Antifascismo e democrazia non sono sinonimi

Vistodagenova

In una democrazia a norma, sono due i partiti (o le coalizioni) che competono per il governo: liberali (e conservatori), da una parte, laburisti (socialdemocratici), dall’altra. E’ il verdetto delle urne a decidere se si avrà una politica all’insegna del “più mercato-meno Stato” o una politica all’insegna del “più Stato-meno mercato”. Chi perde, fa buon viso a cattivo gioco e pensa alla rivincita nella prossima tornata elettorale. La democrazia significa questo: che a legittimare gli attori politici è il rispetto delle ‘regole del gioco’, non la ‘posta in gioco’: è il numero dei votanti, non cosa hanno votato. Chi avesse preferito James Callaghan a Margareth Thatcher, non si sarebbe certo messo a lutto per la vittoria della lady di ferro.

  Se l’antifascismo non è solo il ripristino dei diritti civili e delle libertà politiche soppressi dalla dittatura ma una vera e propria rivoluzione– intesa a rimuovere le istituzioni pubbliche, economiche e culturali che a quella dittatura avevano spianato la strada del potere–, la legittimità politica non è conferita dall’essere maggioranza ma dagli obiettivi rivoluzionari perseguiti. A cominciare dal controllo statale dell’economia, indispensabile per la realizzazione della giustizia sociale. In quest’ottica, un partito ultraliberista, pur vincitore delle elezioni, sarebbe legale, sotto il profilo della democrazia formale, ma illegittimo sotto il profilo della ‘democrazia progressiva’ anima dell’antifascismo. Dal secondo dopoguerra, la storia italiana è stata segnata dalla frattura tra quanti facevano dell’antifascismo un attributo della democrazia (un democratico non può non essere anti-fascista) e quanti facevano della democrazia un attributo dell’antifascismo (un antifascista è, per definizione, democratico) .Per i secondi, governi legali ma illegittimi potevano essere rovesciati da minoranze legittime ma illegali, che avessero occupato piazze, scuole, edifici pubblici, in nome della riforma intellettuale e morale del paese, iscritta nella bandiera della Resistenza ma tradita dai moderati al governo. Nel 1948 italiani, che non si sentivano—più–fascisti ma neppure antifascisti, votarono in maggioranza per la DC: il giugno 1960 e il lungo 68 furono per gli antifascisti (comu-nisti e post-azionisti) le” giornate del nostro riscatto”. E’ la democrazia italian style.

[articolo pubblicato il 20 gennaio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it




A proposito di un’uscita di Elly Schlein – Democrazia a rischio?

«La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l’estrema destra è al governo».

Così parlò Elly Schlein ad Amsterdam, al congresso dei Socialisti Europei. Le si potrebbe rispondere che è vero, la libertà di parola in Italia è a rischio, ma a metterla a rischio è l’estrema sinistra, come ha appena sperimentato sulla sua pelle Emanuele Fiano, ex deputato Pd cui è stato impedito di parlare all’Università di Ca’ Foscari “perché ebreo”. Era già successo ad altri ebrei, come David Parenzo e Maurizio Molinari (allora direttore di Repubblica), e a tanti altri con colpe meno gravi di quella di essere ebreo.

C’è però anche un altro modo, più utile, di ragionare sull’infelice uscita della segretaria del Pd, ed è di chiederci che cosa deve succedere per parlare seriamente di un deterioramento della democrazia. O, più precisamente, che nozione di democrazia hanno in mente quanti la vedono “a rischio”.

La mia impressione è che il concetto di democrazia che hanno in mente quanti la vedono in pericolo soffra di due gravi distorsioni. La prima è di misurare il grado di democrazia non in base al rigoroso rispetto dei principi costituzionali, ma in base al grado di avvicinamento agli obiettivi che ispirano una politica progressista, ad esempio: più stato sociale, più redistribuzione, più mitezza in campo penale. Quando da tali obiettivi ci si allontana perché le elezioni vengono vinte da una coalizione di destra, anziché prendere atto che l’esecutivo ha cambiato colore politico (e quindi sono al governo idee opposte) si denuncia, perlopiù in modo pensoso e corrucciato, che è in atto un deterioramento della qualità della democrazia. Ma è un errore concettuale grave: l’orientamento delle politiche dei governi non può essere un criterio per giudicare il grado di democraticità di un determinato paese, o la qualità della sua democrazia. E non può esserlo per un motivo logico ben preciso: ogni politica è frutto di un bilanciamento fra istanze opposte ma entrambe legittime, e nulla autorizza a dire che muoversi verso uno dei due poli sia più democratico che muoversi verso l’altro. Faccio un esempio, spesso evocato dal sociologo progressista Zygmunt Bauman: il conflitto fra libertà e sicurezza. Quando si introducono nuovi reati o nuove pene per contrastare comportamenti anti-sociali, è indubbio che si sta privilegiando la sicurezza a scapito della libertà. Ma dire che si sta mettendo a rischio la democrazia, o che se ne sta deteriorando la qualità, è un errore concettuale, perché nulla autorizza a dire che certe combinazioni di sicurezza e libertà sono più democratiche di altre. Si può dire che sono più o meno libertarie, più o meno garantiste, più o meno autoritarie, ma non più o meno democratiche. Questa, detta per inciso, è una delle differenze cruciali fra destra e sinistra oggi in Italia. La destra, di norma, critica le politiche di sinistra per i loro contenuti, non perché metterebbero a rischio la democrazia. La sinistra, al contrario, critica le politiche di destra perché (quasi) tutto quel che fa la destra le pare un attentato alla convivenza democratica.

E qui arriviamo al secondo tipo di distorsione che affligge chi evoca continuamente pericoli per la democrazia: la credenza che una delle due parti politiche – la destra – non sia pienamente legittimata a governare. E non lo sia precisamente perché non pienamente democratica. Qui si va davvero al nocciolo del problema: democrazia è innanzitutto l’accettazione del pluralismo, come ci ha insegnato Isaiah Berlin. Dove pluralismo significa che alcuni conflitti fra valori possono essere insuperabili, e nessuno può pretendere che i propri siano intrinsecamente superiori a quelli dell’avversario politico.

Anche in questo caso abbiamo un’asimmetria. Nessuno, dopo la svolta della Bolognina compiuta da Achille Occhetto nel 1991, contesta più il diritto degli eredi del Partito comunista di andare al potere. Ma ancora molti contestano il medesimo diritto agli eredi del Movimento sociale italiano, a dispetto della svolta di Fiuggi, voluta da Gianfranco Fini nel 1995, e della ulteriore rifondazione del partito compiuta da Giorgia Meloni (insieme a Crosetto e La Russa) nel 2012. La continua richiesta di credenziali antifasciste, e l’ossessivo allarme per la “democrazia a rischio”, segnalano esattamente questo: l’incompiutezza del cammino che, dopo la stagione del terrorismo e delle ideologie, avrebbe dovuto condurre l’Italia a essere una democrazia normale, in cui destra e sinistra si combattono sui programmi, non sul diritto a governare e sulle credenziali democratiche.

In questo senso do un po’ di ragione a Elly Schlein. Sì, effettivamente in Italia la democrazia corre qualche rischio, ma non nel senso che qualcuno voglia o possa sovvertirne le istituzioni, bensì nel senso più sottile, ma non meno inquietante, che non tutti gli attori in campo hanno ancora raggiunto la piena “maturità democratica”, ovvero la piena accettazione della legittimità dell’avversario politico e – forse ancora più importante – del diritto di espressione di tutte le opinioni, purché non violente. Su questo, dopo il caso dell’on. Fiano, silenziato da sinistra perché ebreo, urge davvero una riflessione.

[articolo uscito sul Messaggero il 2° novembre 2025]




Anime belle accademiche – Un chiarimento sulla democrazia dei contemporanei*

77 colleghi storici del pensiero politico hanno firmato un manifesto per Gaza «in modo analogo a quanto hanno fatto molte altre studiose e studiosi, società scientifiche e Senati accademici».

 Ritengo Netanyahu un irresponsabile farabutto ma, in quanto studioso, non riesco a condividere l’iniziativa. Ben volentieri aderisco alla richiesta di versare contributi in denaro o in aiuti economici  e sanitari alle vittime dell’esercito israeliano, ma  come cittadino/qualunque non  come professore emerito, membro di diritto della congrega degli ‘intellettuali’. Quale autorità morale e politica, infatti, può avere in una democrazia a norma, una ‘corporazione’ di professori? E se fossero i tranvieri a manifestare la loro solidarietà a Gaza perché la loro competenza etico-politica dovrebbe essere considerata minore di quella dei politologi? Abbiamo una strana concezione della democrazia: secondo i suoi virtuisti, ordini professionali, associazioni di categorie non debbono limitarsi (e sarebbe già tanto) a occuparsi dei compiti e dei doveri specifici iscritti nei loro statuti ma avrebbero anche il dovere di riflettere su quanto accade attorno a loro, nella società civile e nel sistema politico interno e internazionale. ’La democrazia’, si dice, non ‘è partecipazione? ’E perché un farmacista o un geometra non dovrebbero prendere posizione dinanzi alle stragi e alla violenza che regna nel mondo? In realtà, tutti i cittadini sono impegnati a rendere meno invivibile il nostro mondo ma perché dovrebbero farlo ‘in divisa’, col camice del medico, con la toga del giudice, con l’uniforme militare? In democrazia si protesta ‘in borghese’ giacché, sul suo piano, effettivamente ‘uno vale uno’ ed esibire la propria qualifica professionale rinvia alla presunzione (inconfessata) di avere una maggiore autorità rispetto ai propri concittadini per il fatto di essere economista, giurista, scienziato politico, insegnante, prelato, artista etc. Il bene comune, l’interesse collettivo non sono oggetto di conoscenza, come lo sono per l’enologo il Barolo e per il medico un farmaco. In politica, non ci sono verità ma opinioni e ciascuna opinione è dettata da un interesse o da un valore non necessariamente condivisi dalla maggioranza. L’”opinione” di un bracciante analfabeta, che dinanzi alla parata delle camicie nere, nutre brutti presentimenti sul futuro che lo aspetta, a giudicarla oggi dopo le catastrofi prodotte dal fascismo, non coglie nel segno più di quella dell’avvocato o del giornalista di grido il cui ‘cor si riconforta’’ guardando la sfilata dei gagliardetti?

  Negli anni della mia adolescenza, la borghesia colta non riusciva a rassegnarsi al fatto che le donne di servizio (analfabete) potessero votare a differenza dei giovani colti e preparati, che non avevano raggiunto la maggiore età. Già da allora trovavo questo modo di pensare ingiusto e sbagliato. La nostra ‘domestica’ votava per un partito ‘clientelare’, la DC, che a lei, ragazza madre e con due figli a carico, prometteva un alloggio popolare. Il classico voto di scambio! Ma non è stato sempre, in gran parte, così?  Quanti votano per i partiti protezionisti, che mettono al riparo industria e agricoltura nazionali dalla concorrenza straniera, e quanti votano per i partiti liberisti, che fanno la fortuna di certi settori e ne rovinano altri, depositano la scheda nell’urna  col pensiero rivolto al ‘bene pubblico’ o al proprio tornaconto (peraltro legittimo)? E quale superiore autorità morale o intellettuale potrebbero rivendicare giuristi ed economisti difensori dell’una o dell’altra linea politica? Non pochi ceti, cosiddetti ’parassitari’, non votano per i partiti che garantiscono lo status quo e il ‘quieta non movere’ ovvero assicurano rendite di posizione che, per quanto modeste, consentono di contare, il 27 del mese, sui “pochi, maledetti e subito”? Li cancelleremo per questo dalle liste elettorali?  In realtà, il bene pubblico è la risultante complessa del confronto e del conteggio di interessi, valori e voti diversi. Sempre, ovviamente, in un quadro costituzionale, rispettoso delle libertà e dei diritti di tutti e all’interno di una comunità politica capace di tenere a freno le spinte centrifughe in nome dell’”interesse superiore della nazione”, come si diceva un tempo. Il partito—o i partiti—che ottiene più voti va al governo e cerca di realizzare i suoi programmi, che non sono i migliori possibili (concetto ideologico come pochi altri) ma sono sostenuti dal concorrente più forte, legittimato da una vittoria elettorale ottenuta osservando le ‘regole del gioco’. «Il metodo democratico – scriveva Joseph A. Schumpeter in Capitalismo, socialismo e democrazia (1942) – è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare». Una democrazia ‘sana’ è’ quella che affida le redini del governo a classi dirigenti illuminate e responsabili (che poi era l’auspicio di Alexis de Tocqueville), una democrazia ‘malata’ è quella che esprime élite che portano lo Stato alla bancarotta. Allievo di Max Weber, Schumpeter non si faceva illusioni «I politici sono come cattivi cavalieri che si impegnano così tanto nell’impresa di mantenersi in sella da non curarsi più di quale sia la direzione verso cui stanno cavalcando». In ogni caso, per chi creda ai valori della ‘società aperta’, dalla democrazia non si esce. Il contributo che possono dare gli intellettuali—storici, filosofi etc.—è un contributo di conoscenze relative allo stretto campo di ricerca in cui sono immersi. Dare direttive, prendere posizione politica in quanto ‘corpo di esperti’ che diffidano delle masse sa di ancien régime ed è semplicemente ridicolo. Quando si parla di masse ignoranti e analfabete—oggi arricchite dal popolo dei social—mi viene in mente il lamento dell’automobilista intrappolato nelle code autostradali: “ma dove va tutta questa gente?”, “queste interminabili file di macchine  non sono un segno di un consumismo di massa che ci porterà tutti alla rovina?”. Già potrebbe essere così ma al traffico non contribuisce anche lui? Quando si parla delle ‘masse ignoranti e gregarie’ non viene mai il sospetto che chi si lagna, come quell’automobilista, potrebbe farne parte?

 L’aristocratico Josè Ortega y Gasset, ne La ribellione delle masse (1930), osservava che «le masse esplicano oggi un contenuto vitale che coincide, in gran parte, con quello che prima sembrava riservato esclusivamente alle minoranze;  |…|  le masse si sono fatte indocili dinanzi alle minoranze; non le ubbidiscono, non le seguono, non le rispettano, anzi, al contrario, le mettono di lato e le soppiantano |…| l’uomo volgare, che per il passato si faceva dirigere, ora ha deciso di governare il mondo». Il limite della ‘letteratura della crisi’ – di cui il grande filosofo madrileno poteva dirsi un esponente di primo piano – sta nel brancolare nel buio, una volta fatta la diagnosi.

 Nel pieno di una epoca di transizione, come quella che stiamo vivendo, lo studioso, impotente ad arrestarla, ha soltanto un duplice dovere: la libertà e l’autocritica. Le cose vanno male, i politici che ci governano non ci piacciono? Il rimedio è la libertà, che, come la lancia di Longino, trafisse il costato di Gesù ma guarì il centurione romano col sangue che ne scaturì. Libertà sempre, per tutti, anche (e soprattutto) per coloro che, su questioni cruciali di politica interna ed estera, hanno idee diverse dalle nostre. Libertà per chi stigmatizza la politica di Netanyahu o di Putin e libertà per chi, pur non condividendola, crede di comprenderne le giustificazioni. Libertà per chi   in una Università privata prescrive il politicamente corretto e libertà per chi si rifiuta poi di sostenere l’istituzione con i denari del contribuente. Solo la libertà più assoluta consente di cogliere la verità di quanto scriveva il più grande storico medievista del 900, Marc Bloch, nelle Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra (Ed. Donzelli): « Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; questa solo apparentemente è fortuita ,o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento».(E’ proibito farsi venire in mente i reportages dei grandi giornali sulle guerre in corso, ucraina e israeliana?)

 Ma accanto al fondamentalismo della libertà, occorre la capacità di autocritica ovvero la convinzione – non retorica – che le nostre opinioni possano essere sbagliate, che, in qualche modo, siamo tutti eterodiretti e che gli eterodiretti non sono soltanto gli altri, quelli di cui non condividiamo le posizioni, giacché eterodiretti, appunto, possiamo essere anche noi in virtù della famiglia in cui siamo nati, dell’ambiente in cui siamo vissuti, degli amici che il destino ci ha fatto incontrare. Questo comporta un abito di umiltà che ci impedisce di indossare la corazza di una formazione ideologica: alla causa ritenuta giusta dobbiamo portare il nostro granello di sabbia confusi nel demos: ‘mettiamoci la faccia!’ ma con il nostro nome e cognome non con le insegne accademiche che ci distinguono dalla ‘gente meccanica e di piccolo affare’.

 In fondo, la ‘cultura impegnata’—in cui idealmente e de facto si colloca l’appello in questione—a ben riflettere, ha sempre nella mente e nel cuore Platone col suo governo dei filosofi e, pertanto, si  pensa come una grande scuola quadri incaricata di formare gli apostoli della nuova civiltà. Non è casuale che i leader comunisti—dai maggiori come Lenin, ai minori come Nicolae Ceausescu—si siano cimentati con la filosofia politica, con l’economia con la storia. Come i cattolici d’antan, gli eredi di Rousseau vedono nella cultura una risorsa politica, uno strumento di conversione e nelle istituzioni scolastiche il terreno fertile su cui far crescere le piante degli homines novi. La pedagogia di Stato resta la sua intramontabile stella polare e non meraviglia, quindi, che recluti i suoi più sicuri supporter nelle scuole di ogni ordine e grado: non mi è mai capitato di incontrare un professore di scuola media, inferiore e superiore, con un giornale moderato sottobraccio.

 Questa ‘responsabilità di fronte alla storia’ induce il fronte progressista ad assumersi il ruolo di supplente quando i governi sembrano insensibili (se non ostili) alle sue ‘sacrosante’ richieste. Non a caso i 77 docenti chiudono il loro documento con un «appello al governo italiano affinché ascolti le voci sempre più numerose provenienti dai cittadini e dalle cittadine, dalle istituzioni accademiche e dalle organizzazioni non governative, e attui ogni iniziativa che vada nella direzione di porre fine allo sterminio della popolazione gazawa e di aprire la strada a una pace giusta». Ma che cosa Palazzo Chigi dovrebbe fare se non agire di concerto con gli altri partner europei? Naturalmente non lo si dice giacché i ‘manifesti delle anime belle accademiche’ sono ‘espressione di sentimento’ non contributi alla soluzione di problemi reali, soluzione per la quale i loro estensori non sono intellettualmente attrezzati, giacché politica e scienza, come insegnava, ne La scienza come professione,  il più grande pensatore politico del Novecento, Max Weber, stanno su piani diversi.

*Una versione più ridotta dell’articolo è stata pubblicata su ‘Paradoxa-Forum’ del 23 settembre 2025




Se gli intellettuali remano contro

Il nostro paese, in anni come questi di grande incertezza e di ‘perdita del centro’—non solo a livello internazionale—è sempre più caratterizzato da una forte delegittimazione degli avversari politici visti come pericoli per la democrazia. All’origine del mancato riconoscimento (e rispetto) reciproco dei protagonisti della politica italiana sta, a mio avviso, un debole senso dell’identità nazionale. Dove il patriottismo è forte e istintivo, le opposizioni cercano di conquistare il centro (ci si identifica, infatti,  con il ‘punto medio’ che riflette il modo di sentire della nazione). Dove il patriottismo è molto debole, la, battaglia di civiltà contro la barbarie. Il nesso nazione/ democrazia non è stato quasi mai al centro delle riflessioni degli studiosi della democrazia ma è di fondamentale importanza. In Italia, si può dire, non c’è scienziato politico al quale venga  in mente che tra i prerequisiti funzionali della democrazia liberale c’è una comunità che ne garantisce il buon funzionamento :a farlo rilevare si rischia essere etichettati a destra, una qualifica che si ritiene offensiva (chissà perché). Il richiamo alla comunità non si colloca sul piano destra/sinistra – che è il piano dei progetti politici, delle forme di governo, delle istituzioni – ma su quello del terreno storico su cui si erigono quelle istituzioni e quelle forme di governo. Gli intellettuali, che molto possono per creare un sentimento di comune identità e appartenenza, invece di assumersi il ruolo dei pompieri, che cercano di spegnere le fiamme delle passioni politiche, sembrano aver scelto la parte degli incendiari, fornitori di droghe ideologiche alle classi politiche. Da giovane restavo colpito dal realismo e dal buon senso di certi funzionari del PCI così lontani dal fanatismo e dalla cecità degli intellettuali ‘impegnati’, miei colleghi delle Facoltà umanistiche. Nulla è mutato da allora, a riconferma della estraneità della cultura politica italiana allo spirito del pluralismo. Pluralismo significa ritenere chi è in disaccordo con noi non un reprobo bensì un ‘compatriota’ che persegue il bene comune con strategie forse sbagliate ma che non per questo sono farina del diavolo.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche. Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[Pubblicato su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 9 settembre 2025]




Elezioni in Romania e corruzione

Il caso delle elezioni in Romania ha suscitato molte discussioni nel resto d’Europa, Italia compresa. La lente con cui se ne è parlato è sostanzialmente questa: da una parte c’è un pericoloso candidato di estrema destra, sovranista, populista, trumpiano e anti- europeo, George Simion; dall’altra c’è il sindaco di Bucarest, colto (è un matematico), democratico, progressista, europeista, Nicușor Dan. La speranza degli europeisti è che l’annullamento dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali (dicembre 2024), in cui aveva vinto un candidato vicino a Simion (Călin Georgescu), non si riveli un boomerang, finendo per consegnare la vittoria proprio a Simion, ossia al candidato che di Georgescu aveva preso il posto.

Ora sappiamo come è andata. I timori di una vittoria dell’estrema destra euroscettica si sono dissipati (forse anche grazie a una mobilitazione anti-Simion di tanti astensionisti abituali), il nuovo presidente Dan assicurerà la lealtà all’Unione Europea e alla Nato.

Fin qui il racconto dominante. Un racconto che, ai miei occhi, appare alquanto riduttivo. O meglio troppo “UE-centrico”. Sembra quasi che quel che è andato in scena in Romania domenica scorsa sia solo un referendum pro o contro l’Unione Europea. O, peggio, uno scontro fra democrazia e tentazioni neo-fasciste.

Due sono le fonti della mia perplessità. La prima è, per così dire, puramente politologica: credo sia estremamente riduttivo leggere l’avanzata della destra in Europa come risultato di tentazioni neo-fasciste. Troppe cose dividono i programmi dei moderni partiti etichettati come “di estrema destra”, dai programmi dei partiti fascisti e nazisti del passato. Prima fra tali cose l’atteggiamento verso la guerra, che oggi è pacifista e anti-militarista, mentre ieri era espansionista e guerrafondaio. Dare del fascista a un candidato atipico e decisamente discutibile come Simion, mi pare una forzatura.

Ma la fonte di perplessità maggiore è un’altra: mi capita spesso di ascoltare i racconti di rumeni che da anni vivono in Italia (talora indicati come “diaspora romena”), e di constatare che le priorità dei loro discorsi sono diverse, talora molto diverse, da quelle che vediamo riferite sui grandi media italiani. Per i “rumeni d’Italia” il problema fondamentale della Romania è la corruzione, che viene raccontata in termini molto più drammatici di quelli che capita di leggere sui media italiani. Non c’è solo la corruzione nel sistema sanitario, che costringe i cittadini a pagare con mance, mazzette e regalie il diritto a essere curati. Ci sono anche due altri importantissimi meccanismi corruttivi, di cui in Europa occidentale si parla poco. Il primo è che, spesso, occorre pagare per essere assunti nella pubblica amministrazione: il posto non si ottiene per merito, ma si compra. Il secondo è l’uso distorto dei copiosi fondi europei che, secondo molti rumeni, troppe volte sono stati distribuiti in modo clientelare e hanno permesso arricchimenti personali illeciti. Per non parlare dello stato del sistema scolastico, che colloca la Romania all’ultimo posto in Europa e che alcuni – forse esagerando – considerano (per alcuni specifici aspetti) peggiore di quello vigente ai tempi della dittatura comunista di Ceaușescu.

Detto in termini semplici: molti rumeni all’estero, proprio perché vedono con i loro occhi come si vive nei paesi dell’Europa occidentale, sono estremamente critici con l’establishment che ha governato il paese negli ultimi 35 anni, e aspirano a un cambiamento radicale (meno corruzione, più istruzione), senza il quale – anche quando lo desidererebbero – sono ben poco disposti rientrare in Romania.

La cosa interessante è che la lotta alla corruzione è in cima ai programmi di entrambi i candidati, il vincitore europeista Nicusor Dan e il perdente euroscettico George Simion. Quel che ha spinto tanti elettori a scegliere Dan e tanti altri a scegliere invece Simion non è solo il grado di fiducia nell’Unione Europea, ma anche il grado di fiducia nella capacità dei due candidati di risolvere davvero il problema numero 1 della Romania, ossia di smantellare l’enorme macchina della corruzione che da tanti decenni attanaglia il paese. C’è chi ha creduto che Dan fosse più adatto di Simion, e chi ha creduto che il più adatto fosse Simion e non Dan. E ci sono pure quanti, pur avendo scelto uno dei due, restano scettici perché temono che nessuno sarà veramente capace di cambiare la Romania.

Viste da questa angolatura, le accuse a Simion di nostalgie fasciste appaiono alquanto fuori bersaglio. Più ragionevole, forse, è pensare che fra quanti lo hanno votato molti l’abbiano fatto semplicemente perché hanno ritenuto che, proprio in quanto più anti-sistema e meno compromesso con la burocrazia di Bruxelles, avesse maggiori possibilità di estirpare la corruzione.

[articolo uscito sulla Ragione il 20 maggio 2025]