Destra, sinistra, centro, l’Inquisizione ce l’abbiamo nel nostro DNA

“In Italia—ha scritto Angelo Panebianco nell’editoriale L’Europa e gli umori illiberali (‘Corriere della Sera’ 22 settembre u.s. c’è una maggioranza divisa fra l’indifferenza (dei più) e l’aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina. È un fatto che getta una luce inquietante sull’Italia, che fa temere per il futuro della nostra democrazia”. Che la maggioranza sia “divisa fra l’indifferenza (dei più)” e che si registri una “aperta ostilità (di una cospicua minoranza) per la resistenza ucraina” è un giudizio di fatto ma il timore per “il futuro della nostra democrazia” rinvia a un giudizio di valore. Per lo scienziato politico la democrazia non sta nel fatto che “chi comanda dispone del consenso dei più”. Anche il regime fascista–aggiunge citando, impropriamente, Renzo De Felice–, lo ebbe in una fase storica. La democrazia occidentale, a suo avviso–e qui non gli si può dare torto–funziona quando “sono operanti meccanismi che limitano il potere dei governi anche quando essi dispongano del sostegno di una maggioranza di elettori”. Sono osservazioni di buon senso,  che preludono a una tesi, piuttosto strana: che quanti nutrono più di una perplessità sulla guerra ucraina e fanno rilevare che, se Putin non ha vinto la guerra, Zelensky l’ha sicuramente persa, –considerando che il suo paese ha dimezzato il numero di abitanti, le devastazioni aumentano, i cimiteri si riempiono di croci a ritmi impressionanti—si pongono al di fuori del liberalismo e della civiltà occidentale.

Non sostenendo la causa ucraina, per Panebianco, i nostri connazionali mostrano

“quanto sia precaria la democrazia (in senso occidentale) in Italia. E non solo in Italia. Ci dice anche che forse la vera ragione che spiega la lunga durata della democrazia italiana, per quanto imperfetta e acciaccata sia sempre stata, non vada cercata negli orientamenti prevalenti della popolazione ma nel fatto che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, l’Italia ha fatto parte di un sistema di alleanze, quello occidentale, e della collegata, fitta rete di interdipendenze che la coinvolgeva”.

Confesso che, a differenza di Panebianco, in questa vicenda ho visto il contrario: ovvero quanto poco abbia attecchito da noi (anche nei migliori) lo spirito del liberalismo cioè il rispetto dell’avversario e l’attenta considerazione delle sue opinioni. Siamo rimasti al “chi non è con noi, è contro di noi”, stile di pensiero tipico delle tre grandi ‘culture politiche’ che hanno dominato in Italia—la cattolica, la fascista la comunista—contagiando anche quelle a loro avverse, almeno in teoria.

Chiarisco subito, e non sul piano della concessione retorica, che Panebianco e la miriade di intellettuali, politici e giornalisti decisi a sostenere ‘la causa della libertà e della democrazia’ a Kiev fino all’ultimo ucraino, potrebbero avere ragione. In un editoriale successivo, Il ricatto che paralizza l’Europa (“Corriere della Sera” 2 ottobre u.s.), scrive che “vanno ascoltati con attenzione gli argomenti usati, per perorare la loro causa, sia dai tanti filorussi in circolazione sia da coloro che, pur non avendo particolari simpatie per la Russia, ritengono che il realismo ci imponga di piegarci al diktat del Cremlino” E’ falso, a suo parere, che la Russia abbia scatenato la guerra in corso “per difendersi dall’arroganza e  dalla volontà di dominio degli Stati Uniti”–lo si può credere solo in virtù dell’intramontabile antiamericanismo che affligge la cultura nazionale. E’ scorretto l’argomento fondato sull’arma nucleare che la Russia potrebbe sganciare sull’Europa.–”che se ne farebbe la Russia di un’Europa ridotta a un cumulo di macerie?”. E infine è pericoloso non vedere quale sua la vera posta in gioco.

”La Russia (o meglio la sua attuale classe dirigente) ha due obiettivi, riprendersi con le armi i territori perduti al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica (‘la più grande catastrofe del secolo’ Putin dixit) e modificare l’equilibrio europeo in modo da esercitare un’influenza preponderante sul resto dell’Europa. Da un lato, la ricostituzione dell’impero (nei territori dell’ex Unione Sovietica), dall’altro, una volta messa fuori gioco la Nato, l’imposizione di se stessa come potenza politicamente egemone in Europa”.

Il ragionamento di Panebianco ha fatto presa anche su studiosi e lettori non prevenuti ,che qualche anno fa avevano apprezzato l’intervista di Papa Bergoglio alla ‘Civiltà Cattolica’—seguita a quella famosa al ‘Corriere della Sera’. Papa Francesco aveva parlato di un incontro avuto con un capo di Stato che «parla poco, davvero molto saggio», due mesi prima che iniziasse la guerra. Il capo di Stato, aveva raccontato, gli aveva espresso preoccupazione per come si stava muovendo la NATO, dicendogli che «stanno abbaiando alle porte della Russia» e che «non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Secondo Francesco, quel capo di Stato aveva «saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo». Bergoglio aveva chiarito, a scanso di equivoci, di non avere alcuna simpatia per gli invasori russi dell’Ucraina, brutali e feroci , ma aveva aggiunto di essere “contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi». e di ritenere mostruoso  il non vedere “l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita”.

Con l’avanzare degli anni, sulla grande stampa nazionale—dal ’Corriere della Sera’ alla ‘Stampa’, da ‘Repubblica’ al ‘Giornale’—della saggezza bergogliana non è rimasta traccia, anche perché il suo successore, Leone XIV , non ha esitato a ribadire la netta distinzione tra aggressore (russo) e aggredito (ucraino). Nessuno oggi potrebbe più sottoscrivere sui giornaloni o sostenere nelle tv pubbliche,, le parole di Massimo D’Alema : “L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina”.

Il giudizio canonico sulla guerra ucraina, ormai, è quello espresso dall’ambasciatore Rocco Antonio Cangelosi, nel saggio L’Ucraina e il destino dell’Europa. Perché il futuro del continente passa per Kyiv (IDA Press, 2026): “La guerra in Ucraina non è un conflitto lontano. È il punto in cui si decide il futuro dell’Europa. |…| L’Ucraina emerge come uno specchio dell’Europa: un Paese che lotta per la propria libertà e che, nel farlo, rivela i limiti e le possibilità del progetto europeo. La sua resistenza obbliga l’Unione a scegliere chi vuole essere: una potenza capace di difendere i propri valori o un continente esposto alle pressioni esterne”. “Mai amici dei dittatori”, va ribadendo, su ‘Domani’, lo scienziato politico Gianfranco Pasquino,  che nella difesa dell’Ucraina dall’aggressore moscovita vede quasi le nuove Termopili dell’Occidente.

Ribadisco, ancora una volta, che non mi pronuncio su questa lettura storica e politica della guerra russo-ucraina. I Panebianco, i Cangelosi, i Pasquino e la miriade di studiosi e editorialisti che ne condividono le posizioni potrebbero aver visto giusto. Da liberale, che ha preso il pluralismo sul serio, non riesco, però , a rassegnarmi alla squalifica morale e intellettuale di chi interpreta quella guerra in maniera diversa. Certo, non mancano–nell’estrema destra  come nell’estrema sinistra, per non parlare della palude qualunquista–i filoputiniani ma tra quanti esprimono le loro riserve sulla Nato, sull’Europa, sulla politica di sostegno incondizionato a Zelensky, vi sono storici, scienziati politici, diplomatici, filosofi  che  si sono formati alla scuola del più autentico liberalismo, il liberalismo storicista, che a partire in Italia  da Vincenzo Cuoco, guarda alla realtà effettuale non alle ‘repubbliche immaginarie’ sulle quali ironizzava Niccolò Machiavelli. Per loro, la narrazione ufficiale del conflitto in corso non regge. A ragione o a torto si riconoscono nelle tesi dell’insigne political scientist John Mearsheimer. Vale la pena citare per intero la conclusione di uno dei suoi ultimi saggi —Il buio che ci sta davanti: dove è diretta la guerra in Ucraina (fine giugno 2023)

“Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente. Non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina ma la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare. Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“. Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991.L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

Ho citato Mearsheimer ma avrei potuto citare il maggiore esperto di geopolitica che abbiamo in Italia, Lucio Caracciolo, il direttore della rivista Limes. Come il primo, anche il secondo   legge la guerra in Ucraina attraverso le lenti della geopolitica classica e del realismo, prendendo le distanze dalle narrazioni ideologiche o moralistiche ,  anche se diversa è l’interpretazione relativa all’origine e agli esiti del conflitto. Per Caracciolo la guerra in Ucraina . lungi dell’essere, un episodio isolato, è il momento più drammatico di una “guerra mondiale a pezzi” e di un terremoto geopolitico globale seguito al declino dell’egemonia statunitense. L’Ucraina ne esce devastata materialmente (con una popolazione quasi dimezzata), la Russia non raggiunge l’obiettivo di ridiventare una grande potenza paritaria, accanto agli Stati Uniti, e rischia quasi un vassallaggio privilegiato nell’ambito della superpotenza cinese in espansione, l’Europa vede la pace (eventuale) negoziata sulla sua testa. Secondo il direttore di ‘Limes’ una vittoria militare è impossibile per entrambe le parti, resta solo un negoziato realistico tra le superpotenze, Realisticamente, “la pace non può essere decisa da Kiev o dall’Unione Europea (che risultano ‘fuori gioco ’ nelle dinamiche strategiche principali), ma richiede un’intesa diretta tra Washington e Mosca”

E’ quanto pensano non pochi settori della politica nazionale, che tanto insistono per far sedere al tavolo delle trattative di pace non solo Washington e Mosca ma, altresì, Kiev e l’Unione Europea. Forse sbagliano ma il problema non è questo. Si possono avere opinioni diverse in politica, specialmente in fatto di politica estera dove si decidono i destini dei popoli? Non si è sempre detto che nella polis si confrontano non verità, da una parte, ed errori dall’altra ma appunto soltanto ‘opinioni’, fondate su congetture, analogie storiche, ipotesi più o meno ragionevoli che risulteranno  (o non risulteranno) tali solo in’ futuro che sta in grembo a Giove?

Un’ultima osservazione: gli Italiani non vogliono combattere! E se così fosse? Se in Parlamento venisse eletta una maggioranza ‘pacifista’ decisa a ritirare l’Italia dal ‘club dei volonterosi’? Forse, ammettiamolo pure, sarebbe il suicidio morale della nazione, ma quid agendum? Non far votare il popolo immaturo, che si rifiuta di vedere le tempeste che si addensano all’orizzonte?

La democrazia, non lo si ricorderà mai abbastanza, non è la forma di governo che realizza il bene comune ma la forma di governo in cui a prendere le decisioni (nell’ambito, ovviamente, riservato dalle Costituzioni) è il popolo attraverso i suoi rappresentanti. Continuare sine die il sostegno a Zelensky, in nome del diritto internazionale e della resistenza all’oppressore, o ritirarlo per costringerlo a prendere atto che protrarre la guerra significa solo moltiplicare scempi e devastazioni?

Sinceramente, non vedo la ragione per la quale una posizione sia in linea con l’etica liberaldemocratica e l’altra no. Per un pluralista che abbia scelto l’opzione ‘pacifista’, i Panebianco, i Cangelosi sono ‘liberali che sbagliano’: perché un intellettuale interventista (lo era anche, ai suoi tempi, et pour cause, Giuseppe Mazzini) non dovrebbe considerare alla stessa stregua quanti non concordano con le loro diagnosi?

In realtà, nella political culture italiana non è mai entrata l’idea dell’opinabilità –intesa come la “qualità di ciò che è opinabile, ossia il fatto di non essere certo o indiscutibile, ma di potersi prestare a diverse valutazioni, punti di vista o interpretazioni personali”. Al suo posto troviamo il gusto della demistificazione ideologica: non discutiamo delle idee degli avversari ma ci chiediamo quali oscuri moventi e interessi li sostengano. Mistificazione e manipolazione per noi spiegano tutto.: se si è contrari al sostegno militare a Kiev, è perché si è manipolati da Putin e dai suoi agenti e fiduciari italiani. Non si pensa che l’autocrate russo guardi con simpatia (e forse sostenga finanziariamente) quanti –indipendentemente da lui– non sono disposti a morire per la Crimea o il Donbass: si pensa, invece, che quanti non sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare siano stati ‘comprati’ da Mosca. Al solito, nessuna onestà morale e intellettuale dovrebbe essere riconosciuta agli altri.

In un capitolo del mio libro, Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (ed. Rubbettino 2025) La guerra, la pace, i valori. La lezione ignorata di Isaiah Berlin—scrivevo

“Ma davvero non hanno nulla a che vedere con la morale quanti si preoccupano delle conseguenze economiche e politiche della guerra ucraina? A causa della globalizzazione – che ci ha insegnato a definire sovraniste e autarchiche le preoccupazioni di chi avrebbe voluto che la dipendenza di materie prime cruciali per il nostro apparato produttivo non fosse totale e che pertanto campi di grano, centrali idroelettriche, giacimenti di gas e di petrolio nazionali non cadessero in disuso – l’aggressione criminale di Putin sta mettendo in crisi interi settori economici. Migliaia di imprese, di piccole e medie industrie chiudono i battenti per il rincaro delle bollette energetiche, scene di disperazione di chi non può più ‘andare avanti’ vengono trasmesse tutte le sere dai vari canali televisivi (soprattutto Mediaset) e noi quasi ci dovemmo vergognare se l’uomo della strada si chiede:  ma  è giusto che accada tutto questo solo per non riconoscere alla Federazione russa l’annessione di regioni da sempre contese e in preda alla guerra civile, lacerate come sono dalla difficile convivenza tra etnie culturali simili ma sempre più ‘parenti serpenti’? All’uomo della strada la violazione del diritto internazionale

(che oggettivamente è innegabile da parte della prepotente autocrazia russa) è indifferente ma non per questo è condannato al ruolo del vigliacco se non vuol morire per Danzica o per il Donbass”.

Insomma , rassegniamoci, una buona volta, che ci sono valori da una parte e valori dall’altra e che nessuno, in questo nostro malinconico mondo sublunare, ha in tasca la verità. Aiutiamo pure gli Ucraini ma senza demonizzare chi è di diverso parere. Ritiriamoci pure dal Club dei volonterosi ma senza pensare che tutti gli occidentalisti siano al soldo delle potenze occulte della politica e della finanza globale. E’ bene non dimenticarsi mai dell’altissima lezione contenuta ne La politica come professione (1918) di Max Weber: “e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari preten-dono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede.”




La nuova legge elettorale – Attentato alla democrazia?

Non è stato un bello spettacolo quello andato in scena martedì alla Camera, né da parte dei partiti di governo né da parte di quelli di opposizione. Sul versante governativo, è apparsa alquanto bizantina l’idea di proporre una legge elettorale con il retropensiero di correggerla un minuto dopo con un emendamento: non potevano mettersi d’accordo prima, come erano sempre riusciti a fare sulle ben più spinose questioni della politica estera e della guerra in Ucraina?

Sul versante dell’opposizione è apparsa del tutto fuori luogo l’esultanza per un voto che, di fatto, toglieva agli elettori quel poco che l’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tardivamente provato a concedere (circa un quarto di parlamentari eletti con le preferenze). Evidentemente, la faziosità e l’odio per l’avversario politico possono far smarrire ogni senso della misura.

Ma andiamo alla sostanza. È una buona legge elettorale quella che è stata proposta, e ieri ha ottenuto il primo via libera dalla Camera?

Per molti aspetti, alcuni tecnici, altri politici, il cosiddetto Stabilicum non lo è affatto, o perlomeno contiene diversi aspetti discutibili, primo fra tutti la scelta dei candidati, di fatto affidata alle segreterie dei partiti.

E tuttavia non è questo che le rimprovera l’opposizione, che anzi ha scompostamente gioito precisamente quando questo aspetto anti-democratico è stato ripristinato (la bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha riconsegnato alle segreterie dei partiti l’intero potere di scelta dei candidati, con gaudio di tutti).

Quello che alla nuova legge elettorale più frequentemente si rimprovera è il suo impianto per così dire presidenzialista-plebiscitario, in quanto obbliga partiti e coalizioni a indicare il candidato presidente del Consiglio, e al contempo prevede un cospicuo (105 seggi) “premio di governabilità” al vincitore in caso di superamento del 42% dei consensi.

Le perplessità su questo aspetto sono naturalmente più che legittime, come legittima è la nostalgia per la  Repubblica dei partiti, con il suo Parlamento-fotocopia del Paese. Quello che risulta meno comprensibile, invece, è che la nuova legge venga accusata di incostituzionalità in quanto il premio di maggioranza violerebbe l’articolo 48 (“il voto è personale ed eguale, libero e segreto”). Se questa obiezione fosse fondata, la Corte Costituzionale avrebbe dovuto bocciare anche il Rosatellum e il Mattarellum in quanto una quota dei seggi (addirittura il 75% nel caso del Mattarellum) veniva assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, con ovvi e inevitabili effetti distorsivi. E soprattutto non avrebbe a suo tempo chiarito che il problema dell’Italicum (la legge proposta da Renzi) non era il premio di maggioranza in sé, bensì l’assenza di una soglia minima per ottenerlo.

Ancora meno comprensibile è il fatto che nessuno dei contendenti sia pronto a riconoscere quello che per gli studiosi di politica è ovvio e non controverso: qualsiasi legge elettorale è criticabile, perché un sistema che garantisca sia la rappresentatività sia la governabilità semplicemente non esiste. Chi pensa che la rappresentatività sia l’essenza della democrazia, dovrebbe riflettere su quel che accade nel Regno Unito, dove Keir Starmer governa con il 63% dei seggi avendo ottenuto appena il 34% dei voti: uno squilibrio enormemente superiore a quello (55 a 42) che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe determinarsi con lo Stabilicum.

I difetti della nuova legge elettorale sono evidenti, anche se minori di quel che vorrebbero farci credere gli esponenti dell’opposizione. Molto meno sottolineati sono i pregi. Non tanto e non solo la stabilità del futuro governo, o il fatto che la sera stessa delle elezioni si sappia chi ha vinto, ma la chiarezza sui nomi dei candidati premier. Esaurito il tempo delle ideologie, gli elettori non vogliono solo conoscere i programmi delle coalizioni, ma anche – forse ancor più – sapere chi guiderà il Paese. È un elementare principio di chiarezza e di democrazia.

Strano che a battersi contro di esso siano gli stessi che si stracciano le vesti per la democrazia tradita.

[articolo uscito sul Messaggero il 17 luglio 2026]




Progresso e democrazia stanno divorziando?

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco




Le leggi ordinarie ci dividono, le norme costituzionali ci uniscono

      vistodagenova

Un collega, commentando il mio ultimo vistodagenova, mi fa rilevare che la differenza tra liberali e democratici sta nel fatto che i primi sono “sostenitori della neutralità del sistema, a sola tutela di proprietà e vita e libertà degli abbienti contribuenti” mentre i secondi vogliono introdurre “correttivi egalitari necessariamente liberticidi” ,a difesa dei non abbienti. Si tratta di un pregiudizio ideologico antico che risale, in Italia, a Giuseppe Mazzini e, in Francia, ai giacobini: che senso ha la libertà di andare a Milano per chi non può pagarsi il biglietto del treno?

In realtà, i liberali non si oppongono affatto a legislazioni molto avanzate, intese a redistribuire più equamente il prodotto sociale. Ciò a cui si oppongono è la loro costituzionalizzazione ovvero la richiesta di blindare, nella Magna Carta, i “correttivi egalitari necessariamente liberticidi”. In questo caso, infatti, un partito come quello di Margaret Thatcher mercatista e ultraliberista , dovrebbe venir messo, sic et simpliciter, fuori legge. Il socialismo, in un’ottica liberale, può ispirare le leggi ordinarie, quelle varate da Parlamenti eletti a tempo determinato, ma non può venir posto a fondamento della Costituzione, giacché quest’ultima deve contenere solo quelle ‘garanzie della libertà’ su cui concordano tutti gli attori sociali e politici–liberali e non, cattolici e laici, conservatori e progressisti etc. Nell’immediato secondo dopoguerra, i laburisti, che subentrarono  al  conservatore Winston Churchill, adottarono misure sociali che, nella testimonianza di Sergio Romano, erano indistinguibili dalle leggi sovietiche ma  non pertanto qualcuno avrebbe potuto accusarli di violare la Costituzione. In seguito, persero le elezioni, e quasi tutte le loro provvidenze  sociali vennero smantellate.

In Italia, ogni rivendicazione, ogni richiesta di tutela sociale, pretende di diventare un diritto costituzionalmente garantito ovvero sacro e indisponibile. E’ la political culture della guerra civile, che termina solo con la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra. In una democrazia liberale a norma, non ci sono vincitori e vinti per sempre giacché sia i fautori di ‘più stato meno mercato’ sia i loro antagonisti–”più libertà al mercato e meno vincoli statali” –rimangono sempre in campo in attesa di più favorevoli tornate elettorali.

[articolo uscito il 7 aprile su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it




Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche

Non so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.

Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?

Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.

Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.

Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in  materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.

L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.

Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?

Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.

Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.

Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.

[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]