Quando l’antifascismo minaccia la libertà di pensiero

22 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

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Dobbiamo prenderne atto. Nell’Italia di oggi, come nel Medio Evo, ci sono due poteri: il potere spirituale, addetto al controllo delle coscienze e delle opinioni dei cittadini e il potere temporale–gli apparati istituzionali, incaricati di redigere le leggi e farle rispettare. Il primo amministra le anime, il secondo i corpi. Il potere spirituale, come quello islamico, è diffuso tra una serie di soggetti—presenti nei partiti, nei giornali, nelle Università—che si erigono a coscienza della nazione in quanto depositari dell’antifascismo iscritto nella Costituzione e non come uno dei requisiti della democrazia liberale ma come il principio supremo di legittimità, al cui vaglio debbono sottoporsi  tutte le manifestazioni della vita  civile e politica. Così quanti intendono partecipare alla Fiera del Libro di Roma, ”Più libri, più liberi” sono tenuti a sottoscrivere un patentino antifascista”. Non si può consentire agli editori di esporre libri senza l’imprimatur dell’Anpi.

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri—lo ha ricordato Luca Ricolfi in un magistrale articolo, Sono ancora antifascisti i nostri intellettuali antifascisti?¸’Il Messaggero 14 giugno u.s.—ha bollato quella richiesta come “un provvedimento fascista che più fascista non si può immaginare”

Lo hanno riconosciuto, del resto, anche intellettuali non certo di destra come Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Luciano Canfora che, a differenza di spregiudicati demagoghi come Angelo Bonelli e Giuseppe Conte, si sono dissociati dal documento voluto dall’Associazione Editori Italiani.

Giorgia Meloni ha commentato “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

In realtà, ci troviamo dinanzi a una vera e propria malattia dello spirito civico per la quale non bastano le deprecazioni. Bisogna andare più a fondo, individuare le cause storiche e culturali per le quali, a più di ottant’anni dalla caduta del fascismo, la rabbia antifascista non solo non s’è attenuata ma si accresce giorno per giorno. Bisogna spiegare come mai, in Italia, un attributo—‘antifascista—inscindibile dalla democrazia , ne stia diventando il veleno.

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 16 giugno]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it