Hume PageHume Page

La nuova legge elettorale – Attentato alla democrazia?

20 Luglio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non è stato un bello spettacolo quello andato in scena martedì alla Camera, né da parte dei partiti di governo né da parte di quelli di opposizione. Sul versante governativo, è apparsa alquanto bizantina l’idea di proporre una legge elettorale con il retropensiero di correggerla un minuto dopo con un emendamento: non potevano mettersi d’accordo prima, come erano sempre riusciti a fare sulle ben più spinose questioni della politica estera e della guerra in Ucraina?

Sul versante dell’opposizione è apparsa del tutto fuori luogo l’esultanza per un voto che, di fatto, toglieva agli elettori quel poco che l’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tardivamente provato a concedere (circa un quarto di parlamentari eletti con le preferenze). Evidentemente, la faziosità e l’odio per l’avversario politico possono far smarrire ogni senso della misura.

Ma andiamo alla sostanza. È una buona legge elettorale quella che è stata proposta, e ieri ha ottenuto il primo via libera dalla Camera?

Per molti aspetti, alcuni tecnici, altri politici, il cosiddetto Stabilicum non lo è affatto, o perlomeno contiene diversi aspetti discutibili, primo fra tutti la scelta dei candidati, di fatto affidata alle segreterie dei partiti.

E tuttavia non è questo che le rimprovera l’opposizione, che anzi ha scompostamente gioito precisamente quando questo aspetto anti-democratico è stato ripristinato (la bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha riconsegnato alle segreterie dei partiti l’intero potere di scelta dei candidati, con gaudio di tutti).

Quello che alla nuova legge elettorale più frequentemente si rimprovera è il suo impianto per così dire presidenzialista-plebiscitario, in quanto obbliga partiti e coalizioni a indicare il candidato presidente del Consiglio, e al contempo prevede un cospicuo (105 seggi) “premio di governabilità” al vincitore in caso di superamento del 42% dei consensi.

Le perplessità su questo aspetto sono naturalmente più che legittime, come legittima è la nostalgia per la  Repubblica dei partiti, con il suo Parlamento-fotocopia del Paese. Quello che risulta meno comprensibile, invece, è che la nuova legge venga accusata di incostituzionalità in quanto il premio di maggioranza violerebbe l’articolo 48 (“il voto è personale ed eguale, libero e segreto”). Se questa obiezione fosse fondata, la Corte Costituzionale avrebbe dovuto bocciare anche il Rosatellum e il Mattarellum in quanto una quota dei seggi (addirittura il 75% nel caso del Mattarellum) veniva assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, con ovvi e inevitabili effetti distorsivi. E soprattutto non avrebbe a suo tempo chiarito che il problema dell’Italicum (la legge proposta da Renzi) non era il premio di maggioranza in sé, bensì l’assenza di una soglia minima per ottenerlo.

Ancora meno comprensibile è il fatto che nessuno dei contendenti sia pronto a riconoscere quello che per gli studiosi di politica è ovvio e non controverso: qualsiasi legge elettorale è criticabile, perché un sistema che garantisca sia la rappresentatività sia la governabilità semplicemente non esiste. Chi pensa che la rappresentatività sia l’essenza della democrazia, dovrebbe riflettere su quel che accade nel Regno Unito, dove Keir Starmer governa con il 63% dei seggi avendo ottenuto appena il 34% dei voti: uno squilibrio enormemente superiore a quello (55 a 42) che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe determinarsi con lo Stabilicum.

I difetti della nuova legge elettorale sono evidenti, anche se minori di quel che vorrebbero farci credere gli esponenti dell’opposizione. Molto meno sottolineati sono i pregi. Non tanto e non solo la stabilità del futuro governo, o il fatto che la sera stessa delle elezioni si sappia chi ha vinto, ma la chiarezza sui nomi dei candidati premier. Esaurito il tempo delle ideologie, gli elettori non vogliono solo conoscere i programmi delle coalizioni, ma anche – forse ancor più – sapere chi guiderà il Paese. È un elementare principio di chiarezza e di democrazia.

Strano che a battersi contro di esso siano gli stessi che si stracciano le vesti per la democrazia tradita.

[articolo uscito sul Messaggero il 17 luglio 2026]

Progresso e democrazia stanno divorziando?

16 Luglio 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco

Le leggi ordinarie ci dividono, le norme costituzionali ci uniscono

10 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

      vistodagenova

Un collega, commentando il mio ultimo vistodagenova, mi fa rilevare che la differenza tra liberali e democratici sta nel fatto che i primi sono “sostenitori della neutralità del sistema, a sola tutela di proprietà e vita e libertà degli abbienti contribuenti” mentre i secondi vogliono introdurre “correttivi egalitari necessariamente liberticidi” ,a difesa dei non abbienti. Si tratta di un pregiudizio ideologico antico che risale, in Italia, a Giuseppe Mazzini e, in Francia, ai giacobini: che senso ha la libertà di andare a Milano per chi non può pagarsi il biglietto del treno?

In realtà, i liberali non si oppongono affatto a legislazioni molto avanzate, intese a redistribuire più equamente il prodotto sociale. Ciò a cui si oppongono è la loro costituzionalizzazione ovvero la richiesta di blindare, nella Magna Carta, i “correttivi egalitari necessariamente liberticidi”. In questo caso, infatti, un partito come quello di Margaret Thatcher mercatista e ultraliberista , dovrebbe venir messo, sic et simpliciter, fuori legge. Il socialismo, in un’ottica liberale, può ispirare le leggi ordinarie, quelle varate da Parlamenti eletti a tempo determinato, ma non può venir posto a fondamento della Costituzione, giacché quest’ultima deve contenere solo quelle ‘garanzie della libertà’ su cui concordano tutti gli attori sociali e politici–liberali e non, cattolici e laici, conservatori e progressisti etc. Nell’immediato secondo dopoguerra, i laburisti, che subentrarono  al  conservatore Winston Churchill, adottarono misure sociali che, nella testimonianza di Sergio Romano, erano indistinguibili dalle leggi sovietiche ma  non pertanto qualcuno avrebbe potuto accusarli di violare la Costituzione. In seguito, persero le elezioni, e quasi tutte le loro provvidenze  sociali vennero smantellate.

In Italia, ogni rivendicazione, ogni richiesta di tutela sociale, pretende di diventare un diritto costituzionalmente garantito ovvero sacro e indisponibile. E’ la political culture della guerra civile, che termina solo con la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra. In una democrazia liberale a norma, non ci sono vincitori e vinti per sempre giacché sia i fautori di ‘più stato meno mercato’ sia i loro antagonisti–”più libertà al mercato e meno vincoli statali” –rimangono sempre in campo in attesa di più favorevoli tornate elettorali.

[articolo uscito il 7 aprile su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche

16 Marzo 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.

Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?

Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.

Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.

Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in  materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.

L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.

Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?

Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.

Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.

Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.

[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]

Perché la gente non va a votare

5 Febbraio 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

“Se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno—ha scritto Marcello Veneziani–dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano”. Rispetto al resto del mondo,”la vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio”. La sfiducia di cui parla Veneziani si riferisce all’astensio-nismo elettorale cresciuto, specie in Italia, a ritmi preoccupanti. Sennonché, ci si chiede, può la partecipazione al voto essere assunta come una riprova della crisi irreversibile in cui versano le istituzioni democratiche? Gaetano Mosca, nel periodo in cui veniva considerato un liberale antidemocratico, in un’intervista al ‘Regno’ del 1904, ammoniva: ”Dobbiamo alla democrazia almeno in parte, il regime di discus-sione in cui viviamo; le dobbiamo le principali libertà moderne: quella di pensiero, di stampa, di associazione. Ora il regime di libera discussione è, il solo che permetta alla classe politica di rinnovarsi, che la tenga a freno, che la elimini quasi automatica-mente quando essa non corrisponda più agli interessi del paese”. E’ questo il punto: al di fuori dell’Europa occidentale, delle sue proiezioni oceaniche e di una fascia ristretta di paesi asiatici occidentalizzati, non solo non c’è libertà politica (i popoli non vanno a votare se non per plebiscitare i despoti che li governano) ma non c’è neppure libertà di critica, di discussione, di manifestazione contro i detentori del potere. E’ per queste ragioni che ha senso la domanda–oggetto dell’ironia di Veneziani– :”Tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia?’ .”No, non ci andrei non (solo) perché non potrei votare per l’opposizione, ma (soprattutto) perché non potrei dire liberamente quel che penso di chi comanda e delle leggi che fa”. Se la gente non va a votare non è solo per ”mancanza di fiducia” ma anche per “mancanza di paura”: pensa (a ragione o a torto) che il suo voto non cambi niente e che, col nuo-vo governo, non starà né peggio né meglio di prima. Non ci sono oggi ‘poste in gioco alte’—il pericolo di una dittatura di destra o di una vera rivoluzione sociale—che possano portare al seggio un gran numero di cittadini. Quando ci sono state, al tempo della DC di Alcide De Gasperi, l’affluenza alle urne è stata altissima.

[ Dal Il Giornale del Piemonte e della Liguria – Martedì 27 gennaio 2026]

image_print
1 2 3 6
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy