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Quando è la politica a “remare contro”

25 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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Finché si parla in generale, la tesi che la magistratura non operi in sintonia con il governo, e spesso remi contro (vedi il caso Albania, o le scarcerazioni facili), ha una sua plausibilità. Secondo questo racconto l’azione del governo e delle Forze dell’ordine è spesso vanificata dalla politicizzazione di una parte dei magistrati, che tendono a essere intransigenti con i reati dei colletti bianchi (specie se sono imprenditori o politici), ma indulgenti con la criminalità comune (specie se coinvolge gli immigrati).

È questo doppiopesismo o strabismo che, quasi quotidianamente, manda ai matti la destra e gli esponenti del governo.

E tuttavia, a guardare le cose più da vicino, questo quadro richiede parecchie rettifiche. Una rettifica ovvia, ma di cui faremmo bene a non scordarci mai, riguarda la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Su questo terreno la magistratura non può essere accusata di faziosità, omissioni, indulgenza verso il crimine. Sono molti i magistrati che, per la loro dedizione e integrità, in passato hanno perso la vita, o la rischiano oggi.

Ma le rettifiche più interessanti, a mio parere, ci sono fornite da due episodi di cronaca degli ultimi giorni.

Il primo è la sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell’immobile del centro sociale Spin Time Labs, occupato dal 2013. La cosa interessante è che, in questo caso, la condanna deriva dal fatto che nessun governo, dal 2020 a oggi, ha mai dato seguito all’ordine di sgombero (“sequestro preventivo”) emesso da un magistrato (il Gip di Roma). Dunque: siamo di fronte a un caso in cui la magistratura fa il suo dovere contro un’occupazione illegale, ed è il potere politico ad essere latitante. L’esatto contrario di ciò che, quotidianamente, la politica rimprovera ai giudici.

Il secondo episodio è l’uccisione, da parte di un poliziotto, di un pusher presso il bosco di Rogoredo, nota area di spaccio nei dintorni di Milano. In un primo tempo, dalle cronache dei quotidiani sembra che il pusher abbia minacciato il poliziotto con una pistola (poi rivelatasi finta) da una ventina di metri, e che il poliziotto – temendo per la propria vita – abbia reagito sparando un colpo, alla fine rivelatosi mortale.

Pochi giorni dopo si apprende che il poliziotto è indagato per omicidio volontario. Gli esponenti del centro-destra si indignano, Salvini dichiara che sta “dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”. Dall’episodio alcuni deducono la necessità di proteggere i poliziotti dall’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi in cui feriscono o uccidono compiendo il proprio dovere. Nel decreto sicurezza viene previsto un “registro separato” per i poliziotti o i cittadini che agiscano in modo violento “in situazioni di giustificazione”.

Passano i giorni e, poco per volta, emerge una storia del tutto diversa (non provata, come la prima ricostruzione). Non è chiaro se la pistola finta sia stata nelle mani del pusher ucciso, o gli sia stata messa accanto dall’uccisore. Non è chiaro perché, nonostante dopo il colpo di pistola la vittima fosse ancora viva, i soccorsi siano stati chiamati 23 minuti dopo il fatto. Soprattutto, emergono testimonianze secondo cui l’uccisore odiava l’ucciso e lo taglieggiava. Si scava nel passato del poliziotto-killer, e il quadro che emerge non è edificante.

A questo punto Salvini fa marcia indietro, e il ministro Piantedosi scarica il poliziotto, augurandosi che la giustizia faccia il proprio corso.

Anche qui la lezione che si ricava è la medesima dei due esempi precedenti: la magistratura ha fatto il proprio dovere, e semmai in difetto è la politica, che ha più volte ipotizzato uno “scudo penale” per i comportamenti controversi delle forze dell’ordine.

Ma per chi è la lezione?

Ovviamente è per il governo, e più in generale per i politici sempre pronti a cavalcare gli eventi pro domo loro. Ma in realtà è anche per noi, e quando dico noi penso ai media, e pure a me stesso come cittadino. Anch’io, come molti quotidiani e siti di notizie, lì per lì mi ero sentito dalla parte del poliziotto, e mi ero stupito dell’accusa di omicidio volontario, che sembrava avvalorare l’idea di una magistratura non imparziale, o pregiudizialmente diffidente con i comportamenti delle forze dell’ordine.

È stato un errore, a prescindere da quello che potranno concludere le indagini. Perché dovremmo saperlo che le notizie di cronaca sono quasi sempre incomplete, parziali, selettive: quindi oggettivamente tendenziose. E dovremmo regolarci di conseguenza, evitando accuratamente di trarre o suggerire conclusioni nei casi in cui i fatti non sono conosciuti o, peggio, si conosce solo una porzione selezionata dei fatti stessi.

Per una volta mi trovo pienamente d’accordo con Salvini, o meglio con il Salvini pentito, che dopo le ultime notizie provenienti dalle indagini ha dichiarato: “non entro nel merito di quello che non conosco”.

Sante parole.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 24 febbraio]

Pacchetto sicurezza – Una goccia nel mare?

8 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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Sia il decreto legge sia il disegno di legge varati ieri dal Consiglio dei Ministri sono due testi estremamente articolati, con misure che riguardano anche temi apparentemente laterali, come l’organizzazione delle Forze dell’ordine o il disagio giovanile. Le misure principali del Decreto sicurezza sono tre: il fermo preventivo fino a 12 ore, nell’imminenza di una manifestazione, dei sospettati di preparare disordini; la non iscrizione automatica nel registro degli indagati di chi in modo evidente ha esercitato il legittimo diritto di difesa; varie restrizioni e sanzioni, per minori e genitori,  riguardo a possesso e acquisto di coltelli. Niente di spettacolare, niente di inquietante (pare anche per l’intervento moderatore del Presidente della Repubblica).

Ma il decreto sicurezza è solo un assaggio di quel che potranno riservarci i prossimi mesi non solo con il disegno di legge sicurezza, ma anche con l’arrivo di un più ampio pacchetto di norme sull’immigrazione e gli sbarchi (giornalisticamente evocate come “blocco navale”). È lì che troveranno posto le misure più complesse e controverse, che prima di entrare in vigore dovranno misurarsi con gli emendamenti e superare lo scoglio del voto finale in Parlamento.

Mentre a livello politico imperversa il dibattito sulla giustezza di queste misure (Stato di polizia o difesa del cittadino?), quello che l’opinione pubblica si domanda è, piuttosto, se saranno efficaci. Io temo che la risposta a questa domanda possa essere più negativa che positiva. E questo non perché le misure di cui si parla siano in sé sbagliate o inefficaci, ma per due ragioni molto più ampie e generali.

La prima ragione è che l’efficacia non dipende solo dalle leggi che il Parlamento voterà, ma anche da come si comporteranno le due opposizioni, ovvero le forze politiche di sinistra e i magistrati. La violenza nelle piazze è facilmente debellabile se tutte le forze politiche concorrono all’isolamento dei violenti, ma è inestirpabile se la sinistra si balocca con i distinguo e il compito viene scaricato su forze dell’ordine e servizi segreti. Quanto alla criminalità comune, responsabile di aggressioni, stupri, rapine,  furti, è impensabile contenerne l’avanzata finché tanti magistrati non attenuano la propensione  a minimizzare le sanzioni.

Ma supponiamo per un momento che le due opposizioni collaborino, che una grande manifestazione nazionale di tutti i partiti contro la violenza di piazza isoli e neutralizzi definitivamente i cosiddetti antagonisti, e che i magistrati comincino ad applicare la legge in un modo meno sbilanciato. Ebbene, avremmo risolto – o almeno mitigato – i nostri problemi di sicurezza?

Io penso di no, e qui veniamo alla mia seconda ragione di pessimismo. Ci sono problemi che né una maggiore “concordia anti-violenza” fra le forze politiche,  né una magistratura più equilibrata sono in grado di risolvere. Due su tutti, tra loro strettamente connessi: gli ingressi irregolari via mare e via terra, e il sovraffollamento delle carceri. Anzi, paradossalmente, proprio l’auspicabile maggiore rigore da parte dei magistrati avrebbe l’effetto perverso di aggravare la drammatica situazione delle carceri (che verosimilmente è fra le ragioni dell’indulgenza dei magistrati).

Ma andiamo avanti con le congetture, e immaginiamo che – nel giro di 5 anni – un piano di edilizia carceraria renda possibile ciò che buona parte dell’opinione pubblica auspica, e cioè che i colpevoli di gravi reati e i recidivi scontino le loro pene in carcere (la cosiddetta incapacitazione). Anche in quel caso avemmo un problema, anzi due. Il primo è la norma della riforma Cartabia che impedisce di perseguire d’ufficio (senza querela di parte) numerosi reati, dalla violenza privata al furto. Il secondo è l’assenza, nell’ordinamento italiano, di norme che penalizzino in modo adeguato la recidiva. Senza norme di questo tipo, lo Stato si rassegna a tollerare che vi siano persone che, pur ripetutamente individuate, restano ibere di esercitare una o più professioni di tipo criminale.

Resta infine la annosa questione degli sbarchi e dei rimpatri. È un problema che chiama in causa un po’ tutti – ministeri, forze di polizia, giudici – ma è aggravato dai pronunciamenti della corte di Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) avversi ai trasferimenti in Albania, e soprattutto dalla lentezza con cui procede l’entrata in vigore del nuovo Patto di Migrazione e Asilo.

Ecco perché sono pessimista. Il governo fa benissimo a mettere qualche toppa, ma mi pare che manchi, in molti, la consapevolezza che quello della sicurezza è un problema come quello del dissesto idrogeologico: la sua soluzione richiede anni di interventi, ed è impossibile senza la collaborazione di tutti.

[Articolo uscito sul Messaggero il 6 febbraio 2026]

Sicurezza, il grande swap

14 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so se ve ne siete accorti: da qualche mese, e in modo clamoroso negli ultimi giorni, è drasticamente cambiato il modo di litigare sulla sicurezza. Fino a qualche tempo fa la destra denunciava l’aumento dell’insicurezza, e la sinistra minimizzava, specie se i presunti colpevoli erano immigrati. Ora è invece la sinistra a denunciare l’insicurezza, e la destra gioca in difesa: gli sbarchi sono diminuiti, i reati stanno calando, abbiamo assunto più poliziotti, abbiamo raddoppiato i rimpatri, certo che si potrebbe fare di più se solo la magistratura, anziché mettere i bastoni tra le ruote alle forze dell’ordine, cooperasse con i poteri dello Stato.

Anche nei talk show è in atto uno scambio di ruoli, una sorta di swap ideologico. Può capitare che l’esponente della sinistra – politico o giornalista – sgridi il governo perché fa pochi rimpatri, e l’esponente della destra sia costretto ad arrampicarsi sugli specchi dando la colpa ai giudici e sventolando statistiche fuorvianti (tipo il raddoppio dei rimpatri, che in realtà restano pochissimi in cifra assoluta).

Al grande swap, da qualche tempo, fornisce un grande contributo il Movimento Cinque Stelle, da sempre ben più giustizialista delle altre forze politiche progressiste. Prima vi è stato l’invito a Sahra Wagenknecht, pasionaria tedesca dei rimpatri. Poi c’è stata la denuncia, da parte di Chiara Appendino, dei silenzi della sinistra sul tema della sicurezza.

Ma il colpo decisivo, la pugnalata al cuore, è venuta pochi giorni fa da Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, il più vicino ai Cinque Stelle fra i giornali italiani. In un breve quanto incisivo editoriale Travaglio ha fatto notare che, in realtà, il vulnus fondamentale alla sicurezza è stato inferto dal ministro Nordio con l’entrata in vigore delle norme del disegno di legge 808, che per alcuni reati (anche di allarme sociale) e per alcuni tipi di misure cautelari, ha introdotto due importanti ostacoli all’attività dei pubblici ministeri: l’obbligo di avvertire e interrogare l’indagato prima che scatti la misura cautelare, e la triplicazione – da 1 a 3 – del numero di Gip (giudici per le indagini preliminari) chiamati a pronunciarsi sulla richiesta del pubblico ministero. L’idea di Travaglio è che l’aumento delle garanzie per gli indagati abbia indebolito quelle per la società, consentendo a molti di sfuggire alla giustizia e/o di iterare il reato. E la conferma verrebbe proprio dai dati imprudentemente sbandierati da Nordio nei giorni scorsi: il crollo fra il 2024 e il 2025 del ricorso alle misure cautelari sarebbe la prova che il principale ostacolo all’azione delle Forze dell’ordine verrebbe dal governo, non dai magistrati.

Sul piano statistico il ragionamento di Travaglio è ingenuo e insostenibile. Due gli errori: primo, ignora che nel 2025 sono molto meno numerosi che nel 2024 gli uffici giudiziari che hanno tramesso i dati sulle misure cautelari, e quindi il dato (parziale) del 2025 non può che essere gravemente sottostimato; secondo, incredibilmente immagina che i nuovi dati in arrivo (relativi a novembre e dicembre 2025) amplifichino il calo delle misure cautelari (dal -43% al -50%), mentre evidentemente non possono che attenuarlo (in quanto rimpolperanno il dato del 2025).

Sul piano politico, invece, le osservazioni di Travaglio meritano la massima attenzione. Intanto perché – alla fine, ossia quando arriveranno i dati completi – una piccola diminuzione (non certo del 50%, come azzarda Travaglio) del ricorso a misure cautelari potrebbe anche osservarsi, e sarebbe certo un segnale contrario all’indirizzo securitario del governo Meloni. Ma c’è anche un altro aspetto che rende interessante il ragionamento del direttore del Fatto: con la presa di distanza dal garantismo del ministro Nordio, e con la denuncia dell’inazione del governo contro la criminalità e l’immigrazione irregolare, si delinea sempre più chiaramente uno scenario politico inedito. E cioè che la domanda politica giustizialista che sale dall’opinione pubblica – una domanda che prima ancora che sicurezza chiede certezza delle pene – venga meglio intercettata dalla sinistra che dalla destra. E che, dentro la sinistra, a cavalcare quella domanda siano innanzitutto i Cinque Stelle, non il Pd e meno che mai Avs.

Perché il giustizialismo è uno dei tratti distintivi del movimento fondato da Grillo, mentre, su questo, il Pd è come su tutto il resto: in mezzo al guado.

[articolo uscito sulla Ragione il 13 gennaio 2026]

Sulla domanda di sicurezza – La paura e la rabbia

22 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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Una vena di schizofrenia, da qualche tempo, affligge il dibattitto politico sulla sicurezza. La destra è in difficoltà perché diversi reati (a partire dalle violenze sessuali) sono in aumento, e la sinistra dà la colpa al governo. Le opposizioni, a loro volta, sono in imbarazzo perché si sentono costrette ad occuparsi di un tema che non è loro congeniale e che hanno sempre snobbato. Quello cui assistiamo è così uno spettacolo inedito: la destra costretta a minimizzare il problema della sicurezza, la sinistra a drammatizzarlo.

Quello su cui un po’ tutti sembrano concordare è che la gente è preoccupata, ha paura di uscire di casa la notte, e chiede più pattuglie di polizia nelle strade.

Ma è davvero la paura lo stato d’animo che si è impossessato dell’opinione pubblica? Ѐ davvero l’aumento del numero di poliziotti la via maestra per ridurre le ansie dei cittadini?

Ne dubito fortemente. Le numerose indagini degli ultimi anni non segnalano un aumento massiccio dei sentimenti di paura e insicurezza. Quanto al numero di poliziotti, l’Italia è fra i paesi che ne hanno di più in relazione al numero di abitanti. Aumentarli ancora può essere utile, ma non va certo alla radice del problema.

E allora? Qual è il problema?

Il problema, il vero problema è la rabbia. Ѐ questo il sentimento dominante. Un sentimento che non nasce dalla inadeguatezza delle forze dell’ordine (polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco), che anzi suscitano per lo più l’ammirazione e la gratitudine dei cittadini, ma dal malfunzionamento del sistema giudiziario e penale. Un sistema che, di fatto, ha reso strutturale l’impunità. Quello che la gente non sopporta è che chi viene espulso possa restare tranquillamente sul territorio italiano. Che chi ruba venga arrestato e rilasciato in meno di 24 ore, anche se è l’ennesima volta che commette il reato. Che quello di borseggiatrice possa diventare un mestiere. Che chi compie devastazioni (nelle scuole, nelle università, nelle strade di una città) non sia mai chiamato a risarcire il danno. Che chi esercita la violenza e la sopraffazione, magari mascherate da dissenso politico, possa continuare a togliere la parola agli altri. Che chi difende sé stesso o i propri beni da un aggressore possa finire in carcere. Che coloro che compiono determinati reati, nei campi agricoli come nelle piazze dello spaccio, possano operare indisturbati anche quando i reati si vedono a occhio nudo.

Ebbene tutto questo non è principalmente paura. È semmai rabbia, collera, indignazione, senso di frustrazione, sentimento di impotenza. E non è qualcosa di momentaneo, che potrebbe rapidamente appassire se ci fossero un po’ più di poliziotti per le strade. Anzi, potrebbe persino accentuarsi, ove più poliziotti e più arresti  venissero vanificati dal combinato disposto delle leggi e dell’indulgenza dei giudici.

Perché siamo arrivati a questo?

Alcune ragioni sono contingenti, e strettamente politiche. Le leggi varate dal parlamento non puniscono a sufficienza la recidività, e rinunciano in grandissima parte allo strumento dell’incapacitazione (rendere inoffensivi con la reclusione). E vi rinunciano anche per un ottimo motivo: i posti in carcere scarseggiano, e lo stato degli istituti di pena non è degno di un paese civile.

Ma la ragione vera, quella che sta alla base del nostro sentimento di rabbia, è di natura culturale, e si riassume in una parola: civilizzazione. Un processo che, secondo il grande sociologo Norbert Elias, ha preso il via nell’alto Medioevo, ma secondo altri – ad esempio la filosofa americana Martha Nussbaum – era ampiamente avviato già nel V secolo avanti Cristo, quando Eschilo, nell’Orestea, esaltava il passaggio dalla cultura del genos (stirpe) basato sulla vendetta, a quella della dike (giustizia), con cui Athena per così dire riforma e riplasma le vendicatrici, orribili e crudelissime Erinni, trasformandole nelle più gentili, razionali e giuste Eumenidi. In concreto, questo millenario processo ha condotto a una progressiva mitigazione delle istituzioni giuridiche e del sistema penale. Una mitigazione che,  fortunatamente, ha comportato la messa al bando della giustizia fai da te, la soppressione della pena di morte, l’abbandono della giustizia retributiva, l’introduzione di principi garantisti e di istituti come la rieducazione del reo e le pene alternative al carcere. Insomma la Giustizia è diventata più umana e comprensiva verso le ragioni di chi delinque.

Benissimo, ma cosa non ha funzionato?

Quel che non ha funzionato è che la civilissima rinuncia allo strumento della vendetta, la giusta preoccupazione di rieducare e reinserire il reo, si è accompagnata – quanto inevitabilmente? – al progressivo smantellamento della punizione o “castigo” (per usare un’espressione cara a Simone Weil), necessaria premessa a ogni percorso rieducativo.

Il disagio dell’opinione pubblica non nasce da una regressione, da un ritorno irrazionale alla cultura della vendetta, frutto della nostra incapacità di accettare la civilizzazione della macchina della Giustizia, ma dal fatto che l’impunità dilagante offende gravemente il senso di giustizia, innato in ogni essere umano. È da decenni che film come quelli di Charles Bronson mettono in scena un eroe – un “giustiziere della notte” – alle prese con l’impotenza e l’inettitudine della Giustizia. È da decenni che il pubblico mostra di apprezzarli, e accoglie con sollievo il gesto che punisce l’autore del male: chiediamoci perché.

[articolo uscito sul Messaggero il 21 dicembre 2025]

A proposto di legittima difesa – Paura o rabbia?

10 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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La recente condanna a 14 anni di carcere del gioielliere Mario Roggero – colpevole di aver inseguito e ucciso due rapinatori che avevano assalito il suo esercizio a Grinzane Cavour mettendo in pericolo la vita di moglie e figlia – ha riaperto per l’ennesima volta il dibattito sulla legittima difesa. Da una parte i leghisti, per i quali la difesa è sempre legittima, dall’altra i progressisti per cui non lo è quasi mai.

La vicenda delle norme sulla legittima difesa è abbastanza atipica, perché è in marcata controtendenza rispetto al trend permissivista e perdonista con cui negli ultimi decenni (ma per certi versi negli ultimi secoli) sono evolute le norme penali e più in generale le procedure di contrasto alla violenza. Non occorre evocare le tesi di Norbert Elias sul processo di civilizzazione”, per rendersi conto che, da tempo immemore,. la tendenza dominante è alla mitigazione delle sanzioni in tutti i campi: abolizione della pena capitale, amnistie, indulti, pene alternative al carcere, sconti di pena, allentamento delle regole in materia migratoria, eccetera. Una tendenza, questa, che è stata anche di tipo culturale, con l’ampia diffusione di teorie volte a promuovere indulgenza, perdono, permissività un po’ in tutti i campi, dalla scuola alla giustizia. Ci sono naturalmente anche eccezioni e controtendenze, ma negli ultimi due secoli il trend è stato quello.

Per questo può suscitare un briciolo di sorpresa che il legislatore italiano, in materia di legittima difesa, si sia mosso perlopiù nella direzione esattamente opposta. Nel 2006 il governo Berlusconi varò una legge che allargava i limiti della legittima difesa (legge 59), nel 2019 il governo Conte I procedette ad un ulteriore allargamento (legge 36) mediante una serie di modifiche del codice penale (articoli 52 e 55).

La più significativa di tali modifiche è quella che introduce come causa di non punibilità  lo stato di “grave turbamento” del soggetto che, aggredito, reagisce a sua volta con violenza. Quest’ultima modifica della legge, inevitabilmente, conferisce al giudice un enorme potere discrezionale, perché la condizione di “grave turbamento” non può essere né provata né esclusa in modo obiettivo.

Ma che cosa significa “grave turbamento”? È verosimile ipotizzare che il gioielliere di Grinzane Cavour abbia sparato perché soggetto a uno stato di grave turbamento? Si può essere gravemente turbati di fronte a un gruppo di rapinatori in fuga?

Sfortunatamente non esiste una interpretazione univoca del termine turbamento. Qualcuno potrebbe leggerlo come angoscia, paura, terrore. Altri potrebbero associarlo al concetto di vendetta: un grave torto subito provoca uno stato di turbamento, che suscita rabbia e desiderio di vendetta.

C’è una differenza fondamentale, però, fra le due interpretazioni. Nella nostra cultura attuale la paura è un sentimento legittimo, accettato, compreso. E quindi atto a giustificare le azioni che dalla paura stessa sono motivate e dalla paura stessa possono essere mosse.

Rabbia, risentimento e desiderio di vendetta invece no: sono sentimenti che consideriamo inammissibili, in quanto confliggono con il risultato di 2500 anni di evoluzione della Giustizia in occidente, grosso modo dall’Orestea di Eschilo (V secolo a.C.) a oggi. È questa la tesi energicamente sostenuta da Martha Nussbaum, forse la principale filosofa americana contemporanea, nel suo importante libro Anger and Forgiveness (sottotitolo: Resentment, Generosity, Justice), pubblicato nel 2016.

Se riflettiamo su questa evoluzione, che specie negli ultimi 80 anni (dopo la seconda guerra mondiale), con la proliferazione degli organismi sovranazionali e del diritto internazionale, ha avuto una straordinaria espansione, non possiamo stupirci che i giudici del gioielliere di Grinzane Cavour, come quelli di altre vicende analoghe, abbiano deciso per la colpevolezza. Per loro il gioielliere non poteva essere stato mosso dal terrore, perché i rapinatori erano ormai in fuga, e non aveva diritto al risentimento, perché il desiderio di vendetta che può scaturirne non è compatibile con l’idea contemporanea di Giustizia.

Tutto logico e comprensibile, salvo che per un fatto: la Giustizia della tolleranza, della generosità e del perdono di fatto funziona in modo così iniquo, così illogico, così umiliante per le vittime, che la gente poco per volta sta riscoprendo il concetto arcaico di Giustizia, quello contro cui si scaglia Martha Nussbaum nel suo libro. Quando vede ladri sistematicamente scarcerati dopo un furto, stupratori in libertà dopo pochi mesi, parenti dei rapinatori che pretendono milioni di euro di risarcimento dai rapinati, la gente è “gravemente turbata” non tanto perché è terrorizzata dai criminali, ma perché vede devastato il proprio naturale senso di giustizia.

[articolo uscito sulla Ragione il 9 dicembre 2025]

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