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A proposito dei “dublinanti” – Una corsa contro il tempo

25 Agosto 2026 - di Luca Ricolfi

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Che sulla questione migranti le forze politiche facciano il loro gioco, e lo facciano spudoratamente, rientra nell’ordine delle cose. Tanto più se, come accade oggi in diversi paesi europei, ci sono elezioni in vista.

Ma come osservatori e studiosi dovremmo avere un altro genere di priorità: provare a capire che cosa sta succedendo. Più esattamente: che cosa cambia con il nuovo regolamento per la gestione dei migranti varato dall’Europa due anni fa e entrato in vigore nel giugno scorso. Un regolamento che il governo difende a spada tratta in quanto più severo rispetto al regolamento precedente (Dublino III), e l’opposizione respinge in quanto “non tutela abbastanza i Paesi di primo approdo, è pericoloso sui diritti umani e non scommette su canali d’ingresso legali”.

Dunque, andando al punto: che cosa cambia?

La prima cosa che salta agli occhi è che il nuovo regolamento è illeggibile per una persona normale, in quanto zeppo di rimandi a norme e regolamenti precedenti, che ne impediscono una lettura organica. In breve: manca un Testo Unico sul problema migratorio. La seconda cosa che salta agli occhi è che diversi meccanismi (a partire da quelli di solidarietà, che dovrebbero favorire l’Italia) non sono automatici e regolati da norme univoche, ma comportano passaggi politici e amministrativi dagli esisti incerti. Colpisce, in particolare, che la solidarietà (che dovrebbe alleggerire il fardello di Italia-Grecia-Spagna) non sia automatica, mente l’obbligo di riprendersi i migranti sbarcati in Italia ma trasferitisi all’estero, quando scatta, è tassativo.

Per quel che sono riuscito a capire, funziona così: il migrante che dall’Italia è passato in Germania (o in altro paese Ue), per un certo numero di mesi (12 con il vecchio regolamento, 20 con quello nuovo) resta in carico all’Italia (paese di primo ingresso) anche se si trova in Germania, ma trascorso quel numero di mesi  senza che la Germania lo ritrasferisca in Italia passa automaticamente in carico alla Germania stessa. Di qui una doppia corsa contro il tempo: l’Italia ha interesse che il migrante resti in Germania oltre la data spartiacque che obbligherà la Germania a occuparsene, la Germania – al contrario – ha interesse a trasferire i migranti in Italia prima della data spartiacque, perché se non lo fa il migrante passa in carico alla Germania stessa. È questa, per inciso, la vera ragione per cui tanti paesi stanno chiedendo all’Italia di riprendersi i migranti che risiedono sul loro territorio: crisi di Ceuta e chiusura di Schengen con la Spagna non c’entrano nulla, tanto è vero che la Spagna non è fra i paesi che ci chiedono di riprendere i “nostri” migranti.

Il vero problema, per l’Italia, è che – con le nuove regole, e in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia UE (5 marzo 2026) – non potrà più dire di no, come invece l’attuale governo era riuscito a fare fin qui, quasi azzerando il numero di “dublinanti” restituiti all’Italia.

Naturalmente resta vero che molte novità, come la lista dei paesi sicuri, le procedure accelerate di frontiera, gli “hub di rimpatrio” fuori della Ue, sono – almeno sulla carta – un passo avanti rispetto al passato. Ma restano alcuni dubbi di fondo.

Il primo:  la macchina amministrativa che dovrà gestire le “procedure accelerate di frontiera” sarà in grado di accorciare i tempi di esame delle domande stesse?

Il secondo: la magistratura continuerà a rendere praticamente impossibile l’utilizzo dei centri per migranti costruiti in Albania?

Infine, il dubbio dei dubbi: siamo sicuri che quello che preoccupa l’opinione pubblica sia la presenza di troppi migranti irregolari, e non piuttosto l’impossibilità (pratica e giuridica) di rispedirli al loro paese quando commettono reati?

Giusto per dare alcuni ordini di grandezza: gli stranieri rimpatriati per la loro pericolosità sono meno di 100 l’anno, gli stranieri effettivamente espulsi sono dell’ordine di qualche migliaio, ma gli stranieri arrestati per aver commesso reati sono nell’ordine delle centinaia di migliaia l’anno. Come dire che lo straniero che commette uno o più reati ha oltre il 99% di probabilità di restare nel nostro paese.

Su questo il nuovo patto di emigrazione e asilo tace, perché il problema è demandato a un apposito regolamento, già approvato (il 17 giugno 2026) ma non ancora entrato in vigore. Credo che sarà soprattutto su quest’ultimo che vi sarà materia su cui riflettere.

[articolo uscito sul Messaggero il 24 agosto 2026]

Quando l’antifascismo minaccia la libertà di pensiero

22 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

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Dobbiamo prenderne atto. Nell’Italia di oggi, come nel Medio Evo, ci sono due poteri: il potere spirituale, addetto al controllo delle coscienze e delle opinioni dei cittadini e il potere temporale–gli apparati istituzionali, incaricati di redigere le leggi e farle rispettare. Il primo amministra le anime, il secondo i corpi. Il potere spirituale, come quello islamico, è diffuso tra una serie di soggetti—presenti nei partiti, nei giornali, nelle Università—che si erigono a coscienza della nazione in quanto depositari dell’antifascismo iscritto nella Costituzione e non come uno dei requisiti della democrazia liberale ma come il principio supremo di legittimità, al cui vaglio debbono sottoporsi  tutte le manifestazioni della vita  civile e politica. Così quanti intendono partecipare alla Fiera del Libro di Roma, ”Più libri, più liberi” sono tenuti a sottoscrivere un patentino antifascista”. Non si può consentire agli editori di esporre libri senza l’imprimatur dell’Anpi.

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri—lo ha ricordato Luca Ricolfi in un magistrale articolo, Sono ancora antifascisti i nostri intellettuali antifascisti?¸’Il Messaggero 14 giugno u.s.—ha bollato quella richiesta come “un provvedimento fascista che più fascista non si può immaginare”

Lo hanno riconosciuto, del resto, anche intellettuali non certo di destra come Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Luciano Canfora che, a differenza di spregiudicati demagoghi come Angelo Bonelli e Giuseppe Conte, si sono dissociati dal documento voluto dall’Associazione Editori Italiani.

Giorgia Meloni ha commentato “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

In realtà, ci troviamo dinanzi a una vera e propria malattia dello spirito civico per la quale non bastano le deprecazioni. Bisogna andare più a fondo, individuare le cause storiche e culturali per le quali, a più di ottant’anni dalla caduta del fascismo, la rabbia antifascista non solo non s’è attenuata ma si accresce giorno per giorno. Bisogna spiegare come mai, in Italia, un attributo—‘antifascista—inscindibile dalla democrazia , ne stia diventando il veleno.

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 16 giugno]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Gli italiani e gli immigrati – Due regimi morali

3 Giugno 2026 - di Luca Ricolfi

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Se la memoria non mi inganna, non era mai successo in Italia che un sondaggio d’opinione rivelasse una ostilità nei confronti degli stranieri come quella registrata dalla recente rilevazione di Mannheimer per la trasmissione Piazzapulita. Che la proposta di togliere la cittadinanza (o il permesso di residenza) agli stranieri che commettono gravi reati raccolga il 59% dei consensi, e solo il 27% degli italiani sia contrario, a molti è parso stupefacente (e preoccupante). Ma ancora più scalpore ha suscitato il fatto che, anche fra gli elettori di sinistra, i favorevoli alla proposta (formulata da Salvini!) fossero tantissimi: più di metà dei Cinque Stelle, oltre un quarto dei simpatizzanti del Pd.

E’ possibile che a questo risultato abbia contribuito il drammatico episodio di Modena (auto lanciata contro la folla da un italiano di origine marocchina), una vicenda che le istituzioni hanno preferito interpretare con categorie psichiatriche, ma a molti deve aver ricordato il ciclo di attentati terroristici degli anni Dieci, dal Bataclan alla strage di Nizza.

Ma è anche possibile, e per certi versi più compatibile con le risultanze di altri sondaggi, che l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica sia frutto di una convinzione più profonda, e cioè che la società italiana – a dispetto delle intenzioni di questo governo – si sia spinta troppo in là sulla strada del permissivismo e dell’indulgenza. Detto in breve,  gli italiani che pensano che la nostra società sia troppo permissiva sono il quintuplo degli italiani che la considerano troppo repressiva. Di qui l’emergere di un sentimento molto naturale e comune, che tende ad assumere i caratteri di una forma mentis, o di un regime morale: i reati conto la persona, dallo stupro all’omicidio, sono sempre gravissimi, ma sono ancora più gravi e inaccettabili se commessi da chi ha ricevuto asilo, accoglienza, ospitalità. E lo sono perché violano il fondamentale principio morale della reciprocità, che secondo gli antropologi è sempre stato alla base delle comunità umane, e che il filosofo Jean Claude Michéa riassume nel “triplo obbligo antichissimo di dare, ricevere e ricambiare”.

Questo tipo di atteggiamento morale può sembrare tradizionale, conservatore o di destra, ma quanto poco lo sia si capisce non solo dal fatto che i filosofi che lo propugnano – da Michéa a Žižek – sono quasi tutti di sinistra, ma dal fatto che la medesima reazione morale periodicamente riemerge, sotto forma di “voce del sen fuggita”, anche nell’agone politico, e per bocca di esponenti della sinistra. Ricordate la bufera che, una decina di anni fa, investì Deborah Serracchiani, allora presidente del Friuli Venezia Giulia? Di fronte allo stupro di una ragazza da parte di un richiedente asilo iracheno, l’incauta dirigente del Pd aveva osato affermare: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Il problema, per questo tipo di atteggiamento morale, che è basato sull’etica della reciprocità, è che esso confligge con un opposto e anch’esso assai diffuso atteggiamento, che per brevità possiamo chiamare etica dei diritti universali. Diffusa soprattutto nella classe dirigente e fra i ceti istruiti e urbanizzati, l’etica dei diritti non ammette alcuna distinzione fra nativi e stranieri, e vede gli individui come titolari di diritti inalienabili, indipendenti dalle circostanze che li hanno resi cittadini di stati nazionali distinti. Per l’etica dei diritti le frontiere non hanno senso, siamo tutti cittadini del mondo, ogni distinzione fra ospiti e stranieri è ingiustificata. Dunque uno stupro è uno stupro è uno stupro, per dirla con Gertrude Stein. Punire diversamente il cittadino autoctono e lo straniero è innanzitutto un’aberrazione giuridica.

Ed eccoci al punto: nelle società occidentali le due etiche – della reciprocità e dei diritti – coesistono e, proprio perché sono due visioni del mondo con un forte contenuto etico, sono destinate a scontrarsi e radicalizzarsi. Chi sottoscrive l’etica della reciprocità trova immorale la difesa a oltranza degli immigrati, chi sottoscrive l’etica dei diritti trova immorale che le persone possano essere trattate diversamente a seconda del paese in cui sono nate.

Quello di cui entrambi i regimi morali paiono non accorgersi è che, come ha spesso sottolineato Norberto Bobbio, il diritto inizia là dove esiste un potere che è in grado di imporre il rispetto delle leggi. Il limite dell’etica dei diritti è che gli Stati Nazionali non sono scomparsi, e non esiste uno Stato mondiale capace di far rispettare il diritto internazionale. Il limite dell’etica della reciprocità è che la sovranità degli Stati nazionali è pesantemente limitata dal diritto internazionale e dai poteri degli organismi sovranazionali. Non è un caso che, per ogni singolo episodio che coinvolge gli immigrati, si inneschi il medesimo ping-pong fra le interpretazioni nazionali e sovranazionali delle norme. In questo limbo, in cui non esiste il Leviatiano, gigante onnipotente in grado di garantire un ordine condiviso, ma di Leviatani ne esistono due (lo Stato nazionale e gli organismi del diritto internazionale), entrambi deboli perché in feroce concorrenza reciproca, è inevitabile che il conflitto politico si polarizzi, e l’intolleranza ne contagi i protagonisti. Perché quando a scontrarsi non sono semplicemente due programmi politico-economici, come prevedeva Anthony Downs con la sua “teoria economica della democrazia”, ma sono due regimi morali e due visioni del mondo, ogni dialogo diventa impossibile.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 maggio 2026]

Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

18 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

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A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]

La sinistra e il partito del senso comune

9 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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Nei giorni scorsi Renato Mannheimer ha reso noti i dati di un recente sondaggio Eumetra sull’atteggiamento degli italiani nei confronti dei “bambini nel bosco”, ovvero della scelta dei servizi sociali (e del tribunale dei minori dell’Aquila) di togliere tre bambini ai genitori che li avevano allevati in modo un po’ troppo spartano. Non intendo minimamente entrare sulle buone ragioni di entrambe le parti (servizi sociali e genitori ecologisti), ma vorrei soffermarmi su un altro punto: la frattura emersa dall’indagine.

Gli elettori che hanno espresso un’opinione (quasi l’85% degli intervistati) sono spaccati in due gruppi (pro e contro i genitori), ma i difensori della famiglia che ha allevato i bambini nel bosco prevalgono piuttosto nettamente sui critici.

Che cosa divide difensori e critici?

A prima vista parrebbe una frattura politica, con gli elettori progressisti schierati in maggioranza con i servizi sociali e quelli conservatori con la famiglia anglo-australiana. Ma non è semplicemente così. Fra i paladini della famiglia vi sono anche gli elettori Cinque Stelle e – forse questo è il risultato più interessante – la netta maggioranza degli indecisi. Quanto alla condizione sociale, i ceti alti sono tendenzialmente pro-servizi sociali, quelli bassi pro-famiglia. La frattura, in altre parole, ha un profilo più culturale che politico. L’Italia che detesta l’invadenza dei servizi sociali e stravede per la favola romantica dei bambini nel bosco è l’Italia del senso comune, che rifugge dagli schemi astratti e mal sopporta le ingerenze pedagogiche dell’establishment.

L’indagine di Mannheimer, a mio parere, certifica che questa Italia è maggioranza nel paese, e guarda più a destra che a sinistra, anche quando sembra votare a sinistra. Emblematico il caso dei Cinque Stelle, un movimento nato fuori dello schema destra-sinistra, poi smottato a destra (con l’alleanza Salvini-Di Maio), infine approdato a sinistra (con il governo Conte II), ma tuttora attratto da posizioni che la sinistra doc – quella del Pd e dei riformisti – considera di destra, se non reazionarie.

Quali posizioni? Innanzitutto quelle sull’immigrazione, un tema che più di altri si presta ad attivare la logica del senso comune, fuori e contro gli schematismi della politica. Non tutti lo ricordano, ma durante la crisi dei migranti del 2018, quando l’Espresso fece la famosa copertina “Uomini e no” che di fatto dava del non-umano a Salvini, i sondaggi mostravano che il 70% degli elettori stava con la politica dei porti chiusi del ministro dell’Interno, in barba alle proprie credenze politiche.

E poi le posizioni sull’educazione dei figli, con il primato della famiglia rispetto allo Stato: la sinistra doc crede nel ruolo pedagogico dello Stato (la scuola come “palestra di democrazia”), la gente comune – anche quando non lo conosce – istintivamente sottoscrive l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che afferma che “i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”. Per non parlare dell’atteggiamento verso i magistrati: i progressisti tendono a vederli come figure salvifiche e insindacabili, l’Italia del senso comune ne riconosce a occhio nudo abusi, errori e storture, specie riguardo ai migranti e ai reati di allarme sociale.

Tutto questo suggerisce che oggi come ieri, accanto alle maggioranze partitico-elettorali che possono farsi e disfarsi a seconda delle circostanze, esiste e perdura una sorta di partito del senso comune, che è maggioranza nel paese e può condizionare in modo decisivo la competizione elettorale. Finché il conflitto verte su temi freddi (le tasse, le riforme, il federalismo, l’istruzione, la sanità) la sinistra, che ha quasi tutto l’establishment culturale dalla sua parte, può giocare la partita. Ma se e quando il conflitto si sposta su questioni calde, che toccano profondamente i sentimenti delle persone e sono in grado di attivare gli schemi del senso comune, per la sinistra la partita si fa difficile, perché il partito del senso comune è maggioranza nel paese, e guarda più a destra che a sinistra.

Perché più a destra?

Fondamentalmente perché la sinistra ha maturato nel tempo un profondo disprezzo verso il senso comune e i suoi portatori, che considera espressione della “pancia del paese” o “popolo bue”, senza rendersi conto che il comune sentire della gente veicola anche una visione del mondo, che poggia su principi più elementari ma non meno legittimi di quelli progressisti.

Forse è anche per questo che, negli oltre tre decenni della seconda Repubblica, solo una volta – nel 2006, alla fine di una legislatura berlusconiana assai deludente – la sinistra è riuscita ad attrarre il 50% dei consensi. In tutti gli altri casi un’analisi accurata della distribuzione del voto, capace di tener conto della natura bifronte dei Cinque Stelle, rivela che il baricentro dell’elettorato è sempre rimasto sbilanciato a destra.

Se fossi Elly Schlein, di questo mi preoccuperei, più che dell’eterno gioco fra correnti e sottocorrenti del Pd.

[articolo uscito sul Messaggero il 7 dicembre 2025]

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