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Vannacci, che brutta figura i grandi media!

11 Settembre 2023 - di Luca Ricolfi

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(Intervista di Alessandra Ricciardi a Luca Ricolfi, uscita il 7 settembre su “Italia Oggi”).

  • Professore, il generale Vannacci ha trovato un editore per il suo libro, dopo aver stravenduto con l’edizione on line. È nata una stella?

Le stelle brillano in cielo da milioni di anni, quella di Vannacci non si sa ancora quanto durerà. Però, fin da quando è uscito, non ho condiviso la supponente profezia dei commentatori politici: “dal 1° settembre non se ne parlerà più”. Mi aspettavo una tenuta, anche per ragioni tecniche: il file in pdf del libro sta girando vorticosamente su internet, le copie vendute da Amazon sono solo una frazione del circolante.

  • Lei lo ha letto il libro?

Dalla prima riga all’ultima, ero troppo incuriosito.

  • E non ha trovato che alcune tesi su gay e donne siano politicamente scorrette se non discriminatorie?

Attenzione: quasi tutto quel che una persona normale pensa e dice è considerato politicamente scorretto dalle guardie rosse del pensiero. E, nel mondo inquinato dai social, è impossibile esprimere un’idea senza che qualcuno si senta offeso, poco rispettato, discriminato, deriso, eccetera.

Ma non voglio sfuggire alla domanda. È vero, nel libro di Vannacci si trovano frasi ironiche sui gay e sulle femministe (ad esempio “moderne fattucchiere”), ma nulla che possa essere interpretato come razzismo, sessismo, o giustificazione di pratiche discriminatorie. Quel che mi colpisce, semmai, è un’altra cosa…

  • Quale?

Il quasi completo disinteresse dei media, degli studiosi, degli intellettuali per il contenuto delle proposte del Generale, alcune delle quali sono più che ragionevoli, o comunque difendibili. Sul clima e sull’ambiente, ad esempio, Vannacci espone – con molto maggiore dovizia di argomenti statistici – una tesi difesa pochi anni fa da Jonathan Franzen in un apprezzato libretto pubblicato da Einaudi (E se smettessimo di fingere?) dove sosteneva che fosse meglio concentrare gli investimenti sul contenimento dei danni del riscaldamento piuttosto che puntare su un’utopistica riduzione della temperatura globale. La realtà, purtroppo, è che sul Mondo al contrario i media considerati più autorevoli hanno dato una drammatica prova di mancanza di professionalità. La sistematica deformazione del pensiero di un autore, e soprattutto il silenzio totale sulle sue proposte, sulle sue analisi e sulla sua visione del mondo, sono segnali molto preoccupanti.

  • Così la pensano anche alcuni esponenti della destra però.

Sì, ho letto ad esempio la recensione negativa di Franco Cardini. Ma la sua è una reazione da professore universitario a professore. Non c’è alcuno sforzo di entrare nel punto di vista (e nel linguaggio!) dell’interlocutore, che invece è la cosa più interessante di fronte a un unicum come il libro di Vannacci. Lo dico come sociologo: il mero fatto che un libro autoprodotto venda più di 100 mila copie in poche settimane, superando di gran lunga tutti i “venerati maestri” che si contendono l’attenzione del pubblico, è un fatto che già solo per questo merita una riflessione scientifica. Tanto più che il libro non usa nessuna delle armi improprie del nostro tempo: volgarità, sesso, pornografia, violenza verbale, promesse di salute, felicità o autorealizzazione.

  • Il ministro della difesa Crosetto ha rivendicato in queste ore la scelta di averlo destituito, “sono stato più militare di lui”, ha detto. Un militare in quella posizione può dire tutto come potrebbe fare un altro comune cittadino? Non ritiene che la libertà di espressione abbia dei limiti?

Le rispondo con una certa sofferenza, perché ho grande stima (e simpatia) per Guido Crosetto. Ebbene, penso anch’io che la libertà di espressione abbia dei limiti. Ma sono quelli fissati dalla Costituzione e dalla legge, non dall’opportunità politica.

  • A quali limiti si riferisce?

Innanzitutto all’articolo 21, secondo cui “sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. E in secondo luogo al codice (penale e civile) che stabilisce in modo piuttosto preciso i casi nei quali un’opinione diventa illecita (calunnia, diffamazione, ingiuria, minaccia, vilipendio, apologia di reato, incitamento alla discriminazione). Nel libro di Vannacci non ci sono né offese al buon costume (semmai critiche a chi lo offende), né tracce dei reati previsti dal codice penale. E non si può neppure dire, come ha incautamente affermato il Generale Camporini, che l’articolo 98 della Costituzione preveda limiti alla libertà di espressione di magistrati, militari di carriera, agenti di polizia. L’articolo 98 si limita a dire che, per tali categorie, la legge può “stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici”.

Insomma, come liberale, trovo semmai che le norme attuali siano eccessivamente limitative della libertà di manifestazione del pensiero.

  • E quindi ci sono temi di destra di cui Vannacci diventa paladino e che la destra di governo, Fdi e Lega, non rappresenta più?

Secondo me è un errore collocare Vannacci sullo spettro politico, o confrontarne le posizioni con quelle dei partiti di destra. Certo, la maggior parte delle idee di Vannacci sono discutibili, conservatrici, e spesso nostalgiche. Ma il suo libro è la descrizione di uno stato d’animo, non un manifesto politico.

  • Può nascere altro a destra? O Vannacci sarà assorbito nella destra di governo?

Io mi auguro che Vannacci non entri direttamente in politica, ma continui a fare – in modo meno rozzo – quel che ha fatto finora: dare voce a un segmento importante della società italiana.

  • La solita “maggioranza silenziosa”?

Direi di no. La maggioranza silenziosa rappresentava solo ed essenzialmente una richiesta di ordine. Nel Mondo al contrario c’è di più e di meno: la nostalgia per un mondo più ordinario, non semplicemente più ordinato. Un mondo più aderente al senso comune, più tradizionalista, meno ostaggio delle minoranze organizzate. È il mondo della maggioranza? Credo di no. Quella di Vannacci a me pare una silenziosa minoranza di massa. Che in lui sta trovando un modo di far sentire la sua voce.

È il mondo della maggioranza? Credo di no. Quella di Vannacci, a me pare una cospicua minoranza silenziosa. Che in lui sta trovando un modo di far sentire la sua voce.

Al coro del politicamente corretto s’è unita la voce di Maurizio Ferrera

6 Settembre 2023 - di Dino Cofrancesco

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‘La libertà non è una clava’ è il titolo di un editoriale di Maurizio Ferrera pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ del 23 agosto. “Il discorso di odio, vi si legge, agisce come un sasso nello stagno, attiva una spirale di polarizzazione di gruppo, di radicalizzazione dei disaccordi e dei conflitti.” E ancora “anche a prescindere dai suoi contenuti, il discorso d’odio erode il terreno comune e trasforma un’idea (un punto di vista, una visione della società, una identità in una credenza assoluta, irri- ducibile, spesso ‘tribale’. “La libertà di espressione diventa una clava che frantuma le basi del regime – liberale e democratico – che rende possibile l’esercizio di quella libertà”. Quante volte ho pensato la stessa cosa leggendo le omelie degli opinion makers di ’Repubblica’, del ‘Fatto quotidiano’, di ‘Domani’, de ‘La Stampa’ etc. C’è un’Italia che viene letteralmente criminalizzata se non condivide ‘tutti’ i valori che stanno a fondamento della Costituzione antifascista e l’universalismo illuministico e cosmopolitico che ormai domina incontrastato nelle scuole italiane e nei mass media(anche quelli di Mediaset) e per il quale tutto ciò che si oppone al ‘pensiero egemone’ va stanato e denunciato. In  qualche caso, forse sotto la suggestione del fascistometro escogitato da Michela Murgia (parce sepultae), si sono proposti attestati ufficiali a dimostrazione di stare dalla parte giusta (v. la dichiarazione di antifascismo sulla carta d’identità proposta da un sindaco del Grossetano).Non sto rigirando la frittata. Il lettore sa bene che i casi da me citati non sono quelli ai quali si riferisce Ferrera, che pensava al libro di Roberto Vannacci e, soprattutto, alle “categorie più bersagliate dai discorsi d’odio” “i migranti in particolare, in particolare se musulmani e/o di pelle scura, gli ebrei, la comunità Lgbtq*” I pronunciamenti pubblici di disprezzo verso queste categorie, scrive tendono a sfuggire alle statistiche, ma costituiscono il retroterra dei veri e propri crimini d’odio”. Mi è difficile trovare un esempio di ‘pronunciamento pubblico’ e di implicito invito all’aggressione  nei vari periodici di area moderata, liberale, conservatrice e persino ‘nostalgica’ che mi capitano tra le mani; anche se non esito ad ammettere che nei bar dello sport disseminati nella penisola discorsi come quello di Vannacci trovano molti consensi: Ma questo poi cosa significa: che una visione tradizionalista della famiglia, dei generi sessuali, delle autorità laiche e religiose va considerata una ‘malattia’ da debellare al più presto? Sono d’accordo che “il valore del nostro modello di società dipende dalla misura in cui sapremo rendere ’normale’ la diversità nel discorso e nelle interazioni pubbliche”. Mi chiedo, però, quali diversità vadano riconosciute e chi debba decidere in merito. Come è stato detto da un giovane, brillante, studioso di Isaiah Berlin, il pluralismo esaltato nella retorica nazionale sono le tonalità diverse di uno stesso colore. Non sembra entrare nella nostra political culture il principio che il ‘diverso’ che legge i libri di Julius Evola e fonda un’associazione culturale intitolata a Ezra Pound va rispettato come il ‘normale’ che colleziona gli scritti di Antonio Gramsci. A Genova, ad es., un sindaco di sinistra ha capeggiato un corteo ANPI che chiedeva di allontanare dalla città i neofascisti (!) di Casa Pound.

In realtà, si dovrebbe prendere atto che   un paese non è una lavagna su cui elencare la parte buona e la parte cattiva, i giusti e i reprobi, i fascisti e gli antifascisti, gli amici dell’Occidente e gli amici di Putin. Ma per averne consapevolezza sarebbe necessario riconoscere l’aria di famiglia che in un conflitto politico, sociale e culturale caratterizza i partiti (in senso lato) in competizione. Non c’è comunità nazionale, oggi come ieri, in cui i modi di pensare, gli atteggiamenti verso la vita, i pregiudizi, le sentimentalità non si ripartiscono   equamente tra i vari piani dell’edificio sociale. In parole povere, la sinistra e la destra quasi sempre presentano lo stesso volto sia pure diversamente tatuato e colorato. Alle violenze degli anni venti contro gli agrari – cui non fu estraneo Giacomo Matteotti – corrispondono quelle delle squadre d’azione di Italo Balbo e di Renato Ricci, alla violenza dell’Inquisizione spagnola corrisponde l’efferatezza con cui gli anarchici irrompevano nei conventi, spesso profanandovi le tombe. La ‘manifestazione pubblica di odio’ nei confronti delle classi dirigenti e dei loro intellettuali, è quasi sempre  una reazione (certo inaccettabile) che nasce da quanti si sentono da esse  umiliati e trattati come sudditi di cui vergognarsi. L’idea che ci siano italiani proiettati nella modernità e altri ancorati a pregiudizi del passato circola da secoli nella ‘repubblica delle lettere’ come circola l’altra che ci siano italiani legati alle ‘buone tradizioni’ del tempo che fu e altri malati di novismo e di nichilismo. Ne è derivata la figura dell’intellettuale ‘bonificatore’ incaricato di metter il giardino in ordine, eliminandovi le sterpaglie e i parassiti di piante e animali. Sì, ha ragione Ferrera, “il terreno culturale che favorisce la democrazia è fragile e fatica a tenere il passo con i mutamenti sociali, fra cui l’emergenza di nuove sensibilità e domande di riconoscimento pubblico”. Tale riconoscimento, però, è possibile solo se si viene incontro all’altro, se se ne comprendono i valori profondi, se gli si garantisce che nessuno intende rifargli l’anima. Ma questo comporta – prendendo sul serio il pensiero di J.S.Mill – la rimozione del peccato capitale dell’ideologia italiana, quello di fondare l’identità su una contrapposizione assoluta e radicale invece che su valori positivi intesi a costituire un idem sentire de re publica. Ne rappresenta un esempio da manuale quella che Renzo De Felice chiamava la ‘vulgata antifascista’ e che da settant’anni è stata il fondamento indiscusso della retorica nazionale creando spaccature anacronistiche nel paese e stigmatizzando quanti non si riconoscevano nella retorica ufficiale e anpista. E non vi si riconoscevano non solo per aver letto analisi pacate del famigerato ventennio—quelle di storici come lo stesso De Felice, ma anche di Roberto Vivarelli, di Massimo L. Salvadori etc.—ma anche per esperienza personale, avendo conosciuto bene  persone (familiari e amici) che non corrispondevano affatto allo stereotipo creato dall’antifascismo di regime.

Nell’editoriale di Ferrera non c’è neppure il sospetto che certe reazioni—sicuramente deprecabili—possano essere dettate non da una malattia morale, da ignoranza, da atavismi tribali ma dall’oggettiva complessità dei problemi. Si prenda il caso dell’emigrazione. E’ una colpa temere che un’emigrazione incontrollata possa riversare sulle nostre rive fiumane di ‘desperados’ che potrebbero alterare i paesaggi materiali e spirituali nei quali siamo vissuti per secoli? Per l’abitante del quartiere povero la paura di aggressioni da parte di gente che non ha né un tetto né un lavoro non va tenuta in debito conto? E dobbiamo proprio mettere alla gogna Andrea Gianbruno per aver affermato ciò che ogni buon padre di famiglia non fa che ripetere alle figlie: ‘vai pure a ballare, ma ricordati che alcool e droga ti espongono a brutti incontri?’

Forse Ferrera, difensore (giustamente) dei diritti della comunità Lgbtq* dovrebbe riflettere su quanto ha scritto il filosofo Simone Regazzoni, allievo di Jacques Derrida, “In questi anni il discorso della sinistra non si è semplicemente focalizzato sui diritti delle minoranze. Ha fatto due cose, pessime, il cui risultato è una destra sempre più forte in Italia.

  1. Ha affermato, nella prassi e nella teoria, che qualsiasi riconoscimento dei diritti delle minoranze deve passare da una radicale messa in discussione critica e una colpevolizzazione morale di ciò che si presenta, e che la maggioranza delle persone vive, come la norma. Vuoi riconoscere i diritti della famiglia queer? Devi dire che la famiglia tradizionale è il male. Vuoi riconoscere diritti alla genitorialità delle coppie omosessuali? Devi dire che i termini mamma e papà sono formule da non usare. Vuoi riconoscere i diritti a quanti percepiscono la propria sessualità di genere diversa dal sesso biologico? Devi dire che esiste solo la sessualità di genere, che il sesso è un costrutto culturale e che maschile e femminile sono costruzioni oppressive.  Devi riconoscere il diritto a essere a pieno Italiani ai figli di immigrati? Devi dire che non esiste un’identità italiana.
  2. Queste tesi non vengono presentate come ipotesi da discutere in un contesto filosofico o culturale, ma come dogmi di una nuova religione che non possono essere messi in discussione, pena la scomunica morale. Per questo nello stesso spazio intellettuale che le sottoscrive pubblicamente molti sentono il bisogno, in privato, di prendere una distanza ironica da questa neoreligione a tratti kitsch con i suoi santoni e le sue vestali. Immaginiamo quale effetto possa avere questa neoreligione sulle masse… quello di vedere un libro rabberciato e mediocre come un grido liberatorio del tipo: “il re è nudo!”.

Oltretutto comprendere chi sta dall’altra parte non è qualcosa che riguardi solo lo scienziato politico o il filosofo morale ma è, soprattutto, un imperativo politico. Si prevale solo sull’avversario che si conosce.

Follemente corretto (7) – Nero di seppia

27 Dicembre 2022 - di Luca Ricolfi

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Supponete di aver invitato a cena per venerdì Angela, una vostra amica afroamericana di passaggio per l’Italia. Qualche giorno prima, diciamo martedì, cenate – sempre a casa vostra – con un’altra amica, Anna, bianca ed europea come voi. Anziché farle il solito risotto al parmigiano, vi lanciate in uno spettacolare risotto al nero di seppia.

La cosa viene alle orecchie di Angela, l’amica nera d’oltre oceano, che dagli Stati Uniti vi fa sapere che no, lei a casa vostra non intende più mettere piede. Ha saputo della vostra cena con Anna e del risotto al nero di seppia, “una pratica razzista e arcaica, che non ha diritto di cittadinanza nella società moderna”. Lei da voi a cena non verrà più, per rappresaglia.

Se vi capitasse, che cosa fareste?

Personalmente penserei che la mia amica Angela ha perso la testa, o ha un esaurimento, o sta scherzando.

Invece no. La Fondazione Arena di Verona, che organizza gli spettacoli nel meraviglioso anfiteatro di quella città si è trovata in una situazione simile, ma ha preso molto sul serio la faccenda.

I fatti. Nel mese di luglio il soprano Anna Netrebko interpreta il ruolo di Aida, principessa etiope, nella celebre opera di Verdi. Come di consueto, dovendo mettere in scena un personaggio nero, ed essendo Anna Netrebko bianca, si ricorre al blackface, la pratica di scurire il volto. Un artifizio scenico quali ve ne sono innumerevoli nel teatro, come la gobba di Rigoletto messa indosso a baritoni con la schiena normale.

Pochi giorni dopo, dovrebbe andare in scena la Traviata, con il soprano Angel Blue, afroamericana nel ruolo di Violetta. Ma lei, come la vostra amica   invitata a cena per venerdì, disdice sdegnosamente l’invito, perché qualche giorno prima l’Arena di Verona, in altra opera (Aida) e con altra interprete (Anna Netrebko) è ricorsa al blackface, come peraltro si è sempre fatto in casi simili.

La ragione? Secondo Angel blue la pratica del blackface è razzista:

“L’uso del blackface in qualsiasi circostanza, artistica o meno, è una pratica basata su tradizioni teatrali arcaiche che non hanno posto nella società moderna”.

La cosa curiosa, in tutta questa storia, è la reazione della Fondazione Arena di Verona. Anziché rivendicare l’autonomia artistica della regia (peraltro firmata da Zeffirelli), e il pieno diritto delle istituzioni di operare entro una tradizione culturale, arcaica o meno che essa risulti agli occhi di qualcuno, i responsabili della Fondazione hanno ritenuto di doversi giustificare, con argomenti invero penosi: non avevamo intenzione di offendere (come se una persona sana di mente potesse offendersi), l’allestimento è di 20 anni fa (e allora?), se vieni a Verona “potremo dialogare in modo costruttivo partendo proprio dalle tue riflessioni”.

Ma giustificarsi equivale ad ammettere che aver fatto il risotto con il nero di seppia a Anna possa essere offensivo per Angela. Mentre la vicenda dimostra solo due cose molto semplici.

Primo, che il politicamente corretto riesce a “scalare impensabili vette di stupidità”, come giustamente ha osservato Cesare Cavalleri su “Avvenire”.

Secondo, che l’accusa di razzismo, per quanto pretestuosa, campata per aria, priva di sostanza o stupida sia, ha uno straordinario potere intimidatorio. Chiunque la subisca, si sente tenuto a fornire giustificazioni, se non a confessare la sua colpa, come accadeva nei processi staliniani.

Brutta faccenda. Non poter ridere del ridicolo è un segnale inquietante, e inequivocabile, di una civiltà che sta smarrendo sé stessa.

Follemente corretto (4a puntata) – Anche le cose si offendono?

15 Dicembre 2022 - di Luca Ricolfi

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Supponete di essere un tecnico del suono, e di stare armeggiando con un amplificatore, perché dovete collegarlo a una cassa acustica. Vi rivolgete al vostro aiutante, e gli dite: “passami il cavo con il jack maschio”. Oppure: “non trovo il jack femmina, l’hai preso tu?”.

Qualcuno può offendersi? Può accusarvi di sessismo? O di usare un linguaggio irrispettoso, o poco inclusivo?

Ovviamente no. Operai e tecnici del suono sono persone concrete, da almeno 70 anni maneggiano jack (spinotti) maschi e femmina, e nessuno si è mai turbato sentendo parlare di jack maschio e jack femmina. Almeno in Italia.

Ma supponete di essere negli Stati Uniti. L’associazione americana dei produttori di materiali audio (PAMA) ha pensato che, al giorno d’oggi, non si poteva continuare a parlare di jack “maschio” e jack “femmina”. E ha dato le sue direttive: d’ora in poi, in uno “spirito di inclusività e coerenza”, il jack maschio sarà chiamato plug (spina), quello femmina socket (presa). E chi dovesse ancora parlare di jack maschio e jack femmina sarà guardato di brutto.

Anziché affrontare i problemi concreti del settore, dai salari alle condizioni di lavoro, l’associazione dei produttori di materiali audio preferisce occuparsi di come operai e tecnici parlano dei cavi che maneggiano.  E non esita a pavoneggiarsi della propria virtù.

Karrie Keyes, direttrice esecutiva delle “ragazze del suono” (SoundGirls), non riesce a nascondere la sua soddisfazione per le nuove regole promosse dall’associazione dei produttori audio. Ma deve ammettere che la strada è ancora lunga:

Un plauso per PAMA che cerca di introdurre un linguaggio neutro nell’industria audio. E’ un’impresa enorme, ma bisogna continuare a lavorare per portare cambiamenti significativi in questo settore.

La cosa interessante di questo caso è che non riguarda la tutela della sensibilità delle persone, di cui si occupava il politicamente corretto delle origini. Il nuovo politicamente corretto vede sessismo-razzismo-discriminazione anche nel modo in cui parliamo di oggetti inanimati. Per i suoi miliziani la sorveglianza sulla correttezza del linguaggio deve essere totale, la punizione e rieducazione dei reprobi devono essere puntuali, sistematiche.

E infatti la scure si abbatte non solo sugli innocenti jack, ma anche sui dispositivi elettronici e sui computer, dove da sempre si è parlato di architettura master-slave per caratterizzare un sistema con un dispositivo principale e uno ausiliario. D’ora in poi, per evitare di evocare il colonialismo, la schiavitù, l’oppressione dei neri, gli ingegneri e i tecnici dovranno ingegnarsi a trovare dicotomie alternative, più democratiche e inclusive: primary / secondary; main / subordinate; director / performer; leader / follower, e così via.

Osservazione finale: se soldi, energie, personale, sforzi di comunicazione vengono spesi per togliere dalla circolazione espressioni come jack maschio, jack femmina, architettura master-salve, non stupisce che buona parte dei marxisti e tante femministe considerino le ossessioni linguistiche del politicamente corretto come un’arma di distrazione di massa, che permette all’establishment capitalista di distogliere l’attenzione della gente dalle vere diseguaglianze e dalle reali discriminazioni che ancora affliggono il nostro mondo.

Follemente corretto (2) – Cieco e nano, la fine dell’ironia

8 Dicembre 2022 - di Luca Ricolfi

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Che, da tempo, il politicamente corretto stia evolvendo in follemente corretto lo sapevo. E’ questo, del resto, il motivo per cui ho cominciato a parlarne qui e altrove.

Di vere e proprie follie ne ho scovate decine, soprattutto nei paesi di lingua inglese, a partire dagli Stati Uniti. Per esempio che non si può vendere uno shampoo per capelli “normali”, perché altrimenti qualcuno potrebbe sentirsi anormale se compra uno shampoo per capelli secchi.

Però qualche giorno fa, girovagando su internet, mi sono imbattuto in un caso che supera tutti quelli che avevo incontrato e catalogato (sì, ho questa perversione, faccio collezione di follie).

Ebbene, si tratta di questo. In un breve editoriale pubblicato sul portale dell’Università di Padova, uno studioso che si occupa di biologia evoluzionistica racconta che sta per pubblicare negli Stati Uniti un testo di argomento scientifico (l’evoluzione), e che la correttrice di bozze della casa editrice gli ha chiesto di cambiare alcune parole. Due in particolare: cieco e nano, in quanto offensive per i non vedenti e le persone di bassa statura.

La solita ipocrisia degli eufemismi, penserete voi. E invece no. Lo studioso nel suo libro usava l’aggettivo cieco per parlare della selezione naturale che è cieca (cioè non segue un piano). E usava la parola nano per parlare di una specie particolare di elefanti, detti elefanti nani, per cui l’essere di dimensioni ridotte può essere vantaggioso, in quanto abitanti di isole piccole.

Finito di leggere il resoconto, ho pensato a uno scherzo. Magari lo studioso in questione non esiste, o è un dottorando burlone che si diverte a prenderci in giro, o vuole denigrare gli Stati Uniti. Quindi ho controllato: in realtà lo studioso in quesitone esiste, si chiama Telmo Pievani, ha studiato in Italia e negli Stati Uniti, attualmente è docente ordinario di Filosofia delle scienze biologiche, ha incarichi nazionali e internazionali prestigiosi, un mare di pubblicazioni, un curriculum accademico splendido.

Quindi la mia ipotesi era sbagliata: non siamo davanti a uno scherzo. Dobbiamo trovare un’altra spiegazione. Se una correttrice di bozze non capisce che “evoluzione cieca” e “elefante nano” sono espressioni che non possono offendere nessuno, una ragione deve esserci.

Ma quale può essere?

E’ a questo punto che mi sono tornati in mente alcuni studi recenti che, come sociologo che per trent’anni ha lavorato con gli psicologi, mi avevano molto incuriosito. Secondo questi studi il quoziente intellettivo (QI) dei cittadini dei paesi sviluppati sarebbe aumentato sistematicamente per più di mezzo secolo (dagli anni ’40 alla fine degli anni ’90 del secolo scorso), ma nel nuovo millennio sarebbe in diminuzione. Il primo effetto (aumento QI) viene chiamato effetto Flynn, il secondo (diminuzione QI) viene chiamato effetto Flynn inverso, o retrogrado.

Ho sempre guardato con scetticismo a questo tipo di studi, pieni di insidie statistico-matematiche. Ma, dopo aver appreso quel che è capitato al prof. Pievani, sono meno scettico. E se fosse proprio così, che stiamo diventando meno intelligenti?

Dopotutto quel che la correttrice di bozze ha manifestato è una totale mancanza di ironia. E la letteratura scientifica su una cosa è concorde: l’ironia è la testimone migliore dell’intelligenza.

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