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Cari antisovranisti dimenticatevi di Bobbio

30 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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Anche  studiosi  di cui condivido (quasi sempre) idee e posizioni politiche, hanno contratto la pessima abitudine di usare termini come sovranismo, nazionalismo, populismo in senso denigratorio, come infezioni della critica della ragion politica. Dire che una iniziativa, una proposta di legge, un’opinione è sovranista significa chiudere il discorso giacché, nel dibattito pubblico serio, possono entrare solo vedute e disegni che si ispirano alla democrazia liberale e ai suoi valori e tutto ciò che ne fuoriesce non è degno di rispetto. A mio avviso, siamo in presenza della versione civile di quello ‘stile di pensiero’, al quale si ispirano l’Anpi e gli epigoni dei quel gramsciazionismo, che procede a colpi di fascistizzazione dell’avversario.

A scanso di equivoci, non poche misure proposte da sovranisti e nazionalisti mi trovano in disaccordo ma il problema vero è un altro: si tratta di misure che si ispirano a interessi e ideali in contrasto con lo spirito della democrazia costituzionale e che, pertanto, perdono il diritto di ascolto o, più semplicemente, di programmi di azione che non condividiamo perché ‘apparteniamo a un’altra parrocchia’?

Norberto Bobbio, nel  Discorso sulla resistenza (1972) (ora in Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999), a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino 2015),davanti al ‘fascismo che avanza’ ammoniva:

«Che abbia il coraggio di chiamarsi ’destra nazionale’ un movimento che vuol mettere il nostro paese al seguito della Spagna dei generali e della Grecia dei colonnelli, cioè vuol degradarlo al piú basso livello civile e politico in cui si trovano alcuni Paesi europei, significa che la spudoratezza non ha limiti. Il vero nome che gli compete è quello di destra antinazionale. Non c’è nulla che meriti il nome di antinazionale piú di un movimento che si richiama come a propria ispirazione a quel regime che già una volta ha distrutto la nazione. Non c’inganni l’appello che risuona in quelle bocche alla legalità e all’ordine. Sappiamo che significano legalità e ordine per i fa-scisti: la loro legalità è lo strumento per soffocare ogni voce di dissenso, per stroncare le lotte operaie: il loro ordine è l’ordine delle caserme o peggio dei campi di concentramento e di sterminio».

Ma nello stesso tempo invitava a non perdersi d’animo:

«Ho ancora ferma fiducia che il popolo italiano respinga il fascismo democraticamente, cioè con un libero voto. Dipende anche da noi, da tutti noi, dal nostro atteggiamento di fermezza, d’intransigenza’ verso gli ideali della guerra di liberazione, che la prova dello scontro frontale col fascismo non avvenga mai piú, né oggi né domani. Ma sia ben chiaro che se saremo nuovamente chiamati non ci tireremo indietro».

Bobbio chiedeva fermamente il rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista. In sostanza, a suo avviso, doveva vietarsi ai fascisti di disporre di un partito di ‘destra (anti)nazionale’ e, soprattutto, di apparire nei media. Occor-reva  prendere sul serio, una buona volta, la ‘XII Disposizione Transitoria e Finale’ della nostra Magna Carta ovvero la norma che vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. «Coi fascisti concludeva, non si discute. Non ci si scambiano parole piú o meno cortesi alla tele-visione. Coi fascisti si scende in campo e si combatte». Durante una sua lezione all’Università di Torino, del resto, avendo capito che uno studente , che gli rivolgeva una domanda era di destra, si era rifiutato di rispondere. ”Con voi, aveva detto, abbiamo fatto già i conti a Piazzale Loreto!”. (A raccontarmi l’episodio, è stato uno scienziato politico di grande prestigio che, come me, non nascondeva quanto dovesse, per la sua formazione intellettuale al Bobbio ‘professore‘ e fine commentatore dei classici del pensiero giuridico e politico e quanto, invece, fosse lontano dal Bobbio ministro di culto antifascista).

La  messa fuori legge, nell’attuazione del dettato costituzionale, della destra non è riuscita alla sinistra militante antifascista ma, in cambio, si è assistito a un fenomeno per certi aspetti ancora più inquietante: dal momento che i governi della Repubblica non osano sciogliere l’altro ieri l’ MSI-DN ,ieri AN e oggi FdI, tocca alla pars sanior della ‘società civile’ costituirsi in suprema autorità morale e tenere sempre accesa la fiaccola dell’antifascismo. E’ un antico ‘costume di casa’ che oppone all’Italia dei governi—il paese legale—l’Italia del popolo –il presunto paese reale–in cui i miti di fondazione—come la Resistenza– non si traducono in fredde cerimonie commemorative all’Altare della Patria ma richiamano alla vigilanza costante, alle antenne sempre alzate in grado di percepire il riemergere, sotto diverse forme, del nero mostro infernale. L’Anpi non è un’associazione di reduci (tra l’altro, in via di estinzione): è un sacerdozio laico che svolge funzioni pedagogiche e politiche che spetterebbero allo Stato ma che quest’ultimo–a cominciare dai primi ministeri democristiani–si rifiuta  o non è in grado di assolvere. Se, però, i governi non rendono illegale il partito neo-fascista, saranno i nuovi partigiani a scomunicarlo e a condannarlo alla Geenna: la chiesa anpista non può mettere in galera i peccatori ma può—e deve—additarli alla comunità politica come nemici mortali dello spirito democratico e resistenziale.

Non vorrei che i democratici liberali, diffidenti e per diverse buone ragioni, nei confronti della Trimurti post-fascista Nazionalismo/Populismo/Sovranismo, ripercorressero queste orme. E non solo per ragioni di opportunità (il centro-destra se vuol vincere deve tenere unite, quanto più è possibile, tutte le sue anime) ma per ragioni legate alla filosofia stessa della democrazia che vive della dialettica tra progresso e conservazione, tra destra e sinistra, tra difesa del passato e proiezione verso l’avve-nire. Se uno dei due contendenti viene squalificato e delegittimato, se con i sovranisti/nazionalisti/ populisti ‘non si parla’ vuol dire che ’c’è qualcosa che non va’ nel nostro modo di concepire il governo del popolo.

Criticare la Trimurti N/P/S, in nome del liberalismo, è ‘cosa buona e giusta’ ma bisogna sempre specificare come, quando, perché. In politica interna, come in politica estera, si possono avere posizioni molto diverse, tutte legittime sotto il profilo costituzionale ed è per questo che si ha il dovere di precisare, di volta in volta, quali sono e da quale punto di vista ci ritroviamo nelle une piuttosto che nelle altre. Le condotte, che non ci piacciono, violano il dettato costituzionale o semplicemente si rifanno a valori che non sentiamo o che non consideriamo prioritari? Le porte spalancate all’immigrazione, ad es., rientrano sicuramente nell’universalismo illuministico e cristiano (e, aggiungerei, mercatista) ma chi vi si oppone, in nome di altre idealità —la difesa dell’identità nazionale–, non ha diritto di dire la sua e di farla valere, se può contare su una maggioranza parlamentare? Una politica estera che guardi più all’interesse nazionale che a scelte di campo altruistiche che ci porterebbero alla rottura con dittature, che  ci ripugnano ma con cui si possono fare buoni affari–per quanto riguarda le materie prime vitali per il nostro apparato industriale–,va considerata contraria alla Costituzione e i suoi fautori bollati come sovranisti, se non come fascisti?

Forse le democrazie sono in crisi perché non tutti gli interessi e valori a confronto vengono tenuti in considerazione e quanti si sentono discriminati non vanno più a votare o, peggio, tornano alle urne solo se un leader populista riesce a mobilitarli.

 

[Articolo uscito su Paradoxa-Forum il 28 aprile]

Gli orfani del 68 e il loro strano mentore

5 Febbraio 2026 - di Dino Cofrancesco

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Se si dialoga con un reduce del 68 e delle lotte studentesche degli ‘anni formidabili’, raccontati da Mario Capanna, una sensazione di profondo sconforto s’impadronisce dell’animo. Il pensiero va alla scena finale del film del 1954 Un americano a Roma del grande Steno dove si vede il padre di Nando Mericoni (interpretato da uno straordinario Alberto Sordi) che,chino sul figlio bendato sul letto d’ospedale, alludendo alle manie che lo hanno quasi ridotto in fin di vita, sospira “Speriamo che ora sia guarito!”. Il film si chiude con la voce fuori campo di Sordi:”ma guarito de che?”.

  Al nostro interlocutore antagonista, neppure la caduta del Muro di Berlino ha portato la guarigione. Se gli si chiede di pronunciarsi sui regimi comunisti al di là della cortina di ferro, lo fa con fastidio e insofferenza. Quei regimi, per lui, appartengono ormai al passato e furono risposte sicuramente inadeguate a problemi che continuano ad essere più irrisolti che mai nel nostro tempo. I partiti comunisti crearono rigide burocrazie che realizzarono alcune importanti riforme, nel segno dell’eguaglianza e della giustizia sociale, ma crearono pure democrazie popolari incapaci di garantire la partecipazione e la libera discussione sulle scelte dei governi. Di qui le repressioni del dissenso, giustificate anche da un accerchiamento internazionale che costringeva a serrare le file e a vigilare sulle quinte colonne e i loro (spesso inconsapevoli) alleati.

Non si parli, però, di totalitarismo, categoria della guerra fredda con la quale si volle accreditare l’idea che le ‘democrazie totalitarie’—rosse o nere—avessero un’unica matrice ideologica e culturale.

E quanto alle esaltazioni di spietati dittatori come Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro che inducevano i ‘contestatori’ non solo a ripetere gli slogan dei loro libretti rossi ma anche, talora, ad adottarne modi di vestire e hobbies (ad es., la pipa ,la divisa, gli scacchi), si tratta di cose da rimuovere, illusioni generose di gioventù giustificate, peraltro, dall’imperialismo americano, dal Vietnam, dal crollo della democrazia in Cile, con il colpo di Stato di Augusto Pinochet del 1973. Le repressioni di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968, al confronto, furono episodi tutto sommato secondari, da attribuirsi ai” compagni che sbagliavano”. In ogni caso, rievocarli significa fare del bieco, strumentale, anticomunismo, inteso a riattizzare una guerra civile utile solo a far dimenticare le vere tragedie del presente.

  L’orfano del 68, che non vuol sentir parlare del comunismo, ritiene, in linea puramente teorica, che anche il fascismo appartenga ormai alla storia ed è portato a snobbare quanti se ne occupano ancora.

Curiosamente, però, se il fascismo non è attuale, l’antifascismo, per lui, continua ad esserlo giacché oggi non ci sono più i moschettieri del duce ma qualcosa di ben più inquietante e di più nero delle camicie nere: la globalizzazione capitalistica e finanziaria che a Washington ha la sua centrale operativa e i cui tentacoli planetari rappresentano una minaccia di estinzione per i popoli e le culture non occidentali. Davanti al Moloch statunitense e ai suoi alleati, che massacrano a Gaza decine di migliaia di palestinesi, il richiamo all’antifascismo è una sana e fisiologica reazione naturale.

  Ha scritto Franco Cardini—in Neofascismo e neo-antifascismo, Ed. La Vela 2018—che, con tutti i crimini che il totalitarismo– nelle due forme classiche nazista e comunista–possa aver commesso, “non riesce a eguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: che è peggiore di entrambi messi insieme e che–se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni—ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di realizzare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di avere introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata”.

Non riesco a capacitarmi del fatto che uno storico serio e prestigioso come Franco Cardini porti al Tribunale della Storia–e sottoponga a giudizio universale–, da una parte, due ‘individui’ con nomi e cognomi—fascismo e comunismo—e, dall’altra, vicende di popoli diversi in tanti secoli diversi, come se fossero imputabili ad un unico Soggetto–tanto cinico quanto consapevole– che, nel tempo, assume varie e impreviste forme. E’come portare davanti ai magistrati, da un lato, Jack lo squartatore e, dall’altro, il dio Proteo al quale si imputano tutte le nefandezze del capitalismo liberal-liberista, per saecula saeculorum.“Vuoi mettere le decine di donne londinesi ammazzate e sfigurate dal mostro con i milioni di vittime immolate da Proteo sull’altare del bieco denaro?” È uno stile argomentativo che lascia sinceramente perplessi.. Costruzioni della mente e categorie ideali diventano vere e proprie Persone,” individui cosmico-storici”, per dirla con Hegel, più reali degli uomini in carne ed ossa.

Forse andrebbe ricordato Max Weber quando scriveva che ”i tipi ideali hanno sempre, e necessariamente solo una validità molto relativa e problematica, se vogliono essere considerate come una rappresentazione storica. di ciò che esiste empiricamente” anche se poi sono indispensabili “ mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione della realtà”. Nello stile di pensiero olistico (che caratterizza anche se non esaurisce il pensiero totalitario) il metro diventa la ‘cosa’ e la cosa un transeunte fantasma storico.

Sennonché, ci si chiede, perché  dovrebbe esserci un nesso forte tra i massacri coloniali di stati dediti alla “rapina di materie prime e di forza-lavoro” e le loro istituzioni–democratiche, conservatrici o liberali che siano? Non è forse vero, ad es., che in nome degli ideali dell’89—v. Georges Clemenceau– come in nome di una ideologia tradizionalista—v. Charles Maurras–, non pochi cittadini, partiti, movimenti politici si opposero alle conquiste coloniali? E perché queste ultime dovrebbero indurre a mettere nello stesso calderone gli stati e i regimi politici più opposti e lontani nel tempo? La violenza coloniale, in realtà, negli scritti dei nemici implacabili del modello occidentale, fa scendere sulla Terra la classica notte nera in cui tutte le vacche diventano nere.

Quando Cardini dismette l’abito severo dello storico medievista e impugna la penna del polemista– dell’intellettuale impegnato e indignato,”cattolico, europeista, socialista”(sic!)–, diventa suo malgrado, l’ideologo del più superficiale reducismo sessantottesco. Con una differenza fondamentale: che al liberal-liberismo Cardini non perdona la distruzione della Tradizione, delle culture diverse da quelle occidentali, delle religioni che l’albagia dell’uomo bianco considera mere superstizioni, laddove il reduce degli ‘anni formidabili’, vede nell’area euro-atlantica l’ostinata resistenza del ‘mondo di ieri’ a non lasciarsi travolgere dalle forze della modernità e del progresso sociale. Certo è che l’uno e l’atro non lavorano per la  convivenza pacifica  ma foggiano armi concettuali per la guerra civile.

[articolo uscito su Paradoxa-Forum il 2 febbraio 2025]

Antifascismo e democrazia non sono sinonimi

22 Gennaio 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

In una democrazia a norma, sono due i partiti (o le coalizioni) che competono per il governo: liberali (e conservatori), da una parte, laburisti (socialdemocratici), dall’altra. E’ il verdetto delle urne a decidere se si avrà una politica all’insegna del “più mercato-meno Stato” o una politica all’insegna del “più Stato-meno mercato”. Chi perde, fa buon viso a cattivo gioco e pensa alla rivincita nella prossima tornata elettorale. La democrazia significa questo: che a legittimare gli attori politici è il rispetto delle ‘regole del gioco’, non la ‘posta in gioco’: è il numero dei votanti, non cosa hanno votato. Chi avesse preferito James Callaghan a Margareth Thatcher, non si sarebbe certo messo a lutto per la vittoria della lady di ferro.

  Se l’antifascismo non è solo il ripristino dei diritti civili e delle libertà politiche soppressi dalla dittatura ma una vera e propria rivoluzione– intesa a rimuovere le istituzioni pubbliche, economiche e culturali che a quella dittatura avevano spianato la strada del potere–, la legittimità politica non è conferita dall’essere maggioranza ma dagli obiettivi rivoluzionari perseguiti. A cominciare dal controllo statale dell’economia, indispensabile per la realizzazione della giustizia sociale. In quest’ottica, un partito ultraliberista, pur vincitore delle elezioni, sarebbe legale, sotto il profilo della democrazia formale, ma illegittimo sotto il profilo della ‘democrazia progressiva’ anima dell’antifascismo. Dal secondo dopoguerra, la storia italiana è stata segnata dalla frattura tra quanti facevano dell’antifascismo un attributo della democrazia (un democratico non può non essere anti-fascista) e quanti facevano della democrazia un attributo dell’antifascismo (un antifascista è, per definizione, democratico) .Per i secondi, governi legali ma illegittimi potevano essere rovesciati da minoranze legittime ma illegali, che avessero occupato piazze, scuole, edifici pubblici, in nome della riforma intellettuale e morale del paese, iscritta nella bandiera della Resistenza ma tradita dai moderati al governo. Nel 1948 italiani, che non si sentivano—più–fascisti ma neppure antifascisti, votarono in maggioranza per la DC: il giugno 1960 e il lungo 68 furono per gli antifascisti (comu-nisti e post-azionisti) le” giornate del nostro riscatto”. E’ la democrazia italian style.

[articolo pubblicato il 20 gennaio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

E’ nato l’antifascismo autoflagellante

2 Luglio 2025 - di Dino Cofrancesco

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‘La Repubblica’ di venerdì scorso pubblica una lunga riflessione di Francesco Piccolo (Premio Strega 2014), ‘M’ di Scurati e quello che resta dell’antifascismo’ ,che, da un richiamo in prima, si estende per ben due lenzuolate all’interno del giornale (pp-32-33).Se invece dei cinque volumi sul duce di Antonio Scurati, Piccolo avesse deciso di parlare del Cavour di Rosario Romeo le lenzuolate sarebbero dovute essere quattro, per rispettare le proporzioni tra le due opere?  Piccolo parla dell’opera di Scurati quasi come di un evento epocale: grazie ad essa, infatti, ci saremmo resi conto della differenza tra l’antifascismo ingenuo o ‘semplificato’ dei giovani resistenti che non avevano alcuna responsabilità nella nascita e nell’avvento del fascismo e l’antifascismo complesso <di chi dice: guarda che tutto quello che è successo, certo che non lo volevamo, certo che è stato terribile, ma ci riguarda fino a esserne corresponsabili: questo è un antifascismo adulto, maturo, complesso, è un antifascismo poco frequentato in Italia>. Degenerazione spaventosa, il fascismo non ha nulla di estraneo al paese: nasce dall’inconsistenza degli italiani, dalla loro facilità di essere sedotti, dalle loro paure. Per guarire da questo fascismo che ci portiamo dentro, occorre prendere coscienza che< c’entriamo anche noi con l’evento storico>, e che, come persone adulte, non abbiamo il diritto all’<antifascismo semplificato>. Non credo che siano importanti gli scritti di Antonio Scurati—sui quali si sono già pronunciati storici severi come Ernesto Galli della Loggia—penso, invece, che lo sia il panegirico di Francesco Piccolo. Grazie ad esso, infatti,  una nuova figura  si è aggiunta alle tante che già popolano la cultura politica italiana: quella dell’antifascismo autoflagellante, implacabile inquisitore che intende esorcizzare il demone che è in noi. Il fascismo resta il peccato originale e  le sue cause origini e svolgimento—raccontate e spiegate da storici come Renzo De Felice, da filosofi come Augusto Del Noce—vanno rimosse e passate in giudicato. Quasi quasi ,si rimpiange la retorica anpista, che dell’antifascismo vuol fare un valore comune  e non l’olio di ricino per depurarci dai veleni del ventennio.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 1 luglio 2025]

Harakiri antifascista

4 Maggio 2024 - di Luca Ricolfi

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C’è sempre stato un che di poco simpatico, nella richiesta perentoria di dichiararsi antifascisti. Chi la formulava, lo faceva nella presunzione di essere immacolatamente antifascista, e perciò stesso nella posizione di giudicare-assolvere-condannare l’interlocutore. Al di là di questo lato sgradevole, però, un tempo era del tutto naturale dichiararsi antifascisti, perché per la stragrande maggioranza degli italiani l’antifascismo era una sorta di ovvietà: rifiuto del fascismo, gratitudine verso i partigiani, fiducia nella democrazia. Il 25 aprile, è vero, era una festa egemonizzata dalla sinistra, ma non per questo cessava di essere una festa di tutti.

Poi le cose cominciarono a cambiare. Il primo cambiamento mi si palesò in Consiglio di Facoltà nella primavera del 1994, esattamente 30 anni fa. Il nostro preside, eminente studioso della Resistenza, si presentò in Aula Magna con il viso scuro, annunciandoci – con l’aria di chi aveva per le mani una notizia sconvolgente – che in Italia stava tornando il fascismo. In effetti Berlusconi aveva vinto le elezioni. Passarono pochi mesi e Umberto Eco, dagli Stati Uniti, ritenne di dover rincarare la dose: il fascismo non era mai scomparso, anzi era eterno perché i suoi 14 (quattordici) tratti fondamentali si ripresentavano e combinavano in varie configurazioni anche dopo la sconfitta del fascismo storico. Da allora gli allarmi si sono ripetuti migliaia di volte, con particolare frequenza quando al governo c’era la destra, e con ossessiva solerzia da quando Giorgia Meloni ha avuto l’ardire di vincere le elezioni. Da quel momento qualsiasi atto del nuovo governo, dalla politica migratoria al premierato, viene interpretato dagli antifascisti-doc o come manifestazione di tendenze autoritarie e illiberali, o come prodromico alla rinascita del fascismo, ovviamente in una edizione nuova e più consona ai tempi.

Questo modo di vedere le cose si presenta in due forme principali, una teorica e l’altra

pratica. Della forma teorica, il massimo esponente è il prof. Luciano Canfora, per il quale il “nòcciolo” del fascismo è il “suprematismo razzistico”, che starebbe alla base delle politiche migratorie del governo. Della forma pratica, sono da molti anni espressione i gruppi che, per lo più in nome dell’antifascismo, tolgono la parola a chi ha idee diverse dalle loro. Ne sono ricorrente testimonianza le contro-manifestazioni e contestazioni che, puntualmente, provano a impedire fisicamente le manifestazioni altrui, che siano cortei o altri eventi sgraditi, quali presentazioni di libri, convegni, dibattitti: i 18 mesi del governo Meloni ne hanno visto un campionario impressionante.

In breve, l’antifascismo ha poco per volta cessato di essere quel che era – un rito della memoria che celebra la Resistenza e riafferma il valore supremo della democrazia – per trasformarsi in un’arma impropria che una parte politica agita contro la parte avversa, talora accusandola di preparare il fascismo che verrà, talora accusandola di essere essa stessa, già ora, quel fascismo che credevamo di aver debellato per sempre.

Ecco perché oggi, oltre ad essere poco simpatica, la richiesta di dichiararsi antifascisti sta diventando irricevibile per ragioni logiche. Se un governo democraticamente eletto viene considerato compromesso con il fascismo, come potranno gli italiani che lo hanno votato proclamarsi antifascisti? E se così spesso, in nome dell’antifascismo, si usa la forza per togliere la parola agli avversari politici, come potranno proclamarsi antifascisti i liberali e più in generale quanti credono nella libertà di espressione e nel pluralismo delle idee?

Insomma, a me pare che, specie con le ultime manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, così piene di odio e intolleranza, l’antifascismo abbia fatto harakiri. D’ora in poi nessuno potrà chiedere a noi antifascisti normali se siamo antifascisti. Saremmo noi, semmai, a dover chiedere ai custodi dell’antifascismo storico che cosa aspettano a prendere le distanze dal nuovo antifascismo, violento e intimidatorio, e a restituire un po’ di rispetto a quella parte del paese che ha più fiducia nella destra che nella sinistra.

Ma non lo faremo. Perché a noi antifascisti normali le abiure non piacciono. Ognuno è responsabile delle sue idee, ma nessuno è titolato a ergersi a giudice delle idee altrui. La democrazia è anche questo, qualsiasi cosa ne pensino le autonominate vestali dell’ortodossia antifascista.

[articolo uscito sul Messaggero il 3 maggio 2024]

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