lista Libertà, con Cateno De Luca e Laura Castelli (ex Cinquestelle).
Il risultato di queste 5 liste minori è ovviamente cruciale per loro stesse, dal momento che tutte rischiano di eleggere zero parlamentari, ma lo è anche per i 5 partiti maggiori, perché il numero di seggi a disposizione di questi ultimi potrebbe differire
sensibilmente a seconda del numero di liste minori che passeranno la soglia e del numero di parlamentari che il gioco delle circoscrizioni e delle preferenze consentirà a ciascuna di portare a casa.

Secondo alcune simulazioni, le liste minori potrebbero essere costrette ad accontentarsi di appena 2 seggi, secondo altre ne potrebbero conquistare addirittura 12. Poiché il numero totale dei seggi riservati all’Italia è costante, e pari a 76, i seggi per i 5 partiti maggiori potrebbero variare fra 64 e 74. Insomma, alcune possibili vittorie o sconfitte dei grandi potrebbero anche essere nient’altro che le conseguenze meccaniche delle alterne fortune dei piccoli.

Ma vediamo come potrebbero andare le cose per questi ultimi. Da un punto di vista puramente aritmetico, assumendo che i voti di questo bacino di elettori siano dell’ordine del 16% (come risulta dai sondaggi di qualche settimana fa), è possibile che nessuna lista minore raggiunga il quorum: se tutte prendessero poco più del 3%, nessuna passerebbe.                                                         Sempre da un punto di vista aritmetico, potrebbe anche succedere che il 4% venisse superato da 4 liste, tutte appena al di sopra del limite (4.1% x 4 =16.4%). Entrambe queste ipotesi (0 e 4 liste sopra la soglia) sono estremamente improbabili, quindi possiamo tranquillamente dire che quasi certamente il numero di liste che supereranno la soglia sarà compreso fra 1 e 3.
Ma quante e quali liste potrebbero farcela?

La mia idea (ma posso benissimo sbagliare) è che la presenza della Salis possa creare problemi – cioè sottrarre voti – alle liste affini, in particolare a Pace Terra Dignità, ma forse anche alla lista libertaria-europeista di Emma Bonino, ossia a Stati Uniti di
Europa, e in misura minore a quella di Carlo Calenda, che ha un profilo più liberal-tecnocratico.
Dovessi scommettere, direi che – realisticamente – le liste minori che passano la soglia dovrebbero essere o 2 o 3. Difficile che non ce la faccia il trio Salis-Bonelli-Fratoianni, possibile – ma non certo – è che una delle due liste europeiste (Azione o
Stati Uniti d’Europa) resti fuori per un pelo.

Resta il fatto che, per giudicare i guadagni o le perdite di seggi dei partiti maggiori sarà bene non tenere d’occhio solo quanti seggi avevano 5 anni fa, ma anche quanti erano allora e quanti sono oggi i seggi conquistati dalle liste minori. Allora il bottino
dei partiti maggiori fu notevole, perché le liste minori non conquistarono alcun seggio, e a un certo punto ai seggi conquistati sul campo si aggiunsero i seggi piovuti dal cielo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Oggi tutto fa pensare che
le liste minori qualche seggio lo conquisteranno, assottigliando il bottino delle 5 liste maggiori.

Alla fine, non mi stupirei che Fratelli d’Italia fosse l’unico partito a guadagnare seggi.

[Articolo uscito sulla Ragione il 4 giugno 2024]

Europa al bivio?

14 Febbraio 2024 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Mancano meno di 4 mesi al voto europeo, ma quasi nessuno pare interessarsene più di tanto. Eppure, forse per la prima volta, si incrociano tre circostanze cruciali. La prima è che, sul tavolo, c’è una posta di enorme impatto macro-economico e sociale: il futuro del Green deal. Secondo, si tratta di una questione su cui l’opinione pubblica è profondamente divisa, anche se in questo momento – a fronte della protesta degli agricoltori – pare emotivamente schierata da una parte, quella dei frenatori della transizione verde. Terzo, mai come oggi l’esito finale del voto è stato incerto.

Parlo di esito finale perché, come sempre in un regime parlamentare proporzionale, l’esito del voto è un “missile a due stadi”, dove il primo stadio è l’esito del voto in termini di composizione del parlamento, mentre il secondo è il tipo di maggioranza cui le forze in campo decideranno di dar luogo.

Storicamente, questo secondo stadio è sempre stato poco problematico, perché – alla fine – si è sempre trovata una quadra puntando su una sorta di Grosse Koalition, ossia sulla santa alleanza fra i tre gruppi più numerosi e più europeisti (socialisti, liberali, popolari/conservatori), talora puntellati da forze euroscettiche più o meno decisive. Quel che poteva cambiare, era solo che l’equilibrio pendesse leggermente più a destra o leggermente più a sinistra, ma la sostanza era sempre quella.

Ebbene, non è detto che lo schema si ripeta. A suggerire cautela sono i sondaggi degli ultimi mesi condotti nei paesi più popolosi, ovvero Germania, Francia e Italia. In Germania, il vento soffia nelle vele della Afd (Alternative für Deutschland), partito di destra anti-immigrati, che alle ultime politiche aveva ottenuto il 10% ma oggi è dato in prossimità del 24%. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen è in crescita ed è dato intorno al 28%. In Italia il partito di Giorgia Meloni, che aveva pochi seggi in Europa, si avvia a rimpiazzare quello di Salvini, che – con il 34% dei consensi – ne aveva conquistati tantissimi. Complessivamente, i due gruppi di destra del Parlamento Europeo – ECR e ID – dovrebbero guadagnare un numero considerevole di seggi.

Contemporaneamente, i partiti della coalizione che governa l’Europa appaiono in difficoltà. In Francia, perde colpi Macron, in Germania i Popolari, in Italia Forza Italia. I Verdi sono in crisi quasi ovunque in Europa, e i sondaggi prevedono una drastica riduzione dei loro seggi al Parlamento Europeo. Quanto ai socialisti, molto dipenderà dalle alleanze, scissioni e ricomposizioni in atto in Francia e Germania, soprattutto quanto alla capacità di attirare o mantenere il voto degli elettori progressisti ma anti-immigrati. In Francia questo tipo di voto è intercettato soprattutto da La France Insoumise di Jean Luc Mélanchon, che non è chiaro se afferirà ai socialisti o all’estrema sinistra. In Germania, proprio per trattenere il voto anti-immigrati è nato poche settimane fa un partito di estrema sinistra – la BSW di Sahra Wagenknecht – che potrebbe sottrarre voti ai socialisti del premier Olaf Scholtz.

In breve, nel prossimo parlamento europeo dovremmo assistere a un significativo ridimensionamento della attuale maggioranza popolari-liberali-socialisti, a un crollo dei Verdi, e a una avanzata dei due gruppi di destra, uno dei quali potrebbe diventare il terzo raggruppamento, dopo i Popolari e i Socialisti.

L’ipotesi tuttora più verosimile è che si ricostituisca la vecchia maggioranza, eventualmente puntellata dai Cinque Stelle, come l’attuale “maggioranza Ursula”. Ma, ove tale maggioranza non ci fosse, o fosse troppo risicata, non si possono escludere due scenari alternativi, divisi essenzialmente dall’atteggiamento verso la transizione ecologica.

Nel primo, la maggioranza potrebbe allargarsi al gruppo ECR, guidato da Giorgia Meloni, e (quasi sicuramente) rimpolpato dall’ingresso di due partiti decisamente controversi, Fidesz dell’ungherese Orban e Reconquête del francese Éric Zemmour. Nel secondo scenario, l’allargamento avverrebbe invece verso i Verdi, a dispetto del loro quasi certo declassamento da terza a quinta forza del Palamento europeo (in quanto scavalcati da ECR e ID).

Difficile immaginare due scenari più antitetici. Nel primo, assisteremmo a un ridimensionamento e a una decelerazione della transizione verde, in sintonia con le richieste del mondo agricolo. Nel secondo, a un rilancio in grande stile del Green Deal, in barba alle rassicurazioni della attuale Commissione. E checché ne pensi la mucca Ercolina seconda.

Trattori e sinistra in Europa

4 Febbraio 2024 - di Luca Ricolfi

EconomiaIn primo pianoPolitica

La protesta degli agricoltori che infuria in Europa non è del tutto nuova. Almeno superficialmente, si potrebbero indicare due precedenti: il movimento dei “forconi”, che tra alterne vicende serpeggiò in Italia fra il 2011 e il 2013, e il movimento dei gilet gialli, che paralizzò la Francia dalla fine del 2018 ai primi mesi del 2019. Anche allora uno dei temi centrali della protesta era il prezzo dei carburanti; anche allora un ruolo centrale venne svolto da agricoltori e autotrasportatori; anche allora le simpatie verso quei movimenti venivano più da destra che da sinistra.

Queste analogie, tuttavia, non devono trarci in inganno. Il movimento di oggi è diverso, molto diverso da quelli di allora. La prima differenza che balza agli occhi è il carattere transnazionale della protesta odierna, partita da Olanda e Belgio ma rapidamente propagatasi ai principali paesi europei, fra cui Francia, Italia, Polonia, Spagna, Romania. La seconda differenza è che ora, al centro delle contestazioni, ci sono le politiche europee in materia di ambiente (il cosiddetto green deal), con le loro ripercussioni sulla PAC, la politica agricola comune: più restrizioni, maggiori costi, minori sussidi. Soprattutto: concorrenza sleale dei paesi da cui importiamo prodotti alimentari (un tema già sollevato, ben venti anni fa, da Giulio Tremonti nel suo libro Rischi fatali)

La terza differenza è che, mentre in passato l’approssimarsi delle elezioni europee aveva finito per spegnere le proteste (nel 2014 quella dei forconi, nel 2019 quella dei gilet gialli), oggi sembra accadere l’esatto contrario: il movimento dei trattori si espande e si rafforza man mano che ci avviciniamo alla data delle europee.

La ragione è semplice: oggi il cuore della protesta non sono le scelte specifiche dei governi nazionali, ma è l’orientamento complessivo della politica europea non solo in materia agricola, ma – più in generale – in tutte le materie sulle quali le scelte pro-ambiente della Commissione Europea mettono a repentaglio redditi, posti di lavoro, aziende, valore degli immobili. È il caso, per fare solo i due esempi più macroscopici, delle direttive in materia di motori termici (che comporteranno il deprezzamento del parco veicoli attualmente circolanti), e delle direttive in materia di abitazioni (che costringeranno i proprietari a scegliere fra costosi efficientamenti energetici e ingenti perdite di valore degli immobili posseduti).

È difficile prevedere come tutto ciò potrà influenzare il voto europeo di giugno. Quel che però, fin da ora, è abbastanza evidente, è che questa protesta impatta in modo asimmetrico sulla destra e sulla sinistra. I socialisti, da sempre in sintonia con gli orientamenti dirigisti della Commissione, rischiano di perdere ulteriori consensi tra i ceti popolari. Specularmente, le forze di destra (Riformisti Conservatori e Identità e Democrazia) hanno l’opportunità – ma forse si dovrebbe dire: un’opportunità unica – di consolidare il proprio consenso fra i ceti popolari, finora alimentato soprattutto dalle preoccupazioni in materia di criminalità e immigrazione.

È uno sbocco inevitabile?

Non credo. Molto dipende da come è fatta, e soprattutto da quanto è pluralistica, l’offerta politica della sinistra nei vari paesi. Se i principali partiti di sinistra sono compattamente schierati pro-immigrazione e pro-transizione ecologica, secondo l’ortodossia finora prevalente a Bruxelles, sono destinati a rafforzare il trend che, ormai da diversi decenni, ha fatto della sinistra la rappresentante privilegiata dei ceti medi e benestanti. E, specularmente, a perfezionare la migrazione dei ceti popolari sotto le ali dei partiti di destra, più o meno estrema.

Dove invece la sinistra prova a essere recettiva delle inquietudini popolari, come in Francia, in Danimarca, in Germania, e fuori dell’Ue nel Regno Unito, i giochi sono più aperti, come già si vede dalle elezioni più recenti e dai sondaggi. Nel Regno Unito e in Danimarca, da qualche anno ha preso forma una sinistra securitaria, talora non insensibile al tradizionalismo dei ceti popolari (penso in particolare al leader laburista Keir Starmer). In Francia, da tempo esiste una formazione di sinistra – La France Insoumise di Mélenchon – che, anche in virtù delle sue posizioni critiche sull’accoglienza, mette un argine al flusso di voti verso la destra di Marine Le Pen. In Germania, con la nascita del partito di Sahra Wagenknecht (BSW), qualcosa di analogo sta nascendo da un scissione della Linke, il partito di estrema sinistra molto radicato nelle regioni dell’Est.

E in Italia?

In Italia, a sinistra, non muove foglia che Schlein non voglia. La nuova segretaria del Pd appare ben decisa a perseverare sui pilastri ideologici della linea seguita fin qui: diritti LGBT, migranti, transizione green. Una formula perfetta per fare il pieno di voti dei ceti medi urbani, istruiti e riflessivi. Lasciando ai Cinque Stelle, ma soprattutto alle destre, di raccogliere il voto dei colletti blu, delle periferie, delle campagne. Un mondo di cui i trattori stanno diventando il simbolo.

Salvate il soldato Schlein

17 Gennaio 2024 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Quando, poco meno di un anno fa, Elly Schlein espugnò il Pd, una delle prime cose che disse fu che il male era anche dentro il Pd, che c’era molto da fare dentro il partito, e che non voleva più vedere né “stranezze nei tesseramenti”, né “cacicchi” né “capibastone”.

Non so se fosse consapevole di quanto antiche fossero quelle pratiche nel mondo post-comunista, o se ricordasse che a evocare per la prima volta l’espressione “cacicchi” per stigmatizzare le correnti del partito era stato – un quarto di secolo fa – nientemeno che Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, il partito erede del Partito Comunista, e secondo anello della catena Pci-Pds-Ds-Pd.

Né so se la neo-segretaria si rendesse conto che, ai membri del suo partito, quelle parole avrebbero potuto ricordare quelle pronunciate da Renzi pochi anni fa, dopo aver lasciato il Pd: “il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il Pd ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito”.

Soprattutto, non so se Elly Schlein, quando ebbe a pronunciare quelle parole di rinnovamento e di speranza, avesse contezza dell’enormità dell’impresa che si accingeva a compiere. Perché, dieci mesi dopo le fatidiche parole contro i cacicchi, l’impressione è che la guerra la stiano vincendo proprio loro, i signori delle tessere, i notabili locali, ma soprattutto i capi delle correnti.

E non sto pensando solo alle guerre sulle candidature, per le elezioni Regionali come per le Europee. O agli episodi che hanno visto i membri del Pd dividersi (cioè votare diverso) sia in Europa, sia nel Parlamento italiano: è successo nei giorni scorsi sulle armi all’Ucraina, ed è successo sull’abolizione del reato di abuso di ufficio.

Quello che più mi colpisce non è l’incapacità della segretaria di imporre a tutti la disciplina di partito, come accadeva ieri nel Pci e accade oggi nel centro-destra, ma è la sua incapacità di sciogliere i nodi politici di fondo. Hai un bel dire che è bello stare in un partito in cui si discute, o trastullarsi sulle pochissime cose su cui non c’è dissenso (salario minimo legale e più soldi alla sanità), il vero problema è tutto il resto. Sulle cose che contano, il Pd è diviso fra quanti la pensano come i Cinque Stelle, e quanti la pensano – se non come Renzi e Calenda – come il Pd prima del governo giallo-rosso.

Quali sono queste cose che contano?

Sono almeno cinque: l’atlantismo e la guerra; l’assistenzialismo e il reddito di cittadinanza; la riforma della giustizia; il mercato del lavoro; la patrimoniale e le tasse.

Su questi temi la segretaria, finora, non ha ancora saputo assumere una posizione chiara e netta. Detto in termini classici, non ha saputo scegliere fra massimalismo e riformismo. O forse sarebbe più esatto dire: in cuor suo ha scelto, ma non ha la forza di esplicitare e imporre la sua linea al partito.

È anche questo, a mio parere, il motivo per cui i cacicchi (e le cacicche) prosperano, e  della guerra contro le correnti non si scorge traccia. Se non scegli, se non dici per andare dove invochi il diritto di decidere, non fai che alimentare il brodo in cui prosperano le fazioni, le cordate, le piccole alleanze di potere.

È un peccato, soldato Schlein. Si può preferire la tua linea o quella di Bonaccini, ma era sano che chi – con le sue idee – era salito sul ponte di comando, poi quelle medesime idee avesse la forza, la volontà e la possibilità di farle vivere. Ed è insano che, chi la battaglia delle idee l’aveva vinta, debba restare intrappolato nella palude, vittima delle imboscate dei suoi stessi commilitoni.

Perché di una cosa si può stare sicuri: se non osa combattere la battaglia per le proprie idee, e rinuncia a debellare le correnti, alla prima difficoltà i cacicchi del suo partito faranno quello che hanno fatto con tutti i segretari. E non ci sarà nessun commando a salvare il soldato Elly (o la soldata Elly?).

Verso le elezioni europee – I paradossi della soglia al 4%

7 Gennaio 2024 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPolitica

Il 2024 sarà un anno record per il numero di cittadini – 4 miliardi, quasi la metà della popolazione mondiale – che saranno chiamati al voto. Si voterà in India, negli Stati Uniti, in Europa, in Indonesia, in Pakistan, solo per citare le comunità più popolose. E pure in due dittature (o finte democrazie) come Russia e Iran.

Quanto all’Italia, elezioni regionali e comunali a parte (si voterà in 5 regioni e 3700 comuni), l’appuntamento fondamentale sono le elezioni europee di giugno, fra 5 mesi esatti.

Quando se ne parla, molto si discute del problema delle candidature. Non si sa se Giorgia Meloni e Elly Schlein decideranno di presentarsi come capolista in tutte e cinque le circoscrizioni, ma si sa che le donne del Pd non vedono di buon occhio una eventuale “mossa leaderista” della segretaria, che metterebbe in ombra molte di loro.

Quello di cui poco si discute, invece, è un piccolo problema la cui soluzione o mancata soluzione potrebbe avere un grande impatto sul risultato in termini di seggi (l’Italia ne ha 76 a disposizione): il problema della soglia di sbarramento, attualmente al 4%. Come noto, la fissazione ed eventuale modificazione della soglia di sbarramento è materia di competenza nazionale, con un solo vincolo: l’asticella non può essere posta al di sopra del 5% (soglia adottata dalla Francia e da altri 8 paesi). Qualche tempo fa si è ipotizzato di abbassare la soglia al 3% per assicurare una rappresentanza anche alle forze minori, ma nulla finora è stato deciso in vista dell’appuntamento di giugno.

Perché, e per chi, la soglia è cruciale?

La soglia è cruciale per i partiti minori di sinistra e, indirettamente, per il Partito Democratico: Italia Viva, Azione, +Europa, Verdi, Sinistra Italiana attualmente attirano circa il 13% dei consensi, ma sono ben 5 partiti distinti. Nelle condizioni attuali, per superare la soglia del 4% dovrebbero federarsi, come in parte hanno già fatto (Verdi e Sinistra Italiana, Azione e Italia Viva), o tentato di fare (Azione e +Europa). Per sperare di superare il 4% tutti e cinque separatamente, infatti, il loro bacino di consensi dovrebbe essere dell’ordine del 25 %, circa il doppio dei voti di cui effettivamente dispongono. L’ultima supermedia dei sondaggi attribuiva loro appena il 13.1% dei consensi, senza concedere il 4% a nessuno dei cinque, e neppure all’alleanza a due Bonelli-Fratoianni (Verdi+Sinistra Italiana), ferma al 3.6%, risultato peraltro identico a quello delle elezioni politiche dell’anno scorso.

Allo stato attuale, le uniche formazioni che possono nutrire qualche timida speranza di superare il 4% sono Azione (che è data al 3.9%), e l’alleanza Verdi-Sinistra (che è al 3.6%). La lista di +Europa è addirittura sotto il 3%, e anche alle ultime elezioni europee lo aveva superato a malapena (3.1%).

Di qui alcuni scenari possibili. Se la soglia verrà abbassata al 3%, non è da escludere che i 5 partitini di sinistra corrano tutti o quasi tutti separatamente, e che a farcela – alla fine – siano solo Azione di Carlo Calenda e l’alleanza rosso-verde di Bonelli-Fratoianni. I voti sprecati sarebbero circa il 5%, ovvero quelli per Renzi più quelli per +Europa.

Ma se, come è abbastanza probabile, la soglia di sbarramento dovesse restare al 4%?

Allora, per la sinistra, le cose si farebbero complicate. Scegliendo di coalizzarsi in un paio di cordate, i partitini perderebbero un po’ di voti (è sempre così, quando ci si allea) ma almeno eleggerebbero qualche deputato. Scegliendo di andare ognuno per la propria strada, invece, preserverebbero le proprie identità, ma si esporrebbero a un grave rischio: l’invito del Pd al “voto utile” (votate per noi, se volete che il vostro voto conti).

Perché una cosa è abbastanza sicura, qualsiasi cosa dica ufficialmente Elly Schlein: se i cespugli della sinistra restano cinque, e ognuno corre per sé, l’elettore razionale, che non vuole sprecare il suo voto, è “costretto” a votare Pd. Il risultato del Pd alle Europee, in altre parole, dipenderà anche dalle strategie dei partitini di sinistra di fronte alla spada di Damocle dello sbarramento al 4%.

Con un esito paradossale: un buon successo del Pd, basato sullo spolpamento dei suoi potenziali alleati, potrebbe rafforzare la segretaria, ma – al tempo stesso – renderle più difficile rimettere insieme i cocci dell’alleanza in vista delle future elezioni politiche.

Consensi ai 3 partitini di sinistra

  Europee 2019 Camera 2022 Supermedia
Italia Viva – 7.8 3.1
Azione – 3.9
+Europa 3.1 2.8 2.5
Verdi 2,3 3.6 3.6
Sinistra italiana 1.8
TOTALE 7.2 14.2 13.1

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